venerdì 21 ottobre 2016

Quando un medico non può invocare l’obiezione di coscienza


“L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

È questo il passaggio rilevante dell’articolo 9 della legge 194 rispetto alla morte di Valentina Milluzzo, 32 anni, incinta di due gemelli, alla diciannovesima settimana di gravidanza.

Cosa è davvero successo? È in corso un’inchiesta e nel frattempo possiamo solo fare delle ipotesi (secondo il direttore generale dell’ospedale, non risulta che il medico fosse un obiettore).

La donna era stata ricoverata all’ospedale Cannizzaro di Catania alla fine di settembre in seguito alla dilatazione dell’utero. Dopo un paio di settimane qualcosa non va. Ha forti dolori, ha la febbre alta, collassa. La temperatura corporea è di 34 gradi e la pressione arteriosa è bassa.

Internazionale, 20 ottobre 2016.

mercoledì 19 ottobre 2016

Il proibizionismo ha fallito


Questa è la premessa per la proposta di legge per la regolamentazione, per il commercio e per il consumo della cannabis e derivati. Si firma fino al 23 ottobre.

lunedì 17 ottobre 2016

La storia del bambino che ama vestirsi di rosa



Cosa c’è di scandaloso se un bambino vuole mettersi un vestito da femmina? Se ama il rosa, lo smalto e La bella addormentata? Chi ha stabilito che tutto questo è da femmina? E quando è successo?

Qualche giorno fa, Camilla ha deciso di raccontare la storia di suo figlio, Mio figlio in rosa.

L. ha otto anni e i suoi vestiti preferiti sono rosa. Sembra perfino bizzarro che sia necessario giustificare questa preferenza, visto che il rosa non è connotato intrinsecamente come tipico o esclusivo di un genere – proprio come alcuni tratti caratteriali, considerati come femminili o maschili, sono il risultato di processi storici e culturali, mutevoli e casuali. Eppure, un bambino che ama il rosa e La sirenetta suscita sorpresa, prese in giro e condanne. Per qualcuno dovrebbe essere addirittura “aggiustato” a forza di magliette blu e giocattoli da piccolo Schwarzenegger.

Chiedo a Camilla perché ha deciso di raccontare. “Da quando mi sono resa conto che non era una fase – o che, se lo era, era molto strutturata – ho sempre cercato storie come la mia. Possibile che ci sia solo lui?. L. è sempre stato così. Al nido pensavo fosse un comportamento passeggero. Fin da allora ho cercato di evitargli difficoltà, immaginavo le reazioni degli altri. Avevo parlato con le maestre. Avevo portato un vestitino perché voleva metterselo. C’era l’angolo dei travestimenti e avevo detto alle maestre di lasciare che scegliesse se e quando indossarlo. Le maestre sono state molto disponibili. Se notate qualcosa di strano, gli avevo detto, una tristezza o una malinconia, ditemelo. Hanno sempre sdrammatizzato. Io non sono preoccupata, L. è un bambino sano e allegro, ma voglio sapere se è a disagio e voglio avere gli strumenti per aiutarlo. Alla fine dell’anno, una maestra mi ha chiamato in disparte e mi ha consigliato di ‘andare da uno bravo’. Si è giustificata dicendo che alla materna sarebbe stato un inferno per L. Ero sbalordita. Mi dici una cosa del genere proprio l’ultimo giorno? Due anni di nido e aspetti l’ultimo momento per parlarmi dell’imminente inferno destinato a L.?”.

Dopo il “consiglio” della maestra di cercare uno psicoterapeuta dell’età evolutiva – perché “tuo figlio ha un problema, basta assecondarlo con le principesse e i vestitini, comincia a comprargli macchinine e trattori!” – Camilla cerca uno psicoterapeuta infantile.

“Non ha detto ‘così lo raddrizziamo’ ma il concetto era quello”.

Come il rosa, i trattori giocattolo (e pure quelli veri, a pensarci bene) non sono intrinsecamente da maschi. Come non lo sono le macchinine o le costruzioni. Qualche mese fa ho ascoltato Massimo Gandolfini, promotore del Family day, dire che ci sono dei giochi da femmina e dei giochi da maschi, tondi i primi, squadrati i secondi. Il tutto giustificato dai nostri geni. Insomma, uno stereotipo di genere giustificato da un ingenuo determinismo genetico, un ennesimo strumento per trasformare differenze occasionali in leggi di natura.

