venerdì 31 ottobre 2008

Il paziente non è una bambola gonfiabile


Un mio pezzo sul testamento biologico su Diario in edicola da oggi (anno XIII, n. 20).

giovedì 30 ottobre 2008

Testamento orale, testamento scritto

Quelli che lunedì sera hanno trovato la forza di non passare a un altro canale di fronte all’ennesimo sorrisino sarcastico di Eugenia Roccella, ospite di Gad Lerner nella puntata dell’Infedele dedicata a Eluana Englaro, avranno potuto ascoltare a un certo punto l’ennesima riproposizione di un argomento caro all’attuale sottosegretario al Welfare. Alla sentenza della Corte di Cassazione, che ha chiesto di stabilire la volontà della giovane in base alle testimonianze di quanti la conoscevano, la Roccella contrapponeva il fatto che per i testamenti patrimoniali è necessario che la volontà del testatore sia scritta: una volontà orale, ricostruita grazie a testimoni, non avrebbe in questo caso nessun valore – neppure, come ama ripetere il sottosegretario, se il bene ereditato è solo un motorino; a maggior ragione, quindi, dovrebbe essere richiesta una prova scritta della volontà di non essere sottoposti a terapia, visto che in gioco c’è la vita di una persona. Come giudicare questo ragionamento?

È vero: com’è noto il testamento nuncupativo, cioè orale, non è mai valido nel nostro e in altri ordinamenti giuridici (fanno eccezione alcuni Stati americani, e comunque con forti limitazioni). Qual è la ragione di questa esclusione? Forse che è impossibile trasmettere in questo modo la propria volontà? Supponiamo che un tizio proclami ad alta voce, di fronte a una folta tavolata, di voler lasciare tutti i propri beni all’adorata governante, e che un istante dopo stramazzi al suolo morto per un improvviso malore: è chiaro che in questo caso la sua volontà è stata espressa come e più chiaramente di qualsiasi testamento scritto. La vera ragione dell’assenza di valore giuridico di un ‘testamento’ di questo tipo sta in buona parte nella semplificazione, che ne deriva, delle vicende giuridiche che possono accompagnarsi all’esecuzione delle ultime volontà. La forma scritta garantisce infatti di norma una drastica riduzione (anche se certo non l’eliminazione) della necessità di ascoltare testimoni, di ricostruire circostanze e intenzioni precise, etc. Chi vuol fare testamento non ne riceve un danno particolare: se intendete lasciare i vostri beni alla vostra governante siete avvisati, e nulla vi impedisce di stilare per tempo un adeguato documento.
Ma a chi lascia direttive anticipate su quali terapie intende rifiutare e quali accettare non si può rimproverare di non aver seguito il corretto formalismo, perché non esiste ancora una legge in proposito (in tempi recenti grazie anche agli sforzi di persone come la stessa Eugenia Roccella). Una corte che voglia rendere il massimo di giustizia a un malato ormai incapacitato ad esprimersi farà allora proprio quello che ha fatto la Cassazione nel caso Englaro: disporrà che la volontà pregressa – ove sia stata espressa in modo esplicito – sia ricostruita in base a ogni mezzo, comprese le testimonianze di quanti hanno conosciuto quella persona. Ricordiamo che la Corte in questo modo non sta stabilendo una norma valida per tutti – checché ne dicano gli analfabeti che hanno sollevato il conflitto di attribuzione con le Camere, poi respinto dalla Corte Costituzionale; spetterà al legislatore, quando si occuperà di testamento biologico, fissare eventualmente formalismi analoghi a quelli del testamento patrimoniale (tenendo ovviamente conto delle differenze fra i due istituti).
La Legge, insomma, è fatta per l’uomo, e non l’uomo per la Legge; come dimostra il fatto che, a determinate condizioni, sia possibile provare a mezzo di testimoni il contenuto persino di un testamento patrimoniale andato perduto. Forse la Roccella smetterebbe di sorridere, se qualcuno la prossima volta glielo facesse presente...

martedì 28 ottobre 2008

La cattiva idea delle classi ponte

Un articolo informato e ragionevole sulla proposta delle classi-ponte per i bambini immigrati, sulla Voce (Maurizio Ambrosini, «Classi ponte? Un’invenzione italiana», 28 ottobre 2008):
Non si conoscono […], in epoca recente, precedenti nei paesi avanzati in cui si sia scelta la strada di classi separate per i bambini immigrati, anche se si danno molte esperienze di didattica speciale, volta al rafforzamento delle competenze linguistiche. Per esempio, in Australia o nel Regno Unito, i bambini sono inseriti nelle classi normali, ma inizialmente ricevono una formazione intensiva in lingua inglese, in gruppi separati e con insegnanti specializzati, mentre stanno in aula e lavorano con i compagni per materie come l’educazione fisica, l’educazione artistica, le attività manuali. Dopo qualche settimana, cominciano a diminuire le ore “speciali” e aumentano quelle “normali”, fino a giungere a una completa integrazione. Si tratta quindi di una soluzione diversa da quella delle classi “ponte” della mozione approvata dalla Camera, che istituisce contesti di apprendimento differenziati per gli alunni immigrati privi di adeguate competenze linguistiche.
L’approccio francese tiene conto della concentrazione urbana dei bambini immigrati, così come di altre componenti sociali svantaggiate, aumentando il personale educativo e le risorse a disposizione delle scuole dei cosiddetti “quartieri sensibili”. All’investimento educativo si aggiunge un’attenzione più complessiva alla riqualificazione e allo sviluppo dei quartieri difficili, con la destinazione di risorse per l’animazione economica, sociale e culturale dei territori, in cui le scuole svolgono una funzione importante.
Gli unici esempi noti di classi separate sono quelli istituiti in passato da alcuni länder tedeschi: in quei casi però l’insegnamento si teneva nella lingua del paese d’origine dei genitori, principalmente turchi, e aveva l’obiettivo di favorire il ritorno in patria. Un obiettivo che si è rivelato illusorio, producendo disadattamento e mancata integrazione, con i costi sociali conseguenti.

Nel caso italiano, non siamo all’anno zero. In molte scuole, anche se su basi locali e volontaristiche, sono stati sviluppati laboratori di italiano come lingua seconda, sono stati introdotti facilitatori e mediatori, sono stati distaccati insegnanti con funzioni di sostegno dell’apprendimento. Il problema è semmai che già sotto la gestione di Letizia Moratti, il ministero aveva tagliato le risorse per queste attività. Il lieve incremento successivo è rimasto ben lontano dal compensare l’aumento della popolazione scolastica di origine immigrata. La percezione di un’emergenza educativa è drammatizzata dallo smantellamento delle risorse per fronteggiarla.
Le vistose concentrazioni in certe scuole e classi, inoltre, non sono un dato per così dire “naturale”. Spesso derivano da scelte organizzative che addensano in alcuni plessi e classi gli alunni di origine straniera. Il fatto stesso che alcune scuole abbiano investito maggiormente nella didattica interculturale non di rado diventa un pretesto per convogliare verso di esse gli alunni immigrati, “sgravando” le altre. Il volontarismo e l’attivazione locale hanno come contraltare il disimpegno e la resistenza passiva di altre istituzioni scolastiche. Un impegno per l’integrazione scolastica dovrebbe cominciare con il superamento di queste segregazioni di fatto, non giustificate da ragioni di concentrazione urbana.
Da leggere tutto.

lunedì 27 ottobre 2008

Vito Mancuso è un rivoluzionario!

