giovedì 29 marzo 2012

Don’t ask, don’t tell

Stonewall, New York City

La morte di Lucio Dalla ha smosso un fondale fangoso e ben sedimentato. Non tanto la morte in sé - che ha comunque dato il via a una corsa a manifestare una specie di egocentrica mania di raccontarsi e ha diviso gli italiani tra detrattori e eterni sostenitori: cosa ha significato Dalla per me, qual è la mia canzone preferita, dov’ero quando ho saputo che è morto e cosa facevo. Sul fronte opposto: non faceva nulla di buono da vent’anni o più, non lo ascoltavo mai, vuoi mettere i Rolling Stones?, che brutto quel parrucchino e così via. Come se non bastasse s’è poi scatenata l’onda dei buoni (e cattivi) sentimenti sulla morte di chi non ha mai dichiarato la propria omosessualità, con un misto di commiserazione, adulta “comprensione” e posticipata denuncia. Su questo aspetto della sua vita si sono avventati tardivamente sciacalli e spioni: outing forzati e ipocrite manifestazioni verso Marco Alemanno - compagno, collaboratore, amico intimo o molto intimo, ci mancava solo colf. Non solo: commozione e apprezzamento per l’indubitabile segnale di apertura da parte della Chiesa, visto che il funerale proprio in una Chiesa s’è celebrato - secondo la regola “don’t ask, don’t tell” consigliata ai militari statunitensi. Basta non dire, basta non chiedere. Un suggerimento ipocrita e ignorato dai due innamorati all’aeroporto delle Hawaii alla fine del febbraio scorso: un sergente dei Marines e il suo compagno, che quando si sono rivisti si sono abbracciati e baciati in pubblico. Sullo sfondo la bandiera a stelle e strisce. Ma qui in Italia vale ancora, e se vuoi un funerale in Chiesa è meglio non fare dichiarazioni avventate. È il dominio dei diritti mai affermati o erosi, dove ci si arrangia e si chiede per favore, invece di poter reclamare un diritto (alla uguaglianza e alla non discriminazione). Rimane sicuramente controverso se le persone famose abbiano il dovere di combattere ingiustizie e discriminazioni esistenti tramite la propria testimonianza. E rimane anche il dubbio su quanta fatica sia necessaria per occultare, negare e rimuovere un pezzo tanto rilevante della tua vita. Dalla in ogni modo è un caso singolo, ma è anche una occasione per parlare di un buco di diritti che non accenna a restringersi. Il buco di un Paese in cui l’affetto e il legame tra due uomini e due donne non è protetto dalla legge sebbene non vi siano ostacoli costituzionali ad impedirlo: l’articolo 29 parla di coniugi e non di vagine e peni. Un Paese però confuso, perché se ti sottoponi a un intervento per cambiare sesso, puoi poi sposare qualcuno del tuo stesso sesso (quello genetico, quello originario che poi hai modificato chirurgicamente). E questo è giusto, ma solleva almeno un paio di domande: a fare la differenza è una parte anatomica presente o assente? E se due persone possono sposarsi e adottare in queste condizioni, perché siamo ossessionati dal guardare nelle mutande? Ma è proprio questo uno dei nodi: l’ossessione pornografica presente pure nella oscena circolare firmata da Giuliano Amato che impedisce di trascrivere matrimoni contratti all’estero, cioè in Paesi più giusti del nostro. Quella circolare ha invocato, per giustificarsi, ragioni di ordine pubblico e ha invitato i responsabili dell’applicazione di suddetta trascrizione a controllare bene il sesso dei richiedenti. Non solo il matrimonio in Italia ha confini tanto angusti, ma ogni tentativo di offrire almeno una caricatura di uguaglianza - DiCo, DiDoRe e altre mostruosità - è fallito miseramente. Sembra paradossale e inutile combattere l’omofobia se viviamo in uno Stato che la giustifica e la sostiene, perché è il primo a confermare che le persone non sono tutte uguali. Alla fine di dicembre scorso è stato pubblicato un report sull’American Journal of Public Health che mostrava i vantaggi del matrimonio: gli Stati in cui tutti possono sposarsi spendono meno in assistenza sanitaria. Se non fossimo pronti a giocarci la carta della giustizia, potremmo insomma attaccarci a quella della convenienza. Il moralismo però prevale su tutto. Se questo è un Paese giusto.

Lamette, Il Mucchio n. 693 di aprile.

mercoledì 28 marzo 2012

Università e altre catastrofi

Ricercatori a perdere e senza alcuna prospettiva di carriera accademica nell'università italiana, dove ormai il precariato "in ingresso" è diventato strutturale e la stabilizzazione per la maggior parte delle nuove leve della ricerca non arriverà mai. È questo il dato principale che emerge da un'attenta analisi dell'Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) sulla situazione negli atenei a un anno dalla Riforma Gelmini: un presente precario e un futuro altrettanto incerto per dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato. Figure oggi escluse da ogni tipo di tutela.

Ventimila precari sotto la cattedra. Facendo un'ampia ricognizione sulla consistenza effettiva dei precari della ricerca e della didattica - un numero che spesso sfugge alle statistiche ufficiali - l'Adi riporta un dato allarmante: nell'ultimo anno i ricercatori precari sono passati da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). Che fine hanno fatto questi quasi ventimila precari che lavoravano con un contrattino annuale? Sono stati semplicemente "espulsi" dal sistema accademico: niente rinnovo, niente tutele, università addio. Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. L'Adi stima che l'85 percento degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria.

Dottorandi, meno borse per tutti. Un altro dato preoccupante riguarda la diminuzione delle borse di dottorato e la percentuale di posti di dottorato "senza borsa" dopo l'abbattimento del tetto del 50 percento che ha portato a una sostanziale deregulation negli atenei. Analizzando i dati relativi a un campione di ventisei università statali, negli ultimi quattro anni il numero di borse bandite - come sottolinea l'Adi - è sceso da 5.701 nel 2009 a 4.229 nel 2012 (con una riduzione del 25,8 percento). Nell'ultimo anno la situazione varia moltissimo da un'università all'altra: se Trieste ha incrementato le borse del 17,4 percento (portandole da 109 a 128), Catania le ha invece drasticamente ridotte da 251 a 48 (con un taglio netto dell'80,9 percento). Complessivamente, però, il trend è negativo.
Continua qui.

«Vi racconto i buoni genitori gay»

In che modo oggi In Italia una coppia gay può diventare genitore?
Andando all’estero! In Italia non è permesso adottare, non è permesso accedere alle tecniche riproduttive – la legge 40 permette l’accesso solo a coppie eterosessuali e non ai single – e la donazione dei gameti è vietata (la cosiddetta fecondazione eterologa). Per le donne si sta diffondendo una fecondazione “fai da te”, magari con un amico. Per gli uomini è ancora più difficile. Insomma il percorso è ostacolato dalle leggi italiane e segnato dalla discriminazione economica, perché non tutti possono permettersi di andare in Spagna o più lontano ancora per cercare di avere un figlio.
Cosa succede concretamente nel momento in cui il genitore biologico partorisce in ospedale? Che tipo di “assetto” giuridico si viene a creare?
Per la legge italiana il genitore “vero” è quello biologico. Se sono io a partorire sarò madre a tutti gli effetti, ma la mia compagna? Una estranea. Si dovrebbe permettere di adottare il figlio del proprio compagno, in modo da proteggere il figlio prima di tutto. Quel figlio pensato e desiderato in due, e invece considerato figlio di una madre single.
Elisabetta Ambrosi, Sex and (the) stress, 22 marzo 2012.

giovedì 22 marzo 2012

Un calcio alla scala

Ara Norenzayan, «The God Issue: Religion Is the Key to Civilisation», New Scientist, n. 2856, 22 marzo 2012:
Religion, with its belief in watchful gods and extravagant rituals and practices, has been a social glue for most of human history. But recently some societies have succeeded in sustaining cooperation with secular institutions such as courts, police and mechanisms for enforcing contracts. In some parts of the world, especially Scandinavia, these institutions have precipitated religion’s decline by usurping its community-building functions. These societies with atheist majorities – some of the most cooperative, peaceful and prosperous in the world – have climbed religion’s ladder and then kicked it away.

