mercoledì 28 febbraio 2007

Le ossa di Gesù?

È possibile che i resti trovati in una tomba scoperta nel 1980 nei dintorni di Gerusalemme siano quelli di Gesù di Nazareth, di sua madre Maria e di altri membri della sua famiglia? Sul blog The Jesus Dynasty James Tabor risponde ad alcune delle critiche fin qui rivolte a questa ipotesi («Christian Blogging on the Jesus Family Tomb», 27 febbraio 2007).
Le prove addotte sono indubbiamente suggestive. Se l’analisi completa del DNA confermasse i rapporti familiari noti dalle fonti letterarie, diventerebbero prove pesanti.

Aggiornamento: Tabor ha cancellato il post dal suo blog, per qualche ragione. Si può leggere al suo posto «Some Initial Thoughts on the Talpiot Tomb», del giorno prima.

Aggiornamento 2: l’archeologa Jodi Magness elenca i motivi di perplessità nei confronti dell’ipotesi («Has the Tomb of Jesus Been Discovered?», SBL Forum). Interessante la sua spiegazione della scomparsa del corpo di Gesù dalla tomba di Giuseppe d’Arimatea:
When the women entered the tomb of Joseph of Arimathea on Sunday morning, the loculus where Jesus’ body had been laid was empty. The theological explanation for this phenomenon is that Jesus was resurrected from the dead. However, once Jesus had been buried in accordance with Jewish law, there was no prohibition against removing the body from the tomb after the end of the Sabbath and reburying it. It is therefore possible that followers or family members removed Jesus’ body from Joseph’s tomb after the Sabbath ended and buried it in a trench grave, as it would have been unusual (to say the least) to leave a non-relative in a family tomb. Whatever explanation one prefers, the fact that Jesus’ body did not remain in Joseph’s tomb means that his bones could not have been collected in an ossuary, at least not if we follow the Gospel accounts.
Aggiornamento 3: Randy Ingermanson («Statistics and The “Jesus Family Tomb”») propone un’analisi statistica dei dati diversa da quella seguita da Tabor, e conclude che è improbabile che quelle siano le ossa di Gesù di Nazareth. Il suo trattamento sembra superiore, soprattutto per quanto riguarda il nome di Maria di Magdala, mentre le considerazioni sul fratello di Gesù, Yose, andrebbero forse riviste. Ingermanson non sembra inoltre considerare la possibilità che l’eventuale figlio di Gesù, Yehudah, fosse morto senza lasciare discendenti (anche se questo non inficia la parte principale del suo ragionamento).

God on the Line

New Cellphone Services. Put God on the Line, The Wall Street Journal, 27 marzo 2006:
In late 2004, an ultra-Orthodox rabbi asked Abrasha Burstyn, the chief executive of a small Israeli cellphone company, for a phone that could put the secular world on hold.

Cellphone companies, at the time, had started to load their products with entertainment features, and the rabbi wanted none of it. He was in search of a phone without Internet capabilities or text messaging. He didn’t want cameras, music downloading, or anything else that could “distract” the pious. He was looking for a device that could make and receive calls. Period.
(Continua...)

Asaq

A 1 dollaro il farmaco no profit contro la malaria.

E a proposito di riparazioni...

Comunicato stampa del Circolo Mario Mieli, Alle falde dell’omofobia, 28 febbraio 2007:
Sono giunte anche a noi numerose e scandalizzate segnalazioni sulla trasmissione di domenica scorsa di “Alle Falde del Kilimangiaro” condotto da Licia Colò. Ospite era una donna musulmana medico e sessuologa che ha attaccato gli omosessuali e l’omosessualità definendola come vietata dalle tre religioni monoteistiche e una malattia da curare. Il tutto senza contraddittorio e coll’assenso della conduttrice.

Pensavamo che non servisse più ricordare come ormai da oltre 10 anni l’omosessualità non è inclusa nell’elenco delle malattie dal DSM IV, sia a livello internazionale che nazionale. Invece sembra che quando scienza e religione vengono irresponsabilmente confuse si ritiene legittimo insultare, attaccare umiliare persone dal pulpito delle televisione pubblica.

Di fronte alle telefonate e alle proteste da subito piovute sul programma la Colò si è difesa in diretta, affermando la libertà di espressione della sua ospite. Per parte nostra noi non riusciamo a capire cosa c’entrino le teorie sull’omosessualità con un programma di viaggi. In secondo luogo ricordiamo alla sprovveduta presentatrice che in democrazia la libertà di espressione trova un limite invalicabile nel rispetto degli altri e delle leggi, e che a questi limiti vanno ad aggiungersi quelli del buon senso e del buon gusto del ruolo della televisione pubblica che è sostenuta con il canone di tutti i cittadini, anche omosessuali.

Persino le teorie razziste del Manifesto della Razza di Gobineau pretendevano di avere fondamenti scientifici, e se vogliamo puntare sull’etnologia ci sono società in cui ancora esiste la schiavitù o l’infibulazione. Giustamente qualsiasi presentatore si sarebbe opposto a che queste cose venissero sostenute positivamente nella propria trasmissione. Ma ancora una volta i cittadini omosessuali non vengono ritenuti degni di protezione e rispetto.

Per molto meno la RAI ha preso seri provvedimenti.
Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli chiede alla Colò chiare e pubbliche scuse e alla direzione della sua rete di prendere provvedimenti valutando la sospensione del programma, o la rimozione della inadeguata presentatrice.

Si ripara quello che è rotto

Nel sito CulturaCattolica.it è possibile leggere una intervista che sembra venuta fuori da un altro mondo (quello in cui non vorrei vivere). Riporto alcune domande particolarmente significative, sforzandomi di commentare qua e là (ma confesso che la reazione più invadente è di un attonito silenzio). I corsivi sono miei.
Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi.
Sottotitolo: L’omosessualità è un sintomo di un problema emotivo e rappresenta bisogni emotivi insoddisfatti dall’infanzia, specialmente nella relazione con il genitore dello stesso sesso.
L’omosessualità è ‘normale’? E cosa è ‘normale’?

Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2%, 1,5-2%. Perciò statisticamente non è ‘normale’ nel senso che è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design (nota: Il termine design, difficilmente traducibile, può essere reso con scopo, progetto, modello. Si tratta del concetto tomista di ‘natura’: è l’essenza in relazione alla funzione o attività della cosa). Quando parliamo di legge naturale, e della funzione del corpo umano... quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. È un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie ad una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale – e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili.
(Il DSM IV ha eliminato l’omosessualità dall’elenco delle patologie.)
Il movimento gay è un movimento per i diritti umani?

Da un certo punto di vista lo è, è un movimento per i diritti umani, o per i diritti civili, perché tutte le persone, non importa quale sia il loro orientamento sessuale, devono godere dei loro diritti civili – comunque questo non significa che la società debba ridefinire il matrimonio; questo è un altro argomento e va oltre lo scopo di questa conversazione.
Noi crediamo che molti attivisti gay hanno usato la questione dei diritti civili o delle libertà civili come un modo per opprimere persone che stanno cercando di cambiare, persone che stanno cercando di uscire dall’omosessualità. C’è una intera popolazione di individui che sono uscite o che stanno uscendo dall’omosessualità, e questo fatto è una minaccia per gli attivisti gay, e gli attivisti gay stanno tentando di sopprimere e far passare sotto silenzio questo punto di vista, questa popolazione.
(Accogliendo l’indicazione di Leilani suggerisco di ascoltare le dichiarazioni di Robert Spitzer, professore di Psichiatria della Columbia University. Interessante, solo per fare un esempio, sulla terapia riparativa qui.)
I ricercatori dicono che gli omosessuali soffrono molto. La causa di questa sofferenza è l’omosessualità o l’omofobia sociale?

Noi crediamo che ci sia della sofferenza per le persone omosessualmente orientate nella società, perché la cultura gay è minoritaria in questa società e perché gli obiettivi sociali del movimento gay costituiscono una minaccia per il corpo sociale perché i gay vogliono ridefinire il matrimonio, la natura della genitorialità, e la norma sociale fondamentale circa il sesso e il genere, perciò la società ha resistito alla normalizzazione dell’omosessualità e alla visibilità dei gay. E riconosciamo che questo sia difficile per le persone che si identificano come gay.

