venerdì 28 settembre 2007

Cahier de doléances

Carlo Flamigni, Demetrio Neri e Gilberto Corbellini, membri del Comitato Nazionale per la Bioetica, hanno scritto una lettera indirizzata al presidente dell’organismo, Francesco Paolo Casavola, in cui ne criticano la gestione. La lettera, inviata anche agli altri membri del Comitato, è finita per una fuga di notizie sul prossimo numero della rivista Left; il giornale Aprile OnLine ne ha dato ieri un’anticipazione («Bioetica, presidente così non va», 27 settembre 2007). A quanto pare, proprio ieri il Comitato si sarebbe dovuto riunire per discutere la lettera.
Tre i fatti principali che vengono rimproverati a Casavola:
Il primo [di cui si è occupata anche Chiara Lalli su Bioetica], «è stata la nomina del professor Dallapiccola come rappresentante del Comitato nella commissione incaricata di rivedere le linee guida della legge 40/2004, effettuata senza consultare – come prassi vorrebbe – in alcun modo il Cnb e senza comunque comunicarne l’avvenuta nomina – come regolamento prescrive – all’assemblea. Al di là della inappropriatezza politica della scelta, ovvero di nominare in quella commissione il presidente del comitato ‘Scienza e Vita’, a destare preoccupazione in noi è stata anche la modalità con cui Lei ha gestito, in plenaria, le richieste di chiarimenti: un goffo tentativo di negare l’evidenza, avallato anche dal prof. Dallapiccola (pure lui se ne era dimenticato?), reso ancor più goffo dalla successiva lettera di scuse che Lei ha inviato al prof. Corbellini, il cui contenuto non lascia altra alternativa che pensare che l’intera vicenda sia stata gestita con deplorevole superficialità. Coloro tra i firmatari della presente che sono stati componenti di precedenti Cnb desiderano anche aggiungere di non aver mai udito da parte del Presidente i toni minacciosi e intimidatori che Lei ha usato senza motivo nei riguardi del Professor Corbellini».
Il secondo fatto, «è stata la modalità piuttosto irrituale (cfr. Verbale della Riunione Plenaria del 30 Marzo 2007) con la quale Lei ha ‘indicato’ i professori Bompiani, Marini e Dallapiccola come membri di una commissione congiunta Cnb-Cnbb dedicata allo stoccaggio delle cellule staminali. Da sempre – e senza che nessuno ne debba sollecitare il rispetto – prassi vuole che in questo tipo di nomine venga rispettato il pluralismo di idee e posizioni e quindi non si capisce perché Lei abbia privilegiato, di nuovo, tre esponenti del Cnb di analogo orientamento (e sempre afferenti a Scienza e Vita), trascurando di includere un esponente di diverso orientamento e che aveva manifestato la sua disponibilità, cioè la Professoressa Monica Toraldo di Francia».
Il terzo fatto, «è stata la nomina, effettuata senza consultare l’assemblea e senza comunicare alcunché, del prof. Marini come delegato italiano presso il Forum dei comitati etici dei paesi dell’Unione Europea. Consideriamo del tutto inopportuna questa nomina perché la rappresentanza del Cnb presso organismi internazionali è uno dei compiti fondamentali del Presidente, che può certo, come talora è avvenuto in passato, farsi rappresentare a questa o quella riunione da un delegato (e non necessariamente uno dei vice-presidenti) in caso di momentaneo impedimento: ma una delega ‘perpetua’ alla stessa persona potrebbe essere interpretata, a livello europeo, come una mancanza di considerazione e di rispetto per quell’Istituzione, così indebolendo di fatto il prestigio del Cnb nel consesso europeo».

giovedì 27 settembre 2007

Un florilegio di brutte figure

Nicolò Zanon, «Giustizia creativa sulla legge 40» (Il Giornale, 26 settembre 2007, p. 1):
La sentenza sostiene che il diritto alla salute psichica e fisica della futura madre e quello ad essere informata sulle condizioni del feto prevalgono – in quanto desumibili dalla Costituzione – sul divieto legislativo di diagnosi reimpianto [sic]. In altre parole, la legge è stata disapplicata a favore dell’applicazione diretta della Costituzione, che all’articolo 32 tutela la salute.
In altre parole, Nicolò Zanon sta commentando una sentenza che non ha letto.
Cesare Mirabelli, intervistato dal Corriere della Sera“Incoerente e scavalca l’Alta Corte”», 26 settembre, p. 13):
Il magistrato che ha scritto questa sentenza è la stessa che un anno fa si è vista respingere come inammissibile una questione di illegittimità sull’articolo 13 della legge 40. Visto che non ha avuto il disco verde, invece di riformulare, come era suo dovere, il quesito in modo che la Corte le potesse rispondere, la giudice ha pensato bene di eludere il percorso costituzionale e ha trovato una sua soluzione.
Strano, la firma in calce alla questione di legittimità presentata due anni fa è «Donatella Satta», mentre la sentenza di cui si è parla è firmata da «Maria Grazia Cabitza». Forse il giudice ha cambiato nome, nel frattempo; o forse è un giudice nuovo, così com’è nuovo il procedimento intrapreso dai coniugi (è scritto a chiare lettere nella sentenza); nessun obbligo di adire nuovamente la Corte Costituzionale, dunque.
Assuntina Morresi, «La sentenza di Cagliari apre la strada ai figli fatti su misura» (L’Occidentale, 26 settembre):
Il problema, però, non è solo il divieto della diagnosi reimpianto. Secondo la stessa legge questa coppia avrebbe potuto utilizzare tecniche di fecondazione in vitro solo in caso di infertilità o sterilità: nel nostro paese queste tecniche sono riservate solamente a chi non riesce a concepire per via naturale, cioè a coppie sterili e/o infertili, e non a portatori sani di malattie genetiche.
Alla Morresi risulta che la coppia non fosse infertile o sterile, anche se nessuno lo ha finora mai messo in dubbio? In questo caso denunci il medico che ha effettuato l’intervento di fecondazione assistita – che è poi lo stesso che si è opposto alla diagnosi preimpianto (forse si era ravveduto, nel frattempo). In ogni caso, questo non ha nulla a che fare con la sentenza in questione.
Infine, il pezzo grosso. «Sovversivismo della classe dominante» (editoriale anonimo, Il Foglio, 27 settembre, p. 3):
La sentenza di Cagliari, che autorizza la diagnosi preimpianto in modo da consentire la selezione genetica, viola in modo esplicito una legge dello Stato.
Sovversivo sarà, casomai, chi calunnia le istituzioni della Repubblica. Ma infamie come questa non meritano parole, solo disprezzo.

La stupida e disonesta battaglia contro gli OGM

OGM: DIRITTI GENETICI, DA SEMPRE IMPEGNATI CONTRO CARO-PREZZI
(ANSA) – ROMA, 26 SET – “Tutte le 28 organizzazioni della coalizione liberi da ogm – a partire dalle grandi organizzazioni agricole, della moderna distribuzione, dell’artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori – sono notoriamente in prima fila nella battaglia concreta e quotidiana per il contenimento dei prezzi dei prodotti agroalimentari”. La Fondazione dei Diritti Genetici replica così alle dichiarazioni del professore Roberto Defez del Cnr di Napoli riportate dal sito di La Repubblica lo scorso 24 settembre.
La frase pronunciata da Defez che l’organizzazione guidata da Mario Capanna trova “indegna” sarebbe la seguente: “L’interesse che tiene insieme la coalizione di Capanna è quello di giustificare l’innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari che già ora subiscono i consumatori”.
“Un simile sproposito – afferma il segretario generale della Fondazione Diritti Genetici Ivan Verga – dimostra la debolezza di argomenti dei nostri avversari, e la diffamazione è di indiscutibile evidenza e gravità”. Nonostante questo la fondazione ha deciso di non sporgere, per ora, querela penale nei confronti di Defez.
Se la Fondazione dovesse cambiare idea mi propongo come querelabile anche io. Non so perché ma le dichiarazioni di Defez mi convincono.
A proposito di OGM e di Liberi da OGM, oggi su Epolis (con il titolo Non cadiamo nella trappola del biologico):

Gli OGM (organismi geneticamente modificati) sono oggetto di una vera e propria campagna denigratoria da parte di una coalizione il cui nome la dice lunga sull’intento finale: “Liberi da OGM”. La prima iniziativa è promuovere una consultazione nazionale organizzata sul territorio nazionale dal 15 settembre al 15 novembre per affermare un modello “agroalimentare di qualità, sicuro per la salute, rispettoso dell’ambiente e del clima e soprattutto libero da organismi geneticamente modificati”. In quel “soprattutto” si annidano gli inganni di una scorretta informazione e di una fallace inferenza.
Capeggiata da Mario Capanna, la coalizione è appoggiata da moltissime organizzazioni poco inclini all’innovazione e alla ricerca agroalimentare. Cavalca fantasmi antiscientifici piuttosto diffusi e ignora però numerosi documenti rassicuranti sugli OGM redatti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite, dalla FAO, da tutte le più prestigiose Accademie Europee – come ricorda il biotecnologo Roberto Defez nell’Appello per la sperimentazione in campo di Organismi Geneticamente Modificati (firmato da molti scienziati).
La cieca e ostinata opposizione agli OGM costituisce un ostacolo insormontabile all’avanzamento economico su base scientifica e tecnologica, oltre a costituire un danno per quegli agricoltori che vorrebbero sperimentare gli OGM (nel rispetto della Direttiva Europea 556/2003 e come fanno i loro colleghi europei su migliaia di ettari coltivati ad OGM) e degli stessi consumatori, sedotti da un canto delle sirene mendace ma rigorosamente biologico!

Magari può servire

L’intervista risale al febbraio 2007. Non l’avevo postata non so per quale ragione; per pudore, forse. Ma oggi può essere una risposta ai soliti commenti presuntuosi, ignoranti e idioti (come questo) alla sentenza di Cagliari.

