giovedì 27 giugno 2013

Dimmi come reagisci e ti dirò chi sei

Nella giornata storica in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha giudicato incostituzionale il Defense of Marriage Act (DOMA), stabilendo che i matrimoni gay contratti negli stati americani in cui sono permessi devono avere valore per il governo federale anche negli stati in cui non sono previsti dalle leggi (e con una seconda decisione ha reso di nuovo legali i matrimoni omosessuali in California), può essere istruttivo andare a vedere cosa scrive un tipico sito integralista italiano. Andiamo quindi sul sito dell’UCCR, l’Unione Cristiani Cattolici Razionali, un vero e proprio focolaio di pregiudizio e ignoranza. L’UCCR non commenta direttamente l’avvenimento, ma sceglie invece di dedicare un post («Olanda: dopo le nozze gay legalizzata anche al poligamia», 26 giugno 2013) a una notizia vecchia di quasi 8 anni, che in una prima versione del post veniva presentata come risalente al mese scorso (vedi i primi commenti al post, che è stato successivamente corretto).
In Olanda, il primo Paese a legalizzare i matrimoni gay e tra i luoghi più gay-friendly al mondo, non potendo più frenare l’ipocrisia, si è dovuta legalizzare la poligamia come previsto, riconoscendo ufficialmente il primo caso di poligamia “legale” in Europa nel settembre del 2005. Victor de Brujin (46 anni) ha “sposato” sia Bianca (31 ani) che Mirjan (35 anni) in una cerimonia davanti a un notaio che ha registrato la loro unione civile.
Quella che l’UCCR chiama «unione civile» (in olandese Geregistreerd partnerschap), cioè un’unione fra due persone che prevede diritti e doveri simili a quelli del matrimonio, è stata in realtà un Samenlevingscontract, un «contratto di convivenza», che stabilisce obblighi reciproci normalmente non opponibili a terzi, una forma di regolamentazione leggera delle unioni di fatto che nei Paesi Bassi predata di diversi anni l’unione civile (per maggiori dettagli si può consultare il sito del governo olandese). Parlare di «legalizzazione della poligamia» è quindi largamente esagerato, mancando qui sia la legalizzazione (nessun potere dello Stato è intervenuto a modificare o reinterpretare la legge esistente) sia la poligamia – il matrimonio fra più di due persone – in senso stretto. Quello che rimane è ciò che dovrebbe già essere legale in qualsiasi paese autenticamente liberale: una relazione sessuale fra adulti consenzienti e la regolazione privata di rapporti patrimoniali (in Italia, per la verità, un contratto di questo genere potrebbe probabilmente essere considerato contrario al buon costume, cfr. gli artt. 1343 e 1354 del codice civile).
Al di là di queste imprecisioni, che in fondo denotano solo una certa sciatteria (benché alquanto tendenziosa), il post costituisce un classico esempio della notissima fallacia del piano inclinato. Siamo di fronte a un vero e proprio gioco delle tre carte intellettuale: si fa occhieggiare qualcosa di atroce – la poligamia, l’incesto, la pedofilia legalizzati! (o il matrimonio con il Muro di Berlino, come paventa oggi con raro sprezzo del ridicolo La nuova bussola quotidiana) – poi, con un’abile torsione delle mani, si proclama: «Ecco, signore e signori, questa sarebbe la conseguenza inevitabile e automatica della tale innovazione normativa!». Ma c’è qualcosa che non si trova più, che non sta nel posto in cui credevamo dovesse stare: se bestialità, poligamia e oggettofilia sono davvero così spaventose, perché mai questa loro inaccettabilità non dovrebbe essere presa in considerazione e valutata, e in ultima analisi, se confermata, costituire un ostacolo fatale alla legalizzazione di questi rapporti? Prendiamo il caso in questione, la poligamia: in che cosa sarebbe inaccettabile? La risposta più comune mette l’indice sulla disuguaglianza fra i coniugi che così si introdurrebbe – anche se a dire il vero questo sembra riguardare solo la forma islamica dell’istituto. Potremmo aggiungere una presumibile maggiore litigiosità nei rapporti; o forse, all’opposto, un rafforzamento di strutture claniche che non gioverebbero al nostro assetto sociale. Tutto ciò è discutibile, naturalmente; ma non si vede perché non dovrebbe essere debitamente discusso prima di consentire questa innovazione. A meno che non si sostenga che è tutto un complotto laicista-massonico per distruggere la famiglia tradizionale, e che non ci si fermerà di fronte a nessuna conseguenza; ma così si abbandona la discussione razionale per il delirio paranoide – e non è una mossa molto astuta.

