sabato 29 marzo 2008

Don Carlo Verdone

A meno che Bruno Volpe non abbia inventato o esagerato le risposte di Carlo Verdone (flebile speranza) l’intervista rilasciata “in esclusiva” per Petrus (che è il quotidiano on-line sul pontificato, pardon Pontificato, di Benedetto XVI e che finora mi ero persa) è parecchio agghiacciante.
A cominciare dal titolo.

In esclusiva a ‘Petrus’ un Carlo Verdone ‘sconosciuto’: “È il relativismo la causa di tutti i mali”, di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANO – Può tranquillamente essere definito il Woody Allen del cinema italiano. Simpatico, pacioso, ma anche profondo nel suo umorismo, Carlo Verdone (nella foto) è senza ombra di dubbio uno degli artisti più valorosi e amati del nostro Paese. L’attore e regista romano ha accettato di parlare in esclusiva con ‘Petrus’ della sua idea di cinema e del suo rapporto con la Fede. Un’intervista da cui non sono emerse risposte scontate.
Chissà se il giudizio sarebbe stato tanto lusinghiero se le risposte di Verdone fossero state di tenore diverso.
Dunque, Verdone, qual è il suo rapporto con Dio?

Sono cattolico e come tale sostengo gli ideali cristiani. Penso che un uomo senza il barlume della Fede sia come monco e privo di ogni ragionevole speranza. Ovviamente, rispetto chi non crede, perché la Fede si propone e non si impone. Le dirò, ho molti amici e colleghi atei o di altre religioni che si comportano più che degnamente. Ritengo, per questa mia esperienza personale, che il mondo sarebbe migliore e più sereno con un maggior dialogo tra le varie religioni. Non a caso, un mio film che parlava della famiglia in senso tradizionale, si concludeva davanti ad una moschea. Con questa scena lanciavo un messaggio chiaro: le religioni monoteiste devono collaborare al benessere del mondo. Prendiamo esempio da Papa Benedetto XVI, che nel suo viaggio apostolico in Turchia ha voluto fortissimamente visitare una moschea.
Un uomo senza fede è monco e privo di ogni ragionevole speranza: ragionevole? Se avesse detto solo privo di speranza si poteva provare ad essere disposti a concordare che la fede possa offrire una speranza. Benché non sarebbe comunque stata accettabile l’implicazione: l’assenza di fede rende monchi. Davvero quanti non hanno la fede sono minorati? Sfigati e disperati, apolidi e raminghi in una terra desolata?
Per fortuna Verdone rispetta questi poveri disgraziati, e ci fa pure amicizia (magari per tentare di redimerli). E sembra anche stupito che, privi di una guida teocratica, possano comportarsi degnamente. Verdone ricalca una idea ingenua, sbagliata e violenta che la religione sia l’unica guida morale. Dimenticando che compiere una azione in vista di qualcosa (il paradiso o l’approvazione divina) rischia di essere utilitarista. Quale ironia, no? Certo che il mondo sarebbe migliore se ci fosse un dialogo tra le religioni invece che colpi di mortaio, offese, bombe, violenze e umiliazioni. Ma la fede c’entra poco qui, e la religione è solo una coperta (troppo corta) per la realtà che è molto più prosaica.
Verdone ha dimenticato che B16 ha combinato qualche guaio diplomatico rispetto alle altre religioni monoteiste? Basterebbe pensare alla sua recente benedizione a Magdi Cristiano Allam per averne una idea (per non parlare delle oscene dichiarazione del neo convertito).
Nei Suoi film si parla spesso della Famiglia…

Personalmente credo che l’istituzione della Famiglia sia fondamentale e vada difesa sempre e comunque. Oggi questo patrimonio dell’umanità è sottoposto ad attacchi molteplici. Mi permetto di ricordare che senza una famiglia solida, viene minata anche la stabilità sociale. Molti casi di violenza e di disadattamento sociale sono figli della crisi della famiglia, spesso messa in ridicolo e criticata ignobilmente. Bisognerebbe rivalutare il senso della tradizione, ma oggi prevale la cultura relativista, secondo la quale tutto è lecito e permesso perché non esistono valori e, di conseguenza, la gente si sente libera di fare quello che vuole, pensando e agendo come se non dovesse mai morire.
Quale famiglia? Quella sancita dal matrimonio, ovviamente (ha la F, mica la f). Le altre sono caricature, sono capricci, sono minacce al Modello da imporre. Il patrimonio della umanità, casomai, dovrebbero essere le libertà, il rispetto, i diritti civili. Non la discriminazione verso chi non vuole o non può sposarsi (soprattutto chi non può sposarsi è discriminato: dalle persone omosessuali a quelli che aspettano i 5 anni necessari ad ottenere il divorzio); mentre si dispensano annullamenti a quanti possono pagare profumatamente e hanno un santo in vaticano. Gli annullamenti che dichiarano come mai avvenuto il sacro vincolo del matrimonio cattolico. Sacro e inscindibile. Un miscuglio di ipocrisia, pessimo gusto e inganno.
La solidità della famiglia non è garantita da un pezzo di carta (anche se porta lo stemma clericale). Sarebbe semplice e rassicurante pensare che un certificato basta come condizione della felicità. Non è così, si rassegni Verdone. Ciò che rende una famiglia davvero tale è l’affetto, la qualità relazionale.
Ma ecco il nemico più acerrimo: il relativismo. Che per Verdone sarebbe la liceità di compiere qualunque azione e l’assenza di valori. Una dichiarazione del genere starebbe bene in uno dei suoi film in bocca ad un decrepito e accanito idiota, ad un ignorante tronfio della propria cecità morale e intellettuale. La morte, poi, per uno che non crede non è oggetto di rimozione. Lo è per chi crede nella vita eterna e nella eterna possibilità di rimediare. Questo sì rischia di svuotare la responsabilità personale.
Il Papa fa della lotta alla dittatura del relativismo uno dei pilastri del suo Magistero.

Non sta a me dirlo, ma fa benissimo. Del resto, Benedetto XVI è davvero un grandissimo teologo, un professore buono e paziente, un fine intellettuale. Ha superato brillantemente la prima fase del pontificato, quando veniva dipinto – a torto – come freddo e distaccato. Certamente è diverso da Giovanni Paolo II, che era forse più immediato ed istintivo, ma anche Benedetto XVI sa essere chiaro e profondo con il proprio preziosissimo stile.
“Un grandissimo teologo, un professore buono e paziente, un fine intellettuale”? Sarebbero state gradite due parole di chiarimento al riguardo.
Verdone, Lei è piuttosto critico con i film che parlano della vita dei Santi: ci spiega perché?

Intanto ho molto da dubitare sulla fedeltà della sceneggiatura di certi film alla reale vita dei Santi. Poi penso – ma la mia è un’opinione personale – che i Santi andrebbero lasciati in pace. Invece se ne fa spesso oggetto di share e di cassetta, con prodotti che non condivido affatto. Lo scriva pure, non farò mai un film sulla vita di un Santo o di un Papa: mi considero inadatto, un servo inutile.
Sbaglio o Gesù di Nazareth ha invaso librerie e autogrill per essere venduto? Ha scalato le classifiche parlando di Gesù? E chi l’ha scritto? Gesù non merita di essere lasciato in pace?

(Ridateci Don Alfio!)

venerdì 28 marzo 2008

Adriano Pessina sulla gravidanza di Thomas Beatie

Ecco le prime reazioni alla gravidanza di Thomas Beatie. Auguri di cuore a tutti e tre: ne avranno, temo, bisogno – scriveva Giuseppe qualche giorno fa.
Adriano Pessina dichiara che la scelta di Thomas è problematica dal punto di vista psicologico e “fermamente criticabile l’aspetto etico”.

E prosegue:

Nel momento in cui si è voluto dare risalto a questa notizia si è cercato di ottenere una sorta di riconoscimento pubblico di una decisione che appare molto grave [...] Non si tratta di formulare un giudizio sulla personalità irrisolta di chi, decidendo di essere maschio non rinuncia a essere femmina, ma di rimarcare lo sconcerto e la disapprovazione di fronte a quello che appare un abuso e anche un atto di violenza psicologica esercitata nei confronti di un figlio generato per soddisfare la duplice esigenza di maternità, del signor Beatie e della moglie Nancy.
[...] Lo spazio pubblico dell’etica non può rinunciare a usare i criteri del biasimo e della lode per demarcare i confini della legittimità dell’agire umano che si esercita nella società. E in questo caso, rompendo le barriere della presunta neutralità del politicamente corretto, occorre con chiarezza biasimare e condannare questa scelta tragica di considerare i figli come un puro strumento delle irrisolte pulsioni psichiche di un individuo e di una coppia, alla ricerca confusa di esperienze che sostituiscano identità perdute. [La vicenda non deve e non può dunque essere liquidata come] un puro fenomeno di morbosa curiosità diffondendo le sconcertanti immagini del signor Beatie, né come una vicenda privata di una coppia decisamente anomala. La richiesta di riconoscimento pubblico di queste scelte, di diventare uomo e di partorire come donna richiede una valutazione altrettanto pubblica. E in questo senso non ci si può sottrarre a un giudizio negativo.
Che Pessina abbia un giudizio negativo al riguardo è chiaro. Meno chiare le ragioni della condanna. Ancora una volta non si tenta di supportare il proprio giudizio con argomenti, ma si invoca una sorta di senso comune, un sentire che dovrebbe essere diffuso e condiviso da tutti (e già questo è discutibile) e che sarebbe sufficiente a condannare moralmente una scelta senza dubbio poco comune, ma non necessariamente sbagliata. La domanda cui non si risponde è se e perché questo figlio sarà danneggiato dalle sue condizioni di concepimento e nascita. Bisognerebbe forse soffermarsi sulle capacità genitoriali di Thomas e Nancy prima di considerare questo bambino un disgraziato e destinato ad una vita infelice. Pessina sembra dimenticare che ogni decisione di fare un figlio (anche nelle circostanze normali) potrebbe essere giudicata, ma che il giudizio deve basarsi su qualcosa di più solido del luogo comune. Ma è più facile fermarsi alla semplice questione formale che in questo caso i genitori sono una donna e un transessuale come dimostrazione tautologica del male.
Essere (buoni) genitori è una questione più complessa e sarebbe utile non ridurla al gioco dei buoni e dei cattivi.