Comunque, ciò di cui non si parla è il disordine intrinseco nella condizione omosessuale. Noi crediamo che l’omosessualità sia intrinsecamente disordinata (nota: Cfr. ‘Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata’, Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, § 3, 01/10/1986.), e contraria alla vera identità dell’individuo; e molti dei sintomi dei quali soffrono le persone gay e lesbiche non sono causate dall’omofobia sociale ma perché la condizione stessa è contraria alla loro vera natura.

Moltissimi studi mostrano che gli omosessuali sono più infelici, depressi, predisposti a tentativi di suicidio, hanno relazioni povere, sono incapaci di sostenere relazioni a lungo termine, hanno comportamenti autolesionistici e disadattati. Ma non si può semplicemente dire che tutto ciò sia causato dall’omofobia della società. In parte lo è; ma io credo che la maggior parte della sofferenza sia dovuta alla natura disordinata della stessa omosessualità – perché contrasta la nostra natura umana.
(Ancora grazie a Leilani: Narth, Love in Action; molto istruttivo.)
Cos’è la terapia riparativa?

La terapia riparativa è un particolare tipo di psicoterapia che è applicata agli individui che vogliono superare la loro attrazione omosessuale. È una terapia particolare che guarda alle origini e alle cause di questa condizione, che aiuta il cliente a comprendersi, insegnandogli a capire cosa è successo nella sua infanzia, a capire gli eventi particolari che gli sono accaduti, specialmente nei termini delle relazioni con sua madre e suo padre, e ad andare oltre a tutto ciò... a sostenere il cliente nel creare quelle nuove relazioni che sono sane, che sono benefiche, e che compensano il vuoto emotivo che si è creato nel suo sviluppo.

La terapia riparativa studia davvero a fondo le tecniche che sono più efficaci nel diminuire l’omosessualità di una persona e a sviluppare il suo potenziale eterosessuale.

Oddio, l’incesto!

Il Corriere della Sera dedica un articolo a un caso di incesto in Germania (Francesco Tortora, «Il caso d’incesto che divide la Germania», 27 febbraio 2007):
Sono fratello e sorella ma si amano e sono pronti a portare il loro caso davanti alla Corte Costituzionale tedesca affinché l’antica legge che proibisce l’incesto sia abolita. È la storia di Patrick Stübing e di sua sorella Susan, entrambi di Lipsia, rispettivamente 29 e 24 anni, che in questi giorni sono sulle pagine di molti giornali tedeschi: Patrick e Susan hanno iniziato una relazione nel 2000 e oggi hanno 4 figli, tre dei quali adesso sono in affidamento.
La loro storia d’amore non è così chiara e lineare, come potrebbe apparire in un primo momento: i due infatti hanno vissuto la loro infanzia divisi nella Germania dell’Est comunista e si sono conosciuti quando erano già grandi. Patrick fu adottato da un’altra famiglia e conobbe i suoi parenti biologici non prima del suo diciottesimo anno di età. Il suo vero padre era già morto, ma egli riuscì a trovare la madre, Annemarie e sua sorella Susan solo nel 2000. Sei mesi dopo la riunione la madre Annamarie morì per un attacco di cuore. Presto Susan e Patrick s’innamorarono e cominciarono ad avere una relazione.
Adesso però i due amanti sono stanchi di essere trattati come criminali e hanno annunciato domenica scorsa che porteranno il loro caso davanti alla Corte costituzionale tedesca per cercare di far abolire una legge «vecchia di 100 anni» che dichiara crimine l’incesto: «Vogliamo che la legge che presenta l’incesto come un crimine sia abolita» ha specificato Patrick Stübing che ha passato due anni in carcere e adesso rischia un ulteriore pena proprio perchè non ha messo fine alla relazione con sua sorella. «Non ci sentiamo colpevoli di quello che è accaduto» hanno affermato tutti e due in una dichiarazione rilasciata ai media locali.
La storia ha diviso non solo la Germania, ma anche i Paesi vicini, come il Belgio, l’Olanda e la Francia, dove l’incesto non è proibito per legge. La maggior parte dei dottori che si è interessata al caso però ha sottolineato che sebbene la loro storia sia comprensibile è giusto rispettare le regole della natura: infatti come dimostra la loro storia i figli nati da fratelli e sorelle hanno maggiori possibilità di presentare malformazioni e malattie. Due dei figli di Patrick e Susan sono disabili.
Interessante e ineccepibile il commento di Jim Momo («A proposito di tabù: l’incesto», 27 febbraio):
Dal punto di vista scientifico i figli nati da fratelli e sorelle hanno maggiori possibilità di presentare malformazioni e malattie. Ma nessuna legge proibisce a persone anziane, o disabili, o a portatori sani di malattie genetiche, di avere bambini, anche se corrono seri rischi di generare figli malati o con malformazioni fisiche e mentali. Dunque la proibizione dei rapporti incestuosi rappresenta un limite alla libertà sessuale, ma siccome questo limite non viene posto in analoghe situazioni di rischio per il nascituro, ne consegue che si fonda su un tabù morale.
[…] Quanti si oppongono – e Pera, la Binetti, Galli Della Loggia credo siano fra questi – alle terapie geniche prenatali, a pratiche come l’analisi preimpianto o l’eutanasia infantile, ritenendole forme sfumate di eugenetica, dovrebbero vedere anche nel divieto di incesto, volto a impedire per legge la probabile nascita di bimbi “difettosi”, una forma sfumata di eugenetica.
Insomma, pare che non si possa essere contemporaneamente contro l’eugenetica e contro l’incesto. Perché ragionando con lo stesso metro con cui si valutano altre pratiche, vietando l’incesto a causa dell’alta possibilità che vengano generati figli portatori di handicap si compirebbe ugualmente un’operazione eugenetica.
Viceversa, è semplice rimanere coerenti e tranquilli sulle loro posizioni per coloro che hanno nella libertà individuale la bussola di orientamento. Libertà sessuale. Libertà per fratello e sorella di generare figli se è una scelta libera e consapevole; libertà di generare figli anche in presenza di un elevato rischio di prole disabile o malata; libertà di ricorrere alle tecnologie che permettono di evitare di generare figli disabili e malati; libertà di affidarsi al caso o al destino, o a Dio per chi ci crede. Finché la scelta, appunto, rimane individuale, libera e consapevole, non può esserci dietro progetto eugenetico.
Ovviamente per i reazionari l’incesto rimane lo spauracchio preferito da agitare ogni volta che si parla di allargare i diritti connessi al matrimonio: come se la gente fosse trattenuta dall’unirsi carnalmente con i propri fratelli solo perché gli omosessuali non possono sposarsi... In realtà, basta per questo l’istinto naturale (prodotto verosimilmente dalla selezione naturale), o anche solo l’evoluzione della società verso rapporti sempre più aperti: si pensi a come i matrimoni tra cugini, pur consentiti dalla legge, siano andati diminuendo dai tempi in cui erano pratica diffusa presso alcuni ceti. Ma a chi non riesce a scandalizzarsi perché un ragazzo reo solo di avere amato finisca in galera, questo evidentemente non può bastare.

martedì 27 febbraio 2007

Sublime Aioros

Quando parla del papa – anzi: quando parla col papa – è sempre un piccolo capolavoro.

Lisa dagli occhi blu (o Jennifer Capriati)

A proposito della possibilità di intervenire sul patrimonio genetico degli embrioni vorrei demolire qualche luogo comune.
Sebbene la possibilità di modificare tratti somatici (come il colore degli occhi o l’immissione di un talento specifico) sia uno scenario fantascientifico piuttosto che scientifico, è utile sgombrare il campo da presunti argomenti che condannano la genetica migliorativa.
La condanna della manipolazione genetica positiva o migliorativa si basa spesso sull’argomento della violazione della autodeterminazione del nascituro (vedi come esemplare la posizione di Jürgen Habermas in Il Futuro della Natura Umana, 2001). Argomento debole. Molto debole.