La storia di XXX

Come è cominciata la vostra storia?
Io e mio marito siamo una coppia infertile e per avere un figlio abbiamo dovuto ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Siamo anche portatori sani di anemia mediterranea. Abbiamo deciso purtroppo dopo l’entrata in vigore della legge 40. Io mi sono sottoposta a molte visite, e speravo che non ci fossero impedimenti per avere un figlio.

In che modo la legge 40 vi creava problemi?
Quando siamo andati all’Ospedale Microcitemico ho chiesto se durante la fecondazione in vitro potevamo sapere se l’embrione fosse sano o malato. Ma non potevamo, perché la legge 40 non permetteva la Diagnosi Genetica di Preimpianto che a noi serviva per sapere se l’embrione aveva ereditato la talassemia.

Che cosa avete deciso di fare?
Di tentare comunque: non si poteva fare altro, desideravamo così tanto un figlio.
Nel maggio 2004 sono rimasta incinta; eravamo felicissimi. Poi all’undicesima settimana ho fatto la villocentesi, e ho scoperto che l’embrione era malato. È stato come se ci fosse caduto il mondo addosso.

Com’è vivere con la talassemia?
Ho visto tanti malati da vicino, e quando vedo quei ragazzi al Microcitemico, solo a guardarli negli occhi penso: “Come posso mettere al mondo un bambino destinato a una vita del genere?”. È una sofferenza dalla nascita fino alla morte; morte precoce perché hanno una vita più breve del normale. E soprattutto è una vita disgraziata, bruttissima, non possono fare dello sport agonistico, non possono mangiare molti cibi, hanno difficoltà a studiare perché non riescono ad apprendere facilmente, vanno a letto con delle pompe d’infusione perché devono fare delle terapie particolari (che a lungo andare danneggiano gli altri organi del corpo). I talassemici devono sottoporsi a trasfusioni continue (circa una al mese), con tutti i problemi medici che ne conseguono.

Quale decisione avete preso dopo la villocentesi?
Ho deciso di abortire perché non volevo condannare mio figlio a questa tortura. Io non la posso chiamare vita; e non sono io a distruggere una vita abortendo. Sto risparmiando ad un essere umano una esistenza sciagurata.
Con la Diagnosi Genetica di Preimpianto avremmo potuto avere una speranza.

Dopo la decisione di abortire cosa è successo?
Da una emozione di fiducia, in cui non esisteva la malattia, sono passata alla brutale consapevolezza. Ero talmente felice della gravidanza che ho voluto andare avanti. Ma poi la diagnosi infausta mi ha costretta a fare i conti con la drammatica realtà.
Ho dovuto abortire, sono stata ricoverata alla dodicesima settimana. In questi casi l’intervento non consisterebbe in un raschiamento, ma sono passati altri sei giorni e quindi ero andata oltre la dodicesima settimana, in quanto nell’ospedale dove mi ero ricoverata i medici erano tutti obiettori di coscienza. Chiedevo aiuto ai medici ma mi rispondevano: “Mi dispiace, lei la vedrà il primario, purtroppo lei deve aspettare, noi siamo obiettori”. E nei loro sguardi c’era una condanna senza appello.
Mi sentivo morire. Chi non ha capito la mia decisione evidentemente non ha mai visto un bimbo talassemico, un bimbo condannato a soffrire e destinato a una morte prematura.
Anche i magistrati sono senza cuore. È impossibile vietare ad una donna di essere madre.

L’esperienza dell’aborto ha condizionato il vostro desiderio di avere un figlio?
Dopo quei giorni di attesa, il primario mi ha portato urgentemente in sala operatoria. Mi hanno fatto un raschiamento, e il giorno dopo avevo dei dolori allucinanti. Ero stata talmente scioccata che nonostante il dolore insopportabile sono tornata a casa. Ma una volta a casa i dolori continuavano ad aumentare e stavo sempre peggio; ma non volevo tornare in quell’ospedale, tanta era la paura di tornare lì, la paura di riaffrontare tutto quello che avevo passato in aggiunta al dolore di abortire.
Siamo andati in un altro ospedale e ho subito un altro raschiamento.
Un dolore fisico e morale. Stavo malissimo. Avevo paura, ero angosciata.
Passato un anno, ho deciso di riprovare, e ho deciso di cercare assistenza psicologica.
Ma dopo il prelievo degli ovociti mi è tornato in mente tutto quello che avevo vissuto e non ce l’ho più fatta. Ho rivissuto tutto, mi sono rivolta ad uno psichiatra, e anche se avevo firmato per l’impianto degli embrioni ho deciso di ricorrere al giudice per chiedere la possibilità di ricorrere alla Diagnosi Genetica di Preimpianto.

Che cosa vi hanno risposto i giudici e che cosa avete intenzione di fare oggi?
In ballo c’era la mia salute, oltre che quella dei figli che avremmo messo al mondo. Ho chiesto alla Corte Costituzionale se fosse possibile cambiare l’articolo 13 della legge 40. È possibile fare le analisi prenatali come la villocentesi o l’amniocentesi. Perché non avrei potuto fare ricorso ad una indagine preimpianto in modo da evitare un eventuale aborto? Invece purtroppo la Corte Costituzionale ci ha risposto di no.
Ora grazie all’aiuto di una coppia fuori dalla Sardegna, che è disposta ad aiutarci economicamente, abbiamo deciso di andare all’estero per poter ricorrere alla Diagnosi Genetica di Preimpianto.
Certo, pensare di essere costretti ad andare all’estero per avere un figlio mio mi fa rabbia, spendere tanti soldi, non è giusto che a noi italiani ci si vieti una cosa simile.

La legge 40 invoca la sacralità del concepito a scapito dei diritti di persone già indubitabilmente esistenti: il diritto alla salute, il diritto alle scelte terapeutiche e così via. Frustrando i desideri legittimi di genitorialità: che cosa risponderebbe a quanti condannano il presunto diritto di “pretendere un figlio a tutti i costi”?
Non è pretendere un figlio a tutti i costi. Io chiedo solo un figlio sano. Lo desideriamo. Io voglio una famiglia, chiedo soltanto questo. Una cosa bella, non cattiva, non brutta. Non c’entra niente la pretesa a tutti i costi. È possibile avere un figlio sano. Sono loro a renderla a tutti i costi una cosa impossibile mettendo sulla nostra pelle delle leggi ipocrite e contradittorie come la legge 40, che vieta la Diagnosi Genetica di Preimpianto per salvaguardare l’embrione (che poi non è un embrione ma sono solo otto cellule), ma poi ti permette di abortire (aborto terapeutico come viene chiamato nella legge 40) alla dodicesima settimana, uccidendo un feto già completamente formato che ha bisogno solo di crescere.

mercoledì 26 settembre 2007

Una sentenza bellissima

Da una prima lettura della sentenza del Tribunale Civile di Cagliari sul caso dei genitori che chiedevano di poter effettuare l’analisi genetica di preimpianto su un embrione congelato per determinare se fosse affetto da talassemia, emerge la totale pretestuosità delle critiche che in queste ore vengono mosse al giudice Maria Grazia Cabitza (giungendo fino all’invocazione di un’ispezione ministeriale da parte del solito Volontè). In effetti, per capire che chi denuncia una presunta contraddizione con una precedente ordinanza della Corte Costituzionale (24 ottobre - 9 novembre 2006, n. 369) non sa quel che dice, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di leggere la sentenza odierna. La Corte aveva sì rigettato un’istanza di incostituzionalità della legge 40/2004 sollevata in merito alla medesima vicenda, ma soltanto per motivi procedurali, senza entrare minimamente nel merito.
La sentenza non lascia spazio neppure a chi sostiene che il giudice avrebbe invaso il campo della Corte Costituzionale, decretando da solo l’incostituzionalità della legge, o avrebbe addirittura «giudicato a prescindere» dalla 40/2004. La realtà è molto diversa: il giudice, avvalendosi delle proprie facoltà di interprete della legge, dimostra che la legge 40 non contiene in realtà alcun chiaro divieto della diagnosi preimpianto, ma anzi sembra implicitamente prevederla (art. 14 c. 5: «I soggetti di cui all’articolo 5 sono informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell’utero»); dimostra altresì l’irrilevanza delle linee guida (all’art. 13), in quanto decreto ministeriale che non può negare quanto una legge permette. Infine, fa notare che l’interpretazione proposta è comunque quella che meno confligge con i principi costituzionali (artt. 2 e 32), e richiama a questo proposito l’invito espresso in più occasioni dalla Corte Costituzionale a determinare previamente se una legge ammetta un’interpretazione costituzionale, prima di (e in alternativa a) sollevare questione di legittimità.
Chi vorrà criticare la decisione del tribunale dovrà dunque entrare nel merito, invece di limitarsi ad accuse poco informate. Il compito si presenta comunque arduo: le argomentazioni del giudice Maria Grazia Cabitza sono serrate e – mi pare – logicamente e giuridicamente ineccepibili, e vanno a comporre una sentenza di qualità eccezionale, che sarà ricordata a lungo.
Questo non significa, naturalmente, che la legge 40 smetterà di produrre effetti nefasti: la stessa diagnosi genetica di preimpianto che qui si permette è comunque negata dall’art. 4 della legge, assieme al resto delle pratiche di procreazione assistita, a tutte le coppie che non siano anche sterili o infertili. Questo mostro giuridico rimane un monumento alle tenebre intellettuali e morali di chi l’ha voluto (e di chi non ha avuto il coraggio di cancellarlo) – anche se oggi un raggio di luce arriva da un giudice intelligente e coraggioso.

lunedì 24 settembre 2007

In attesa della sentenza del Tribunale

Nell’attesa di leggere le motivazioni della sentenza di Cagliari riguardo alla autorizzazione di effettuare la diagnosi di preimpianto esce un illuminante comunicato stampa di Scienza & Vita. Evito di commentare perché ripetere fino alla noia le stesse identiche argomentazioni mi provoca un certo malessere (evito anche di correggere errori ortografici etc. etc.). Aspettiamo con ansia le reazioni dei soliti noti domani, sulla carta stampata!
“Non è vero che in qualche modo la legge 40 prevede la diagnosi genetica preimpianto sugli embrioni umani. E’ vero esattamente il contrario: la legge 40 vieta la diagnosi genetica preimpianto anche se non la menziona espressamente” E’ questo il giudizio dall’Associazione Scienza & Vita a margine del dibattito sollevato dalla sentenza del Tribunale di Cagliari.
Quanto affermato dall’Associazione emerge in tutta evidenza da una lettura attenta della legge 40, da cui si evince “il principio di destinazione alla nascita di ogni embrione generato in provetta”. La legge prevede infatti l’obbligo di trasferire immediatamente tutti gli embrioni generati e il divieto di qualsiasi selezione-soppressione a scopo eugenetico. “Nel caso di Cagliari – osserva Scienza & Vita – la finalità eugenetica appare evidente. Non si comprende quindi come il tribunale possa motivare una scelta contra legem”.
Infine l’Associazione afferma che “la pretesa di superare il problema della legittimità costituzionale della legge 40 non ha fondamento alcuno. Anzi, tale pretesa è in sé incostituzionale, tenendo conto dei precedenti pronunciamenti della Consulta in materia di tutela della vita del concepito”.

