martedì 31 ottobre 2006

Aborto: prevenire e non proibire

Ragionevole no? Ma soprattutto sorprendente dal momento che la campagna che porta questo nome (Ending the Abortion Wars: Prevention Not Prohibition) proviene da una associazione cattolica.
Catholics for a Free Choice launches a new national public education campaign, Prevention Not Prohibition, which contributes to efforts to reframe the abortion debate by focusing on building a national consensus to prevent, not prohibit, abortion.
Many Americans are tired of the polarization between the two sides in the abortion debate camps and want to hear about policies that reduce the need for abortion. We feel that placing a higher priority on prevention mirrors the real desires of women and couples who face tough, often no-win choices, about continuing or terminating pregnancy.
Qui il Comunicato Stampa e un approfondimento della campagna.

Etica innata

Il New York Times presenta oggi un interessante volume di un biologo di Harvard, Marc D. Hauser, Moral Minds (HarperCollins 2006), che ipotizza la presenza di una grammatica morale innata, formatasi nel corso dell’evoluzione dei Primati (Nicholas Wade, «An Evolutionary Theory of Right and Wrong», 31 ottobre 2006). È abbastanza palese l’analogia con la teorie della grammatica universale del linguista Noam Chomsky, con cui Hauser ha collaborato in passato. Indizi a favore dell’ipotesi sarebbero la relativa uniformità attraverso le culture e gli orientamenti religiosi dei giudizi morali di base, i test sul senso di giustizia dei bambini molto piccoli, e soprattutto le risposte semiconscie ma costanti che la maggior parte delle persone danno a particolari dilemmi morali, senza saperne spiegare le ragioni.

lunedì 30 ottobre 2006

Allucinazione di uno stupro

La vicenda Gardini vs Luxuria è davvero grottesca. Antonello Caporale ha intervistato Elisabetta Gardini (Mi sono sentita stuprata dovrebbe farsi operare, la Repubblica, 28 ottobre 2006), e le sue risposte gettano una luce davvero interessante. La riporto quasi senza commenti, a parte gli angusti corsivi.
AVEVO appena aperto la porta, e oddio...

Oddio cosa?
Vedo quello lì che esce dal bagno.

No!
Sìììììì, guardi è stato terribile. Mi sono sentita mancare.

Mancare quanto?

Sfibrata.

Addirittura sfibrata.
Violentata.

Violentata?

Stuprata. Ecco, stuprata.

Sono le quattro del pomeriggio ed Elisabetta Gardini seduta su una panca nel cortile di Montecitorio sta raccontando l’evento. I toni sono decisamente alterati e purtroppo gli sguardi dei vicini tutti per noi.

Onorevole, adesso deve rilassarsi.
Mi avevano detto che i problemi con l’onorevole Guadagno...

... Vladimir Luxuria.
Io lo chiamo come lo chiama il presidente della Camera: onorevole Guadagno Vladimiro.

Calma, lo chiami pure come crede.

Dio, Dio! (Nominato invano!?)

Bisogna mantenere i nervi saldi in momenti delicati come questi.

Ero convinta che avessero trovato una soluzione.

Quale soluzione?

Ma che ne so! Mi dicono che in alcune palestre hanno messo i bagni per quelli come lui. Questo Palazzo è pieno di bagni, gliene trovino uno per lui. (Quelli come lui?? esistono termini più precisi...)

La percezione che Luxuria ha del proprio corpo è tutta femminile.

Si faccia tagliare il pisello. Se lo tagli e allora venga pure nel bagno delle donne. Perché non lo fa?

Onorevole Gardini.
Ta-glia-te-looooo!

È un po’ imbarazzante parlare con lei.
È stata una cosa schifosa. Fisiologica, non psicologica.

Promette che non se la prende?
Prometto.

Sembra isterica.
Disgustata. Ho avuto persino delle difficoltà di ordine fisico a trattenermi in quel bagno.

Vabbè.
Sono grintosa, ecco.

E poi dicono che il suo cattivo carattere porti Silvio Berlusconi a immaginare per la sua collega Mara Carfagna, più silente ed accomodante, il ruolo di portavoce di Forza Italia che oggi è invece suo.

Io e Mara siamo amiche.

Amiche amiche?

Chi lo dice?

Alla Camera gira questa voce. Sarà spuntata dal solito covo di serpi.
Covo di serpi, sì.

Purtroppo.
Sono gli uomini che vogliono metterci l’una contro l’altra. Questo fanno: aizzano e aspettano che ci scanniamo.

Anche se le può apparire ingiurioso, si aggiunge dell’altro. E cioè che la sua scenata sia un tentativo di far dimenticare la magra figura rimediata al microfono delle Iene.

Cosa?

Cos’è la Consob? Ricorda? Non rispose.

Ma se è stato Guadagno a provocare tutto questo can can! Una alluvione di dichiarazioni, di prese di posizioni, di telefonate. Ancora non riesco a terminare la lettera di protesta che voglio inviare ai deputati questori. Già lo so, i giornali scriveranno a suo favore. Voi giornalisti siete moderni, noi della destra i retrogradi e i razzisti. (Ma che c’entra Luxuria, pardon Guadagno Vladimiro, con la figura di merda della Gardini riguardo alla Consob?)

Lei si è appunto augurata un busto ortopedico che tenesse dritta la schiena dei giornalisti.
Non nego che l’immagine sia stata un po’ forte.

Ce ne fosse gente con la sua grinta!
Però voi dovete essere più obiettivi. Lui è maschio? Vada nel bagno dei maschi!

Vabbè.
Sono piena di passione per questo lavoro. La politica mi prende tutta.

Si vede.
Sono spigolosa.

Donna di carattere.

Forte.

Anche molto corteggiata.
Sempre tantissimo in vita mia. Ieri come oggi.

Ora però prevalentemente tra i colleghi del centrodestra.

No, anche quelli del centrosinistra sono galanti.

La sua grinta un po’ li mette in soggezione. Si nota che tengono una prudente distanza.
In effetti è una cosa appena accennata.

Ecco.
E questo Volontè che dice: “Dio ha fatto l’uomo, la donna e altro”. Altro che, secondo lei?

Non saprei più.

Altro cos’è? E perché nel bagno delle donne?

domenica 29 ottobre 2006

Portogallo: imminente il referendum sull’interruzione volontaria di gravidanza

EUROPA/PORTOGALLO – “Se lottiamo per una legge dello stato che difenda la vita umana fin dal suo inizio è perché si tratta di un valore universale, di etica naturale e non solo di un precetto della morale religiosa”: i Vescovi portoghesi e il prossimo referendum sull’aborto, agenzia Fides, 25 ottobre 2006.

Il 19 ottobre scorso il Parlamento del Portogallo ha approvato un referendum per ammorbidire la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Fortemente restrittiva, la legge del 1984 prevede fino a 3 anni di reclusione per la donna che compie un aborto e da 2 a 8 anni per il medico che lo pratica. In difesa dell’embrione. Tuttavia, la legge suddetta considera legale l’aborto entro le prime 12 settimane in caso di violenza o in caso di rischio di morte per la madre. Verrebbe da chiedere per quali ragioni la protezione della vita dell’embrione dovrebbe risentire di una violenza carnale ai danni della madre (mi spiego meglio: se l’aborto è illegale perché l’embrione è una persona da tutelare, allora il consumarsi di una violenza sessuale da parte di X ai danni di Y non dovrebbe avere il potere di influire sul destino e sullo statuto di un terzo, che non è né X né Y). Tanto per amore di cronaca, si stima che ogni anno si pratichino 30.000 aborti clandestini. L’Unione Europea e l’ONU hanno più volte sollecitato il Portogallo ad intervenire sulla normativa.
Il primo ministro, José Sócrates, si è espresso a favore di una liberalizzazione e ha dichiarato che l’approvazione di una nuova legislazione sarebbe fondamentale per combattere la piaga degli aborti clandestini e permettere alle donne di interrompere una gravidanza fino alla decima settimana, senza essere perseguite penalmente e trattate come carnefici.

Fin qui tutto bene, o almeno non troppo male.
Ma si leva la voce dei vescovi.
Il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Portoghese (CEP) ha pubblicato una Nota pastorale in cui lancia un appello ai fedeli perché respingano la liberalizzazione dell’aborto nel referendum che si svolgerà prossimamente.
Ci auguriamo che i fedeli siano anche cittadini, e che prevalga questa appartenenza piuttosto che una adesione all’invito osceno della Conferenza Episcopale, che prosegue con la presunta spiegazione dell’appello.
Davanti a questa situazione, i Vescovi del Portogallo ricordano nella loro Nota che “per i fedeli cattolici, l’aborto indotto è un peccato grave, perché è una violazione del 5º comandamento: non uccidere, anche quando sia legalmente permesso”. Affermano inoltre che l’aborto non “è esclusivamente una questione di morale religiosa, perché questo attacca i valori universali di rispetto della vita”.
“La legalizzazione non è la strada adeguata per risolvere il dramma dell’aborto clandestino” sottolineano i Vescovi, in quanto crea più traumi nel cuore della donna.
Naturalmente l’identificazione embrione-persona non richiede da parte dei vescovi alcuna dimostrazione. È così, è un dogma, che vogliamo dimostrare? Se è una questione morale, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli: chi accetta tale morale può sempre scegliere di non abortire anche in presenza di una legalizzazione.
Ma questo non basta i vescovi, che si attaccano ai valori universali (?). E non ancora contenti sostengono, ancora senza alcun dato, che non si risolverebbe il dramma dell’aborto clandestino. Perché? Perché il cuore della donna sarebbe straziato dall’aborto. Dunque, che sia straziato anche il loro corpo, affidato ad interventi rischiosi e senza alcuna garanzia sanitaria.
Inoltre “l’aborto non è un diritto della donna, perché nessuno ha il diritto di decidere se un essere umano deve vivere o no”. La Nota si conclude con un appello a tutti i fedeli ed a quanti condividono questa visione della vita, affinché si sforzino di illuminare le coscienze della gente e continuino a lavorare nella difesa della vita.
Il Patriarca di Lisbona, Card. José da Cruz Policarpo, ha emesso un comunicato in cui puntualizza le dichiarazioni contenute nella Nota, chiarendo che non ha fatto nessun appello all’astensione, desiderando invece la partecipazione al referendum di tutti i membri della Chiesa e di tutti quelli che desiderano difendere la vita. Il Cardinale ricorda che “la condanna dell’aborto non è una questione religiosa ma di etica fondamentale. Si tratta di un valore universale, il diritto alla vita, una esigenza della morale naturale”. “Se la condanna dell’aborto – continua il Porporato – fosse solo esigenza della morale religiosa, i difensori dell’aborto potrebbero argomentare, e lo fanno già, che le leggi di un Stato laico non devono proteggere i precetti religiosi; per loro basta rispettare la libertà di coscienza... Se noi lottiamo per una legge dello Stato che difenda la vita umana dal suo inizio è perché si tratta di un valore universale, di etica naturale e non solo di un precetto della morale religiosa”.
Il Patriarca ricorda ancora che “la questione della dignità della vita umana dal suo inizio, è oggi tanto chiara, perfino dal punto di vista scientifico, che uno degli obiettivi da ottenere, durante il periodo di dibattito e chiarimento è, per lo meno, di suscitare un dubbio in molti che, forse senza avere approfondito questa questione, sarebbero propensi a dire ‘sì’ alla proposta di legge al referendum. Penso soprattutto all’elettorato più giovane”.
Che la dignità della vita umana dal suo inizio sia una questione chiara dal punto di vista scientifico è un argomento tanto insensato da essere grottesco: lo statuto dell’embrione (persona oppure no) è una questione morale e non scientifica. Ma si sa, i vescovi non ci sentono da questo orecchio.
Sempre più, per me, Cristo è soltanto una imprecazione.

venerdì 27 ottobre 2006

Se 655.000 vi sembran troppi...