Innanzi tutto per l’estrema difficoltà di distinguere una manipolazione genetica negativa (i cui scopi sono terapeutici e difficilmente condannabili moralmente) da una manipolazione genetica positiva (i cui scopi sono migliorativi e oggetto di una dura accusa “eugenetica. Qual è la linea di confine? E, soprattutto, perché la manipolazione genetica negativa viene considerata moralmente accettabile, mentre quella positiva è criticata aspramente come immorale e disumana?
Lo stesso Habermas è costretto a ammettere che tracciare un confine tra genetica positiva e genetica negativa è difficile e implica l’annoso problema di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi. Il confine è necessariamente arbitrario e non fattuale, proprio come lo è il confine politico tra due Paesi o la definizione di maggiore età a partire dal compimento dei diciotto anni. Lungo il continuum degli interventi genetici, qual è il punto in cui un intervento (genetico e “tradizionale”) non è più terapeutico ma diventa migliorativo?
Se è agevole definire come intervento squisitamente terapeutico la correzione a livello genetico di una grave malattia (la sindrome di Lesch-Nyhan, ad esempio), è più difficile in casi più sfumati: l’incremento di intelligenza o di forza muscolare è evidentemente un intervento soltanto migliorativo? L’aumento della resistenza immunitaria o il rimedio della calvizie come devono essere considerati? Sembra ragionevole ammettere che una possibile soluzione consisterebbe nell’individuare una soglia di normalità, soddisfatta la quale gli interventi non sono più terapeutici bensì migliorativi. Quali sono i criteri per stabilire la soglia di normalità, da utilizzare come spartiacque tra interventi terapeutici e migliorativi? La questione non è semplice, soprattutto alla luce della difficoltà di offrire criteri soddisfacenti per definire la normalità, la salute e la patologia, e della opinabilità e parzialità di tutti i criteri possibili.

La possibilità della manipolazione genetica darebbe poi origine a un nuovo diritto che le si impone come argine: il diritto a un patrimonio genetico non manipolato. Argomento affine a quello della innaturalità, solleva la seguente domanda: la trasformazione genetica costituisce un accrescimento dell’autonomia e della salute individuali, oppure è dannosa?
Invocare il diritto alla casualità non risolve granché. Affermare il diritto al caso dovrebbe servire da una parte a condannare la strumentalizzazione di una vita umana rispetto alle preferenze di terzi (i genitori), dall’altra la violazione della lotteria cromosomica (che valore ha la lotteria cromosomica?).
Il diritto al caso è un’arma critica piuttosto debole: anche gli interventi genetici terapeutici (dunque gli interventi che in genere vengono considerati moralmente ammissibili) violano il diritto al caso, andando intenzionalmente a correggere anomalie genetiche: la trisomia del cromosoma 21, originata per caso, dovrebbe dunque essere protetta dall’intervento genetico? Perché sarebbe immorale sostituirsi alla casualità genetica nel caso degli interventi genetici migliorativi, ma non nel caso degli interventi genetici terapeutici? Il diritto al caso non può essere invocato arbitrariamente: si può istituire accettandone tutte le implicazioni, e dunque anche l’astensione da interventi genetici terapeutici, oppure è necessario ricusarlo. (Accettereste di essere curati “a caso”?)

La soluzione proposta da Habermas è che gli interventi terapeutici traggono la forza da una presupposizione controfattuale di un possibile consenso da parte dell’embrione, evitando così il rischio di eterodeterminazione genetica (per quale motivo sia possibile presupporre un consenso soltanto rispetto a interventi terapeutici, e non rispetto a interventi che possano migliorare le caratteristiche del nascituro (incrementi genetici di bellezza, intelligenza, memoria) è oscuro): questa presupposizione può riferirsi solo alla prevenzione di mali estremi, che senza dubbio sarebbero rifiutati da tutti. Non può invece essere ipotizzato in altre circostanze. La presunzione di un consenso da parte nel nascituro a quegli interventi contro mali estremi suscita innumerevoli perplessità. Se fosse rilevato un male piccolo, o che comporta sofferenze medie, ci si dovrebbe forse astenere dall’intervenire perché l’intervento sarebbe immorale? E chi stabilisce quale male è estremo? Quali sono i criteri per valutare oggettivamente una gerarchia di mali?
Escludere interventi (eugenetici o terapeutici?) richiamandosi alla necessità del consenso degli interessati sembra equivalere all’affermazione che l’abolizione della schiavitù dovrebbe suscitare il consenso potenziale degli schiavi; ma in fondo la schiavitù – rispetto alla pena di morte, o al diritto del sovrano di vita e di morte sui sudditi – sembra un male medio o trascurabile; dal momento che sarebbe azzardato affermare che tutti darebbero il proprio consenso alla liberazione dalla schiavitù (qualcuno potrebbe preferire vivere in schiavitù, o magari i figli degli schiavi liberati potrebbero rimpiangere la condizione dei loro genitori), possiamo continuare a tenerci i nostri schiavi (bel risultato!).

Gli interventi genetici migliorativi non compromettono l’autonomia individuale e la possibilità di scegliere della propria esistenza.
Non è riscontrabile una differenza moralmente rilevante tra modificazione genetica e modificazione pedagogica, e la pedagogia è accettata (la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte), allora anche un intervento genetico migliorativo dovrebbe rientrare in un’area discrezionale dei genitori (la nascita stessa, quella tradizionale, è un atto intrinsecamente eterodeterminato: cosa c’è di più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente?).
È bene sottolineare l’impossibilità di rendere «non avvenuta» una qualsiasi forma di educazione. È sempre possibile, almeno in linea di principio, correggerne le conseguenze; ma questo è possibile anche per gli interventi genetici (posso correggere le conseguenze di una miglioria genetica così come posso correggere le conseguenze di una educazione musicale. Non è superfluo aggiungere che se mi fosse stata aggiunta una predisposizione musicale, ciò non implicherebbe affatto un dovere o una impossibilità di sottrarmi alla carriera musicale. Potrei ignorarla, e non sentirmi limitata nella mia libertà da una aggiunta genetica voluta dai miei genitori. In questa cornice, la mia esistenza non sarebbe compromessa e i miei genitori avrebbero soddisfatto un desiderio che non mi comporta alcun danno, cioè non comporta per me nessun peggioramento della mia condizione. Vi sono limitazioni ben più gravi della libertà filiale, e atteggiamenti dannosi da parte dei genitori nei riguardi dei figli che non sono condannati con la veemenza con cui spesso si critica l’eugenetica, né sono vietati da una legge: l’iscrizione a certe scuole, l’educazione parentale dei primi anni di vita, l’indottrinamento religioso, lo stesso contesto sociale in cui si nasce, le aspettative verso un figlio avvocato o dentista. Tutti questi elementi sono fortissimi condizionamenti della mia libertà di determinare il corso della mia esistenza, e sono forse più irrimediabili del possedere una predisposizione genetica alla danza o all’hockey su ghiaccio. L’infanzia di Jennifer Capriati, trascinata dal padre per ore sui campi da tennis, è un buon esempio di imposizione molto diversa dall’imposizione di una caratteristica genetica…). È evidente che la premessa dell’equivalenza tra modificazioni genetiche e modificazioni pedagogiche (e dunque della possibilità di apportare ‘correzioni’ in entrambi i casi) è costituita dal rifiuto di un ingenuo determinismo genetico.
Insomma, l’esistenza di un individuo migliorato geneticamente sarebbe in qualche modo peggiore della sua esistenza senza quel miglioramento? E se quel miglioramento può essere agevolmente trascurato nelle decisioni riguardanti la propria vita, potrebbe in qualche modo costituire un restringimento dell’autodeterminazione?
Il nascituro si trova nella condizione di non potere mai esprimere una preferenza, ma soltanto una eventuale e futura protesta. Questa eventuale protesta non può servire per condannare una modificazione genetica nei casi in cui la dotazione di predisposizioni (musicali, sportive) non comporti nessun ragionevole peggioramento della condizione del nascituro: egli potrà non usare le predisposizioni geneticamente determinate, e scegliere liberamente il corso della propria esistenza. La dotazione di predisposizioni non danneggia in nessun modo la sua vita.
Inoltre, l’esistenza di un figlio ‘programmato’ mi sembra preferibile all’esistenza di un figlio dell’errore e della distrazione.

Altro che figlio perfetto!

Un eccellente articolo di Pietro Greco («Embrioni, il falso mito degli “occhi azzurri” che rallenta le cure», L’Unità, 26 febbraio 2007, p. 9) spiega con chiarezza in che cosa consista verosimilmente, al di là delle distorsioni e demonizzazioni subito diffuse, il progetto di legge che il governo britannico sembra intenzionato a presentare per aggiornare la normativa sulla fecondazione artificiale, e che prevederebbe (secondo alcune indiscrezioni) la possibilità di modificare geneticamente gli embrioni umani: per far nascere solo bambini biondi con gli occhi azzurri, secondo gli integralisti di ogni latitudine; per curare gravi malattie – oltretutto senza danneggiare nessun embrione! – secondo Greco e secondo il buon senso.

lunedì 26 febbraio 2007

Una scelta ardua

Gay si nasce o si diventa? (nella versione blog), “Ero gay: i preti mi hanno guarito” (nella versione seria). Questa la scelta ardua: scegliere il titolo più bello. (Il testo non cambia, gli effetti collaterali e diretti sono gli stessi, e la parola che meglio li descriverebbe è un insulto e lo taccio per buon gusto.)
Non stateci troppo tempo; sapete la fine che ha fatto davvero l’asino di Buridano nevvero?

