martedì 30 giugno 2009

E sui diritti civili il Pd deve prendere una posizione

Ignazio Marino ha parlato per 9 minuti durante l’incontro dei Giovani Democratici al Lingotto di sabato. Abbastanza per elencare alcuni dei malanni che affliggono la politica italiana e l’Italia.
Una analisi lucida e spietata di quello che la sinistra, ormai schiacciata da quel “centro” che si è obbligati ad anteporle, e che il Partito Democratico non hanno saputo o voluto fare.
Nonostante le belle speranze iniziali e le promesse di cambiamento, poi il PD ha “parlato molto meno dei temi e delle persone. Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ciascuno?”, domanda Marino. Non ci si può sottrarre a queste domande, sia perché è ingiusto, sia perché è fallimentare farlo. L’ennesima sconfitta elettorale ne è la prova.
Casa, salute, lavoro. Parole travolte da interessi secondari e da contese di potere. Parole che però riguardano la maggioranza di cittadini italiani, disinteressata alle “feste alla panna montata”.
L’esempio del testamento biologico descrive bene la condizione attuale: l’impossibilità di fare una legge giusta e sensata, a garanzia delle libere scelte dei singoli in ambito sanitario. Chi dovrebbe scegliere al nostro posto? E perché? “Dov’è il problema?”, domanda Marino. Già, dov’è?
A sentirlo parlare ci si stupisce della “semplicità” del suo discorso, e ci si stupisce di trovarsi a sorprendersi per quanto dovrebbe essere scontato: diritti uguali per tutti. Ammalati, omosessuali, coppie di fatto. “I diritti civili sono di tutti”. E verrebbe anche da aggiungere che i diritti civili dovrebbero essere chiamati con il proprio nome. Non temi eticamente sensibili, ma diritti civili, appunto.
Alcuni dei quali sono stati conquistati a fatica e oggi vengono consumati da un atteggiamento pietistico e ideologico, nella vana speranza di raccattare l’approvazione delle parti più retrive e conservatrici della politica e della società italiane.
Il PD deve prendere una posizione, e la domanda con cui Marino chiude il suo breve e intenso intervento suggerisce una buona strada: “quelli che non credono che tutti abbiano gli stessi diritti possiamo a questo giro lasciarli a casa?”.

DNews, 29 giugno 2009

sabato 27 giugno 2009

RU486: sommando mele e arance

Eravamo stati, qualche giorno fa, facili profeti nel pronosticare un ricorso da parte degli integralisti alla carta della sicurezza di fronte all’imminente prospettiva del via libera alla pillola abortiva: un’ora e venti minuti dopo la pubblicazione del post su Bioetica, le agenzie rilanciavano le dichiarazioni del sottosegretario Roccella su un dossier della Exelgyn (la casa produttrice della RU-486) che riportava una serie di decessi seguiti all’assunzione di mifepristone, il principio attivo alla base della pillola abortiva. Poco dopo un’altra agenzia citava un documento redatto da Assuntina Morresi, consulente della Roccella, che – trasgredendo a quanto pare un accordo di riservatezza stipulato con la Exelgyn – scriveva fra l’altro:
Dal 28 dicembre 1988 al 28 febbraio 2009 sono riportati 29 decessi a seguito di mifepristone. Non è possibile calcolare il numero dei pazienti esposti, perché le dosi utilizzate per le diverse indicazioni sono variabili. Dodici decessi sono a seguito di ‘uso compassionevole’ e diciassette a seguito di aborto medico, confermando tutte le segnalazioni risultate dalle inchieste giornalistiche, ed aumentandone il numero.
Come valutare queste «rivelazioni», in particolare per quanto riguarda l’unica informazione autenticamente nuova, cioè quella sui dodici morti in seguito all’uso compassionevole del farmaco?
Cominciamo col dire che quasi nessuno dei 29 decessi è al momento attribuibile con certezza all’effetto del mifepristone. In alcuni casi il rapporto causale è molto probabile; in altri si tratterà verosimilmente di una concomitanza casuale di eventi, in cui solo la tendenza a cadere nella vecchia fallacia del post hoc, ergo propter hoc potrebbe far scorgere qualcosa di più sostanziale. Notiamo in particolare che con «uso compassionevole» di un farmaco si intende l’uso off label – cioè al di fuori degli impieghi approvati ufficialmente – in casi in cui non sono disponibili altri trattamenti; e in effetti il mifepristone è stato sperimentato fra l’altro nel trattamento di alcuni tipi di cancro. Sembra intuitivo che in questi casi la mortalità spontanea sia abbastanza elevata, e che il decesso possa dunque verificarsi in casuale concomitanza con l’assunzione di un farmaco.
Una seconda osservazione riguarda il tentativo più o meno velato di implicare che se i casi mortali noti sono raddoppiati allora è raddoppiata anche la mortalità. Ora, in questi casi la mortalità non va misurata in valori assoluti ma bensì in percentuale: un farmaco che causa 30 morti su 30 somministrazioni è un potente veleno, mentre uno che ne causa 30 su 30 milioni è un prodotto molto sicuro (il rischio zero, ahimè, non esiste). Allora, se vogliamo conteggiare i morti per uso compassionevole assieme agli altri, dovremo anche sommare i trattamenti totali per uso compassionevole a quelli per aborto; ma da questo segue (è algebra elementare) che, a meno che i trattamenti per uso compassionevole non siano in numero molto minore degli altri, la mortalità non raddoppia, neppure approssimativamente; in effetti, se i trattamenti per uso compassionevole fossero più numerosi degli altri (cosa, va ammesso, molto improbabile), la mortalità totale sarebbe diminuita!
Ma in fondo – e veniamo alla terza, fondamentale osservazione – questi discorsi sono oziosi. I rischi di un farmaco sono sempre collegati a una molteplicità di fattori: età e condizioni di salute del paziente, altre patologie presenti, predisposizioni genetiche, modalità di assunzione, dose, interazioni con altri farmaci, etc. etc. Per questo motivo, sommare il rischio della somministrazione del mifepristone a giovani donne sane al rischio della somministrazione a pazienti terminali equivale alla proverbiale somma di mele e arance – e mi scuso se il paragone può apparire irrispettoso per le vittime. Se i rischi per patologie differenti fossero comparabili, ne seguirebbe la conclusione assurda che di ogni farmaco che si fosse dimostrato sicuro per una patologia si potrebbe approvare l’uso off label per qualsiasi altra patologia e per qualsiasi altra classe di pazienti senza bisogno di testarne daccapo la sicurezza. Eppure Morresi & Co., quando pensano che faccia loro comodo, dimostrano di conoscere la distinzione fra i rischi connessi a usi differenti di uno stesso farmaco: sempre a proposito dell’aborto farmacologico, si odono spesso le loro alte strida perché il Cytotec, la prostaglandina che serve a espellere l’embrione dopo l’assunzione del mifepristone, è ufficialmente registrato solo come gastroprotettore, non come abortivo.
Se non sapessimo nulla dei rischi dell’uso del mifepristone come abortivo, allora i rischi legati al suo uso in campi diversi potrebbero forse servire da prima, grossolana indicazione; ma non è questo il caso. In Francia, per dirne una, il mifepristone è usato dal 1988 nell’aborto medico. Dal 1992, da quando cioè viene usato in associazione con misoprostol (cioè Cytotec) o gemeprost (un’altra prostaglandina), perlopiù secondo il protocollo che verrà usato anche in Italia, i trattamenti effettuati sono stati più di un milione; su questi, il numero di vittime è stato esattamente pari a zero. Zero. Ma di questo gli integralisti non amano parlare...

mercoledì 24 giugno 2009

Carlo Alberto Defanti: nessuna violazione deontologica

Eluana, scagionato il neurologo Defanti: nessuna violazione deontologica, 22 giugno 2009, AdnKronos.
La decisione dell'Ordine dei medici: archiviato il 21 maggio il fascicolo che riguardava il neurologo dell'Englaro, la ragazza morta dopo 17 anni di coma. Secondo il collegio giudicante di Bergamo non c'erano sufficienti elementi per procedere

"Non si è aperto un procedimento disciplinare - precisa - perché il collegio giudicante, composto da 15 camici bianchi, ha ritenuto che non ci fossero elementi sufficienti". Ma Pozzi non può fornire altri dettagli. "In un procedimento disciplinare vero e proprio - spiega Pozzi - c'è il diritto, di chi ne ha interesse, a conoscere le motivazioni. Nell'archiviazione, invece, solo il diretto interessato può chiedere di conoscere la documentazione".