mercoledì 21 marzo 2012

Farmacisti, obiezione di coscienza e contraccezione d’emergenza

Contraccezione d’emergenza
Nella seduta parlamentare del 21 aprile 2010 viene annunciato il disegno di legge n. 2121 dal titolo: “Disposizioni in materia di obiezione di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza”. Questo disegno di legge ha una sola virtù: è breve, se si esclude il titolo.
Prima di analizzare il testo è utile ricapitolare i problemi che il titolo del disegno di legge evoca. Innanzitutto la questione generale di poter ammettere per legge una eccezione controversa, oggetto di una normativa positiva e in grado di incrinare i doveri che derivano da una libera scelta. Perché un ginecologo che esercita in una struttura pubblica e un farmacista potrebbero oggi sottrarsi ad uno dei doveri professionali sanciti da una legge dello Stato?
Poi c’è la questione specifica delle modalità dell’obiezione, che non dovrebbe essere indiscriminata. Dovrebbe cioè riguardare i farmacisti e non le farmacie, che dovrebbero avere comunque l’obbligo di garantire il servizio previsto dalla legge (regio decreto legge del 1937, n. 1219). Il regolamento  per il servizio farmaceutico non lascia margini interpretativi: “i farmacisti non possono rifiutarsi di vendere le specialità medicinali di cui siano provvisti e di spedire ricette firmate da un medico per medicinali esistenti nella farmacia. I farmacisti richiesti di specialità medicinali nazionali, di cui non siano provvisti, sono tenuti a procurarle nel più breve tempo possibile, purché il richiedente anticipi l’ammontare delle spese di porto”.
Questo è un problema, pur concedendo generosamente l’ammissibilità della obiezione di coscienza in generale. Ma non basta essere generosi per accogliere positivamente una legge in merito, almeno se si vogliono analizzare onestamente le conseguenze che ne deriverebbero. Se fosse ammesso il principio che il farmacista può scegliere quale farmaco vendere e quale non vendere, seguendo i dettami della sua personalissima visione del mondo, sarebbe possibile e coerente trovarsi di fronte a un rifiuto per un antidolorifico, un oppiaceo o un qualsiasi altro farmaco.
La 194, come abbiamo più volte visto, prevede la distinzione tra strutture e medici: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8”. Che poi di fatto le percentuali di obiettori di coscienza pongano in serio pericolo la garanzia del servizio (cioè della interruzione di gravidanza) non intacca la rilevanza concettuale della differenza. Il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti (MNLF) la coglie e la sottolinea: «“Mentre al singolo professionista non può essere negata la libertà di scelta rispetto alle proprie convinzioni etiche o religiose – precisano i liberi farmacisti – alla farmacia, in quanto già detentrice di un’esclusiva e concessionaria di un rapporto privilegiato con lo Stato di monopolio, non deve essere permesso di esercitare l’obiezione di coscienza e quindi rifiutarsi di vendere farmaci come la pillola del giorno dopo o affini”. E aggiungono: “Ogni farmacia, nel caso venga riconosciuto tale diritto al professionista, dovrà provvedere che nel proprio organico sia sempre a disposizione almeno un farmacista non obiettore in modo da non ledere un altro diritto: quello del paziente di ottenere il farmaco. In caso di obiezione di coscienza del titolare della farmacia o dell’impossibilità della farmacia di consegnare il farmaco per assenza di professionisti disponibili, dovrà essere revocata la concessione dello Stato che permette a quella farmacia di operare sul territorio e la stessa rimessa a concorso’’» (Aborto: liberi farmacisti, obiezione coscienza? farmacie non possono, Asca, 1 maggio 2010, il corsivo è mio). Le farmacie vivono in regime di monopolio, nonostante i tentativi di liberalizzazione che avevano suscitato molti malumori. Se loro rifiutano un farmaco, nessun altro può venderlo. Torna la solita domanda: se i farmacisti fossero tutti obiettori?
Ma c’è un altra curiosità insoddisfatta: perché c’è bisogno di una legge specifica? La condanna della pillola del giorno dopo e i potenziali obiettori sarebbero comprensibili se giustificassero la propria posizione con la contrarietà all’aborto e, al tempo stesso, sostenessero che la pillola del giorno dopo è abortiva. Così facendo basterebbe la 194, magari con un asterisco per i farmacisti o con una interpretazione estensiva del personale che può ricorrere alla obiezione di coscienza.
Nel foglietto illustrativo del Norlevo, nome con cui la pillola del giorno dopo è commercializzata in Italia, si legge (il corsivo è mio): “la contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato, se il rapporto sessuale è avvenuto nelle ore o nei giorni che precedono l’ovulazione, cioè nel periodo di massima probabilità di fecondazione. Il metodo non è più efficace una volta iniziato l’impianto”.
Tuttavia le recenti ricerche hanno dimostrato la sola azione contraccettiva, e non abortiva, del farmaco. E le agenzie del farmaco hanno consigliato di modificare i foglietti illustrativi, eliminando quel pericoloso disgiuntivo. La permanenza nel foglietto della possibilità abortiva non è, ovviamente, una prova dell’azione abortiva, ma al più solo un sintomo della scarsa considerazione dei risultati scientifici e dei possibili effetti di una simile imprecisione. Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune sui meccanismi della contraccezione d’emergenza, escludendo l’effetto abortivo (Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale (il Paper può essere scaricato dai siti delle due società:  www.smicontraccezione.it e www.smicontraccezione.it). Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si legge: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto”. Nel sito Not-2-late si possono leggere la spiegazione del funzionamento e alcune storie attinenti: http://ec.princeton.edu/questions/eceffect.html).
Perché qualcuno dovrebbe obiettare contro un farmaco contraccettivo? E, qualora si riuscisse a trovare una buona ragione per farlo, sarebbero inclusi anche i preservativi e altri contraccettivi? Non voglio affrontare la questione del se e perché qualcuno potrebbe considerare immorale l’uso dei contraccettivi e quindi non ricorrervi (sarebbe una scelta personale e legittima finché rimane tale, ancorché non presenti ai miei occhi alcun aspetto interessante di ulteriore discussione. Sarebbe inammissibile come regola imposta a tutti, come sono inammissibili le coercizioni che riguardano le nostre scelte individuali che non coinvolgono altre persone), ma la liceità per lo Stato di ostacolare il loro uso fino a rendere di fatto molto complicato procurarseli. Abbiamo incluso tra le nostre premesse la liceità della libera vendita di contraccettivi, anche se è bene ricordare che fino a non molti anni fa in Italia era vietato farlo - ed era vietato anche farne propaganda. Nel 1958 Oscar Luigi Scalfaro aveva dichiarato: “la propaganda e l’istigazione all’uso di antifecondativi, anche se fatta privatamente, è atto illecito dal punto di vista del diritto naturale”. Fino al 1971 in base all’articolo 553 del codice penale vendere contraccettivi era illegale; poi l’articolo venne abolito da una sentenza della Corte costituzionale. Ma rimaneva in piedi l’articolo 552, che riguardava il divieto di propaganda, e il divieto di registrare medicinali con indicazioni contraccettive da parte del Ministero della Sanità. 
Deve passare ancora qualche anno per eliminare questa assurda contraddizione che impediva di fare informazione, uno dei mezzi più potenti per trasformare un diritto sulla carta in un diritto di fatto, e per far cadere il divieto indiretto di vendere i contraccettivi.
Back to seventies
Ecco forse perché serve una nuova legge: per mantenere quel disgiuntivo (o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato), e per giustificare senza alcuna ragione (anche se sbagliata o forzata) la sottrazione al proprio dovere: vendere farmaci. Per tornare agli anni settanta, ai primi anni settanta in cui i diritti, soprattutto per le donne, erano pochi e fragili, e la prevaricazione era assicurata: divieto di contraccezione e aborto; matrimonio riparatore, dote, illegalità dell’adulterio erano facce di una stessa realtà.
Da una parte nemmeno i sostenitori della legge sembrano credere fino in fondo che si tratti di aborto, ma di un dominio diverso che richiede una legge ad hoc. Dall’altra c’è una ipotesi ancora più tetra: fare marcia indietro sulla strada dei diritti civili, a forza di leggi e di aggressioni indirette alla possibilità di scegliere riguardo alla propria esistenza e al proprio corpo.
C’è ancora un altro problema: l’effetto causato dal Norlevo (o da un farmaco equivalente) fino a poco tempo fa veniva ottenuto con la somministrazione di 4 compresse di Ginoden (o di un farmaco equivalente) prese nel giro di poche ore.
Come si fa a sapere se qualcuno compra il Ginoden a scopo contraccettivo “tradizionale”, e quindi ancora concesso, oppure a scopo illegittimo, come rimedio a un rapporto sessuale a rischio e, per l’accusa, a scopo abortivo? È impossibile pretendere di conoscere le intenzioni degli acquirenti o controllarli per le 48 ore successive all’acquisto.