Quando al liberale non piacciono le unioni omosessuali

In un momento già non felice per le sorti del liberalismo in Italia, capita spesso di scoprire angosciati che alcuni di quelli che si dicono liberali o finanche libertari – e che saresti quindi portato a computare dalla tua parte, quasi senza pensarci – si oppongono violentemente a battaglie che hai sempre pensato fossero in massimo grado liberali e libertarie. È il caso ultimamente della regolamentazione delle unioni di fatto: è capitato persino che qualcuno che orgogliosamente sbandierava la sua appartenenza ai «libertari italiani» dimostrasse all’improvviso un’omofobia degna dei peggiori codini.
L’angoscia è giustificata, ma non c’è forse molto da stupirsi: il libertarismo, in Italia – ma qualche esempio c’è anche altrove – è divenuto da un po’ di tempo la copertura ideologica prestigiosa, «americana», dei ceti più insofferenti all’imposizione fiscale, che per il resto rimangono però strettamente legati al mondo vetero-cattolico delle origini e ai privilegi del patriarcato: per loro l’unica libertà che conta è la libertà dalle tasse; lo sperimentalismo sociale della parte più viva del libertarismo anglosassone (si pensi per esempio all’influenza dello scrittore Robert A. Heinlein negli Usa) è necessariamente il loro nemico. Discorso non diverso per molti ‘liberali’ (la differenza è in sostanza solo anagrafica: i libertari all’italiana sono mediamente più giovani), che sono tali solo in quanto avversi a uno Stato potenzialmente incline a mettere in dubbio i loro privilegi sanzionati dal tempo e dalla Tradizione, e che ritroviamo puntualmente a cantare le lodi delle posizioni più retrive della Chiesa cattolica.

Consideriamo un esempio concreto. Il Foglio di due giorni fa ha ospitato un lungo articolo di Giovanni Orsina («L’individualista e laico Orsina dice che la legge sui Dico non è liberale, è solo anticlericale», 24 febbraio 2007, p. 3). L’autore, poco dopo l’inizio, fa questa dichiarazione di principi:
Il diritto che gli individui indiscutibilmente hanno è quello di vivere con qualunque altro individuo adulto e consenziente essi vogliano, sia di un altro sesso o sia del medesimo, senza doverne rendere conto alla società né allo stato. Detto altrimenti, gli individui hanno precisamente il sacrosanto diritto di creare una coppia di fatto. Ma che quella coppia di fatto sia poi riconosciuta pubblicamente, e le siano attribuiti privilegi che vanno a discapito di terzi – come nel caso del subentro nel contratto d’affitto –, o della collettività – ad esempio con la reversibilità della pensione –, è questione che con gli intangibili diritti dell’individuo ha ben poco a che spartire. Uno stato rigorosamente individualista, libertario, consente qualunque comportamento non leda i diritti altrui, ma al contempo di questi comportamenti leciti non ne incentiva neppure nessuno. Ai suoi occhi una zitella solinga o Harun al Rashid col suo harem di mogli si equivalgono a perfezione.
E fin qui non ci sarebbe nulla da eccepire, naturalmente, se non una certa occhiutezza ideologica che pragmaticamente andrebbe stemperata (il pensiero del proprietario che butta fuori dall’appartamento la compagna dell’inquilino appena morto non sembra dar fastidio a Orsina, ma a moltissimi altri, fortunatamente, sì). Ma l’articolo prosegue:
La questione andrebbe dunque del tutto rovesciata. Se in termini liberali il caso deviante non è la mancata attribuzione di privilegi alle coppie di fatto, ma al contrario l’attribuzione di privilegi alle coppie sposate, la vera domanda che dovremmo porci è se sia giusto, e per quali ragioni, che lo stato regolamenti e incentivi col matrimonio la convivenza stabile fra persone di sesso diverso. […]
Detto questo, ritengo tuttavia che la domanda posta sopra – se sia opportuno attribuire privilegi alle coppie regolarmente sposate – debba trovare una risposta positiva. Per la semplice ragione che, fino ad ora, la convivenza stabile fra persone di sesso diverso s’è storicamente dimostrata lo strumento più adatto per generare e formare i nuovi individui. […]
I privilegi che la legge attribuisce al matrimonio, e che possono essere difesi in un’ottica liberale perché atti a facilitare la generazione e formazione di nuovi individui, vanno estesi anche alle coppie di fatto eterosessuali? E a quelle omosessuali? A mio avviso entrambe le risposte debbono essere negative. Rispetto alle coppie omosessuali, perché manca l’elemento cruciale: la generazione e formazione di nuovi individui, appunto. Altro sarebbe se le coppie omosessuali potessero accedere alle procedure di procreazione artificiale o all’adozione. Il che però sarebbe a mio avviso gravemente inopportuno, considerato come la struttura che storicamente s’è rivelata in grado di formare gli individui sia la famiglia eterosessuale, e come un elementare principio di prudenza suggerisca di seguire in questo campo i dettami della tradizione, evitando di imporre esperimenti a pre-individui che – per definizione – sono incapaci di scegliere.
Argomentazione ripetuta mille volte, dalla quale viene quasi sempre omessa – scientemente, perché è un punto troppo ovvio per essere dimenticato – la circostanza che la inchioda alla sua vacuità: il matrimonio eterosessuale non è appannaggio esclusivo delle coppie in grado di generare; ad esso e ai suoi privilegi sono ammesse anche le coppie sterili, e soprattutto le coppie di anziani, per le quali si sa già in anticipo che le nozze sono destinate a rimanere infeconde e chiuse alla procreazione. Né questi sono considerati dalla società matrimoni di seconda categoria: l’approvazione sociale è sincera e per nulla inferiore a quella che circonda il matrimonio di una coppia potenzialmente fertile.
Quando muovi questa obiezione, «libertari italiani», liberalconservatori e liberalclericali abbozzano un sorrisetto di compatimento, scuotono la testa, come a dire «è vecchia!»; ma la controreplica, chissà perché, non arriva mai – se non nella forma di assurdi arzigogoli; e non può arrivare, perché logicamente non ce n’è una (si veda la lunga – anzi, ahimè, prolissa – discussione, in cui mi sono ritrovato impegnato qualche giorno fa).
Una risposta coerente sarebbe l’abolizione del diritto a sposarsi per le coppie di anziani che non abbiano già figli; ma naturalmente, questo è per molte ragioni improponibile (anche se a lungo termine l’evoluzione del costume va verosimilmente nella direzione della fine del matrimonio come unione sessuale, e della sua sostituzione nell’ordinamento giuridico con la relazione di cura, secondo le suggestioni di Martha Albertson Fineman e di altri).
Si può invece sostenere che il matrimonio genera altri beni sociali, oltre a quelli rappresentati dalla riproduzione, e che quindi esso andrebbe esteso (di fatto se non di nome) anche agli omosessuali. Un liberale autentico guarderà sempre con sano scetticismo a queste pretese di vantaggi per la società, ma in questo caso non c’è in effetti neppure bisogno che esse siano giustificate: l’uguaglianza di fronte alla legge basta e avanza per dire sì alle nozze omosessuali. Non esiste uno straccio di giustificazione per la situazione attuale, in cui gli omosessuali pagano con le loro tasse i privilegi delle coppie eterosessuali, anche sterili, da cui essi sono tuttavia esclusi.
Del resto, è poi così ovvio che gli omosessuali siano incapaci di generare? Orsina, con ingenuità tanto monumentale da riuscire ancora una volta sospetta, sembra credere che i gay non possano avere figli se non con la fecondazione in vitro o l’adozione. Forse l’equivoco è naturale per quanti – in accordo con meccanismi psicologici ben noti – sentono il bisogno di marcare la propria distanza dall’universo gay incrementando fino al parossismo la ripulsa dell’orientamento omosessuale; ma in ogni caso si dovrebbe sapere che la fecondazione artificiale non avviene solo in provetta e in laboratorio...
Le famiglie omosessuali, anche se i figli provengono geneticamente dall’esterno della coppia (almeno allo stadio attuale delle tecniche riproduttive), sono più fertili di molte coppie eterosessuali – e certo nessuno può pensare di sottrarre loro i bambini (caritatevolmente evito di esaminare la consistenza logica delle idee di Orsina sui pre-individui). Il loro diritto a sposarsi, checché ne pensino tanti sedicenti ‘liberali’, è sicuro e incomprimibile, e lottare per conseguirlo è una battaglia di libertà.