Autorizzata la diagnosi genetica di preimpianto

Il Tribunale Civile di Cagliari ha depositato oggi una sentenza con la quale autorizza il centro FIVET dell’Ospedale Microcitemico ad eseguire la diagnosi genetica di preimpianto su alcuni embrioni congelati un paio di anni fa (una donna cagliaritana portatrice di Betatalassemia rifiutò di trasferire gli embrioni fecondati).
Questa autorizzazione ad effettuare la DGP è la prima notizia decente dalla entrata in vigore della legge 40. Aspettiamo di leggere la sentenza. E soprattutto speriamo che serva a rimettere le mani sulla legge 40 (va bene, non esageriamo con l’ottimismo).

Più di 15, meno di 15

Che differenza fa? Sul piano della privacy nelle aziende moltissima. Meno di 15: nessuna sicurezza sui dati personali. Più di 15: ci vuole una spallata, che forse verrà data nei prossimi giorni in modo da cancellare la discriminazione numerica.
Per questo si chiede al Parlamento di intervenire a protezione della libertà dei cittadini: La tutela dei dati personali è una questione di democrazia.
Nell’appello, che si può firmare, viene denunciato l’attacco ai diritti fondamentali dei cittadini e si conclude:
Ma se tale approccio si rivela come un indizio preoccupante di una deriva sociale che antepone i profitti ai diritti dei cittadini, può trasformarsi in un boomerang per le stesse aziende.
Infatti, se tale esonero può apparire nell’immediato come un “risparmio” per le aziende, avrà l’effetto di ingenerare perplessità e sfiducia nei lavoratori e nei clienti, che non si sentiranno più adeguatamente tutelati, sollecitando i consumatori a preferire quelle imprese che la privacy la considerano un valore da tutelare e un assetto della propria attività.
Tale esonero determinerà anche un freno alla spinta innovativa di quelle aziende che nella tutela e nel corretto trattamento dei dati personali hanno trovato uno stimolo per innovare procedure e professionalità e ampliare la propria offerta di servizi.
Ancora più grave è però che gli stessi emendamenti prevedono l’eliminazione delle tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni. Si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l’effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero che sono il sale di ogni democrazia.

domenica 23 settembre 2007

Secondo Trofeo Luca Volontè

Ad Assuntina Morresi per il suo impegno nel partecipare a StranaU.it e con particolare riferimento alla dichiarazione nell’ultima newsletter (del 21 settembre nonostante ci sia scritto 21.7.2007):
Ma la ricerca scientifica è una cosa seria. La ricerca scientifica non è fare in laboratorio tutti gli esperimenti che vengono in mente, a prescindere dalle possibilità di riuscita, solo perchè si possono fare e per vedere che succede. Questa non “ricerca scientifica”, ma “pomeriggio al Luna park”. Su quale tipo di ricerca sarebbe opportuno finanziare, ho scritto un editoriale su Avvenire, che è stato titolato “l’ideologia uccide la ricerca”.
In bocca al lupo con l’editoriale...

Rassegna stampa

A quando la campagna Liberi dal cervello?
Quando si dice la sfiga.
Magri dentro.
Busta B.
Vittimismo da quattro soldi o capro espiatorio?
Ass.

sabato 22 settembre 2007

Illusioni di una scienza smembraembrioni

Francesco Ognibene vuole dire la sua sulla scienza e sulla stampa (La stampa cane accucciato davanti all’uomo delle chimere, Avvenire, 22 settembre 2007).
Descrivendo Stephen Minger (quello delle chimere, se qualcuno fosse distratto) “dal look simile ai profeti della beat generation, l’attesa icona della scienza onnipotente e salvifica, religione dell’uomo ridotto alla sua biologia” non si rende conto di non avere capito quasi nulla degli argomenti di cui parla. Buffo, poi, che protesti contro la riduzione dell’uomo alla sua biologia (colpa di cui si sarebbe macchiata la scienza e forse anche Minger) quando è la sua cieca ostinazione a trasformare una vita biologica in una vita personale. Ma ecco il suo primo affondo:
Se la scienza di cui Minger si fa portavoce promette di venire a capo di malattie oggi inguaribili, come Alzheimer e Parkinson, perché farle tante domande? Lasciamola produrre umanoidi di madre bovina, senza interferire con questioni inopportune. A nessuno infatti sembra venire in mente di grattare sotto le promesse. La stampa, ipotetico cane da guardia di un cittadino spaesato davanti alla scienza, ha invece deciso di mettersi a cuccia, ammirata. E aspetta l’annuncio di applicazioni cliniche sempre imminenti ma che non arrivano mai.
Umanoidi di madre bovina? Ognibene potrebbe essere pronto a buttarsi capo e collo nella letteratura fantascientifica noir, oppure ad essere reclutato da una produzione di soap opera scadenti. Che la stampa sia (o debba essere) il cane da guardia del cittadino spaesato (leggi: imbecille) davanti alla scienza, la dice lunga sulla concezione di Ognibene della scienza (qualcosa di innocuo o di benefico o perfino di dubbio non ha bisogno di un cane da guardia; se non hai nulla da temere non piazzi un cane bavoso e ringhiante che non si sa mai). Il rottweiler si è accucciato: Ognibene ha bucato una ipotesi affascinante. Che il rottoweiler in questione sia un canide nato da qualche esperimento avveniristico, e così si inchina davanti alla sua progenitrice (la scienza avida e indifferente). Ognibene, poi, pensa che la ricerca sia un po’ come la caccia al tesoro delle sagre paesane. Se cerchi per un paio d’ore, alla fine delle due ore in questione dovrai trovarlo il tesoro (se non lo trovi vuol dire che nessuno ce l’ha nascosto, che ti hanno preso in giro: forse qualche esperienza personale?).
Che Ognibene non capisca nulla di scienza emerge anche dalle sue successive argomentazioni e dalle sue domande scandalizzate (come se non bastasse l’avvio).
le perplessità dettate dal senso comune (cellule tratte da un incrocio sono attendibili?) vengono liquidate come zavorra dei soliti cattolici.
Da quando in qua il senso comune ha una connotazione “scientifica”? Si raggiungono vette di pathos quando si cita il martire, il paladino della Verità. E la zampata finale merita di essere letta in tutto il suo vigore.
Chi osa denunciare l’inganno sembra farlo a rischio della propria carriera, perché lo show chiama sulla ribalta solo profeti ottimisti garantendo in cambio notorietà, prestigio e finanziamenti, mentre scienziati a un passo da risultati clamorosi con le staminali adulte – come Angelo Vescovi – devono bussare a mille porte col cappello in mano. È curioso che a cantare le magnifiche sorti degli ibridi siano gli stessi che contestano la legge 40 pesando la sua efficacia con il pallottoliere delle nascite in meno, ma per i quali non conta nulla lo zero nella colonna dei risultati ottenuti, dopo anni di sforzi, dallo smembramento degli embrioni. Ecco, questa è l’antiscienza che occorre smascherare, l’ideologia in camice bianco, il miracolismo illusorio. La realtà è sotto gli occhi di chi la vuol vedere. E le crescenti scoperte sulle cellule adulte non fanno crollare il «muro di Berlino» tra «laici e cattolici», tra «i paladini del progresso scientifico e i difensori dei valori», secondo la singolare tesi di Ignazio Marino: quel muro – tra fatti e favole – si ostinano a rimetterlo in piedi ogni giorno i fautori dell’antiscienza, non quanti portano a casa risultati veri senza toccare un solo embrione. Eppure, si magnifica chi mette le mani sull’uomo neppure sapendo se questo scempio servirà a qualcosa, illudendo tragicamente milioni di malati. La scienza, quella seria, alzi la voce per zittire gli apprendisti stregoni.
Come si fa a riconoscere l’antiscienza se non si ha la più pallida idea di cosa sia la scienza? Come si fa a dividere la ricerca scientifica come fosse un armadio? Di qua i gialli, nell’altro lato i blu. Però un dubbio mi rimane: se la ricerca smembraembrioni fosse utile, Ognibene dismetterebbe i suoi strali?

Censurate il Piccolo Ateo!