Se un adulto è convinto che ci siano colori da femmina e colori da maschi, verrebbe da dire che il problema è il suo e non di chi sceglie liberamente il colore che preferisce. Non mi ricordo questa ossessione quando ero piccola. Forse è colpa di Lady Oscar se non ho mai giocato con le bambole (gli ossessionati del gender farebbero causa alla sua autrice Riyoko Ikeda). Ma alle bambine che scelgono giochi “da maschi” o vogliono vestirsi senza il rosa va sicuramente meglio che ai bambini che vogliono fare “cose da femmina”. Anche questo è uno stereotipo di genere difficile da demolire. “Fare la femminuccia” è un insulto peggiore di “fare il maschiaccio”, no?

Internazionale, 12 ottobre 2016.

lunedì 4 luglio 2016

La discriminazione immaginaria

Sul neonato blog del Popolo della Famiglia, il partito integralista fondato da Mario Adinolfi, è apparso oggi un post anonimo («La Raggi e le unioni incivili», 4 luglio 2016) che appare inusualmente impreciso anche per gli standard notoriamente assai bassi di Adinolfi e compagni (ho tolto i cognomi dei cittadini citati nel post per rispettare la loro privacy):
Virginia Raggi sarà il primo sindaco di grande città a celebrare una unione civile omosessuale. […] I “fortunati” saranno l’ultraquarantenne Raffaele V. e il non ancora trentenne Luca de S. […] L’opposizione all’unione a seguito delle pubblicazioni è già scaduta il 30 giugno, ma i due non hanno ancora fatto sapere quando la formalizzeranno. E se lo faranno. Va detto che la legge Cirinnà è in vigore già da oltre un mese, ma i comuni non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali vogliose di unirsi civilmente, anzi […] se romperanno gli indugi il giovanissimo Luca potrà anche puntare alla pensione di reversibilità del più maturo Raffaele: i gay ne hanno diritto.
Non avranno diritto alla pensione di reversibilità invece Luca S. e Raffaella C., anche loro utilizzeranno la stessa legge Cirinnà, le pubblicazioni sono on line e scadranno il 6 luglio poi potrà essere dichiarata la loro unione civile. Hanno un figlio piccolo, Luca è del 1977 quindi anche lui va per i quarant’anni, ma per Raffaella niente pensione di reversibilità. Perché? Perché sono etero e la pensione di reversibilità va solo ai gay. A un papà e a una mamma no. Se papà muore, mamma si arrangi. Ora, davvero non abbiamo ragione noi a chiamarla legge sulle unioni incivili? E questa clamorosa discriminazione basata sull’orientamento sessuale dei contraenti l’unione non fa fischiare le orecchie ai giudici della Corte costituzionale?
Di che cosa sta parlando l’anonimo blogger? Le unioni civili, secondo il testo della legge 76/2016 (la cd. legge Cirinnà), non prevedono affatto le pubblicazioni. La legge inoltre non è ancora pienamente in vigore: per iniziare a registrare le unioni civili i Comuni attendono i decreti attuativi – questo spiega perché finora «non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali». Non esiste poi l’unione civile tra persone eterosessuali: la legge ha istituito da un lato l’unione civile per le coppie dello stesso sesso e dall’altro le convivenze per coppie omosessuali ed eterosessuali.
Com’è possibile che chi ha scritto il post sia incappato in ben tre errori così grossolani? Chiaramente ci troviamo di fronte a qualcuno che non ha mai letto neanche per sommi capi la legge sulle unioni civili; ma deve esserci un altro fattore in gioco: non è possibile pensare che gli esempi addotti siano frutto di una sfrontata mistificazione.
Una breve ricerca sul sito del Comune di Roma svela il mistero. Gli esempi sono stati tratti dalla pagina dedicata al Registro delle Unioni Civili, istituito nel gennaio del 2015, che precede dunque la legge Cirinnà e se ne distingue per i requisiti richiesti (il Registro è aperto anche alle coppie di sesso diverso) e per le procedure di iscrizione (il Registro prevede le pubblicazioni). In altre parole, chi si è iscritto al Registro non ha contratto legalmente una unione civile, né la sua iscrizione sarà automaticamente convertita in unione civile quando la legge entrerà completamente in vigore. In fondo alla pagina il Comune avverte che «Per la presentazione delle domande di costituzione di una unione civile ai sensi della Legge 20 maggio 2016, n. 76 è necessario attendere l’emissione del decreto di attuazione della legge».