Minnesota University: commedia blasfema

Un vero e proprio scandalo, come avverte un banner piuttosto evidente e che ho riportato per diffondere la richiesta di inviare per mail (urgent action!, avvertono).
Che cosa starà mai succedendo?

University of Minnesota Set to Bash Catholicism
, October 18, 2006:
How can any respectable university consider blasphemy academic freedom? Well, the Department of Theatre Arts and Dance of the University of Minnesota plans to stage a blasphemous play called The Pope and the Witch starting on March 1, 2007.
According to The New York Times: “The witch, in nun’s habit, turns up as an aide to the doctor summoned to treat the pope, and before long the Holy Father is seized with a paralytic affliction that, among other names, is known as ‘a crucifixion stroke,’ leaving him with his arms outstretched.”
The Yale Herald further states: “The blasphemy aspect of the production adds another layer of prickly humor…”
To sign a quick personal e-protest, CLICK HERE now.
Proseguendo nella lettura ci si imbatte in una descrizione delle ragioni della protesta e del profilo dell’autore. Formidabile.
The Pope and the Witch is unmistakably anti-Catholic. Its communist author, Dario Fo, mocks Catholic hierarchy and morality. The Pope figure in the play is a greedy heroin-addict according to press reports. Among other gross distortions, the Church is responsible for world poverty and hunger because of its doctrine against abortion and contraception.
Italian playwright Dario Fo, a long-time member of the Communist Party, is well known for his subversive work against religion and family. In 1983, he was denied entry into the United States for the second time. And the Vatican called his 1977 broadcast of Mistero Buffo “the most blasphemous show in the history of television.”
(I corsivi delle ultime righe sono miei. Vedi come si finisce a forza di attaccare la religione e la famiglia? Da leggere anche la difesa accorata della religione che sarebbe sotto scacco e la descrizione pacifica della protesta.)

CattoCartoons

Come primo miracolo avrebbe potuto fare di meglio. Comunque, sfido chiunque a riuscirci.
Molti altri esilaranti Cartoons qui.

Giocare a diventare papa

Chissà quando arriverà in Italia. Non possiamo che presentarlo in anteprima e con una certa impazienza: VATICAN The Board Game. From Cardinal to Pope—how it happens . . . (sottotitolo: Unlock the secrets of how a man become pope).

Dalla home page si legge:
VATICAN, historically accurate, is more compelling than the depictions of the Catholic Church in popular culture. Reality and truth are always more interesting than fiction.
VATICAN is a fascinating way for all to understand a central point of Catholic identity, and will appeal to a wide variety of audiences, whatever their religious preferences.
VATICAN is sophisticated, filled with nuance that makes replays as enjoyable as the first time you play it. For teachers, it’s a powerful educational tool – for a gathering of friends, it’s a stimulating experience.
VATICAN – a high quality game that makes the ideal gift. Buy now – fun and learning in an outstanding package!
Molto interessante anche la foto e le notizie sul creatore (è proprio il caso di dirlo, non banale inventore) del gioco: Stephen Haliczer.
Per ordinarlo.