Torna ai serial killer va’

La dimensione sacerdotale trascende il singolo
Ma è proprio a questo punto che bisogna riprendere il filo di un discorso appena accennato. Giacché tutto questo si situa nel rapporto tra il singolo sacerdote e Cristo, e poiché il sacerdote è sempre un uomo speciale, irripetibile, il sacerdozio è dunque una condizione che si colloca e si consuma all’interno di un rapporto individuale con Dio? Se fosse così infatti, si dovrebbero ammettere tante variazioni del modello di Cristo quanti sono almeno i sacerdoti.
Ma così non è, perché il sacerdote è al contempo espressione della sua comunità, e dunque è servitore della Chiesa, la quale emana regole di uniformità e di coerenza tali da legare il sacerdote con la forza dell’obbedienza .
Chi non vede che può sempre insinuarsi qui un potenziale conflitto tra quanto sembra talora suggerire il maestro interiore e quanto invece richiede la Chiesa, che in taluni frangenti potrebbe essere addirittura qualcosa di antitetico? Sono i casi in cui può capitare di sperimentare le difficoltà più acute in ordine alla promessa dell’obbedienza. È avvenuto così in passato ad esempio con la dolorosa vicenda delle eresie ed è qualcosa che può accadere anche oggi. E come si risolve? C’è chi ipotizza, in casi estremi, una sorta di obiezione di coscienza. Ma questo ha senso per un sacerdote?
(Vittorino Andreoli, Sacerdote di Cristo, Avvenire, 26 marzo 2008).

L’eccentrico

mercoledì 26 marzo 2008

Si può fare la diagnosi genetica di preimpianto

Si può effettuare la diagnosi genetica di preimpianto in Italia? Sì, è legale e le coppie possono richiederla ai centri di procreazione assistita. La diagnosi di preimpianto permette di diagnosticare eventuali patologie prima che l’embrione sia impiantato, evitando così di interrompere una gravidanza avviata in caso di diagnosi prenatale infausta.
Questo è l’effetto della sentenza del Tar Lazio del gennaio passato, nonostante il silenzio avvolga un risultato quasi rivoluzionario nell’immobilità che avvolge la legge 40. La sentenza ha annullato il divieto esplicito presente nelle Linee Guida – che hanno un valore solo applicativo – ma non nella legge che prevede l’indagine clinica sugli embrioni, e l’ha definito illegittimo. Girolamo Sirchia avrebbe abusato del suo potere affidando ad un atto amministrativo il potere di una legge. La sentenza del Tar ha effetto erga omnes e riguarda tutti i cittadini.
Considerando anche le risposte positive dell’ordinanza di Firenze e della sentenza di Cagliari (in risposta alla richiesta di due coppie che chiedevano la diagnosi di preimpainto), il filone di giurisprudenza positiva si applica sia nei casi specifici che in generale.
I centri possono dunque ignorare il divieto delle Linee Guida, peraltro scadute nell’agosto 2007 e in attesa di essere rinnovate per dare conto delle innovazioni tecnologiche. Si può congelare gli embrioni scartati in attesa della estinzione o di una futura terapia.
L’unico segnale positivo sul fronte della legge 40 merita di essere sottolineato: effettuando la diagnosi di preimpianto non si commette alcun reato.

(Talora anche il Tar può aiutare le future mamme, DNews, 26 marzo 2008).

martedì 25 marzo 2008

Partorita dal papà

Una premessa è doverosa: la storia che segue non è ancora stata confermata da fonti indipendenti, anche se la rivista che l’ha ospitata avrebbe ribadito la sua veridicità al National Post. Ma in casi come questi le reazioni, che prevedibilmente ci saranno, hanno un loro interesse che forse supera persino quello della storia in sé.

Il numero dell’8 aprile di The Advocate, la più antica rivista della comunità LGBT americana fra quelle ancora oggi pubblicate, ospita un articolo di Thomas Beatie, un americano che vive in Oregon con la moglie Nancy («Labor of Love»). La coppia aspetta una bambina, che dovrebbe nascere all’inizio di luglio. La gravidanza però non è portata avanti da Nancy, che a causa di una grave endometriosi era stata sottoposta 20 anni fa all’asportazione dell’utero, ma bensì da Thomas (nella foto qui a fianco).

Thomas Beatie è legalmente maschio, e legalmente sposato a Nancy; ma è un transessuale: in origine era una donna. Si è sottoposto alla ricostruzione del seno e a cure ormonali, ma non ha subito altre operazioni (che nel passaggio F > M sono in genere insoddisfacenti e quindi raramente eseguite). Per prepararsi alla gravidanza ha sospeso le iniezioni ormonali che praticava una volta ogni due mesi, e dopo otto anni di pausa ha ricominciato ad avere un ciclo mestruale. Non sono stati necessari farmaci per aiutare la gravidanza, anche se un primo tentativo si era risolto in una gravidanza ectopica, che aveva dovuto essere interrotta. L’inseminazione è avvenuta a casa, col seme di un donatore acquistato presso una banca del seme.

La coppia è stata ostacolata da molti medici, e ha ricevuto ben poca comprensione anche in ambito familiare. Il fratello di Thomas, dopo il primo tentativo andato a vuoto, avrebbe commentato: «È meglio che sia andata così. Chissà che razza di mostro sarebbe venuto fuori».
Thomas afferma nell’articolo:

Volere un figlio biologico non è un desiderio né maschile né femminile, ma solo umano. […]
Cosa si prova ad essere un uomo gravido? È incredibile. Nonostante il fatto che la mia pancia stia crescendo con una nuova vita dentro di me, continuo ad essere con sicurezza l’uomo che sono. […] La mia identità di genere come maschio è costante. […] Sarò il padre di mia figlia, e Nancy sarà sua madre. Saremo una famiglia.
Auguri di cuore a tutti e tre: ne avranno, temo, bisogno.

La strategia di Assuntina

Un lungo articolo di Assuntina Morresi traccia le linee strategiche della parte più intellettualmente sofisticata del movimento integralista pro-life italiano («Una battaglia per la vita a trent’anni di distanza», ilsussidiario.net, 17 marzo 2008). Si tratta di un documento rivolto al dibattito interno, che omette per una volta la propaganda destinata alle masse. Vediamo per esempio la parte dedicata alla pillola abortiva:

In diversi punti la legge 194 permette di intervenire per diminuire il numero degli aborti.
1. Non è basata sull’autodeterminazione della donna. La legge svedese ad esempio lo è, quando dice che fino a 18 settimane di gravidanza la donna può abortire su richiesta, “senza dover fornire motivazioni”. La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico. Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire, dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione - sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento. Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui incontrare le donne diventa impossibile. Certamente la 194 è una legge ipocrita, perché è basata su un compromesso: si può applicare in maniera molto restrittiva o molto allargata, sta a noi l’intelligenza di farla applicare correttamente.
Nessun accenno alla «pericolosità» della pillola; quello che emerge è il vero motivo dell'opposizione degli integralisti (che Bioetica aveva segnalato già da tempo).
Un articolo, questo della Morresi, da studiare con cura: conosci il tuo nemico, se lo vuoi sconfiggere.

lunedì 24 marzo 2008

Il cane che scimmiotta la preghiera

Già, perché dire che sa pregare sembra davvero esagerato. Più che per la meditazione, come afferma il suo padrone, questo chihuahua è pronto per il circo.

194. Non toccarla


Alcuni ci hanno messo la pancia (aggiungo la mia da qui). Per difendere la conquista e l’applicazione di un principio di libertà.
194. Non toccarla.

venerdì 21 marzo 2008

Avvenire torna a mentire

Sull’inserto «È Vita» del quotidiano dei vescovi si leggevano ieri queste rivelazioni (E.D.S., «“Salute in pericolo”. Se si abortisce», Avvenire, 20 marzo, p. III):

Abortire costituisce un dramma e fa male alla stabilità psicologica delle donne, in molti casi portando persino alla depressione. È quanto rivela una ricerca condotta dal «Royal College of Psychiatrists», l’associazione che riunisce gli psichiatri dell’Inghilterra e dell’Irlanda, secondo cui è fondamentale informare le donne che intendono interrompere la loro gravidanza dei rischi che corrono. I risultati dell’inchiesta sfidano una vecchia convinzione: che una donna sarebbe più vulnerabile psicologicamente se costretta a portare avanti una gravidanza indesiderata. […]
Secondo dati riportati dal Sunday Times, oltre il 90% delle interruzioni di gravidanza (ben 200 mila all’anno in Gran Bretagna, un Paese peraltro con un elevato tasso di ricorso alla contraccezione) vengono effettuate dopo una valutazione del medico secondo la quale andare avanti causerebbe traumi psicologici alla donna. Ora però l’Ordine degli psichiatri sostiene che potrebbe essere vero il contrario: le donne rischiano una seria depressione se mettono fine alla loro gravidanza.
Andiamo allora sul sito del Royal College of Psychiatrists. Quella a cui Avvenire fa riferimento come a una «ricerca» è in realtà una dichiarazione («Position Statement on Women’s Mental Health in Relation to Induced Abortion», 14 marzo 2008) che, tolto il prologo, riporto integralmente (i corsivi sono miei):
The Royal College of Psychiatrists is concerned to ensure that women’s mental health is protected whether they seek abortion or continue with a pregnancy.
Mental disorders can occur for some woman during pregnancy and after birth.
The specific issue of whether or not induced abortion has harmful effects on women’s mental health remains to be fully resolved. The current research evidence base is inconclusive – some studies indicate no evidence of harm, whilst other studies identify a range of mental disorders following abortion.
Women with pre-existing psychiatric disorders who continue with their pregnancy, as well as those with psychiatric disorders who undergo abortion, will need appropriate support and care. Liaison between services, and, where relevant, with carers and advocates, is advisable.
Healthcare professionals who assess or refer women who are requesting an abortion should assess for mental disorder and for risk factors that may be associated with its subsequent development. If a mental disorder or risk factors are identified, there should be a clearly identified care pathway whereby the mental health needs of the woman and her significant others may be met.
The Royal College of Psychiatrists recognises that good practice in relation to abortion will include informed consent. Consent cannot be informed without the provision of adequate and appropriate information regarding the possible risks and benefits to physical and mental health. This may require the updating of patient information leaflets approved by the relevant Royal Colleges, and education and training to relevant health care professionals, in order to develop a good practice pathway.
These difficult and complex issues should be addressed through additional systematic reviews led by the Royal College of Psychiatrists into the relationship between abortion and mental health. These reviews should consider whether there is evidence for psychiatric indications for abortion.
Come si vede, i rischi evidenziati riguardano solo donne con patologie psichiatriche preesistenti, e si estendono inoltre anche alle donne che scelgono invece di continuare la gravidanza. Per il resto, si auspicano al massimo nuove ricerche, visto che la questione degli effetti negativi dell’aborto sulla salute mentale rimane ancora «da essere pienamente risolta». Le donne devono essere informate dei rischi ma anche dei «benefici» delle loro scelte.
Domanda: da dove ha tratto invece Avvenire la conclusione che «abortire costituisce un dramma e fa male alla stabilità psicologica delle donne»? Nella dichiarazione non se ne trova la minima traccia. Altra domanda: quanto costa ai cittadini italiani in contributi finanziari questo foglio bugiardo?