La ricerca pubblicata dalla autorevole rivista Lancet (Gilbert Burnham et al., «Mortality after the 2003 invasion of Iraq: a cross-sectional cluster sample survey», vol. 368, 2006, pp. 1421-28), che ha stimato in una cifra compresa tra 393.000 e 943.000 (con una stima più probabile di 655.000) il numero delle morti in eccesso avvenute in Iraq dall’inizio della guerra fino al luglio di quest’anno, ha destato numerosissime polemiche.
Adesso Francesco Checchi, un epidemiologo intervistato da PeaceReporter (Valeria Confalonieri, «Il valore dei numeri», 24 ottobre), spiega alcuni degli aspetti meno intuitivi dello studio di Lancet, senza tacerne i possibili limiti.
Per una confutazione più animata ma ugualmente autorevole degli attacchi subiti dagli autori della ricerca (spesso da parte di personaggi non molto versati né in statistica né in epidemiologia), si può vedere inoltre il blog Deltoid di Tim Lambert, che dedica una apposita sezione all’argomento, con un gran numero di post.

Bagni contesi

Increscioso e grottesco incidente da vespasiano oggi alla Camera dei Deputati.
Vladimir Luxuria racconta: “Come sempre sono andata nel bagno riservato alle donne. Uscendo mi sono trovata davanti Elisabetta Gardini, un po’ agitata, che mi ha apostrofato: “tu sei un uomo, non puoi stare qui devi andare nel bagno degli uomini”. All’inizio, per la verità pensavo che scherzasse, poi mi sono resa conto che non era così. Che faceva sul serio. E mi ha anche anticipato che si rivolgerà ai questori della Camera. Ma io, che devo fare? Io vado nei bagni del sesso del quale mi sento. Se andassi in quello degli uomini, credo proprio che metterei in imbarazzo i colleghi maschi. Mai immaginata una aggressione con questi toni e con questa violenza. Spero che nei prossimi mesi non mi tocchi andare al bagno sentendomi una ladra... Spero che la sua sia una posizione singola e non delle deputate di Forza Italia, e lei mi sembra una persona a volte un po’ sopra le righe. Credo invece che essere veramente donna sia anche essere comprensiva...”.

Spiega Elisabetta Gardini: “La mia è stata una reazione fisica, di pancia. Proprio non mi aspettavo di trovare un uomo nei nostri bagni. Credevo che la questione fosse stata risolta da tempo e trovare Guadagno lì mi ha provocato un trauma. E spontaneamente gliel’ho detto. Adesso mi rivolgerò ai questori affinché trovino una soluzione. Tanto più che il mio disagio è quello avvertito da tante colleghe. Comunque trovo assolutamente eccessivo che la questione, di organizzazione interna, sia stata portata all’esterno. Mi vergogno che si dia una immagine così di basso profilo del Parlamento. Se avessi saputo, sarei stata zitta...”.

Che la risposta della Gradini sia stata ‘di pancia’ non sorprende; difficile pensare a un altro organo in suo possesso deputato a modulare reazioni e risposte. E trovarsi di fronte ad un uomo riesce a provocarle addirittura un trauma? E che sarà mai? Quanto al profilo basso del Parlamento, non è di certo una questione di pubblicità o di omertà…

La Gardini: «Luxuria esca dal bagno», Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2006.

La cura della vergine: tra orrore e ignoranza

«Una vergine per guarire dall’Aids». È la cura che i guaritori di molti Paesi africani prescrivono agli uomini infetti convinti che il sangue «puro» di una ragazzina possa cancellare il virus dell’Hiv. E loro seguono la prescrizione. In Sudafrica ogni ora vengono stuprati cinque bambine, spesso neonate. In Zimbabwe, dove il 25% della popolazione è affetta dall’Aids, non ci sono dati certi ma le testimonianze, disperate, delle ragazzine traumatizzate che si rivolgono al Girl Child Network Project.
Ora l’Ong ha deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione nei villaggi più sperduti dello Zimbabwe. Qualche giorno fa, in un’area rurale a 200 chilometri da Harare, ha chiamato a raccolta i guaritori di tutto il Paese e gli ha messo davanti le bambine e le ragazze vittime della loro cura. Una di loro era stata violentata dal padre a soli due anni. Oggi ne ha otto ed è orfana. Un’altra a 14 anni è stata messa incinta dallo zio e buttata fuori di casa. Ha abortito e da allora non si è più ripresa. Piange mentre racconta la sua tragedia. I guaritori guardano, si disperano, condannano l’abuso ma nessuno di loro ammette di aver incoraggiato la «Cura della vergine», come viene chiamata la pratica. Allora Betty Makoni, la fondatrice di Girl Child Network, fa entrare in scena gli attori che mettono in atto il dramma in una scena sola: il sieropositivo va dal guaritore del villaggio e lui gli consiglia di fare sesso con una vergine per guarire. La platea è muta. Poi si alza Alex Mashoko, il segretario dell’Associazione nazionale dei guaritori tradizionali: «Abbiamo sentito di questa pratica ma noi vogliamo combatterla — dice —, sono i guaritori non registrati i colpevoli, il governo deve punirli. Da quando esercito non ho mai visto fare una cosa del genere, né l’ho mai fatta. È una cosa sbagliata dire alla gente di dormire con delle ragazzine per guarire dall’Aids perché non c’è medicina che possa farlo».
Eppure succede. Né è convinto anche Graeme Pitcher, chirurgo pediatra all’ospedale di Johannesburg: «Gli stupri di bambini avvengono in tutto il mondo — spiega in un suo studio — ma soltanto qui in Sudafrica si violentano le neonate. È uno stupro atipico che quasi sempre esclude il motivo sessuale, la pedofilia, e che probabilmente è connesso con il mito che avere sesso con una vergine guarisce dall’Hiv e dalle altre malattie trasmesse sessualmente».
La «Cura della vergine» è nata in Europa nel XVI secolo e ha preso ancor più piede nell’Inghilterra vittoriana quando la gonorrea, la sifilide e altre malattie sessuali erano diventate una piaga. Il mito è poi stato importato in Sudafrica, insieme alla sifilide, dalle truppe di ritorno dalla seconda guerra mondiale.
Uccidere una leggenda non è facile. Ci si prova in Zimbabwe distribuendo magliette con la scritta: «Le vergini non curano l’Aids. È un mito». Ci prova l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu che, qualche giorno fa, ha condannato i frequenti stupri di neonate lanciando l’allarme sulla situazione del Paese: «Siamo seduti — ha detto — su un barile di polvere da sparo». E ci prova Betty Makoni che sorride soddisfatta: «I guaritori negano la loro responsabilità ma sono venuti qui e questo è già un passo avanti».
«Sesso con le vergini per guarire dall’Aids». Parte la campagna: è falso, salviamo le bimbe, Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2006.

Ma Christian Rocca sa l’inglese?

Sul blog Camillo (27 ottobre 2006), Christian Rocca (che scrive per il Foglio) getta uno schizzo di fango su Michael J. Fox:
Non capisco perché i sostenitori della ricerca sulle staminali (gruppo di cui faccio parte anch’io) debbano sempre imbrogliare un po’: non è vero, come dice Michael J Fox nello spot, che impedendo la ricerca embrionale si negano le cure a milioni di persone. Non c’è nessuna cura, per ora. Finché si continuerà a imbrogliare, a raccontare balle, a parlare di cure che non esistono, gli avversari della ricerca avranno sempre ragione.
Ecco la trascrizione dell’audio dello spot di Fox (che Rocca stia parlando di questo e non di un altro è dimostrato dal link che lui stesso fornisce):
As you might know, I care deeply about stem cell research. In Missouri, you can elect Claire McCaskill, who shares my hope for cures. Unfortunately, Senator Jim Talent opposes expanding stem cell research. Senator Talent even wanted to criminalize the science that gives us a chance for hope. They say all politics is local, but that’s not always the case. What you do in Missouri matters to millions of Americans – Americans like me.
Come chiunque sia in possesso dei rudimenti della lingua inglese può notare facilmente, l’attore non dice da nessuna parte – né nella lettera, né nella sostanza – che «impedendo la ricerca embrionale si negano le cure a milioni di persone». Parla piuttosto di «speranza di cure» e di «scienza che ci dà una chance di speranza» (le due espressioni si sentono anche distintamente). Speranza di cura, non cura: c’è una notevole differenza. O forse per Rocca non c’è nemmeno la speranza? Non mi pare, visto che anche lui – dice – fa parte dei sostenitori della ricerca sulle staminali, e afferma che «Non c’è nessuna cura, per ora». Non rimane che pensare che Rocca abbia qualche problema di comprensione della lingua...