domenica 25 febbraio 2007

Homo (in)habilis

Francesco Agnoli ha l’onore di essere oggetto delle nostre attenzioni ancora una volta nel giro di poco tempo scrivendo nell’inserto èFamiglia Ma io Dico: i giovani chiedono ben altro, Avvenire, 23 febbraio 2007 (non varrebbe nemmeno la pena di prenderlo seriamente in considerazione se non fosse rappresenttivo di un pensiero ossessivo e ingombrante). Inizia con una domanda folgorante (poi si lascia prendere dalla foga narrativa):
I giovani hanno veramente bisogno dei Dico? Stiamo guardando al loro futuro, stiamo forse pensando a loro? Per rispondere a questa domanda, così essenziale, vorrei partire dalla vita, dall’esperienza concreta. Qualche sera fa ho portato al cinema una mia classe, a vedere “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino. Un film ispirato ad una storia vera. La storia di una famiglia in cui la madre abbandona marito e figlio, perché i disagi economici rendono la vita, per lei, insopportabile. Il padre, invece, vuole tenere duro: ha avuto anche lui una infanzia difficile, ha conosciuto suo padre molto avanti negli anni, e vuole per suo figlio qualcosa di diverso. Il film è tutto giocato su questo rapporto, tra padre e figlio: il padre che domanda di continuo al suo bambino se ha fiducia in lui. E il bimbo che si affida, come tutti i bimbi, a chi lo ama. Poi, alla fine del film, ho riportato a casa una mia alunna: non a casa sua, ma di sua nonna. Il padre, infatti, vive da una parte, la madre da un’altra, e lei con la nonna. Vede sua madre in giorni prestabiliti, ma non per molto, né con grande gioia: «Lei tanto è indaffarata col suo moroso». Io, che ho vissuto in una bella famiglia, unita, felice, non ho potuto non commuovermi, e chiedermi: cosa stiamo dando, ai nostri giovani? Tutti in fondo se lo chiedono: cosa gli stiamo dando, per quanto riguarda la famiglia, o per quanto riguarda il lavoro.
Francesco Agnoli si pone come interprete e portavoce dei “giovani”, e a loro nome spiega che “no, dei Dico i giovani non hanno bisogno” e che “i giovani hanno bisogno della famiglia Vera” (ha chiesto loro di che opinione fossero?). Che cosa poi sia, la famiglia Vera, ce lo spiega lui. Se esista o se sia mai esistita io non so. Ma Francesco è convinto che i principali guai (se non addirittura tutti i guai) derivino dalla dissoluzione di questo passepartout esistenziale. Come se il matrimonio (in chiesa, si intende) possa ergersi a garante di qualcosa. E non perché legalmente è possibile divorziare. Anche prima del divorzio esistevano famiglie (bollate dal matrimonio indissolubile, data di scadenza: MAI) infelici, disastrose, pericolose. Umberto Galimberti, il cui pensiero e il cui modo di “fare filosofia” non mi sono congeniali, una volta rivolse ai lettori della sua rubrica su D di Repubblica una questione scomoda e imbarazzante (a proposito di un caso di una mamma che avevo ucciso il figlio inscenando un rapimento; il figlio era naturale e la mamma regolarmente sposata): se l’ingenuo pensiero dell’amore materno e delle premure parentali non fosse tale (ingenuo), non ci ritroveremmo con tanti bambini, adolescenti e adulti inguaiati. In altre parole (vorrei che Francesco comprendesse senza sbavature): le madri non sono sempre amorevoli e premurose; le famiglie (tradizionali) non sono sempre accudenti e rassicuranti; i legami familiari non sono sempre impostati sulla fiducia e l’amore. Distinguere i buoni dai cattivi in base a una parola (Matrimonio) è una operazione rassicurante ma nella migliore delle ipotesi inefficace. E spesso stupida, di quella stupidità cieca e insofferente alle complicazioni e alle distinzioni.
Mi fa sorridere l’apologia del film di Gabriele Muccino, l’ingenuità del dire con enfasi “è una storia vera” (e pertanto avrebbe un valore aggiuntivo?), la semplificazione del pensare che un modello formale possa garantire il buon esito della “ricerca della felicità”. Mi piacerebbe sapere se davvero il caro Francesco sia convinto che la famiglia (come la intende lui, madre padre e figli) sia una garanzia sufficiente a conferire stabilità e rassicurazione. E mi astengo dal chiedere cosa diavolo ci facesse Francesco al cinema con una sua alunna (sì, sì; al cinema era con tutta la classe, ma poi a casa ne ha riaccompagnata soltanto una. Oppure è munito di un pulmino giallo?).
Ma andiamo avanti con la lettura.
Il grande finanziere George Soros, un ebreo ungherese che vive in America, ha scritto un libro, “Soros su Soros” (editrice Ponte alle Grazie), molto utile per capire dove stiamo andando. In esso ci parla delle sue doti di “filantropo”: si batte, con le sue infinite disponibilità economiche, in collaborazione con Hugh Hefner, proprietario di Playboy, per una «società aperta», cioè una società in cui vi sia droga libera, mobilità lavorativa, mercato libero, emigrazione e immigrazione... in cui «la struttura organica di una società si è disintegrata al punto che i suoi atomi, gli individui, si muovono in varie parti senza radici». In questa società, scrive Soros, «amici, vicini di casa, mariti e mogli diventano, se non intercambiabili, almeno prontamente rimpiazzabili da sostituti impercettibilmente inferiori, o superiori... il rapporto tra genitori e figli rimane presumibilmente fisso, ma i legami che li uniscono potrebbero diventare meno importanti». L’essenziale, prosegue Soros, è che «nelle società aperte ogni individuo deve trovarsi da solo il proprio scopo di vita», sapendo che la libertà è semplicemente la possibilità dell’individuo di «conseguire il proprio interesse personale come egli lo percepisce».
Ma noi siamo veramente fatti per questo? Siamo veramente fatti «per il nostro interesse personale», per muoverci di continuo, per continuare a cambiare lavoro e dimora? Siamo fatti per avere più famiglie, più genitori, amici e vicini intercambiabili, e cioè senza valore? A me non sembra. Mi pare, al contrario, che tanti giovani non credono più all’amore per sempre perché gli abbiamo tolto la terra sotto i piedi: abbiamo reso ardua l’opzione famiglia, con le mille paure e con la sfiducia che caratterizzano la cultura odierna, e poi rimandando di continuo l’età della indipendenza lavorativa, precarizzando il lavoro, omettendo ogni politica sociale a favore della famiglia...
È molto interessante come la pluralità diventi interscambiabilità e poi assenza di valore. Seguendo quella idea che la possibilità di scelta costituisca in realtà una svalutazione. In fondo, se la Verità è una, tutte le altre “opzioni” hanno poco o nessun valore.
Le credenze, poi, non hanno il potere di affermarsi a dispetto delle circostanze. Io posso pure credere in Gesù Bambino, ma non è la debolezza della mia credenza a far trapelare le crepe. Così, posso anche credere nell’amore per sempre, ma se mio marito mi picchia cosa scelgo, la credenza o la fuga?
L’uomo, invece, è l’unico “animale” che ha bisogno di sicurezza, di stabilità, di fedeltà, di unità: l’unico che rimane legato alla famiglia d’origine, per tutta la vita; l’unico che dipende da essa per moltissimi anni; l’unico che tendenzialmente ama per sempre; l’unico che mantiene il legame con i suoi cari, tramite la tomba, persino dopo la morte... L’uomo crea e desidera amicizie stabili, una dimora fissa, un lavoro che non cambi di continuo... Su questa stabilità costruisce la sua identità, il suo essere qualcuno, la sua tranquillità interiore.
Ma che ne sa? È lecito che qualcuno desideri diversamente? E come si mantiene il legame con i propri cari tramite la tomba? È un legame monodirezionale? Oppure anche chi sta sottoterra mantiene un legame? Gli argomenti di Francesco sono stringenti, e non poteva mancare il richiamo ai figli adottati o ai figli della procreazione assistita.
Il figlio ha la necessità di poter contare sui suoi genitori, vive della loro unità e soffre delle loro discordie; il marito e la moglie, hanno bisogno di poter contare sul coniuge, di aver in lui una sicurezza, un aiuto, un conforto.
Lo dimostra molto bene il caso dei figli adottati o, ancor di più, di quelli nati con fecondazione artificiale eterologa. I primi, infatti, ricercano di solito i loro genitori naturali, desiderano conoscerli, anche se si trovano benissimo nella famiglia adottiva. I nati da eterologa, invece, come racconta Chiara Valentini, giornalista de L’espresso, nel suo “La fecondazione proibita” (editrice Feltrinelli), divenuti maggiorenni si mettono spesso sulle tracce del loro padre o della loro madre genetici: eppure non li hanno mai visti, neppure di lontano!
Feltrinelli è una casa editrice femminile?
Ebbene cosa stiamo costruendo noi con i Dico? Stiamo creando una società sempre più aperta, ma nel senso di liquida, di sfuggente, di instabile ed incerta... in cui un figlio, o una moglie, si cambiano come si cambia il lavoro, anzi più in fretta ancora di un co.co.co, o come si cambia un cellulare, affinché l’economia continui a girare... Così facendo però non costruiamo l’uomo, ma lo decostruiamo: torneremo nomadi, come nei tempi preistorici: nomadi spirituali, cioè uomini soli, senza radici, senza storia, senza legami. I giovani non vogliono questo: soprattutto quelli come la mia alunna, che ha sperimentato su di sé l’incertezza dell’amore, vogliono altro. È la mia personale riflessione, ma anche la mia esperienza quotidiana di insegnante. Tutti vorrebbero costruire sulla roccia degli affetti stabili, e non sulla sabbia delle passioni mutevoli, delle paure e degli egoismi. Compito dello Stato è tutelare e difendere questo desiderio originario, e non altro.
Tutelare, non imporre. Tutelare significa proteggere, non eliminare gli avversari. Starebbe bene Agnoli tra gli uomini d’un tempo. Quelli che non si ponevano troppi interrogativi sulla vita e sulla morte, ma dovevano procacciarsi il cibo. E tenere a freno la lingua per concentrare le energie sulla corsa e il pugnalare a morte la povera bestiola da fare alla brace.

Il padre dei DiCo si redime

Siamo stati severi, qualche giorno fa qui su Bioetica – e credo a ragione – con Stefano Ceccanti, consigliere giuridico del ministro Pollastrini ed estensore materiale (assieme ad altri) del disegno di legge sui DiCo. Ma ciò non toglie che Ceccanti dica anche cose intelligenti, quando non si trova a dover difendere l’indifendibile. In particolare, un suo articolo sul Foglio di ieri fa giustizia di alcuni luoghi comuni che girano sulle convivenze («Il cattodem Ceccanti si cimenta con la bozza della nota dei vescovi. Un duello in punta di diritto», 24 febbraio 2007, p. 3). Parlando della bozza (trapelata sulla stampa) della futura Nota Cei, che dovrebbe impegnare i politici cattolici a contrastare ogni proposta di legge sui Pacs, Ceccanti afferma:
L’autonomia privata potrà garantire qualcosa come dice il documento del 2003, ma purtroppo non può garantire nessuno dei diritti previsti dai Dico.
La bozza parte dal documento della Congregazione per la Dottrina della fede del 2003 che parla di “autonomia privata […] per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse”: questa apertura si riferisce a un’area molto ristretta. La bozza, in spirito di ulteriore apertura, vorrebbe ricomprendere in quell’apertura “molti dei diritti di cui parla il presente progetto di legge”. Un’operazione che però, purtroppo, non si può proprio fare. Con tutta evidenza i contratti non possono regolare né una quota di legittima nelle successioni, né diritti previdenziali e pensionistici, né permessi di soggiorno, né far insorgere obblighi alimentari. Neppure possono determinare una giurisprudenza univoca in materia di impresa o di trattamenti sanitari (che infatti ad oggi non è univoca), consentire in caso di conflitto con familiari un effettivo diritto all’assistenza per malattia o ricovero, costituire titolo per trasferimenti e assegnazioni di sede o imporre standard essenziali alla legislazione regionale per alloggi di edilizia pubblica. Né possono espandere al di là delle tipologie di conviventi già tutelati il subentro nel contratto di affitto o l’opposizione alla donazione degli organi. Alla fine, pertanto, se ci si basa solo sul Documento del 2003, bisogna affermare che nessuno di quei diritti è meritevole di tutela da parte del Parlamento, cosa che comunque finirebbe per provocare interventi del potere giudiziario per sanare le più evidenti discriminazioni. Ma è proprio inevitabile restare nei limiti del 2003? La prolusione del cardinale Ruini al Consiglio permanente del settembre 2005 poneva anch’essa la via del diritto comune come strada maestra, ma ricomprendeva poi come subordinata la possibilità di varare “qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela” che dovrebbero “rimanere nell’ambito dei diritti e dei doveri delle persone”. Perché non riconfermare anche tale apertura che nella bozza non c’è più?
Da leggere anche il resto (che si può integrare utilmente con «Chi si oppone è contrario anche al Trattato costituzionale europeo?», Il Riformista, 14 febbraio 2007, p. 5, dello stesso Ceccanti).