Pozzi spera che ora si plachino le polemiche su un caso che "ha fatto prevalere, nei sostenitori dell'uno e dell'altro schieramento toni violenti e aggressivi, non raggiunti nemmeno dalle tifoserie del calcio più estremo".

venerdì 19 giugno 2009

L’ora della RU?

Marzio Bartoloni, «Via libera alla pillola abortiva» (Il Sole 24 Ore, 19 giugno 2009, p. 23):
Dopo un’attesa durata quasi 600 giorni la pillola abortiva, la Ru 486, incasserà il via libera dall’Agenzia italiana del farmaco entro fine giugno.
A meno di nuovi colpi di scena la pillola della discordia sarà, infatti, all’esame del Cda dell’Aifa a fine mese. E l’autorizzazione per il mercato italiano è pressoché scontata, dopo che martedì scorso si è trovato l’accordo con l’azienda produttrice, la Exelgyn, sul prezzo del medicinale. Un passaggio delicato, questo, che finora aveva fatto slittare più volte l’annunciato via libera atteso in un primo momento per la primavera dell’anno scorso dopo l’avvio della procedura iniziata il 10 novembre del 2007. A questo punto tutti i passaggi formali e burocratici, tranne appunto il sì del Cda, sono stati superati e trattandosi di una procedura europea di mutuo riconoscimento – la Ru 486 è già venduta nella maggior parte dei Paesi Ue oltre che negli Usa – non sarà più possibile bloccare l’«Aic» (l’autorizzazione all’immissione in commercio).
Difficile dire se ci sarà qualche estremo colpo di coda degli integralisti; da tenere d’occhio in particolare il duo Sacconi-Roccella, il cui senso della legalità ha mostrato la propria (scarsa) misura nelle ultime fasi del caso Englaro.
Un tentativo, se avverrà, si giocherà probabilmente sul terreno della sicurezza. Risale quasi esattamente a un mese fa un articolo di Assuntina Morresi – la mente che sta dietro a molte delle iniziative della Roccella – in cui si alludeva un poco oscuramente a nuove «stime» delle morti attribuite alla pillola abortiva che sarebbero state contenute nella documentazione inviata dalla ditta produttrice all’Aifa, che però «ufficialmente non conferma di averli ricevuti» («Almeno trenta donne già uccise dalla pillola abortiva», Il Foglio, 22 maggio, p. 1; in realtà le morti attribuibili con qualche sicurezza alla RU-486 sembrano dipendere nella quasi totalità da una modalità di somministrazione diversa da quella che verrà usata in Italia). Aggiungeva sibillinamente la Morresi: «Potrebbero essere resi pubblici dopo il 10 giugno, data della convocazione del comitato tecnico che si occuperà di valutarli e di decidere come e se prenderli in considerazione». A quanto pare il comitato tecnico ha deciso di non prenderli in considerazione – ammesso che esistessero effettivamente. Vedremo nei prossimi giorni se salteranno fuori da qualche altra parte.

Aggiornamento 22:40: la profezia – peraltro abbastanza scontata, una volta noti i precedenti – si è avverata a tempo di record (la prima agenzia che preannunciava le mosse della Roccella è un’Ansa delle 15:02, un’ora e venti minuti dopo il mio post).
Roma, 19 giugno, 20:42 - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Ventinove morti a fronte dei 16 decessi attribuiti ufficiosamente alla pillola abortiva RU486. È questo il nodo principale della nuova documentazione che il ministero del Welfare ha inviato al Comitato tecnico scientifico dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per avere ulteriori chiarimenti sul farmaco. La documentazione, in possesso dell’ADNKRONOS SALUTE, è stata stilata dalla consulente del sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, Assunta Morresi, alla luce delle risposte avute dalla stessa azienda produttrice della contestata pillola, l’Exelgyn, che di fronte alle questioni poste dal ministero ha inviato nuovo materiale sul farmaco. «Dal 28 dicembre 1988 al 28 febbraio 2009 – si legge nel documento – sono riportati 29 decessi a seguito di mifepristone. Non è possibile calcolare il numero dei pazienti esposti, perché le dosi utilizzate per le diverse indicazioni sono variabili. Dodici decessi sono a seguito di ‘uso compassionevole’ – si legge ancora nel documento – e diciassette a seguito di aborto medico», «confermando tutte le segnalazioni risultate dalle inchieste giornalistiche, ed aumentandone il numero. È poi segnalato – sottolinea il documento – un caso di amputazione parziale di una gamba, a seguito di una infezione dopo aborto medico». «L’applicant – scrive Morresi riferendosi all’azienda produttrice – non ritiene sussistere alcun legame tra i decessi segnalati e la somministrazione di mifepristone. Tale segnalazione però muta completamente il quadro di riferimento del farmaco. I dati comunicati attualmente dalla ditta non sono a conoscenza dell’opinione pubblica, e non sappiamo quali e quanti siano noti ad Emea», l’ente regolatorio europeo, «e Fda», il corrispettivo statunitense. Altri punti critici segnalati nel documento inviato all’Aifa riguardano il mancato esame della letteratura che effettua nuove stime sulla reale efficacia dell’aborto medico; e le lacune sul fronte degli effetti collaterali conseguenti all’uso del farmaco.
Da notare che la nuova documentazione era stata fornita dall’azienda al sottosegretario a condizione di non essere resa pubblica (Adnkronos delle 15:54). Vatti a fidare della Roccella...
Domani, se riesco, un’analisi delle ultime ‘rivelazioni’.

Intanto altrove...

Vincenzo Savignano, «“Blindato” il testamento biologico» (Avvenire, 19 giugno 2009, p. 26):
Dopo una lunghissima discussione, durata anni, il Bundestag ha dato il via libera alla legge che regolerà in Germania il testamento biologico che esiste già da anni. In futuro i medici dovranno obbligatoriamente attenersi alle indicazioni scritte e controfirmate dal paziente nella sua Patientenverfügung (Testamento biologico). Desta dubbi e perplessità il fatto che la nuova normativa non prevederà più una distinzione tra malattie curabili ed incurabili: «Conterà sempre e comunque la volontà der paziente», ha sottolineato Joachim Stünker, l’esperto di diritto della Spd che ha visto accogliere la sua proposta di legge, votata da 320 deputati su 566 votanti, 240 i contrari. La nuova normativa, inoltre, prevede che, nei casi in cui non ci sia un Testamento biologico, la decisione di proseguire o meno le cure possa essere affidata ai medici o ai fiduciari del paziente e, nell’eventualità che questi ultimi non siano in grado di giungere ad una posizione unanime, l’ultima parola spetterà al giudice tutelare.
Visto il tono accorato, viene quasi da pensare che la redazione di Avvenire abbia per un attimo considerato la possibilità di listare a lutto la pagina (la Germania era stato fin qui un paese abbastanza ‘affidabile’ in tema di bioetica)...
Da notare come i sofismi da quattro soldi non imperversino solo in Italia:
Ha espresso i suoi dubbi sulla decisione presa dal Bundestag anche il presidente della Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, attraverso un comunicato diffuso sul sito Internet della Conferenza episcopale di Germania. «Esprimiamo i nostri dubbi poiché le decisioni prese da una persona anticipatamente non è detto che siano le stesse nel momento in cui si ammala».
Ma se una persona si ammala e rimane cosciente, allora il testamento biologico non si applica: è uno strumento che vale solo per i malati in stato di incoscienza. Viceversa, se la persona si ammala e perde coscienza, allora non può cambiare idea; l’approssimazione migliore della sua volontà rimane quella espressa a suo tempo nel testamento biologico.