Comunicato stampa del 20 settembre 2007:
È inaccettabile che in alcune scuole italiane sia permesso distribuire e far circolare documenti che discreditano il cattolicesimo e mettono in ridicolo i credenti. L’articolo de Il Giornale denuncia un fatto gravissimo.
Lo affermano i Deputati di Forza Italia fondatori e membri dell’associazione “Valori e Libertà”: Isabella Bertolini, Patrizia Paoletti Tangheroni, Gabriella Carlucci, Simonetta Licastro Scardino, Giuseppe Cossiga.
Abbiamo intenzione – sottolineano i Parlamentari di Forza Italia – di presentare immediatamente un’interrogazione parlamentare indirizzata al ministro Fioroni per indurlo a verificare ed eventualmente bloccare la diffusione di un libercolo gravemente offensivo per il sentimento religioso di migliaia di famiglie italiane.
Ci chiediamo cosa succederebbe se un simile affronto venisse diretto contro l’Islam e i fedeli musulmani. Altro che vignette su Maometto.
Come minimo l’istituto scolastico sarebbe messo a ferro e fuoco e l’autore del documento condannato a morte. Ovviamente non chiediamo reazioni di questo tipo.
Di certo chiederemo al governo che negli istituti scolastici italiani si rispetti il sentimento religioso di centinaia di migliaia di genitori che hanno tutto il diritto di chiedere che i propri ragazzi non vengano traviati e condizionati da testi offensivi e denigratori.
Il testo originale del Piccolo Ateo, di Calogero Martorana, è disponibile sul sito dell’Uaar. Una versione ampliata, a cura di Andrea Tufoni, si trova sul sito Anticatechismo. L’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana è ampiamente reperibile in Rete; ne riporto qui i primi tre commi:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

venerdì 21 settembre 2007

‘La chiesa sono io’

Tentazione quasi irresistibile quella di assegnare un TFL all’autore delle seguenti dichiarazioni (e sono solamente un estratto scelto a fatica):
Insultare, offendere, inquinare, dileggiare la Chiesa è uno sport antico, fin dai Cristo, và da sé che la Chiesa deve fare pulizia laddove c’è lo sporco. Ciò non toglie che siamo sotto attacco.
[…]
L’attentato antropologico, perpetrato dagli anni ’70 in poi nel nostro Paese, oggi presente in molte direzioni di quotidiani, testate giornalistiche, case editoriali etc., sta portando nel Paese un clima di sfascio, inedia, abbandono, irresponsabilità diffuso. A ciò si oppone con suo grido, interpretando il grido degli italiani, la Chiesa Cattolica.
[…]
Gli attacchi alla Chiesa negli ultimi anni, nelle ultime settimane hanno preso una brutta piega. Dallo scandalo falso Sex and Crimes, a don Gelmini, dai preti torinesi al Vescovo di Firenze, dalle polemiche interne contro il rito latino agli immobili di Siena, laicisti giacobini e conciliaristi martiniani uniti contro la Chiesa cattolica. A questa alleanza si uniscono movimenti omosex, radicali, massoni e un qualche magistrato che preferisce dare notizie sugli accusati di ogni menzogna. Vai a vedere poi gli accusatori e scopri a Torino son pluriomicidi, a Terni son spacciatori gay...e lo Stato prende parte allo ‘sputtanamento’ della Chiesa. La Chiesa sono io, parte della Chiesa dal mio Battesimo…dobbiamo diventare più Santi.
Resistiamo tuttavia. Non possiamo già rassegnarci alla seconda edizione. Ci permettiamo di segnalarlo, con menzione speciale.

giovedì 20 settembre 2007

Figli dell’eterologa (o dell’embriodonazione)

Victoria, Australia: è partita la seconda fase della campagna “Time to Tell” per i bambini nati in seguito alla donazione di sperma, ovociti o embrioni. Nel 1984 è stato istituito un Registro Centrale nel quale dal 1988 vengono registrate le informazioni riguardanti i donatori e la nascita: da allora sono nati 3.500 bambini. L’anno scorso i primi nati hanno compiuto 18 anni e l’Infertility Treatment Authority (ITA) ha avviato una campagna per incoraggiare i genitori a raccontare ai figli le modalità della loro nascita e per aiutarli con una “telling guide”, gruppi di supporto e consulenze.
La campagna si basa su una ricerca condotta in collaborazione con l’Università di Melbourne. Dalla ricerca è emerso che la maggior parte degli adolescenti coinvolti (tra i 14 e i 18 anni) vorrebbero sapere come sono nati e lo vogliono sapere dai genitori. Capirebbero le ragioni per cui non sono stati informati prima e nonostante una possibile prima reazione ostile nel venire a conoscenza di essere figlio di un donatore, pensano sia meglio saperlo.
Si stima che solo tra il 30 e il 50% dei bambini nati così conosca le proprie origini.
La campagna ha riscosso molto interesse e apprezzamento, in Australia e in tutto il mondo. I genitori che si sono avvalsi della consulenza dell’ITA hanno dichiarato che non soltanto non è crollato il mondo, ma che si sono tolti un gran peso raccontando ai propri figli il “segreto” del loro concepimento. In Italia la difficoltà della rivelazione è stata risolta in partenza nel 2004: la legge 40 ha infatti vietato la fecondazione eterologa, senza alcuna giustificazione.

(Eterologa? Ora ti racconto come sei nato, E Polis.)

Il diritto di morire di fame

Splendido articolo di Chiara Saraceno sull’alimentazione artificiale («Il diritto di morire di fame», La Stampa, 19 settembre 2007, p. 35):
Al di là delle contraddizioni e dell’inconciliabilità delle diverse posizioni su che cosa s’intenda per vita umana, sul suo inizio e sulla sua fine, la questione di quando cessare il mantenimento in vita a ogni costo, quindi anche dell’alimentazione forzata, pone questioni molto simili a quelle che si sono presentate in occasioni che non avevano a che fare con la definizione di vita umana, ma con problemi di libertà e dignità individuale anche in condizioni estreme. Ricordo due casi scoppiati in Inghilterra, patria del diritto che sta alla base d’ogni altro diritto civile: l’habeas corpus, il diritto alla propria integrità fisica. Il primo caso riguarda alcune femministe inglesi incarcerate all’inizio del ’900 con l’accusa di terrorismo in seguito alle loro azioni violente per rivendicare il diritto di voto. Quelle che in carcere fecero lo sciopero della fame vennero sottoposte ad alimentazione forzata suscitando pubbliche proteste perché tale procedimento si configurava come una violazione sia della libertà interiore delle prigioniere che della loro integrità corporea. Anche una prigioniera ha diritto a non essere violata nei confini del proprio corpo.
Lo stesso principio negli Anni 70 fu alla base d’un drammatico conflitto tra i prigionieri per terrorismo irlandesi nelle carceri inglesi e il governo inglese, allorché i primi iniziarono uno sciopero della fame di massa contro le condizioni di prigionia e si trovarono a dover combattere anche contro l’alimentazione forzata. I prigionieri irlandesi ottennero, sulla base del principio dell’habeas corpus, il diritto a non essere alimentati contro la loro volontà e quindi anche a morire. Non risulta che l’episcopato inglese e lo stesso Vaticano appoggiassero il governo di Londra in nome del principio dell’obbligo a non lasciar morire di fame. Anzi, gran parte della Chiesa irlandese era dalla parte dei prigionieri.
Perché non possiamo concedere a un essere umano che non ha altra colpa che quella di non poter più essere tale il diritto a non essere alimentato forzatamente concesso ai prigionieri terroristi irlandesi e rivendicato prima di loro dalle prigioniere femministe inglesi? Nutrire gli affamati è un obbligo umano fondamentale. Ma non prevaricare su chi – per circostanze diverse – non è in grado di rifiutare ciò che non vuole è un obbligo altrettanto forte. Almeno per chi, in possesso delle proprie capacità intellettive, dichiara esplicitamente di non voler più essere nutrito e tenuto in vita in casi di riduzione allo stato vegetale o di gravissime sofferenze prodotte dalle stesse procedure di mantenimento in vita, cessare l’alimentazione e idratazione forzata, e più in generale cessare l’invasività delle macchine, non è solo un atto di carità e forse un gesto estremo di autentico accudimento. È anche il rispetto del principio dell’habeas corpus, uno dei diritti di base della civiltà occidentale. Perciò, più che discutere di eutanasia, occorre urgentemente porre la questione del testamento biologico.
In questi ultimi tempi, in coincidenza con l’esame al Senato delle proposte di legge sul testamento biologico, si discute molto sulla natura dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali: si tratta di trattamenti medici, oppure no? Si ritiene in genere che sostenere la prima alternativa implichi la possibilità – garantita dall’articolo 32 della Costituzione – di rifiutarli, mentre chi sostiene la seconda è a favore della loro obbligatorietà, anche contro la volontà (attuale o espressa in passato) del paziente. Ma si tratta di un falso dilemma (anche se naturalmente l’alimentazione con un sondino gastrico, che entra nello stomaco tramite un’incisione, è ovviamente un trattamento medico), come ci ricorda la Saraceno: non si può forzare l’intimità fisica di una persona contro la sua volontà e contro principi giuridici universalmente accettati. Nella Costituzione della Repubblica, prima dell’art. 32, si trova l’art. 13 (cc. 1-2):
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
Coerentemente con il dettato costituzionale, il Codice deontologico dei medici, all’art. 53, dichiara:
Quando una persona rifiuta volontariamente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle gravi conseguenze che un digiuno protratto può comportare sulle sue condizioni di salute. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale nei confronti della medesima, pur continuando ad assisterla.
E questo chiude la questione; a meno che, naturalmente, non si voglia sostenere che una persona inerme non ha più diritti.

mercoledì 19 settembre 2007

Adottiamo gli embrioni (in quanto forme di vita potenziale)

Livia Turco (nella veste di Ministro della Salute) dichiara (Bioetica, Turco: sì ad adozione embrioni, hanno dignità umana, ApCom, 18 settembre 2007):
Io penso, e dicendolo spero di non suscitare scandali a sinistra, che possiamo pensare a rendere adottabili gli embrioni in esubero. Io riconosco dignità umana all’embrione. Dunque ho l’obbligo di trovare una risposta a chi mi chiede conto del destino di questa vita potenziale. Offrirla in adozione è un gesto, forse puramente simbolico, che attesta una posizione chiara.
Nessuno scandalo, magari qualche obiezione (e non a sinistra, ma da quanti hanno il dono del raziocinio). “Dignità umana” sta per “personalità morale e giuridica”? Pare di sì. Conseguenze? Ricadute giuridiche? Se c’è l’obbligo di trovare una risposta per la vita potenziale embrione, c’è anche l’obbligo di farlo per le altre forme di vita potenziale: chiedo che i miei ovociti possano essere adottati. Un gesto puramente simbolico, mica si fa sul serio. La buttiamo là, e poi torniamo a fare quanto abbiamo interrotto. Se ci fossero dubbi sulla natura effimera della proposta basta leggere poche righe più giù:
Quella di regalare ad altri un embrione che tu non puoi o non vuoi utilizzare […] mi sembra una buona idea, al di là della sua fattibilità reale.
Sulla legge 40:
Il ministro critica la legge 40 sulla fecondazione assistita: “A questa legge riconosco il merito di avere stabilito regole certe in un ambito in cui, prima, tutto era possibile. Detto questo, se mi si chiede un giudizio emotivo, dico che non mi piace. Perché sta rivelando tutti i suoi limiti. Da quando è stata varata […] la percentuale di successo degli interventi di fecondazione è diminuita e sono aumentati gli aborti spontanei, molti dovuti agli impianti plurimi. Trovo assolutamente crudele, perché rischioso per la salute della donna, l’obbligo dell’impianto di tutti gli embrioni prodotti. Un obbligo dettato dal divieto di congelarli o eliminarli”.
Lasciamo perdere le regole che prima non c’erano e la storia del Far-West. Un giudizio emotivo? Scusi, ma chi le chiede un giudizio emotivo? Ministro? Non ce ne frega molto del suo giudizio emotivo (con tutto il rispetto per la sua emotività). Cambi questa legge di merda! Ma se gli embrioni (l’ha detto poco prima) sono degni eccetera eccetera, è coerente non congelarli e non eliminarli. (A dirla tutta sarebbe coerente vietare del tutto la PMA.) Ministro?

