mercoledì 31 dicembre 2008

Come (non) si smonta una sentenza

Il neurologo Gian Luigi Gigli torna ad attaccare dalle colonne del giornale dei vescovi le sentenze sul caso Englaro («“Eluana, le sentenze non reggono più”», Avvenire, 30 dicembre 2008, p. 11). Vediamo alcuni dei suoi argomenti – non tutti nuovissimi, a dire il vero.
All’irreversibilità dello stato vegetativo (in termini assoluti e non solo probabilistici) il mondo scientifico e la medicina non credono per nulla e nessuno si azzarda più a riproporla come argomento del dibattito.
Al professor Gigli non bastano i termini probabilistici? Allora non dovrebbe considerare irreversibile neppure la morte. Se le particelle che compongomo un corpo invertissero esattamente il loro corso, il morto tornerebbe alla vita: è estremamente improbabile ma non è fisicamente impossibile (alle lezioni di fisica del liceo si usa l’esempio meno macabro dell’uovo che cade per terra, ma il principio non cambia). Ma anche parlando di probabilità non infinitesimali: il professor Gigli può dimostrare – in termini assoluti e non solo probabilistici – che le persone che si sono fatte crioconservare dopo la morte nell’azoto liquido (quasi 170, ormai), sperando di essere riportate un giorno alla vita da una tecnica avanzata, sono delle illuse? Ci si può far gioco di questa (esigua) speranza, certo; ma dimostrare che è falsa? E cosa dovremmo dedurne riguardo al trattamento dei cadaveri?
Ancora: il professor Gigli è in grado di citare studi scientifici che documentino il risveglio spontaneo dallo stato vegetativo dopo più di 36 mesi dal suo esordio? Il fatto che non ne esista nemmeno uno non ci dice proprio nulla sulle reali probabilità che Eluana Englaro si risvegli, dopo che di mesi ne sono passati 203?
La documentazione della volontà della paziente di rifiutare le cure è stata quanto meno approssimativa e si fonda solo sulla ricostruzione induttiva della sua personalità, basata su una dichiarazione emotiva di fronte a un evento drammatico, riportata da terzi, senza essere passata attraverso la maturazione di quella piena consapevolezza che [è] necessaria a esprimere il consenso davvero informato che si richiede in medicina. Chi scrive inoltre è consapevole del fatto che esistono altre testimonianze, contraddittore [sic] con la ricostruzione di personalità proposta dal padre e da alcune amiche, di cui il magistrato non ha tenuto alcun conto.
Se la volontà di Eluana è stata ricostruita sulla base di una sua dichiarazione perché allora il professor Gigli dice che si tratta di una «ricostruzione induttiva»? È falso poi che si tratti di una dichiarazione di fronte a un evento drammatico: Gigli evidentemente non ha letto il decreto della Corte d’Appello che sta criticando, perché saprebbe altrimenti che si tratta di diverse dichiarazioni sollecitate da ben quattro casi differenti (e altri casi sono quasi certamente presenti nelle carte processuali precedenti). È falso ancora che esistano testimonianze contraddittorie su questo punto: alcune persone hanno dichiarato alla stampa cattolica di non aver mai sentito Eluana parlare di questi argomenti. Trarre deduzioni e silentio è sempre imprudente, ma in presenza di testimonianze contrarie rese sotto giuramento diventa addirittura temerario. Quanto al consenso informato, Gigli ne travisa gravemente il significato: mentre il medico che propone un intervento terapeutico è tenuto a informare il più compiutamente possibile il paziente, sarebbe un’aberrazione sostenere che il paziente abbia un obbligo giuridico a informarsi per poter rifiutare lo stesso intervento.
la presenza del riflesso della deglutizione, sia pur mantenuto parzialmente, imporrebbe, con le dovute cautele per evitare polmoniti da ingestione, di ‘perdere’ tutto il tempo necessario per nutrire la paziente per bocca.
Le «dovute cautele» non impedirebbero verosimilmente che Eluana incorresse prima o poi in una polmonite da ingestione: con un cucchiaino più di tanto non si può fare. E non coglie il professor Gigli anche in questa nutrizione al rallentatore, pericolosa, acrobatica, un carattere di chiaro accanimento? Che poi lo si definisca terapeutico o meno, francamente poco importa: siamo liberi solo dai trattamenti sanitari, o anche da ogni atto che violi il nostro corpo contro la nostra volontà?
Per non contravvenire alle regole di Buona Pratica Clinica, sancite dalla dichiarazione di Helsinki, il medico dovrebbe intervenire somministrando liquidi ed elementi nutritivi e non nascondendo la sofferenza stessa con sedativi e antidolorifici. È evidente che in tal modo il decreto non potrebbe essere applicato, ma è altrettanto evidente che se ci si ostinasse a farlo applicare, il giudice si assumerebbe la responsabilità di indurre i medici a comportamenti deontologicamente scorretti.
La Dichiarazione di Helsinki riguarda in realtà la ricerca medica condotta su soggetti umani: il professor Gigli potrebbe spiegare da quando in qua Eluana Englaro è divenuta un soggetto sperimentale? E comunque, potrebbe anche spiegarci come interpreta l’art. 20 della stessa Dichiarazione:
Nel caso di soggetto non responsabile legalmente, il consenso informato dovrebbe essere ottenuto attraverso il tutore legale in accordo con la legislazione locale. Laddove l’incapacità fisica o mentale rende impossibile ottenere un consenso informato o quando il soggetto è un minore, il permesso del parente responsabile sostituisce quello del soggetto in accordo con la legislazione locale.
A proposito di tutori, ecco quanto scrive ancora Gigli:
Non sarebbe male, infine, che il curatore speciale fosse realmente indipendente dalle scelte del tutore e non fosse invece un avvocato di sua fiducia. Garanzia ancor maggiore si avrebbe, poi, se le sue scelte fossero alternative a quelle del tutore.
Cito da un articolo recente del Corriere della Sera (Grazia Maria Mottola, «Eluana, no di Udine alla morte in clinica», 10 dicembre, p. 19):
la curatrice speciale di Eluana, Franca Alessio, nominata nel novembre 2005 dal Tribunale di Lecco, per la prima volta al cospetto del padre di Eluana, Beppino Englaro, nell’udienza del successivo 15 dicembre (si sono conosciuti lì)
Strano «avvocato di fiducia» quello che non si conosce se non dopo la sua nomina, vero? Impagabile poi il commento di Gigli sulla «garanzia ancor maggiore» che si avrebbe se le scelte della curatrice contraddicessero quelle del tutore: la curatrice speciale sta lì per rappresentare gli interessi di Eluana, non per fare il bastian contrario. Se le decisioni del tutore (Beppino Englaro) tutelano Eluana, la curatrice speciale adempierà i suoi compiti dando il proprio assenso, non negandolo.
è urgente una posizione di garanzia anche per un innocente agnello sacrificale che si vorrebbe immolare sull’altare dell’ideologia.
Su questo, infine, possiamo convenire per una volta con il professor Gigli: è proprio così, è proprio quello che sta accadendo. Il suo articolo ne è la miglior dimostrazione.

martedì 30 dicembre 2008

Il paternalismo è duro a morire

Enza Cusmai intervista Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, sul caso della donna che ha preferito lasciarsi morire piuttosto che subire l’amputazione di una mano e di un piede (i particolari del caso su Repubblica). Dalle risposte – se correttamente riportate – sembra emergere una malcelata insofferenza per i limiti imposti al medico dall’art. 32 della Costituzione («“Noi camici bianchi abbiamo le mani legate: dobbiamo rispettare le volontà del malato”», Il Giornale, 29 dicembre 2008, p. 20; i corsivi sono miei):
Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, è possibile lasciarsi morire per non farsi amputare mano e piede?
«Purtroppo è possibile. Il medico deve tenere conto delle volontà espresse dal paziente. In Italia valgono le convenzioni internazionali, compresa quella di Orvieto [sic! È «Oviedo», naturalmente], che fanno riferimento a ciò che decide il malato. E mi pare che nel caso di cui si parla la dichiarazione di non farsi curare sia stata espressa in maniera chiara, di fronte a magistrati».
Però la paziente era ricoverata in un reparto psichiatrico.
«Dove c’erano medici che avranno confermato la sua capacità di intendere e di volere. E se per i giudici non era necessaria la nomina di un tutore, non c’è nulla da obiettare».
Anche se c’è sproporzione tra la cura e le sue conseguenze?
«Il medico può intervenire solo in caso di urgenza. Altrimenti va rispettato il volere del paziente».
Ma non vi sentite le mani legate?
«Il medico è il ventre molle della situazione. Dobbiamo trovare una mediazione rispettosa tra il volere del malato e la nostra deontologia. Insomma, se una situazione contrasta con la nostra coscienza, possiamo obiettare».
In un caso tragico come questo, lei come si sarebbe comportato?
«Avrei tentato fino all’ultimo di convincerla a curarsi. Ma fino a che non c’è una legge nazionale che pone dei paletti non possiamo fare molto altro».
Passi per quel «purtroppo» all’inizio dell’intervista, che si può attribuire alla compassione per la sorte della donna. Ma già il riferimento all’obiezione di coscienza è del tutto fuori luogo in un caso come questo. Il medico può obiettare quando gli viene richiesto di praticare un intervento che contrasti con la sua scienza e la sua coscienza; ma per lo stesso principio non può rifiutare di astenersi dal fare qualcosa che contrasta con la coscienza del paziente. Il medico possiede un sapere tecnico superiore, ma non anche valori superiori.
Il peggio viene raggiunto alla fine dell’intervista. Ti aspetteresti una difesa convinta del principio del consenso informato, che dovrebbe ormai essere patrimonio acquisito dell’intera classe medica, e invece Benato pare strizzare l’occhio alla possibilità di una legge restrittiva (e incostituzionale). Sì, il paternalismo medico – che è potere di un uomo su un altro uomo – è duro a morire.

lunedì 29 dicembre 2008

Zittiamolo

Lucia Bellaspiga intervista per il giornale dei vescovi l’oncologa Carla Ripamonti, tra i firmatari di un appello contro le sentenze dei tribunali sul caso Englaro («“Vivo con i malati terminali. Su Eluana dico: fermiamoci”», Avvenire, 28 dicembre 2008, p. 11):
[Beppino] Englaro è una figura estremamente sofferente, estremamente da comprendere e da rispettare, soprattutto da tenere fuori dal giro dei media.
Soprattutto.