Inoltre alcuni farmaci, prescritti per patologie specifiche, hanno un effetto sicuramente abortivo: come dovrebbero comportarsi i farmacisti? Il Cytotec è uno di questi: è un gastroprotettore, lo prendi se hai l’ulcera ma come effetto collaterale provoca contrazioni uterine e interruzione di gravidanza.
Come si legge nel foglietto illustrativo: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Ultimamente sta andando di gran moda, verosimilmente anche a causa delle difficoltà indigene per abortire. L’effetto collaterale diventa l’effetto desiderato.
Molte donne sono finite in ospedale con emorragie e complicazioni perché lo avevano usato per abortire: anche il moderno aborto clandestino non garantisce sicurezza, pur essendo meno appariscente di ferri e di mammane. È poco costoso e più facile da trovare di qualcuno disposto a farti abortire usando strumenti e rischiando di andare in prigione. Nemmeno 14 euro e una ricetta medica, ma si trova anche da comprare senza la prescrizione.
Una donna è stata ricoverata all’ospedale “Cristo Re” nel dicembre 2009 ed è morta: Maria Violeta Stanciu aveva 40 anni, era incinta e probabilmente aveva assunto alcune pasticche di Cytotec, il cui blister bruciacchiato è stato trovato nel campo a Tor Sapienza dove la donna viveva (Aborto ≪fai fa te: muore≫, Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2009).
Cinque del pomeriggio, attorno alla Stazione Centrale di Milano e nei sotterranei della metropolitana non serve sprecare molte parole. Basta accarezzarsi la pancia e accennare a un «problema». Inutile cercare visi loschi, imparare codici particolari o segnali stabiliti. Per agganciare chi possa offrirti la «soluzione» e bloccare la tua gravidanza è sufficiente camminare un po’, guardarti attorno, fermare le persone che sembrano aspettare qualcosa o qualcuno. Poi ti sfiori il ventre e spieghi: «Sono incinta. Puoi aiutarmi?». E le offerte arrivano, pastiglie da prendere a manciate o indirizzi di medici compiacenti: «bravi, italiani, fanno tutto a casa loro». Nel centro di Milano, in mezzo alla gente, in un pomeriggio qualsiasi” (Spacciatori d’aborto nel metrò, la Stampa, 12 novembre 2009). Le pastiglie sono, manco a dirlo, di Cytotec, entrate con tutti gli onori nel mercato nero: 5 pasticche per 25 euro, mentre la confezione da 30 ne costa meno della metà. Donne che non hanno la cittadinanza, che hanno paura, che sono minorenni, che hanno superato il limite legale. Prendono le pasticche e poi arrivano in ospedale con una emorragia e dicono di avere avuto un aborto spontaneo.
La crescita è più evidente nelle città del Nord: gli aborti spontanei in Lombardia sono passati da 10.779 nel 1997 a 12.151 nel 2006, anno degli ultimi dati Istat. E il trend, dicono gli operatori, sembra in netto aumento. Il San Carlo, negli anni, è diventato il punto di riferimento degli immigrati. È qui che la settimana scorsa Ana Maria, brasiliana di trentadue anni, ha rischiato la vita: «È arrivata al pronto soccorso con la febbre alta, la placenta semistaccata e una grave emorragia - racconta Buscaglia [primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale San Carlo] - Aveva interrotto la gravidanza con ventisette pastiglie di Cytotec, l’abuso del farmaco è stato devastante. Ma Ana Maria, per noi, non è un caso isolato: sono in molte che ci raccontano di aver comprato le pillole al mercato nero, e poi di non aver saputo come e quante prenderne». E tra queste non mancano le italiane”.
In rete è possibile trovare informazioni dettagliate circa la posologia e i vantaggi del Cytotec. Si consiglia anche di usarlo oralmente per evitare conseguenze nei Paesi dove abortire è illegale: una volta in ospedale meglio non dire niente e simulare un aborto spontaneo.
Ma sì, qualcuno penserà, se vivi in Italia e ci caschi sei una sprovveduta. Il fatto è che spesso sono proprio le persone sprovvedute le facili vittime di un sistema clandestino, di un sistema che nasce dalle difficoltà di poter usufruire di un servizio pubblico come quello che la 194 dovrebbe garantire. Il fatto è che in Italia l’aborto è legale, tuttavia non è affatto garantito. Se in un Paese con una legislazione proibitiva il Cytotec si pone come un estremo rimedio, e di gran lunga preferibile a un aborto chirurgico eseguito in condizioni non sicure, in un Paese in cui la legislazione potrebbe evitare queste soluzioni casalinghe l’uso del Cytotec pone la domanda sulla evitabilità di questo rimedio. Le donne che ricorrono al Cytotec sono perlopiù straniere. Anche questo dovrebbe far riflettere, soprattutto alla luce delle ultime indicazioni discriminatorie in materia sanitaria e che sono verosimilmente il terreno fertile in cui nascono storie atroci di rifiuti e mancata assistenza. Come quella di Rachel, morta forse per indifferenza (Cure negate senza tessera sanitaria. Muore a 13 mesi bimba nigeriana, la Repubblica, 12 aprile 2010). Rachel ha 13 mesi, il 3 marzo 2010 si sente male. Il padre ha un permesso di soggiorno a singhiozzo: quando si presenta al pronto soccorso dell’Uboldo di Cernusco sul Naviglio non ha la tessera sanitaria perché ha perso il lavoro poche settimane prima. La bambina viene liquidata dopo una visita di 6 minuti: entrata 00.39, uscita 00.45. Nonostante le medicine prescritte e somministrate, Rachel sta malissimo.
La famiglia - padre, madre e una sorellina di due anni e mezzo - torna al pronto soccorso. Il padre racconta che il personale si rifiuta di ricoverarla o di visitarla una seconda volta per via di quella tessera sanitaria scaduta.
“Davanti al rifiuto dei medici, l’ex operaio diventa una furia. Urla, vuole attenzione. Qualcuno dall’ospedale chiama i carabinieri per farlo allontanare. Forse dall’altra parte della cornetta ricordano che pochi giorni prima all’ospedale di Melzo, stessa Asl, era morto un bimbo albanese di un anno e mezzo rimandato a casa dal pronto soccorso. L’intervento dell’Arma risolve momentaneamente la situazione: Rachel viene ricoverata in pediatria. Sono le 3 di notte, «ma fino alle otto del mattino nessuno la visita e non le viene somministrata alcuna flebo, nonostante nostra figlia avesse fortissimi attacchi di dissenteria e non riuscisse più a bere nulla», raccontano i genitori. Nel tono della voce rabbia e dolore si mischiano. La sera del giorno dopo la situazione è critica, tanto che oltre alla flebo accanto al letto spunta un monitor per tenere sotto costante controllo il battito cardiaco. Alle cinque e mezza il cuore della bambina si ferma, dopo 30 minuti di manovre di rianimazione viene constatato il decesso”.
Effetto abortivo, anche se non esclusivo
Torniamo al disegno di legge. “Il legislatore italiano, dalla legge 22 maggio 1978, n. 194 recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” alla legge 19 febbraio 2004, n. 40 recante “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, ha mantenuto ferma la linea di consentire al personale sanitario l’obiezione di coscienza qualora, per alti valori morali, non intenda collaborare per impedire la vita nascente.”
Il testo prende le mosse buttando là “la vita nascente”, che gli obiettori (buoni) preservano e che gli i non obiettori (cattivi) vogliono impedire, senza alcuna consapevolezza dell’ambiguità della parola “vita”. Un testo di legge che voglia essere applicabile, prima ancora di essere giudicato per quanto permette o sanziona, dovrebbe essere comprensibile. Vita è un termine troppo vago (su Wikipedia leggeremmo, come per le voci incomplete, “disambigua”) e l’essere vivi non implica necessariamente l’essere detentori di alcun diritto. Vita è il gamete, vita è la placenta, vita è anche il liquido amniotico. Non sembra che si vogliano includere tutte queste vite e le innumerevoli che potremmo aggiungere; né basta infilarci l’aggettivo “nascente” per uscire dalla palude semantica.
Ciò che Urbani e firmatari intendono dire è che la ragione della obiezione di coscienza in materia di aborto e di riproduzione artificiale sta nell’immoralità di manipolare o di uccidere l’embrione, perché l’embrione è una persona e quindi detentore di diritti. Ma non è questo il modo per dirlo e, soprattutto, non si può dare per scontato perché il dibattito al riguardo è molto complesso. E lastricato di pericoli.
Concediamo pure la considerazione personale dell’embrione, solo momentaneamente e al fine di procedere con la lettura.
“L’evoluzione scientifica, in questi ultimi anni, ha riproposto le stesse tematiche in forma più raffinata, attraverso la cosiddetta “contraccezione di emergenza”. La messa a punto di farmaci e altri anticoncezionali che possono avere un importante effetto abortivo, anche se non esclusivo.”
Che cosa significa “anche se non esclusivo”? Che oltre all’effetto abortivo produce altri effetti? Oppure che l’effetto può anche non essere abortivo?
Perché il nodo è proprio questo: l’effetto abortivo della pillola del giorno dopo. E sull’effetto si dovrebbe volgere lo sguardo verso le ricerche scientifiche, che in effetti vengono subito tirate in ballo anche nel disegno di legge.