Tappandomi di tanto in tanto le orecchie (la coppia Eugenia Roccella e Marina Casini è inarrivabile) ascolto le precisazioni di Carlo Alberto Defanti e di Mario Riccio. Beppino Englaro ha una pazienza infinita - la stima nei suoi confronti non potrebbe essere più alta.
Il neurologo Gian Luigi Gigli è da evitare con cautela: entra a pieno titolo nella lista dei medici che non vorrei avere né mai incontrare. Per capirlo bastava leggere la famosa lettera della scorsa estate (la posto appena la ritrovo).

PS
Eugenia Roccella: la cultura laica? Cultura??

venerdì 24 ottobre 2008

Una domanda di Michele Aramini

Su Avvenire di ieri («Una vita che “non vale più”?», Inserto È vita, p. II) Michele Aramini afferma di voler «porre una semplice domanda» – e si dà anche la risposta:
se un giovane appena maggiorenne volesse rinunciare a vivere in virtù della sua autodeterminazione assoluta sostenendo che «mi avete fatto entrare in un mondo che non mi piace, perciò aiutatemi a morire», dovremmo consentirlo o no? A essere coerenti con l’autodeterminazione totale, si dovrebbe assecondare una simile richiesta. Ma credo che tutti noi cercheremmo di distogliere quel giovane dal proposito, e meno che mai accetteremmo di dargli l’eutanasia. Ma allora, perché alcuni possono determinarsi e altri no? Viene qui alla luce la premessa non dichiarata: la vita di alcuni vale, e la vita di altri non vale più.
In sostanza, il «diritto all’autodeterminazione» viene lasciato a coloro che riteniamo non abbiano più valore. Allora non stiamo parlando più della libertà dell’uomo, ma di un uomo-oggetto che viene valutato in base alle sue condizioni fisiche. Dal punto di vista pratico, l’esito di questo processo sarebbe l’eliminazione d’ufficio di coloro che non valgono nulla, in nome di una qualità della vita ritenuta ormai insufficiente.
La domanda ha un senso: effettivamente è probabile che saremmo portati a frapporre qualche ostacolo a un giovane che vuole suicidarsi, anche dopo esserci accertati che sia in grado di intendere e di volere, e che saremmo più propensi ad acconsentire alla fine di un paziente gravemente malato. Qual è la ragione di questa diversa reazione a richieste identiche? Credo che il motivo risieda nella apparente insufficienza di motivazioni del giovane: ci riesce difficile capire come un ragazzo sano, che ha davanti a sé tutta la vita, possa preferire la morte alla vita; al suo posto non effettueremmo certo la sua stessa scelta! Sappiamo che a quell’età è possibile concepire idee sbagliate sulla vita e sul nostro posto nel mondo (Aramini ci spinge un po’ a questa considerazione, parlando di un ragazzo «appena maggiorenne», ma non lo accuso comunque di tendenziosità), e – ragioniamo – questa potrebbe essere la causa di una decisione altrimenti inspiegabile.
Fermiamoci un attimo: non stiamo forse infrangendo il diritto all’autodeterminazione del giovane, «appena maggiorenne», sì, ma comunque sempre maggiorenne? Non stiamo assumendo un atteggiamento paternalistico, ipotizzando che il ragazzo si sbagli e che noi conosciamo cosa è davvero bene per lui? No. In realtà, il principio di autodeterminazione non consiste affatto nell’assumere che noi siamo giudici infallibili di noi stessi, ma solo che siamo i giudici migliori: mediamente più adatti di chiunque altro a indirizzare le nostre vite, ma non per questo immuni da errori. Anche nel mondo liberale ideale c’è dunque uno spazio per l’ascolto dei consigli altrui, per la pausa di riflessione – specie di fronte a decisioni irreversibili. A patto, ovviamente, che la decisione finale spetti a noi (ci torneremo fra un attimo).
Viceversa, nel caso del malato grave la maggioranza di noi comprende bene le ragioni alla base della decisione di porre fine alla propria vita; c’è come un’oggettività nel dolore che ci porta ad escludere che si sia qui di fronte a un errore, che il malato non voglia veramente morire – anche se poi, alla fine, imponiamo anche a lui pause di riflessione e ci accertiamo che non sia semplicemente depresso o bisognoso soltanto di cure palliative e di attenzione umana.
Qualcuno potrebbe rispondere: ma così stai dando ragione ad Aramini, perché sostieni che la vita di alcuni vale, e la vita di altri non vale più. Chi obiettasse in questo modo, però, commetterebbe la fallacia principe dell’integralista: l’elevazione della preferenza personale a norma universale, valida per tutti, volenti o nolenti. Se la maggioranza dei giovani appena maggiorenni trova la vita degna di essere vissuta, questo non vuol dire necessariamente che ogni giovane appena maggiorenne debba essere costretto a vivere una vita che lo disgusta; e se la maggioranza di noi trova intollerabile il pensiero di vivere immobilizzati in un letto attaccati a un respiratore, questo non vuol dire affatto che uno debba andare in giro a staccare respiratori a quei pochi che intendono resistere in quella condizione. Il salto logico è evidente a tutti, ma non all’integralista, che proietta sui «perfidi laicisti» (lo vedevamo anche nel post di ieri) quella che è solo la sua brama di imporre agli altri i propri gusti.

Torniamo al nostro giovane che trova la vita insopportabile. Dopo che ogni nostro tentativo di convinzione è fallito, che cosa dovremmo fare? Rinchiuderlo da qualche parte per impedire un tentativo di suicidio? Le leggi, fortunatamente, non lo consentono. Se quello decide di lasciarsi morire di fame, addirittura, il Codice deontologico dei medici impedisce a un dottore di nutrirlo a forza (ma di questa norma ci si dimentica quando si ha a che fare con pazienti inermi, come Eluana Englaro...). La legge, è vero, obbligherebbe incoerentemente a soccorrerlo in ogni altro caso, se lo possiamo fare senza rischio per noi stessi, o almeno a chiamare aiuto; legge futile, perché farla finita lontano da sguardi indiscreti è molto facile. Nei casi di tentato suicidio, infine, si ricorre (se si sospetta la possibilità di recidive) al Trattamento Sanitario Obbligatorio, cioè all’internamento in un reparto psichiatrico; ma questo dovrebbe essere riservato a persone con problemi psichiatrici, e nella nostra ipotesi il giovane è sano di mente: non so immaginare violenza più terribile dello Stato sull’individuo che sottoporre una persona sana a cure psichiatriche. Confido – spero – che anche Michele Aramini sarebbe d’accordo su questo. Alla fine, quindi, l’autodeterminazione sta nei fatti, oltre che nel diritto.
Rimane un’ultima questione. Aramini dice: «meno che mai accetteremmo di dargli l’eutanasia». Lasciamo perdere le polemiche sulla confusione che spesso circonda questa parola, e prendiamola al suo valore nominale. Molti di noi sono favorevoli non solo alla sospensione delle cure per chi ne faccia richiesta, ma anche all’eutanasia attiva, cioè alla somministrazione di farmaci in grado di causare direttamente la morte. Questo, almeno, finché si parla di malati; ma di fronte a un’estensione agli aspiranti suicidi sani (pur dopo aver esperito tutti gli argomenti dissuasivi di cui siamo capaci), effettivamente ci viene naturale indietreggiare. Un punto per Aramini? Forse siamo influenzati da un’istintiva repulsione a dare la morte a una persona sana? Può darsi. Ma mi chiedo se in realtà la nostra repulsione non riguardi piuttosto la statalizzazione del suicidio, questa incapacità dell’individuo nel pieno possesso delle proprie facoltà di assumersi la responsabilità di portare alla logica conclusione la propria libera scelta di valore, chiedendo invece l’intervento degli altri – che non hanno oltretutto nessuna responsabilità per il suo essere venuto al mondo. Diversa ovviamente la condizione del malato, che si trova spesso nell’impossibilità oggettiva di accedere ai mezzi per farla finita.
In ogni caso, il diritto all’autodeterminazione, che è un diritto negativo, cioè un diritto alla non interferenza, rimane integro e inviolato. I diritti positivi degli individui, cioè il diritto a ottenere determinate prestazioni dagli altri, sono per forza di cose soggetti a limiti severi; le cure mediche sono un’eccezione riconosciuta, e l’eutanasia dei malati affetti da gravi patologie rientra in pieno nel loro ambito, costituendo la fine sempre possibile, seppure tragica, di un percorso terapeutico.