giovedì 20 marzo 2008

Casual chic e disinvolti. Ecco il look dei politici

Pierferdinando Casini compare in abito scuro perlopiù, accanto a slogan come: “Forti delle nostre idee” e “I veri valori non sono in vendita”. Completo e cravatta austeri a garanzia del suo impegno. Però i giovani potrebbero sentirsi distanti dal leader dell’Udc. E allora eccolo in giubbotto di pelle, maglione senza cravatta, camicia con un paio di bottoni slacciati. Un tocco casual per ammiccare alla fetta meno impomatata del suo potenziale elettorato.
Daniela Santanchè, candidata de la Destra – Fiamma tricolore, dimostra un notevole buon gusto nelle scelte vestiarie: tailleur e camicie indossati con personalità e naturalezza. Tuttavia si lascia tentare dagli scatti d’autore e compare in versione anni ’30, aspirante Greta Garbo con tanto di boa o collo di pelliccia, per la gioia degli animalisti, o addirittura in calze a rete a maglia larga. Il tutto in un bianco e nero retro e con uno sguardo seduttivo.
Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No, grazie” ha minacciato di esporre le sue nudità più intime per dimostrare una presunta Sindrome di Klinefelter, in seguito smentita (la piccolezza dei genitali avrebbe dovuto esserne la dimostrazione). Scampato tale pericolo gli si perdonano volentieri i completi lievemente sformati e le giacche in velluto a coste larghe che gli cadono malamente addosso.
Silvio Berlusconi alterna volentieri avvolgenti foulard (versione invernale della bandana) ai più seriosi abiti da candidato premier, amati invece molto da Walter Veltroni, impeccabile – ma anche sportivo – perfino nell’estenuante “giro dell’Italia nuova” a bordo di un autobus verde smeraldo.
Fausto Bertinotti con il suo borsello policromatico sovrapposto e intrecciato alla cravatta, il taglio perfetto di stoffe preziose e il sigaro, spesso spento, non sarebbe fuori luogo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquéz, in quella atmosfera resa immobile dal caldo e dal frinire incessante delle cicale.
Franco Grillini, candidato sindaco a Roma, ha come concorrenti Francesco Rutelli (immortalato da “Libero” in una tutina da far invidia a Fausto Coppi su una bicicletta con il cavalletto tirato giù) e Gianni Alemanno, rigorosamente in nero – giacca o pullover che sia. Sul fronte dello stile Grillini sbaraglia la concorrenza distinguendosi per la scelta di camicie e t-shirts, nonché per osare spesso indossare abiti rossi, anche se con qualche incertezza nell’accostamento dei colori.

Il criterio di bellezza e la scelta degli abiti
[Intervista a] Maurizio Ferraris
Professore ordinario di Filosofia Teoretica
Si potrebbe difendere il cattivo gusto nella scelta degli abiti richiamando l’importanza dell’essere rispetto all’apparire?
Sarebbe come dire che l’essere è brutto. E, se le cose stanno in questi termini, ridateci l’apparire!
Esiste un criterio di bellezza nel vestiario?
No, non credo. Immagino che l’abito non sia bello in sé, ma per come si adatta a chi lo indossa. Ed è per questo motivo che i fashion victims sono mal vestiti.
Di cosa potrebbe essere rivelatore la scelta dell’abito? Si può dire che gli abiti sono lo specchio dell’anima?
Non proprio dell’anima. Piuttosto, del compromesso tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ed è per via di questo difficilissimo compromesso che le persone eleganti sono così rare.

Segreti di Silvio, con l’aumentare dell’età capelli sempre più neri
Berlusconi, settandadue anni, incarna un vero e proprio miracolo tricologico. I suoi capelli, infatti, non solo sono di un nero corvino da far invidia ai trentenni, ma sembrano aumentare con il passare degli anni. Il miracolo consiste in un trapianto di capelli e una più tradizionale tintura. Il cavaliere sembra propendere, nel secolare scontro tra l’essere e l’apparire, per il secondo...

(DNews, 20 marzo 2008)

mercoledì 19 marzo 2008

Luca rinnovato

Una nuova ammiccante veste grafica per il nostro affezionato difensore della famiglia, della vita, del merito (il merito??).

La lista del Liechtenstein

A leggere il titolo della hp de Il Corriere della Sera ho immaginato una ennesima lista elettorale presentata da chissà chi.
E invece no: la lista è quella dei possessori di conti correnti. E in effetti questo non sarebbe rivelativo. Ma il riferimento al Liechtenstein chiarisce l’equivoco.
7 milioni di euro per la rossa Milva; insieme al suo nome

due attori che ebbero un momento di grande popolarità attorno agli anni Settanta- Ottanta.
E ancora dirigenti Eni e così via.
Ma chi altri? Luca Volontè!
Che ribatte con la sua solite verve:
Gli unici crediti che ho accumulato in Liechtenstein, sono quelli universitari, ma come si può ben immaginare non li ho potuti spendere.
Perché no? Magari avrebbe potuto chiedere la licenza elementare!

Campagna elettorale naturale?

C’è un grande assente nella politica italiana: lo scandalo a sfondo sessuale. Certo non mancano gli scandali – che ormai sembrano turbare solo pochi individui, troppo legati all’ingenua idea che l’onestà non sia roba da idioti, da perdenti. Sono quelli che si mettono in fila alla poste, per intenderci, o che parcheggiano senza usare il tagliando per i disabili di qualcun altro. Animali in via d’estinzione.
Sporadiche presenze nel festival delle candidature, nazionali o comunali, sicure o solo ipotizzate. Accerchiati da varia e discutibile umanità: dai pregiudicati agli indagati, passando per la precaria che in realtà era una “simpatizzante” di An e l’editore con la passione per la truffa e la bancarotta; per le vallette con più cosce che cervello o la principessa filopapalina. E ancora i sopravvissuti della Thyssen e l’operatrice di un call center, che fa tanto buon samaritano senza affaticarsi troppo ad affrontare seriamente la morte sul lavoro e la disoccupazione.
Mancano solo, appunto, le prostitute d’alto bordo che rovinano i mariti fedifraghi – e politici in doppiopetto – come il dimissionario Eliot Spitzer (ma chissà, forse in Italia le dimissioni non sarebbero state presentate). Eppure la promiscuità sessuale e l’infedeltà sono naturali: nelle specie animali “fedeli” tra il 10 e il 70% dei cuccioli non sono figli legittimi. C’è addirittura il sesso “a pagamento”: i macachi spulciano ogni femmina sessualmente attiva, tralasciando quelle vecchiotte e la propria consorte, nella speranza di accoppiarsi. Quelli che invocano la natura come guida morale dell’agire politico denunciano tale carenza?

(DNews, Ci manca solo lo scandaletto a sfondo sessuale, 19 marzo 2008)

Spam a sfondo sessuale


Ciao scusa ma sono terrorizzata non ti ho chiamato perchè piango e non riesco a parlare..
ti ricordi di Marcello di Modena, il mio ex dell'universita'?
Un casino guarda... non so come dirtelo.. praticamente mi hanno detto che ha fatto una pagina con delle mie foto a dir poco molto più che intime!!!
Guarda qui se non ci credi!
Era roba privata di quando si stava insieme.. mi aveva giurato di aver buttato tutto.. che stronzo!!!!
Ti prego aiutami a trovare un modo per fargli togliere tutto.. non posso neanche immaginare cosa succede se lo scopre Luca o i miei genitori!
Ha messo anche dei filmati scaricabili non ci credo... mi viene male!
Stasera ti chiamo che vediamo come fare mi raccomando non azzardarti a far girare quella cazzo di pagina!

Ciao.


ps
Ci sono ancora tonti che ci cascano?

«Questa non è una macchina!»


E invece è proprio una macchina: BigDog, un robot quadrupede da trasporto della Boston Dynamics (con fondi Darpa). Ma l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di organico è fortissima – non c’è nulla, qui, dell’artificialità quasi infantile di Asimo e di altri robot. A tratti si ha la sensazione che sia stato compiuto qualche arcano esperimento di biotecnologia, con le zampe di un mulo innestate in un corpo di metallo.
Ne sentiremo riparlare, penso.

(Hat tip: Estropico.)

martedì 18 marzo 2008

Cicciobello impara ad andare in bicicletta


Dal blog di Alessandro Gilioli che cita Libero controvoglia (si capisce) ma con una motivazione ferrea:

la foto di Rutelli che finge di pedalare con il cavalletto abbassato è un piccolo capolavoro.

Ashley: Pillow Angel (1 anno dopo)

Di Ashley si parlò molto poco più di un anno fa (anche qui). Oggi i genitori (Disabled girl’s parents defend growth-stunting treatment, CNN, march 12 2008) raccontano:

It’s been a year since the parents of a severely disabled child made public their decision to submit their daughter to a hysterectomy, breast surgery and drugs to keep the girl forever small. Today, the couple tell CNN, they believe they made the right decision – one that could have a profound impact on the care of disabled children worldwide.