Ma proseguiamo nella lettura del post dell’UCCR:
Come ha spiegato il criminologo Alessandro Benedetti, il Consiglio d’Europa attraverso l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità), nell’intento di combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere ha invitato gli Stati membri ad abrogare «qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali» (art. 18). Ecco dunque che anche la pedofilia (o comunque il rapporto sessuale con un minore consenziente) comincia a fare sempre più capolino nelle società gay-friendly, poiché – ha spiegato l’avvocato – «se il criterio per considerare lecito e normale – e pertanto generatore di diritti – qualsiasi tipo di unione sessuale ed affettiva è la libertà ed il libero consenso delle parti, dopo aver sdoganato penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14, si passerà a sdoganare l’incesto (che già oggi è reato solo in caso di pubblico scandalo: art. 564 cod.pen.) e la poligamia ed a richiedere per entrambi il riconoscimento giuridico con relativi diritti».
Per capire bene cosa vuole dire l’avvocato Benedetti andiamo a leggere direttamente il suo articolo («Il “trucco” dell’Europa per legalizzare pedofilia e incesto», Il sussidiario.net, 19 maggio 2013):
Un altro aspetto che lascia sgomenti è il fatto che nella Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa si trova l’invito agli Stati membri ad abrogare “qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali” (art. 18). Ora, secondo il nostro ordinamento (art. 606 quater codice penale), l’età del consenso (fissato in Italia a 14 anni) è la determinazione dell’età minima per disporre validamente della propria libertà sessuale e vi sono alcune condotte per le quali è dirimente il suo raggiungimento al fine di configurare o meno una condotta penalmente rilevante:
  • minore di 13 anni: il consenso non viene considerato valido, indipendentemente dall’età dell’autore dei fatti;
  • tra i 13 e i 14 anni: il consenso non è ancora considerato pienamente valido, ma esiste una causa di non punibilità nel caso in cui gli atti sessuali vengono compiuti consenzientemente con un minore di 18 anni, purché la differenza di età tra i due soggetti non sia superiore a tre anni;
  • tra i 14 e i 16 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che l’autore dei fatti sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore ovvero conviva con il minore, o che il minore gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia;
  • tra i 16 e i 18 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che il fatto venga compiuto con abuso di potere relativo alla propria posizione da una delle figure citate nel punto precedente.
La ratio della legge e di tutta la relativa giurisprudenza è pertanto quella secondo cui al di sotto di una certa soglia d’età minima (14 anni) “la violenza (da parte del maggiorenne) è presunta in quanto la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali”.
Ora la Raccomandazione auspica l’azzeramento di ogni distinzione d’età – in Italia come negli altri Paesi – col grave rischio di considerare domani lecite condotte oggi costituenti reato in un progressivo scivolamento culturale e giuridico verso il basso.
Per l’avvocato Benedetti, dunque (e per l’UCCR, che ne tracanna con voluttà ogni parola), il Consiglio d’Europa ci starebbe chiedendo di abrogare tutte quelle fini distinzioni di età che regolano il consenso dei minori agli atti sessuali. Ma quale sarebbe l’esito finale di questa abrogazione? E con quale criterio dovremmo uniformare, esattamente, la materia? Qui l’avvocato, mi pare, deve aver percepito che qualcosa non tornava, perché sembra di cogliere una certa esitazione nelle sue parole: se davvero l’Europa ci chiedesse di sdoganare in pieno «penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14», ci si aspetterebbe da parte dell’autore una reazione assai più veeemente del semplice «sgomento». Se l’avvocato Benedetti avesse riflettuto un minuto in più sull’evidente assurdità della sua interpretazione, sarebbe stato magari indotto a rileggere con più attenzione il testo della Raccomandazione. Facciamolo noi per lui: l’Europa ci chiede di abrogare ogni «distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali». Benedetti ha letto come se il testo avesse di mira ogni distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e in più ogni distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra eterosessuali. Ma la lettera e il buon senso ci dicono che l’obiettivo è invece ogni norma che differenzi l’età del consenso tra omosessuali dall’età del consenso richiesta per gli eterosessuali; distinzione che rimane ormai solo in poche giurisdizioni, e che è assente in Italia. (L’UCCR sembra credere, in più, che attualmente in Italia sia vietato in ogni caso «il rapporto sessuale con un minore consenziente», o che faccia solo ora «capolino» nelle «società gay-friendly»: è un’idea molto diffusa tra le persone meno informate.)