Due negazioni = una affermazione

Dico: Binetti (DL), nessun diktat da Rutelli, la Repubblica, 24 febbraio 2007:
“In merito ad alcune mie frasi riportate da organi di informazione, tengo a precisare che da Francesco Rutelli io i ‘teodem’ non abbiamo mai ricevuto ‘diktat’ né ci consideriamo ‘il suo braccio operativo’”. Lo precisa la senatrice Paola Binetti. “Il nostro agire politico è sempre stato secondo coscienza, in totale, piena autonomia. Abbiamo sempre risposto delle nostre scelte in prima persona senza alcuna imposizione, né bisogno di schermi. E lo stesso, è perfino superfluo ricordare, a proposito di Rutelli, che ha dimostrato chiaramente di saper prendere le sue responsabilità politiche senza bisogno di suoi delegati che gli risparmino l’onere di esprimere le proprie opinioni”.
(I corsivi sono miei a supporto del titolo del post. Quel “mai” rientra nella proposizione negativa...)
E poi l’autonomia non è limitata o annientata soltanto da persone fisiche.

Quell’ingrato di Welby

Sulla Stampa Flavia Amabile intervista Paola Binetti («“Abbiamo ringraziato Dio. Merito suo la fine dei Dico”», 24 febbraio 2007, p. 9), che festeggia l’affondamento dei DiCo («abbiamo innanzitutto ringraziato il Padreterno perché solo da lui poteva giungere una mano così inaspettata») e minaccia di far fare la stessa fine al Testamento biologico («Che cosa vi aspettate dal futuro governo?» «Che adesso si prenda una pausa di riflessione anche sulla legge sul testamento biologico che si presta alla stessa strumentalizzazione dei Dico»). Poi, proprio alla fine, dice:
I radicali hanno una lista: era ancora caldo il ricordo di Luca Coscioni che è apparso Welby, poi è stata la volta di Nuvoli. Il tutto anche con una certa ingratitudine nei confronti della scienza.

Welby ingrato?
Certo, Welby ha mai pensato che è arrivato fino a sessant’anni solo grazie al progresso scientifico e che ci sarebbero stati tanti malati che sarebbero più che felici di aver vissuto come lui?
Chissà come si sarà offesa, la Scienza, dell’«ingratitudine» di Welby! E quanta, oh quanta umanità, che calda comprensione nella senatrice Binetti per il povero incompreso Progresso scientifico! Te la immagini quasi, mentre lo coccola e lo carezza, e gli sussurra di non piangere più, ché tanto quel cattivone è morto e non gli può più far male...

venerdì 23 febbraio 2007

Il tema drammatico dell’imposizione

Il paziente rifiuta la cura? Il medico può andare avanti, Quotidiano.net, 23 febbraio 2007:
Il paziente rifiuta le cure? Il medico può andare avanti se il quadro clinico è talmente cambiato “con imminente pericolo di vita” per il paziente stesso. Lo sottolinea la Corte di Cassazione (Terza sezione civile) che, intervenendo “nell’attuale vivace dibattito sul tema drammatico della morte”, ricorda come anche i ddl sul ‘testamento biologico’ vadano in questa direzione.
Scrivono gli ‘ermellini’ che “nei vari disegni di legge sul ‘testamento biologico’, contenente le anticipate direttive di un soggetto sano con riguardo alle terapie consentite in caso si trovi in stato di incoscienza, spesso è previsto che tali prescrizioni non siano vincolanti per il medico, che può decidere di non rispettarle motivando le sue ragioni nella cartella clinica”.
In particolare, i supremi giudici si sono espressi in questi termini affrontando il caso di un Testimone di Geova di Trento, T. S., che in seguito ad un grave incidente stradale era stato ricoverato presso il pronto soccorso dell’ospedale Santa Chiara e trasferito nel reparto di rianimazione perché affetto da rotture multiple e rottura dell’arteria principale con emorragia in atto.
Nel corso di un successivo intervento chirurgico, si legge nelle motivazioni della sentenza 4211, “veniva sottoposto a trasfusione sanguigna nonostante avesse dichiarato che, in ossequio al proprio credo religioso, non voleva gli venisse praticato tale trattamento”. Da qui la richiesta, peraltro rifiutata anche dalla Cassazione oltre che dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Trento, di risarcimento dei danni morali patiti per essere stato costretto a subire la trasfusione rifiutata.
Secondo la Cassazione, che ha respinto il ricorso del paziente, bene hanno fatto i giudici di merito a negare il risarcimento richiesto in quanto “il giudice ha ritenuto che il dissenso originario, con una valutazione altamente probabilistica, non dovesse più considerarsi operante in un momento successivo, davanti ad un quadro clinico fortemente mutato e con imminente pericolo di vita e senza la possibilità di un ulteriore interpello del paziente ormai anestetizzato”.
Del resto, viene ancora annotato, T. S. aveva chiesto, qualora fosse stato indispensabile ricorrere ad una trasfusione, di essere trasferito presso un ospedale attrezzato per l’autotrasfusione, “così manifestando implicitamente il desiderio di essere curato e non certo di morire”.
In definitiva, dice la Suprema Corte, la motivazione dei colleghi di merito «si fonda su argomenti congrui e logici certamente aderenti ad un diffuso sentire in questo tempo di così vivo ed ampio dibattito sui problemi esistenziali della vita e della morte, delle terapie e del dolore», insomma, “delle varie situazioni configurabili nell’attuale vivace dibattito sul tema drammatico della morte, situazioni – osserva la Suprema Corte – da tenere ben distinte per evitare sovrapposizioni fuorvianti (accanimento terapeutico, rifiuto di cure, testamento biologico, suicidio assistito)”.
In altre parole, il comportamento dei medici che hanno praticato la trasfusione anche dopo l’ok ricevuto dalla Procura, è “legittimo” perché essi “hanno praticato nel ragionevole convincimento che il primitivo rifiuto del paziente non fosse più valido ed operante”.

giovedì 22 febbraio 2007

Francesco Agnoli e la propaganda che fallisce

Il mestiere del propagandista non è facile. Chi smercia menzogne deve saper occultare la verità, senza che nulla ne trapeli; o almeno, quando la verità è troppo ovvia per essere nascosta, la deve aggirare con sicurezza, come se non fosse lì, senza inciamparci miseramente davanti a tutti. A Francesco Agnoli purtroppo – o fortunatamente – questa abilità manca del tutto.
I lettori di Bioetica lo conoscono già: docente di italiano e storia all’Istituto Tecnico Grafico parificato “Sacro Cuore” di Trento, sparacchia periodicamente da una sua colonnina sul Foglio contro la teoria dell’evoluzione, della quale ignora palesemente e assolutamente tutto. Oggi Agnoli si cimenta con un altro tema: la legge recentemente approvata dalla Regione Lombardia sull’obbligo di seppellire i feti abortiti («Allarmi inutili», Il Foglio, 22 febbraio 2007, p. 2). Gli esiti sono quelli che ci si può aspettare – anzi, riusciranno forse a sorprendere persino i più cinici...
Marina Terragni, su Io donna, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino” […] Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso a ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino a un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, lei non è l’unica a spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa [corsivo mio].
Agnoli sembra non rendersi conto che in questo modo dà precisamente ragione a Marina Terragni: la sepoltura dei feti serve appunto a inculcare l’idea che quelli fossero bambini – un’idea che, se venisse accolta largamente, avvicinerebbe di sicuro il ritorno ai cucchiai d’oro e alle mammane. Alla logica, alla realtà, non si scappa...
Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo. Che falsità!
Anche qui l’incontinente Agnoli si lascia scappare qualcosa che avrebbe fatto meglio a tacere: il paragone improponibile tra il feto «con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori» (una minoranza infima di quelli abortiti, ammesso che ce ne siano, e per motivi gravissimi di salute della donna) e l’ovulo e lo spermatozoo, impone all’attenzione anche quello, altrettanto assurdo, tra lo stesso feto e l’embrione «della specie umana», che Agnoli riesce a dotare miseramente di 46 cromosomi e di nient’altro.