Appello contro la condanna a morte dei 6 della Libia

Dalle NEWS di Darwin l’appello al Ministro degli Esteri:

Onorevole Ministro D’Alema,

in qualità di medici e ricercatori siamo particolarmente preoccupati per gli sviluppi del processo in corso in Libia che vede sul banco degli imputati cinque infermiere di nazionalità bulgara e un medico palestinese. Queste persone sono detenute nelle carceri libiche dal 1999 con l’accusa di aver deliberatamente infettato con il virus dell’Aids oltre 400 bambini presso l’Ospedale Al Fatah di Bengasi. Secondo Amnesty International sarebbero stati sottoposti a interrogatori estremi e torture fino al punto da confessare di aver agito di concerto con servizi di paesi stranieri quali la Cia e il Mossad per creare il caos nella Repubblica Socialista di Libia. Ma la loro innocenza, rispetto all’accusa di cospirazione e di qualsiasi atto deliberato, è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio dal lavoro di indagine svolto da due illustri colleghi, Luc Montagnier che all’Istituto Pasteur di Parigi ha scoperto l’Hiv e Vittorio Colizzi dell’Università di Roma Tor Vergata. Il rapporto che è scaturito da questo lavoro durato due anni mette in evidenza alcuni elementi cruciali:

- I primi casi di contagio sono precedenti alla presa di servizio degli imputati e l’epidemia è continuata anche dopo il loro arresto.

- Il ceppo dell’Hiv isolato nei bambini libici è tipico dell’Africa centrale e occidentale, perciò è probabile che sia stato portato nel paese da un immigrato sieropositivo, o più probabilmente da un’immigrata sieropositiva che avrebbe partorito nell’ospedale di Bengasi.

- È probabile che l’Hiv si sia diffuso agli altri piccoli lì ricoverati a causa delle scarse condizioni igieniche dell’ospedale. Infatti la copresenza di altri virus (epatite B e C) indica un’esposizione ripetuta a materiale infetto, probabilmente causata dall’uso di siringhe non sterilizzate, come sostiene anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha organizzato due missioni sul posto.

Ciononostante la Corte libica ha rigettato il rapporto, condannando a morte i sei imputati nel maggio del 2004. La condanna è stata poi annullata ed è stato avviato un secondo processo, che dovrebbe concludersi con un nuovo verdetto nel mese di novembre. Purtroppo le modalità con cui il dibattimento si è svolto finora non consentono alcun ottimismo. Se la sentenza capitale sarà confermata, come teme la difesa, l’ultima speranza sarà affidata alla Corte Suprema. Per salvare dalla fucilazione queste sei persone innocenti e farle tornare in libertà sarà necessaria una pressione diplomatica assai più intensa ed efficace di quella esercitata dalla comunità internazionale fino a questo momento. In qualità di medici e ricercatori chiediamo con forza al governo di Tripoli e alla Corte Suprema di ascoltare la voce del mondo scientifico, istituendo un comitato scientifico che possa esaminare nuovamente i dati disponibili. Questo non servirà soltanto a provare l’innocenza delle infermiere e del medico, ma anche ad evitare ulteriori infezioni nosocomiali che saranno sempre in agguato finché il problema delle condizioni igieniche degli ospedali sarà oscurato da improbabili ipotesi bioterroristiche. In qualità di cittadini che hanno a cuore la vita di sei persone innocenti e credono nel valore della politica, inoltre, ci appelliamo al Governo italiano nel suo insieme e in particolare a Lei che è Ministro degli esteri, perché metta tempestivamente in atto tutte le misure possibili affinché giustizia sia fatta prima che sia troppo tardi.

Edoardo Boncinelli, Università Vita-Salute, Milano
Elena Cattaneo, Università di Milano
Mario Clerici, Università di Milano
Giulio Cossu, Università Vita-Salute, Milano
Lucio Luzzatto, Università di Genova
Giuseppe Macino, Università La Sapienza, Roma
Alberto Mantovani, Istituto Humanitas, Milano
Jacopo Meldolesi, Presidente della Federazione Italiana Scienze della Vita
Rino Rappuoli, Co-Chairman della Global Alliance for Vaccines and Immunization
Gianni Rezza, Istituto Superiore di Sanità, Roma

Per aderire: appellolibia@darwinweb.it

Su Darwin è possibile consultare i documenti.

Ancora su Michael J. Fox

Il Corriere della Sera ha ospitato ieri un resoconto delle polemiche sollevate dagli spot elettorali di Michael J. Fox per i candidati alle prossime elezioni di midterm, e dall’attacco di Rush Limbaugh, che ha accusato l’attore di esagerare i sintomi del Parkinson o di aver appositamente sospeso l’assunzione di medicinali prima di girare gli spot («Usa, polemiche sullo spot di Michael J. Fox», 26 ottobre 2006).
A un certo punto l’articolista fa la seguente affermazione:
Fox, dal canto suo, ha ammesso di non aver preso le medicine che usualmente lo aiutano a tenere a bada il male prima di andare davanti alle telecamere. «Ma i sintomi erano reali», ha aggiunto.
La fonte non è indicata; e in effetti, da nessuna parte sulla stampa americana si ritrova questa notizia. Anzi, una dichiarazione di Michael J. Fox riportata il giorno prima dal New York Times afferma il contrario di quanto si legge sul Corriere: «Un portavoce di Fox ha detto che i suoi tremori erano causati dai farmaci» («A spokesman for Mr. Fox said his tremors were caused by his medication»: «Making Stem Cell Issue Personal, and Political», 25 ottobre). A fugare ogni dubbio provvede una lunga intervista di Katie Couric all’attore per la CBS, andata in onda sempre ieri, in cui l’attore spiega che i movimenti involontari sono causati dai farmaci che assume, il cui effetto è estremamente variabile e imprevedibile. L’intervistatrice a questo punto gli domanda:
KC: Rush Limbaugh ha avanzato il sospetto che lei abbia evitato intenzionalmente di prendere le sue medicine, in modo da manifestare i sintomi della malattia nello spot e guadagnare così la simpatia degli spettatori.
MF: La cosa ironica è che di medicine ne avevo preso troppe... Quando hai quei sintomi non stai bene. Nessuno vuole averli. È come se uno provasse piacere a darsi una martellata; quello che vuoi sempre è di sentirti il più possibile bene. E a questo punto, se non prendessi i farmaci non sarei in grado di parlare. Avrei come una maschera sul viso e non potrei parlare, mi bloccherei, mi congelerei e non sarei capace di muovermi. Così non succede mai che io mi trovi a non aver preso i farmaci.
Nell’originale inglese:
KC: Rush Limbaugh suggested you had failed to take your medication intentionally so when you did that ad you’d be more symptomatic and therefore, more sympathetic.
MF: The irony of it is, I was too medicated... The thing about being symptomatic is it’s not comfortable. Nobody wants to be symptomatic. It’s like you want to hit yourself with a hammer, you know, you want at all times to be as comfortable as you can be. And at this point now, if I didn’t take medication I wouldn’t be able to speak. I’d have a mask face and I wouldn’t be able to speak and I’d lock up and freeze and not be able to move. So there’s no time I’m not medicated.
Cos’è successo dunque al Corriere? Penso che qualcuno abbia letto un po’ affrettatamente un’altra affermazione di Limbaugh, che all’indomani dello scandalo sollevato dai suoi commenti ha cercato di difendersi facendo notare come nel 1999 l’attore si fosse intenzionalmente presentato davanti a una commissione del Senato americano senza aver prima assunto farmaci, per mostrare i sintomi del male senza schermi. La cosa è raccontata dallo stesso Michael J. Fox nella sua autobiografia (Lucky Man: A Memoir, 2002):
I had made a deliberate choice to appear before the subcommittee without medication. It seemed to me that this occasion demanded that my testimony about the effects of the disease, and the urgency we as a community were feeling, be seen as well as heard. For people who had never observed me in this kind of shape, the transformation must have been startling.
Si tratta dunque di un evento di sette anni fa, quando la malattia era meno progredita. Al Corriere dovrebbero fare decisamente più attenzione.

(Su Youtube è disponibile un video in cui Rush Limbaugh scimmiotta a più riprese Michael J. Fox.)

Aggiornamento: una nuova intervista a Michael J. Fox, questa volta da parte di George Stephanopoulos per la ABC (29 ottobre). Un breve excerptum:
Fox: If I didn’t medicate it at all, I’d have a masked face, I’d have very limited movement, I’d have a very difficult time speaking, a la Mohammed Ali or similar. So if I want to be articulate, if I want to speak, this comes with the package. So...
Stephanopoulos: That’s the tradeoff.
Fox: That’s the tradeoff. So I either sound good or look good.

Omosessuali in pubblico

Segnalo un post eccellente di Cadavrexquis sulla dimensione pubblica dell’omosessualità («Su come è percepita l’omosessualità», 27 ottobre 2006):
Il primo e il secondo esempio che ho riportato sopra concorrono, in maniera diversa, a mettere a nudo un certo abito mentale della maggioranza (eterosessuale, in questo caso) che accetta di buon grado gli omosessuali solo se questi, in primo luogo, non pretendono di avere troppa visibilità in pubblico – soprattutto quando questa visibilità implica che “esercitino” la propria omosessualità davanti ai loro occhi, magari mettendo in atto quelle tecniche di seduzione che gli eterosessuali considerano pacifiche e scontate per se stessi – e poi, in secondo luogo, se possono guardare agli omosessuali come persone che soffrono di un “problema” o di un “dramma”. L’omosessuale che si rende visibile, rivendica uno spazio pubblico e dichiara che non c’è nulla di drammatico nella sua omosessualità (e che, quindi, non soffre e, quindi, non “espia” la sua omosessualità), o che addirittura la vive con gioia, scombina il loro quadro psicologico e viene perlopiù accusato di esibizionismo, arroganza, protervia e via discorrendo.
Da leggere tutto.