Mi pare che una tendenza cominci a delinearsi chiaramente. Sfidando la pazienza del lettore, vorrei proporre un ultimo esempio, questa volta da un altro sito, Orarel, anch’esso integralista, anche se distante dalla tenebra ottusa dell’UCCR. Ecco come l’autore in parte commentava la notizia di ieri («Love is Love», 26 giugno):
Se l’amore è amore […] perché dire no all’incesto? Il film Esterno sera ci prova, anche se la prende alla larga, tra cugini. La regista Barbara Rossi Prudente afferma: “Nel film racconto un amore tra cugini in maniera molto casta. Ma è considerato un rapporto incestuoso e in Italia fa ancora paura parlare di queste cose… È una storia sconveniente, ma un amore così può nascere”.
L’autore (e a quanto pare anche la regista) sembra ignorare che in Italia le nozze tra cugini sono perfettamente legittime per il Codice Civile; non lo sono invece per il diritto canonico, che comunque prevede la possibilità di una particolare dispensa. Ma attribuire la cosa a una recentissima tendenza culturale, piuttosto che a un codice vecchio di decenni, è certo più funzionale alla costruzione di un immaginario pericolo incombente.

Gli integralisti, in conclusione, sono come quei disgraziati che si aggirano nelle discariche del Terzo Mondo, e che riempiono le loro sporte con quello che capita: un frutto mezzo marcio, il carillon che suona ormai una sola nota, una bambola spelacchiata; una vecchia fallacia, un fatto di incerta consistenza, l’articolo apparso su una rivista di dubbia reputazione, la conclusione affrettata del primo che passa; tutto viene afferrato con mani avide e rimesso in circolazione in qualche miserabile mercatino. Sono poveri – poveri culturalmente e intellettualmente, dopo che la loro cultura è rimasta asfaltata dalla modernità, dopo che i più brillanti sono da tempo passati all’altra parte; non riescono quasi più ad articolare le complesse distinzioni di una volta, a colpi di cause finali e sostanza e accidente. Da qui le grottesche semplificazioni odierne, con l’embrione persona fin dal concepimento o il matrimonio destinato esclusivamente alla procreazione. Da qui l’attaccarsi a ogni assurdità che sembri lì per lì tornare utile alla causa. Possono farci paura per un minuto, come la teppaglia di petainisti e vandeani che ha imbrattato per un po’ le strade di Parigi; ma mi chiedo se non ci strapperanno, alla fine della giornata, quando avranno perso tutto per sempre, un moto furtivo di compassione.

venerdì 21 giugno 2013

Ospedali fuorilegge


L’applicazione della legge 194 non è garantita e in moltissimi ospedali non si eseguono interruzioni volontarie di gravidanza, nonostante non esista la possibilità dell’obiezione di struttura.