giovedì 18 giugno 2009

Come far confusione fra trattamento e cura

La dichiarazione della FNOMCeO (la Federazione degli Ordini dei Medici), che ha definito la nutrizione artificiale come trattamento sanitario, sembra aver gettato nel panico il fronte integralista: fra ieri e oggi sono decine – alla lettera! – gli articoli dedicati da Avvenire all’argomento. In mezzo a tentativi un po’ patetici di mostrare come la possibilità per i pazienti di rifiutare la nutrizione artificiale aumenterebbe in realtà il potere dei medici, e altri argomenti del genere, spicca – almeno relativamente – l’editoriale di Assuntina Morresi («L’ombra della politica più che i dati della scienza», 17 giugno 2009, p. 2). Diamogli un’occhiata.
nel testo si legge che la nutrizione artificiale è un trattamento medico «in grado di modificare la storia naturale della malattia». Ma la nutrizione, di per sé, non può modificare l’evolversi di una malattia: i gravi danni neurologici per cui spesso si rende necessaria l’alimentazione assistita non si modificano – purtroppo – con apposite diete. Non è stato il sondino naso gastrico a permettere ad Eluana, nei suoi diciassette anni di stato vegetativo, di mantenere il ritmo sonno/veglia, respirare autonomamente, e via dicendo: la storia naturale della sua malattia è stata modificata dall’intervento di rianimazione effettuato dopo l’incidente, e non dalla nutrizione artificiale. È proprio questo il motivo per cui la nutrizione non è una terapia: non cura niente, offre solo sostentamento. Al contrario, sospendere la nutrizione artificiale modifica sicuramente la storia naturale di ogni malato: senza mangiare muoiono tutti, indipendentemente dall’esistenza o meno di una patologia.
L’errore logico nel ragionamento della Morresi è abbastanza evidente; se il lettore l’avesse mancato la prima volta, basterà rileggere il brano una seconda volta. Trovato? Esatto: è proprio l’equiparazione fra modifica della storia naturale della malattia e cura o terapia. Esiste una miriade di trattamenti sanitari – da tutti riconosciuti come tali – che non curano, offrendo solo sostentamento. La dialisi non cura l’insufficienza renale; ma modifica ovviamente il corso della malattia: senza di essa siete morti in breve tempo. La ventilazione artificiale non è una terapia in senso stretto per l’insufficienza respiratoria; ma senza respiratore il corso della malattia è rapidamente fatale. Il pacemaker non vi fa sparire la bradicardia. La nutrizione artificiale non cura i danni cerebrali che vi impediscono di nutrirvi autonomamente; ma come nota la stessa Morresi, «sospendere la nutrizione artificiale modifica sicuramente la storia naturale di ogni malato: senza mangiare muoiono tutti» (va scontata ovviamente la generalizzazione tendenziosa: non ogni malato è sottoposto ad alimentazione artificiale, ma solo quelli la cui patologia consiste, fra l’altro, nell’incapacità di alimentarsi da soli).
Non è un caso, insomma, se la Costituzione, all’art. 32, parla di «trattamento sanitario», non di cura o terapia. Senza dimenticare, naturalmente, che esistono anche altri due articoli della Costituzione, il n. 13 e il n. 2, che rendono perfettamente superfluo tutto questo affannoso cavillare sulle definizioni, visto che proibiscono rispettivamente ogni restrizione della libertà personale «se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge», e ogni legge contraria ai diritti umani, e quindi anche ogni restrizione della libertà che comunque implichi una violenza fisica o morale. Il tatuaggio non è un trattamento sanitario: forse che una legge che imponesse di tatuarsi perché così piace alla religione più diffusa nel paese potrebbe essere considerata costituzionale?
lo scorso 5 aprile a San Pellegrino Terme le associazioni dei familiari riunite nei coordinamenti nazionali La Rete - Associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite e la Federazione nazionale associazioni trauma cranico (Fnatc) hanno sottoscritto una Carta – la Carta di San Pellegrino, appunto – che definisce alimentazione e idratazione come «atti dovuti».
Un’affermazione secca, decisa, chiara: i familiari di persone gravemente disabili, che non riescono a nutrirsi autonomamente, chiedono semplicemente che ai loro cari non vengano mai a mancare cibo ed acqua. Il fatto che siano o meno terapie non è neppure preso in considerazione: evidentemente è di secondaria importanza per chi vive sulla propria pelle situazioni così difficili. Ed anche questo dovrebbe far riflettere.
Quello che dovrebbe far riflettere è questo tentativo – francamente un po’ mostruoso – di confondere ciò che è dovuto con ciò che è obbligatorio, e ciò che è libero con ciò cui non si ha diritto. Tentativo, oltretutto, compiuto strumentalizzando e spaventando «chi vive sulla propria pelle situazioni così difficili». Vergogna.

mercoledì 17 giugno 2009

martedì 16 giugno 2009

Condanne per diffamazione per Belpietro, Lorenzetto e Militia Christi. Binetti invoca l’immunità parlamentare

Radicali: caso Welby, prime condanne per diffamazione nei confronti di Belpietro e Stefano Lorenzetto (Il Giornale) e Militia Christi. La sen. Binetti, invece, si trincera dietro l’immunità parlamentare.

Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.

E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.

L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.

Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.

Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale del PD e Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Coscioni.

E con il Roma Pride torna la questione dei diritti mutilati



A qualche ora dalla conclusione del Pride romano è forse possibile riflettere su alcune questioni.
La più importante è sul senso attuale e indigeno dei Pride, soprattutto alla luce delle oziose polemiche che la ricorrenza suscita e delle difficoltà incontrate per avere il percorso. A pochi giorni dal Roma Pride, infatti, non era ancora stato indicato ufficialmente da dove si sarebbe partiti e dove si sarebbe arrivati. Tanto per dirne una.
Si diceva il senso. Sebbene eterogeneo e complesso, oggi in Italia è innegabile che sia rappresentato dalla denuncia delle ingiustizie esistenti e dalla richiesta di reale parità e uguaglianza per i cittadini GLBTQ. Dal ribadire che non possono esistere disuguaglianze in base all'orientamento sessuale di qualcuno proprio come non dovrebbero esistere per il colore della pelle, le nostre credenze, la nostra opinione politica. A meno che non vi sia un danno per qualcuno. L'orientamento sessuale non costituisce intrinsecamente un danno per nessuno, perciò non esiste una ragione che non sia pretestuosa per mantenere una situazione giuridica e culturale asimmetrica: chi è eterosessuale gode di tutti i diritti civili; chi invece non lo è, riceve diritti mutilati.
La battaglia deve svolgersi su questi due fronti, culturale e giuridico, difficile dire in che ordine temporale e di importanza. In che misura è la cultura a “imporre” una legge? O è la legge che avvia il cambiamento culturale necessario? Forse è un processo talmente intrecciato da rendere insensate queste domande, ma è indubitabile che la conoscenza sia una condizione necessaria per avviarlo: e allora i detrattori e i critici farebbero bene a conoscere le radici storiche dei Pride, il loro significato, gli orrori, passati e presenti, cui si oppongono; farebbero bene poi a conoscere il peso psichico della discriminazione e combatterlo finalmente, invece di esserne complici. In prima linea (quella della complicità) i nostri politici.
E se qualcuno si scandalizza per un culo scoperto o una provocazione festosa, ha tutta la nostra comprensione: deve già essere tanto difficile campare in un Paese come il nostro per un animo impressionabile!