giovedì 23 ottobre 2008

Massimo Zambelli e gli atei insinceri

Mi aspettavo che la notizia della campagna pubblicitaria finanziata da alcuni atei inglesi – quella con la scritta «There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life» sulle fiancate degli autobus – suscitasse un’ondata di commenti indignati sui blog integralisti, ma così ancora non è stato. Solo su Orarel Massimo Zambelli dedica un post alla vicenda («Probabilmente Dio non esiste», 23 ottobre 2008); una sua affermazione vale la pena di un breve commento:
I promotori sono apprezzabili per la sincerità: “Noi ateisti vogliamo un paese secolarista, un governo secolarista, una scuola secolarista”. Da noi invece si parla di laicità, società laica, scuola laica, stato laico, ma si intende atea e ateo. Quando qualcuno si presenta come laico vuol significare non credente. È giusto che chi abbia una visione della realtà voglia difenderla e diffonderla.
Secondo Zambelli, dunque, gli atei inglesi non vorrebbero una società, una scuola e uno stato laici, ma una società, una scuola e uno stato atei. Eppure nella frase che riporta (che trae da un articolo di Repubblica) non c’è scritto «vogliamo un paese ateo, un governo ateo, una scuola atea». Al posto dell’aggettivo «ateo» c’è scritto «secolarista», che è ovviamente una traduzione dell’inglese «secular», come confermato da una breve ricerca su Internet, che ci porta sul sito del Guardian («atheists want a secular country, we want a secular school and a secular government»); e «secular» vuol dire «laico»: così lo traduce per esempio Il Grande dizionario inglese di Fernando Picchi, su cui per questa voce non si trova traccia del traducente «ateo» (in effetti una traduzione in italiano corrente sarebbe stata «gli atei – non gli ateisti! – vogliono un paese laico, etc.»). Un’occhiata allo Shorter Oxford conferma che il significato di secularism corrisponde quasi esattamente a quello del nostro «laicismo»:
The belief that religion and religious considerations should be deliberately omitted from temporal affairs.
Anche presso i «sinceri» atei inglesi, dunque, si parla di società laica, scuola laica, stato laico; come mai Zambelli pensa il contrario? Escluderei l’ignoranza della lingua inglese, e propenderei piuttosto per un abbaglio: Zambelli ha secondo me letto «ateo» al posto di «secolarista». La causa è forse illuminata da una frase rivelatrice: «È giusto che chi abbia una visione della realtà voglia difenderla e diffonderla». Per l’autore di Orarel chi è ateo deve volere un mondo conforme alla propria credenza, anche se dichiara il contrario – anzi il suo dichiarare il contrario neppure penetra nella coscienza del nostro. Ogni appello alla neutralità religiosa dello Stato, alla libertà di coscienza – perché questo significa laicità – è insincero, mero flatus vocis. Il che, naturalmente, ci rivela qualcosa dello stesso Zambelli, e niente invece degli atei e dei laici...

Si potrebbe obiettare che, sebbene gli atei inglesi vogliano anch’essi istituzioni laiche, essi hanno almeno il coraggio di chiamarsi atei, e non laici, come invece – è una parte dell’accusa di Zambelli – farebbero gli insinceri atei italiani. Ma questo è quasi interamente falso: esiste un’agguerrita, rappresentativa (e benemerita) organizzazione italiana che orgogliosamente si fregia dell’appellativo di Unione degli atei, agnostici e razionalisti. Può però essere vero che in passato qualche ateo preferisse definirsi meno impegnativamente laico; come mai? Leggiamo un altro passo del post di Zambelli:
Quando ho letto la pubblicità inglese maliziosamente ho pensato che di quello slogan sarebbero contenti tutti i cattivi di questo mondo. Cosa fanno se non cercare di godersela alle spalle di altri (che importa)? Una sequenza di assassini, tiranni, pedofili, sadici, padroni sfruttatori, drogati e spacciatori, mafiosi, ladri... Dio non c’è, non devono rendere conto a nessuno. Non solo per il fatto che se se [sic] ce la fanno a non essere presi non hanno in morte nessun ultimo giudice, ma proprio letteralmente nessuno li può giudicare, perché ogni scelta di vita non è giudicabile, in quanto la vita in generale non ha alcuno scopo, buono o cattivo che sia.
Ecco, se questa è l’immagine evocata in certuni da uno slogan come quello, abbiamo forse spiegato il perché di alcuni eufemismi...

Marco Bregni non è il mio medico (piuttosto datemi un manuale Merck che è meglio)

Ci sono infinite varianti di abuso in nome del nostro bene. Ed è anche forse il tempo di segnarsi i medici ai quali non affidarsi mai e poi mai. Scrive Marco Bregni (Ospedale San Giuseppe, Milano; Presidente Medicina&Persona):
Espressione di questa cultura in cui l’uomo diventa arbitro della propria e altrui vita è il testamento biologico, o le direttive anticipate di trattamento, che vengono attualmente discusse soprattutto in relazione al caso di Eluana Englaro.
Solo della propria, a dir la verità. E non è dato sapere se Bregni ha davvero frainteso o fa finta di non capire. Suona strana questa obiezione detta proprio da chi gioca a fare il giudice supremo delle esistenze altrui. Finché è il santo padre a decidere sulla pelle degli altri va bene, ma se è un povero cristiano che vuole soltanto decidere della propria esistenza no??
E prosegue:
Pur non citandolo espressamente, il Santo Padre rigetta la logica del testamento biologico, e sostiene la responsabilità personale del medico il cui compito è proporre trattamenti che mirino al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua professionalità lo mette in grado di valutare la situazione meglio che il paziente stesso.
Verrebbe da dire: è un problema suo, è libero di rigettarlo e noi dovremmo essere liberi di fare diversamente. Ma no, il santo padre possiede la Verità e vuole donarcela. Grazie, molto gentile da parte vostra.
Però va riconosciuto a Bregni di avere il fegato di dire ciò che in molti nascondono a parole: il medico, e solo il medico, sa qual è il vero bene del paziente. Finalmente qualcuno lo ha detto!
Sono piuttosto allarmata. Meglio preparare la lista, altro che testamento biologico. Si potrà ricusare un medico, che dite? O devo chiedere il permesso al santo padre?