giovedì 26 ottobre 2006

JimMomo e il clima

Per una volta mi sento di dissentire dall’ottimo Federico Punzi. Aggiungo quindi le mie osservazioni ad alcuni dei punti del suo ultimo post («Accolte le scuse di Newsweek, accoglieremo pure quelle di Al Gore e del Wwf», JimMomo, 25 ottobre 2006):
Il mondo lentamente verso una nuova era glaciale. Temperature che si abbassano drasticamente nell’arco di trent’anni, incalcolabili danni all’agricoltura e fame nel mondo, con i governi che si armano pronti a combattere per la sopravvivenza dei propri cittadini. Per l’umanità una catastrofe. Era il bidone del global cooling, rifilato da Newsweek trent’anni fa, nel 1975. Ebbene, oggi il settimanale chiede scusa.
Ma come è potuto accadere che gli esperti intervistati trent’anni prendessero una tale cantonata? Secondo William Connooley, esperto di clima della British Antartic Survey specializzato nello studio delle predizioni sulla nuova era glaciale, la risposta è semplice: nel ’75 non possedevano i dati, i computer e i modelli matematici di oggi.
Adesso è il grande momento del global warming. Nel 2035 qualcuno verrà a spiegarci che trent’anni prima (cioè oggi) non possedevamo i dati, i computer e i modelli matematici adeguati.
Per quanto riguarda il timore che gli scienziati avrebbero avuto di una imminente era glaciale negli anni ’70, rimando a «The global cooling myth» (RealClimate, 14 gennaio 2005), che chiarisce come si tratti quasi esclusivamente di una leggenda metropolitana: nella letteratura scientifica dell’epoca (nella quale non possiamo computare Newsweek) venivano espresse incertezze sul futuro del clima, non certezze. La scienza progredisce, e oggi che il riscaldamento globale sia in atto è ragionevolmente sicuro: l’unico dubbio riguarda la sua futura entità (e le misure da prendere per contrastarlo).
Aggiungo un’altra obiezione, di fondo, direi logica. Esiste un modello matematico di cui siamo in possesso per calcolare tutte le infinite variabili che determinano il clima non di un piccolo o grande ecosistema, ma addirittura dell’intero pianeta?
Un modello matematico, per definizione, non può prendere in considerazione infinite variabili. Per avere qualche utilità pratica si deve limitare a considerare quelle essenziali, approssimando la realtà. Il sistema climatico è sostanzialmente deterministico, e quindi si presta – in linea di principio – a essere studiato con un modello, a differenza di quanto succede con il tempo atmosferico, che è cosa differente e che come è noto risponde in maniera caotica anche a variazioni fisiche infinitesimali (la famosa farfalla che batte le ali in Amazzonia, provocando un uragano sui Caraibi). È il motivo per cui è quasi impossibile dire che tempo farà tra una settimana, mentre chiunque può dire con certezza che fra sei mesi farà in media più caldo di adesso.
Modelli climatici affidabili esistono, e messi alla prova hanno dato conto correttamente dell’evoluzione climatica degli ultimi decenni; con la dovuta prudenza, possiamo utilizzarli quindi anche per pronosticare il clima futuro.
E ne esiste un altro in grado di spiegare l’eventuale cambiamento climatico con l’azione dell’uomo? Spiegare, non vuol dire solo affiancare due statistiche, come se il loro accostamento di per sé costituisse un legame causale.
L’effetto serra costituisce una spiegazione fisica ampiamente comprovata del riscaldamento globale: anche se non è l’unico processo fisico presente, è quasi certamente quello dominante.

Aggiornamento: su RealClimate è appena apparso un nuovo articolo dedicato proprio all’errore di Newsweek.

La mia prima volta alla Corte Costituzionale e l’ultima spiaggia per la legge 40

Non sono patriottica, non lo sono mai stata. Forse perché ho sempre avuto un senso del ridicolo troppo spiccato, che mal si accorda con i pomposi rituali che vorrebbero onorare la patria.
Martedì sono andata ad una udienza pubblica.
Sono entrati i costituzionalisti, vestiti di nero, mascherati da preti. Ad aggravare il mio spaesamento il fatto che il pubblico, poco numeroso, si è levato all’entrare della Corte. Ci mancava ci dicessero di scambiarci il segno di pace.
Di nuovo seduti gli spettatori, ha avuto inizio la cerimonia. Una commemorazione di un giudice morto. Il tragico che muta in comico.
E finalmente la discussione della prima causa: articolo 13, legge 40/2004.
Il giudice che ha ricostruito i fatti non ha brillato per entusiasmo e esattezza narrativa; ha inoltre inciampato in un errore terminologico che è un sintomo invadente dell’interpretazione della legge 40 e delle questioni che si aggirano in quei paraggi. Parlando del nascituro ha detto ‘bambino’, avallando l’assurda considerazione di ogni essere umano come persona a partire dal concepimento (ovocita + spermatozoo) proprio come stabilito dall’articolo 1 della suddetta legge. Parola di Alfio Finocchiaro.
È stata poi la volta dell’avvocato di Stato, baluardo della legittimità di una legge oscena, discriminatoria e lesiva dei diritti di molte categorie di persone: malati di patologie genetiche, portatori sani, malati di patologie virali, singles... ma questo lo sappiamo già, noi.
La conferma della legittimità della legge 40 rende quasi impossibile qualsiasi modifica futura. E accoglie l’interpretazione restrittiva del suddetto articolo 13:
b) ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo;
che invece lasciava spazio ad una interpretazione del testo normativo in grado di consentire l’accesso alle tecniche diagnostiche prima dell’impianto nel corpo materno (considerando anche che le indagini pretnatali sono ammesse dalla legge).
Non è pertinente né moralmente significativa la differenza tra il tempo precedente l’impianto e il tempo posteriore. Nessuna valida ragione può sostenere il divieto della diagnosi genetica di preimpianto.
Nell’udienza si è criticato il presunto diritto di avere un figlio sano, con il frequente scivolone nella pantomima: il figlio bello e biondo, quello che Rutelli diceva di comprare al supermercato.
Possibile che anche in questa sala affrescata e circondata da un alone di grandezza vengano pronunciati argomenti che potremmo sentire al supermercato?
Peccato, poi, che il diritto alla salute sia un bene inviolabile dell’uomo (articoli 2, 3 e 32 della Costituzione, rispettivamente tutela dei diritti inviolabili dell’uomo come singolo e principio di uguaglianza e diritto alla salute); peccato che il diritto alla salute della donna non sia stato nemmeno menzionato. E peccato che l’ignoranza crassa scientifica e filosofica, anche a un livello elementare, sia stata sfoggiata come una virtù piuttosto che suscitare imbarazzo.
È con profonda amarezza vedere come anche l’aulica Corte venga trascinata nella polvere, con argomentazioni deboli e più appropriate ad un ignorante, che è legittimato ad essere approssimativo e vago.
La diagnosi genetica di preimpianto è rischiosa, ha detto l’avvocato di Stato. Ah sì? E in quale percentuale? E le diagnosi prenatali non sono anch’esse rischiose? E con questo? E non è pericoloso prendere un’aspirina o attraversare la strada? Vogliamo proibire tutte le azioni pericolose, parole incluse?

mercoledì 25 ottobre 2006

Prime reazioni allo spot di Michael J. Fox

Lo spot elettorale di Michael J. Fox, in cui l’attore sostiene la candidatura della democratica Claire McCaskill al senato degli Stati Uniti, sta dimostrando un discreto impatto sulla campagna elettorale (pare che Fox abbia girato appelli simili per altri candidati favorevoli alla ricerca sulle cellule staminali embrionali). Sono quindi cominciati i tentativi di denigrazione da parte di alcuni Repubblicani. Particolarmente cinico si è mostrato l’ultraconservatore Rush Limbaugh, conduttore di un celebre talk show alla radio, che ha affermato: «Quando ho visto lo spot, ho detto … che non aveva preso i suoi farmaci, o che stava recitando. Dopo tutto, si tratta di un attore» («I stated when I saw the ad … that he was either off the medication or he was acting. He is an actor, after all»).
Un medico ha risposto all’insinuazione di Limbaugh (il parere è riportato da John Amato su Crooks and Liars del 23 ottobre):
I movimenti involontari che Michael J. Fox mostra in quello spot derivano dall’uso prolungato di farmaci agonisti della dopamina per combattere il Parkinson. Sono movimenti causati dalle medicine, non dalla malattia. Potrebbe mostrare movimenti strani anche se non prendesse farmaci, ma non apparirebbero simili a quelli dello spot. …
Inoltre, quei movimenti sono difficili da imitare con precisione, perché hanno origine da circuiti che collegano i gangli basali e la corteccia, che non è possibile accendere o spegnere a comando. Non sono circuiti nervosi volontari. Ci sono ben poche possibilità che stesse recitando, e se lo stava facendo poteva solo accentuare leggermente movimenti che già aveva. In altre parole, la cosa è tragica proprio come appare.
Nell’originale:
the chorea that Michael J. Fox has in that ad comes from chronic use of dopamine agonists in the context of Parkinson’s. They’re movements from the medicine, not the disease itself. Although he might have odd movements OFF of his meds, they wouldn’t look like the ones in the ad. …
In addition, those movements are hard to imitate accurately because they stem from circuits between the basal ganglia and cortex that you can’t just turn off or on. Those aren’t volitional circuits. There is little chance he was acting, and if he was, he could only accentuate slightly movements he already had. In other words, this is as tragic as it looks.
Anche un altro medico, William J. Weiner, intervistato telefonicamente da Jonathan Cohn del blog The PlankRush Limbaugh is still a big, fat...», 23 ottobre), ripete gli stessi concetti:
What you are seeing on the video is side effects of the medication. He has to take that medication to sit there and talk to you like that. … He’s not over-dramatizing. … [Limbaugh] is revealing his ignorance of Parkinson’s disease, because people with Parkinson’s don’t look like that at all when they’re not taking their medication. They look stiff, and frozen, and don’t move at all. … People with Parkinson’s, when they’ve had the disease for awhile, are in this bind, where if they don’t take any medication, they can be stiff and hardly able to talk. And if they do take their medication, so they can talk, they get all of this movement, like what you see in the ad.
Il dr Weiner fa notare inoltre l’estrema correttezza dello spot: Fox non afferma che la ricerca sulle staminali embrionali condurrà certamente a una cura del Parkinson, ma solo che essa potrebbe dare una concreta speranza ai malati.

A Fox è stata mossa anche l’accusa (che in questi giorni si trova ripetuta più volte in rete) di dire una cosa non vera quando alla fine dello spot pronuncia le parole «Americani come me», in quanto sarebbe notoriamente nato in Canada. Ma Fox aveva acquisito la cittadinanza americana già nel 2000, e non ha quindi mentito.

Aggiornamento: secondo il Corriere della Sera Fox avrebbe ammesso di non aver preso farmaci prima di girare gli spot. Ho dedicato un nuovo post a indagare questa notizia.

lunedì 23 ottobre 2006

Staminali contro il Parkinson

Lo sviluppo di una terapia del morbo di Parkinson a base di staminali embrionali era stato finora intralciato dalla difficoltà di far differenziare le cellule nel tipo esatto di neuroni produttori di dopamina, la cui perdita provoca i sintomi della malattia. Una squadra di ricercatori del Cornell University Medical College di New York, guidata da Steve Goldman, è riuscita finalmente a superare quest’ostacolo, ricorrendo all’espediente di coltivare le staminali assieme a cellule somatiche tratte da feti abortiti. I risultati sono stati entusiasmanti: una volta trapiantate nel cervello di topi che presentavano gli stessi sintomi del Parkinson, le cellule hanno causato una remissione quasi completa del male.
Rimane tuttavia un problema: tra le cellule trapiantate ce n’erano alcune non completamente differenziate, ed esiste la possibilità che possano dare origine a tumori (anche se i topi impiegati nell’esperimento non hanno fatto in tempo a svilupparne). Fortunatamente la soluzione potrebbe essere semplice: basterebbe selezionare le cellule adatte, scartando quelle indifferenziate. In ogni caso, i test clinici sull’uomo sono ancora lontani (Kerri Smith, «Stem-cell treatment for Parkinson’s brings mixed results», news@nature.com, 22 ottobre 2006).