(DNews, 15 giugno 2009)

domenica 14 giugno 2009

L’Ordine dei medici intravvede la luce, Calabrò resta nelle tenebre

I presidenti degli Ordini provinciali della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), in occasione del Consiglio Nazionale tenuto a Terni e appena concluso, hanno approvato a larghissima maggioranza un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e sui relativi progetti di legge. Secondo quella che è la sua tradizione quasi costante, la FNOMCeO tenta prudentemente di seguire una via mediana fra punti di vista opposti: il risultato è una dichiarazione verbosa, a tratti poco comprensibile (complice una redazione chiaramente affrettata), e piuttosto contraddittoria. Positiva appare comunque l’invocazione, nelle conclusioni finali, di «un “diritto mite”, che si limiti cioè a definire la cornice di legittimità giuridica sulla base dei diritti della persona costituzionalmente protetti, senza invadere l’autonomia del paziente e quella del medico prefigurando tipologie di trattamenti disponibili e non disponibili nella relazione di cura». Notevole anche il punto dedicato alla nutrizione e idratazione artificiali, che vale la pena di riportare per intero:
In accordo con una vasta ed autorevole letteratura scientifica, la nutrizione artificiale è trattamento assicurato da competenze mediche e sanitarie, in grado di modificare la storia naturale della malattia, calibrato su specifici problemi clinici mediante la prescrizione di nutrienti, farmacologicamente preparati e somministrati attraverso procedure artificiali, sottoposti a rigoroso controllo sanitario ed infine richiedente il consenso informato del paziente in ragione dei rischi connessi alla sua predisposizione e mantenimento nel tempo. La sua capacità di sostenere funzioni vitali, temporaneamente o definitivamente compromesse, ne motiva l’impiego, in ogni progetto di cura appropriato, efficace e proporzionato, compresi quelli esclusivamente finalizzati ad alleviare le sofferenze. In queste circostanze, le finalità tecniche ed etiche che ne legittimano l’utilizzo definiscono anche i suoi limiti, quelli sui quali può intervenire la scelta informata e consapevole, attuale o dichiarata anticipatamente del paziente e la libertà di scienza e coscienza del medico.
Sul piatto negativo della bilancia va posta invece l’assurda invocazione del «diritto all’obiezione di scienza e coscienza rispetto ai contenuti delle dichiarazioni anticipate».

Il Consiglio è stato preceduto da un convegno, sempre sul tema del testamento biologico. Uno degli intervenuti, Raffaele Calabrò, padre del disegno di legge sulle DAT, è stato intervistato ieri da Avvenire sul tema (Enrico Negrotti, «Calabrò: il mio ddl? Va avanti», 13 giugno 2009, p. 11).
Dal prevedibile florilegio di spropositi estraggo questo:
Un altro punto controverso è la vincolatività delle dichiarazioni anticipate. Viene obiettato: se non posso farle rispettare, sono quasi inutili. E sono discriminato rispetto al paziente cosciente. È così?
Direi proprio di no. Innanzi tutto la Convenzione di Oviedo dice che le volontà espresse in precedenza saranno prese in considerazione, non che saranno eseguite. E del resto questo è scontato anche nell’alleanza terapeutica con un paziente cosciente: quale medico esegue pedissequamente i voleri di un paziente, se non condivide in scienza e coscienza diagnosi e terapia?
Come si vede, vecchi argomenti, mille volte rimasticati e rigurgitati; e mille volte confutati. Pazienza, andiamo alla milleunesima.
Convenzione di Oviedo: se è vero che la Convenzione (all’art. 9, e più esplicitamente nel relativo rapporto esplicativo) non impone di seguire tassativamente le dichiarazioni del malato, è anche vero che pare impossibile dare del testo una lettura tanto minimalistica: se «prendere in considerazione» viene inteso come «leggere e poi fare di testa propria», cosa rimane della forza normativa di questo articolo? La formulazione della Convenzione è assai infelice, ma mi pare ovvio che questa vada intesa nel senso che le DAT devono normalmente essere seguite, salvo eccezioni (tipicamente, nel caso di progressi tecnici ignoti all’epoca della loro stesura). Del resto, l’interpretazione della Convenzione deve essere compatibile con la Costituzione della Repubblica, che non lascia molti dubbi, alla luce degli artt. 32, 13 e 3, sul fatto che le direttive del paziente vadano di norma rispettate.
Il volere del paziente: siamo al solito vecchio equivoco, coltivato a bella posta. Certo che il paziente non può pretendere che il medico gli faccia qualcosa che va contro la sua (del medico) scienza e coscienza: non posso pretendere, per esempio, che il mio medico di famiglia mi prescriva antibiotici per il mio raffreddore. Ma il paziente ha invece tutto il diritto di chiedere che il medico non gli faccia a sua volta quello che gli passa per la testa: il medico non può costringermi ad assumere antibiotici per la mia polmonite, se io non voglio.
Si potrebbe obiettare: ma non hai detto tu stesso più volte che fra eutanasia passiva – per omissione dei trattamenti medici – e eutanasia attiva – per somministrazione di un farmaco mortale – non c’è una rilevante differenza morale? Che nel caso per esempio di Eluana Englaro sarebbe stato anzi preferibile intervenire (se la legge l’avesse consentito) con un trattamento attivo, invece di perseguire una sospensione dei trattamenti potenzialmente penosa (almeno per chi vi assisteva dall’esterno)? Non mina questo la differenza tra fare e omettere di fare?
La risposta è: niente affatto. Chi sostiene l’eutanasia attiva non pretende per questo che il paziente abbia il diritto di afferrare il primo medico o infermiere di passaggio, di mettergli in mano una siringa di bromuro e di comandargli: iniettamelo! Pretende piuttosto che col libero accordo fra paziente e medico consenziente non interferiscano terzi; se – per assurdo – il medico consenziente non si trovasse, il paziente non potrebbe pretendere nulla da nessuno.

La lingua del liberalismo è, con tutta evidenza, quasi sempre molto facile da compitare; si vede che a Raffaele Calabrò, come diciamo a Roma, gli dev’essere morta la maestra da piccolo...

venerdì 12 giugno 2009

Buoni genitori

Copertina definitiva?

Figli di una coppia minore. Perché gay, su Giornalettismo di oggi.

Sì, ma guarda che lo dicevano anche al mercato l’altroieri: un uomo e una donna sì, un uomo e un uomo no: quelli non possono educare figli, so’ promiscui!
La letteratura in merito smentisce tutti gli isterismi al riguardo. Per i più pigri basterebbe leggere una pubblicazione a cura della American Psychological Association (APA, 2005): si intitola “Lesbian & Gay Parenting”. Ci sono molte informazioni e l’intento è chiaro e direi condivisibile: combattere gli stereotipi con i dati emergenti dalle ricerche empiriche condotte. Ci sono molti libri e molti articoli interessanti: nell’ultimo capitolo del mio libro faccio riferimento a quelli più importanti, anche italiani. Dire “non sappiamo l’effetto che fa” è un’altra miserabile scusa. Sappiamo già quali sono gli effetti del crescere con genitori gay e sappiamo che i bambini non subiscono alcun danno. L’orientamento sessuale non incide sulla capacità genitoriale.