Esattamente la stessa cosa

Luca Volontè, «Aborto e pedofilia, i “re Erode” dei nostri tempi» (Libero, 28 dicembre 2008, p. 14):
Ancora quei piccoli di casa nostra, violentati da maniaci e depravati sessuali in colletto bianco, quei nostri piccoli uccisi nei sentimenti da insegnanti che odiano il Presepe, il Natale e lo stesso Gesù bambino.

domenica 28 dicembre 2008

La ballata dell’angelo ferito

Di Guido Ceronetti (da Repubblica).
Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace

Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna

Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita

Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto

Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama

Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola

Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente

Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura

E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro

Verso il terrorismo integralista?

Grazia Maria Mottola, «Lettera choc di un prete: “Ho cercato di portare via Eluana per salvarla”», Corriere della Sera, 28 dicembre 2008, p. 21:
MILANO — «Un po’ di giorni fa sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via di lì e a metterla in un luogo dove nessuno la faccia morire». Chi scrive è un prete, don Paolo Zaccaria; la persona che avrebbe voluto «portare via» è Eluana Englaro.
Un piano assurdo, forse solo un pensiero folle, raccontato in una lettera indirizzata a papa Benedetto XVI, mai spedita, ma finita nelle mani del vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli, che ne ha confermato autore e contenuti: «L’ho letta e ne ho parlato con don Paolo, so che lui ci tiene molto ad Eluana, non dorme di notte nella prospettiva di quello che le faranno. Ma non credo che volesse davvero portarla via: si sarà trattato di un desiderio».
È il 3 dicembre scorso, meno di due settimane dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato l’autorizzazione a sospendere idratazione e alimentazione artificiali a Eluana. Don Paolo Zaccaria, sacerdote della Diocesi di Taranto, specializzando in biologia evolutiva all’Università di Bologna (per questo vive a Imola) scrive rivolgendosi al Papa per confidargli il suo tormento: «Carissima Santità, sono un suo prete, le scrivo per scongiurarla di non lasciare che Eluana muoia. È da questa estate che dico la Messa perché Dio la svegli e tutti i miei amici pregano per questo». Poi la «confessione»: «Le confesso che sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via (alle leggi ingiuste si può disobbedire!).
Non siamo riusciti a metter neanche il naso nella clinica né nella casa delle suore. Abbiamo dovuto decidere se fare del gran chiasso lì, ma non sarebbe servito a non farla morire, anzi, magari avrebbero accelerato tutto. Abbiamo pregato e basta». Il testo continua, descrivendo un tentativo di bloccare la sentenza per vie legali, affidandosi a un avvocato, e la sofferta promessa «di pregare e basta» fatta al suo vescovo (quello di Taranto). La lettera, mai imbucata, viene discussa invece da don Paolo con il vescovo di Imola, poi arriva a Taranto e diventa fonte di ispirazione di una neonata associazione, la «Compagnia degli uomini vivi», fondata proprio dagli «amici» di don Zaccaria: un gruppo fortemente motivato a non «lasciar morire Eluana», attualmente alle ricerca di un «modo» per impedire che la ragazza venga spostata dalla clinica di Lecco.

Aggiornamento: in un esempio piuttosto impressionante di preveggenza, Malvino aveva anticipato il tentato rapimento pochi giorni prima che ne fosse data notizia.

Una risposta su Victor e Padre Aldo

Ricevo da Miriam Della Croce copia della risposta a ciò che Nerella Buggio, don Ferdinando Dell’Amore e padre Aldo Trento («Le follie di un missionario?», CulturaCattolica.it, 23 dicembre 2008) hanno scritto a proposito della sua lettera apparsa sul Manifesto qualche giorno prima, di cui ci siamo occupati su Bioetica. Trascrivo una delle parti a mio parere più significative della risposta di Miriam Della Croce:
[Nerella Buggio] dice: «Io comprendo il suo scandalo, perché stare di fronte a chi soffre non è facile né scontato, ma la vera domanda è chi siamo noi per decidere che Victor muoia? La pietà consiste nell’accudirlo sino a quando morirà, o nel farlo morire per non vederlo soffrire?»
Io non mi sono scandalizzata per la creatura sofferente, ma per le parole e l’atteggiamento di padre Aldo. Il bimbo malato non scandalizza; fa solo una gran pena; è angosciante. Poi chiede: «chi siamo noi per decidere che Victor muoia?». Posso risponderle così: per l’appunto, chi siamo noi per decidere che Victor resti sulla croce più di quanto ci restò il Signore? Chi siamo noi per decidere di impedirgli di volare subito in cielo, riempiendolo di «cannucce che entrano ed escono dal corpo» (cito le parole di padre Aldo), nonché di medicinali, se non servono per farlo guarire? L’ultima domanda, invece, è posta male. Quella corretta è questa: la pietà consiste nel protrarre la sua vita di sofferenza, o nel permettere che muoia affinché non soffra ulteriormente?
Capisce a quali aberrazioni può portare la visione del mondo attraverso la lente deformante di un falso cristianesimo, di un concetto sbagliato di Dio? Se siamo persuasi che il «non senso» di una malattia gravissima, abbia un senso, se siamo persuasi che la sofferenza di quella creatura sia addirittura chiesta da Dio, se vediamo in quel lettino un «piccolo Gesù deforme» anziché un bambino, allora alteriamo la realtà, e possiamo anche protrarre per settimane, o mesi, o qualche anno la sua esistenza, senza porci il problema se lui voglia vivere in quelle condizioni. Non è lui, Victor, che conta, ma il presunto assurdo significato della sua sofferenza; non è Victor che conta, ma il «Gesù deforme», da baciare e accarezzare. Ed allora possiamo anche permetterci tranquillamente di fotografarlo, dopo averlo preparato con cura tra due bei cuscini azzurri; e possiamo permetterci di diffondere la sua immagine, senza chiederci se non significhi mancargli di rispetto. Ecco perché ho trovato sconcertante la fotografia.
Se lei legge attentamente la lettera di padre Aldo, si renderà conto che il missionario parla del bimbo come nessun padre amorevole riuscirebbe mai a parlare di un figlio malato. Il missionario è davvero un cristiano fortunato: anziché inginocchiarsi davanti ad un crocifisso di legno o di marmo, può genuflettersi davanti ad un «piccolo Gesù deforme che agonizza e geme», in carne e ossa. Ma in quel lettino c’è solo un bimbo gravemente malato che non ha bisogno di adoratori genuflessi.

venerdì 26 dicembre 2008

giovedì 25 dicembre 2008

Idratazione e nutrizione devono essere irrinunciabili (cit.)

Così dice Angelo Bagnasco. E, viene da aggiungere, soprattutto a natale una buona bottiglia e una bella mangiata sono davvero irrinunciabili.
Ma viene il dubbio che Bagnasco, più che irrinunciabili, intenda obbligatori.
Cioè non puoi decidere tu, te li prendi e basta. E non protestare, tanto non serve. Beccati senza fiatare idratazione e nutrizione (artificiale o naturale, fa poca differenza).

Meglio la polmonite?

Dal Corriere della Sera del 24 dicembre, p. 22, due articoli a cura di Grazia Maria Mottola a proposito della «scoperta» del professor Giuliano Dolce sul fatto che Eluana Englaro sarebbe ancora in grado di deglutire il cibo da sola. «“No, le verrebbe la polmonite”»:
«Che Eluana deglutisca non è una cosa sconvolgente, assolutamente non in grado di cambiare le condizioni in cui si trova». Mauro Zampolini, responsabile del Dipartimento Riabilitazione Asl 3 in Umbria, e direttore del «Giscar», gruppo italiano per lo studio delle gravi cerebrolesioni acquisite, parla alla luce della sua esperienza tra i pazienti in stato vegetativo: «È ricorrente che questi malati conservino in parte la capacità di deglutire, ma si tratta di un’attività incosciente, quindi rischiosa. Per questo motivo si usa alimentarli con il sondino. Non bisogna stupirsi, però, che provando a nutrirli per bocca, li si veda deglutire. Il problema è che parte del cibo potrebbe finire in trachea. Che cosa succederebbe a Eluana? Se la si alimentasse per via naturale, morirebbe di polmonite».
«“Eluana può mangiare”. “No, serve il sondino”. È scontro tra i medici»:
Non perde la calma Carlo Alberto Defanti, neurologo, che da 12 anni cura Eluana: «Dolce ha visto la ragazza solo una volta. Io posso dire che spesso ha un ingombro delle vie aeree alte a causa di problemi alla deglutizione: se la alimentassimo per bocca, parte del cibo le finirebbe in trachea, rischiando la broncopolmonite. Ecco il perché del sondino». Linea confermata anche dal presidente della Società italiana di nutrizione artificiale, Maurizio Muscaritoli.