Che rimane allora dell’accusa paradossale di «discriminazione» mossa dal post alla legge sulle unioni civili? Si tratta di un’accusa ripetuta piuttosto spesso; sempre oggi, e sempre sul blog del Popolo della Famiglia, si poteva leggere per esempio quanto segue («Cos’è una famiglia, cosa non lo è»):
Perché l’architetto Luca che contra [sic] unione civile con il giornalista Marco, se muore gli passa la pensione di reversibilità, mentre se muore Giovanni che sta da trent’anni con Marta anche perché insieme hanno tre figli e per i motivi più diversi non si sono sposati la loro “unione civile” non da [sic] diritto alla reversibilità? A questo punto arriva l’ideologia contro la famiglia, a discriminare platealmente per via dell’orientamento sessuale? E su questa orrenda nuova legge sulle unioni gay la Corte costituzionale non ha nulla da dire, l’articolo 3 della Costituzione non recita che non possono essere compiute discriminazioni plateali di tal fatta, vista l’uguaglianza tra i cittadini?
La risposta a queste accuse è immediata e lapalissiana: due persone di sesso diverso possono accedere agli stessi diritti conferiti dalle unioni civili semplicemente sposandosi; se «per i motivi più diversi non si sono sposati» vuol dire che ai quei diritti hanno rinunciato o volontariamente o per cause impeditive che impedirebbero anche la costituzione di un’unione civile: dov’è la discriminazione? Sarebbe come se qualcuno, dopo aver rinunciato alla carriera di pilota dell’aeronautica militare, si lamentasse di essere discriminato rispetto a un pilota civile perché questi ha il brevetto di volo e lui no. L’autore del post sembra voler insinuare in qualche modo che la convivenza di fatto della coppia eterosessuale sia, al di là dei diritti concessi, sullo stesso piano dell’unione civile contratta dalla coppia dello stesso sesso; ma ovviamente non è così: la seconda coppia ha assunto degli obblighi legali – all’assistenza morale e materiale, alla coabitazione, a contribuire ai bisogni comuni – che la prima ha liberamente rifiutato. La stessa legge Cirinnà distingue nettamente, come accennavo sopra, tra l’unione civile e le convivenze.

Da cosa derivi la miscela di ignoranza, supponenza e storditaggine che alimenta la produzione scritta e orale del Popolo della Famiglia è difficile dire; l’unica cosa certa è che i risultati si vedono.

martedì 7 giugno 2016

Quanti voti ha preso il Popolo della Famiglia?