“Secondo alcuni la contraccezione di emergenza agisce come un “intercettore”, impedendo l’impianto, mentre altri affermano che non esistono dati certi e che avrebbe, sostanzialmente, l’effetto di ridurre le probabilità di un ovulo di essere fecondato, ma non di modificarne il destino, una volta che la fertilizzazione sia avvenuta.”
Sarebbe interessante sapere a quali ricerche si fa riferimento. Le recenti ricerche escludono che vi sia un effetto sull’embrione impiantato o sull’ovocita fecondato (si veda per esempio V.W. Leung, M. Levine, J.A. Soon, Mechanisms of action of hormonal emergency contraceptives, “Pharmacotherapy”, 2010 Feb; 30, (2), 158-68 in cui si afferma che il meccanismo della contraccezione d’emergenza riguarda l’ovulazione. Già nel 2005 il WHO scriveva (Fact sheet N° 244. Revised October 2005) “Levonorgestrel emergency contraceptive pills (ECPs) have been shown to prevent ovulation and they did not have any detectable effect on the endometrium (uterine lining) or progesterone levels when given after ovulation. ECPs are not effective once the process of implantation has begun, and will not cause abortion.”. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs244/en/). A impressionare è anche l’uso di aggettivo come “certi”. Sorge il dubbio che si cerchi la certezza della fede in campi in cui non è appropriato farlo. La medicina e la scienza si muovono su dati probabilistici e su ipotesi che non sono granitiche come alcuni del tutto digiuni di scienza credono o, peggio, pretendono di insegnare.
Ma ecco la mossa che rende i nostri sforzi vani: “Resta il fatto che mentre secondo parte delle Società Scientifiche si parla di gravidanza solo dopo l’annidamento dell’ovocita fecondato a livello endouterino, per altri la gravidanza inizia già nel momento di unione dello spermatozoo con l’ovocita, a livello dell’ampolla tubarica.
Si tratta di convincimenti scientifici, religiosi, etici diversi, tutti rispettabili e da rispettare. È pertanto corretto riconoscere la “clausola di coscienza” a coloro che credono nella possibilità di effetti post-fertilizzazione.”
Perché le Società Scientifiche sono indicate con le maiuscole? E, di nuovo, chi sarebbero gli altri? Pur rendendoci conto che un disegno di legge non può diventare un manuale o stare a spiegare ogni riferimento, sarebbe gradito almeno avere l’indicazione delle fonti. Nella totale assenza di queste si possono sostenere le posizioni più disparate e senza bisogno che vi sia una qualche verosimiglianza:  così come si sostiene che la gravidanza inizia nel momento del concepimento, si potrebbe sostenere che comincia nel momento in cui lo spermatozoo ha puntato l’ovocita, oppure quando l’ovocita ha scelto lo spermatozoo da cui si lascerà fecondare.
Il lavoro esegetico ci conduce a chiarire alcuni passaggi. A cominciare dalla definizione di gravidanza, il cui inizio si calcola a posteriori e a partire dall’ultima mestruazione.
Nel novembre 2007 Luisa Capitanio Santolini, responsabile Udc per la Famiglia, commenta: “non vi può essere l’idea, che si va pericolosamente affermando negli ultimi tempi, che la gravidanza inizi con l’impianto dell’embrione: ginecologia ed esperienza comune sono concordi infatti a farla risalire addirittura alla data dell’ultimo ciclo mestruale”.
Invocare come fossero sullo stesso piano ginecologia e esperienza comune è bizzarro: una ecografia e la convinzione che se indossi collanine durante la gravidanza il cordone si attorciglia intorno al collo del nascituro non sembrano rientrare nello stesso dominio. La questione richiede una precisazione generale: i processi biologici sono processi continui, perciò dobbiamo considerare che si parla di “inizio” ma che sarebbe più corretto parlare di una “fase iniziale”. La gravidanza, come la fecondazione dell’ovocita o l’insorgenza di una patologia, non inizia come si accende la luce elettrica. Ogni processo biologico e ogni processo continuo sollevano il cosiddetto problema della soglia. Anche diventare adulti o anziani. Non c’è un momento preciso in cui avviene la fecondazione (se non nella testa di chi la immagina nei termini di una “creazione”: prima non c’era niente, ora c’è un individuo bello e formato o la sua versione iniziale: l’embrione), non c’è un momento preciso in cui da adolescenti diventiamo adulti. Sono tutti processi continui, in cui non sono rintracciabili interruttori magici che da uno stato ci scagliano a un altro.
Più ci avviciniamo, più quel processo sembra fermo: immaginiamo di fotografarci ogni giorno per 20 anni e poi di realizzare una gigantesca sequenza dei 7305 (365 x 20 + 5 (anni bisestili)) scatti su una parete. Tra la foto 1 e 2 non c’è alcuna differenza; forse nemmeno tra la 1 e la 19. Dobbiamo arrivare magari alla foto 1938 per notare una differenza rilevante - tanto più profonda a seconda dell’età di partenza.
5 anni possono anche sembrare che non sia passati per una persona tra i 25 e i 30 in ottima salute, mentre saranno impossibili da dissimulare tra i 10 e i 15. In nessuna delle 7305 foto, comunque, troveremo il momento preciso in cui si cambia, a meno che non accada qualcosa che interrompa lo scorrere del nostro invecchiamento: un incidente, una malattia fulminante. Perché, appunto, non è un momento ma un processo. Siamo noi a imporre allo scorrere del tempo dei limiti arbitrari: l’inizio della gravidanza, la maggiore età, l’inizio della vecchiaia. E non v’è dubbio che abbia senso concettualmente distinguere tra fanciullezza ed età adulta, tra donna incinta e donna non incinta. Ma la pretesa di indicare il momento in cui ciò avviene somiglia alla pretesa di far innamorare qualcuno di noi. Forse è anche più fallimentare, perché qualche volta questa pretesa può andare a buon fine, mentre la pretesa di dissolvere il problema della soglia è destinata a fallire.
Ma di quella soglia abbiamo bisogno, soprattutto quando dobbiamo redigere una legge: dobbiamo stabilire dove fissiamo un termine (si pensi alla 194), quale foto scegliamo per usare la nostre metafora.
Se questa scelta sarà intrinsecamente arbitraria e imprecisa, ma inevitabile, la consapevolezza del suo carattere è rilevante.
Torniamo alla gravidanza e al suo inizio (“per altri la gravidanza inizia già nel momento di unione dello spermatozoo con l’ovocita”). La questione potrebbe rischiare di entrare in un circolo vizioso determinato dalla definizione di gravidanza. Al di là della descrizione di quanto avviene dalla fusione dei due gameti in poi, ci sarà una sfumatura semantica determinata da una scelta di valore e di senso: la gravidanza implica e in che grado il rapporto biologico tra l’embrione e la madre? Le tecniche di riproduzione artificiale ci offrono la possibilità di chiarire la domanda con un’altra domanda. Si può parlare di gravidanza per l’embrione prodotto in laboratorio e ancora fuori dal corpo materno? E si può parlare di gravidanza non appena si procede all’impianto, oppure bisogna aspettare che accada qualche altra cosa? Bisogna aspettare l’annidamento (con i meccanismi di apposizione, adesione ed invasione che avvengono durante la finestra dell’impianto) e la possibilità di dosare l’HCG nel sangue? Dobbiamo fare una pausa. Per convenzione si considera come inizio della gravidanza il primo giorno dell’ultima mestruazione. L’età gestazionale si conteggia dallo stesso giorno (è il tempo di amenorrea). La durata della gravidanza è stimata in 40 settimane, i 9 mesi più una settimana. Il concepimento avviene intorno al quattordicesimo giorno dall’ultima mestruazione. Quando i gameti si fondono si parla di fecondazione. Si può parlare di gravidanza clinica quando c’è il riscontro di alcuni parametri ultrasonografici: la visualizzazione della camera gestazionale e il battito cardiaco fetale, BCF).
Non sembra ragionevole sostenere che vi sia gravidanza fin dall’unione dei due gameti, almeno nel caso della riproduzione artificiale. Chi vuole continuare a sostenere che nel caso della riproduzione senza tecniche si possa invece parlare di inizio della gravidanza dovrebbe spiegare la differenza tra un caso e l’altro.
Tecnicamente la differenza sta nell’essere fuori o dentro il corpo della donna. La differenza non sussiste sul piano morale: essere in un luogo piuttosto che in un altro è moralmente irrilevante. Ma non dimentichiamo che impiantare un embrione non è ancora gravidanza. Quando quell’embrione è annidato la gravidanza inizia. L’embrione impiantato, pur se prodotto in modo diverso, segue un percorso analogo a quello prodotto naturalmente: se nel primo caso vale la regola dell’annidamento, perché non dovrebbe valere per il secondo caso? Non è ammissibile fissare diverse condizioni dell’avvio della gravidanza. 
Riassumiamo: la gravidanza coincide con l’avvio del processo di annidamento dell’embrione, qualunque sia il modo in cui l’embrione è stato prodotto; prima si può parlare solo di un processo di fecondazione dei due gameti. L’ultima mestruazione serve a calcolare l’età gestazionale, età virtuale e che non coincide nel modo più assoluto con l’inizio della gravidanza. Gli studi smentiscono, infine, il potere sull’ovocita fecondato della pillola del giorno dopo, perciò non può essere attribuito a questo principio farmacologico alcun effetto abortivo.