Ma lo sai come siamo noi italiani? Checcefrega dell’American Pissicological assosiescion o come si chiama. La televisione ha detto che non si può fare. Quindi non si può fare. O no?
Chi vuole esprimere un parere sull’omogenitorialità dovrebbe prima acquisire qualche conoscenza. Non è una buona abitudine affermare “questo è sbagliato perché lo penso io”. Mi viene sempre in mente quando facevamo qualche cazzata da piccoli e per giustificarci dicevamo “me lo ha chiesto Simone (che era il più scalmanato della classe)”. Giustamente nostra madre ci rispondeva: “e se Simone ti dice di buttarti al fiume lo fai?”. Sapevamo in cuor nostro qual era la risposta, seppure per ostinazione magari sceglievamo di annuire. Non dimentichiamo che nel caso delle famiglie gay, condannare senza ragioni significa mantenere molte ingiustizie, il cui peso ricada soprattutto sui figli - in nome dei quali si urla e strepita. Ben paradossale no? Queste famiglie esistono, intrinsecamente non hanno nulla che non va. Scegliere di fare finta di niente non è una opzione possibile. Uno Stato civile dovrebbe proteggerle e contribuire a diffondere informazioni corrette; non voltarsi dall’altra parte e rendersi complice di una discriminazione.

(Continua)

giovedì 11 giugno 2009

Roma Pride 2009

Habemus iter!

Ore 15.30 partenza da Piazza della Repubblica, via Einaudi, p.zza dei Cinquecento, via Cavour, largo Corrado Ricci, via dei Fori Imperiali. P.zza Madonna di Loreto, P.zza San Marco, Via delle Botteghe Oscure, Largo Argentina, Corso Vittorio Emanuele e arrivo a Piazza Navona.

Roma Pride 2009.

martedì 9 giugno 2009

Abortions protesters

Before Dr. George R. Tiller was killed, his Wichita clinic was a regular target of abortion protesters, including this man wielding a cross at a demonstration in 2006.

(Closed Clinic Leaves Abortion Protesters at a Loss, New York Times, june 7, 2009).

domenica 7 giugno 2009

Stato secolarizzato = Stato pacifico

È uscita l’edizione 2009 del Global Peace Index, una classifica degli Stati del mondo in base al grado di violenza presente al loro interno o proiettata verso l’esterno. La classifica è stata compilata mettendo insieme 23 indicatori, che vanno dal tasso di omicidi a quello dei detenuti, e dal livello delle spese militari al rispetto dei diritti umani. Al primo posto c’è la Nuova Zelanda, seguita dai soliti noti di questo genere di classifiche: i paesi scandinavi, tutti compresi nei primi nove posti, assieme ad Austria, Giappone e Canada. L’Italia è al 36º posto (su 144), gli Stati Uniti all’83º; nelle ultime posizioni Somalia, Afghanistan e Iraq.

Su MWC News Shahram Vahdany ha provato ad incrociare il Global Peace Index con i dati presi dalla World Values Survey, relativi alla percentuale di non credenti e a quella di chi frequenta i servizi religiosi almeno una volta al mese («Atheist Nations Are More Peaceful», 4 giugno 2009). Dividendo i paesi del mondo in due gruppi di più pacifici e meno pacifici, risulta esistere una correlazione statisticamente significativa fra il grado di secolarizzazione di una nazione e la sua appartenenza a uno dei due gruppi: i paesi più pacifici hanno in media più atei e meno frequentanti degli altri. Conclude Vahdany:
Ci possono essere varie ragioni per questo risultato. Può darsi che la gente che vive in paesi più turbolenti cerchi rifugio nella religione, o che la religione non sia un mezzo adeguato per organizzare le società moderne. O può darsi che qualche altro fattore o combinazione di fattori (democrazia? libertà di parola? istruzione? welfare governativo?) generi cittadini che sono allo stesso tempo pacifici e non religiosi.
In ogni caso, questo è un altro colpo all’idea che la secolarizzazione porti al crollo delle strutture sociali. Di fatto, i paesi con più atei sono i più pacifici.
Per risultati analoghi, ma più analitici, si può vedere Gregory S. Paul, «Cross-National Correlations of Quantifiable Societal Health with Popular Religiosity and Secularism in the Prosperous Democracies: A First Look», Journal of Religion & Society 7, 2005.

sabato 6 giugno 2009

La famiglia come «società naturale»

Contro la possibilità del matrimonio omosessuale viene spesso invocato da alcuni il primo comma dell’art. 29 della Costituzione:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
L’aggettivo «naturale», si sostiene, limiterebbe l’applicazione dei diritti alle unioni eterosessuali; queste sole, appunto, sarebbero «naturali», nel senso di «normali» o di appartenenti a un mondo «naturale» contrapposto al mondo umano, ovvero a uno stato di natura contrapposto a quello di cultura. Questa però è una versione «ingenua» ed essoterica dell’argomento, contro la quale è fin troppo facile obiettare che «normale» è concetto troppo vago per avere una qualsiasi utilità morale o giuridica, e che l’omosessualità preesiste alla nascita della cultura e dell’uomo stesso (i famosi pinguini omosessuali...). In realtà, la versione originale del richiamo alla naturalità, quella che usano gli autori più smaliziati, è che per «natura» si deve intendere la finalità essenziale dell’uomo, una potenzialità intrinseca che tutti sarebbero tenuti a rendere attuale, o almeno a non ostacolare in nessun modo; per cui, per esempio, dall’esistenza di sessi opposti si deve dedurre che solo l’unione eterosessuale – l’unica conforme alla legge naturale, all’ordinamento essenziale del mondo – è buona. Tutto ciò che in natura o nella società contraddice questa finalità è per costoro un’aberrazione senza significato.
Ma esiste almeno un altro senso della parola «naturale»: ed è quello di pregiuridico, di qualcosa che precede lo Stato ed esiste indipendentemente da esso e dalle sue leggi. Con questa accezione si vuole il più delle volte rendere chiaro che fonte del diritto non è esclusivamente lo Stato, e che le leggi hanno una loro fonte di legittimazione antecedente, per cui ad esempio sarebbe giusto e doveroso condannare e combattere lo Stato che decretasse la liceità del furto o dell’omicidio. Se fosse questo il senso, non sarebbe certo immediato dedurre dall’art. 29 la proibizione del matrimonio omosessuale. Se tutti gli esseri umani aspirano «naturalmente» – cioè indipendentemente dalle concessioni dei loro governanti – a costruirsi una famiglia; se abbiamo esempi anche antichi di famiglie omosessuali (si pensi, per la stessa Italia, alle coppie costituite da donne omosessuali, comuni e non troppo nascoste anche in un passato non recentissimo); allora non si vede perché il dettato costituzionale non si debba applicare, nella mutata sensibilità odierna, anche al matrimonio omosessuale. Anzi sarebbe forse da considerare incostituzionale l’attuale limitazione; e non solo a norma degli artt. 2 e 3 della Costituzione, ma paradossalmente anche dello stesso art. 29, che parla della famiglia (senza ulteriori specificazioni) come di una associazione indipendente dallo Stato, che lo Stato non può disconoscere.
In che senso, dunque, la Costituzione parla di «società naturale»? È ovvio che nessuno dei Costituenti aveva in mente la possibilità del matrimonio fra omosessuali; ma la Carta – se vogliamo che la Costituzione sia viva e parli anche per l’oggi – va interpretata nel significato letterale del suo testo, senza restringere la denotazione dei termini da essa impiegati a quella intesa dagli autori originali. Tuttavia, quando – come in questo caso – esiste una controversia sulla connotazione di un’espressione, che può essere intesa in sensi anche opposti, pare inevitabile fare ricorso alle discussioni dei padri costituenti, per trovare un punto comune di partenza all’interpretazione.
Qui di seguito registro pertanto i più significativi interventi in sede di Assemblea Costituente, tutti rigorosamente di esponenti della Democrazia Cristiana. Mi sembra che le conclusioni da trarne siano abbastanza univoche.