domenica 19 ottobre 2008

I paradossi di Samek Lodovici

Può sembrare a volte che la riflessione morale – i nostri ragionamenti su ciò che è giusto o sbagliato, e sui principi in base ai quali decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato – non sia altro che l’espressione di opinioni personali, senza alcuna possibilità di raggiungere verità condivise. Eppure dei punti comuni esistono: è vero che anch’essi possono essere (e di fatto sono stati spesso) sottoposti a critica, ma da lì si deve partire. Sono, in sostanza, i principi su cui si basa ogni società liberale, quelli che sono incarnati – con una certa approssimazione – nelle costituzioni e nelle norme dei paesi democratici, compreso – con notevole approssimazione – il nostro.
Eppure c’è chi sembra ignorare totalmente questi principi: non perché ne proponga altri alternativi (almeno, non esplicitamente), ma per una forma di radicale incomprensione che sfocia, inevitabilmente, nel paradosso. Vediamo per esempio cosa scrive Giacomo Samek Lodovici su Avvenire di dieci giorni fa («Non c’è un’autodeterminazione di Stato», 9 ottobre 2008, Inserto È Vita p. III):
obbligando i medici in nome dell’autodeterminazione del malato si calpesta quella dei primi
«La mia libertà finisce dove comincia la tua»: si penserebbe che tutti conoscano questa massima notissima (magari nella forma più pittoresca «La mia libertà finisce dove comincia il tuo naso»). Ognuno di noi possiede una sfera personale inviolabile, costituita dal nostro corpo, dalla nostra mente, dalle nostre proprietà (beh, queste possono fare parzialmente eccezione, almeno per gli agenti delle tasse...), in cui gli altri possono accedere solo col nostro permesso. Nessuno mi può mettere le mani addosso, se non col mio consenso, neppure il medico che vuole salvarmi la vita. Io, specularmente, non posso obbligare il medico a fare – a farmi – qualcosa che vada contro la sua scienza e la sua coscienza (a meno che egli non abbia un obbligo contrattuale che lo impegna in tal senso: il limite tanto spesso ignorato dell’obiezione di coscienza è proprio questo), ma è assolutamente chiara, qui, la differenza fra obbligare a fare e obbligare a non fare.
Certo, si può dire che il divieto di interferire nella sfera personale degli altri limita comunque la mia libertà: mi piacerebbe tanto prendere a schiaffi A. o dare un bacio a B., e non posso farlo, perché nessuno dei due lo vuole. Ma questa limitazione della mia libertà è, per così dire, qualitativamente diversa da quella che subirei se fosse A. a dare uno schiaffo a me, o C. a darmi un bacio non richiesto. Le due quantità non possono essere sommate, se non a prezzo di gravi paradossi: il fanatico salutista che mi rapisse per disavvezzarmi al fumo di sigaretta non solo potrebbe portare a giustificazione il mio bene ‘oggettivo’, ma potrebbe anche sostenere che il rispetto della mia libertà non costituisce in nessun modo un ostacolo, visto che se non gli fosse consentito di rapirmi sarebbe la sua libertà di vedermi libero dal vizio a venire frustrata.
Inoltre (eccetto casi rarissimi), quando apparentemente disponiamo solo di noi stessi, in realtà incidiamo anche sugli altri: per esempio, il suicida priva gli altri del contributo che egli solitamente (e, a volte, doverosamente) fornisce loro e provoca un dolore lacerante nelle persone che gli vogliono bene. E chi si suicida con l’assistenza e l’approvazione dei suoi cari incide negativamente su chi prova disapprovazione e dolore per tale suicidio assistito.
Cominciamo col notare che se suicidandoci priviamo gli altri dei contributi che dobbiamo loto fornire, è anche vero che allo stesso tempo gli altri vengono esentati dal contributo che devono per reciprocità fornire a noi: una risposta, questa, che risale al saggio On suicide di David Hume, pubblicato nel 1783 – ma capisco che non tutti possiamo mantenerci aggiornati, con la valanga di libri che si pubblicano. Quanto al dolore provocato nelle persone che ci vogliono bene, esso dovrebbe essere più che compensato dall’addolcimento del dolore che esse provavano (sperabilmente) a vederci nelle condizioni che ci hanno portato a un passo così estremo.
Ma è con l’ultima osservazione che di nuovo Samek dimostra di non cogliere la distinzione fra le varie sfere personali. Di primo acchito si sarebbe portati a riconoscere che c’è qualcosa di vero in quanto dice: anche con azioni di portata assolutamente privata noi possiamo agire in qualche modo sugli altri, visto che non essendo invisibili è possibile – e in certi casi, come appunto nel suicidio, inevitabile – che qualcosa di quello che facciamo traspaia e influenzi la vita altrui. Ma di nuovo, ciò non può essere assolutamente confuso con l’azione diretta che tocca direttamente le altre persone. Se lo fosse, ci troveremmo alla mercé della disapprovazione della folla anche per quanto succede nella sfera personale, che non godrebbe più di quella intoccabilità che invece le dobbiamo accordare; la nostra stessa esistenza sarebbe in pericolo, se ci capitasse per qualsiasi motivo di costituire un gravissimo obbrobrio agli occhi dei più. Immagini Samek Lodovici cosa succederebbe se con la scusa che la transustanziazione ricorda loro disgustosamente un atto di cannibalismo, una futura maggioranza decidesse di mettere al bando la messa cattolica...
Dunque se io sono malato e rifiuto di iniziare delle terapie salvavita chiaramente proporzionate, come si devono comportare gli altri e lo Stato? Essi hanno il dovere di implorarmi a iniziarle. Ma se non riescono a convincermi?
Come si evince anche dalla più diffusa (non l’unica) interpretazione dell’articolo 32 della Costituzione, se essi riescono ad appurare (cosa spesso molto difficile) che io sono lucido e autonomo (il che avviene di rado), devono tollerare a malincuore che io rifiuti tali terapie, sebbene questo mio atto (un suicidio) sia malvagio: non devono impormele coercitivamente perché (questo è il punto) farebbero violenza sul mio corpo. Almeno così mi pare (ma ritengo importanti anche le ragioni di chi la pensa diversamente). Tollerare a malincuore un atto malvagio è, tuttavia, ben diverso da cooperare a compierlo, come invece fa chi – già solo sospendendo delle terapie salvavita – asseconda la volontà di morire di un uomo, uccidendolo come egli chiede o come ha chiesto redigendo il testamento biologico.
Qui il paradosso si fa stridente. Che differenza c’è mai fra rifiutarsi di iniziare una terapia salvavita e sospenderla? Se il primo atto costituisce una «violenza sul mio corpo», non lo è anche il secondo? Se lasciando accadere il primo si «asseconda la volontà di morire di un uomo», non si fa la stessa cosa tollerando il secondo? Si badi: non intraprendere e interrompere sono entrambi omissioni, e quindi non si può invocare una qualche distinzione fra eutanasia attiva e passiva. Proprio non si riesce a capire – e forse non ha capito neppure Samek, vista la profusione di espressioni dubitative con cui costella il paragrafo...
Inoltre il testamento biologico di chi non riesce più a comunicare e che ha scritto in passato che esige di non iniziare/sospendere delle terapie proporzionate non va assecondato, anche perché è un dato di fatto che, nella maggior parte dei casi, le persone che inizialmente chiedono l’eutanasia cambiano successivamente idea: l’esecuzione del testamento sarebbe proprio la trasgressione della loro volontà. Non siamo certi che abbiano cambiato idea, però è la cosa più probabile e, se siamo in dubbio sulla volontà attuale del soggetto, per il principio di precauzione dobbiamo somministrargli terapie proporzionate perché si deve optare per il bene del malato.
Siamo all’ultima confusione. Chi chiede l’eutanasia può cambiare idea (lasciamo da parte se ciò succeda «nella maggior parte dei casi») perché è cambiata la situazione in cui si trova, nella progressione della malattia e delle terapie. Ma nel caso del testamento biologico il paziente non può aver cambiato idea, perché per definizione non ha più la capacità di avere idee; non ha una volontà attuale perché per avere una volontà bisogna essere coscienti, e se si è coscienti allora non occorre esibire il proprio testamento biologico. La volontà del paziente privo di coscienza non può essere che l’ultima volontà che ha espresso quando ancora poteva, e questa è appunto – in ottima approssimazione – quella comunicata nelle direttive anticipate. E noi dobbiamo evitare di somministrargli terapie, perché si deve optare per quello che il malato sa essere il suo bene.