Se si vuole considerare la pillola del giorno dopo moralmente controversa, sarebbe più onesto farlo in altro modo, magari spostandosi a discutere l’ammissibilità morale del ricorso alla contraccezione - per quanto d’emergenza. Santolini nomina l’esperienza comune, ma in realtà la incarna soltanto e nessuna incarnazione può bastare a fondare una opinione sensata, tanto meno una legge. Rispettare i “convincimenti scientifici, religiosi, etici diversi” non dovrebbe implicare la coercizione legale o l’attribuzione di un diritto illegittimo, e che provoca la violazione di un diritto altrui: comprare la pillola del giorno dopo o abortire.
La conclusione di questo rispetto imposto per legge è gravissima: “È pertanto corretto riconoscere la “clausola di coscienza” a coloro che credono nella possibilità di effetti post-fertilizzazione”.
Le credenze non supportate non dovrebbero essere ammesse. La libertà di pensare ed esprimere le proprie opinioni è spesso confusa o barattata con l’equivalenza di tutte le opinioni: esistono opinioni più forti di altre, perché meglio supportate e argomentate. Solo queste possono costituire i fondamenti legittimi (di una legge).
Se apriamo questa porta nella stanza ci può finire qualsiasi credenza bizzarra: che la terra sia piatta, che l’Hiv sia frutto dell’ira divina, che le patologie derivino dai fluidi. Redigere una legge sulla credenza che gli untori sono i responsabili di una epidemia e che a provocare i terremoti siano i comportamenti lascivi delle donne è piuttosto pericoloso.
I firmatari del ddl sui farmacisti seguono diligentemente la strada dell’impossibile e affermano: “i farmacisti, anche se semplicemente dispensatori di farmaci, non possono essere costretti ad agire contro scienza e coscienza, quali semplici esecutori di scelte altrui, pur nel rispetto della diversità di ruoli delle diverse categorie di agenti sanitari”.
Se fossero semplici dispensatori non dovrebbe interrogarsi ma limitarsi a consegnare il farmaco X. I dispensatori non hanno né scienza né coscienza, o la questione è perlomeno controversa: dubitiamo che Urbani stesse pensando alle discussioni sull’intelligenza artificiale e sulla possibilità che un calcolatore possa avere una coscienza o altri stati mentali. La ribellione al rischio di essere ridotti a esecutori di scelte altrui somiglia a quella invocata nei dibattiti sul testamento biologico. Quando qualcuno rivendica la legittimità di poter scegliere sulla propria salute e sulla propria esistenza, senza subire il volere del medico, i paladini del paternalismo rispondono: “non vorrete mica trasformare i medici in meri esecutori?”. No, ma non vorremmo nemmeno essere trasformati in burattini nelle mani di un medico, o di un farmacista che crede che avere rapporti sessuali non a scopo riproduttivo sia un peccato e non vuole venderci un contraccettivo. In effetti sarebbe coerente: se il farmacista può avere le credenze che gli pare e basare su questo la sua lista di farmaci, dovrebbe poter scegliere anche sui preservativi. O sul collare cervicale del dr Gibaud: magari lui è contrario perché sua nonna c’è morta. Che ne sarebbe del diritto dei potenziali utenti? Che ne sarebbe del nostro diritto di acquistare un farmaco che magari il nostro medico (di cui ci fidiamo) ci ha prescritto? Che ne sarebbe della nostra libertà?
Un ennesimo sintomo del pervertimento semantico inflitto alla obiezione di coscienza sta nella definizione che si trova nel disegno di legge: “l’obiezione di coscienza, intesa in senso rigoroso, non contesta la legge come tale. Essa è diversa dalla disobbedienza civile, dalla resistenza passiva o dalle azioni positive volte a migliorare l’ordinamento giuridico.
Un fenomeno simile non si può e non si deve sottovalutare. Per l’efficienza stessa del Servizio sanitario nazionale”.
Non si capisce cosa sia questa obiezione di coscienza. E non si capisce come sia possibile sostenere che non contesta la legge, seppure in modo debole: chi obietta non vende un farmaco o non esegue un aborto, che è quanto stabilito dalla legge. Quindi chi obietta non è obbligato a sottostare alla legge. Se dopo avere attribuito un diritto non si stabiliscono le condizioni del suo esercizio (condizioni che spesso implicano doveri) quel diritto è carta straccia. Siamo d’accordo che un tale fenomeno non vada sottovalutato e che il rischio riguarda l’efficienza del sistema sanitario, ma in modo profondamente diverso da quanto si pretende di sostenere per giustificare i disertori legalizzati.
Nelle righe seguenti c’è un inciso che ci indica la strada giusta, se non fosse ancora chiaro il panorama: il moralismo legale. “L’obiezione di coscienza, intesa in senso rigoroso, non contesta le citate leggi 40 del 2004 e 194 del 1978 come tali, anche se implicitamente ne denuncia l’immoralità, né costituisce un programma articolato di resistenza o di contestazione”.
Ritenere un’azione immorale, senza nemmeno la necessità di argomentare una simile credenza (“è immorale perché lo penso io”), basta per fondare una eccezione alla legge. Il principio è discutibile qualsiasi strumento di garanzia si proponga; in assenza di questo è un modo subdolo per mettere in atto una rappresaglia mortale. Non solo è una contestazione della legge, ma è la forma peggiore e più pericolosa.
La chiusura non poteva essere che: “L’obiezione di coscienza deve essere ritenuta non solo un diritto soggettivo della persona ma un diritto fondamentale e un’esigenza del bene comune: è proprio di una società giusta che non ci siano costrizioni di tale genere.”
La contraddizione qui esplode: se la legge 194 ammette l’aborto non può che delineare dei doveri, cioè una costrizione per qualcuno. Ma la costrizione è legittima se deriva da una scelta (professionale) e rappresenta uno strumento per garantire un servizio o un diritto attribuito: non sarebbe ammissibile che io facessi il guidatore di autobus e non facessi sedere una donna nera perché la mia coscienza mi dice che le donne nere sono impure. Non dovrei poterlo fare, perché esiste un diritto alla uguaglianza, e perché ognuno, indipendentemente dal colore della pelle, gode dei diritti fondamentali, tra i quali prendere l’autobus e sedersi se arriva prima. Se fosse ammessa l’obiezione di coscienza, questo diritto all’uguaglianza sarebbe incrinato. I guidatori degli autobus non hanno il diritto di non fare sedere qualcuno perché ha la pelle di un colore diverso da quello che loro credono sia il colore giusto. E hanno il dovere di rispettare queste norme. Non è una società giusta quella che con la mano destra scrive una legge e con la sinistra cancella i doveri conseguenti e necessari per l’esistenza della legge stessa.
Con quella mano sinistra l’estensore del disegno di legge scrive: “Con questa norma non si nega il diritto del paziente ad ottenere il farmaco, si vuole solo rispettare la coscienza di chi ha convincimenti etici o scientifici diversi”.
Come si intende non negare il diritto del paziente è lasciato alla nostra fantasia. Non ci sono indicazioni né indizi di come garantire che la farmacia sia in grado di offrire il servizio. Il paziente potrebbe sentirsi preso in giro. A togliere eventuali dubbi ci pensa Piero Uroda, seppure inintenzionalmente. Il presidente dei farmacisti cattolici (Ucfi) si lamenta del disegno di legge («I farmacisti cattolici: sull’obiezione disegno di legge ancora incompleto», Avvenire, 6 maggio 2010, inserto È Vita, p. 3): “«È molto importante invece che sia riconosciuta alla farmacia la possibilità di non vendere contraccettivi d’emergenza e non solo al singolo farmacista [...]. Chi assicura la vendita di un prodotto abortivo se sono tutti obiettori? Economicamente non è possibile assicurarsi la presenza in negozio di un non obiettore ed eticamente perché dovrei lavorare con un collega che non condivide il rispetto della vita?». Piero Uroda ne è certo: «Il nostro diritto di non vendere farmaci che uccidono è superiore a quello di chi richiede il prodotto. Attenzione infatti, non si tratta di medicinali che curano, ma di prodotti che fanno fuori una vita umana ai suoi esordi e che danneggiano gravemente la salute delle donne». «Per un cattolico – sostiene Uroda – è una bugia che i contraccettivi d’emergenza non fanno nulla, visto che siamo convinti che quando due gameti si incontrano si forma una nuova persona»”.
Chi assicura la vendita di un prodotto abortivo se sono tutti obiettori? Nessuno, infatti. Sul potere abortivo abbiamo già detto. Le affermazioni di Uroda si spingono ben oltre: si inveisce contro i farmaci che uccidono e contro chi fa fuori una vita umana. E si sostiene che la pillola del giorno dopo danneggi gravemente la salute delle donne. Dove lo ha letto? Uroda sta forse già pensando a un’altra forma di obiezione di coscienza nei confronti dei farmacisti che non la pensano come lui: “perché dovrei lavorare con un collega che non condivide il rispetto della vita?”. 