La domanda di Piergiorgio Welby

Dichiarazione (domanda) di Piergiorgio Welby (co-Presidente Associazione Coscioni)
È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa. Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo: è possibile che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire?
Si confronteranno su possibili risposte alla domanda di Piergiorgio Welby giuristi, medici e politici ad un seminario promosso urgentemente dall’Associazione Coscioni appena giunta tale sollecitazione.
Il seminario si terrà a Roma venerdì 27 ottobre 2006, in Via di Torre Argentina 76, presso la sede del Partito Radicale dalle ore 9.45 alle 14.30.

Legge 40, articolo 13, divieto di Diagnosi Genetica di Preimpianto: incostituzionale?

Il Coordinamento Federativo Associazione Pazienti Sterili* invita la Stampa a partecipare alla prima udienza pubblica sull’incostituzionalità della Legge 40, con riferimento al divieto di eseguire la Diagnosi Genetica di Preimpianto (articolo 13).

Il divieto è contraddittorio con la possibilità, garantita dalla legge italiana, di eseguire indagini prenatali come la villocentesi e l’amniocentesi e di interrompere una gravidanza (legge 194/1978).
Per la prima volta una udienza pubblica della Corte Costituzionale dovrà decidere sulle contraddizioni e le inadeguatezze della Legge 40.
L’occasione è offerta dal caso dei coniugi di Cagliari che si sono rifiutati di farsi trasferire gli embrioni a rischio di trasmissione di grave malattia genetica, caso che sarà discusso domani pubblicamente presso la sede della Corte Costituzionale.

Roma, 24 ottobre 2006, Corte Costituzionale, ore 9,30 in Piazza del Quirinale, 41

*Il Coordinamento Federativo Associazioni Pazienti Sterili: Associazione l’Altra Cicogna di Cagliari, Associazione Amica Cicogna ONLUS, Associazione Cerco un Bimbo, Associazione Madre Provetta

Michael J. Fox

L’attore Michael J. Fox è stato colpito anni fa dal Morbo di Parkinson. In questo video sostiene la candidatura di Claire McCaskill a senatrice del Missouri nelle prossime elezioni di novembre, perché l’altro candidato, Jim Talent, si oppone alla ricerca sulle cellule staminali.

domenica 22 ottobre 2006

Il papa aveva torto

Sul nuovo numero di Prospect un articolo di uno studioso musulmano enumera gli errori di fatto compiuti da Benedetto XVI nell’ormai famoso discorso di Ratisbona, e traccia un inquietante parallelo (Abdal Hakim Murad, «The Pope Was Wrong», Prospect, n. 128, novembre 2006):
More troubling for Islam experts was the Vatican team’s evident failure to brief the pontiff. While his knowledge of Catholic doctrine is, unsurprisingly, profound, Muslim theologians have been puzzled by the numerous inaccuracies of his comments on Islam. One that caused distress as well as bewilderment was the claim that a particular Koranic decree – that “there shall be no compulsion in religion” – pre-dated the Prophet’s ascent to political power. A glance at the classical commentaries shows clearly that the verse appeared much later. In fact, based on this verse, classical Islamic law criminalised the forced conversion of Christians and Jews, and Islam never produced an institution to rival the centuries-long reign of the Inquisition. …
Another theme of Benedict’s speech that baffled Muslims was his distinction between a Catholic concept of a God who must act in accordance with reason, and the supposed Islamic view that God can only be fully free if he has the ability to act irrationally (see Edward Skidelsky, Prospect November 2006). The Pope acknowledges a spectrum of Catholic views but cites only one Islamic thinker, Ibn Hazm of Cordova, whose view of an essentially non-rational, capricious God was rejected by virtually every other Muslim. Far from teaching an irrational obedience to a non-rational deity, mainstream Islamic theology insists on the systematic use of reason, since the Koran itself asks its audience to deduce the existence of God from his orderly signs in nature. Of the two schools of Sunni orthodoxy, Ash’arism and Maturidism, the latter – the orthodoxy of perhaps 80 per cent of Muslims – is particularly insistent on the rationality of God’s actions.
Benedict’s speech saluted the Greek dimension of the New Testament, and proposed that it supply Europe with a special relationship with Christianity. … Muslims too are heirs to Greek rationality; indeed, one of the first great endeavours of Islamic civilisation was the systematic translation of Greek philosophical classics into Arabic. Advanced Islamic theology is shot through and through with Greek rationalism, so that three quarters of a classical Muslim theology text is usually taken up with logic and other intellectual methods of Greek ancestry.
The idea that Islam is deeply alien to Europe often seems strangely akin to antisemitism. (The BNP [British National Party] was ecstatic over Benedict’s speech.) Jews used to be told, by the church and by all Europe, that they were alien harbingers of a xenophobic creed, enemies of reason and stubbornly resistant to integration. That view is no longer tolerable in polite society. But is it possible that the underlying instinct is not entirely dead?
E dire che c’è chi è convinto (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 21 ottobre 2006, p. I) che Joseph Ratzinger sia «il più notevole intellettuale del nostro tempo»...

Cattive ragioni per essere buoni

Un articolo di Sam Harris sul Boston Globe merita di essere riportato per intero («Do We Really Need Bad Reasons To Be Good?», 22 ottobre 2006):
The midterm elections are fast approaching, and their outcome could well be determined by the “moral values” of conservative Christians. While this possibility is regularly bemoaned by liberals, the link between religion and morality in our public life is almost never questioned. One of the most common justifications one hears for religious faith, from all points on the political spectrum, is that it provides a necessary framework for moral behavior. Most Americans appear to believe that without faith in God, we would have no durable reasons to treat one another well. The political version of this morality claim is that our country was founded on “Judeo-Christian principles,” the implication being that without these principles we would have no way to write just laws.
It is, of course, taboo to criticize a person’s religious beliefs. The problem, however, is that much of what people believe in the name of religion is intrinsically divisive, unreasonable, and incompatible with genuine morality. The truth is that the only rational basis for morality is a concern for the happiness and suffering of other conscious beings. This emphasis on the happiness and suffering of others explains why we don’t have moral obligations toward rocks. It also explains why (generally speaking) people deserve greater moral concern than animals, and why certain animals concern us more than others. If we show more sensitivity to the experience of chimpanzees than to the experience of crickets, we do so because there is a relationship between the size and complexity of a creature’s brain and its experience of the world.
Unfortunately, religion tends to separate questions of morality from the living reality of human and animal suffering. Consequently, religious people often devote immense energy to so-called “moral” questions – such as gay marriage – where no real suffering is at issue, and they will inflict terrible suffering in the service of their religious beliefs.
Consider the suffering of the millions of unfortunate people who happen to live in sub-Saharan Africa. The wars in this part of the world are interminable. AIDS is epidemic there, killing around 3 million people each year. It is almost impossible to exaggerate how bad your luck is if you are born today in a country like Sudan. The question is, how does religion affect this problem?
Many pious Christians go to countries like Sudan to help alleviate human suffering, and such behavior is regularly put forward as a defense of Christianity. But in this case, religion gives people bad reasons for acting morally, where good reasons are actually available. We don’t have to believe that a deity wrote one of our books, or that Jesus was born of a virgin, to be moved to help people in need. In those same desperate places, one finds secular volunteers working with organizations like Doctors Without Borders and helping people for secular reasons. Helping people purely out of concern for their happiness and suffering seems rather more noble than helping them because you think the Creator of the universe wants you to do it, will reward you for doing it, or will punish you for not doing it.
But the worst problem with religious morality is that it often causes good people to act immorally, even while they attempt to alleviate the suffering of others. In Africa, for instance, certain Christians preach against condom use in villages where AIDS is epidemic, and where the only information about condoms comes from the ministry. They also preach the necessity of believing in the divinity of Jesus Christ in places where religious conflict between Christians and Muslims has led to the deaths of millions. Secular volunteers don’t spread ignorance and death in this way. A person need not be evil to preach against condom use in a village decimated by AIDS; he or she need only believe a specific faith-based moral dogma. In such cases we can see that religion can cause good people to be much less good than they might otherwise be.
We have to realize that we decide what is good in our religious doctrines. We read the Golden Rule, for instance, and judge it to be a brilliant distillation of many of our ethical impulses. And then we come across another of God’s teachings on morality: if a man discovers that his bride is not a virgin on their wedding night, he must stone her to death on her father’s doorstep (Deuteronomy 22: 13-21). If we are civilized, we will reject this as utter lunacy. Doing so requires that we exercise our own moral intuitions, keeping the real issue of human happiness in view. The belief that the Bible is the word of God is of no help to us whatsoever.
As we consider how to run our own society and how to help people in need, the choice before us is simple: either we can have a 21st-century conversation about morality and human happiness – availing ourselves of all the scientific insights and philosophical arguments that have accumulated in the last 2,000 years of human discourse – or we can confine ourselves to an Iron Age conversation as it is preserved in our holy books.
Wherever the issue of “moral values” surfaces in our national conversation in the coming weeks, ask yourself which approach to morality is operating. Are we talking about how to best alleviate human suffering? Or are we talking about the whims of an invisible God?

sabato 21 ottobre 2006

Attento a come parli!

Don’t say cloning, say somatic cell nuclear transfer. That at least is the view of biologists who want the term to be used instead of “therapeutic cloning” to describe the technique that produces cloned embryos from which stem cells can then be isolated. This, they argue, will help to distinguish it from attempts to clone a human being.
But will it? Kathy Hudson and her colleagues at the Genetics and Public Policy Center in Washington DC asked more than 2000 Americans whether they approved of deriving stem cells from embryos produced by cloning. For half of the sample they used the term “SCNT” instead of “cloning”, and this raised approval ratings from 29 per cent to 46 per cent, Hudson told a meeting of the American Society of Human Genetics in New Orleans last week.
SCNT would also be used in any attempt to clone a human being, so Hudson also asked about creating babies using SCNT. This too raised the approval rate from 10 per cent to 24 per cent – which is not what scientists had in mind.
Fonte: «Biologists want to drop the word ‘cloning’», New Scientist, 21 ottobre 2006.