XXXIX Congresso Società Italiana di Neurologia


Napoli (18 - 22 ottobre 2008)
Mostra d’Oltremare

21 ottobre dalle 13.00 alle 19.00

CORSO DI BASE SULL’ETICA DEL MALATO NEUROLOGICO ALLA FINE DELLA VITA
A cura di AGC onlus (Associazione Gilberto Cominetta per le cure palliative in neurologia)

Chiara Lalli, Ignazio Renzo Causarano, Carlo Alberto Defanti

Programma completo e altre informazioni qui.

giovedì 16 ottobre 2008

Good, Clean, Fair

Così deve essere il cibo secondo il Salone del Gusto.
Ma chi l’ha detto che gli Ogm non possono essere buoni, puliti e giusti?
SAgRi e il Riformista mettono a confronto la Scienza e la Politica a Roma, 21 ottobre 2008, Sala degli Atti parlamentari (presso la Biblioteca del Senato, ingresso da piazza della Minerva).

Programma

h 14.30 La parola alla Scienza
Saluti di: Luigi Frusciante (Società Italiana di Genetica Agraria)
Giorgio Cantelli Forti (Società Italiana di Tossicologia)

Introduce: Gilberto Corbellini (Università La Sapienza)
Intervengono:
Christian Fatokun (International Institute of Tropical Agriculture, Nigeria)
Klaus Ammann (Delft University of Technology, Olanda)
Roberto Defez (Consiglio Nazionale delle Ricerche)
Antonio Pascale (scrittore)

h 17.00 La parola alla Politica
Modera: Chicco Testa (il Riformista)
Intervengono:
Luigi Pelaggi (Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dell'Ambiente)
Adolfo Urso (Sottosegretario allo sviluppo economico)
Maurizio Ronconi (Membro della direzione nazionale UDC)
Emma Bonino (Vicepresidente del Senato)
Giorgio Tonini (Senatore del Partito Democratico)
Miriam Mafai (Giornalista)

Locandina e programma qui.

mercoledì 15 ottobre 2008

Per una volta siamo in accordo con Luca Volontè


Se questa e' la serieta' con cui si vuol discutere delle cure e della morte,beh c'e' da sperare di morir per un colpaccio, da rimanere stecchiti ognuno alla sua ora.
Ovviamente non lo siamo con le sue premesse, perciò non vale. Il nostro non sembra migliorare nemmeno con la lingua. Ovviamente lui ha delle idee al proposito: chi volesse trova delucidazioni sul suo sito.

lunedì 13 ottobre 2008

Non ditelo ad un superstizioso

Intervista a Vanity Fair (2007):
«Ero un alcolizzato. E visto che nella mia famiglia il vizio del bere lo si tramanda da generazioni, ho preferito interrompere la tradizione. Ci sono troppe persone che sognano per me un destino da poeta maledetto, come Rimbaud, morto a 37 anni. Ho un paio d'anni scarsi a disposizione, preferisco arrivarci in buono stato».
Oggi: Morto a 37 anni il figlio di Depardieu, la Stampa, 13 ottobre 2008.

Noia mortale

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?
(Eluana Englaro è più viva che mai. Ma i giornali se ne sono accorti?, stranocristiano).
Concordo con Assuntina Morresi sulla approssimazione dei giornali (solo pochi esempi: Eluana sarebbe in coma; Eluana soffrirebbe di fame e di sete; Eluana ha reagito e così via). Ma il nostro accordo è solo formale, perché appena si entra nei contenuti l’incanto si spezza e quanto afferma (sarcasticamente o aspirando ad esserlo) la nostra è ambiguo – sembra volutamente ambiguo per approfittare della confusione.
Un vegetale è vivo, ma Assuntina è talmente distratta dalla sua reazione di scandalo da dimenticarlo. E dimentica anche di considerare la differenza tra vita biologica e vita personale (ultimamente mi sembro un disco rotto: non so se sia più impressionate leggere sempre le stesse cose o ritrovarsi a rispondere sempre le stesse cose...).
Tutto il resto è secondario, ed è lasciato alle opinione personali.
Ma se la premessa consiste nella confusione tra due livelli che devono essere distinti (il piano biologico e quello personale) è inutile proseguire nella discussione.
Siamo felici che anche Eugenia Roccella concordi, non ci avremmo dormito stanotte.

domenica 12 ottobre 2008

Coma vegetativo

La bionda telegiornalista annuncia il servizio su Eluana Englaro (Tg2 serale), “la ragazza in coma vegetativo”. (Non vedo mai il Tg2, ma accedendo per vedere un film inciampo nel servizio su Eluana).
Ma santa donna!, ancora con il coma? Ma è tanto difficile azzeccarci – per una volta, per sbaglio?
Me poi ci consoliamo.
“Non il vescovo ma il medico deve decidere in queste circostanze” ha detto Dionigi Tettamanzi! Evviva. Miglioriamo: se arriviamo a ricordare che ci sono pure le volontà del paziente brindiamo. Promesso.

sabato 11 ottobre 2008

Eluana Englaro in fin di vita

«Eluana: emorragia interna, si aggravano le condizioni», Ansa, 11 ottobre 2008, 18:10:
«Eluana si è aggravata come spesso accade ai pazienti costretti a letto per lunghi periodi di tempo. In questo momento Eluana ha una emorragia grave che ha fatto scendere i globuli rossi al di sotto della soglia minima». Lo afferma il senatore e professor Ignazio Marino, che ha parlato con Beppino Englaro, con il quale è in contatto da anni. «Ad Eluana – prosegue Marino – sta diminuendo progressivamente anche la pressione arteriosa e in queste condizioni senza interventi terapeutici è molto probabile che Eluana si possa spegnere in un tempo breve». «Ho parlato con Beppino e Suor Rosangela, che accudisce la giovane da molti anni: entrambi sono sereni nell’accettare la fine della lunga agonia di Eluana», ha aggiunto Marino.
Marino ha inoltre riferito che eventuali interventi esterni «evidentemente potrebbero essere utili a fermare l’emorragia ma non a restituire l’integrità intellettuale a Eluana». «Penso sia importante sottolineare – ha aggiunto il senatore – l’alleanza terapeutica fra la famiglia e gli operatori sanitari e il rispetto della dignità della persona, che vuole dire anche volersi fermare di fronte a terapie che comunque non possono modificare lo stato delle cose». «La decisione – ha concluso – va lasciata ai familiari e ai sanitari».
Speriamo che così avvenga, e che Eluana sia lasciata finalmente libera.