Giorgio La Pira, 6 novembre 1946:
Sin dall’inizio dei lavori della Sottocommissione, nella stesura della Costituzione, si è detto che la fondamentale preoccupazione è quella di negare la teoria dei «diritti riflessi», che fu il fondamento dello Stato fascista. Lo Stato fascista, infatti, aveva come suo fondamento la teoria giuridica che tutti i diritti sono creati e concessi dallo Stato, che può ritirarli in qualunque momento. Negando questa teoria, si vuole affermare che lo Stato non fa che riconoscere e tutelare dei diritti anteriori alla Costituzione dello Stato, che sono diritti dei singoli, diritti delle società o comunità naturali. Con una dichiarazione come quella proposta, ci si ricollega alla cosiddetta tradizione giuridica occidentale che da Aristotile, attraverso il Cristianesimo, è arrivata fino ad oggi.
Affermando che la famiglia «è una società naturale» – oppure «di diritto naturale», secondo la proposta del Presidente – si afferma che la famiglia è un ordinamento giuridico e che lo Stato non fa che riconoscere e proteggere questo ordinamento giuridico anteriore allo Stato stesso.
Aldo Moro, 15 gennaio 1947:
La famiglia è una società naturale. Che significa questa espressione? Escluso che qui «naturale» abbia un significato zoologico o animalesco, o accenni ad un legame puramente di fatto, non si vuol dire con questa formula che la famiglia sia una società creata al di fuori di ogni vincolo razionale ed etico. Non è un fatto, la famiglia, ma è appunto un ordinamento giuridico e quindi qui «naturale» sta per «razionale».
D’altra parte, non si vuole escludere che la famiglia abbia un suo processo di formazione storica, né si vuole negare che vi sia un sempre più perfetto adeguamento della famiglia a questa razionalità nel corso della storia; ma quando si dice: «società naturale» in questo momento storico si allude a quell’ordinamento che, perfezionato attraverso il processo della storia, costituisce la linea ideale della vita familiare.
Quando si afferma che la famiglia è una «società naturale», si intende qualche cosa di più dei diritti della famiglia. Non si tratta soltanto di riconoscere i diritti naturali alla famiglia, ma di riconoscere la famiglia come società naturale, la quale abbia le sue leggi e i suoi diritti di fronte ai quali lo Stato, nella sua attività legislativa, si deve inchinare. Vi è naturalmente un potere legiferante dello Stato che opera anche in materia familiare; ma questo potere ha un limite precisamente in questa natura sociale e naturale della famiglia.
Lodovico Benvenuti, 17 marzo 1947:
Qui, onorevoli colleghi, abbiamo la restaurazione del diritto naturale sulla forma positiva. Il concetto è evidente: prima dello Stato, indipendente dallo Stato, esiste un diritto acquisito dei cittadini, e della famiglia in particolare, che resiste al diritto dello Stato, di fronte al quale lo Stato non ha libertà di scelta; nel quale, quindi, il diritto dello Stato non può e non deve intervenire; e, ove lo faccia, lo farà in virtù della forza di coazione di cui è munito, ma violando il diritto. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, l’articolo 147 del Codice civile fascista, ove si diceva che l’educazione e la istruzione della prole devono essere conformi al sentimento nazionale fascista: il che significava che i genitori italiani, per essere in regola con la legge, dovevano educare i loro figliuoli a detestare la libertà e a servire l’oppressione. Queste sono le aberrazioni a cui può arrivare una legislazione, quando dimentichi che la famiglia è una società di diritto naturale.
Umberto Merlin, 15 aprile 1947:
Noi diciamo che questo concetto è affermato con le parole «la famiglia è una società naturale», per dimostrare questa semplice verità che la famiglia ha dei diritti primordiali, propri, che lo Stato non deve concedere come una graziosa concessione, ma che deve semplicemente riconoscere perché sono preesistenti alla sua organizzazione.
Camillo Corsanego, 22 aprile 1947:
Però quello che importa è di affermare nella Carta Costituzionale che lo Stato non crea i diritti della famiglia, ma li riconosce, li tutela e li difende perché la famiglia ha dei diritti originari, preesistenti, e lo Stato non deve fa altro che dare loro la efficace protezione giuridica.
Il legislatore non può «il libito far licito in sua legge». Qui noi stiamo costruendo una Carta costituzionale la quale codifica, cioè dà forma giuridica, ai diritti di libertà: diritti di libertà della persona, diritti di libertà del lavoro, diritti di libertà umana, diritti della famiglia che sono anteriori alla legge positiva scritta. Non facciamo qui la disquisizione teorica sulla esistenza, e sul significato che gli studiosi danno alle norme di diritto naturale; è certo che la legge scritta deve conformarsi a certe norme che preesistono al legislatore, che sono anzi le sue ispiratrici. Avviene questo anche quando si codificano norme particolari, quando per esempio nel Codice penale si pone la discriminante della legittima difesa e si dice che si può impunemente uccidere il fur nocturnus che viene durante la notte a turbare i nostri sonni, a rubarci il nostro peculio. Che cosa fa il legislatore in questo caso? Il legislatore non fa altro che dare formula giuridica a un diritto preesistente, Ulpiano stesso fin dai suoi tempi lo aveva insegnato: vim vi repellere licet idque ius naturae comparatur.
Noi siamo contro il concetto fascista: «tutto per lo Stato, tutto nello Stato, nulla contro lo Stato», e respingiamo la dottrina totalitaria la quale, considerando lo Stato unica fonte di diritto, vorrebbe che individui ed enti possedessero solo quel tanto di diritti che allo Stato – feudo del partito dominante – piacesse consentire.
Rimane da notare una cospicua incongruenza dell’art. 29: se la famiglia è una società naturale, che precede il diritto organizzato, com’è possibile che la si affermi fondata sul matrimonio, che è invece tipicamente un istituto dei diritto positivo? Della contraddizione si era accorto Piero Calamandrei, che – senza che nessuno intervenisse a contraddirlo – così parlava nella seduta del 23 aprile 1947:
Dal punto di vista logico ritengo che sia un gravissimo errore, che rimarrà nel testo della nostra Costituzione come una ingenuità, quello di congiungere l’idea di società naturale – che richiama al diritto naturale – colla frase successiva «fondata sul matrimonio», che è un istituto di diritto positivo. Parlare di una società naturale che sorge dal matrimonio, cioè, in sostanza, da un negozio giuridico è, per me una contraddizione in termini.
E concludeva, saggiamente:
Ma tuttavia, siccome di queste ingenuità nella nostra Costituzione ce ne sono tante, ce ne potrà essere una di più […].
Infine, quale che siano le nostre conclusioni sul significato dell’art. 29, una cosa è certa: come ricordava l’appello di 23 costituzionalisti nel febbraio 2007, la Costituzione
non impone affatto alla Repubblica di riconoscere come famiglia solo quella definita quale «società naturale fondata sul matrimonio». […] Il riconoscimento giuridico di altre tipologie di famiglia non comporterebbe alcun disconoscimento dei diritti delle famiglie fondate sul matrimonio e non potrebbe quindi violare il disposto dell’articolo 29, primo comma, della Costituzione. Il fatto che la Costituzione garantisca in modo particolare i diritti della famiglia fondata sul matrimonio non può in alcun modo avere come effetto il mancato riconoscimento dei diritti delle altre formazioni famigliari.