Riflessioni natalizie sul ciurlare nel manico, il professor D’Agostino e i principi della morale

Ognuno, inevitabilmente, ha le proprie idiosincrasie linguistiche: parole, modi di dire che si trovano insopportabili, che ti fanno raggricciare al solo sentirli o vederli scritti. Per qualcuno può essere «un attimino», o l’atroce «piuttosto» usato come congiunzione disgiuntiva; nel mio caso – tra le altre cose – è l’espressione «ciurlare nel manico». Non so spiegare bene perché: forse è per quell’aria di desuetudine, di modo di dire sopravvissuto al suo tempo, che non si intende più tanto bene (non è un caso, credo, che si trovi spesso usato apparentemente col significato di «prendersi in giro», «dire intenzionalmente fregnacce», mentre il redivivo De Mauro ci informa che vuol dire invece «temporeggiare per sottrarsi a un impegno o a un dovere», «non essere saldo nelle proprie idee»); forse è per una certa goffagine equivoca che ne traspira, come se nascondesse qualche grassoccio doppio senso. Fatto sta, in ogni caso, che la detesto vivamente. Figuratevi quindi quando leggendo l’ultimo articolo del professor Francesco D’Agostino («Non ciurliamo, l’indisponibilità della vita è un argine antropologico», Il Foglio, 23 dicembre 2008, p. III) me la ritrovo ripetuta ben cinque volte, senza contare l’attestazione monca nel titolo (e con un senso che, qualunque sia, non sembra corrispondere tanto a quello del De Mauro o di altri dizionari). Ma noi di Bioetica siamo ossi duri – e poi nel brano che vado qui a commentare l’orrenda espressione misericordiosamente non compare.
Se […] ritenessi che ogni cittadino può (come l’unico vero giudice della qualità della sua vita, quindi per ragioni insindacabili) non solo disporne [della propria vita], ma esigere che lo stato lo “assista” a realizzare il suo eventuale desiderio di essere soppresso, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello stato? A differenza del singolo, che sostiene che “nessuno lo può giudicare”, lo stato, almeno quello democratico, si lascia senza alcuna difficoltà giudicare dai propri cittadini. Non è vero forse che esso ha come proprio compito primario quello di garantire il bene comune?
E se il bene comune esigesse la soppressione di alcuni cittadini? Pensiamo ai costi per il servizio sanitario nazionale che implicano il far sopravvivere un neonato disabile o l’assistere tanti malati e anziani; pensiamo al rischio di contagio anche mortale che alcuni, pochi cittadini fanno inutilmente correre a tutti gli altri, ai “sani”; pensiamo all’efferatezza di alcuni delitti, che rendono i colpevoli non solo umanamente disgustosi, ma anche socialmente pericolosissimi e meritevoli di essere tolti definitivamente di mezzo... non sono questi buoni argomenti per sostenere che lo stato (lo stato democratico, che si prefigge un solo obiettivo, quello di garantire il bene comune!) può legittimamente disporre della vita dei suoi cittadini?
Sarei stato tentato di rispondere alla domanda di D’Agostino – «Se ritenessi che ogni cittadino può disporre della propria vita, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello Stato?» – in modo un po’ brusco: «Perché altrimenti, gentile professore, riterrebbe vere due proposizioni contraddittorie: che la sua vita le appartiene (e con questo si intende comunemente che appartiene solo a lei), e che la sua vita appartiene allo Stato»; dopodiché avrei pubblicato il post, chiuso il portatile e sarei andato a farmi una passeggiata a mare. Ma il professor D’Agostino, immagino, potrebbe replicare in questo modo: «Non ciurliamo nel manico. Quello che volevo dire è che nel momento in cui si abbandona l’assolutezza di un principio – nel nostro caso, l’indisponibilità della vita umana – per sottometterlo a qualche convenienza più o meno contingente, tutto diventa possibile: anche derogare a quello stesso principio in un’altra direzione». E questo, bisogna convenirne, richiede una risposta un po’ più articolata.
Quando il tuo sistema di coordinate mentali ha origine da un punto prefissato, è facile prendere ogni spostamento a un altro punto di quello spazio come un allontanamento, un venir meno al principio. Ma può capitare che quel punto diverso sia in realtà l’origine a sua volta di un altro sistema di coordinate... Consideriamo il principio di non aggressione: nessuno può interferire con le libere scelte di un altro. Certo, è un principio che dispiace a chi, come il professor D’Agostino, sostiene che sia la vita ad essere indisponibile, e non la libertà dalle interferenze altrui: se nessuno mi può aggredire allora nessuno mi può neppure imporre terapie che non ho richiesto, nessuno può interferire col mio libero accordo con un medico che mi pratichi l’eutanasia, etc. Questo però non vuol dire che tutto diventa possibile – proprio perché anche qui abbiamo un principio assoluto. Lo Stato non mi può sopprimere appena finisco su una sedia a rotelle o perché sono sieropositivo, per la buonissima ragione che io non voglio essere soppresso.
Immagino che il professor D’Agostino protesterebbe ancora: «Ma questo è ciurlare nel manico! Anzi peggio: è relativismo! Tanti principi morali diversi, tutti validi!». Si tranquillizzi, professore: a differenza di quello che succede nello spazio fisico, nello spazio dell’etica non tutti i sistemi di coordinate si equivalgono. Da un lato abbiamo un principio che ci costringe ad assistere senza poter fare nulla alle torture inenarrabili di un bambino perché qualcuno ha deciso che la sua vita è sacra e che ricorda in modo tanto edificante le torture di Cristo; a calpestare le sentenze dei tribunali, la pietà di un padre e volontà espresse a chiare lettere, per il solo scopo di far sì che l’involucro fisico di quella che una volta era una persona possa continuare a svolgere le proprie funzioni biologiche. Dall’altro lato abbiamo invece un principio che avrà pure qualche conseguenza più o meno paradossale, ma che per definizione non costringe nessuno a qualcosa che non vorrebbe, e che riconosce – in accordo con una saggezza plurimillenaria – che la libertà è talmente cara che per essa si può a volte arrivare a sacrificare persino la propria vita. Anche solo esitare a scegliere fra questi due principi significherebbe – uhm, come dirlo? Oh, beh, al diavolo, d’accordo: significherebbe, uff, ciurlare nel manico (argghh!).

Al Foglio sono già cominciate le libagioni di Natale

Giudicate voi stessi (Giuliano Ferrara, «Indecente futuro natalizio, dalla provetta alla fiala», 22 dicembre 2008, p. 1):
Siete sicuri di quello che state facendo? Lo domando ai genitori e ai medici della bambina fabbricata senza il gene Brca1 del cancro al seno, che sta per nascere a Londra, fecondata in provetta con scarto di tre embrioni […]
Il caso singolo è quello di una famiglia esposta seriamente al rischio del cancro al seno. Decide di provarci, di assicurarsi una discendenza che quel rischio lo eviti. Invece di fare un figlio, lo concepisce in provetta e lo medica, togliendogli il gene: insomma, compie un esperimento di eugenetica. Qui l’eugenetica offre il suo volto positivo, di cura e non di selezione, di “eliminazione della diversità biologica” (per esprimermi nello stupido linguaggio della diversità politicamente corretta). Qui non si fa fuori nessuno, a parte gli embrioni scartati, non si estingue un parto a rischio buttando via il bambino (letteralmente) con l’acqua sporca, no, qui si interviene sul codice genetico e si mutano certe caratteristiche. Gli stessi medici e biologi ti dicono che facendo così non hai risolto il problema, perché quel gene, il Brca1, non è affatto l’esclusivo responsabile del cancro al seno, anzi, la maggioranza di quei tumori dipende da altri fattori tra i quali il mancato allattamento materno e la mancata gravidanza. […]
Io dico solo che quella bambina senza quel gene non è l’inveramento mitico del figlio sano, che è purtroppo soltanto una illusione; e che una società alla fine fondata su quel tipo di selezione, destinata a programmare e produrre i figli a quel modo, condensando l’amore nel probabilismo genetico di una provetta, è una società palesemente malata.
Bambina «fabbricata senza il gene Brca1»? Un figlio medicato «togliendogli il gene»? «Si interviene sul codice genetico e si mutano certe caratteristiche»? Di che sta parlando quest’uomo? Come sa chiunque sia appena appena informato in materia, le tecniche esistenti sono ben lontane dal consentire un intervento di ingegneria genetica di questo tipo (che, a essere un pochino pedanti, non consisterebbe nel «togliere il gene» – così otterresti solo un embrione morto – ma nel correggere una mutazione di quello stesso gene). L’intervento è stato di pura e semplice selezione di embrioni – quella tanto aborrita da Ferrara. Basta un’occhiata alla stampa seria, come il Telegraph (Kate Devlin, «Baby selected to be free from breast cancer gene», 19 dicembre). L’equivoco, come documentava Ivo Silvestro qualche giorno fa («Geneticamente modificato?», L’Estinto, 20 dicembre), sembra essere nato in Italia. Da notare comunque che Ferrara, contraddittoriamente, dopo aver opposto il fantomatico intervento di ingegneria genetica alla selezione embrionaria torni a parlare qualche riga dopo di «una società alla fine fondata su quel tipo di selezione».
Paradossale anche il considerare l’espressione «eliminazione della diversità biologica» come un esempio dello «stupido linguaggio della diversità politicamente corretta»: il politically correct, a quanto ne so, consiste nell’esaltazione della diversità, non in quella dell’eliminazione della diversità...
I problemi diventano più seri quando Ferrara attacca a sostenere che «quel gene, il Brca1, non è affatto l’esclusivo responsabile del cancro al seno, anzi, la maggioranza di quei tumori dipende da altri fattori». Come già abbiamo avuto modo di notare su Bioetica (il lettore riesce a indovinare a quale altro quotidiano ci riferivamo in quell’occasione?), c’è qui un’incresciosa confusione fra il rischio calcolato sulla popolazione in generale – a cui in effetti il gene BRCA1 contribuisce in maniera abbastanza limitata – e il rischio per il singolo affetto dalla mutazione, oscillante fra il 46% e l’87%: che non è affatto poco. Chi non si fida dei calcoli è invitato a chiedersi se gli sembra normale quello che è successo nella famiglia del padre del bambino di cui stiamo parlando (il portatore della mutazione): tre generazioni di donne che hanno sviluppato il cancro al seno prima dei vent’anni di età, fra cui la madre, la sorella, una nonna e una cugina. Non basta non avere figli o non allattarli per raggiungere questi livelli di rischio, credetemi.
Infine, possiamo essere d’accordo su una cosa con Ferrara: «che quella bambina senza quel gene non è l’inveramento mitico del figlio sano, che è purtroppo soltanto una illusione». Naturalmente, l’unico a farsi quell’illusione è lo stesso Ferrara, dato che non risulta che quei genitori e quei medici abbiano mai voluto ottenere «inveramenti mitici»: si sono limitati a cercare un figlio più sano, non un figlio assolutamente sano. C’è una certa differenza fra le due cose.