Com’è andato complessivamente il Popolo della Famiglia – il partito fondato da Mario Adinolfi – alle elezioni amministrative del 5 giugno 2016? In un post scritto a scrutinio ancora in corso Adinolfi sosteneva che il «dato nazionale ponderato del Popolo della Famiglia alle elezioni amministrative è dell’1.04%»; ma non si comprende in base a quale criterio sia stata calcolata questa cifra. Dal testo del post e dalla risposta a un commento sembra di capire che Adinolfi stia contando come voti del PdF tutti i voti andati a candidati sindaco sostenuti dal PdF e da altri partiti:
Ovviamente questo non è un calcolo corretto; sarebbe come se la Federazione dei Verdi rivendicasse di aver ricevuto a Roma il 24,91% dei voti, cioè tutti quelli andati al candidato Roberto Giachetti (sostenuto anche dai Verdi) invece dello 0,48% andato alla sua lista.
Qual è dunque l’entità vera del sostegno complessivo al PdF? Per prima cosa dobbiamo stabilire se contare i voti ai candidati sindaco o i voti alla lista. I due numeri non coincidono: molte persone che hanno messo un segno sul nome del candidato non hanno poi aggiunto il segno anche sul simbolo della lista (e dunque, secondo le regole elettorali, il loro voto non è stato accreditato alla lista), oppure, col voto disgiunto, hanno scelto una lista che sosteneva un altro candidato (i voti espressi indicando solo la lista, invece, come è noto, valgono anche come voti al candidato sostenuto da quella lista). Dato che qui ci interessa il risultato del partito, la scelta è obbligata: dobbiamo considerare i voti alla lista; chi ha votato solo per il candidato potrebbe aver inteso non votare anche la lista, oppure potrebbe aver esercitato il voto disgiunto. Inoltre, come abbiamo visto, in cinque comuni (quelli citati da Adinolfi più Salerno) il PdF sosteneva candidati sindaco sostenuti anche da altre liste, e non possiamo attribuire – checché ne pensi Adinolfi – tutti questi voti al solo PdF. Il denominatore sarà costituito, com’è la prassi in questi casi, dal totale dei voti validi andati alle varie liste (quindi senza contare le schede bianche o nulle), considerando ovviamente solo i comuni in cui il PdF ha presentato una propria lista. La scelta di considerare i voti di lista non penalizza in ogni caso il partito di Adinolfi: in quasi tutti i comuni in cui il PdF si è presentato da solo, la percentuale andata alla lista è stata superiore a quella andata al candidato sindaco (le eccezioni sono Rimini, Cagliari e Assisi).
Dobbiamo purtroppo escludere i risultati di Milano e Novara. In questi due casi il PdF si è presentato all’interno di una lista unitaria assieme ad altri soggetti politici: a Milano con la lista NoiXMilano di Nicolò Mardegan (sostenuta dai fascisti di Casa Pound), che ha ottenuto 5804 voti di lista su 503.721, pari all'1,15%, e a Novara con la lista civica Civitas Novara di Gian Carlo Paracchini, che ha ottenuto 951 voti di lista su 43.922, pari al 2,17%. È importante notare che in nessuno dei due casi il candidato sindaco apparteneva al PdF, né il simbolo del PdF spiccava particolarmente all'interno del contrassegno di lista (nel caso di Milano, a sentire alcuni commenti apparsi sulla pagina Facebook di Adinolfi, alcuni elettori non sarebbero riusciti a individuare la lista del PdF sulla scheda elettorale). In entrambi i casi è dunque oggettivamente impossibile identificare la percentuale di voti propria del PdF. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, per Bolzano, in cui si era votato per il Comune l’8 maggio scorso, e in cui il Popolo della Famiglia era presente all’interno della lista Alleanza per Bolzano con Holzmann, che comprendeva oltre al PdF altri quattro partiti, tra cui il Nuovo PSI e Fratelli d’Italia, e che ha ottenuto 1878 voti di lista su 37.859, pari al 4,96%. Prenderemo invece in considerazione i voti ricevuti a Salerno, malgrado la presenza (non del tutto chiara) di una lista civica a nome del candidato sindaco Raffaele Adinolfi (ex Forza Italia) e l’appoggio del movimento Società e Famiglia.
Ecco dunque i voti andati al Popolo della Famiglia nei 13 comuni in cui si è presentato con una lista sua. Le cifre sono ufficiose. Non c’è comunque ragione di pensare che i dati ufficiali si discosteranno in modo significativo da questi. La prima cifra è il numero dei voti di lista ricevuti dal PdF, la seconda il numero complessivo dei voti di lista:

Cordenons:
272 ...... 8.198 ...... 3,32%

Varese:
634 ...... 32.744 ...... 1,94%

Villorba:
142 ...... 7.904 ...... 1,80%

Rimini:
970 ...... 61.116 ...... 1,59%

Assisi:
219 ...... 14.656 ...... 1,49%

Salerno:
999 ...... 72.594 ...... 1,38%

Bologna:
2087 ...... 169.409 ...... 1,23%

Cagliari:
821 ...... 71.360 ...... 1,15%

San Benedetto del Tronto:
192 ...... 22.616 ...... 0,85%

Roma:
7480 ...... 1.190.130 ...... 0,63%

Torino:
1996 ...... 358.805 ...... 0,56%

Napoli:
1416 ...... 376.263 ...... 0,38%

Crotone:
74 ...... 33.624 ...... 0,22%

totale:
17.302 ...... 2.419.419 ...... 0,72%

Ecco dunque la percentuale dei voti andati complessivamente al Popolo della Famiglia, in una prova elettorale limitata ma significativa: un magro 0,72%. Anche se per assurdo accreditassimo tutti i voti di Milano e Novara al PdF, la percentuale salirebbe solo allo 0,81%. L’1,04% di cui parla Adinolfi sembra più il frutto della difficoltà ad ammettere l’umiliante percentuale da classico «prefisso telefonico» che di un vero calcolo matematico.
Eppure non si può certo dire che sia mancata ad Adinolfi l’esposizione mediatica: sulla sua pagina Facebook si può ricostruire la sua lunghissima serie di apparizioni radiotelevisive, per non parlare della pubblicità derivata dai due Family Day. Le analogie con il caso della lista anti-aborto di Giuliano Ferrara sembrano indicare che il bacino elettorale dell’integralismo cattolico è fondamentalmente assai limitato.
Certo, si può sostenere che molto abbia giocato in questa occasione il fatto che il PdF si presentasse per lo più da solo, e che molti elettori di destra non abbiano voluto pertanto sprecare un voto per sostenere un partito che non aveva nessuna reale possibilità di arrivare al ballottaggio. Forse non è una coincidenza che in due dei tre casi in cui il PdF si è presentato invece all’interno di una coalizione che aveva delle chance concrete di arrivare al ballottaggio (e che di fatto ci è poi arrivata), a Varese e a Cordenons, il partito di Adinolfi abbia fatto registrare le percentuali migliori dell’elezione: 1,94% e 3,32%. Ma a San Benedetto del Tronto, in condizioni del tutto analoghe, il PdF non è andato oltre lo 0,85% (per quello che vale, il totale relativo a questi tre comuni è di 1098 voti su 63.558, pari all’1,73%; ovviamente si tratta di un campione assai poco rappresentativo). Inoltre, entrare in una coalizione implica un prezzo potenzialmente assai elevato in termini di compromessi per un partito iper-ideologizzato come il PdF, che comunque potrebbe far valere sul tavolo delle trattative coi partner solo l’apporto netto all’alleanza; apporto netto che non è dello 0,72% (poiché bisogna sottrarre dal totale i tre casi appena visti in cui il PdF correva già entro una coalizione), ma bensì dello 0,69%: 16.204 voti su 2.355.861 – ammesso che tutti coloro che hanno votato il PdF da solo lo votassero anche in compagnia di altri. Un po’ poco per condizionare in modo decisivo i partner di coalizione.

Dopo la falsa alba dell’era Ruini, la via della politica appare sempre meno percorribile per l’integralismo cattolico. Piuttosto che assecondare i narcisismi e i sentimenti di rivalsa di qualche aspirante capopopolo, i cattolici farebbero meglio a considerare la ritirata nella fede privata: una versione più quietista dell’Opzione Benedetto di Rod Dreher, per intenderci. Altro non rimane loro da fare, se non collezionare sconfitte sempre più umilianti.


Aggiornamento 8 giugno:
Mario Adinolfi propone ora questa spiegazione del suo calcolo:


La risposta non può che essere questa:


La matematica surreale di Adinolfi potrà indurre molti a una ilarità senza freni. A me, per qualche motivo, mette invece solo una gran tristezza.

Aggiornamento 9 giugno: Sempre per la serie «matematica creativa», Mirko De Carli (candidato sindaco del Popolo della Famiglia a Bologna) rivendica per il PdF «l’1,1% nazionale» dei voti. Interrogato sulla fonte di questo dato, risponde in questo modo:

sabato 20 febbraio 2016

Il Borges apocrifo di Matteo Renzi: un’indagine

Com’è noto, il 15 febbraio scorso, nel corso di una lectio magistralis tenuta all’Università di Buenos Aires, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha citato alcuni versi di una poesia sull’amicizia, che ha attribuito al grande scrittore argentino Jorge Luis Borges. Ma, come è stato scoperto subito da due utenti di YouTube, quella poesia non è affatto di Borges; né del resto ricorda anche solo lontanamente il suo stile. Si tratta di un testo, decisamente non eccelso, falsamente attribuito a Borges e che gira da molti anni in rete; ed è dalla rete che qualche collaboratore del premier deve averlo improvvidamente pescato e inserito nel discorso.
Ma se non è stato Borges, chi ha scritto allora questi versi? La curiosità deve essere venuta a molti, ma – se non sbaglio – nessuno ha trovato una risposta. Proviamo allora a condurre una piccola indagine, e a vedere dove ci conduce.