L’articolo 9 della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) specifica chiaramente che il servizio debba essere garantito e che ogni struttura sia obbligata a offrirlo. Nonostante questo, moltissime strutture ignorano tale obbligo e a nessuno sembra interessare.
LAIGA – La Laiga è la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978. Il suo intento è di garantire i diritti delle donne e quelli degli operatori della 194. I dati che hanno raccolto sul numero di obiettori di coscienza sono diversi dai numeri ufficiali, presentati dal Ministero della Salute nella relazione annuale sull’applicazione della 194. Sono numeri impressionanti, raccolti tra mille difficoltà e che ci rimandano una fotografia drammatica del fenomeno. Mi faccio raccontare da Anna Pompili, ginecologa della Laiga, quali ostacoli hanno incontrato e che cosa implicano numeri tanto alti.
NON CI SONO I REPARTI IVG – “I dati ufficiali del Ministero sono già drammatici: 7 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza e quindi non garantiscono il servizio IVG. Ma il quadro è ancora più drammatico di così, i numeri sono più alti e in molte strutture manca proprio il reparto di IVG”. Non solo: il primo ostacolo è stato il reperimento. La Laiga ha incontrato mille difficoltà nell’avere una risposta sui numeri degli obiettori in ciascuna struttura, dato ben più utile della generica percentuale regionale se vuoi decidere a quale struttura rivolgerti e calcolare dove il servizio dovrebbe essere garantito meglio. “I dati presentati dalla relazione ministeriale – continua Pompili – non corrispondevano alla nostra sensazione di operatori. Abbiamo allora cercato di capire. Rintracciare i numeri per struttura è stato impossibile. La scusa è stata: si tratta di dati sensibili. Naturalmente non volevamo sapere i nomi degli operatori sanitari, ma soltanto il numero di obiettori in modo da valutare il funzionamento del servizio IVG”. Si tratta di dati sensibili è stata la risposta dell’Istat e quella delle direzioni sanitarie. “Abbiamo chiamato ospedale per ospedale, ma è stato altrettanto inutile”.
LA FORMAZIONE – La Laiga allora ha raccolto i dati con uno sforzo capillare e “ufficioso”. “Chiedendo ai nostri colleghi, uno per uno – mi racconta Pompili. Ecco il risultato. Primo: c’è un dato non considerato dalla relazione parlamentare, ovvero che un gran numero di ospedali sembra ignorare l’esistenza della legge. Nel Lazio, in 10 ospedali su 31 non esiste il servizio IVG. In Lombardia, in 37 su 64. La cosa più grave è che il Sant’Andrea di Roma, per esempio, è un ospedale universitario. Disattende il dettato della legge non solo per l’articolo 9 – e pretendendo l’obiezione di struttura – ma anche l’articolo 15, cioè quello sulla formazione dei giovani medici”. Il Sant’Andrea non insegna cioè ai futuri ginecologi né la legge né la pratica medica. Questo significa che gli specializzandi e i futuri medici non sapranno come ci si comporta di fronte a un aborto, nemmeno agli aborti spontanei. “Si usa una tecnica vecchia invece che l’isterosuzione. Siccome è identificata come tecnica per l’IVG non viene usata, è stigmatizzata anche la procedura medica. E allora si ricorre al raschiamento, che è una modalità più invasiva e aggressiva, e gravata da complicazioni”.

venerdì 7 giugno 2013

“Questo matrimonio non s’ha da sciogliere. Anche se lui adesso è una lei”

Il signor A e la signora B si sposano. Poi il signor A decide di cambiare sesso e diventa la signora A. Per legge il loro matrimonio deve finire, anche contro la loro volontà. Parliamo in esclusiva con uno dei loro avvocati difensori.

INCOSTITUZIONALE SCIOGLIERE UN MATRIMONIO? – La prima sezione civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 14329/2013, ha sollevato ieri il dubbio di costituzionalità riguardo allo scioglimento automatico e obbligato di un’unione in seguito al cambiamento di sesso. Nell’ordinanza gli atti vengono rinviati alla Corte Costituzionale, con la richiesta di controllare la legittimità di alcuni articoli della legge sulla rettificazione di attribuzione di sesso (164/1982). Non è forse ingiusto imporre un divorzio? Non è forse il consenso il fondamento matrimoniale? La legge sembra essere brutale e pornografica, intromettendosi in questo modo nell’intimità familiare.
I CONIUGI – Il signor A e la signora B si sposano alcuni anni fa. Qualche tempo dopo il signor A fa domanda per la riattribuzione di sesso. Alla conclusione del lungo percorso, il tribunale di Bologna nel 2009 dispone la rettifica e annota a margine dell’atto di matrimonio: “là dove è scritto “maschile” ad indicare il sesso del nato debba leggersi ed intendersi “femminile” e là dove è scritto “Signor A” ad indicare il nome debba leggersi “Signora A”, pertanto il Signor A […] ha assunto il nuovo prenome di Signora A”.
EFFETTO COLLATERALE – La sentenza del tribunale produce però anche, ai sensi dell’articolo 4 della legge 164 del 1982 (“La sentenza di rettificazione […] provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso”), la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Impone, in altre parole, la fine del vincolo matrimoniale anche se i coniugi, come in questo caso, non hanno alcuna intenzione di scioglierlo. Inizia così la loro battaglia per difendere il loro matrimonio che le ha portate fin qui.