The Ashley treatment has been successful in every expected way – Ashley’s parents told CNN exclusively in a lengthy e-mail interview –. It has potential to help many others like it helped our precious daughter.
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Qui è possibile leggere l’intervista completa.

lunedì 17 marzo 2008

Contate fino a un miliardo

Il Foglio lancia l’ennesima iniziativa per sostenere la lista del suo direttore («Contiamo fino a un miliardo», 16 marzo 2008, p. 1):

Uno. Pausa. Due. Pausa. Tre. Pausa. Quattro. Così, senza tregua, fino a un miliardo. Centosessantaquattro. Pausa. Centosessantacinque. Pausa. Parlando a Verona nel suo tour veneto per presentare la lista “Aborto? No, grazie”, Giuliano Ferrara ha lanciato un appello “a padre Livio Fanzaga di Radio Maria, a Radio Vaticana, a tutte le radio cattoliche, quelle libere, commerciali, alle radio di stato e a tutte le televisioni” […] perché dal giorno dopo Pasqua, il 24 marzo, ospitino “una catena umana di volontari che, ventiquattro ore su ventiquattro, si avvicendino tra loro a contare da zero fino a un miliardo”. […] Scandendo bene le parole. Cento-quaranta-sette-mila-seicento-cinquanta-tre. Pausa. Cento-quaranta-sette-mila-seicento-cinquanta-quattro. Pausa. Senza commenti, con la giusta gravità. […] Un lungo elenco di numeri che verrà letto continuativamente e trasmesso dalle radio e dalle tv “in modo carsico fino e oltre il giorno delle elezioni politiche”.
Quanto ci vorrebbe per concludere questa maratona radiotelevisiva? Se si vogliono «scandire bene le parole», «con la giusta gravità» e con le pause giuste, non si può pronunciare più di una cifra per secondo; e questo solo all’inizio: già per dire «Cento-quaranta-sette-mila-seicento-cinquanta-quattro» scandendo bene le parole, con la giusta gravità – ehi, ogni numero è un bambino morto, non dimentichiamocelo! – di secondi ce ne vorrebbero almeno tre. Ma rimaniamo a un secondo per cifra; sono 60 al minuto, 3600 all’ora, 86400 al giorno. Quanto dunque per arrivare al fatidico «un miliardo»? Si arriverebbe un po’ oltre «il giorno delle elezioni politiche»: per concludere la conta si impiegherebbero circa trentuno anni e otto mesi.

Non ho il minimo dubbio che, messo dinanzi a questa piccola ma scomoda verità matematica, Giuliano Ferrara tenterebbe di volgerla a suo favore: «Ecco – direbbe – vedete l’enormità della strage? Persino noi avevamo sottovalutato la grandezza mostruosa della cifra! Tren-ta-du-e an-ni!». Ma rimane il fatto che Ferrara non ha pensato a fare il più semplice e ovvio dei controlli, prima di lanciare una proposta che rischia adesso di apparire ridicola. È questa, in fondo, la cifra del personaggio e della sua ultima impresa: la mancanza di pensiero, l’affidarsi all’intuizione e a qualche sgangherato sofisma sulla vita umana «fin dal concepimento». L’ignoranza usata come arma; l’odio per tutto ciò che sa, anche alla lontana, di intelligenza.

sabato 15 marzo 2008

Obiezione di coscienza sulla PMA

Ci mancava per la riproduzione artificiale, per prescrivere una analisi dello sperma o una mammografia. Ma ora siamo al completo. I medici invocano la propria coscienza e obiettano. Ma perché non scegliere un altro mestiere?
(Tanto per essere chiari: non esiste la possibilità di usare la coscienza per non prescrivere i farmaci che servono ai cicli di riproduzione artificiale. Sulla mammografia non credo ci sia bisogno di dirlo).

venerdì 14 marzo 2008

“Abort macht frei” (e forse la foga propagandistica rende distratti e disonesti)

Ricevo dal nostro affezionato lettore Epicuro, appassionato di storia, e molto volentieri posto.


Da ultimo ci è tornato sopra Giuliano Ferrara, con il garbo squisito che lo contraddistingue: a suo parere, le cliniche dove si praticano aborti legali dovrebbero esporre la scritta “Abort macht frei” in assonanza con l’insegna “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) che campeggiava sui cancelli di Auschwitz. A parte l’ironia che si potrebbe fare sul tedesco maccheronico del direttore del “Foglio” (la parola “Abort” nella lingua di Goethe significa latrina, aborto si dice “Abtreibung”), è un esempio fra tanti dell’associazione tra aborto legale e nazismo che viene ripetuta sistematicamente dalla propaganda clericale e ateo-devota. Ecco come ha esposto questo argomento Antonio Socci, in un’intervista al “Corriere della Sera” (13 febbraio 2008):

La legalizzazione dell’aborto è un portato del pensiero totalitario. Il primo Paese a riconoscere quel diritto fu l’Unione Sovietica due anni dopo la rivoluzione d’Ottobre. Seguì la Germania nazista. Poi i Paesi comunisti. Solo negli anni ’70 si arrivò alle democrazie liberali.
La realtà storica è molto diversa, soprattutto per quanto riguarda il Terzo Reich. Al contrario di quanto sostiene Socci, non appena arrivato al potere Hitler inasprì le pene per il reato di aborto procurato, che erano state attenuate nel periodo della Repubblica di Weimar. Nel 1936 venne creato dal capo delle SS, Heinrich Himmler, un dipartimento speciale per la lotta contro l’omosessualità e l’aborto (notare l’accostamento) e nel 1943 si arrivò addirittura a introdurre la pena di morte per chi avesse praticato degli aborti. Lo stesso era avvenuto già prima nella Francia collaborazionista di Vichy, dove il 30 luglio 1943 fu ghigliottinata la levatrice Marie-Louise Giroud, accusata di aver fatto abortire 26 donne.
Bisogna aggiungere che l’aborto, severamente vietato alle donne ariane in buona salute, fu invece consentito, incentivato e molto spesso imposto dalle autorità naziste nei riguardi di quelle ritenute inferiori dal punto di vista razziale, perché disabili o appartenenti a popoli da eliminare o ridurre in schiavitù (ebrei, zingari, slavi). Resta però evidente che si trattava di una politica coercitiva e ispirata a criteri razziali, che non teneva minimamente conto della volontà delle donne. Un’impostazione esattamente all’opposto di quella delle leggi favorevoli all’autodeterminazione femminile in materia d’interruzione della gravidanza, contro cui si scagliano giorno e notte gli antiabortisti nostrani ed esteri.
C’è poi una postilla da aggiungere a proposito del comunismo. È vero, come scrive Socci, che nella Russia sovietica l’aborto venne liberalizzato nel 1920. Ma il polemista cattolico si dimentica di aggiungere che tornò ad essere considerato un crimine nel 1936, agli esordi del Grande Terrore, e rimase tale fino al 1955, due anni dopo la morte di Stalin. Va ricordato inoltre che il più brutale regime del blocco sovietico, quello di Nicolae Ceausescu in Romania, rimise fuorilegge l’aborto nel 1966, con ricadute devastanti per la salute delle donne, così come si può constatare vedendo il film “Quattro mesi, tre settimane e due giorni” del giovane regista romeno Cristian Mungiu, vincitore della Palma d’Oro al festival di Cannes.
Insomma, il rapporto che Socci e Ferrara vorrebbero istituire tra aborto legale e totalitarismo (tenendo conto anche della politica fieramente antiabortista del fascismo italiano) non è che l’ennesima mistificazione di una campagna senza pudore, che dice parecchio sulla condizione deprimente del dibattito pubblico in Italia.

giovedì 13 marzo 2008

Uot du iu miin?

Diana Zuncheddu, fogliante (che ironia questi de Il Foglio eh? Colpisce poi che ultimamente tutti corrano a definirsi rivoluzionari o a stabilire un qualche contatto con la Rivoluzione. A meno che non si sentano, quelli de Il Foglio, più vicini all’ordine monastico), scrivendo di blog e campagna politica descrive Bioetica come un

sito che intende occuparsi di bioetica [il corsivo è mio].
Che vorrà dire? Una specie di perifrastica attiva o un forbito modo per darci del “vorrei ma non posso”? O ancora che la vera bioetica non è certo quella di cui qui si scrive (diciamoci la verità: qui siamo troppo libertari e eugenetici e inorridiamo se si chiama un embrione bambino).
Questo atroce dubbio renderà più tetri i nostri futuri post.

ps
I profili dei foglianti sono spassosi assai.

Lista per la moratoria, punto 1

I candidati per la lista pazza (la definiscono loro così; sembra di immaginarli in un atteggiamento di scanzonata, strafottente e romantica stranezza; ma la pazzia è una cosa seria, e qui è del tutto fuori luogo invocarla) si impegnano come prima cosa a:

Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario.
Oltre al dubbio gusto del suddetto impegno, è abbastanza lampante il tentativo di sobillare il senso di colpa nelle donne che abortiscono (e che dovrebbero almeno avere il coraggio, i sostenitori della lista, di chiamare assassine – unica definizione coerente con il loro programma).
Il fatto, poi, di essere in compagnia di Formigoni e di Militia Christi in tale iniziativa non fa sorgere in loro alcuna perplessità?

mercoledì 12 marzo 2008

E figurati per noi

O come direbbero i bambini: specchio!

CNB santo subito

Con le dimissioni di Gilberto Corbellini dal Comitato Nazionale per la Bioetica il percorso verso la beatificazione è quasi compiuto.
Sarebbe bello coincidesse con la pasqua.
Amen.

Quei diritti negati di chi convive senza sposarsi

Gamal El Kammash e Marisa si conoscono nel 1986. Convivono per 21 anni, fino a quando Marisa si butta giù dalla finestra. Marisa, vero nome Michele Celeste, era transessuale; il suo corpo maschile non era il “suo” corpo.
Marisa soffriva per i pregiudizi delle persone, soprattutto dei suoi cari. Aveva tentato più volte il suicidio. Il 21 giugno 2007 aspetta che Gamal vada al lavoro e si uccide.
È sempre difficile comprendere a pieno le ragioni di un gesto tanto drammatico; è impossibile consolare chi rimane. “Nessuno mi ridarà Marisa, il suo amore e la sua compagnia. Nella mia vita era davvero tutto”, dice Gamal. Ma oltre al dolore ci sono le conseguenze che derivano dall’assenza di un riconoscimento giuridico per amori come quelli tra Gamal e Marisa.
Marisa era stata rifiutata dalla famiglia, anche negli ultimi, difficili, mesi della sua vita. Aveva spesso chiesto aiuto ai fratelli e alla madre. La madre non l’aveva voluta al capezzale perché in troppi l’avrebbero vista; la sorella le aveva chiesto di dimenticare il suo numero di telefono.
A due settimane dalla sua morte il Commissariato di Viareggio convoca Gamal su richiesta della Procura di Milano. Una sorella di Marisa vuole le chiavi della casa in cui Marisa viveva con Gamal. “Per ventuno anni hanno rifiutato la sorella e la nostra storia e ora pretendono l’eredità”, commenta amaramente Gamal. Marisa non lavorava da 20 anni perché era malata; solo Gamal si è occupato di lei, affettivamente ed economicamente. Una legge non riporterebbe Marisa in vita, ma almeno eviterebbe di sommare al dolore l’ingiustizia e la prepotenza.