Ora, dobbiamo forse pensare che il direttore del Foglio possa dedicare un lungo commento a un evento che non si è mai verificato nei termini riportati, solo perché non è stato in grado di controllare un giornale in inglese e si è fidato invece di qualche sgangherata agenzia nostrana? Che in tutta la redazione del Foglio – i mitici Foglianti! – non ci sia uno straccio di redattore scientifico che possa allertare il Direttore su uno sfondone come questo? Che l’intelligentissimo Ferrara, oltre a dissertare di cose che non conosce e sulle quali non ha sentito il bisogno di informarsi, riesca pure a scrivere enunciati contraddittori nell’arco di poche righe e a proporre bizzarre notazioni linguistiche? Che fornisca con disarmante irresponsabilità informazioni fuorvianti su patologie gravissime, sminuendo implicitamente le tragedie di molte famiglie? E che alla fine di tutto ciò proponga anche un bel sermoncino grondante odio contro nemici fabbricati da lui stesso?
Io non posso credere a tutto questo. Mi rifiuto. Beh, magari facciamo un’eccezione per l’ultima accusa. Per il resto, credo più banalmente che al Foglio abbiano cominciato i festeggiamenti natalizi con un po’ in anticipo; qualcuno deve aver ecceduto con le libagioni – si sa come vanno queste cose, specie quando si festeggia la ricorrenza dell’evento fondante dell’Occidente giudaico-cristiano-sanamente-laico-ateo-clericale (uhm, forse giudaico è di troppo, in questo caso?). Un po’ di comprensione, insomma: sono incidenti che capitano. E tanti sinceri auguri di buon Natale al Foglio, al suo Direttore e ai Foglianti tutti quanti da parte di Bioetica!

martedì 23 dicembre 2008

Statolatria e Stato cristiano

Carlo Galli, «Se la Chiesa esige uno “Stato cristiano”» (La Repubblica, 22 dicembre 2008, p. 1):
Era parecchio tempo che non si sentiva utilizzare, nel dibattito pubblico, il termine “statolatria” (culto dello Stato): se ne è servito l’arcivescovo Angelo Amato per polemizzare contro l’Educazione alla cittadinanza, nuova materia di insegnamento nella Spagna di Zapatero. Per il prelato si tratta di un “indottrinamento laicista” che rinnova, in forme mutate, la pretesa dello Stato di esercitare sui cittadini un’autorità non solo legale, esteriore, ma anche pedagogica e morale, interiore. Uno Stato che fa concorrenza a Dio.
[…]
Ma che cosa significa il ricorso polemico al termine “statolatria” nel dibattito di oggi, quando lo Stato, con ogni evidenza, non ha più quelle pretese? Quando lo Stato etico è un’esperienza sconfitta dalla storia, e tutta la riflessione politica e morale, si orienta altrove per individuare le coordinate della libertà individuale e collettiva? Qual è la ragione di questo anacronismo lessicale?
Siamo davanti, di fatto, all’equiparazione dello Stato laico contemporaneo allo Stato etico, all’assimilazione dell’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica con la trasmissione autoritaria di specifici contenuti dottrinari, al timore che quando lo Stato educa al rispetto dei diritti realizzi una limitazione della libertà personale e collettiva, che il potere sia ormai (secondo le parole dell’arcivescovo) “biopolitico”, che cioè si intrometta nella vita intima delle persone.
Ora, in questa argomentazione sono evidenti alcuni limiti: il primo è che tutto ciò sembra ricalcare le polemiche ecclesiastiche ottocentesche contro l’istruzione pubblica promossa dallo Stato, vista come una violazione dei diritti delle famiglie. Il secondo è che la Chiesa definisce “biopolitica” la legge di uno Stato, ma non la propria impressionante serie di divieti, che vincolano gravemente i diritti dei singoli credenti a determinare in modo autonomo come vivere, amare, procreare, morire. Il terzo limite è infine che qui si interpreta polemicamente come un contenuto ideologico particolare (e pericoloso) proprio quel principio di laicità dello Stato che è al contrario la condizione universale formale che fonda e garantisce la coesistenza dei singoli soggetti e dei gruppi sociali.
Lo Stato laico (quale cerca di essere la Spagna) non può non insegnare ai giovani il pluralismo e la tolleranza. E non può non spiegare, a tutti i cittadini, che la legittimità del legame politico democratico e dei doveri che ne derivano sta nel fatto che le leggi dello Stato rispettano e valorizzano i diritti umani, civili, sociali e politici, e non servono ad affermare un’identità religiosa o culturale (né, ovviamente, etnica), neppure se è quella della maggioranza. Questo non è l’insegnamento di un’ideologia che fa dello Stato un idolatrico concorrente di Dio, ma della libertà dei moderni, e dei contemporanei.
E se non si vuole comprendere che la laicità dello Stato non è un opinabile valore fra gli altri ma è la decisione fondamentale della civiltà moderna che realizza la tutela politica della libera espressione sociale di ogni possibile fede e cultura, dell’uguale dignità dei più vari progetti di vita purché non implichino violenza e dominio su altri; se si critica e si combatte come statolatria, come culto dello Stato, l’esistenza e l’azione di uno Stato che rende possibili tutti i culti (e anche il rifiuto dei culti) e tutte le culture; allora in realtà non si vuole, al di là delle espressioni verbali, uno Stato laico ma uno Stato cristiano, o almeno uno Stato che di fatto privilegia il cristianesimo. Come la distinzione fra laicità e laicismo, così il ricorso al termine “statolatria” è quindi più che una scelta linguistica: è un chiaro segno, fra molti altri, di un preciso indirizzo di politica ecclesiastica di cui farebbero bene a essere consapevoli tutti quei laici che del ruolo dello Stato hanno ancora un concetto adeguato.

lunedì 22 dicembre 2008

Strasburgo: irricevibile il ricorso sul caso Englaro

Dal Corriere della SeraEluana, Strasburgo dà ragione a Englaro», 22 dicembre 2008):
STRASBURGO – La Corte europea per i diritti dell’uomo ha respinto, giudicandolo «irricevibile», il ricorso presentato da diverse associazione contro la sentenza della Corte d’appello di Milano sul caso di Eluana Englaro. […] Il ricorso era stato presentato un mese fa da alcune associazioni cattoliche di parenti, amici e medici di malati in stato vegetativo o gravemente disabili, e da un’organizzazione per i diritti umani.
«I ricorrenti – osserva Strasburgo – non hanno alcun legame diretto» con Eluana. Inoltre, il procedimento giudiziario di cui «criticano il risultato e temono le conseguenze, non li tocca direttamente» perché la decisione della Corte d’appello di Milano riguarda «solo le parti direttamente coinvolte» e «i fatti oggetto» della sentenza. Il giudizio di «irricevibilità» emesso dalla Corte di Strasburgo – si legge in una nota diffusa dalla stessa Corte – riguarda i ricorsi presentati tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre da rappresentanti di persone gravemente handicappate, un’associazione di difesa dei diritti dell’uomo, medici e avvocati.
Questo pronunciamento fa giustizia dell’orrenda menzogna messa in giro da tanti sedicenti difensori dei disabili, che la sentenza Englaro sarebbe stata il preludio di una strage di innocenti. La decisione della Corte d’appello di Milano riguarda «solo le parti direttamente coinvolte» e «i fatti oggetto» della sentenza: non occorreva scomodare Strasburgo per conoscere questa verità lapalissiana.
Quante sentenze ancora ci dovranno essere, quante corti dovranno pronunciarsi perché il diritto di Eluana sia riconosciuto?

«La vorace piovra»

Su LibMagazine di oggi la prima puntata di una raccolta commentata degli articoli comparsi dal 1889 al 1937 (vigilia delle leggi razziali fasciste) su Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, a proposito del «pericolo giudaico» (Piero Dell’Olivo e Barbara Mella, «La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere», 22 dicembre 2008):
Riconosciuta questa attitudine giudaica come incorreggibile, la Civiltà Cattolica, sempre nel 1937, concludeva che essa attitudine «si poteva soltanto tenerla a freno con il “ghetto”, cioè con restrizioni giuridiche e coercitive, senza persecuzioni, in modo adatto ai nostri tempi».
Illuminante.

Etnie

Ma chi è il sottotitolista??

Buon solstizio!

Il giorno ritorna a crescere. Auguri a tutti i lettori di Bioetica!

Greta ed Eluana

Il caso di Greta Vannucci, la ragazza ventenne che si trovava in stato vegetativo da più di un anno e che, sottoposta a un intervento chirurgico innovativo, è passata ad uno stato di minima coscienza, ha fatto chiedere a molti se questa novità scientifica potrebbe dare una speranza anche ad Eluana Englaro e riaprirne il caso giudiziario.

Va detto prima di tutto che c’è una grande differenza fra uno stato vegetativo durato 19 mesi, come era quello di Greta nel momento in cui è stata sottoposta all’intervento, il 6 agosto 2007 (l’incidente era avvenuto il 13 gennaio dell’anno prima), e uno – è il caso di Eluana – che il mese prossimo dovrebbe arrivare a 17 anni. Il cervello in questi casi va incontro a fenomeni degenerativi, e le possibilità di recupero progressivamente si affievoliscono. Non sembra un caso che, fra la manciata di ritorni spontanei dallo stato vegetativo permanente scientificamente documentati, nessuno si sia verificato dopo 36 mesi dal trauma iniziale. Lo stesso chirurgo che (assieme a Barbara Massa Micon) ha operato Greta, Sergio Canavero, ammette comunque di non sapere se Eluana sarebbe operabile, a causa delle sue condizioni debilitate.
Il punto fondamentale è però un altro. Gli organi di stampa hanno parlato di «risveglio»; ma se andiamo a vedere in cosa consista veramente la condizione in cui si trova adesso Greta, il termine rischia di essere fuorviante. Lo stato di minima coscienza viene definito come una condizione in cui il paziente dimostra segni chiari ma limitati di coscienza di sé o dell’ambiente circostante; diversamente che nella piena coscienza, non è però in grado di impegnarsi in una comunicazione interattiva, né di usare appropriatamente gli oggetti (J.T. Giacino et al., «The minimally conscious state: definition and diagnostic criteria», Neurology 58, 2002, pp. 349-53). Greta può eseguire semplici comandi («alza il braccio», «abbassalo»), ma non parla e riesce a stare in piedi solo se sorretta. Le speranze di uscire da questa condizione sono al momento estremamente tenui (il trapianto di cellule staminali che si vorrebbe effettuare su Greta in Cina è, mi dispiace dirlo, di efficacia perlomeno dubbia).
Il caso di Eluana Englaro è ruotato sempre essenzialmente attorno alla volontà espressa a suo tempo dalla ragazza. Ma questa volontà non riguardava solo lo stato vegetativo (Corte d’appello di Milano, sezione I civile, decreto 9 luglio 2008):
Eluana dava un valore molto profondo alla vita che però, secondo lei, doveva essere vissuta fino in fondo. Non avrebbe mai accettato una vita con limitazioni sia di tipo fisico che mentale […]
Mi ricordo in particolare due episodi. In particolare di Filippo, un altro nostro amico che aveva avuto un incidente in macchina ed era morto sul colpo. Era l’ultimo anno di liceo. Ricordo che Eluana mi aveva detto che Filippo, nella sua disgrazia, era stato fortunato perché era morto sul colpo e non era rimasto immobilizzato in coma, o comunque paralizzato o incosciente. L’altro episodio si riferisce ad un racconto delle suore di Maria Ausiliatrice presso le quali noi abbiamo frequentato il liceo. Il racconto si riferiva ad una ragazza che viveva in un polmone d’acciaio e le suore parlavano del coraggio di questa ragazza che, pur vivendo in queste condizioni, riusciva a confortare gli altri e a godere della vita, pure essendo in quelle condizioni. Io, Eluana ed altre compagne siamo rimaste molto impressionate e ci siamo chieste come fosse possibile vivere in condizioni del genere.
Trascinare Eluana su un tavolo operatorio in modo che possa eventualmente acquistare coscienza – sia pure estremamente parziale e confusa – dell’orrore della sua condizione sarebbe, credo, ancora più irrispettoso della sua volontà che trattenerla per sempre nello stato attuale. In ogni caso, come si è detto, la donna è quasi certamente inoperabile, e quindi dal punto di vista giuridico le decisioni prese fin qui dai tribunali rimangono valide.