giovedì 4 giugno 2009

Roma Pride del 13 giugno 2009

Comunicato stampa della Consulta di Bioetica – Sezione di Roma

La Sezione di Roma della Consulta di Bioetica esprime indignazione per la volontà del Sindaco di Roma Alemanno di ostacolare la manifestazione annuale del Roma Pride. È inaccettabile che la tradizionale manifestazione di rivendicazione dei diritti civili dalle associazioni di gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queer (GLBTQ) non abbia ancora un percorso autorizzato. La Sezione di Roma della Consulta di Bioetica condanna con fermezza l’ennesimo atto di discriminazione dell’Amministrazione, presieduta dal Sindaco Alemanno. L’atteggiamento dell’Amministrazione comunale è un evidente tentativo di compiacere le gerarchie vaticane e le lobby più conservatrici presenti nel nostro Paese. Tale atteggiamento è indegno di uno stato laico, liberale e democratico ed è in aperto contrasto con i principi della Costituzione italiana che garantiscono a tutti i cittadini libertà di espressione e proibiscono ogni forma di discriminazione, inclusa quella in base all’orientamento sessuale. La Sezione romana della Consulta di bioetica esprime la propria solidarietà agli organizzatori del Pride e chiede all’Amministrazione comunale che provveda al più presto a garantire il regolare svolgimento della manifestazione e un percorso appropriato all’importanza dell’evento.

Contatti: consultadibioetica.roma@gmail.com

Chi era George Tiller

Sappiamo dalle cronache che George Tiller, ucciso il 31 maggio da un fanatico pro-life, era uno dei pochissimi medici rimasti negli Stati Uniti a praticare aborti tardivi. Questa è sembrata ad alcuni un’ombra che, se magari non giustifica l’uccisione di Tiller, ne diminuisce tuttavia considerevolmente la statura morale. Ma che cos’è davvero un aborto tardivo – cioè praticato oltre un termine oscillante attorno alla ventesima settimana? Cosa faceva davvero il dottor Tiller? Chi erano le donne che si rivolgevano a lui?
Risponde a queste domande Kate Harding su Salon.comWhere will women go now?», 1 giugno 2009). E la sua è una risposta che, si spera, dovrebbe indurre a rettificare alcuni giudizi frettolosi.
Susan Hill, presidente della National Women’s Health Foundation, che conosceva il dottor Tiller da più di vent’anni e indirizzava donne e ragazze alla sua clinica, ha detto in un’intervista telefonica: «Mandavamo i casi davvero tragici sempre da Tiller». Questi casi comprendevano donne cui era stato diagnosticato un tumore e che avevano bisogno di un aborto per poter accedere alla chemioterapia; donne che avevano appreso a gravidanza ormai avanzata che i bambini tanto desiderati soffrivano di malattie fatali; e vittime di stupri talmente giovani che non si erano rese conto per mesi di essere incinte. «Gli mandavamo undicenni, dodicenni che erano andate troppo in là perché chiunque altro le visitasse», ricorda Hill. «Le undicenni non dicono niente a nessuno. A volte non sanno neppure di aver cominciato ad avere le mestruazioni».
Da quando si è diffusa la notizia dell’omicidio del dottor Tiller, i ricordi personali di persone che hanno fatto ricorso alle sue cure hanno cominciato ad apparire in rete. Un commentatore ha raccontato sul blog Balloon Juice la storia di come sua moglie avesse scoperto all’ottavo mese di gravidanza di essere incinta di due gemelli siamesi. «Non era tanto il fatto che fossero siamesi il problema, ma il modo in cui erano uniti: nel migliore dei casi solo uno di loro sarebbe sopravvissuto all’operazione di separazione, ed era più che probabile che avrebbe vissuto una vita breve e dolorosa, punteggiata da operazioni e trapianti». Marito e moglie avevano scelto di interrompere la gravidanza tanto attesa, invece di portare al mondo un bambino solo per farlo soffrire e morire. «L’incubo della nostra decisione e di quello che è seguito è stato reso sopportabile solo dal calore e dalla compassione del dottor Tiller e dei suoi bravi collaboratori». […]
Anche link a vecchie storie si stanno diffondendo sui media sociali e sui blog. Un articolo del 2001 pubblicato originariamente su Glamour racconta l’esperienza di Gloria Gonzalez, che aveva appreso che le gemelle di cui era incinta erano gravemente malate e stavano mettendo a repentaglio la sua stessa salute. «In quanto cristiana e in quanto donna sposata che voleva con tutte le forze avere un figlio, non avevo mai pensato granché all’aborto. Come molti altri, immaginavo che solo donne con gravidanze indesiderate vi facessero ricorso». Tuttavia, dopo aver consultato assieme al marito parecchi medici e il loro pastore, «capimmo cosa dovevamo fare. Lasciare che le bambine morissero da sole non era una scelta possibile, perché ritenevamo che stessero soffrendo e mettendo allo stesso tempo in pericolo la mia salute». Il sito web A Heartbreaking Choice, che raccoglie storie di donne che hanno scelto di interrompere una gravidanza voluta, ha una sezione dedicata a «Storie del Kansas», da parte di donne che hanno fatto il viaggio fino a Wichita dopo aver ricevuto diagnosi nefaste a gravidanza troppo inoltrata per ottenere aborti legali nei loro stati di origine.
Da leggere tutto.

(Grazie a Norman per la segnalazione.)

mercoledì 3 giugno 2009

Giuliano Ferrara e la «coscienza solitaria»

Il Foglio non poteva sottrarsi dal commentare l’omicidio di George Tiller, il medico che praticava aborti freddato da un fanatico pro-life domenica scorsa; ma l’editoriale anonimo – e quindi da ascrivere al direttore Giuliano Ferrara – non si chiude in difesa e parte anzi all’attacco. O almeno ci prova («Delitto di coscienza», 2 giugno 2009, p. 3).
[S]econdo i parametri e gli stilemi morali della cultura abortista, questo delitto dovrebbe essere ascritto alla coscienza solitaria di chi lo ha compiuto pensando di fermare una strage e alla sua insopprimibile vocazione ad esprimersi nella libertà; dovrebbe essere perdonato seduta stante, se non lodato, osannato come espressione della libertà e autonomia di una coscienza volta al bene. Infatti è con queste indulgenti e vischiose ragioni che oggi l’aborto viene giustificato, serialmente praticato, considerato un atto di autonomia della persona senza conseguenze troppo serie sulla vittima dell’atto. È con l’appello alla coscienza, trascurando e per cosi dire nascondendo la parola “delitto” o “peccato”, che si convive moralmente con il fatto indifferente dell’abolizione chirurgica di milioni di esseri umani, soprattutto donne (in Asia). Un antiabortista serio non si appella alla coscienza per giustificare un assassinio. Dovrebbero precludersi questa via facile e spregevole anche gli abortisti, questi idealisti.
Per comprendere appieno la logica alla base dell’articolo bisogna leggere anche il resto, là dove Ferrara parla dell’«impronta della coscienza personale, di quel dialogo o contatto diretto con il Dio moderno che autorizza ogni atto frutto di profonda convinzione, di chiamata, di vocazione dell’individuo solitario», e conclude che «non si uccide un uomo per ragioni morali personali».
Io non so se Scott Roeder, l’assassino di Tiller, possa essere considerato o meno «un antiabortista serio»; ma posso immaginare che respingerebbe con foga l’accusa di aver ucciso Tiller «per ragioni morali personali». È facile ipotizzare che Roeder si sia mosso in base alla credenza, condivisa da migliaia di persone in tutto il mondo che l’aborto sia un «delitto» e che l’assassinio di innocenti – una volta ammesso che di questo si tratta – vada impedito in tutti i modi. Cosa c’è di «personale» in tutto ciò? Roeder si è mosso in base ai valori di una comunità, che ha coerentemente interpretato; sembrerebbe quasi che per Ferrara l’unico comportamento morale ammesso sia quello che ha ricevuto il bollo di approvazione dell’autorità costituita...
L’argomentazione del direttore del Foglio vale almeno per gli «abortisti»? Nemmeno. È vero che si fa spesso riferimento alla libertà di coscienza delle donne per giustificare il loro diritto all’aborto, nel senso che spetta alla coscienza individuale della donna – e non a quella del marito e dei membri della famiglia, della Chiesa o dello Stato – determinare se una gravidanza debba essere portata avanti o no, se avere un figlio sia o meno un bene per la donna; ma la premessa, implicita solo perché ovvia, è sempre che l’embrione o feto non gode di un diritto alla vita concorrente con quello all’autodeterminazione della donna. E questa non è materia di coscienza individuale: che l’embrione non abbia un diritto alla vita paragonabile ai diritti della donna (o che non ce l’abbia per niente) è stabilito dalle leggi ed è un ovvio corollario delle concezioni morali condivise da milioni di persone. Condivise forse persino dallo stesso Ferrara, che se pensasse veramente che l’embrione ha un diritto ineliminabile alla vita dovrebbe – sia pur malvolentieri – giustificare il gesto omicida di Scott Roeder, invece di arrampicarsi sugli specchi di una condanna incoerente con le sue stesse premesse.