(Estratto da Cè chi dice no. Dalla leva allaborto come cambia lobiezione di coscienza, Il Saggiatore, capitolo 7, Ddl sui farmacisti e pillola del giorno dopo).

martedì 20 marzo 2012

Di obiezione di coscienza

ABORTO. MOZIONE BIPARTISAN, PIENA ATTUAZIONE OBIEZIONE COSCIENZA
(DIRE) Roma, 20 mar. - Mozione bipartisan alla Camera "per dare piena attuazione al diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione, in linea con l'invito del Consiglio d'Europa". L'iniziativa dei deputati Volonte' (Udc), Fioroni (Pd), Roccella (Pdl), Polledri (Lega), Buttiglione (Udc), Binetti (Udc), Capitanio Santolini (Udc), Calgaro (Udc), Di Virgilio (Pdl) e Mantovano (Pdl) mira a tutelare l'obiezione di coscienza non solo di coloro che sono impegnati a vario titolo nelle strutture ospedaliere, ma anche quella dei farmacisti.
"Il diritto all'obiezione di coscienza - si legge nella mozione - non puo' essere in nessun modo 'bilanciato' con altri inesistenti diritti e rappresenta il simbolo, oltre che il diritto umano, della liberta' nei confronti degli Stati e delle decisioni ingiuste".

Per quanto riguarda il Consiglio d'Europa. Sulla obiezione di coscienza abbiamo già scritto molte volte. Sui farmacisti. Poco da aggiungere.

venerdì 16 marzo 2012

A proposito di cimiteri per embrioni e feti


La proposta ha sollevato molte perlessità, critiche feroci, polemiche trite e ben note.

La vicenda mi colpisce per varie ragioni. La prima la sua ridondanza giuridica: è sempre stato possibile richiedere la sepoltura del materiale abortivo (in base al D.P.R. 10/09/1990 n. 285, in particolare articolo 7): Comma 2. Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale.
Comma 3. A richiesta dei genitori, nel cimitero possono essere raccolti con la stessa procedura anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane.
Comma 4. Nei casi previsti dai commi 2 e 3, i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto.

Poi per la scelta linguistica: bambini mai nati invece di embrioni e feti - e questa è una ben nota strategia antichoice (negli Stati Uniti è unborn children). Si vogliono trascinare tutte le caratteristiche dei bambini verso embrioni e feti: sono tutti bambini, questi ultimi non ancora nati, ma caratterizzati dallo stesso statuto. La mossa fa leva sulla pancia e sugli umori, e basterebbe poco per spazzarla via. Basti pensare che a nessuno viene in mente di fare il passo successivo (coerente e obbligato se seguiamo la suddetta logica): siamo tutti individui non ancora morti, tanto vale trattarci come tali?

Infine per il cattivo gusto - ma questo è un parere come un altro, non è che una espressione personale, un gusto estetico e che non ha alcuna pretesa di ostacolare la suddetta possibilità - già esistente, lo ribadisco.
E qui passiamo alle due considerazioni finali: che necessità poteva esserci di ribadire qualcosa che è già permesso? Che scopo si persegue nel mascherare qualcosa che si può già fare come una lotta di civiltà e umanità? Verso chi si inscena questo inchino metaforico?
Ultima: le proteste che si sono scatenate in nome delle donne e del sapore punitivo della proposta non rischiano di essere fuori fuoco?
Ciò che voglio dire è che la possibilità di fare un funerale a un embrione dovrebbe essere garantita - diversa è la situazione in Lombardia, dove la delibera regionale obbliga. Dovrebbero però essere garantite anche scelte diverse: non solo quella di non farlo, ma soprattutto quella di interrompere una gravidanza senza tutte le difficoltà che oggi quasi sempre una donna deve superare, in una gimkana assurda fatta di scuse e di abuso di obiezione di coscienza. Un abuso che ha ormai le fattezze della normalità. Basta entrare in un reparto di IVG per rendersene conto.
Domenica scorsa su la Repubblica di Firenze, una inchiesta di Michele Bocci raccontava un ennesimo scenario da invasione di obiettori. Una invasione che inizia nei consultori, luoghi in cui non si eseguono le interruzioni di gravidanza e per cui la possibilità di fare obiezione mi sembra illegittima.
Nei consultori è ormai difficile trovare un medico anche solo per fare un certificato. Cioè per attestare lo stato di gravidanza.

A questo proposito la vicenda della Puglia di due anni fa è illuminante. Dopo una delibera regionale per assumere alcuni non obiettori nei consultori, l’ordine dei medici pugliesi fa ricorso al TAR, che accusa la delibera di “scelta discriminatoria”.
I passaggi della sentenza più interessanti sottolineano ciò che dovrebbe essere scontato, ma che spesso è trascurato o ignorato. Il collegio ritiene “che la presenza o meno di medici obiettori ex art. 9 legge n. 194/1978 nei Consultori istituiti ai sensi della legge n. 405/1975 sia assolutamente irrilevante, posto che all’interno dei suddetti Consultori non si pratica materialmente l’interruzione volontaria della gravidanza per la quale unicamente opera l’obiezione ai sensi dell’art. 9”, comma 3 (l’I.V.G. può, infatti, avvenire esclusivamente nelle strutture a ciò autorizzate di cui all’art. 8 legge n. 194/1978 laddove la donna, convinta di procedere con l’I.V.G., decide di presentarsi), bensì soltanto attività di assistenza psicologica e di informazione/consulenza della gestante (cfr. artt. 2 e 5 legge n. 194/1978) ovvero vengono svolte funzioni di ginecologo (i.e. accertamenti e visite mediche di cui all’art. 5 legge n. 194/1978) che esulano dall’iter abortivo, per le quali non opera l’esonero ex art. 9, e quindi attività e funzioni che qualsiasi medico (obiettore e non) è in grado di svolgere ed è altresì tenuto ad espletare senza che possa invocare l’esonero di cui alla disposizione citata”.Il Tar sottolinea una ovvietà: non è nei consultori che si effettuano le interruzioni di gravidanza, perciò quella tra la Regione e gli oppositori sembrerebbe una conversazione tra sordi. E poi qualsiasi medico è tenuto a spiegare alle donne tutte le alternative, tra le quali l’interruzione di gravidanza, e a offrire informazioni corrette.
La corretta applicazione della 194 andrebbe senza dubbio nella direzione della corretta e completa informazione: “anche il medico obiettore legittimamente inserito nella struttura del Consultorio è comunque tenuto all’espletamento di quelle attività istruttorie e consultive (come ad esempio il rilascio del documento attestante lo stato di gravidanza di cui all’art. 5 legge n. 194/1978); per cui la presenza teorica di soli obiettori all’interno del Consultorio - ancora una volta - appare irrilevante ai fini di una corretta doverosa applicazione della legge n. 194/1978” (i corsivi sono miei).