Primo Trofeo Luca Volontè

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Grilletto o mazzetta?

Mauro Mazza (direttore del Tg2) nell’edizione delle 13 ci ha messo in guardia (Mazza (Tg2) attacca Grillo in tv, Il Corriere della Sera, 18 settembre 2007):
Cosa accadrebbe […] se un giorno all’improvviso un pazzo, uno squilibrato sentendo quelle accuse premesse il grilletto? Un tempo c’erano i cattivi maestri, che additavano come nemico un commissario, un giornalista, un magistrato e accadeva che qualcuno, pazzo o meno, andasse e premesse il grilletto e qualche volta uccidesse. Oggi non abbiamo più i cattivi maestri né i buoni, abbiamo solo gli apprendisti stregoni. La storia, si dice, si ripete due volte, una volta in tragedia una volta in farsa. Ma cosa succederebbe se invece facesse il percorso inverso e da farsa si trasformasse in tragedia? Cosa accadrebbe se un mattino qualcuno ascoltati quegli insulti contro tizio e contro caio premesse il grilletto?
E se qualcuno prendesse una mazzetta, invece? (Per picchiare o per tacere, scegliete voi).
Sulla doppia ripetizione e la storia della farsa ho qualche difficoltà: se oggi dovrebbe (o potrebbe) accadere il contrario di allora e da farsa quindi tramutare in tragedia, significa che (allora) additare qualcuno come nemico era una tragedia e poi ammazzarlo per davvero era una farsa?

martedì 18 settembre 2007

L’immaginario di Luca Marini

In un comunicato stampa di oggi diramato dall’ECSEL (Eutanasia: Marini (Ecsel e CNB), grande rincorsa alla ribalta) Luca Marini, vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica “commenta le notizie relative all’immaginario rifiuto delle cure da parte di Sua Santità Giovanni Paolo II” con le seguenti parole:
Le dichiarazioni del dott. Riccio, per quanto fantasiosie e smentite dai fatti, hanno avuto l’effetto di fare riemergere l’interessato dalla invisibilità mediatica subentrata al clamore suscitato dal caso Welby. […] Questi temi sollecitano figure assolutamente all’oscuro dei fatti o prive di competenza, ma desiderose di conquistare comunque una ribalta. È quanto è accaduto nei giorni scorsi con riferimento alle meditate e fondate dichiarazioni di Benedetto XVI sull’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo, che incontrano critiche superficiali da parte di persone, come la vedova Welby, di cui si comprende il dolore, ma non si può valutare la competenza scientifica.
Invece, chiedo scusa, Benedetto XVI ha competenze scientifiche? Ma mi faccia il piacere!

Wojtyla ha rifiutato le cure?

Sull’ultimo numero della rivista MicroMega è apparso un intervento di Lina Pavanelli, medico anestesista, che ricostruisce dal punto di vista clinico gli ultimi giorni di Karol Wojtyla, mettendo in evidenza soprattutto la stranezza del ritardato inserimento di un sondino naso-gastrico per l’alimentazione enterale, che secondo alcune fonti risulterebbe essere stato applicato al paziente solo il 30 marzo, alla vigilia della crisi finale; troppo tardi per impedire il grave deterioramento organico del paziente, dovuto alla denutrizione (il papa, a causa del morbo di Parkinson, era ormai quasi incapace di deglutire) e al conseguente crollo delle difese immunitarie. Dell’articolo è apparso un sunto su RepubblicaQuei lunghi silenzi sull’agonia di Wojtyla», 14 settembre 2007, p. 56), che si conclude con queste parole:
È il caso di domandarsi il perché tanta avarizia di notizie, insieme al silenzio di tutti gli organi di informazione vaticani sulla patologia che portò il papa alla morte. Impossibile dare una risposta, ma è certo che, in questo caso, la «riservatezza» ha aiutato a coprire un’evidente contraddizione tra l’esperienza umana di Karol Wojtyla – in qualità di paziente – e le dottrine del «bene oggettivo», da lui pubblicate, che sono la questione cruciale delle crociate politiche degli organi istituzionali della Chiesa.
Detto in altre parole: Karol Wojtyla si sarebbe lasciato morire, rifiutando un intervento altamente invasivo ma che avrebbe potuto prolungarne non di poco l’esistenza.

Alla Pavanelli hanno risposto Luigi Accattoli («Quel sondino che nutriva Wojtyla (ma l’annuncio arrivò molto dopo)», Corriere della Sera, 15 settembre, p. 5), secondo il quale il sondino era stato applicato a più riprese già da circa un mese, e – in un’intervista – Renato Buzzonetti, medico personale del papa (Orazio La Rocca, «“A Wojtyla non fu staccata la spina”», La Repubblica, 16 settembre, p. 25), che però sembra ignorare l’intervento della Pavanelli, tanto da confermarne a un certo punto, clamorosamente, la ricostruzione. Così replica infatti Lina Pavanelli sul sito web di MicroMegaLa dolce morte di Papa Wojtyla. Una risposta», 17 settembre):
[Accattoli] propone una ricostruzione “giornalistica” della “vicenda del sondino” in cui si afferma che – anche se non è stato comunicato ufficialmente – il Papa è stato nutrito saltuariamente per via enterale. In base a tale ricostruzione, il sondino naso-gastrico sarebbe stato inserito e tolto più volte. L’informazione, così come viene presentata, è imbarazzante da commentare da un punto di vista medico: ci troviamo di fronte ad una situazione in cui il paziente già defedato, che non è e non sarà mai più in grado di alimentarsi autonomamente, viene sottoposto ad un trattamento che comporta procedure ripetute che, per la patologia che lo affligge, sicuramente lo tormentano e che, a causa delle interruzioni, è di un’efficacia molto ridotta.
Se anche le informazioni fornite ad Accattoli fossero vere, il dato fondamentale rimane inalterato: per qualche motivo, nel periodo che va dal 2 febbraio al 30 marzo il Santo Padre non è stato nutrito a sufficienza, e per questo è andato incontro ad un grave deficit nutrizionale. Lo affermano le fonti d’agenzia di allora, mai smentite. Lo conferma il prof. Buzzonetti nel suo libro. L’archiatra pontificio ripete oltretutto proprio ieri (su Repubblica) che il papa “da quel giorno (30 marzo) fu sottoposto a nutrizione enterale mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico perché non era più nelle condizioni di nutrirsi per via orale.” La frase non è ambigua: mi sembra voglia dire chiaramente che l’alimentazione enterale è stata iniziata proprio quel giorno. Se così non fosse, è sufficiente che lo spieghi. Per quel che mi riguarda, non posso che rimanere sconcertata di fronte alla discordanza fra la fonte ufficiale e quelle ufficiose.

Aggiornamento: Paolo Flores D’Arcais, direttore di MicroMega, annuncia per la prossima settimana una conferenza stampa della professoressa Pavanelli («I medici, l’eutanasia e la morte di Wojtyla», La Repubblica, 19 settembre, p. 22).

Aggiornamento 2: La Repubblica riporta un breve resoconto della conferenza stampa («Ma il Vaticano non commenta», 27 settembre, p. 45).

Aggiornamento 3: Luigi Accattoli, sul suo blog, conferma la propria ricostruzione dei fatti: i problemi di alimentazione sarebbero sorti solo dopo il 3 marzo, e il sondino sarebbe stato applicato quasi da subito, benché in maniera discontinua («Morte di Wojtyla e mio brutale attacco a MicroMega», Il blog di Luigi Accattoli, 27 settembre). Nei commenti al post Accattoli ci regala anche un esempio raro di rispetto degli avversari, su cui mi sembra giusto richiamare l’attenzione.

Accidia immobiliare

Angelo Bagnasco si preoccupa non solo di questioni auliche e inconsistenti (nel senso di anima), ma anche della vita di tutti i giorni e dei problemi che affligono i cittadini («Italia, un Paese in crisi morale», Il Corriere della Sera, 17 settembre 2007):
Di fronte al «problema particolarmente acuto» della casa, «la collettività ai vari livelli deve darsi uno slancio, e approntare quelle soluzioni di edilizia popolare che per vaste zone e in una serie di città appaiono veramente urgenti». È il forte appello di Bagnasco che «anche agli istituti bancari e di credito» fa presente questa emergenza perchè, «tenendo conto delle condizioni internazionali e secondo le loro possibilità e competenze, vogliano maggiormente contribuire con senso di equità ad una concreata soluzione del problema». Nella sua prolusione, l’arcivescovo di Genova ha voluto soffermarsi in particolare sul «dramma di coloro, pensionati o famiglie con un solo reddito, che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità». Ma, ha aggiunto, «pensiamo anche ai giovani fidanzati che vorrebbero sposarsi e nei loro progetti sono annichiliti per il problema dell’abitazione che non si trova oppure è inavvicinabile per le loro risorse. Ci sono inoltre situazioni di promiscuità, dove famiglie diverse sono costrette a vivere in uno stesso appartamento, magari fatiscente, e per ciò stesso non in grado di garantire un vicendevole rispetto».
Ci sono anche le situazioni di promiscuità dove due persone convivono nel peccato, oppure chi ha scelto di vivere da solo. Nessuna pietà per loro.
Ma per gli altri io avrei una proposta per Angelo Bagnasco: se la preoccupazione è sincera e la misericordia un valore non solo blaterato, liberatevi dei beni materiali (che fa pure bene all’anima), liberatevi del fardello immobiliare vaticano. Una buona percentuale della collettività vedrebbe il proprio problema risolto. Come per magia. Pardon, per miracolo.