Aggiornamento Ansa delle 18:55:
L’emorragia interna che ha colpito Eluana Englaro la notte scorsa si è arrestata. Lo ha spiegato il medico neurologo Carlo Alberto Defanti all’uscita dalla clinica in cui giovane in coma da 16 anni è ricoverata. «Qualora l’emorragia si arrestasse, come sembra essere accaduto nel pomeriggio, potrebbe riprendersi», ha spiegato Defanti il quale ha detto che «per la prima volta c’é stato un accordo tra la famiglia, me stesso e la clinica a non adottare misure salvavita». «Misure che potevano essere utile in una condizione normale, ma non in questa».

venerdì 10 ottobre 2008

Non solo so’ froci: portano pure le malattie!

Gay Pride Roma (7 giugno 2008)
Chiara Atzori è infettivologa presso l’Ospedale Sacco di Milano ed è una fanatica sostenitrice della terapia riparativa (l’omosessualità è una patologia e va curata o, meglio, riparata). Ma siccome non basta più definire gli omosessuali come malati, da riparare, da redimere, si è dedicata al “dagli all’untore”. Gaynews ha trascritto l’intervista che l’infettivologa ha rilasciato a Radio Maria (se non doveste farcela ad ascoltarla, potreste leggerla a puntate). L’unico dubbio che ho nello scrivere su questa incresciosa vicenda è quella di contribuire a dare spazio a qualcuno che non merita nemmeno una risposta, ma solo uno schifato silenzio. Una paura che potrebbe somigliare a quella di un derattizzatore se usasse una gabbia per leoni. Qualcosa del genere.

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Come essere famosi in soli tre passaggi

Vortici
Sono tanti gli aggettivi e i sostantivi che usiamo migliaia di volte senza farci troppe domande, anzi senza pensarci nemmeno, e di cui siamo certi di conoscere il significato e le sfumature. Capita spesso, però, che se dobbiamo definirli non è così semplice come avremmo creduto.
La definizione, lasciata dormiente per la maggior parte del tempo, diventa urgente nei casi di incomprensione oppure quando dobbiamo spiegare a qualcuno che ignora la nostra lingua. Il rischio di fare scena muta e di balbettare qualche insoddisfacente risposta è piuttosto alto.
Un esempio di rompicapo? “Famoso”. Come potremmo definirlo? Sembra essere un concetto relativo (famoso per chi? E per aver fatto cosa?) e scivoloso (quali sono i criteri per rilevare se qualcuno è davvero famoso oppure no?).
E poi le lingue, se non sono morte, evolvono e mutano. Insieme a loro le parole. L’illusione della possibilità di una definizione imperitura sfugge dalla mente come le ombre si dissolvono al tramonto.
Questo dilemma emerge, quasi per caso, venendo a conoscenza della recente entrata di Rossano Rubicondi ne L’Isola dei Famosi. Tra i vip, ovviamente – e il dubbio di aver capito male viene prontamente fugato: Rossano è naufrago proprio perché è famoso. E perché lo sarebbe?
Il dubbio di inadeguatezza e di scarsa conoscenza della propria lingua madre si fa bruciante.
Digitando “famoso” su google il primo url è L’Isola dei Famosi. Un corto circuito quasi escheriano: inutile forzarlo, meglio cambiare strategia.
Il secondo tentativo non offre risultati molto più soddisfacenti: cercando “Rossano Rubicondi” oltre al riferimento a L’Isola e poco altro che non soddisfa la domanda, ci ritroviamo linkati alla moglie: Ivana Trump. Dopo sei anni di fidanzamento si sono sposati a Miami; si dicono felici e i pettegoli sottolineano la differenza d’età: 35 lui, 59 lei. Ma parte la conferma del naufragio e la scoperta della consorte, il mistero della fama non è ancora svelato e la ricerca deve continuare. Perché sarebbe famosa Ivana Trump? E già si insinua il dubbio di fama indiretta: se Ivana è famosa, allora Rossano lo è di luce riflessa? Ivana, oltre ai riferimenti speculari e già detti e alla sua eredità, sembra essere nota a causa del suo ex marito (fonte principale, peraltro, della suddetta eredità): e siamo al terzo giro.
La stella di Ivana non è certo la sua carriera olimpica – che a stento qualcuno ricorda – ma Donald Trump: hanno vissuto come marito e moglie per tredici anni, hanno avuto tre figli e poi hanno divorziato – ma Ivana ancora sfoggia il cognome Trump come fosse un cervo impagliato sopra al caminetto.
Donald, miliardario e poliedrico uomo d’affari, ha avviato questa catena di celebrità che è sbarcata da poche ore in Honduras. A testimonianza della gerarchia ci si mette anche lo stesso strumento che ci ha condotto fin qui: se Ivana e Rossano non arrivano, insieme, nemmeno a 500.000 occorrenze, Donald – solo soletto – supera i 5 milioni di risultati!
Altro che sei gradi di separazione – sei “amici di amici” che collegano il più illustre sconosciuto all’uomo più potente del mondo – per essere considerati famosi ne bastano tre (e un paio di matrimoni azzeccati)!
“Godetevi il successo,/godete finché dura/ché il pubblico è ammaestrato/e non vi fa paura” canta Francesco Guccini nei panni di Cyrano e rivolto, strano a dirsi, all’amata omonima – ma irraggiungibile – del nostro: Rossana.

DNews, 10 ottobre 2008

Come Socrate, Gesù e lo scimpanzé

Scrive Francesco Agnoli sul Foglio di ieri («Ciao ciao Darwin», 9 ottobre 2008, p. 2):
Il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto.
Su Darwin di un anno fa («Un piccolo aiuto da un amico», n. 21, settembre-ottobre 2007, p. 62), Frans B.M. de Waal, celebre primatologo, cita Jane Goodall:
«In alcuni zoo, gli scimpanzé sono tenuti sopra isole artificiali, circondate da fossati riempiti d’acqua. Questi animali non sanno nuotare e, se non si corre in loro soccorso, affogano quando cadono in acque profonde. Nonostante questo, alcuni individui a volte hanno compiuti atti eroici per salvare compagni che stavano annegando e in qualche caso ci sono anche riusciti. Un maschio adulto ha perso la sua compagna mentre cercava di salvare un piccolo che era finito in acqua per colpa di una madre poco attenta».
Chiosa de Waal (p. 63):
È assai […] probabile […] che questi tentativi di salvataggio siano guidati dalle emozioni, perché la paura dell’acqua può essere superata solo da una motivazione irresistibile.

giovedì 9 ottobre 2008

Testamento biologico: intervista col vampiro

Quando e come farlo, cosa fare nei casi “controversi”. Staccare la spina secondo Soro, rappresentante di una delle due fazioni che attualmente si battono all’interno del PD.