Ceronetti e le radici giudaico-cristiane

Dall’ultimo libro di Guido Ceronetti, Centoventuno pensieri del Filosofo Ignoto, Trento, La Finestra, 2006, p. 47:
Se la verità dev’essere detta fino in fondo (ma spesso è un bene che lo sia soltanto a metà o per niente) le famose «radici giudaico-cristiane» che la Chiesa lamenta monotonamente non siano state inserite nella costituzione europea sono pari pari anche le radici dei paesi arabi e di tutti i paesi islamizzati. La filologia non mente: le piante uscite da quelle radici sono di qua come di là, con la differenza che là sono taciute e non bisogna parlarne se no è blasfemìa, e di qua si pretende che gli altoparlanti ufficiali, il cui valore è per il pensiero un perfetto zero, le proclamino. I divieti avviliscono, inutili le proclamazioni.

giovedì 19 ottobre 2006

Principi liberali e trucchi clericali

Malvino dedica oggi un bel post («Per principio», 19 ottobre 2006) a un articolo di Alessandro Pititto, «Laicità e fondamentalismo laico» (LibMagazine, n. 7, 16 ottobre 2006). Rimandando al blog di Malvino per una disanima completa, mi limiterò qui a commentare due passi del pezzo di Pititto.
È ovvio che, in base alla concezione che abbiamo delineato di Stato laico e alla rilevanza della libertà individuale all’interno del nostro ordinamento, non si può zittire legittimamente la Chiesa Cattolica, anche quando essa invia chiari messaggi politici; ma è anche vero che esiste un vasto arco di forze parlamentari, le quali sembrano spesso allineate con quelli che talvolta suonano come “diktat” vaticani. Il punto è che tale potere de facto, per quanto deprecabile possa sembrare, è assolutamente legittimo; in buona sostanza è uno dei difetti, ma allo stesso tempo delle basi, del funzionamento di una moderna democrazia: il gioco delle lobby. Come si può impedire a delle formazioni politiche di non seguire i “diktat” vaticani? Perché un partito ecologista potrebbe assecondare i desideri del movimento ambientalista, sulla base di considerazioni legate al puro ritorno elettorale, mentre un grande partito di massa dovrebbe ignorare l’opinione di milioni di cattolici, solo perché la loro sarebbe un’opinione indotta attraverso la persuasione da parte di un autorità religiosa? Esiste un motivo in diritto per cui un’autorità religiosa non possa parlare ai fedeli di qualsiasi argomento? Se proprio si vuole ravvisare un vizio in questo processo, allora non bisogna puntare il dito contro la Chiesa Cattolica, ma contro quei politici che agirebbero solo in funzione del ritorno elettorale. Vescovi, sacerdoti, finanche il Papa hanno diritto di proferire parola su qualsiasi questione, purché restino, appunto, parole; se queste parole si trasformano spesso in legge (o più spesso impediscono l’approvazione di nuove leggi), ciò non avviene certo per un privilegio conferito alla Chiesa Cattolica, ma per il più vecchio vizio della democrazia, quello di assecondare le lobby. Il lobbyismo, la persuasione dei politici, sarà sicuramente un atteggiamento da esecrare, ma resta un comportamento legittimo, almeno fino a quando non sia accompagnato da minacce o corruzioni.
L’argomento di Pititto parte da una premessa largamente condivisibile – e cioè che in uno Stato liberale la Chiesa debba godere, come tutti, della libertà di parola – ma arriva a una conclusione che non lo è per nulla. Accettando il suo discorso, infatti, la natura liberale dello Stato può legittimamente essere cambiata da un voto democratico (sia pure qualificabile come cedimento a una lobby): quando i politici, per convinzione o per calcolo, proibiscono – per esempio – la fecondazione eterologa in quanto immorale, ecco contraddetto il principio fondamentale di ogni Stato liberale, che proibisce di violare il diritto all’autodeterminazione dei cittadini per qualsiasi motivo che non sia quello di impedire loro di violare l’identico diritto degli altri. Ma questo diritto non può essere alla mercè della prima maggioranza di clericali o di semplici confusi che si forma, e andrebbe piuttosto garantito costituzionalmente.
Libera poi la Chiesa di protestare; ma a patto – come riconosce più avanti lo stesso Pititto – di non godere del sostegno finanziario e morale dello Stato. Un altro principio liberale impone infatti di non alterare i mercati, siano essi delle merci o delle idee, con l’interferenza delle autorità: via quindi l’otto per mille, le innumerevoli provvidenze, i segni del favore statale come i crocifissi nelle scuole e nei tribunali, per lasciare quanto è più possibile libere le coscienze (e non per propagandare l’ateismo di Stato, come accusano i clerico-fascisti, o per evitare di «offendere» i credenti in altre religioni, come vorrebbero gli illiberali della parte opposta).

Ma questi pochi, chiari precetti, incontrano da qualche tempo un ostacolo estremamente insidioso, che un altro brano dell’articolo di LibMagazine descrive con precisione, pur mancando di notarne la natura maligna:
Un’ulteriore argomentazione a favore della libertà di “esternazione” da parte della Chiesa Cattolica risiede nel cambiamento epocale che essa ha compiuto nel modo di condurre le proprie battaglie. È un fatto cui, a mio modo di vedere, si presta troppa poca attenzione, ma è un problema di un’importanza cruciale. Quando parla alla società civile, quando si dice contraria ai PACS o alla ricerca sulle staminali, la Chiesa non si richiama principalmente ad un diritto divino, non tira in ballo Dio per dimostrare alla società la direzione in cui andare; la Chiesa ha imparato a comunicare da confessione religiosa, di maggioranza sì, ma in uno Stato laico. Il più delle volte essa sostiene le sue argomentazioni sulla base di concetti assolutamente laici, come quelli di “famiglia” o di “vita”. Non si batte contro il matrimonio gay, perché esso sarebbe contrario alla legge di Dio, ma si appella al concetto, che è anche un concetto laico, di famiglia tradizionale. Cioè, tenta di fare leva sulla società, non rivolgendosi ai fedeli, ma alla società stessa, intesa come società civile.
La Chiesa, pur se con qualche residua ambiguità, ha preso contezza delle prescrizioni liberali, e si è regolata di conseguenza. Ad ogni sua ubbia morale o pseudo-morale si scopre corrispondere provvidenzialmente un argomento ‘razionale’: l’aborto uccide come mosche o storpia per sempre le stesse donne che lo praticano; chi vuole l’eutanasia è sempre depresso, e non va ascoltato; i Pacs distruggono la società; l’adozione dei bambini concessa alle coppie omosessuali provoca turbe mentali negli adottati; e così via.
In una repubblica ideale sarebbe facile mettere a margine del discorso pubblico queste imposture: basterebbe pretenderne le prove. Ma non viviamo, ahinoi, in una repubblica ideale, e i decisori possono impunemente proporre a sostegno dei loro decreti le fallacie più vecchie e le leggende più screditate, facendo finta di non capire (e in molti casi non capendo proprio). In ogni caso, per ogni confutazione accettata spuntano sette nuovi errori: perché il primo motore (non importa se annidato oltretevere o nella testa di un politico) sta sempre lì ad alimentarli, con i suoi interessi o le sue idiosincrasie non negoziabili.
Stavolta, mi pare, la soluzione costituzionale non è praticabile: si possono chiedere a una corte giudizi di conformità delle norme alla Carta costituzionale, ma non ai fatti e alla logica. Il dilemma è tragico, dunque, perché non sembra ammettere facili soluzioni; penso a volte che l’unica possibilità sarebbe di arrivare a una drastica divisione orizzontale della società, in una sorta di imitazione del sistema dei millet ottomani. O forse il lento progredire dell’individualismo e del disincanto, con le loro masse sanamente e gioiosamente «desideranti», riusciranno là dove i princìpi non possono (e neppure vogliono) arrivare: a schiacciare definitivamente l’infâme.

Un vestito adatto a un battesimo

Aveva rispedito la giovane mamma a casa con l’ordine di cambiarsi d’abito, pena l’annullamento del battesimo del figlio.
È formalmente indagato per violenza privata don Loris Fregona, parroco di Cavriè di San Biagio di Callalta (Treviso).
Il religioso era stato denunciato ai carabinieri poche settimane fa dagli stessi genitori del bimbo, i quali si erano sentiti umiliati dall’atteggiamento del sacerdote. All’inizio della cerimonia, secondo il racconto degli interessati, il parroco avrebbe intimato alla madre di rientrare nella vicina abitazione per indossare un vestito più consono alla circostanza. Sull’appropriatezza delle misure della gonna, in particolare, in seguito all’evento, si aprì un dibattito che proseguì per alcuni giorni, sfociando in una lettera inviata al vescovo di Treviso, Andrea Mazzoccato, nella quale la donna spiegava la propria buona fede, senza tuttavia ottenere una risposta.
(Prete indagato: obbligò donna a cambio abito, Il Corriere della Sera, 19 ottobre 2006)

Carofarmaco: possibile risparmio di 400 milioni di euro? La Commissione Affari Sociali respinge l’emendamento

La salute è un bene prezioso ma molto costoso. La promozione e la prevenzione della salute, d’altra parte, sono un sintomo importante dell’avanzamento di un Paese. E la gratuità del sistema sanitario nazionale è una condizione fondamentale del Welfare.
Purtroppo la spesa sanitaria pubblica supera spesso il budget stanziato e le soluzioni prendono l’aspetto della riduzione dell’assistenza sanitaria e farmaceutica gratuita.
Prima di tagliare o limitare l’assistenza sanitaria gratuita, però, sarebbe razionale e augurabile individuare e ridurre gli sprechi.
Con questo intento alla Commissione Affari Sociali era stato proposto un emendamento all’articolo 94 della Finanziaria, “Iniziative in materia di farmaci”, per iniziativa di Donatella Poretti (RnP), e sottoscritto da Tommaso Pellegrino (Verdi), Luigi Cancrini (PdCI) e Daniela Dioguardi (Prc).
La proposta era di favorire la somministrazione individuale dei farmaci, soprattutto quelli di fascia A: il medico prescrive la dose necessaria, il farmacista consegna la quantità esatta invece che l’intera scatola (che spesso rimane abbandonata negli armadietti, inutilizzata e a rischio di scadenza).
In Galizia questa modalità di somministrazione ha ridotto la spesa sanitaria del 35%. In Italia, per i soli antibiotici, si potrebbe arrivare a risparmiare 400 milioni di euro. Nell’anno passato la spesa sanitaria a carico del servizio sanitario nazionale per i farmaci prescritti ha sforato di circa 380 milioni di euro.
Tagliare abbatte i costi, ma non risolve i problemi. Eliminare gli sprechi sembra essere una strada di gran lunga preferibile.
L’emendamento è stato respinto ieri senza motivazioni.