mercoledì 14 marzo 2012

I veri pro-life

Vera Schiavazzi, «Quei duemila bambini in provetta nati grazie alla Corte costituzionale», La Repubblica, 13 marzo 2012, p. 21:
Almeno duemila bambini in più nascono ogni anno nell’Italia del calo demografico, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale, quella che nel 2009 ha scardinato i paletti della legge 40. Sono questi i dati che il ministro della Salute Renato Balduzzi ha sul suo tavolo da fine febbraio, quando l’Istituto Superiore di Sanità glieli ha consegnati. Il governo voleva sapere che cosa era accaduto nel 2010 e nel 2011, gli anni nei quali i centri di procreazione assistita hanno potuto lavorare di più e meglio, aumentando del 20% i propri successi. E le risposte dei centri specializzati non si sono fatte attendere. «Otteniamo una gravidanza in più ogni 5-6 trattamenti – spiega Filippo Maria Ubaldi, direttore del Centro di medicina della riproduzione Genera, a Roma – È una percentuale enorme, che aumenta se si considerano le pazienti al di sotto dei 39 anni: non si può generalizzare, per questo è impossibile calcolare se le nascite in più siano duemila, o se il numero sia assai più grande. Nel caso delle giovani la percentuale di gravidanze a termine rispetto al numero di ovociti che otteniamo con le normali stimolazioni sale fino al 17 per cento in più rispetto agli anni nei quali la legge 40 era applicata nella sua versione originale».

martedì 13 marzo 2012

Avvenire e il telefono senza fili

PERVERTIMENTI Secondo la bioeticista Chiara Lalli (La Sapienza, Roma) «c'è chi dice no» all'obiezione di coscienza, cioè a un «pervertimento semantico», perché l'aborto, da quando la legge lo ha legalizzato, è diventato un diritto mentre – sostiene su Il Sole 24 Ore (domenica 4) – l'obiezione ha cessato di esserlo. Di qui una serie di deduzioni che a un distratto possono sembrare logiche (la Lalli insegna anche Logica), ma non lo sono, perché è sbagliata la premessa. Infatti il legislatore ha riconosciuto il diritto all'obiezione, proprio perché l'aborto non lo è e quindi non può corrispondergli alcun obbligo. Infatti: 1) il concepito/feto è un essere umano e dunque ha diritto alla vita; 2) l'aborto resta un reato quando è clandestino, anche se è in tutto uguale a quello legale; 3) Il giorno in cui, al Senato, si stava per votare definitivamente la legge 194, il ministro della Giustizia, Francesco Bonifacio, dichiarò di prendere atto che gli stessi promotori della legge avevano «seccamente smentito la tesi, aberrante sul piano costituzionale, civile e morale, secondo la quale l'aborto costituirebbe contenuto e oggetto di un diritto di libertà». È agli atti del Parlamento.
(Risposte scientificamente antiscientifiche, Avvenire, 11 marzo 2012).

Vengo a sapere da Pier Giorgio Liverani che cosa ho davvero scritto in C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza.
Di questo lo ringrazio, non avrei mai saputo inventare una sintesi tanto efficace delle mie ipotesi a proposito dello slittamento semantico della obiezione di coscienza.
È evidente che Liverani non solo non ha letto il mio libro (forse ha letto solo il titolo), ma nemmeno la legge 194, in particolare l’articolo 9 dove c’è scritto che il “servizio” (cioè l’interruzione di gravidanza) va garantito.
La premessa che mi attribuisce è fantasiosa, non è nemmeno una riduzione affrettata ma proprio uno stravolgimento di quanto ho scritto.
Sul resto è inutile soffermarsi, è inutile rispondere a chi non legge e non ascolta, sembrerebbe di parlare da soli (domenica 4 non ho sostenuto nulla su Il Sole 24 Ore, forse Liverani si riferisce alla intervista di Manuela Perrone uscita sull’inserto Sanità il martedì successivo). È inutile anche rispondere sulle inferenze molto disinvolte compiute al punto 1 e 2. Per non parlare del 3, argomento d’autorità per l’allora ministro della giustizia. Cioè se l’ha detto il ministro della giustizia è vero e incontestabile!
Più che pervertimenti, perversioni.

domenica 11 marzo 2012

Matrimonio e discriminazione


Per le unioni gay «non userei mai la parola matrimonio», vista anche la natura giuridica che ha nel nostro Paese. Rosi Bindi, presidente dell'assemblea nazionale del Pd, intervistata da Maria Latella per Sky Tg 24, commenta l'intervento di sabato di Angelino Alfano dopo che il segretario del Pdl aveva detto che il matrimonio gay sarà la priorità del Pd qualora vincesse le elezioni nel 2013 . «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la costituzione», afferma Rosi Bindi. «Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo».
Ecco il parere di Rosy Bindi, supportato da zampette così incerte da crollare al primo respiro. La dichiarazione di Bindi è moralmente ripugnante e discriminatoria. Non solo: si fonda su una interpretazione a dir poco disinvolta della Costituzione italiana, in particolare dell'articolo 29 che per comodità incollo di seguito. Dove c'è scritto eterosessuale? Cosa toglierebbe a Bindi (e agli altri isterici difensori del "Matrimonio tra vagine e peni") il riconoscimento della uguaglianza tra persone? Perché continuare a difendere una visione tanto angusta e ingiusta del matrimonio?

Articolo 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

venerdì 9 marzo 2012

Senate approves bill on ‘wrongful births’

The Arizona Senate has approved a bill that would shield doctors and others from so-called “wrongful birth” lawsuits.
Those are lawsuits that can arise if physicians don’t inform pregnant women of prenatal problems that could lead to the decision to have an abortion.
The Senate’s 20-9 vote Tuesday sends the bill to the state House. The bill’s sponsor is Republican Nancy Barto of Phoenix. She says allowing the medical malpractice lawsuits endorses the idea that if a child is born with a disability, someone is to blame.
Barto said the bill will still allow “true malpractice suits” to proceed. If the bill becomes law, Arizona would join nine states barring both “wrongful life” and “wrongful birth” lawsuits. Opponents of the bill say it’s unnecessary and would infringe on reproductive rights.
The Associated Press del 6 marzo (il corsivo è mio).

domenica 4 marzo 2012

Se l’integralista ti vuol spedire a Riad

Gli integralisti sembrano in preda a una strana compulsione: quasi ogni volta che sui loro mezzi di comunicazione danno conto di un’iniziativa di laici o non credenti che sia in qualche modo critica della loro religione, non possono fare a meno di aggiungere una chiosa risentita, sempre essenzialmente la stessa, che suona più o meno così: «Vorremmo vederli, questi laici, a criticare allo stesso modo la religione islamica: verrebbero fatti immediatamente a pezzi! Ma naturalmente se ne astengono scrupolosamente...». I laici insomma, sembra di capire, sono per questa gente dei vigliacchi che se la prendono con il più debole. Così, per fare un esempio, sulla Bussola quotidiana del 28 febbraio scorso (Marco Respinti, «Dio non c’è, o forse sì. Dawkins ha dei dubbi»), si poteva leggere a proposito dell’Atheist Bus Campaign (un’iniziativa degli atei inglesi in cui un autobus ha girato per le strade di Londra con la scritta «Dio probabilmente non esiste. Adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita») la seguente osservazione: «molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se il bus avesse fatto scala [sic] a Teheran o a Riad...».
Chi ha scritto queste parole sembra beatamente ignaro del fatto che gli si potrebbero facilmente ritorcere contro: cosa succederebbe se un certo «quotidiano cattolico di opinione online» se la prendesse non con gli innocui atei inglesi ma con i wahhabiti arabi, e per giunta durante una trasferta a Riad? Penso che pochi scommetterebbero a favore dell’eventualità che Marco Respinti (o qualsiasi altro autore della Bussola) sia disposto a trasformarsi in questo modo in martire della fede...
L’errore degli integralisti, però, non sta tanto in questa incoerenza nell’adeguarsi allo standard che pretendono dagli altri, quanto proprio nel coltivare uno standard così assurdamente elevato. Proviamo infatti ad applicarlo ad altre situazioni: sei un piccolo cronista di nera di un quotidiano locale? Bel coraggio: vorrei vederti invece a volare a Mosca e scrivere contro la mafia cecena! Sei un volontario che opera in delicate situazioni sociali nella periferia romana? Ti disprezzo, visto che non sei disposto a fare le stesse cose nei sobborghi di Kabul. E l’ambito si potrebbe allargare, col pubblico che fischia il vincitore di una gara podistica perché non ha mai provato a correre la maratona di New York, o la fidanzata che lascia il suo ragazzo perché alla domanda «ma tu mi avresti amato anche se fossi stata brutta come una rana e affetta da gravi turbe psichiche?» quello ha esitato un momento di troppo...
La verità è che la maggior parte di noi ha dei limiti di coraggio o di abnegazione oltre i quali, per quanto si sforzi, non è capace di spingersi; ma proprio per questo ciò che compiamo entro questi limiti non è affatto privo di valore. Del resto, all’infuori di particolari circostanze l’eroismo non è un dovere (nel linguaggio della filosofia morale si direbbe che è un atto supererogatorio); anzi, talvolta non è neppure sensato e si trasforma in irresponsabile avventatezza, qualora il rapporto costi/benefici – che non è una misura necessariamente egoistica – ecceda la soglia della ragionevolezza. Non è facile vedere, nel caso in esame, che senso avrebbe andare a rischiare vanamente la propria testa in paesi lontani, fra popolazioni in maggioranza ancora scarsamente ricettive, mentre la laicità delle istituzioni è messa in pericolo ogni giorno a casa nostra – e non certo per opera dei salafiti.
Naturalmente, esistono dei casi in cui il consueto rimbrotto integralista avrebbe una qualche giustificazione. Prendiamo un commento apparso sull’edizione online del Corriere della Sera a firma di «Bertoldo41», al tempo della prima sentenza sul crocifisso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo:
Gli atei italiani fanno gli eroi, i Leonida: vorrei vederli professare il loro ateismo in Afghanistan o in Arabia Saudita o in Iran. Se la farebbero sotto anche a pensare!
Se davvero gli atei italiani si fossero atteggiati in quell’occasione a eroi sprezzanti della morte – cosa che naturalmente non hanno fatto – si potrebbe convenire con questo signore, almeno nell’accusarli di una certa vanagloria. Oppure, se in un futuro immaginario gli islamici fossero maggioranza in Italia e cercassero di imporre la sharia con la violenza, i laici tradirebbero il proprio compito se rivolgessero ogni critica soltanto agli integralisti cattolici; così come sarebbe intellettualmente incoerente chiunque oggi giudicasse lecito criticare anche in modo aspro i cristiani, e si opponesse contemporaneamente per principio a fare lo stesso nei confronti dei credenti di altre religioni. Ma, come si vede, si tratta di circostanze perlopiù ipotetiche.