La poesia compare in molte forme diverse, distinte in genere da piccole varianti. Una delle versioni più diffuse, che va spesso sotto il nome di «Poema de la Amistad», è la seguente (Renzi ne ha citato i primi cinque versi):

No puedo darte soluciones para todos los problemas de la vida,
ni tengo respuestas para tus dudas o temores,
pero puedo escucharte y compartirlo contigo.
No puedo cambiar tu pasado ni tu futuro.
Pero cuando me necesites estaré junto a ti.
No puedo evitar que tropieces.
Solamente puedo ofrecerte mi mano para que te sujetes y no caigas.
Tus alegrías, tus triunfos y tus éxitos no son míos.
Pero disfruto sinceramente cuando te veo feliz.
No juzgo las decisiones que tomas en la vida.
Me limito a apoyarte, a estimularte y a ayudarte si me lo pides.
No puedo trazarte limites dentro de los cuales debes actuar,
pero sí te ofrezco el espacio necesario para crecer.
No puedo evitar tus sufrimientos cuando alguna pena te parta el corazón,
pero puedo llorar contigo y recoger los pedazos para armarlo de nuevo.
No puedo decirte quien eres ni quien deberías ser.
Solamente puedo quererte como eres y ser tu amigo.
En estos días oré por ti...
En estos días me puse a recordar a mis amistades mas preciosas.
Soy una persona feliz: tengo mas amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, me lo demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo
y cuando hablamos, sea en la alegría o sea en la serenidad,
en estos días pense en mis amigos y amigas,
entre ellos, apareciste tu.
No estabas arriba, ni abajo ni en medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el numero uno ni el numero final.
Lo que se es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual desde hace tiempo se ennoblece mi vida.
Y tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Hice lo que todo amigo:
Oré... y le agradecí a Dios por ti.
Gracias por ser mi amigo

Della poesia esiste però anche una versione breve, che comprende soltanto i primi diciassette versi (fino a «y ser tu amigo»), nonché alcune versioni intermedie, in cui i versi successivi al diciassettesimo sono più o meno drasticamente ridotti di numero.
In effetti, se si legge con attenzione, si vede subito che dopo il diciassettesimo verso il testo cambia drasticamente tono: l’opposizione «Non posso / però» su cui gioca la prima parte scompare totalmente. Viene allora naturale il sospetto che non di una poesia unica si tratti, ma di due poesie distinte, trovate adiacenti da qualche parte e quindi giustapposte e fuse assieme da qualche lettore distratto.
L’ipotesi trova una conferma immediata: basta una semplice ricerca su Google per scoprire che la seconda parte proviene con poche varianti dalla traduzione spagnola di un libro di un religioso brasiliano, il dehoniano Padre Zezinho (al secolo José Fernandes de Oliveira), nato nel 1941, scrittore e musicista di fama locale. Il volume originale è intitolato Amizade talvez seja isso... (São Paulo 1988), mentre la traduzione di María Antonieta Villegas è apparsa nel 1991 a Bogotá col titolo ¡Amistad, quizás sea eso!. Si tratta di una raccolta di «quasi poesie» (così le chiama l’autore); quella che ci interessa si intitola «En esos días recé por ti...», e compare alle pp. 8-9 di un’edizione successiva. Come si vede, il titolo stesso della poesia di P. Zezinho è finito in mezzo ai versi dell’apocrifo borgesiano. Ecco il resto:

A mis muchos amigos y amigas pero en especial a uno de ellos que dos veces arriesgó su nombre y su seguridad dando fe a lo que soy y a lo que hago.

En estos días me puse a recordar mis amistades
más preciosas.
Soy una persona feliz:
tengo más amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, lo que demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo.
Y cuando hablamos, sea en la alegría, sea en la seriedad,
siento que ellos buscan a Dios aun cuando no creen en El...
En esos días pensé en mis numerosos amigos y amigas
y, entre ellos, apareciste tú.
No estabas arriba, ni abajo, ni en el medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el número uno ni el número final.

Lo que yo sé es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual hace tiempo se ennoblece mi vida.
Yo tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Tú no te preocupes del lugar que ocupas en mi corazón
ni el que yo tengo en el tuyo.
Sencillamente somos amigos, sin competencias.

Dice lo que todo amigo debe hacer:
oré... En esos días oré por ti.
Era una oración de gratitud:
tú has dado valor a mi vida...