Ancora sulla breccia

Comunicato stampa di Partito Radicale, Radicali Italiani e Associazione Coscioni:
XX SETTEMBRE 1870 - XX SETTEMBRE 2007

“PORTA PIA – LA BRECCIA DELLA LIBERTÀ”: MANIFESTAZIONE CONTRO IL FONDAMENTALISMO CLERICALE E I PRIVILEGI VATICANI, PER LA LIBERTÀ RELIGIOSA. SEGUE FIACCOLATA FINO A CAMPO DE' FIORI.

INVITO AD AUTORITÀ ISTITUZIONALI E FORZE POLITICHE

Giovedì 20 settembre 2007, alle ore 17.30, a Porta Pia (Via XX Settembre – Roma), il Partito Radicale, Radicali Italiani e l’Associazione Coscioni hanno indetto una manifestazione contro tutti i fondamentalismi, per ricordare, come ogni anno, la fine del potere temporale dello Stato Pontificio sulla città di Roma e celebrare la libertà di religione contro la religione di Stato e dei privilegi.
La manifestazione proseguirà con una fiaccolata che terminerà in Piazza Campo de’ Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno.
Nel dare questo annuncio, i Radicali sottolineano il fatto che nessuna altra organizzazione di partito o politica ha indetto alcuna manifestazione pubblica. Sono perciò a maggior ragione invitate tutte le forze politiche, le associazioni e i cittadini laici, democratici, anticlericali, liberali, socialisti, nonché i credenti in altro che nella simonia e nel potere.
Ci auguriamo che Sindaco, Presidenti di provincia e di Regione e autorità istituzionali ai massimi livelli non si limitino alla burocratica consuetudine di far depositare corone, ma trovino forme e tempi di una loro presenza diretta a Porta Pia. Ci auguriamo anche che le organizzazioni politiche sedicenti laiche non vorranno considerarsi semplicemente rappresentate dai loro migliori esponenti, ma contribuiranno all’organizzazione dell’evento nel fazzoletto di giorni rimasti.
Per aderire, inviare una email a info@radicali.it, specificando “partecipazione a XX settembre”.
(Hat tip: Metilparaben.)

lunedì 17 settembre 2007

Good Bye, coma!

Vista l’aria che tira forse è meglio riderne. Tra qualche giorno andrà in onda una sit-com (Settevite): uno dei protagonisti è un ragazzo che è stato in coma per tanti anni e si ridesta adulto (ma vergine). Prepariamoci a sentirci dire: “Visto? Se l’aveste lasciato morire?”.
(Prepariamoci a rispondere: “Di quale coma stiamo parlando? E poi è o non è una sit-com?”).
Al risveglio Davide, questo il nome del ragazzo, si ritrova in uno scenario immutato (un po’ il contrario di Good Bye, Lenin!): la politica è la stessa, le facce anche, stessi problemi sociali, stessa corruzione e compagnia bella. È vero che lui non ha la percezione del tempo che è passato… Forse, almeno in questo, è da considerarsi fortunato!
(“Settevite”, comè buffo uscire dal coma, la Stampa, 17 settembre 2007).

Susanna e gli scimmioni

Avvenire di domenica ospita con tutti gli onori un lungo articolo di Susanna Tamaro («Mitezza per vincere la tecnocrazia», 16 settembre 2007):
Oltre ad essere figlie del caso e dei meccanismi dell’evoluzione, le grandi scimmie, più o meno sapienti, sono anche degli straordinari depositi di materiale biologico. Alla loro morte (o se è il caso anche prima) renderanno disponibili per la comunità materiali preziosissimi. Del resto, la natura da sempre si regge su questo meccanismo: mors tua vita mea è l’impalpabile tessitura dell’universo, solo che ora, della nostra morte non godono più i collemboli e i saprofiti, gli sciacalli e gli avvoltoi o i rapaci necrofili – coloro insomma che madre natura aveva votato a trarre beneficio dalla nostra decomposizione – ma i laboratori medici e gli istituti di ricerca, oltre a un numero imprecisato di nostri simili che trarranno giovamento da eventuali pezzi di ricambio.
Che cosa c’è di male in tutto questo?
Niente, anzi non può esserci che del bene perché il corpo della grande scimmia è come quello del maiale, niente viene sprecato – è un principio chiaro anche alla più sprovveduta delle casalinghe – e, con questa assenza di spreco, si aiutano altre vite ad andare avanti, si dà nuova vita alla vita: cosa ci può essere di più bello? E in più si permette agli scienziati di fare nuove scoperte, nuovi brevetti. Se non fosse così saremo ancora all’età della pietra e l’anestesia si farebbe con una bella randellata in testa.
Però, ogni volta che sento parlare del riciclo dei materiali delle grandi scimmie glabre, provo uno strano e profondo turbamento che non provo ad esempio, quando il lesso si trasforma in polpette.
E per essere sicura che nessuno manchi di cogliere il sarcasmo che gronda da questo brano, aggiunge:
In quale momento della nostra storia è sorta l’idea che fosse follia zoofila lasciare i corpi in eredità alla mai denutrita fauna spazzina? In quale momento storico il passaggio misterioso della morte è stato trasformato in un argomento di puntigliosa economia domestica?
È successo durante il nazismo. Sì, solo i medici e gli scienziati nazisti sono stati capaci, con la precisione tecnica consona alla loro cultura, di stabilire in grammi, in micron, in quantità millesimali di composti chimici quali ricchezze erano nascoste nell’ottusa inerzia di un corpo e com’era possibile, anziché sprecarle, metterle nuovamente a frutto per il beneficio dell’umanità. Durante il nazismo le fabbriche di saponi non hanno avuto difficoltà ad approvvigionasi di materia prima, così come le ditte produttrici di concimi hanno fornito agli agricoltori prodotti abbondanti e di alta qualità; sono state messe in commercio anche deliziose abat-jour, oltre a paraventi sottili come un velo ma molto resistenti, mentre l’industria tessile è addirittura riuscita a creare un tessuto leggero, morbido e caldissimo, di cui alcuni rotoli, a testimonianza che non si tratta di fantascienza industriale, sono tuttora esposti nelle bacheche del museo di Auschwitz.
Naturalmente, per tutta questa sapiente opera di riciclo, i nazisti non adoperavano i corpi dei loro genitori, dei loro nonni, doverosamente protetti dalla ordinata quiete di un camposanto, ma quelli degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli oppositori, di tutti quelli che non erano come loro e dunque non avevano più diritto alla definizione di esseri umani.
Lo scempio e l’abuso del corpo del nemico esiste da quando esiste l’uomo ma la trasformazione dell’altro in pura e asettica cosa è un dono che il nazismo ha lasciato a fermentare nel cuore dell’Europa.
La legge di Godwin vale più che mai anche per Avvenire. Ma quello che importa maggiormente è che l’organo dei vescovi italiani dia il suo imprimatur a un articolo in cui non solo i trapianti ma, sembra di capire, persino le autopsie sono considerate frutti mostruosi di una tecnoscienza che da Vesalio a Barnard – passando per il gran reprobo, Darwin – ha distrutto quel mondo incantato in cui la Tamaro avrebbe preferito vivere. Quel mondo «mite» in cui si moriva presto, rapidamente, e senza turbare l’ordine da sempre stabilito con noiose pretese e diritti.