È possibile che gli integralisti che ripetono come un mantra la loro assurda obiezione non abbiano mai pensato a nessuno dei possibili controargomenti? Non credo che siano così stupidi; e penso quindi che il ricorso a un’obiezione tanto platealmente fallace riveli un presupposto tacito. Riflettiamoci un attimo: quand’è che il rimprovero «vorrei vederti a fare lo stesso con qualcuno più forte» è effettivamente giustificato? La risposta è immediata: quando viene indirizzato a qualcuno che sta facendo un torto a qualcun altro, come il bullo della classe che tormenta il ragazzo mingherlino. Per gli integralisti, in realtà, gli atei e i laici che criticano la Chiesa o esprimono in qualsiasi altro modo la loro opinione non esercitano un diritto, ma compiono un’aggressione blasfema contro i campioni della Verità e contro ciò che essi hanno di più caro. In questo gli integralisti cattolici non sono tanto diversi dagli islamici che così spesso tirano in ballo (con una punta di invidia?), anche se oggi non arrivano più agli stessi eccessi. Tre secoli di Illuminismo hanno limato gli artigli e le zanne della Bestia; ma l’istinto ferino è ancora lì.

venerdì 2 marzo 2012

An open letter from Giubilini and Minerva

When we decided to write this article about after-birth abortion we had no idea that our paper would raise such a heated debate.

“Why not? You should have known!” people keep on repeating everywhere on the web.  The answer is very simple: the article was supposed to be read by other fellow bioethicists who were already familiar with this topic and our arguments.  Indeed, as Professor Savulescu explains in his editorial, this debate has been going on for 40 years.

We started from the definition of person introduced by Michael Tooley in 1975 and we tried to draw the logical conclusions deriving from this premise.  It was meant to be a pure exercise of logic: if X, then Y.  We expected that other bioethicists would challenge either the premise or the logical pattern we followed, because this is what happens in academic debates.  And we believed we were going to read interesting responses to the argument, as we already read a few on this topic in religious websites.

However, we never meant to suggest that after-birth abortion should become legal.  This was not made clear enough in the paper.  Laws are not just about rational ethical arguments, because there are many practical, emotional, social aspects that are relevant in policy making (such as respecting the plurality of ethical views, people’s emotional reactions etc).  But we are not policy makers, we are philosophers, and we deal with concepts, not with legal policy.

Moreover, we did not suggest that after birth abortion should be permissible for months or years as the media erroneously reported.

If we wanted to suggest something about policy, we would have written, for example, a comment related the Groningen Protocol (in the Netherlands), which is a guideline that permits killing newborns under certain circumstances (e.g. when the newborn is affected by serious diseases).  But we do not discuss guidelines in the paper.  Rather we acknowledged the fact that such a protocol exists and this is a good reason to discuss the topic (and probably also for publishing papers on this topic).

However, the content of (the abstract of) the paper started to be picked up by newspapers, radio  and on the web.  What people understood was that we were in favour of killing people.  This, of course, is not what we suggested.  This is easier to see when our thesis is read in the context of the history of the debate.

We are really sorry that many people, who do not share the background of the intended audience for this article, felt offended, outraged, or even threatened.  We apologise to them, but we could not control how the message was promulgated across the internet and then conveyed by the media.  In fact, we personally do not agree with much of what the media suggest we think.  Because of these misleading messages pumped by certain groups on the internet and picked up for a controversy-hungry media, we started to receive many emails from very angry people (most of whom claimed to be Pro-Life and very religious) who threatened to kill us or which were extremely abusive.  Prof Savulescu said these responses were out of place, and he himself was attacked because, after all, “we deserve it.”

We do not think anyone should be abused for writing an academic paper on a controversial topic.

However, we also received many emails from people thanking us for raising this debate which is stimulating in an academic sense.  These people understood there was no legal implication in the paper.  We did not recommend or suggest anything in the paper about what people should do (or about what policies should allow).

We apologise for offence caused by our paper, and we hope this letter helps people to understand the essential distinction between academic language and the misleading media presentation, and between what could be discussed in an academic paper and what could be legally permissible.

BMJ Blogs di oggi.

giovedì 1 marzo 2012

Un nuovo articolo per la 194/1978?

Tommaso Scandroglio sull’inserto È vita di Avvenire di oggi (Radicali senza freni: «Stop alle farmacie che obiettano») così commenta:
«La pillola in questione non è un farmaco abortivo, come la Ru486, ma una terapia contraccettiva d’urgenza che va somministrata il prima possibile». È quanto ha dichiarato in merito alla pillola del giorno dopo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione radicale Luca Coscioni, alla recente presentazione romana del libro di Chiara Lalli «C’è chi dice no». Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezione di coscienza». La Gallo ha affermato che «il farmacista non può fare alcuna obiezione di coscienza, deve limitarsi a somministrare un farmaco che viene peraltro richiesto con regolare prescrizione medica. Non hanno quindi alcun fondamento legale tali dinieghi e nessuna norma li supporta, mentre la mancata somministrazione dei farmaci è un reato civile e penale. È ora di dire basta. Abbiamo così deciso di aiutare le donne a risolvere immediatamente il problema denunciando il fenomeno e mettendo nel nostro sito un modulo di esposto ai farmacisti che negano questo tipo di terapia». Esplicita Emma Bonino: «Per i farmacisti che si rifiutano di somministrare la pillola del giorno dopo, farmaco regolarmente autorizzato dal Servizio sanitario nazionale - ha detto la leader radicale nella stessa occasione - non ci può che essere il ritiro della licenza». I radicali, che promettono «completa assistenza legale», forse ignorano che esiste abbondante letteratura scientifica la quale prova che la pillola del giorno dopo oltre ad avere effetti contraccettivi può esplicare anche una funzione abortiva. La somministrazione rientra dunque nella disciplina della legge 194 sull’aborto, quindi i farmacisti possono avvalersi del previsto istituto dell’obiezione di coscienza (il corsivo è mio).
Sarei curiosa di sapere a quale letteratura scientifica fa riferimento Scandroglio, perché le ultime pubblicazioni da parte delle associazioni mediche sostengono il contrario.
Soprattutto sarei curiosa di sapere dove ha letto nella 194 che anche i farmacisti possono fare obiezione di coscienza. Qual è l’articolo?, perché deve essermi sfuggito.