mercoledì 18 ottobre 2006

L’uso della vittima

Una donna cubana sarebbe morta in seguito a un aborto farmacologico, a causa di un’infezione da Clostridium (un genere di batterio che si trova normalmente nella vagina di molte donne, e che in casi rarissimi – dopo un parto, un aborto spontaneo o, appunto, un aborto farmacologico – può provocare uno choc settico fatale). La notizia, che è stata riportata ieri da Assuntina Morresi su AvvenireAborto farmacologico. Si continua a morire», 17 ottobre 2006, p. 19), sarebbe stata data pochi giorni fa durante il convegno romano della Fiapac, la Federazione internazionale degli operatori dell’aborto e della contraccezione (uso il condizionale perché il resoconto della Morresi è contraddittorio: «Di quest’ultima morte si è saputo al meeting della Fiapac … ma dall’incontro non è trapelato niente»; «Per chi … ha indetto il convegno … la morte di una donna non fa notizia, o forse è una notizia che non deve essere divulgata»; «Solo chi ha partecipato al convegno ha saputo della donna cubana morta»).
Questo caso si aggiungerebbe ai sette già noti in cui a un aborto medico (cioè non chirurgico) è seguita un’infezione fatale da Clostridium: cinque casi (uno in Canada e quattro in California) in cui sono stati usati la RU486 e il misoprostol, e in cui l’infezione è stata causata da Clostridium sordellii; un caso (nell’ovest degli Stati Uniti) in cui sono stati usati sempre la RU486 e il misoprostol, e in cui l’infezione è stata causata da Clostridium perfringens; un caso (nel Midwest americano) in cui è stato usato il misoprostol senza la RU486, e in cui l’infezione è stata causata di nuovo da Clostridium perfringens. Anche nel caso della donna cubana, di cui si sa ancora pochissimo, sarebbe stato usato soltanto il misoprostol, mentre la specie esatta del batterio non è nota.
Questo decesso sembra confermare quanto già si cominciava a sospettare qualche mese fa, all’annuncio della morte della donna americana cui era stato somministrato solo misoprostol, e cioè che la causa di queste morti va ricercata verosimilmente non nella RU486 (la pillola abortiva vera e propria), ma nel misoprostol, la prostaglandina che in genere la accompagna per facilitare l’espulsione dell’embrione (e che può essere usata anche da sola in certe condizioni). Appare quindi sempre più screditata la teoria del fanatico antiabortista Ralph P. Miech, che attribuiva tutta la colpa dei casi mortali a una ipotetica azione immunodepressiva della RU486. Rimane invece aperta la domanda su un ruolo causale della modalità di somministrazione del misoprostol (vaginale vs orale), e sull’importanza da attribuire all’espansione recente delle infezioni da Clostridium, anche al di fuori dei casi di interesse ginecologico ed ostetrico.

È prevedibile che, se sarà confermato, il caso della sfortunata donna cubana verrà sfruttato dagli oppositori dell’aborto medico per documentare la pericolosità della pillola abortiva. Ma con quale fondamento?
Qui non si tratta di elencare semplicemente una serie di decessi: ogni atto medico comporta un rischio, e l’aborto farmacologico rimane nonostante tutto una pratica notevolmente sicura. Ciò non toglie però che essa vada comparata con le alternative disponibili, e in particolare con l’aborto chirurgico. Fino a qualche tempo fa, ci si accontentava di citare delle statistiche cumulative, che mostravano una sostanziale equivalenza dei tassi di mortalità. Ma nel dicembre del 2005 un editoriale apparso su una prestigiosa rivista metteva le cose in una prospettiva più corretta (Michael F. Greene, «Fatal Infections Associated with Mifepristone-Induced Abortion», New England Journal of Medicine 353, pp. 2317-18). L’aborto farmacologico con mifepristone (cioè con la RU486) e misoprostol, notava Greene, si pratica fino alla 7ª settimana di gravidanza (o, per essere più precisi, di amenorrea); la mortalità, che negli Stati Uniti risulta all’incirca di un decesso ogni 100000 casi, va quindi comparata con la mortalità dell’aborto chirurgico effettuato intorno alla medesima età gestazionale, che le statistiche americane fissano a un decesso in media ogni milione di interventi praticati entro l’8ª settimana (il rischio aumenta con il progredire della gravidanza).
Come si vede, il confronto è ben delimitato (e vale soltanto per gli Stati Uniti, anche che se chi usa l’articolo di Greene a scopi propagandistici si dimentica quasi sempre di notarlo); non avrebbe altrimenti avuto senso. Torniamo un attimo all’elenco delle vittime: il lettore ricorderà che nel caso della donna del Midwest americano era stato usato il misoprostol senza la RU486. Ora, questo decesso non può venire computato assieme agli altri: la fonte che ne riferisce (testimonianza di Janet Woodcock di fronte al Congresso Usa, 17 maggio 2006) dice anche che l’aborto, che non contemplava l’uso del mifepristone, era stato praticato nel secondo trimestre di gravidanza, secondo una pratica relativamente diffusa negli Usa (cfr. Kelly Blanchard et al., «Misoprostol for women’s health: A review», Obstetrics & Gynecology 99, 2002, pp. 316-32, alle pp. 321-22). Per fare un paragone sensato con l’aborto chirurgico bisognerebbe allora cambiare il numero dei casi totali (tutti quelli in cui si è usato misoprostol) e quello del tasso di mortalità con cui effettuare il confronto (aborto chirurgico entro il secondo trimestre, appunto). Ciò non toglie ovviamente che il caso meriti considerazione, in quanto conferma la relativa pericolosità del misoprostol.
Per quel poco che se ne sa, la morte della donna cubana potrebbe essere assimilabile in tutto e per tutto a questo caso. Nel paese il misoprostol è usato per l’interruzione di gravidanza (Agnès Guillaume e Susana Lerner, El aborto en América Latina y El Caribe: una revisión de la literatura de 1990 a 2005, CD-Rom, Paris, IRD-CEPED, 2005, cap. 6):
En algunos países donde el aborto es legal, como Cuba o Puerto Rico, el Cytotec [nome commerciale del misoprostol] se utiliza en los sitios habilitados para practicar abortos. Se prescribe de acuerdo con protocolos muy precisos: se le utiliza por vía oral o vaginal, en determinado momento del embarazo, solo o combinado con otros medicamentos, como el metotrexate.
Non è chiaro però quali siano le procedure seguite; nel recente passato a Cuba sono state condotte sperimentazioni per l’uso del solo misoprostol sia nel primo sia nel secondo trimestre (Antonio Rodríguez Cárdenas e Alejandro Velazco Boza, «Uso de 800 μg de Misoprostol para inducir el aborto temprano», Revista Cubana de Obstetricia y Ginecología 29, 2003; Josep Lluis Carbonell et al., «Misoprostol vaginal para el aborto del segundo trimestre temprano», Revista Cubana de Obstetricia y Ginecología 26, 2000). La disponibilità della RU486 a Cuba fa comunque pensare che l’uso del misoprostol da solo sia confinato all’aborto più tardivo (nelle prime settimane di gravidanza l’uso combinato col mifepristone è più efficace).

Un’ultima considerazione: che da uno stato autoritario come Cuba, che oltretutto ha sempre menato gran vanto del proprio sistema sanitario, sia potuta trapelare una notizia come questa, dovrebbe far riflettere – ma ci spero poco – quelli che sognano di vaste congiure del silenzio, persino nei paesi occidentali, ordite per coprire chissà quale strage di donne ad opera dell’odiata kill pill.

Aggiornamento: Avvenire torna oggi sul caso, con un articolo di Renzo Puccetti («Aborto farmacologico, la 14ª vittima ancora per infezione da Clostridium», 19 ottobre 2006, p. 21), che dà qualche particolare in più, ma senza chiarire a che punto della gravidanza si trovasse la donna.

martedì 17 ottobre 2006

Bacio bocciato

Nei quarant’anni di attività l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) ne ha viste di tutti i colori. Le pubblicità bocciate sono moltissime per le ragioni più diverse: volgari, offensive, e così via.
Dal 26 ottobre saranno esposte sul marciapiede del Binario 21/22 della Stazione Centrale di Milano per una mostra: «Pubblicità con giudizio», fino al 26 novembre (Quarant’anni di pubblicità da vietare, Il Corriere della Sera, 16 ottobre 2006).
Il bacio tra la suora e il prete in quale categoria rientrava? Offensiva? Volgare? Blasfema?
Chissà cosa direbbe lo IAP sulla spinosa locandina di Deliver Us from Evil... Blasfema? Irrispettosa? Offensiva?

Contraccezione sempre più efficace

Sul New York Times Jane E. Brody illustra le tecniche contraccettive più recenti («New Devices and Effective Options in Contraception», 17 ottobre 2006). Oltre alla contraccezione ormonale, particolare attenzione ricevono gli ultimi modelli dello IUD (cioè della spirale), che raggiungono un’efficacia pari a quella della sterilizzazione, ma che a differenza di questa sono reversibili. Come succede in Italia, anche negli Usa la spirale non gode tuttavia di grande fortuna, e l’articolo cerca di spiegare perché.