Il rispetto per l’autodeterminazione è una dimensione presente anche nel caso di Greta. La madre della giovane ha scritto una lettera, indirizzata idealmente alla figlia (Grazia Longo, «“Greta è rinata ma niente illusioni”», La Stampa, 19 dicembre 2008, p. 13):
«Cara Greta, è arrivato il momento di decidere o no se fare il trapianto di cellule staminali. È una decisione che mai nella vita avrei voluto prendere. Greta, se tu potessi parlarmi cosa mi chiederesti? Io penso non accetteresti una “vita” senza poter godere delle cose che la vita stessa ti dovrebbe offrire. Io penso di dover andare avanti pensando proprio a questo. Non so se sono nel giusto, lo saprò solo se un giorno potremo leggere queste frasi insieme e tu potrai dirmi “mamma hai fatto bene”».
Il padre avrebbe invece dichiarato (Roberto Rizzo, «Impulsi elettrici al cervello. Ventenne esce dal coma», Corriere della Sera, 19 dicembre, p. 23):
«Io credo che Greta avrebbe preferito morire piuttosto che vedersi così», dice papà Bruno. Inevitabile chiedergli di Eluana Englaro: «La morte assistita no, proprio no. Ma la volontà di suo padre va rispettata».
La speranza eccede a volte i limiti del computabile e del prevedibile. Di questo tipo è la speranza dei genitori di Greta, a cui vanno i nostri auguri e i nostri pensieri. Una speranza che non si può e non si deve imporre a nessuno per legge.

sabato 20 dicembre 2008

Il ricatto

(ASCA) – Udine, 20 dicembre. «Sarà crisi se la giunta regionale non si opporrà all’accoglienza di Eluana Englaro in una struttura pubblica o convenzionata del Friuli per essere accompagnata alla morte». Lo conferma il segretario regionale dell’Udc, Angelo Compagnon, in una dichiarazione all’Asca. «O il presidente Tondo uscirà dall’ambiguità prendendo una posizione precisa, o l’Udc se ne andrà» afferma ancora Compagnon, aggiungendo che «il leader nazionale Casini apprezza sicuramente questa nostra posizione, perché su un valore non negoziabile come quello della vita non possiamo transigire». Se la clinica Città di Udine dovesse comunque accettare l’accoglienza di Eluana, nonostante la contrarietà della Regione – conclude Compagnon – «le conseguenze sul piano amministrativo saranno pesanti e proprio per questo riteniamo che il policlinico non si azzardi ad andare oltre».

Gli amici di Victor

Questa lettera è stata pubblicata sul Manifesto del 15 dicembre (Miriam Della Croce, «Follie di un missionario»):
Mi è capitato per caso di vedere su internet (Tempi.it 23 settembre) la fotografia sconcertante di un bambino irrimediabilmente malato, e di leggere le parole ancor più sconcertanti di padre Aldo Trento (missionario in Uruguay), riguardo all’infelice creatura.
Riporto alcune frasi: «Il piccolo Victor di un anno... geme in continuazione... mmm, ah, ah, ah... La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio... Attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa... l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto... Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo... Il mondo dice: perché non lo lasciate morire?... Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme... Lo bacio, lo bacio sempre... i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte... non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna... e sento che accarezzo Gesù... Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio... se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati».
Non ci sarebbe bisogno di commenti. Mi limito ad osservare che attribuire a Dio la decisione di far morire ogni uomo in un’ora da lui stabilita, è un’assurdità, giacché dovremmo attribuire a Dio la responsabilità della morte di creature ancora nel grembo materno, o appena nate; di bimbi strappati ai genitori, di genitori strappati ai figli. Teologicamente impossibile. Sarebbe un’offesa al Creatore.
Padre Trento, in questo caso, è persuaso che sia Dio a volere che continui lo strazio di quell’esserino «pieno di cannucce». Lui, il buon padre Aldo, nell’attesa della decisione divina, intanto lo accarezza, se lo coccola, il «cadaverino deformato», persuaso di coccolare Gesù sulla croce; ed ha anche il coraggio di scattare fotografie al «piccolo Gesù che agonizza», cosa che, accecati dal dolore, mai avrebbero fatto gli apostoli, nell’assurda ipotesi che ce ne fosse stata la possibilità. Una sola domanda al missionario: tubicini e farmaci che impediscono a Victor di abbandonare la croce, sono da attribuire ad una decisione del Signore?
Ora ecco cosa scrive Berlicche a proposito di questa lettera («Un’umanità diversa», 19 dicembre):
La domanda è sempre quella: a che serve una vita così? Ma anche la risposta è sempre quella: a che serve la tua vita?
Non c’è alternativa. O odi tutto quello che ti richiama alla tua mortalità e alla tua imperfezione, anche un bambino idrocefalo, e pensi che l’unica soluzione sia sopprimerlo, o lo ami: ma questo è possibile solo in Cristo, perchè solo con la possibilità di una Redenzione è possibile non odiare la nostra imperfezione o quella altrui.
La sola soluzione che il Manifesto propone è bestemmiare il Creatore e, si legge tra le righe, sopprimere la creatura. Deridendo chi la ama. E rimanere così irrimediabilmente soli, irrimediabilmente rabbiosi, irrimediabilmente deformi.
Nella lettera al Manifesto c’è, è vero, un sentimento di repulsione nei confronti di padre Trento, un disgusto profondo per questa contemplazione compiaciuta e morbosa della sofferenza; disgusto che non appartiene solo a chi ha scritto la lettera (fatti salvi i meriti eventuali del missionario), ma che, comprensibilmente, non può essere fatto proprio da Berlicche, per il quale quella del sacerdote non può essere definita che come una forma di «amore». Ma dove si trova invece nella lettera l’odio per il bambino? Dove sono le considerazioni sulla sua utilità sociale che vi legge Berlicche? Di questo non c’è la benché minima traccia. C’è invece, nell’accenno a «tubicini e farmaci che impediscono a Victor di abbandonare la croce», il desiderio che le sofferenze del bambino cessino; c’è, mi pare, una grande pietà.
Berlicche avrebbe potuto sostenere che questa pietà è fuorviata, che il vero amore è un’altra cosa; ma non lo fa. Perché questa pietà non riesce a vederla. È interessante che nel suo commento la parola «sofferenza» non compare mai; si parla solo di deformità e imperfezione. È come se la tragedia di Victor riguardasse soltanto il lato estetico. Anche padre Trento, che pure indugia a lungo sulla sofferenza del piccolo, commenta: «Il mondo ha paura di lui, sente ribrezzo, non sopporta vedere questo piccolo ridotto ad un mostro».

Credo che qui si tocchi un problema comune a tutto il cristianesimo, e non solo alla versione integralista propria di Berlicche. È la tentazione ricorrente degli amici di Giobbe: di dare un senso alla sofferenza, di difendere l’opera di Dio dall’accusa di permettere il male. Oggi non si usano più i vecchi argomenti (il peccato dei padri, i fini imperscrutabili della Provvidenza); per padre Trento Victor rappresenta Cristo, anzi è Cristo, e aggiunge in un altro articolo: «è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili». Per Berlicche, sembra di capire, Victor rappresenta, come Cristo, «l’umanità diversa» di un brano di Don Giussani che riporta in calce al suo post, in cui trovare «un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la […] possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere», e che «corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia». Per entrambi, Victor non conta per se stesso; è un mezzo per offrire al cristiano conforto e speranza.
Chi parla, allora, per Victor? Chi si rifiuta di farne un simbolo, un’allusione, un’occasione? Chi prende sul serio la realtà terribile delle sue sofferenze?

giovedì 18 dicembre 2008

Mi sta cominciando a venire un sospetto...

Ma il ministro Sacconi sarà poi così fesso come appare? Il ministero del Welfare non dispone di consiglieri legali? Perché allora quel richiamarsi a leggi che non sono leggi, quel minacciare ritorsioni che non è nel potere del ministro di portare a effetto? Non sono state le azioni del ministro un po’ troppo sconclusionate, surreali, anzi – ecco la parola giusta – teatrali? A cosa sono servite realmente le minacce che in queste ore stanno già cominciando a liquefarsi? Chi si voleva davvero fare fessi? Di certo non gli agguerriti legali della famiglia Englaro...
Prima dell’intervento di Sacconi chi stava cominciando a innervosirsi, pretendendo gesti concreti da un governo che, si sa, su certi argomenti non vuol cercare rogne? Chi ha lodato quello che sembrava un gesto concretissimo del ministro? Quando gli eventi riprenderanno il corso precedente e il bluff sarà stato chiamato, cosa farà il ministro, a parte tuonare contro magistrati e medici «disubbidienti»? Chi saranno i veri sconfitti, i veri turlupinati?