Antonello Soro, medico, cattolico (viene precisato) e presidente dei deputati del PD, si lascia intervistare da Stefano Brusadelli (Panorama, 3 ottobre 2008) in tema di testamento biologico. Ai più distratti ricordiamo di che si tratta: “Il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l’espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.” Su Panorama si parla della validità, ma anche delle dispute all’interno del PD sulla questione che vedono contrapposto fronte cattolico e fronte “laico”. Soro risponde in modo preoccupante e insoddisfacente, ma Brusadelli perde diverse occasioni di porre le domande giuste. Magari poteva evitarne di inutili, come “A che punto è il dibattito dentro il Pd?” superata però dalla risposta, “Abbiamo costituito un comitato ristretto che deve varare un testo unificato da presentare poi agli altri gruppi. Ne fanno parte Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Livia Turco, Paola Binetti, Daniele Bosone e Maria Antonietta Farina Coscioni. Come vede, ci sono sensibilità e culture diverse.”. Un inutile spreco di inchiostro al posto del quale avrebbe tranquillamente potuto campeggiare la parola “malissimo”.

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Le parole della Consulta

Dall’Ordinanza n. 334/2008 della Corte Costituzionale sul ricorso presentato da Camera dei Deputati e Senato della Repubblica contro la sentenza della Corte di Cassazione e il decreto della Corte d’Appello di Milano riguardo il caso Englaro:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE


[…] ha pronunciato la seguente

ORDINANZA


nei giudizi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorti a seguito della sentenza della Corte di cassazione, n. 21748 del 16 ottobre 2007 e del decreto della Corte di appello di Milano del 25 giugno 2008, promossi con ricorsi della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica depositati in cancelleria il 17 settembre 2008 ed iscritti ai nn. 16 e 17 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2008, fase di ammissibilità.
Udito nella camera di consiglio dell’8 ottobre 2008 il Giudice relatore Ugo De Siervo.
Ritenuto […] che la medesima giurisprudenza [di questa Corte] afferma che un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto giurisdizionale non può ridursi alla prospettazione di un percorso logico-giuridico alternativo rispetto a quello censurato, giacché il conflitto di attribuzione «non può essere trasformato in un atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici» (ordinanza n. 359 del 1999; si veda altresì la sentenza n. 290 del 2007);
che, peraltro, questa Corte non rileva la sussistenza nella specie di indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati – aventi tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali loro proprie e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie – come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne è sempre e comunque il titolare;
che entrambe le parti ricorrenti, pur escludendo di voler sindacare errores in iudicando, in realtà avanzano molteplici critiche al modo in cui la Cassazione ha selezionato ed utilizzato il materiale normativo rilevante per la decisione o a come lo ha interpretato;
che la vicenda processuale che ha originato il presente giudizio non appare ancora esaurita, e che, d’altra parte, il Parlamento può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti;
che, pertanto, non sussiste il requisito oggettivo per l’instaurazione dei conflitti sollevati.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE


riuniti i ricorsi,
dichiara inammissibili, ai sensi dei commi terzo e quarto dell’art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica nei confronti della Corte di cassazione e della Corte di appello di Milano, di cui in epigrafe.
La Corte, in sostanza, nota come la sentenza della Cassazione non invada in nessun modo le prerogative del Parlamento, visto che non ha ovviamente forza di legge ma è valida unicamente nel caso specifico. Inoltre mette in rilievo come i due ricorsi entrino nel merito della sentenza della Cassazione, pretendendo di dimostrare che sia sbagliata – cosa che non spetta alle Camere, che non costituiscono un grado di giudizio superiore alla Corte Suprema. Sono insomma le Camere ad aver invaso il campo del potere giudiziario, e non viceversa.

Una conoscenza elementare del diritto avrebbe risparmiato a deputati e senatori questa umiliante figura. Ma le poche voci che invitavano a ragionare sono state soverchiate dai sudditi devoti di un Potere profondamente estraneo alla cultura costituzionale, e dai cinici membri di un’élite politica che da tempo coglie tutte le occasioni per cercare di umiliare e sottomettere l’unico potere ancora in grado di controllarne l’operato.

mercoledì 8 ottobre 2008

Festival della Filosofia della Scienza


Lezioni magistrali Venerdì 17 ottobre 2008 ore 16

Conduce e coordina Armando Massarenti
Corrado Augias
Giulio Giorello
Furio Honsell
Piergiorgio Odifreddi
Paolo Rossi

Lezioni magistrali sabato 18 ottobre 2008 ore 10

Conduce e coordina Paolo Rossi
Francesco D’Agostino
Chiara Lalli
Armando Massarenti
Stefano Moriggi

Al dibattito conclusivo parteciperà anche Piergiorgio Odifreddi.

Programma completo e altri informazioni qui.

Segnalazione

Riceviamo da razionalismo e volentieri postiamo (in attesa di scrivere un commento alla dottoressa (??) in questione).
Il mio misero canale YouTube (che contiene pure video su Darwin, evoluzione, il libro di Rosa Giannetta Alberoni e le farneticazioni di RadioMaria) è stato segnalato allo zelante staff di YouTube per via di un video in cui si sentono le opinioni deliranti della dottoressa Atzori, immunologa presso l'ospedale Sacco di Milano, riguardo al virus HIV e la sua ulteriore diffusione nel caso venissero approvati i DICO, CUS, DiDoRe, chiamateli come volete...

Ecco il video incriminato:
http://www.dailymotion.com/razionalismo/video/x6zhy5

Il video è stato prontamente rimosso e il canale è a minaccia di chiusura se chi ha segnalato il video innocente ne segnalasse anche solo un altro entro 6 mesi (e di sicuro avverrà!)

Scusate lo sfogo, ma intendevo rendere pubblica questa offensiva integralista in rete.

lunedì 6 ottobre 2008

Disonestà

Il nostro è un no chiaro all’eutanasia e un recente articolo del dottor Mario Riccio (l’anestesista che ha seguito la morte di Piergiorgio Welby ) il quale ha spiegato e descritto gli eventi i cui è morto Welby, presenti due medici, per applicare l’eutanasia mi fa paura.
Paola Binetti accetta la sfida a braccio di ferro, ma alza continuamente il gomito strepitando che non è vero, non lo ha alzato, siete ciechi?, volete forse tagliarmi il braccio?
No, Binetti, vorremmo soltanto che tu fossi meno disonesta, che non barassi in modo tanto eclatante giurando che non stai barando. Dire che Piero Welby è morto perché Mario Riccio avrebbe applicato l’eutanasia è uno sfondone di rara ingombranza.
Vorrei ricordare che anche lo spergiuro è un peccattuccio e che non siamo tutti imbecilli incapaci di capire che ci stai prendendo per il culo.

domenica 5 ottobre 2008

Rosa come un romanzo di poca cosa

Mandrillo (o culo)
L’annoso e insensato dibattito tra evoluzionisti e creazionisti si arricchisce continuamente: Rosa Alberoni sembra avere le idee molto chiare sulla questione, ma probabilmente è più confusa di quel che pensa.