(DNews, 12 marzo 2008).

lunedì 10 marzo 2008

Verità per Aldo Bianzino (16 marzo 1963 – notte tra il 13 e 14 ottobre 2007)

Il 12 ottobre 2007 le forze dell’ordine irrompono nella casa di Aldo Bianzino. Aldo vive con la sua donna, Roberta, la madre di lei e il figlio quattordicenne a pochi chilometri da Perugia. Vengono trovate alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti.
Aldo e Roberta vengono portati al commissariato di Città di Castello; poi alla questura di Perugia e infine al carcere di Capanne. Aldo si ritrova in isolamento e Roberta nel braccio femminile.
A casa li aspettano il figlio e l’anziana nonna.

Il 13 ottobre Aldo parla con l’avvocato d’ufficio (Edoardo Maglio) che poco dopo tranquillizza Roberta: “Aldo è tranquillo e in ottime condizioni di salute”. Questa ultima affermazione è confermata dalla visita medica e psichiatrica. Edoardo Miglio è l’ultima persona (o meglio, l’ultimo civile) a vedere Aldo vivo. Un detenuto afferma che Aldo è stato fatto uscire dalla sua cella due volte durante la notte tra il 13 e il 14 ottobre. Dai verbali si legge: “visita” – senza che siano indicate l’ora e la ragione della visita (strano: Aldo non è in albergo, ma in carcere).

Il 14 ottobre, poco dopo le 8 del mattino Aldo è morto. Il suo corpo è trascinato fuori dalla cella e lasciato per terra nel corridoio vicino all’infermeria. Un lenzuolo nasconde la scena agli occhi degli altri detenuti. I sanitari di turno (due donne) dichiarano di avergli fatto quattro iniezioni di adrenalina, di avere collegato il defibrillatore e praticato un inutile massaggio cardiaco per oltre venti minuti.


Continua.
Qui il pdf completo.
(Persona e Danno, 10 marzo 2008)

Verità per Aldo.

Aborto? No grazie, meglio la contraccezione orale

Manca solo un “sarebbe” dopo la virgola per essere perfetto. “Sarebbe” perché solo un quarto delle donne italiane in età fertile prende la pillola anticoncezionale e la contraccezione d’emergenza è difficile da trovare quanto un quadrifoglio. C’è ancora molta strada da percorrere insomma per poter rispondere: “meglio la contraccezione orale” (e non orale).
Una mossa in questa direzione viene dalla Commissione Salute della Donna: anticoncezionali gratuiti (anche per quelli con dosaggio di estrogeni inferiore ai 20 microgrammi) e facilitazione nel trovare la cosiddetta pillola del giorno dopo (codice verde al pronto soccorso).
Il solo nominare la contraccezione ha scatenato gli animi pudichi della nostra italietta e di quanti strepitano nel condannare gli aborti ma strepitano ugualmente davanti al solo rimedio serio (e non illiberale) per ridurne il numero: l’educazione sessuale e la contraccezione. Come si faccia ad essere contro l’aborto e al contempo contro la prevenzione di una gravidanza (e dunque la prevenzione di un possibile aborto) è difficile capire. Anzi impossibile.

Continua.

domenica 9 marzo 2008

Gabriella, non si copia!

Il blog di Gabriella Carlucci si sta rivelando una vera miniera per le investigazioni filologiche. Nei commenti al mio recente post sull’argomento, un lettore di Bioetica (Stefano, che ringrazio per averci voluto fare partecipi della sua scoperta) ha segnalato un testo del blog della Carlucci composto pressoché interamente di citazioni da opere altrui – in buona parte non dichiarate come tali. L’arte del centone conosce evidentemente ancora adepti; vediamo di ricostruire con l’aiuto del nostro lettore le fonti utilizzate dall’onorevole soubrette.

Il post della Carlucci risale al 5 febbraio scorso, e si intitola «Il cervello dipendente» (nel caso di sparizioni improvvise potrà essere reperito nella cache di Google; una copia è stata postata dalla Carlucci nel blog Valori e Libertà). Il testo si apre con una citazione da Rousseau:

Rousseau nell’Emilio scrive “Vi sono due specie di dipendenze: quella dalle cose, che è della natura; quella dagli uomini, che è della società. La dipendenza dalle cose, non avendo alcuna legge morale, non nuoce affatto alla libertà, e non genera alcun vizio; la dipendenza dagli uomini, essendo disordinata, li genera tutti, ed è per essa che il padrone e lo schiavo si corrompono scambievolmente.
La Carlucci ha dimenticato le virgolette di chiusura, ma la citazione termina qui. Sul web troviamo solo un altro testo che riporta la citazione in questa stessa traduzione: si tratta di un articolo di Alessandro Castellari e Mario Trombino, «Filosofia della libertà: “Omnis determinatio est negatio”» (Comunicazione Filosofica 4, 1998). Nulla di male; ma passiamo alla frase immediatamente successiva del post della Carlucci:
Omnis determinatio est negatio.
Questo non è più Rousseau, ma Spinoza; e la frase, come abbiamo appena visto, sta nel titolo dell’articolo di Castellari e Trombino. Andiamo avanti con la Carlucci:
Le libere regioni della vita sono dunque quelle per cui ogni mia scelta è concepita con il preciso scopo di lasciare gli altri un po’ più liberi. Ma non del tutto liberi, perché libertà assoluta è, semplicemente, il non esistere. La vita crea legami. Ma può farlo in tanti modi. Le libere regioni della vita sono quelle i cui legami permettono agli altri di elaborare nuove regole, cioè un loro stile, uno stile che esprima il loro, non il mio, essere.
Qui cominciano i guai: perché a parlare stavolta sono proprio Alessandro Castellari e Mario Trombino, ma la Carlucci non lo dice; e trascrive con tale cura che ricopia anche quello che mi sembra essere un refuso – «regioni» due volte al posto di «ragioni».
Da notare che queste parole non vengono – nel testo originale di Castellari e Trombino – subito dopo la citazione di Rousseau, ma molto più avanti: sarebbe stato quindi molto difficile confondersi. Vogliamo dare il beneficio del dubbio alla nostra Gabriella? Vogliamo pensare che fosse stanca, quel giorno, e che pensasse di trovarsi di fronte a una lunga, lunghissima citazione di Rousseau? Ma allora che dire del seguito del paragrafo (sempre nel suo post):
Essere dipendenti da qualcosa, da una sostanza o da un’attività, porta con sé una limitazione della propria libertà e delle capacità di scelta. Riacquistare indipendenza e autonomia necessita una consapevolezza, volontà e autostima.
Queste parole si trovano identiche (a parte l’articolo indeterminativo davanti alle ultime due) in una pagina del sito dell’associazione Radix della Svizzera Italiana; sito ed associazione che però la Carlucci non menziona in alcun modo. Da un’altra pagina dello stesso sito proviene l’inizio del paragrafo successivo del post della nostra Gabriella:
la società attuale risulta insopportabile per molte persone che non sanno più come comportarsi. Spesso ci sembra di disporre di una libertà d’azione talmente limitata che rinunciamo all’idea di voler cambiare qualcosa. E’ comunque un dato di fatto che una società in cui ognuno può partecipare, riduce il pericolo delle dipendenze. Partecipare attivamente alla vita sociale è una chiave per ottenere una società con meno problemi di dipendenza e per vincere la solitudine e il senso d’impotenza. Possiamo vincerla impegnandoci in un’associazione, riorganizzando e valorizzando, per esempio, spazi pubblici (piazzette, parchi gioco) e per rendere le strade più sicure per anziani e bambini, per creare punti d’incontro per adolescenti.
Da notare come la citazione inizi con una minuscola, benché si trovi all’inizio di un nuovo paragrafo; il fatto è che nel testo originale era preceduta dalle parole «Con il suo carattere fortemente competitivo e i suoi gruppi di interesse», omesse dalla Carlucci. L’onorevole ha modificato impercettibilmente anche la conclusione (introducendo così un altro errore: «Possiamo vincerla» invece di «Possiamo vincerli», riferito a «solitudine» e «senso d’impotenza»), che nell’originale suonava così:
Possiamo trovare “compagni d’avventura” impegnandoci in un’associazione. Possiamo migliorare la qualità di vita impegnandoci per riorganizzare e rivalorizzare, per esempio, spazi pubblici (piazzette, parchi gioco) e per rendere le strade più sicure per anziani e bambini, per creare punti d’incontro per adolescenti, per favorire l’integrazione dei disoccupati, degli stranieri.
L’omissione di disoccupati e stranieri dal finale ci rivela qualcosa, credo, della scala di valori della Carlucci...

Il post dell’onorevole prosegue citando – questa volta esplicitamente – prima un libro e poi un aforisma di Epitteto:
Le persone dipendenti hanno come l’impressione di aver incominciato a correre un bel giorno- così riporta Maria Rita Parsi nel libro “il cervello dipendente”-per fuggire, per andare lontano ma sono sempre stanchi, come dominati da un fiatone che spezza le gambe.Non si sono mossi né liberati. Il piacere della dipendenza e’ il piacere del presente.Ed ecco che giuriamo fedeltà ad un vizio per superare il vuoto.Ogni dipendenza è una tossicodipendenza a livello chimico per il nostro corpo e a livello psichico per il nostro spirito.
Il libro poi si sofferma sull’analisi scientifica del cervello in ostaggio alle droghe, ed in particolare le designer drugs, composti creati dalla fantasia di chimici clandestini, che hanno creato appunto un design farmacologico, modificando strutture chimiche di molecole in grado di generare effetti euforizzanti già esistenti e con potenzialità d’abuso.Lo scopo di questi pazzi designers, consiste nel generare composti nuovi di facile commercio, tuttavia non presenti nelle tabelle dei composti proibiti da parte delle autorità di controllo di vari paesi.E’ sconcertante sapere che esiste addirittura il club drugs, di cui fanno parte il GHB o ecstasy liquida, la metamfetamina, il flunitrazepam ( o conosciuto come Roipnol), la ketamina e l’LSD, conosciute meglio con il nome “rape drugs”, droghe dello stupro.Ma la dipendenza negativa, definita dalla scienza addiction, non deriva solo da sostanze stupefacenti ma anche da quelle buone come il cibo, l’attività fisica, il gioco, lo shopping compulsivo. Luigi Pulvirenti, nel libro racconta come il cervello diventa dipendente, deviando in situazioni patologiche come l’anoressia .La cosa più crudele, e’ l’illusione della libertà. Epitteto al riguardo diceva:” nessuno e’ libero se non e’ padrone di se stesso”.
Cosa ci ricorda questo passo? Il vezzo di scrivere «e’» al posto di «è», pur usando allo stesso tempo le altre lettere accentate; lo spazio bianco dopo la parentesi: «( o conosciuto come Roipnol)»; la punteggiatura approssimativa («Lo scopo di questi pazzi designers, consiste», «Luigi Pulvirenti, nel libro racconta», «La cosa più crudele, e’ l’illusione della libertà»), sono segni inconfondibili che chi ha scritto queste righe è l’autore del post che ho esaminato la volta scorsa, e che adesso sono più propenso a identificare con la stessa Carlucci (il che apre prospettive inedite, tutte da esplorare).
Da notare il buffo equivoco sull’espressione inglese «club drugs», che la Carlucci (o chi per lei) sembra interpretare come «il club delle droghe» (con tanto di soci...) invece che come «droghe da club»; ci apre invece uno squarcio di interesse umano sulla personalità dell’autrice il fatto che «lo shopping compulsivo» sia annoverato fra le «sostanze [sic] buone», seppur a rischio di addiction...