È solo un’ipotesi, per ora, e la avanzo come tale; ma spiegherebbe un po’ di aspetti non facilmente comprensibili in questa vicenda. Le prossime ore e i prossimi giorni porteranno chiarezza.

Tre volte incostituzionale

Michele Ainis, «Eluana e i guardiani ubbidienti» (La Stampa, 18 dicembre 2008, p. 1):
Il provvedimento di Sacconi riesuma […] la funzione d’indirizzo e coordinamento, con cui lo Stato ha regolato per trent’anni l’attività delle Regioni. Lo faceva in nome dell’interesse nazionale, una formula magica ospitata nel vecchio testo della Costituzione. Ma a condizione che l’atto d’indirizzo venisse espressamente previsto in una legge, che fosse adottato dall’intero Consiglio dei ministri, che la Conferenza Stato-Regioni avesse manifestato il proprio assenso. Come stabiliva l’art. 8 della legge Bassanini (n. 59 del 1997), che entrò in vigore quando la funzione d’indirizzo e coordinamento era ormai agonizzante, incolpata non a torto d’aver affossato l’esperienza regionale.
Nessuna di queste tre condizioni ricorre nel provvedimento solitario di Sacconi, che dunque suona illegittimo perfino rispetto al vecchio ordine giuridico. Ma nel 2001 la riforma del Titolo V ha soppresso ogni riferimento all’interesse nazionale e ha soppresso perciò le basi su cui poggiava il potere d’ingerenza del governo. Non solo: l’art. 8 della legge La Loggia (n. 131 del 2003) ha poi ulteriormente precisato, a scanso d’equivoci, che gli atti d’indirizzo e coordinamento sono vietati nel campo della sanità. Sicché l’atto firmato da Sacconi è due volte incostituzionale: sia per il passato remoto che per il futuro prossimo. Anzi tre volte: perché oltre a offendere le competenze regionali calpesta la sovranità del Parlamento (soltanto una legge statale di principio può intervenire in materia sanitaria), e perché viola le attribuzioni del corpo giudiziario (sul caso Eluana c’è ormai una sentenza definitiva della Cassazione).
Insomma questo provvedimento non vale nulla, è come una legge promulgata dal direttore delle Poste.

Fighting back

(Apcom) – Vittorio Angiolini, legale della famiglia Englaro, allontana l’ipotesi, ventilata dal ministro della Salute Maurizio Sacconi, di perdita dell’accreditamento con il Servizio sanitario nazionale per la clinica «Città di Udine» indicata come sede per l’esecuzione della sentenza della Corte d’appello di Milano che lo scorso luglio ha autorizzato Beppino Englaro a interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali che da oltre 16 anni tengono in vita la figlia Eluana, in stato vegetativo permanente. «Il ministero – ha precisato il legale – non ha poteri sui regimi di accreditamento, non può togliere convenzioni».
Angiolini ha fatto notare che nel suo decreto di indirizzo, rivolto a Regioni e Province autonome, il ministro «è stato ben attento a non richiamare alcuna norma giuridica vincolante», ma solo un parere del Comitato nazionale di bioetica e la Convenzione sui diritti dell persone con disabilità adottata dall’Assemblea generale dell’Onu e non ratificata dall’Italia. «L’attuazione delle decisioni giudiziarie su Eluana Englaro – ha continuato – è stata prevista come da inverarsi senza il coinvolgimento dell’attività di “strutture pubbliche o private” riconducibili al Servizio sanitario nazionale. Siamo quindi totalmente, al di fuori del campo per cui il ministro anche solo “invita” le Regioni a provvedere».
Quanto all’ipotesi di chiedere alla cancelleria della Corte d’appello di Milano una attestazione del fatto che il provvedimento non è più soggetto a impugnazione e, di conseguenza, esecutivo, Angiolini ha detto di averne parlato con il curatore speciale di Eluana, Franca Alessio, e di avere concluso «che la cosa ci pare al momento superflua. Dal punto di vista giuridico non c’è da fare nulla se qualcun’altro non fa qualcosa». In ogni caso «dopo chiunque potrà denunciare chiunque. Ci sono azioni non plausibili e temerarie».

mercoledì 17 dicembre 2008

Caso Englaro: Sacconi… di materiale non identificato

Ieri su repubblica.it, Eluana, interviene il ministero. “Vietato interrompere la nutrizione”, si leggeva:
“Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. E’ quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l’articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu. L’atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsiasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l’adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni”. Oggi è stato integrato anche dal commento di Carlo Alberto Defanti, neurologo e medico di Eluana da molti anni: “Mi lascia letteralmente esterrefatto. [In base a questo atto] non si fa quel che bisognerebbe fare: applicare una sentenza del tribunale della Repubblica Italiana”.

CITAZIONI SCONOSCIUTE - Ed esterrefatti siamo anche noi di fronte a questo gesto di Sacconi, spalleggiato dai sottosegretari Martini e Roccella. Un gesto di strafottenza rispetto ad una sentenza della Corte Costituzionale, di crudeltà (come lo ha definito Demetrio Neri) e di sprezzo verso i meccanismi di una democrazia. Sacconi ha la pretesa di decidere cosa sia legale e cosa no, in barba a sentenze o a (mancati) interventi parlamentari. Fregandosene del diritto di non subire trattamenti sanitari e della libertà di autodeterminazione (in questo caso complicati dalla assenza di coscienza di Eluana Englaro, ma non cancellati). Ed è anche un gesto ridicolo: non sapendo a cosa attaccarsi, Sacconi tira in ballo un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica e la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone affette da disabilità. Sacconi però dimentica alcuni dettagli rilevanti. I pareri del CNB non hanno alcun valore legale. Se avesse perso tempo a (ri)leggere i compiti del CNB non sarebbe caduto in questo errore tanto sciocco.

(Continua su Giornalettismo).

Sacconi passa alle minacce

Dopo aver teorizzato un’inesistente illegalità, il ministro Sacconi passa direttamente alle minacce,
facendo presente che «certi comportamenti difformi da quei principi determinerebbero inadempienze con conseguenze immaginabili». Sacconi lo ha detto replicando da Bruxelles ai giornalisti gli chiedevano se la Casa di cura «Città Udine» – dove Eluana deve essere trasferita – rischia di perdere la convenzione con il servizio sanitario nazionale se esegue la sentenza della Cassazione per lo stop all’alimentazione forzata (fonte: Corriere della Sera).
Sulla legittimità delle intimazioni del ministro alle strutture sanitarie rimando all’illuminante intervista di Amedeo Santosuosso apparsa oggi sul MessaggeroSantosuosso: “La sentenza della Cassazione dà un diritto al padre, chi lo nega compie reato”», 17 dicembre 2008, p. 9). Io, per me, mi unisco come posso al co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni, Gilberto Corbellini, nel chiedere a questo punto l’intervento del Presidente della Repubblica. Che un ministro intervenga in questo modo a vanificare la sentenza di un tribunale della Repubblica non può essere ritenuta cosa di normale amministrazione. Qui non è nemmeno più questione del testamento biologico; qui è in gioco la divisione dei poteri, qui è in gioco lo Stato di diritto.

martedì 16 dicembre 2008

Un atto eversivo

Raramente si è visto un atto di disprezzo delle leggi e dei diritti fondamentali paragonabile a quello compiuto oggi dal ministro Sacconi, con la complicità dei sottosegretari Martini e Roccella. Il cosiddetto «atto di indirizzo» del ministro, infatti, pretende di stabilire cosa sia legale in questo paese; non potendolo fare da sé – saremmo in pieno golpe, visto che come tutti sanno un atto amministrativo di un ministero non può avere valore di legge – fa riferimento a un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica e alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. Ma un parere del CNB non ha forza di legge; e la Convenzione Onu non è ancora stata ratificata dal Parlamento (c’è solo l’approvazione del relativo disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri lo scorso 28 novembre – e a questo punto c’è da chiedersi quale fosse il vero scopo di questo atto del Governo). L’atto del ministro Sacconi è quindi nullo e illegale.
Questo dal punto di vista formale; dal punto di vista sostanziale, come già facevamo notare poco tempo fa, la Convenzione stabilisce all’art. 25 che
States Parties shall […] prevent discriminatory denial of health care or health services or food and fluids on the basis of disability.
Si noti la lettera dell’articolo: «discriminatory denial», rifiuto discriminatorio. Si ha discriminazione quando qualcuno è trattato ingiustamente in modo diverso dagli altri. Ma la Costituzione della Repubblica Italiana vieta l’imposizione di trattamenti sanitari senza il consenso del paziente (art. 32), e più in generale ogni restrizione della libertà personale (art. 13); il Codice di deontologia medica proibisce espressamente all’art. 53 di procedere o collaborare «a manovre coattive di nutrizione artificiale». Perché queste norme non si dovrebbero applicare anche ad Eluana Englaro, visto che la donna aveva manifestato a suo tempo la volontà di non essere sottoposta a trattamenti che ne prolungassero artificialmente l’esistenza? Sospendere l’alimentazione artificiale ad Eluana Englaro non è dunque discriminazione, perché questo è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini italiani non disabili.
Nello stesso articolo citato della Convenzione si legge del resto:
[States Parties shall] require health professionals to provide care of the same quality to persons with disabilities as to others, including on the basis of free and informed consent [corsivo mio].
La traduzione ufficiale francese si comprende ancora meglio:
[Les États Parties] exigent des professionnels de la santé qu’ils dispensent aux personnes handicapées des soins de la même qualité que ceux dispensés aux autres, notamment qu’ils obtiennent le consentement libre et éclairé des personnes handicapées concernées.
La discriminazione consiste proprio nel non riconoscere ad Eluana Englaro il diritto a ricevere solo le cure per le quali aveva dato il suo consenso. È questa la vera, unica violazione della Convenzione Onu.

In uno Stato serio Sacconi e i suoi sottosegretari sarebbero costretti entro domani alle dimissioni. Ma naturalmente questo non accadrà; non qui.

Ecco qua

Eluana, interviene il ministero. "Vietato interrompere la nutrizione", repubblica.it.
Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. E' quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l'articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell'Onu. L'atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsiasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l'adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni.
Che dire? Nulla, ormai si è detto tutto.