Eugenetica

Il 30 agosto avevo postato Eugenetica, ignoranza e il blocco 10 di Auschwitz.
Filippo ha inserito un commento molto molto interessante, di cui riporto l’inizio e che invito a leggere per intero. Filippo racconta degli esperimenti eseguiti nei lager per mano di personaggi del calibro di Nyiszli, Mengele, Schumann e Clauberg. È consigliata la lettura soprattutto a quelli che citano a sproposito l’eugenetica. Buona lettura e grazie Filippo.
Miklos Nyiszli, patologo universitario a Budapest, con studi in Germania, ottima conoscenza della sua materia e buona padronanza della lingua tedesca, diviene il collaboratore principale del Dr. Joseph Mengele, “l’arcangelo del male”, responsabile degli esperimenti nel Block 10 di Auschwitz. A lui dobbiamo la ricostruzione di quanto avvenuto e la descrizione del personaggio di Mengele, cui sembra calzare alla perfezione quel concetto di “banalità del male” reso da Hannah Arendt nel suo libro ispirato dal processo Eichmann. Mengele non è un mostro che divora bambini a colazione, è (si considera) un uomo di scienza con un obiettivo di ricerca ben preciso consistente nello scoprire i segreti della differenza tra razze e privo di scrupoli per quanto riguarda i mezzi da usare allo scopo. Ha carta bianca, dovendo rispondere del suo operato direttamente ad Himmler, il che gli consentirà tra l’altro, in contrasto con l’autorità del campo, di preservare proprio Nyiszli dall’eliminazione prevista ciclicamente per tutti i membri del Sonderkommando, costituito da internati che le SS usavano per il lavoro sporco e che sostituivano trimestralmente per non lasciare in giro eventuali testimoni scomodi. A Mengele non mancano le risorse, nel più grande campo di concentramento del Terzo Reich dove la perfetta macchina organizzativa SS convoglia ebrei e altri nemici del Reich in proporzioni bibliche. E dove può pescare gemelli di ogni età e condizione da sottoporre ai suoi esperimenti, gemelli che vengono poi eliminati in contemporanea realizzando, per usare le parole dello stesso Nyiszli, il sogno segreto di qualunque anatomo-patologo: l’autopsia simultanea di due gemelli. L’atmosfera di lavoro è sovente “mistica” con un Mengele che non si sottrae quasi mai alle fatiche del lavoro di ricerca e che viene descritto come ben consapevole dell’importanza della sua ricerca per il Reich: scoprire il segreto delle gravidanze gemellari per consentire alle donne tedesche di dare alla luce sempre dei gemelli e raddoppiare la potenza demografica dello Herrenvolk. Il senso di impunità diviene ben presto convinzione profonda di essere nel giusto. A suo tempo, dinanzi alle esitazioni di Handloser (generale medico a capo dei servizi sanitari dell’esercito), Himmler rispondeva con fastidio “Responsabilità? Quali responsabilità? Lo Stato, cioè il Fuhrer ed io, si assume tutte le responsabilità, voi dovete solo eseguire degli ordini nell’interesse della nazione.” Una linea che sarebbe riecheggiata spesso, a torto o a ragione, nelle aule di Norimberga. Certo, dopo il crollo, gli sperimentatori sembreranno riacquisire una certa consapevolezza dell’enormità di quanto compiuto, cercando di lasciar perdere le loro tracce. In questo momento nasce la leggenda dell’inafferrabile Mengele, braccato senza soste, e senza successo, dagli agenti del Mossad, gli stessi che metteranno le mani su Eichmann nel ’61. Esiste però una eccezione a quanto appena affermato: il prof. Carl Clauberg. Arrestato e internato dai Sovietici alla fine della guerra, rimandato in patria nel 1957 nel quadro di uno scambio di prigionieri conseguente al momentaneo disgelo Est-Ovest dell’epoca Kruscev, il professore prima partecipa ad un congresso di Ostetricia dove presenta i dati dei suoi esperimenti nei campi e poi, imperturbabile, decide di riprendere la sua attività professionale: un bel giorno tutti i principali quotidiani della Germania Federale pubblicano il suo annuncio relativo alla ricerca di personale da assumere nel centro di cui si annuncia l’imminente apertura e che sarà diretto dal professore, che appare col suo vero nome seguito dai suoi titoli accademici. Una volta squarciato il velo dell’oblio però, inizieranno a piovere le denunce. Il resto è noto, con l’incarcerazione di un Clauberg in realtà intimamente lusingato dal clamore creatosi intorno al suo personaggio, e la sua successiva morte in prigione per crisi cardiaca.
(Continua qui.)

domenica 16 settembre 2007

Parla con lei, ti ascolterà

Francesco D’Agostino commenta le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla NIA (Nello stato vegetativo con la dignità di uomini, Avvenire, 16 settembre 2007). Commenti immaginabili. Un passaggio è illuminante sul suo modo di dimostrare una parere o una posizione:
È falso che la vita del comatoso sia solo biologica; la sua terribile malattia è parte costitutiva della sua biografia; parlargli, accarezzarlo, accudirlo, nutrirlo non sono azioni insensate e prive di un “ritorno”: ciò che si può apprendere dal prendersi cura di questi pazienti e grazie quindi a essi possiede a volte (anzi, quasi sempre) un valore incalcolabile.
Il ritorno è per chi parla, accarezza e accudisce oppure per chi è oggetto di quelle parole, carezze e accudimenti? E chi è che apprende? D’Agostino sembra confondere i soggetti in causa. Prima dice che la vita di X non è solo biologica in quanto la terribile malattia di X è parte costitutiva della biografia (sempre di X). Poi però il soggetto muta, e le esperienze di accudimento sono di incalcolabile valore per Y. Lo stesso ragionamento vale se Y parlasse, accarezzasse e accudisse un cane, un gatto, una pianta. Queste attività sarebbero per Y fonte di piacere e ricche di valore. E quindi? Da ciò che cosa deriverebbe, che il cane, il gatto o la pianta suddetti sarebbero persone?

sabato 15 settembre 2007

Test

Caso 1
Il tupet io? Sono sufficientemente pieno di capelli miei per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro quelli che portano il tupet, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente capellone per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Si capisce piuttosto bene, tuttavia, che il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Caso 2
Goloso io? Sono sufficientemente morigerato per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro i golosi, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente misurato per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere
(Non si capisce tanto bene perché il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci; a meno che non faccia il dietologo, ma sarebbe una circostanza occasionale).

Caso 3
Gay io? Sono sufficientemente macho per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro gli omosessuali, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente macho per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Dovrebbe essere altrettanto oscuro, come nel caso 2, il motivo per cui il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Il tizio del caso 3 è Hugo Chavez (Chavez: «Io gay? Macché, sono macho», Il Corriere della Sera, 15 settembre 2007).
Sarebbe stato davvero bello che il caso 3 fosse stato equivalente al caso 2. Invece c’è urgenza di chiarire di non essere una checca. Pazienza. Magari tra qualche secolo essere omosessuali non sarà una offesa dalla quale difendersi. E poi, forse, se non fosse stato schiacciato dal luogo comune del maschio latino, chissà.

Mario Adinolfi, la vita e la morte (e la bioetica)

Eutanasia/il Papa sgombra ogni dubbio: la spina non si stacca, Alice News, 14 settembre 2007:
Sulla eutanasia io la penso come Ratzinger e dico che il mio Pd non approverebbe una legge sull’eutanasia attiva, afferma il blogger Mario Adinolfi, candidato alle primarie del 14 ottobre. Annunciando che punterà la sua campagna sui temi “sensibili”.
Nessuno si risparmia quando si tratta del Papa (ma quanti sono contrari alla eutanasia cosiddetta attiva, eh, quanti? Ma citiamo il Papa, ovviamente, che è più autorevole). Suggerirei a quanti vogliono dire la loro su simili temi (e a maggior ragione a quanti vogliono puntarci una campagna politica): di dismettere questa cacofonia dei temi sensibili, è fastidiosa imprecisa e molesta quasi quanto bipartisan e un attimino. Di leggersi qualche libro al proposito e non soltanto le agenzie di stampa o le dichiarazioni del Papa.
Se si nutrissero dei dubbi sul tenore delle dichiarazioni di Adinolfi, basta leggere dal suo post sulla dichiarazione papale circa lo stato vegetativo permanenente (per rimanere di sasso):
Per quanto ormai pecorella smarrita di quel gregge, sono formato cristianamente e credo che solo la Chiesa cattolica abbia il merito di porre l’attenzione sulle questioni ultime della vita e della morte. È utile cominciare a discuterne anche in rete.
Solo la Chiesa? Siamo davvero messi molto molto male. Per non parlare del commento (n. 6) lasciato dallo stesso Adinolfi al post suddetto:
Io credo che uno stato del ventunesimo secolo debba, in materia di bioetica, legiferare e poi sottoporre tali leggi a referendum confermativi...solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no, non riesco a trovare altri metodi...mi fido del giudizio della comunità in cui vivo.
Solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no? Anche in filosofia politica siamo messi maluccio. Adinolfi è davvero convinto che la democrazia avrebbe il potere (dovrebbe avere il potere) di scalfire la nostra libertà, basta che ci sia la maggioranza? Adinolfi accetterebbe senza protestare se la democrazia dicesse che è giusto picchiare le persone? O torturare i prigionieri? Oppure che la vita è sempre un bene prezioso, sacra e inviolabile, di cui non possiamo disporre e il concepito è uno di noi (con tutte le implicazioni derivanti)? Mi sembra molto ingenuo e assolutamente ridicolo. Forse fa molto amico del popolo dire di fidarsi della comunità in cui si vive, al punto da lasciarsi naufragare in questo mare, ma qualche paletto io lo metterei. Qualche paletto a circondare il mio spazio intoccabile di autonomia, che nemmeno un plebiscito potrebbe calpestare. Non credo sia necessario elencare i casi in cui la maggioranza potrebbe diventare dispotica (mi chiedo se, invece, potrebbe essere utile citare qualche voce bibliografica, tanto per approfondire la questione. Rimango a disposizione).