Se è sufficiente nominare Charles Darwin per scaldare gli animi, aggiungere all’agone Rosa Giannetta Alberoni, professore universitario di Sociologia Generale e moglie del celebre luminare Francesco Alberoni, ti porta per mano e ad occhi chiusi in una sauna scioglibudella. Antonio Gaspari ci offre una telecronaca del tutto (Quando la darwinolatria diventa intollerante. Per Rosa Alberoni la bellezza artistica conduce al Creatore, Zenit, 30 settembre 2008), anzi intervista perfino l’autrice di “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”. Libro “sul tema”, lo definisce Gaspari, proprio come “sul tema” era “Creazione ed Evoluzione” di B16 (in cui avrebbe “spiegato le sue argomentazioni”). Alle elementari ti mettevano 4 se andavi fuori tema: se dovevi scrivere “una domenica pomeriggio in casa” non c’era verso di fare passare una riflessione su Capitan Harlock – anche se lo avessi visto domenica pomeriggio. Se ti chiedevano la cronaca non potevi cavartela con la fiction – alle elementari no. Comunque Gaspari intervista Rosa “per cercare di comprendere quali siano i veri termini del dibattito”. Avrebbe dovuto immaginare che si sarebbe assestato sulla ricerca, affannosa e mal indirizzata. Della conoscenza nemmeno la traccia. Ma che ti aspetti da Rosa?

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Ragionamenti inutili (o peggio)

Abbiamo ragionato sul rapporto tra coscienza religiosa e impegno politico, come sul testamento biologico.
Ha sbagliato verbo? Poi ti accorgi che è molto peggio di così.
È il modo di lavorare giusto, quello che cerca la sintesi.
La sintesi tra uno che vuole la schiavitù e uno che la rigetta non è un uomo libero e non è nemmeno preferibile alla schiavitù. La sintesi tra una posizione liberale ed una autoritaria e paternalistica (per non divagare troppo che le analogie affaticano) è solo un vomitevole accordo con il carceriere travestito da cuoco. Non è una sintesi!
Se, però, non te ne accorgi, o sei idiota o sei un bastardo. Sia benedetto Aristotele.

venerdì 3 ottobre 2008

Il Papa: altolà sulla contraccezione

Sottotitolo: Affondo di Benedetto XVI: «Nega il fine del matrimonio, ma molti cattolici non seguono i nostri insegnamenti».
Domanda (retorica?) di B16:
Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?
A parte la banalità della risposta al chissà come mai, e a parte il dubbio sulla osservanza da parte dei fedeli e del mondo di ieri, è geniale come anche qui la natura intervenga a favore del Papa.
Puoi avere rapporti sessuali solo se sei sposato, solo a fini procreativi (perché tutto questo è naturale). Però devi contenere i tuoi desideri, questi sì verrebbe da dire naturali, perché bisogna avere
il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perchè il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale.
Ovviamente.

giovedì 2 ottobre 2008

Chi è il padrone del tuo corpo?

Fra gli argomenti speciosi, le contorsioni logiche e i veri e propri non sequitur che costellano i discorsi degli oppositori del testamento biologico, un posto di riguardo spetta a quello che così esprime ieri sul Foglio Benedetto Ippolito («Di quale libertà stiamo parlando quando decidiamo se vivere oppure morire», 1 ottobre 2008, p. 2):
Se […] posso fare tutto di me, perché non ammettere che io possa decidere anche sul mio essere, sulla mia vita e sulla mia morte? Se è legittimo scegliere tutto di se stessi, della propria vita e di quella altrui, perché non pensare di rendere assoluta questa libertà fino a decidere su tutto quanto riguarda l’esistenza umana? […] Ma su quale base posso pretendere di essere così tanto libero, se non ho deciso io di venire al mondo ma mi ci sono trovato, e se non sono io l’autore della mia vita e della mia morte ma tutto questo mi è accaduto?
La mia libertà potrebbe essere tale da stabilire un arbitrio completo su quello che sono, cioè una decisione di vita e di morte sulla mia persona, se io fossi autore di me stesso e della mia esistenza. Ma non è così. Ed è esattamente questa l’assurdità del testamento biologico rispetto ad ogni altro testamento legale e ad ogni altra libera scelta. Esso pretende di far valere decisioni ultime su cose di cui la persona non dispone, non essendo nessuno creatore di se stesso.
Che io non abbia il potere di dare a me stesso la vita, e che non sia l’autore della mia esistenza, è una verità tautologica, riaffermando la quale non direi nulla di importante. Ma come può, da questo, seguire che non ho nemmeno il potere di darmi la morte? La logica dell’argomento è decisamente oscura.
Forse che godo di un titolo legittimo di proprietà soltanto sulle cose di cui sono l’autore? Evidentemente no: posseggo infatti del tutto legittimamente anche cose che ho acquistato, ereditato, trovato in stato di abbandono, ricevuto in dono. La mia vita può anche non rientrare in nessuna di queste categorie (ma si noti che spesso chi la pensa come Ippolito sostiene che la vita è un dono), ma la lista non è logicamente chiusa, e non si vede perché non debba far posto al possesso più intimo ed evidente, essenziale alla felicità personale, addirittura pre-legale: quello del proprio corpo e della propria mente, self-ownership.
È probabile che l’argomento di Ippolito sia così zoppicante a causa della sua derivazione dalla credenza religiosa secondo la quale la nostra vita è in realtà proprietà di Dio, che ce la dà – per così dire – in concessione, e ce la toglie a suo piacimento. Poiché è richiesta una parvenza di razionalità nel discorso pubblico, l’argomento viene privato di ogni riferimento teologico, ma in questo modo cessa anche di essere coerente.
Va notato che l’autore dell’articolo sembra essersi accorto dell’inconsistenza di quanto dice: nella frase «non sono io l’autore della mia vita e della mia morte ma tutto questo mi è accaduto», cerca in qualche modo di estendere alla morte l’evidenza tautologica della mancanza di potere sulla nascita. Ma ovviamente io posso essere l’autore della mia morte: l’aggiunta surrettizia non salva l’argomento dalla sua illogicità, e riesce solo a renderlo ancora più assurdo.

mercoledì 1 ottobre 2008

A due passi dalla presidenza

Katie Couric intervista la candidata repubblicana alla vicepresidenza, Sarah Palin, per le CBS Evening News:
COURIC: E quando si tratta di formare la sua visione del mondo, vorrei sapere, che giornali e riviste leggeva regolarmente prima di essere scelta per questa cosa – per rimanere informata e per capire come va il mondo?
PALIN: Ne ho letto la maggior parte, di nuovo con grande apprezzamento per la stampa, per i media...
COURIC: Ma quali in particolare? Sono curiosa.
PALIN: Uhm, tutti, tutti quelli che mi sono ritrovata, uhm, davanti in tutti questi anni.
COURIC: Me ne può nominare qualcuno?
PALIN: Ho un’ampia varietà di fonti dalle quali apprendiamo le notizie.

Giuda ballerino


Ma il fanciullo è vivo, anche se non si direbbe.