La parola definitiva sul latte crudo...

... è quella di Dario Bressanini, in un articolo documentatissimo, ragionevole e piacevole da leggere («Il buon latte crudo di una volta», Scienza in cucina, 16 dicembre 2008):
La situazione ora è ovviamente profondamente cambiata. Gli alimenti sono sempre più sotto controllo e gli allevamenti di bovine da latte sono molto controllati. Per ogni alimento si cerca di controllare i possibili rischi di infezione lungo tutta la catena dal produttore al consumatore. Tuttavia le intossicazioni alimentari sono all’ordine del giorno. Dal formaggio (nostrano o meno), dai salumi (biologici o no), dalle uova, dalle conserve (casalinghe o industriali), dal latte (crudo o pastorizzato), dal pesce (crudo o cotto), dai molluschi, dalla verdura (biologica o meno) e così via. E non c’è necessariamente una “truffa” dietro tutte queste infezioni. Il fatto è che mangiare, più che un “atto politico”, come dice qualcuno, è un “atto naturalmente pericoloso”, perché il rischio zero non esiste. È l’idea, sbagliata, che il rischio zero sia raggiungibile che porta spesso a interpretare male i fatti. Quello che i responsabili della salute pubblica devono fare è cercare di ridurre i rischi ad un livello ragionevole, soprattutto tenendo conto di determinate categorie a rischio, come i bambini, gli anziani, le donne incinta e i malati.
[…]
Quello che mi preme mettere in evidenza è che il rischio non è MAI zero, e le politiche di sanità pubblica cercano di renderlo ragionevolmente basso effettuando se possibile anche delle analisi costi/benefici. E infatti io e voi possiamo consumare in Italia (in altri paesi è vietato) dei formaggi da latte crudo non stagionati a lungo senza rischiare (troppo) di finire all’ospedale. Ma il rischio non è zero, ed è bene saperlo. Soprattutto nei casi come quello del latte crudo dove il punto debole, dal punto di vista sanitario, della catena è quello che succede da quando viene prelevato a quando viene consumato. Quindi non mi pare ci sia da stracciarsi le vesti se viene imposto di segnalare, sui distributori di latte alla spina, i possibili rischi e le contromisure da prendere.
In più se l’attenzione da parte del consumatore verso il consumo di alimenti crudi quali carne, pesce, molluschi o uova mi pare esista e da più parti periodicamente si metta in guardia dai pericoli collegati, per il consumo di latte crudo mi pare non esista questa “consapevolezza”, e viene addirittura consigliato ai bambini perché “fa bene”.

Quello che però mi stupisce di tutta la questione del latte crudo è l’atteggiamento di chi, come Slow Food, cita ad ogni piè sospinto il cosiddetto “principio di precauzione”. La “litania” l’abbiamo sentita più volte, che si parli di ogm o di trattamenti industriali chimici o di additivi alimentari: “vogliamo il rischio zero”, “se c’è una seppur piccola probabilità che X possa fare male allora non possiamo accettarlo” e via su questo tenore. Ho già avuto modo in questo Blog di scrivere varie volte la mia opinione su questo cosiddetto principio: non ha validità scientifica, la sua applicazione può persino causare danni, mentre invece è usato da alcuni come strumento di pressione e decisione politica, mascherato da scienza.
Pretendo tuttavia che chi lo adotta si comporti coerentemente. Mi pare invece che questo principio funzioni un po’ a singhiozzo, e non se ne voglia tenere conto nel caso del latte crudo. Non mi pare possibile infatti negare che in questo caso il rischio esiste, ed è concreto. Piccolo ma non zero. Misurabile, muniti di microscopio, in termini di “conta batterica”, o in termini di pazienti ricoverati, come quei bambini di cui ci ha parlato Anna Meldolesi e confermati dal Ministero della Salute.
[…]
Vale davvero la pena far correre quel rischio, piccolo quanto si vuole, in nome del “latte dei bei tempi andati” a chi, magari come donne in gravidanza o bambini, può avere delle ripercussioni gravi? Che in fondo il buon Louis Pasteur non fosse proprio uno stupido lo avevano capito anche le nostre bisnonne che raccomandavano di far bollire il latte crudo.
Da leggere assolutamente tutto.

lunedì 15 dicembre 2008

Cellule staminali e limiti della ricerca

Oggi verso le 3 con Olimpia Tarzia a Punto G, trasmissione condotta da Giulia Innocenzi su RED Tv.
Informazioni e commenti qui.

RU486: potenzialmente pericolosa per la salute

Sono stanca e non ho voglia di proseguire la lista degli oggetti potenzialmente pericolosi per la salute dopo la temibile RU486.
Anche la stupidità lo è. Molto pericolosa.

Adeschiamo i diritti

Sexworkers
Roma 13 dicembre 2008, Piazza Farnese. Altre foto.

venerdì 12 dicembre 2008

La faccia

Alle Invasioni barbariche, poco fa, vedo un tal Renzi, politico fiorentino del PD. Insinuante, uno che parla troppo, con l’aria da impunito: un cabarettista di serie C che ha sbagliato mestiere. Anche Daria Bignardi non sembra molto impressionata. Partono le domande: cosa pensa del matrimonio tra omosessuali? Contrario. Unioni civili? Dipende da cosa c’è dentro (e si capisce che per il Renzi meno c’è, meglio è). Droghe leggere? Contrario. Legge 194? Favorevole ad applicarla per intero (frase in codice dei peggiori integralisti per indicare che le donne devono essere attivamente dissuase dall’abortire). Eutanasia? Contrario, ovviamente. Tout se tient: faccia, opinioni – e oramai anche partito.

giovedì 11 dicembre 2008

Testamento biologico una norma che vuole ristabilire la libertà

Il testamento biologico è ormai diventato familiare per i cittadini italiani. E questo è senza dubbio positivo.
Meno positivo è quanto accade – o meglio, non accade – in Parlamento. La discussione sulla legge, infatti, è arenata da anni in meandri paternalistici, imbrigliata da troppi disegni di legge, molti dei quali non sono che una caricatura di quello che una legge sul testamento biologico dovrebbe essere: una estensione della nostra libertà di autodeterminazione. Decidere se e come curarci. Deciderlo, quando siamo ancora in grado di intendere e di volere, per un futuro in cui potremmo non esserlo a causa di un incidente o dell’aggravamento di una malattia.
È importante ricordare che la libertà di decidere sui trattamenti sanitari è sancita dalla nostra Costituzione ed è l’anima del consenso informato: la decisione ultima, in un rapporto tra il medico e il paziente che si augura il più possibile di complicità, spetta al paziente. Nessuno può obbligarci, nemmeno per il “nostro bene”, a sottoporci ad un qualche trattamento.
Tutto questo è sintetizzato dall’appello lanciato all’inizio di dicembre da Ignazio Marino: “Rispettiamo l’Articolo 32 della Costituzione”.
Marino, firmatario di un ottimo disegno di legge sul testamento biologico, rivendica “l’indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie” come un diritto fondamentale di tutti i cittadini, sia per chi può “parlare e decidere [che] per chi ha perso l’integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà”.
Questo dovrebbe garantire una legge sul testamento biologico: che il diritto alla salute non si trasformi in un dovere, in un obbligo “terapeutico”.
Quando la libera scelta è garantita, ognuno può seguire le proprie preferenze. Compresa quella di non scegliere, di non redigere un testamento biologico.
In caso contrario diventeremmo schiavi del volere altrui.
I cittadini l’hanno capito: nel giro di poche ore erano migliaia le firme a sostegno dell’appello di Marino. Oggi sono quasi 25.000.
Speriamo che anche i loro rappresentanti siano in grado di comprenderlo e di rispettare le volontà di chi li ha eletti.

(DNews, 11 dicembre 2008)

mercoledì 10 dicembre 2008

Latte crudo: ultimo atto

Il sottosegretario del Ministero della Salute, Francesca Martini, ha emanato oggi un’ordinanza ministeriale con cui si fa obbligo ai distributori di latte crudo di apporre sulle macchine distributrici la scritta ben visibile «prodotto da consumarsi solo dopo bollitura» e si ribadisce il divieto di somministrare latte crudo nell’ambito della ristorazione collettiva (comprese le mense scolastiche). Altri particolari su Darwinweb, «Il Ministero stringe i cordoni».

Un nuovo contratto per tutti

Nel loro ultimo libro, Tito Boeri e Pietro Garibaldi affrontano molti aspetti dolorosi ma fondamentali del mercato del lavoro: il precariato, la recessione, le disparità, l’inattività dello Stato.

Gli argomenti dolorosi nel libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, Un nuovo contratto per tutti (Chiarelettere, 2008, Milano) sono davvero molti: dai giovani al precariato (oltre ai numeri del precariato bisogna considerare l’evoluzione del fenomeno), dalla scelta obbligata per moltissime donne tra l’essere madre o lavoratrice al divario tra le Italie. Argomenti che rischiano di diventare tormentoni senza soluzione. Ripetuti come una cantilena alla quale si finisce per adattarsi – proprio come le “emergenze” che durano decenni. Boeri e Garibaldi disegnano una spietata analisi delle magagne italiane, ma indicano anche alcune proposte di soluzione. Un paragrafo si intitola, significativamente, “tasse svedesi, stipendi greci”: gli ingredienti principali di questo ossimoro tutto italiano sono la bassa crescita della produttività e lo scarso investimento su ricerca, innovazione e capitale umano.

AMMORTIZZATORI SOCIALI - “Il nostro Paese sta entrando in una recessione. Sono periodi in cui vengono distrutti molti posti di lavoro. Soprattutto tra chi ha contratti temporanei, dato che non costa nulla al datore di lavoro non rinnovarli alla scadenza. In queste condizioni ci vogliono buoni ammortizzatori sociali e buoni servizi di collocamento che facilitino il compito di chi cerca un impiego alternativo. Sedici anni dopo l’ultima grave recessione, stiamo arrivando a questa crisi una volta di più impreparati. E stranamente il governo pensa a come dare più soldi all’industria dell’auto piuttosto che a riformare ammortizzatori sociali e collocamento”. E quando il lavoro non c’è servirebbe una rete di ammortizzatori sociali. Ma “da noi gli ammortizzatori sociali esistono solo per chi ha santi in paradiso”, si legge nel libro. E, verrebbe da aggiungere, chi ha i santi in paradiso o in terra non ha bisogno di ammortizzatori, o ne ha molto meno bisogno di chi non ne ha. Questi disoccupati maltrattati e ignorati sono poi gli stessi precari… Qualche numero chiarisce la situazione anomala dell’Italia: in Francia il 75% dei disoccupati percepisce un qualche sussidio; in Germania si arriva all’80 e nei Paesi scandinavi al 90. In Italia si fatica a raggiungere il 20%.