Siamo giunti alle righe finali:
Potrà sembrare una frase fatta ma se vogliamo essere felici, possiamo esserlo ora poiché la chiave della felicità e’ nascosta dentro di noi.
Sarà almeno questa «frase fatta» opera di Gabriella Carlucci? Macché, Stefano ha scovato anche in questo caso l’autore nascosto: è Anthony De Mello, autore di Messaggio per un’aquila che si crede un pollo e altri best-seller.

In conclusione rimane un unico dubbio: cosa avrebbe detto e fatto la Carlucci, se Luciano Maiani avesse combinato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile a questo?

Aggiornamento: sempre Stefano ci comunica che l’onorevole è, a quanto pare, recidiva.

Aggiornamento 17/3/2009: grazie ad Anna Masera per la citazione.

Ultimissime da totovoto

Boselli per Clemente Mastella capolista in Campania.
Per i valori e per Casini ecco Alessandra Borghese (pardon, la principessa; e si scopre presto che principessa è la cosa migliore che si possa predicare di lei; predicare non nel senso di prece).
Lady Fede per il popolo della libertà.
Massimo Calearo per il PD.
Si può chiedere asilo politico per tutto questo?

Saraceni e Bertolini contro (non si sa bene cosa, ma contro)

Proposte rivoluzionarie da parte di Livia Turco in data 8 marzo (che cattivo gusto): gratuità di alcune pillole anticoncezionali e facilitazione (diciamo pure accesso, perché è difficile parlare di facilitazione).
Nonostante la leggerezza della proposta ci sono i soliti che strepitano contro un fardello inesistente.
Vincenzo Saraceni (presidente dei medici cattolici - AMCI) è spaventato dalle terribili conseguenze della proposta Turco; teme un «uso superficiale [di cosa?]. Sono contrario ad ogni pratica che porti all’aborto diretto o indiretto». Questo ci mancava: l’aborto indiretto. A quando quello telepatico o solo immaginato? Anche quello dovrebbe essere reato, non si pensa di prendersela con il proprio bambino non nato (vero Ferrara?), né si ingurgita una anticoncenzionale che si ispira alla cultura della morte, incita al sesso sfrenato e chissà quanti altri guai provoca!
E Isabella Bertolini (FI) dichiara: «Facilitare un uso scriteriato impedisce la maturazione sessuale». La maturazione sessuale? E poi perché l’uso dovrebbe necessariamente scivolare nell’uso scriteriato? Ma perché non tacciono se non hanno nulla di sensato da dire?
Perché?

sabato 8 marzo 2008

Giuliano Ferrara? No, grazie (prego)



Roma, piazza Farnese, 8 marzo 2008

venerdì 7 marzo 2008

Chi ha scritto l’ultimo post di Gabriella Carlucci?

La vicenda Carlucci non sembra voler più finire. Con l’intervento di ieri l’onorevole soubrette tocca un nuovo vertice del grottesco: un post orrendamente sgrammaticato, scritto in una lingua che sarebbe difficile definire ancora come «italiano», si conclude con un volgare insulto a freddo (che non riporto per senso della decenza) contro Luciano Maiani.

C’è, in aggiunta a questo, qualcosa di strano nel post. Lo stile – se così si può definire – non è il solito che si ritrova nel blog della Carlucci; persino il corpo dei caratteri è diverso dai post precedenti, come se qualcuno avesse incollato un testo formattato preesistente. Salta poi agli occhi una frase apparentemente assurda:

Se questo e’ un buon amministratore ditemelo voi, gli affideresti l’amministrazione del tuo giornale?
Di quale giornale si sta parlando? A chi si rivolge l’autore del testo? Di certo non a un generico lettore...
Un altro elemento anomalo, benché più sottile, è costituito dall’uso degli accenti. In tutto il post si trova costantemente la grafia «e’» al posto di «è»; in due casi l’accento viene omesso del tutto: «pubblico» (per «pubblicò»), «ne» (per «né»). Ma chi ha scritto il testo non disponeva di una tastiera priva di accenti, come si potrebbe pensare, visto che spesso usa anche lettere accentate.

Non è la prima volta che nella vicenda compare un testo con questa strana ortografia. Il 5 febbraio, sul quotidiano Libero viene pubblicato un articolo a firma di Tommaso Montesano («Gaffe sui quark e sul Papa. Ecco il nuovo capo del Cnr», p. 14), che attacca Maiani basandosi sul contenuto di una pagina web firmata col nome di David Cline, un fisico americano di chiara fama, in cui si formulano alcune delle accuse che poi la Carlucci contribuirà a divulgare. Ma Cline smentisce immediatamente di essere l’autore del sito, e obbliga il quotidiano di Vittorio Feltri a un’umiliante marcia indietro.
Il sito viene subito oscurato, ma il suo contenuto sopravvive online, in forma di file pdf. Se lo si legge con un minimo d’attenzione, si scopre che anche qui l’autore ha problemi con gli accenti: «boccio», «divento», «gesti» sono tutti verbi al passato remoto, ma privi dell’accento finale; eppure l’autore usa altrove lettere accentate (purtroppo il testo è breve e non c’è nessun esempio di «e’/è»). Anche qui l’italiano è avventuroso, ma opera chiaramente di un madrelingua.
Una coincidenza? È possibile. Volendo comunque spiegare il curioso fenomeno, si potrebbe pensare, fra le varie possibilità, a un italiano che ha usato per lungo tempo tastiere prive di accenti, come sono quelle dei paesi anglosassoni, e che si ritrova ora a disagio con una tastiera italiana. Anche alcune espressioni del post della «Carlucci» che sembrano anglismi si potrebbero spiegare in questo modo: come l’assurdo «Maiani […] che fa la scienza», che è forse un goffo calco dall’inglese «who does science» (in italiano «che si occupa di scienza», «che fa lo scienziato»).
Lo pseudo-Cline deve aver segnalato a qualcuno l’esistenza del suo sito: non avrebbe certo aspettato che venisse scoperto per caso. Non è assurdo pensare che si sia rivolto direttamente a un contatto giornalistico, a cui sarebbe stato naturale indirizzare le parole «gli affideresti l’amministrazione del tuo giornale?» (si noti che una frase di poco precedente questa, «questo e’ quanto dichiarato pubblicamente sulla rivista Nature di cui allego l’articolo», sembra provenire da un’email). Libero è citato dalla «Carlucci» nello stesso post come l’unico giornale che ha preso le sue difese.

Tutto ciò è ovviamente frutto di congettura. L’unica cosa certa è che Gabriella Carlucci porta l’intera responsabilità di quanto va pubblicando sul suo blog; responsabilità morale e, in questo caso, eventualmente anche penale.

giovedì 6 marzo 2008

Gabriella Carlucci torna in tv, per favore! Petition

Gabriella Carlucci torna in tv, per favore! Petition

Carluscci’s Bar

Con un piccolo aiuto dalla chimica

Nel numero in edicola del bimestrale Darwin si trova un mio articolo sui problemi posti dai farmaci in grado di migliorare le prestazioni intellettuali («Con un piccolo aiuto dalla chimica», Darwin, n. 24, marzo-aprile 2008, pp. 24-27). Ne riporto l’inizio:

«Un matematico è una macchina per trasformare caffè in teoremi»: questo aforisma è attribuito spesso al grande matematico Paul Erdős, ma il suo autore è in realtà Alfréd Rényi, che di Erdős era stato collega e collaboratore. La falsa attribuzione ha tuttavia un suo perché: Erdős era un forte consumatore della bevanda. Ma il caffè non era l’unico stimolante di cui faceva uso: nel 1971 gli erano state prescritte delle anfetamine come antidepressivo, che erano ben presto divenute un sostegno indispensabile alla sua creatività. Preoccupato, un amico aveva scommesso 500 dollari che si sarebbe rivelato incapace di sospenderne l’uso per un mese; Erdős aveva vinto la scommessa, ma durante quel mese aveva notato: «Prima, quando guardavo un pezzo di carta bianca la mia mente si riempiva di idee; adesso, tutto quello che vedo è un pezzo di carta bianca». Che ruolo abbiano avuto caffè e anfetamine nel rendere Erdős uno dei matematici più prolifici della storia, e uno dei pochi a rimanere creativo anche in età avanzata, rimane tuttavia oggetto di congettura.
Esistono oggi nuove sostanze capaci di migliorare le prestazioni intellettuali, e molte altre sono in corso di sviluppo. Farmaci come il Ritalin (metilfenidato) e il Provigil (modafinil), impiegati normalmente per trattare patologie come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI) e la narcolessia, hanno dimostrato modici effetti positivi anche su soggetti sani: il metilfenidato, per esempio, sembra capace di migliorare la concentrazione, e il modafinil la vigilanza, la memoria e la capacità di pianificare le proprie azioni.

Schiavi legalizzati

Alessandro Gilioli anticipa sul suo blog Piovono rane una inchiesta di Filippo Gatti sui lavoratori (leggi schiavi) extracomunitari o, per usare le parole di Gilioli, sul degrado civile e morale di un paese mezzo impazzito.
Filippo Gatti comincia così:

Chissenefrega se la deregulation nei cantieri e nelle fabbriche fa morire più operai in Italia che soldati americani in Iraq. E soprattutto cosa importa se le imprese che sfruttano il lavoro nero sono il motore dell’immigrazione illegale. Sentenza dopo sentenza, alcuni tribunali del Nord hanno creato il dipendente a costo zero. Zero assoluto: basta ingaggiare clandestini, farli lavorare come bestie. E alla fine non pagare il dovuto.