È online il terzo numero di Limen. Medicina e Neurologia Palliativa


Dall’editoriale di Carlo Alberto Defanti

Ecco il terzo numero di Limen. Un invito all’interattività
Ecco il terzo numero della nostra rivista (i numeri precedenti sono raggiungibili dalla sezione “Archivio storico”), in cui trovano ospitalità l’articolo “Quale ruolo per le cure di fine vita in terapia intensiva?” di Nereo Zamperetti (del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione, Ospedale “San Bortolo” di Vicenza) e un protocollo proposto dallo stesso autore per la gestione della fase terminale in terapia intensiva.
Come si vede continua l’impegno di Limen per analizzare problemi e prospettive delle cure di fine vita nelle diverse Discipline coinvolte in qualche modo dalla terminalità.
Nella sezione “Letteratura” diamo conto, tra l’altro, del più interessante lavoro epidemiologico condotto in Olanda (paese all’avanguardia in questo campo) sulla terminalità nelle nursing home e di un’analisi dello studio ETHICUS che esplora il coinvolgimento del personale infermieristico nel processo decisionale delle cure di fine vita.
È sempre attivo il Forum dedicato al caso di Terri Schiavo: vi invitiamo non soltanto a consultarlo, ma anche a parteciparvi. È semplice: basta inviare seguire le indicazioni all’interno del Forum stesso.
Inoltre, vi ricordiamo la nuova sezione Strumenti multidisciplinari e Download, raggiungibili dalla “spalla” sinistra di questo sito. In particolare, nell’area Download sono stati aggiunti alcuni materiali interessanti e di indubbia utilità.
E, per finire, è finalmente attiva una ampia e articolata sezione Link utili, accessibile sempre dalla “spalla” sinistra. Abbiamo provveduto a raccogliervi una selezione di siti generali e di risorse specialistiche particolarmente orientate alla medicina palliativa e all’end-of-life care. La sezione non ha la pretesa della completezza, ma certamente contiene un numero di link abbastanza consistente. A questo proposito, vi preghiamo di segnalarci inviando una e-mail a “segreteria@limen.biz”) ogni sito interessante non presente nel nostro elenco.

Buona lettura.

Carlo Alberto Defanti
Direttore scientifico
Indice del terzo numero di Limen.

domenica 15 ottobre 2006

Dal convegno della Fiapac

Dal convegno romano della Federazione internazionale degli operatori dell’aborto e della contraccezione, Cinzia Gubbini presenta ai lettori del Manifesto due interviste. La prima è ad Elisabeth Aubény, la ginecologa francese che ha sperimentato per la prima volta al mondo il metodo dell’aborto farmacologico con il mifepristone o RU486 («La ginecologa francese: “Lasciate libertà di scelta”», 14 ottobre 2006, p. 9):
Dottoressa Aubény, l’Italia è uno strano paese, soprattutto quando si parla di aborto...
Tutti i paesi lo sono.

Ma qui ci sono quattro medici indagati per non aver trattenuto in ospedale tre giorni le donne che si sottopongono a aborto medico...
Tre giorni? Beh, mi sembra molto, anche se ritengo che un paese debba essere cauto quando decide di introdurre queste novità. In Francia continuiamo, dopo tanti anni, a prestare ancora una grande attenzione. Ma dopo la somministrazione della Ru486, le donne possono tornare a casa e rientrare in ospedale quando devono assumere le prostaglandine. Anche da noi, comunque, quando è stata introdotta la pillola c’è stato un dibattito simile, ma il Comitato etico nazionale stabilì che per «aborto» bisogna considerare la somministrazione del farmaco, e non l’espulsione del feto.

Cosa risponde a chi dice che la RU è l’aborto facile?
Rispondo di no, con grande convinzione. Al contrario, l’aborto farmacologico è molto impegnativo: la donna si assume una grande responsabilità, assume il farmaco e assiste all’espulsione del feto. Quando ci si sottopone all’aborto chirurgico fa tutto il medico. È molto diverso.

Però le donne francesi preferiscono l’aborto farmacologico. Perché?
La pillola RU486 permette un aborto veloce, senza la necessità di sottoporsi a un’operazione chirurgica. E poi può essere utilizzato anche in una fase precoce della gravidanza, mentre quando si interviene con la chirurgia molti medici preferiscono attendere almeno otto settimane di amenorrea.

Quindi secondo lei è meglio la Ru.
Non dico questo. Dico soltanto che è necessario lasciare alle donne libertà di scelta. Ancora oggi, in Francia, il 40% delle donne che decide di abortire sceglie l’interruzione di gravidanza per via chirurgica. Si tratta di cose molto personali.

È vero che l’introduzione della RU486 comporta un aumento del numero di aborti?
Assolutamente no. Anzi, l’esperienza francese dimostra che dopo vent’anni di utilizzo della RU il numero di interruzioni non è cresciuto.

E allora perché l’introduzione di questo farmaco si porta sempre dietro una scia di polemiche?
Credo che ciò dipenda dalla paura dei medici di perdere il controllo sul corpo della donna. Con la RU486 è la donna a essere protagonista in prima persona e responsabile. Sarebbe bene considerare la RU semplicemente come una nuova tecnica abortiva. D’altronde in tutti i campi sanitari si cerca di privilegiare la medicalizzazione alla sala operatoria.
Parole da sottoscrivere in pieno (anche se la paura «di perdere il controllo sul corpo della donna» non è principalmente «dei medici», come afferma – diplomaticamente? – la Aubény).
La seconda intervista è a Silvio Viale, e in essa si rivelano i risultati della sperimentazione sulla pillola abortiva condotta al S. Anna di Torino («La Ru486 funziona. Ecco i dati»):
sul totale delle donne che hanno deciso di assumere la Ru486 per interrompere la gravidanza, una ha rinunciato dopo l’assunzione della prima pillola (il mifepristone). In un caso l’aborto non è avvenuto (pari allo 0,27% del totale), e la donna ha subìto un aborto chirurgico. In 360 casi l’aborto è avvenuto (99,73%). In 23 casi, si è ricorso alla revisione della cavità uterina, non tramite raschiamento, ma praticando l’isterosuzione (un intervento meno invasivo).

Fecondazione in Finlandia

Il Parlamento finlandese ha approvato la nuova legge che regolerà la procreazione medicalmente assistita. Saranno ammesse alla fecondazione in vitro le donne single e le omosessuali; non ci sarà un’età limite per ricevere i trattamenti (i medici decideranno se ci sono impedimenti sanitari); i donatori di gameti saranno identificabili e resi noti ai bambini concepiti con il loro sperma o con i loro ovociti al compimento del diciottesimo anno di età.
La legge attende adesso l’approvazione finale da uno speciale comitato parlamentare («Finland passes new fertility legislation», BioNews, 15 ottobre 2006).

Una fonte particolarmente immorale di staminali

Uno dei problemi principali che si frappongono all’uso terapeutico delle staminali estratte dagli embrioni umani è quello del rigetto. Le cellule, infatti, una volta trapiantate corrono il rischio di non essere riconosciute dall’organismo come proprie, e di scatenare quindi una risposta immunitaria. Alcuni tipi di cellule pongono meno problemi di questo tipo (qui un altro esempio), ma in generale è chiaro che ciò costituisce un serio ostacolo alle terapie; oltretutto, nel caso di patologie invalidanti ma che non mettono a rischio la vita, l’uso di farmaci antirigetto potrebbe non essere conveniente in termini di rapporto costi/benefici.
La soluzione principale (le alternative sono ancora molto aleatorie) proposta per risolvere il problema è costituita dal trasferimento nucleare, cioè dalla cosiddetta clonazione terapeutica (la prima denominazione viene adesso usata per evitare l’opposizione irrazionale dei poco informati, a cui è stato fatto credere che la clonazione costituisca il peccato supremo). La tecnica, com’è noto, consiste nell’inserimento del nucleo di una normale cellula del paziente in un ovocita che sia stato privato del proprio nucleo: la cellula, con gli stimoli adeguati, comincia a dividersi, e dà origine a un embrione geneticamente identico al paziente, che a questo punto può riceverne le staminali senza problemi di rigetto.
Purtroppo, i problemi non mancano neanche qui. La tecnica – sperimentata per la prima volta con successo con cellule umane da Miodrag Stojković dell’Università di Newscastle, nel 2005 – è estremamente poco efficiente, richiedendo decine di tentativi prima di ottenere un embrione vitale, e questo la rende poco pratica. Si spera che con la ricerca l’efficienza aumenti, ma ciò richiederebbe a sua volta innumerevoli esperimenti; e dato che, come abbiamo visto, la tecnica si basa sull’uso di ovociti, ciò si tradurrebbe nel consumo di un numero enorme di queste cellule. Ma il prelievo di ovociti da una donatrice è una procedura a rischio di complicanze (e, in casi rarissimi, di morte), e questo genera ovviamente una certa penuria di donazioni. Sono stati elaborati vari schemi di pagamento per chi cede le proprie uova, ma i problemi etici sono palesi; in ogni caso, il numero di cellule necessario per la ricerca (che si aggiunge a quello richiesto per la fecondazione eterologa e per la creazione di staminali embrionali usando l’usuale fecondazione in vitro) risulterebbe probabilmente eccessivo e non raggiungibile.

È in questo quadro che si inserisce l’annuncio, fatto da scienziati britannici di tre diversi centri di ricerca, di richiedere alla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) una licenza per la creazione di chimere umano-animali (Heidi Nicholl, «British stem cell scientists seek licence to create chimeras», BioNews, 9 ottobre 2006). Ovociti di conigli e di bovini saranno privati del nucleo, per ricevere quello di cellule somatiche umane: una variante del trasferimento nucleare, insomma. Le cellule staminali che si otterrebbero in questo modo sarebbero geneticamente umane al 99,9%, e animali per il restante 0,1%: ogni cellula contiene infatti fuori dal nucleo degli organelli, i mitocondri, che sono dotati di un proprio limitato codice genetico e che derivano sempre da quelli della cellula uovo. Naturalmente gli embrioni chimerici sarebbero usati solo per scopi di ricerca, e non sarebbe loro permesso di svilupparsi oltre il 14º giorno dalla fecondazione.

Difficile dire se gli integralisti condanneranno o meno la distruzione di un embrione umano al 99,9%. Opporsi significherebbe auspicare la nascita di quello che, in un certo senso, è un ibrido uomo-animale (oltre che un clone); non opporsi implicherebbe – per le peculiari idee di costoro – non opporsi in teoria neppure all’uccisione della corrispondente persona adulta, che però sarebbe di fatto indistinguibile da un normale essere umano. Bisognerà ricordarsi di porre loro la domanda, se e quando verrà il momento.
In ogni caso, si opporranno sicuramente all’esperimento, in nome di un disgusto viscerale, che è poi disgusto per l’attenuazione dei confini, per la messa in dubbio di essenze credute immutabili (è lo stesso motivo, al fondo, dell’opposizione alla teoria dell’evoluzione, che implica anch’essa una perdita di distinzione tra l’uomo e l’animale). Disgusto, e paura, per tutto ciò che mette in pericolo l’ordine immutabile e ‘naturale’ del mondo, e con esso gerarchie e privilegi consolidati da tempo immemorabile.