Continua su Giornalettismo.

martedì 9 dicembre 2008

Approfondimenti sul latte crudo

Su Darwinweb, «Scoppia il caso del latte alla spina» (9 dicembre 2008):
La Regione Lombardia, che ha il 40% della produzione nazionale di latte, regola la vendita di quello crudo con due distinte circolari, nel novembre del 2004 e nel maggio del 2005, ma una volta che iniziano i controlli ci si rende conto che la normativa non viene applicata nella sua interezza. Una circolare successiva, indirizzata ai direttori generali delle Asl e al Ministero della salute, ricorda alle strutture sanitarie che «l’esito dei controlli effettuati ha evidenziato alcuni aspetti di criticità che, anche alla luce dell’esperienza maturata in questi mesi (…) richiedono ulteriori precisazioni e indicazioni operative». La circolare sottolinea – ma ne seguiranno altre dello stesso tenore – che ai sensi del decreto 109/92 e successive modifiche «è vietato fornire indicazioni che possono indurre in errore l’acquirente sulle caratteristiche del prodotto, che attribuiscono effetti o proprietà che non possiede, che attribuiscono proprietà atte a prevenire, curare, o guarire una malattia umana o accennano a tali proprietà». Quest’ultima precisazione forse non si riferisce alle etichette affisse nelle milk machine, quanto ad alcuni siti web dei produttori dove si decantano le proprietà curative del latte crudo. Passa altro tempo ancora e il numero degli esami aumenta sino a fornire un primo quadro generale sull’opera di vigilanza. Infatti nella tarda primavera del 2008 vengono presentati i dati sui controlli ufficiali dell’anno precedente da cui risulta che su 220 aziende lombarde autorizzate ben 29 hanno subito sospensioni per irregolarità. Il 27,6% dei provvedimenti è relativo a un tenore di cellule somatiche superiore alla norma, il 10,3% al tenore in germi, il 6,9% a Listeria monocytogenes, il 13,8% per Campilobacter termotolleranti e la stessa percentuale la si ritrova nelle sospensioni per Streptococcus agalactiae e per E. coli 0157.
Da leggere tutto.

Non chiamarmi zingaro

Oggi da Bibli introduco il bel libro di Pino Petruzzelli.
Alle 6 a via dei Fienaroli (Roma).

lunedì 8 dicembre 2008

giovedì 4 dicembre 2008

Latte crudo: la svolta

LATTE CRUDO: MARTINI, SI PUÒ VENDERE CON DICITURA “DA BOLLIRE”
(AGI) - Roma, 4 dic. - Presto i 2.000 distributori di latte crudo non pastorizzato dovranno adeguarsi alle direttive del Ministero della Salute, portando a conoscenza dei consumatori che prima di essere assunto va bollito, onde evitare qualsiasi contagio da agenti patogeni in esso contenuti. Lo ha detto in una breve conferenza stampa il Sottosegretario alla Salute Francesca Martini annunciando che della questione ne discuterà martedì 9 il Consiglio Superiore di Sanità e il giorno dopo un vertice con il ministro dell’Agricoltura Zaia per ulteriori provvedimenti restrittivi, fermo restando “l’avvio di una campagna di informazione a tappeto”, ha aggiunto la Martini. Tutto ciò nasce dal contagio di nove bambini (tre nel 2007 e sei nel 2008) i cui casi sono allo studio dell’Istituto Superiore di Sanità per l’ipotetico legame con l’assunzione di latte crudo non pastorizzato.
Pare che il (buon) giornalismo riesca ancora ad avere degli effetti, in questo paese...

Diritti Umani. Questi illustri sconosciuti

Oggi, in ottanta paesi del mondo, l’omosessualità è considerata un reato. In nove, viene applicata la pena di morte – tra questi ultimi, l’Iran ha il boia più “solerte”. Per intenderci, in molti paesi, lo scenario è quello della Germania del ’35, paese natale dell’attuale Pontefice, quando venne introdotto nel codice penale tedesco il paragraf 175 (*) – prima che entrassero in vigore le leggi razziali. Strumenti normativi maledettamente capaci di determinare la morte di milioni di persone, anche omosessuali e transessuali (quest’ultime considerate omosessuali abituali!). Pensate, il paragraf 175 venne abrogato nel 1968 – dopo vent’anni dalla firma della Dichiarazione dei Diritti Umani (1948).
L’Olocausto e l’Omocausto, una vergogna storica dei primi del novecento – un “banchetto criminale” al quale partecipò, con appetito, l’Italia governata da Benito Mussolini –, una verità storica, ancora oggi, troppe volte sottaciuta, negata, non solo nelle aule scolastiche – frequentate, per alcuni “illuminati”, solo da “studenti bamboccioni!”.

A New York, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il prossimo 10 dicembre, la Francia, per iniziativa della Segretaria di Stato per gli affari esteri ed i diritti umani Rama Yade, in occasione del sessantesimo dalla firma della Dichiarazione dei Diritti Umani, lancerà un’iniziativa diplomatica internazionale: presenterà la dichiarazione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità.

Meglio tardi che mai!

(di Federica Pezzoli su Articolo 21. Da leggere tutto)

mercoledì 3 dicembre 2008

Una famiglia normale

Intervista a Stefano Bolognini sul suo ultimo libro in cui racconta la reazione della sua famiglia al suo coming out. Si intitola “Una famiglia normale” (2008, Sonda) e in effetti è molto più di un racconto, intimo e personale: è un bel calcio a molti dei luoghi comuni che affliggono i dibattiti sulle famiglie, sulla Famiglia, sui rapporti affettivi e sull’omosessualità. Attraverso le voci dei suoi familiari (mamma, papà, fratello e fidanzata, nonna, zii, cugino e fidanzata, suocera e Mauro, il suo compagno) Bolognini offre la possibilità di riflettere e di constatare che è possibile parlare di tutto questo rifiutando certe cantilene che sembrano un disco inceppato: l’omosessuale è promiscuo; l’omosessuale è instabile; l’omosessuale è così e cosà. L’omosessualità è un universo complesso ed eterogeneo, fatto da persone che, in quanto tali, hanno caratteristiche e caratteri diversi.

Su Giornalettismo, 3 dicembre 2008.

Il professor D’Agostino e l’ABC dell’orientamento sessuale

È inutile: quando si tratta di omosessualità, le gerarchie vaticane e i loro alfieri non riescono a intendere le definizioni più elementari. L’ultimo esempio di una lunga serie ci viene dato da Francesco D’Agostino su Avvenire di oggi («Una buona causa non si serve di argomenti pessimi», 3 dicembre 2008, p. 1). A proposito della dichiarazione per la depenalizzazione dell’omosessualità, ecco cosa scrive:
[Alla campagna contro la pena capitale per gli omosessuali] invece si è addebitata anche (o principalmente? il dubbio è legittimo) la funzione di far fare un passo avanti alla teoria del ‘genere’: i veri diritti da riconoscere agli omosessuali non sarebbero quelli che doverosamente vanno riconosciuti a tutti gli esseri umani, ma i particolarissimi diritti del ‘genere’.
Ciò che si vuole, in buona sostanza, è portare avanti, fino alla definitiva legittimazione, e ai massimi livelli della comunità internazionale, l’idea secondo la quale l’identità sessuale non è un dato biologico, ma il prodotto di scelte personali, individuali, insindacabili e soprattutto meritevoli di riconoscimento e tutela pubblica (in questo appunto si sostanzia la pretesa del riconoscimento del matrimonio tra omosessuali).
Fare ordine in questo groviglio di confusioni ed equivoci è arduo, ma proviamoci.
D’Agostino sta confondendo ben tre concetti differenti: l’orientamento sessuale, cioè il genere (maschio o femmina) verso cui una persona prova attrazione fisica; l’identità di genere, il genere in cui una persona identifica nella propria mente se stessa; l’identità sessuale, il genere biologico a cui una persona appartiene. Per omosessuale si intende dunque una persona il cui orientamento sessuale la porta a provare attrazione per un individuo del suo stesso genere biologico; ma questo non significa affatto – almeno, non necessariamente – che quella persona debba anche avere un’identità di genere che non coincide con il proprio genere biologico. Detto più semplicemente: un omosessuale maschio sarà attratto dagli uomini, ma in generale sentirà di appartenere al genere maschile, non a quello femminile; un’omosessuale femmina proverà attrazione per le donne, ma in generale percepirà se stessa come donna, non come uomo. L’omosessualità riguarda dunque primariamente l’orientamento sessuale, e non altro.
Un’ulteriore confusione del discorso di D’Agostino è il richiamo alle cosiddette teorie del gender (nate nell’ambiente filosofico post-modernistico), che sostengono che sono solo i fattori socio-culturali e non quelli biologici a determinare il cosiddetto ruolo di genere (non, come crede D’Agostino, l’identità sessuale!), cioè l'insieme di comportamenti e atteggiamenti che definiamo tipicamente maschili o femminili. La rivendicazione del matrimonio omosessuale si fonda su queste teorie (sostenute da una minuscola frazione del mondo intellettuale)? Ovviamente no: se gli omosessuali chiedono di avere il diritto di sposarsi lo fanno in base all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, che è già sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che non ha bisogno di essere ribadita da una risoluzione dell’Onu, il cui obiettivo in questo caso è peraltro del tutto diverso.

La confusione di D’Agostino ha tutta l’aria di essere colposa piuttosto che dolosa; ma di certo consente all’illustre studioso di presentare le rivendicazioni degli omosessuali come derivate da bizzarre teorie, e peggio ancora come se essi esigessero «particolarissimi diritti»: una richiesta di privilegi, e non di un diritto di cui tutti gli altri cittadini godono.