Bioetica NON sostiene Casini!

Eppure compare nei Network Blogs del sito dei suoi sostenitori.
Capisco che magari i giovani rivoluzionari si siano affidati ad un sistema automatico per captare i segnali dalla rete; oppure hanno scelto il vecchio adagio che è bene che si parli di qualcuno, bene o male poco importa.
Però, ad essere sincera, non vorrei ritrovarmi bollata come giovane (e già qui forse ci sarebbe da commentare) a favore di Pierferdinando Casini e della sua rivoluzione.

mercoledì 5 marzo 2008

Binetti britannica

Dall’Inghilterra una vicenda che mostra sconcertanti somiglianze con i fatti di casa nostra (Karen Devine, «UK MPs threaten to walk-out over hybrid embryos», BioNews, 5 marzo 2008):

Questa settimana, tre ministri cattolici del Regno Unito hanno minacciato di dimettersi in seguito alla proposta governativa di permettere la creazione di embrioni ibridi – embrioni creati con ovociti animali i cui nuclei sono stati rimpiazzati con materiale genetico umano, per essere usati nella ricerca sulle cellule staminali. I parlamentari in questione sono il Segretario ai trasporti Ruth Kelly, il Segretario alla Difesa Des Browne e il Segretario agli Affari per il Galles Paul Murphy.
Il quotidiano Daily Mirror riferisce che la signora Kelly ha legami con l’Opus Dei, e che Murphy appartiene al gruppo interpartitico pro-life.
Anche altri politici di spicco avrebbero minacciato le dimissioni, mettendo in serie difficoltà il governo di Gordon Brown.
La compatibilità degli integralisti cattolici con la democrazia liberale appare sempre più incerta.

Pierferdinando Casini for President (ovvero: la rivoluzione dei giovani)

A leggere lo slogan si prova una certa emozione: “La storia. Rivoluzione giovanile. Dalla rete la voce dei giovani”. Altro che apatia politica! Tale è l’emozione che passa qualche secondo prima di interrogarsi sull’oggetto di suddetta mobilitazione. “Sosteniamo Casini dell’Udc”. L’entusiasmo muta in sorpresa. Pierferdinando Casini, tra il richiamo alle radici cristiane e alla cosiddetta famiglia tradizionale con il bollino blu del matrimonio in chiesa (pur avendo preferito per sé un altro assetto familiare), non sembra proprio un leader politico rivoluzionario. Non basta opporsi al duopolio di Berlusconi e Veltroni – come dichiara lo stesso Casini – per costituire una novità. Né per assicurare quella rettitudine e quel coraggio di cui Casini infarcisce i suoi slogan: con Totò Cuffaro alla vicepresidenza del partito, lo scherno nei riguardi delle famiglie di fatto, la preferenza di una visione paternalistica, Casini cerca di rianimare lo scudo crociato, sofferente in seguito ad una lunga anossia, con un defibrillatore arrugginito.
I giovani per Casini leader incarnano bene i valori “tradizionali” che l’Udc vuole promuovere: si scagliano contro gli omosessuali, come se non fossero persone e cittadini come tutti gli altri, e il presunto ampio spazio concesso loro dal PD. Protestano contro le scelte “televisive” del PdL (“servono più lavoratori veri”), forse dimenticando di poter vantare Luca Volontè, che sarebbe un perfetto protagonista di una sitcom. Più che una rivoluzione sembra una controriforma prima che la riforma sia avvenuta.

(I giovani dell’Udc tradizionalisti così da sitcom, DNews, 5 marzo 2008).

martedì 4 marzo 2008

Sheldon Lee Glashow risponde ancora una volta a Gabriella Carlucci

La gag Carlucci-Maiani-Glashow-De Rujula prosegue.
Pare che Glashow (dio gli renda merito) abbia scritto una ennesima lettera per smentire le insensate dichiarazioni di Gabriella Carlucci. Carola Garin la riposta nei commenti (al numero 185).
Ne riporto un passaggio degno di essere imparato a memoria:

Scientists publish speculative results not because they are true, but because they may be true, If they refrained from publishing their speculations for fear that they may not always be true, there would be little progress in science. Even our greatest heroes, Galileo, Newton and Einstein, have published speculations that turned out to be quite false. I can supply citations, should you wish to question their scientific competence.
(Forse la nostra non sarebbe nemmeno in grado di cogliere la vena ironica).

A proposito di cure ai prematuri

È uscito da poco il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) sull’assistenza ai bambini molto prematuri. I membri del Comitato si sono espressi a larga maggioranza a favore dell’assistenza senza limiti o vincoli di nessun tipo; una posizione che ricalca peraltro un’opinione che sembra molto diffusa, e che è venuta fuori molte volte in occasione di eventi recenti: non assistere un prematuro sarebbe omicidio, e i medici devono dunque procedere per così dire d’ufficio, senza ascoltare i genitori del bambino. Anche sostenitori della possibilità di abortire hanno fatto generalmente propria questa tesi, dandola anzi per scontata, e persino alcuni che in un primo momento l’avevano rigettata sdegnati si sono poi subito corretti. Ma quanto è fondata, in realtà? Cerchiamo di scoprirlo.

Va subito detto che nel nostro paese non esiste in generale per i medici un obbligo assoluto di sottoporre un paziente a trattamento medico: condizione necessaria per ogni atto medico è infatti il consenso del paziente, come risulta in primo luogo dall’art. 32 comma 2 della Costituzione:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
In termini simili si esprimono anche il Codice di deontologia medica, alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia, e numerosissime sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale.
Naturalmente, non tutti sono capaci di esprimere il proprio consenso. In questi casi la decisione spetta al tutore; ma è ovvio che questi non può decidere arbitrariamente. Dovrà sottostare a un principio, che la Convenzione di Oviedo (art. 6, comma 1) esprime in questo modo:
Un trattamento può essere eseguito su una persona che non ha la capacità di esprimere il proprio consenso solo per il suo diretto beneficio («an intervention may only be carried out on a person who does not have the capacity to consent, for his or her direct benefit»).
Il Codice di deontologia medica reca una formulazione analoga, ma sembra anche porre una restrizione in più (art. 37):
In caso di opposizione da parte del rappresentante legale al trattamento necessario e indifferibile a favore di minori o di incapaci, il medico è tenuto a informare l’autorità giudiziaria; se vi è pericolo per la vita o grave rischio per la salute del minore e dell’incapace, il medico deve comunque procedere senza ritardo e secondo necessità alle cure indispensabili.
Ma il precedente art. 35 sembra offrire una diversa chiave di lettura, che in qualche modo riprende il dettato costituzionale sui «limiti imposti dal rispetto della persona umana»:
Il medico deve intervenire, in scienza e coscienza, nei confronti del paziente incapace, nel rispetto della dignità della persona e della qualità della vita, evitando ogni accanimento terapeutico […].
Ora, è concepibile che non prolungare con mezzi medici l’esistenza di alcuni pazienti minori o incapaci vada a beneficio di questi stessi pazienti? Che si rispetti così la loro dignità e la qualità della loro vita? Più in particolare, per venire al caso in esame: è concepibile che sospendere o non iniziare le cure a un neonato prematuro, affetto da gravissime patologie che incideranno pesantemente sulla qualità della sua vita futura, sia nel suo interesse? Non mi riferisco a patologie anche gravi, come la sindrome di Down, che però non rendono la vita indegna di essere vissuta; ma a situazioni di sofferenza insopportabile, o comunque di sofferenza grave non bilanciata da nessun aspetto positivo significativo, che la prematurità rende molto frequenti nei neonati. La questione è particolarmente lacerante nel caso di un neonato sopravvissuto a un aborto; è vero che la legge 194 evita in teoria casi simili, proibendo l’interruzione di gravidanza per motivi terapeutici quando esista la possibilità di sopravvivenza extra-uterina; ma anche restringendo i termini in cui l’aborto è oggi ammesso, casi simili si presenterebbero comunque, vista l’incertezza che spesso circonda la durata effettiva della gestazione.

Molti di noi ritengono che nel caso di un paziente adulto questa sia una verità evidente: vi sono destini infinitamente peggiori di una morte senza sofferenze. Altrettanti, se non di più, pensano che questo sia vero anche per i nostri animali, e che sia segno di egoismo prolungarne le sofferenze pur di non separarsene per sempre. Ciò che vale per esseri umani capaci di volontà autonoma e per esseri non umani privi di quella capacità, vale evidentemente anche per esseri umani incapaci.
Altri non la pensano così. La legge tace: non ci dice cosa esattamente si debba intendere per «dignità della persona» – anche se per il senso comune, oserei dire, questa espressione è incompatibile con determinate situazioni. Non si capisce comunque in base a che cosa i valori di alcuni – valori che, a ben guardare, giustificano quella che molti definirebbero come la tortura protratta di esseri umani innocenti – debbano essere imposti a tutti. Non si capisce, in altre parole, perché la decisione sul trattamento dei prematuri non debba essere demandata – all’interno di una classe ben definita di casi gravissimi – ai loro genitori. Se in questo modo si solleva un grave problema etico (che non pretendo qui di risolvere), è perché sarebbe possibile appunto per alcuni condannare i propri figli a un’esistenza di dolore senza speranza. Su questo il CNB avrebbe dovuto esprimere un parere...