venerdì 14 settembre 2007

La religione nello spazio pubblico

Sul Foglio di oggi trovo nel resoconto dell’intervento di Jürgen Habermas a un convegno romano («Il laico Habermas attacca il laicismo», 14 settembre 2007, p. 1) questo breve passaggio:
Insomma, per lo scorno di chi pensa che contrapporre laicità e laicismo sia un trucco, Habermas non soltanto usa quelle categorie ma le rende centrali nel suo ragionamento. Laicista è chi pensa che vada negato spazio pubblico al fatto religioso (“non capisco perché non si possano esibire i segni della fede”, ha detto rispondendo a una domanda).
In genere chi è laico (o laicista, se proprio preferite) intende «la negazione dello spazio pubblico al fatto religioso» come l’esclusione degli argomenti di fede (o riconducibili alla fede) dalla discussione pubblica nella sfera politica: una norma non può essere approvata solo perché «Dio lo vuole», neanche se chi la sostiene è in maggioranza. Ma su questo principio sono d’accordo – a parole – anche i credenti (che infatti sostengono che le loro verità di fede sarebbero confermate da una più o meno fantomatica e indefinita «Ragione» intersoggettiva); e certo non lo si potrebbe mai confondere con il divieto di «esibire i segni della fede».
È possibile allora che la domanda rivolta ad Habermas si riferisse piuttosto a polemiche come quella contro l’affissione di crocefissi nei luoghi pubblici in Italia o contro il velo islamico nelle scuole francesi; ma anche in questo caso, la risposta del filosofo non sembra molto congruente: non si tratta certo di esibire genericamente i segni della fede. Forse la domanda era mal posta, o forse Habermas non l’ha compresa; in ogni caso, si ha la sensazione che il Foglio abbia fatto intenzionalmente un po’ di confusione.
Sia come sia, approfittiamone per riassumere brevemente i capisaldi della posizione laica in materia. Nello spazio comune – quello, per intendersi, delle strade e delle piazze – siamo tutti liberi di esibire i segni delle nostre appartenenze: croci, kippah, barbe islamiche, turbanti sikh, clergyman, sai, tonache. Le campane possono suonare a festa per i matrimoni, e i muezzin possono richiamare alla preghiera. Una limitazione importante è la mancanza di costrizione: la polemica contro il velo islamico è tutta qui. In assenza di un criterio per distinguere chi lo indossa volontariamente dalle altre, il divieto generalizzato può avere l’effetto di liberare soggetti troppo deboli per ribellarsi – anche se è una misura su cui ovviamente c’è molto da discutere (e sarebbe in ogni caso meglio non invocare argomenti chiaramente pretestuosi, come l’impossibilità di identificare chi lo porta). Un’altra limitazione è il rispetto per la sensibilità comune, che sostanzialmente rispecchia i gusti della maggioranza ed è mutevole nel tempo: niente macellazione rituale in piazza, per esempio, e niente bestemmie contro Allah. Questa limitazione cade completamente per quello che riguarda un altro tipo di spazio pubblico: quello dei libri, dei giornali, di Internet, dei Dvd, dei cinema e dei teatri, dove la libertà deve rimanere illimitata, e dove gli appelli delle sensibilità offese non devono avere corso (tecnologie push come la radio e la televisione, con i loro spettatori passivi, appartengono forse più allo spazio comune che a questo secondo tipo, ma anche di questo si può discutere); e ovviamente lo stesso vale per lo spazio privato.
Infine, lo spazio istituzionale. Lo Stato laico (e liberale) non propende per nessuna religione, e per nessuna ha avversione – se non per quelle che offendono le leggi. La conseguenza di questa neutralità è la mancanza assoluta di simboli religiosi nei suoi spazi: scuole, tribunali, ospedali, stazioni. Allo stesso modo i funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni non indossano croci o veli. Lo Stato laico lascia volentieri la foia identitaria ai tribalismi omicidi che ancora impestano il mondo; e a chi invoca l’identità occidentale risponde che la coincidenza di Occidente (con le sue religioni, le sue lingue e le sue etnie) e libertà è, in un certo qual modo, accidentale: tutto il mondo può conquistare la seconda, senza doversi trasformare nel primo.

Il mio sbattezzo


Annunciazione, annunciazione!
Dopo mesi finalmente questa mattina ho inviato una raccomandata per non essere contata tra i cattolici nostrani (né stranieri).
Sebbene intenzionata a farlo il rallentamento è stato causato da una serie di circostanze. La difficoltà di risalire alla parrocchia in cui il rito è stato consumato perché non sapevo a chi chiedere (non sto a dilungarmi sull’assenza di referenti parentali dotati di memoria clericale); l’avversione alle Poste, luogo necessario per inviare la raccomandata con ricevuta di ritorno (ho anche provato a usufruire del servizio web, ma devi registrarti, ti arriva un telegramma con un codice da inserire entro 10 giorni, il telegramma l’ho ricevuto in ritardo, ho provato ad inserire il codice ma non è stato accettato); la mia pessima abitudine di rimandare (anche questioni irrimandabili, figuriamoci).
Ma oggi, 14 settembre 2007 ho imbustato il foglio debitamente firmato di mio pugno, ho allegato la fotocopia di un documento, ho raggiunto l’Ufficio Postale 26 di Roma, ho preso il numero (089), ho guardato in cagnesco la dipendente che parlava al telefono di questioni evidentemente personali con il numero rosso che la sovrastava fermo per ore a 083 (senza alcun risultato, il mio sguardo) e con una ricrescita di almeno 3 centimetri che rendeva difficile non abbassare gli occhi, ho sbuffato una decina di volte, mi sono alzata dalla sedia di legno inchiodata al pavimento e alla parete (ma non bastava uno dei due?) per rendere il mio sguardo più minaccioso e dopo una mezz’ora abbondante mi sono portata a casa la ricevuta.
Al Parroco della Parrocchia dei Sette Santi Fondatori (tal Pasquale Conte) giungerò la mia dichiarazione di “non essere mai appartenuta alla confessione religiosa denominata Chiesa cattolica apostolica romana”. Wow! Aspetto la risposta.
Grazie allo Uaar e grazie a Raffaele Carcano.

Obbligo di nutrizione e idratazione artificiali

La Congregazione della Dottrina della Fede risponde ad un quesito della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti affermando che (Eutanasia, il Vaticano ai vescovi Usa. “Lo stato vegetativo è una vita da rispettare”, la Repubblica, 14 settembre 2007):
Anche se in “stato vegetativo permanente”, il paziente “è una persona, con la sua dignità umana fondamentale”. […] anche al paziente che si trovi in questa situazione “sono dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali”.
[…]
“La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita”.
[…]
Tale somministrazione, spiega il dicastero vaticano, “è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”. Secondo l’ex Sant’Uffizio, “in tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’indebolimento progressivo dell’organismo e alla disidratazione”.
È difficile commentare (i corsivi sono miei). L’inferenza più affascinante è quella dall’affermazione che le cure sono dovute (che ha ancora una sfumatura di non imposizione: se qualcosa è dovuto – come un tributo o un ringraziamento – ancora non è necessario legare il malcapitato per porgli il nostro sentito e sincero omaggio) all’obbligatorietà. Per il bene del paziente, ovviamente. Al quale nessuno però s’è preso la briga di domandare cosa voglia fare della sua vita (prima di scivolare nello stato vegetativo permanente, si intende).
L’idea sottostante è sempre la stessa: la vita è un dono, ma un dono particolare di cui non puoi disfarti rincartandolo e infilandolo sotto l’albero, non puoi disporne, il tuo vero intento (e comunque quello cui devi conformarti) è di prolungarla il più possibile, anche se non capisci più un cazzo di niente e non c’è nessuna speranza di miglioramento, pertanto rassegnati ad essere nutrito e idratato artificialmente (il tuo parere non conta), il Sant’Uffizio sa meglio di te cosa è giusto e cosa sbagliato. Fine della discussione. Anzi, non la cominciamo proprio, la discussione. La Verità mica si discute. Che siete duri d’orecchie?
Ah, Benedetto XVI ha ordinato la pubblicazione del testo contenente le disposizioni sullo stato vegetativo.
(Non è un argomento razionalmente cristallino, ma non posso fare a meno di ricordare, all’invocazione del rispetto di una vita ormai meramente organica, quante esistenze nel senso pieno del termine siano calpestate da questi fantocci vestiti di nero, con la benedizione di altri candidamente vestiti).
(Grazie a Destynova per la tempestiva segnalazione).

giovedì 13 settembre 2007

Proibizionismo per i fast food?

L’obesità affligge molte persone e implica problemi di salute più o meno gravi. Il consiglio comunale di Los Angeles discuterà in autunno un’ordinanza per arginare l’invasione di fast food nell’area meridionale, dove la loro concentrazione è massiccia e gli obesi sono il 30% degli abitanti (la media nazionale è del 20).
La proposta solleva diversi interrogativi, primo fra tutti: servirà a qualcosa? Sebbene appaia bizzarra, la moratoria sui fast food si inscrive in una strada spianata da tempo: dal proibizionismo classico dell’alcol al divieto di fumare nei ristoranti. Dalla messa al bando del foie gras per ragioni etiche (a Chicago) alla proposta di dimezzare le porzioni al ristorante (il fu ministro della Salute Girolamo Sirchia). Già alcuni Stati americani hanno regolamentato i fast food, per ragioni estetiche o di concorrenza. Sarebbe la prima volta a protezione della salute. Tuttavia il paternalismo fa storcere il naso a molti. E sembra trascurare un aspetto: il basso costo di un pasto mordi e fuggi. Anche su questo fronte South LA ha un primato non invidiabile: il 28% della gente vive in povertà, contro il 16,2 nazionale.
Inoltre, l’applicazione dell’eventuale moratoria inciampa nell’ostacolo di definire un fast food. Molti si sono attrezzati da tempo con menu poco calorici e insalate accanto ai cheese burger a due piani. Non è ingenuo e riduttivo identificare fast food e cibo dannoso? Non sarebbe preferibile percorrere la strada della corretta informazione in tema di nutrizione e salute? Nel dubbio, aggiungiamo un posto a tavola per lo Stato, o almeno in fila per pagare un McMenu.

(Quei fast food messi al bando negli Stati Uniti, E Polis).

mercoledì 12 settembre 2007

Anniversari

Giacomo Samek Lodovici giustamente ci ricorda un anniversario cruciale (Nel discorso di Ratisbona lo spartiacque della ragione, Avvenire, 12 settembre 2007):
Il 12 settembre di anno fa Benedetto XVI pronunciava la sua lectio magistralis a Ratisbona. Non è qui possibile riassumere per intero questo discorso strepitoso (che ha sollevato polemiche pretestuose, non sempre in buona fede), perciò ci limiteremo a rimarcarne l’insegnamento più importante per l’uomo della strada. Ebbene, la lectio ha messo in luce l’aspetto di Dio come Ragione e va letta in sinergia (lo cominciò a sottolineare da subito Francesco Botturi su questo giornale) con l’enciclica Deus Caritas est, che si è soffermata su Dio come Amore.
Magari strepitoso va inteso nel significato letterale (qualcuno si è lamentato del tono troppo alto). Senza dubbio l’uomo della strada non finirà di essere grato per avere imparato che Dio è Ragione (o che la Ragione è Dio, se c’è equivalenza funziona pure così). Ma Dio è anche Amore (e però bisogna intendersi, perché c’è amore e amore).
Proprio sul retto amore Samek ci offre in conclusione qualche consiglio da posta del cuore:
sia evitare l’emotivismo, che è la riduzione dell’amore a sentimento (che è pur importante nella vita), visto come unico criterio dell’agire (cfr. il diffuso modo odierno di vivere le relazioni affettive non solo pre, ma anche matrimoniali), sia bandire le forme di falso amore (come l’eutanasia e l’aborto).
Tutto chiaro?