E la prima parte? Da dove arrivano i primi diciassette versi dell’apocrifo, compresi quelli letti da Renzi? Qui le cose si fanno più complicate. Non si tratta di un testo dalla pur minima dignità letteraria, ed è quasi certo che non sia originariamente comparso in volume. A confondere la pista ci si mettono anche le moltitudini di poeti dilettanti che hanno sfacciatamente rivendicato questi versi come propri; un esempio non banale è quello di un autore messicano che ha costruito sullo scheletro di questa parte della poesia una pagina di un suo libro autopubblicato (scritto diversi anni dopo che i versi erano entrati in circolazione).
Non rimane che risalire pazientemente all’indietro nel tempo. In genere la parte più antica di Internet coincide con Usenet; e in effetti la prima attestazione databile con sicurezza di questi versi è contenuta in un gruppo di discussione. Il messaggio, di una certa Pekitas, risale al dicembre del 2001 (l’originale sembra non essere presente negli archivi), e presenta appunto la versione breve della poesia pseudoborgesiana.
All’inizio dell’anno successivo compare (nello stesso gruppo) la versione lunga, e l’anno dopo ancora, nel 2003, l’attribuzione a Borges.
Le tracce si arrestano qui. Ma si può andare oltre.

Dell’apocrifo spagnolo esistono naturalmente alcune traduzioni in altre lingue, compresa una – molto fedele – in inglese, che sembra apparsa abbastanza di recente. Guardandosi un po’ attorno, però, si scopre una seconda versione in inglese, assai più libera e molto diversa da quella letterale:

I can’t give solutions to all of life’s problems, doubts, or fears.
But I can listen to you, and together we will search for answers.
I can’t change your past with all its heartache and pain,
nor the future with its untold stories.
But I can be there now when you need me to care.
I can’t keep your feet from stumbling.
I can only offer my hand that you may grasp it and not fall.
Your joys, triumphs, successes, and happiness are not mine;
Yet I can share in your laughter.
Your decisions in life are not mine to make, nor to judge;
I can only support you, encourage you, and help you when you ask.
I can’t prevent you from falling away from friendship,
from your values, from me.
I can only pray for you, talk to you and wait for you.
I can’t give you boundaries which I have determined for you,
But I can give you the room to change,
room to grow, room to be yourself.
I can’t keep your heart from breaking and hurting,
But I can cry with you and help you pick up the pieces
and put them back in place.
I can’t tell you who you are.
I can only love you and be your friend.

La poesia, che va spesso sotto il titolo di «Portrait of a Friend» (e che conosce una discreta fortuna nella rete di lingua inglese), viene attribuita il più delle volte a un «anonimo» (ma anche in questo caso sono molti quelli che se la sono abusivamente intestata); non sembra esserci nemmeno un caso in cui sia stata attribuita a Borges. Non si presenta dunque come una traduzione, né mostra mai i versi aggiuntivi di P. Zezinho. Questi sono indizi di un’origine relativamente remota; ma non potrebbero indicare addirittura che sia la versione spagnola a essere una traduzione alquanto libera di questa? In effetti, il testo spagnolo appare – almeno soggettivamente – alquanto più legnoso; questo tuttavia non è per nulla un indizio decisivo. Un po’ più cogente appare la considerazione che la ben nota insularità linguistica anglosassone renderebbe leggermente più probabile un passaggio dall’inglese allo spagnolo che viceversa.
L’indizio più importante è però un altro: la versione inglese è attestata qualche anno prima di quella spagnola – più precisamente a partire dal 18 novembre 1998, giorno in cui una certa Angel riproduce il testo della nostra poesia sull’ennesimo gruppo di discussione. Il testo inglese si diffonderà negli anni successivi, con un piccolo picco proprio nel 2001, anno in cui, come abbiamo visto, fa la sua apparizione la versione spagnola.
Nel post di Angel la poesia reca una firma: Caramel_Kitty. È l’autrice originale, una semplice ripetitrice il cui ruolo è stato equivocato, o l’ennesimo impostore? Probabilmente non lo sapremo mai; ma mi piace pensare, fino a prova contraria, che sia proprio lei ad avere composto questo testo, e che da sì umili origini – si può pensare a un nome letterariamente meno accattivante di «Caramel Kitty»? – sia cominciato un viaggio improbabile e fortunato, che ha portato questi versi modesti prima, come cuculo incolpevole, nel nido di uno dei più grandi scrittori mai vissuti, e poi nella bocca di un primo ministro che avrebbe dovuto scegliere meglio i propri speechwriter o coltivare meglio i propri gusti letterari.