Fecondazione: padre per obbligo

Circo 17 maggio 2009 067
Sarebbe giusto “obbligare” qualcuno a diventare genitore? Sarebbe moralmente ammissibile calpestare il desiderio e il conseguente diritto di non diventare genitore? Sembra proprio di no, eppure in Italia si delinea uno scenario in cui esiste il rischio di diventare padre contro la propria volontà, con tutte le gravi implicazioni morali e giuridiche che ne conseguono.
Andiamo con ordine. La sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale, lo scorso maggio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di un nodo fondamentale della legge 40. L’obbligo di «un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre» è così caduto e, conseguentemente, è divenuto ammissibile crioconservare quegli embrioni che non sono usati al primo tentativo di impianto. Oppure crioconservare tutti quelli prodotti se, per qualche ragione di salute, il medico ritiene opportuno rimandare l’impianto.
La sentenza ha rimediato a una delle ferite più dolorose provocate dalla legge sulla riproduzione artificiale.
Ma ha anche esasperato un grave rischio, già presente nella legge 40, ma che oggi prende corpo in modo più consistente. Il rischio è insito nelle modalità di consenso dei potenziali genitori alle tecniche di procreazione assistita.
L’articolo 6 della legge 40 stabilisce che il consenso debba essere scritto e debba essere espresso dopo una accurata informazione – proprio per questo si chiama consenso informato. Niente di sorprendente, almeno fino alla parte finale del comma 3: «La volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell’ovulo».
L’impossibilità di cambiare idea dopo la produzione dell’embrione è in linea con l’attribuzione di diritti al concepito, ma contrasta con altri diritti fondamentali (si consideri che la legge 40 è l’unica legge al mondo a permettere di cambiare la volontà solo fino alla fecondazione dell’ovulo e non fino all’impianto dell’embrione nel corpo materno).
Per capire la portata del divieto di revocare il consenso una volta che l’ovulo sia stato fecondato, faremo ricorso a un esempio, adattato a prima e a dopo la sentenza.
Anna e Mario, felicemente sposati, si rivolgono a un centro medico e dopo aver firmato il consenso producono un certo numero di embrioni. Prima della sentenza gli embrioni erano al massimo 3 e l’impianto era contemporaneo alla produzione, tranne in circostanze di “causa di forza maggiore” non meglio identificate. Il tempo tra produzione e impianto era perlopiù molto breve e cambiare idea nel giro di poche ore era altamente improbabile, anche se teoricamente possibile.
Dopo la sentenza il numero degli embrioni non è stabilito rigidamente e, soprattutto, il tempo tra la produzione e l’impianto può dilatarsi indefinitivamente. Anna e Mario si rivolgono al solito centro medico e firmano il consenso. Sono sempre felicemente sposati e producono 7 embrioni: 2 vengono usati per il primo tentativo; gli altri 5 sono crioconservati. Il primo tentativo fallisce e per ragioni di salute è necessario rimandare il secondo. Passano alcuni mesi, Anna e Mario litigano e si lasciano. Mario non vuole più diventare padre genetico di figli insieme ad Anna, ma la legge 40 non gli permette di revocare il consenso. Se Anna lo vorrà, Mario sarà costretto a diventare padre.
Le conseguenze più dannose del divieto di cambiare consenso, una volta che gli embrioni siano stati prodotti, ricadono inevitabilmente sugli uomini. Perché nel caso sia Anna a non volere procedere all’impianto è inverosimile ipotizzare un impianto coatto: il presunto diritto dell’embrione a nascere non potrebbe vincere su quello della donna a non subire una coercizione all’impianto.
Per Mario però non vi sarebbe coercizione fisica né obbligo a un trattamento sanitario: sarebbe ignorato solo il suo diritto a non diventare padre genetico, cui sembra avere rinunciato firmando il consenso alle tecniche di riproduzione.
Questo pericolo, depotenziato dalle circostanze precedenti alla sentenza, oggi si presenta senza più alcun paravento. Non è una soluzione fare finta che non esista.
Potrebbe invece essere utile volgere lo sguardo ad alcuni precedenti: uno dei casi più interessanti è quello tra Natallie Evans e il suo ex marito. Sono cittadini inglesi e litigano sul destino dei loro embrioni crioconservati: lei vuole impiantarli; lui no. La legge e i tribunali inglesi giudicano più forte il diritto di non diventare padre di quello di diventare madre. Natallie non si arrende e ricorre alla Corte di Strasburgo, invocando la Convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. In particolare l’articolo 2, il diritto alla vita, che Natallie (e la legge 40) vorrebbe estendere agli embrioni. I giudici respingono la sua richiesta e negano che si possa attribuire sensatamente agli embrioni un diritto alla vita.
Che cosa accadrebbe se la contesa avesse come riferimento normativo la legge 40? Che ne sarebbe del diritto a non diventare padre del nostro Mario? Probabilmente sarebbe lui a doversi rivolgere alla Corte di Strasburgo, cercando un rimedio per una violazione già compiuta.

(l’Altro, 3 giugno 2009)

martedì 2 giugno 2009

Aderiamo al Pride!

2

Ancora senza percorso il Pride romano del prossimo (e imminente) 13 giugno.
Chi vuole aderire può scrivere a romapride@gmail.com.

Roma Pride 2009, Liberi Tutti, Libere Tutte.

lunedì 1 giugno 2009

Può accadere anche qui?

È possibile che l’omicidio di George Tiller, il medico americano che praticava aborti ucciso da un fanatico fondamentalista, trovi emulatori in Italia?
Nei prossimi giorni leggeremo, immagino, prese di distanze più o meno accorate sul Foglio, su Avvenire e sugli altri media della galassia pro-life; ma gli umori che intanto cominciano a sprigionarsi dai bassifondi integralisti non lasciano molte illusioni su che cosa potrebbe accadere anche da noi. (Aggiungo il link a una copia archiviata, nel caso che al gentiluomo autore del pezzo in questione venga il dubbio di aver varcato la soglia dell’apologia di delitto, e cancelli il post.)