Ci si può chiedere quali siano in pratica i casi talmente disperati da richiedere una pietosa omissione delle cure. Ne avevamo visto uno poco tempo fa. Si può obiettare che anche una bambina priva di occhi, sorda e costretta all’alimentazione con una sonda gastrica potrebbe avere una vita degna di essere vissuta; e anche se è difficile vedere come, se ne può discutere. Ma alla fine esistono dei casi dove il dubbio non è più possibile.
Qualche giorno fa è comparsa sul Foglio un’intervista a Eduard Verhagen, l’autore di quel Protocollo di Groningen che regola l’eutanasia dei bambini nei Paesi Bassi (Giulio Meotti, «“Non sono un mostro, io libero i bambini”», 29 febbraio 2008, p. 1). Verhagen parla di una bambina di nome Sanne:
Le era stata diagnosticata la più grave forma di Epidermolysis bullosa, uno stato incurabile e fatale, che progressivamente distrugge la pelle e auto-amputa le estremità. La pelle sarebbe letteralmente venuta via [ogni] volta che fosse stata toccata o abbracciata, lasciando in quel punto penose lacerazioni nel tessuto epiteliale. Gli strati più superficiali delle mucose della bocca e dell’esofago si staccavano ogni volta che veniva nutrita, funzione espletata per intubazione. Nel più ottimistico dei casi, avrebbe vissuto fino al suo nono o decimo compleanno, dopodiché sarebbe certamente morta di cancro della pelle. A giorni alterni si sarebbero dovute cambiare le bende, staccarle agli strati meno superficiali della pelle, strappare i tessuti di pelle appena riformatisi, lasciandola in un dolore estremo malgrado le migliori cure palliative.
Verhagen sta parlando di un caso di eutanasia: alle sofferenze di Sanne è stata posta fine con la somministrazione di farmaci adatti. Ma la stessa conclusione si sarebbe raggiunta (anche se forse meno pietosamente) con la sospensione dei trattamenti medici. Credo che anche un tribunale italiano, in base semplicemente alle norme vigenti, potrebbe (e dovrebbe) autorizzare un passo simile. E credo che la coscienza dica a ognuno di noi che questa sarebbe la cosa giusta da fare – se la coscienza non ci è stata divorata dall’ideologia.

lunedì 3 marzo 2008

Laici e cattolici



Seconda parte.

Gabriella Carlucci usa Alvaro De Rujula per prendersela con Luciano Maiani (facendo una ennesima figura di merda)

Anche Alvaro De Rujula smentisce la Carlucci (che lo aveva citato a sproposito).
De Rujula, fisico teorico del CERN di Ginevra, ha lasciato un commento nel blog della nostra fantasiosa parlamentare demolendo i suoi stupidi tentativi in 5 punti (Progetto Galileo ha verificato che fosse autentico scrivendo a De Rujula).
Un passaggio molto godibile:

In sintesi, non vedo da nessuna parte dove la lettera può essere interpretata come una critica a Maiani. Come può uno pensare che Maiani non avesse le mie stesse intenzioni?
Aveva, poveretto, la difficoltà di gestire un budget che era stato approvato con un finanziamento poco meno del necessario. E dico “un poco”. Si guardi da qualunque altra parte quanta è la differenza tra budget progettati e finalmente spesi.
Pochi laboratori, istituzioni e progetti sono capaci come il CERN di fare delle stime relativamente accurate dei costi ed a evitare di andare irremediabilmente in rosso.
Per leggere tutto.

domenica 2 marzo 2008

Ancora?!

Gabriella Carlucci, «Ma io confermo le mie accuse al fisico Maiani», Repubblica, 1 marzo 2008, p. 58 (ai soliti capi di imputazione si aggiunge stavolta un audace parallelo tra Maiani e i firmatari del Manifesto della razza. Notevole anche la puntigliosa difesa del curriculum dell’onorevole-soubrette: tra le benemerenze esibite – che le danno il diritto di dire la sua sulle credenziali scientifiche dei fisici delle particelle – figura anche il fatto di essere «moglie e madre»...).

Aggiornamento: mi era sfuggito l’ultimo post dell’onorevole, «Ecco l’errore di Maiani», Il blog di Gabriella Carlucci, 28 febbraio. Notevole la totale unanimità dei commenti (più di cento): qualcuno ha notato come sia forse la prima volta nella storia di Internet...

«Voglio un iPlant!»

An iPlant is a new kind of brain implant that could be developed in less than 10 years. It would regulate the release of monoamines in the brain, thus giving its user increased control over his or her motivation, mood, learning and creativity (see programming). Brain implants like this have been available for non-human animals for decades: for instance, they’ve been used to motivate rats to do heavy exercise and learn new behaviors (see references). The electronics and surgical procedures required for human application already exist in the form of so called deep brain stimulation treatments for movement disorders (see implant technology).
iPlants could give people the motivation to perform difficult behaviors such as physical exercise, learning or research. They might also offer a more dynamic alternative to stimulants and antidepressants, which function by regulating monoamines.
The purpose of this website is to discuss and promote the development of iPlants.

sabato 1 marzo 2008

Capolinea per le staminali amniotiche?

Ricordate le staminali amniotiche, da molti salutate come trionfo della ricerca ‘etica’ sulla malvagia tecnoscienza delle staminali embrionali? Anna Meldolesi ci informa sulle ultime novità – non troppo incoraggianti («Le cellule embrionali rimangono ancora necessarie», Il Riformista, 29 febbraio 2008, p. 3):

Sostituire il paradigma dell’aut aut con quello dell’et et. Il motto proposto da Veltroni al convegno dei cattolici del Pd funziona bene anche per la ricerca con le cellule staminali adulte ed embrionali. A confermarlo sono le notizie in arrivo da Nature Biotechnology: ricordate quando un anno fa Paolo De Coppi e Anthony Atala hanno scoperto una sorprendente versatilità nelle cellule staminali del liquido amniotico? I soliti noti hanno utilizzato questo lavoro per sostenere che delle cellule di origine embrionale potevamo tranquillamente farne a meno, e hanno interpretato questa scoperta come la dimostrazione di una tesi paradossale. Quella secondo cui i divieti farebbero bene all’avanzamento della scienza. Ora però una lettera pubblicata da un gruppo di ricercatori italiani sulla più importante rivista scientifica dedicata alle biotecnologie gela tutti questi prematuri entusiasmi: a quanto pare l’exploit di De Coppi e Atala potrebbe essere stato soltanto un petardo.
La tentazione di ripescare gli articoli sul tema di Eugenia Roccella, i commenti di Luigi Bobba, le polemiche del Foglio contro Ignazio Marino è forte, inutile nasconderlo. Ma è meglio resistere. Quella che è appena arrivata, infatti, non è una bella notizia per nessuno. Perché scopriamo di avere in mano un minor numero di carte vincenti nella difficile partita della medicina rigenerativa. E perché questo settore di ricerca rischia di perdere credibilità a forza di smentite, bufale e confutazioni.
Ma andiamo con ordine. Il lavoro che ha come primo firmatario De Coppi viene pubblicato sempre su Nature Biotechnology il 7 gennaio 2007. In tutta fretta, nell’edizione online per non aspettare l’uscita su carta. Quando si parla di staminali le riviste scientifiche sanno di poter sbarcare sui telegiornali, perciò non c’è tempo da perdere. Anche perché l’11 gennaio il Congresso americano metterà nuovamente ai voti la proposta di legge per allentare le restrizioni sulle embrionali. La cassa di risonanza, dunque, è assicurata. De Coppi e i suoi colleghi del Wake Forest Institute for Regenerative Medicine e dell’Harvard Medical School sostengono di essere riusciti a trasformare le cellule del liquido amniotico in un’ampia gamma di tipi cellulari, necessari per ricostruire gli organi e i tessuti più disparati, dalle ossa al fegato al cervello. Sembrano aprirsi prospettive entusiasmanti, anche perché gli autori dello studio rivelano di nutrire altrettanta fiducia nelle cellule della placenta, che sono assai più facili da recuperare.
Ma nella comunità scientifica iniziano a circolare ben presto i primi dubbi: quanto sono convincenti i dati portati da De Coppi e Atala a dimostrazione della pluripotenza delle cellule amniotiche? Poco. Per documentare il differenziamento in neuroni, in particolare, gli autori elencano alcuni debolissimi indizi, mentre evitano di eseguire i test potenzialmente conclusivi. È così che Elena Cattaneo, Mauro Toselli, Elisabetta Cerbai e Ferdinando Rossi prendono carta e penna e scrivono a Nature Biotechnology. Le loro contestazioni superano brillantemente la peer-review – il consueto esame da parte di un gruppo di specialisti anonimi – ma dovranno aspettare un anno prima di essere pubblicate. Evidentemente nessuno – nemmeno le riviste scientifiche – ha tanta premura quando si tratta di ammettere un errore.
De Coppi e Atala nel frattempo potrebbero aver accumulato dati più solidi, ce lo auguriamo sinceramente. Ma oggi la finestra di speranza che avevano aperto va considerata, almeno temporaneamente, socchiusa. Il guaio è che la loro parabola ha il sapore amaro di un déjà vu. Nel 1999 era stato Angelo Vescovi a far gridare al miracolo, sostenendo su Science di poter trasformare il cervello in sangue. Peccato che nessuno sia riuscito a replicare in modo convincente i dati del ricercatore del San Raffaele, che tutti ricordano come testimonial della campagna referendaria per l’astensione. Poi sullo scoglio della mancata replicazione si è infranto il sogno di Catherine Verfaillie e delle mirabolanti cellule Mapc del midollo osseo, che pure avevano avuto l’imprimatur di Nature.
Ogni volta che ci siamo illusi di poter mandare in pensione le staminali embrionali ci siamo ritrovati con un pugno di mosche. Per colpa di un certo modo di fare scienza, correndo alla ricerca dei riflettori. E per colpa di un certo modo di fare politica, tirando la giacchetta ai dati scientifici per segnare un punto di vantaggio sull’avversario. Oggi le aspettative generali sono concentrate sulle cellule Ipc del giapponese Shinya Yamanaka, che ha già visto i propri dati replicati da gruppi indipendenti ma ha davanti a sé una strada ancora tutta in salita. Il programma del Pd, che alla scienza dedica molte lodevoli attenzioni, non scioglie questo nodo. Ma se vogliono seguire Veltroni sulla via dell’et et, i cattolici farebbero bene ad archiviare come un relitto della passata stagione politica anche le richieste di moratoria sulle embrionali. Anche perché la ricerca con queste ultime, in Italia, è già severamente regolamentata.

Aggiornamento: la pubblicazione su Nature Biotechnology della lettera di Mauro Toselli, Elisabetta Cerbai, Ferdinando Rossi ed Elena Cattaneo, prevista in un primo momento per il 28 febbraio, è stata posticipata all’inizio di marzo, senza che né gli autori né il consorzio europeo EuroStemCell, che ha distribuito il press release relativo, ne fossero stati informati. Ciò spiega l’anticipo – che a qualcuno può essere sembrato inusuale – con cui agenzie e giornali hanno informato il pubblico delle critiche scientifiche mosse dai quattro studiosi italiani. Queste diverranno accessibili a tutti dal prossimo 7 marzo, assieme alle eventuali risposte di De Coppi e collaboratori.