La scelta di avere Francesco Agnoli come commentatore la dice lunga sui livelli intellettuali e culturali di chi l’ha scelto per quel ruolo. Speriamo che non lo caccino: quella gaffe sui «giornali importanti», tra i quali sembra proprio di capire che Agnoli non annoveri il quotidiano su cui scrive, potrebbe ferire qualche animo vanitoso...

mercoledì 21 febbraio 2007

Paola Binetti: il cilicio come l’ombelico di fuori

Su “Il Sardegna” di oggi Cristina Cossu intervista Paola Binetti (La crisi della famiglia si aggrava con i “DiCo”).
Il secondo motivo [per il quale il riconoscimento dei diritti dei conviventi sarebbe un attacco alla famiglia]?
Io sostengo che nel momento in cui nella percezione dei giovani ci sono alternative, a parità di risorse e di diritti, si spinga a scegliere la soluzione meno complicata. La crisi della famiglia porta anche al bullismo o alla violenza negli stadi, indebolisce i valori di solidarietà.
Uno Stato deve contribuire a creare legami durevoli.
Sarebbe interessante conoscere le idee di Paola Binetti a proposito del valore morale di una “scelta” compiuta in assenza di alternative. Dimentica, la senatrice, che se posso percorrere una sola strada il mio cammino non ha alcuna connotazione morale. È morale o immorale che per sopravvivere mi tocca respirare? Attribuire alla crisi della famiglia (come se poi prima fosse un idillio!, che ingenua visione di una età dell’oro familiare) il bullismo o la violenza negli stadi è ridicolo. Perfino ti strappa un sorriso.
Davvero è il costruire legami durevoli uno degli obblighi di uno Stato?
Il Papa può essere criticato?
C’è libertà di opinione e di parola, ma una persona con la storia, lo spessore e le capacità di Benedetto XVI non merita di essere criticata.
Usiamo alla senatrice la stessa cieca cortesia? Impossibile. Perché Paola Binetti merita proprio di essere criticata. Le sue idee meritano di essere criticate.
Le sembra giusto che la Chiesa faccia lobby politica?
Non la sta facendo, non si sta schierando, sta riaffermando i valori di sempre, non negoziabili.
Questa non è politica, è vita.
Eh, non capisco come l’intervistatrice abbia domandato una tale scempiaggine: la Chiesa non si sporca con la politica (però i politici con la Chiesa ci vanno a nozze, e mica matrimonio di serie B...). Eppoi, suvvia, questa è vita (questa cosa?). Affermare i valori assoluti. È vita. Non lo sapevo.
Lei è un’integralista cattolica?
Credo profondamente e ritengo che la coerenza sia la cifra della mia maturità umana. Se sostituisce integralismo con integrità mi ci riconosco e lo prendo come un complimento.
Sì però la domanda era un’altra. (D: Lei è pessimista? R: Se sostituisce pessimista con pessimo lo prendo come un complimento.)
Lei è di sinistra?
Certo. Credo nella promozione di un sistema più giusto, nella solidarietà, credo in un welfare che colga le difficoltà delle persone.
Il “più giusto” però lo decide lei. Sarebbe più onesto dire: “Credo nella promozione dell’unico sistema giusto: il mio”.
La infastidiscono i Radicali quando dicono “10, 100, 1000 Porta Pia”?
Vivono di spot, è il loro modo di richiamare l’attenzione. Non mi scandalizzo per questo. È molto peggio la loro legittimazione dell’eutanasia, fare di un malato terminale un’icona per sollevare certe questioni è gravissimo. È difficile dialogare con loro, non hanno rispetto della sofferenza.
Spot. Avevo pensato lo stesso di Paola Binetti, che coincidenza. Sono lieta che non si scandalizzi, è una donna di mondo e non basta l’animo commerciale dei radicali a smuoverla. Le questioni, poi, sono i malati stessi a porle. E la questione potrebbe essere riassunta nel rifiutare la tortura di una esistenza devastata. Rispettare la sofferenza significa protrarla? In effetti sì. Se permetti al malato di morire e di esaudire la sua volontà, non rispetti la sofferenza perché la interrompi. Lo slogan potrebbe essere: tieni in vita il malato, altrimenti uccidi la sofferenza. E la sofferenza ha diritto alla vita e alla protezione (la sofferenza, non il malato sia chiaro).
Cosa pensa delle coppie omosessuali nelle sit-com televisive?
E il cinema dove lo lascia? I film di Almodovar, oppure anche “Manuale d’amore”. Ormai la presenza di coppie omosessuali sembra diventato un ingrediente necessario, noto una certa ostentazione, un pressing culturale di cui farei volentieri a meno, perché ho il massimo rispetto per gli omosessuali.
E allora che differenza fa? Che differenza fa con chi uno va a letto? Nessuno avrebbe (e giustamente) domandato a Paola Binetti il suo parere sulla presenza di coppie vestite di blu o con i capelli scuri. Ma sulle checche e le lesbiche, perché questo sono: ostentazione. È patetico e offensivo l’atteggiamento binettiano alla “ti perdono”. Il suo perbenismo e la viltà nel ripararsi dietro al “rispetto”. Il rispetto sarebbe stato rispondere: che differenza fa, omosessuali eterosessuali o asessuati, che differenza fa?
È vero che usa il cilicio?
Vede, è una pratica che appartiene alla cultura cristiana, e non solo.
La vita di ognuno di noi è esposta a prove e difficoltà e ci vuole un certo “allenamento”. Le privazioni, lo spirito di mortificazione, un domani mi aiuteranno ad affrontare cose più grandi. Pensi a cosa fanno le persone che vogliono mantenere la linea. Oppure a un atleta che si prepara per una gara.
A quale gara si prepara, alla vita eterna?
E fa male?
Non più che portare il busto come facevano le donne in altri tempi.
O girare in inverno con l’ombelico di fuori.

martedì 20 febbraio 2007

I mostri e il monsignore

Una delle più bizzarre obiezioni alla vendita di ovociti (che il governo britannico si appresterebbe a legalizzare, stando alle ultime notizie) è stata avanzata da monsignor Elio Sgreccia, in un’intervista apparsa ieri sulla Stampa (Daniela Daniele, «“Qual è il progetto? Così potrebbe nascere una stirpe di mostri”», 19 febbraio 2007):
Il commercio di ovuli fa pensare che ci sia un progetto di riproduzione. Che cosa vogliono fare? Il gamete, ovulo e spermatozoo, è cellula che si presta a qualsiasi tipo di fecondazione, anche tra specie diverse, ovulo umano con sperma di animale o viceversa. Parliamo di esperimenti che possono diventare incontrollabili. La curiosità degli scienziati non ha limiti. Potrebbe derivarne una stirpe di cui non si conosce la provenienza, così come un mostro, o si potrebbe dare il via a una serie di sperimentazioni selvagge. Quindi, la prima cosa che devono fare i ricercatori è agire con trasparenza e dirci che progetti hanno.
Come è noto, secondo una delle definizioni più diffuse, si dice che due specie animali sono differenti quando gli individui che appartengono ad esse incrociandosi non riescono a generare progenie fertile. Naturalmente non risulta sempre facile accertare questa circostanza: per esempio, se le due specie vivono separate geograficamente. Inoltre due specie possono essere incapaci di generare prole per molti motivi: per mancanza di attrazione sessuale reciproca (non molti esseri umani troverebbero attraente un gorilla del sesso opposto, e viceversa), per incompatibilità dei rispettivi apparati genitali, e simili (uno spermatozoo umano potrebbe trovarsi a mal partito nell’utero di un orango). In questo senso, è vero che gameti di specie diverse uniti in laboratorio potrebbero prestarsi a fecondazioni ardite; ma a questo punto entra in gioco la pura diversità genetica. Più l’antenato comune di due specie si situa indietro nel tempo, più sarà difficile che i suoi discendenti possano annullare la distanza che li separa. Ora, l’animale geneticamente più simile all’uomo, e cioè lo scimpanzè, si è separato dal ceppo comune circa sei o sette milioni di anni fa; che oggi uno spermatozoo umano possa fecondare un ovocita di scimpanzè è già quasi incredibile; che lo zigote così formatosi possa cominciare a dividersi sarebbe un evento del tutto inverosimile (basti pensare al fatto che gli esseri umani hanno un paio di cromosomi in meno); che in questo modo possa nascere una creatura ibrida è pura fantasia.
È possibile che Sgreccia sia caduto in un equivoco che ha già fatto altre vittime: in Gran Bretagna si è parlato di recente della possibilità di produrre chimere uomo-animale, e alcuni hanno creduto che ciò avvenisse tramite la fecondazione con sperma umano di ovociti animali. Ma se questo equivoco è ciò che ci si può attendere dal Foglio di Ferrara, autentico focolaio di ignoranza e di falsificazione, dal Presidente della Pontificia Accademia per la Vita ci si aspetterebbe uno standard almeno un poco più elevato.

Ciò che colpisce nella risposta di Sgreccia, a parte la labilità delle sue conoscenze scientifiche, è l’immagine della scienza e degli scienziati, che sembra ispirata più dalla lettura dell’Isola del dottor Moreau che dalla realtà attuale: ce lo vedete un comitato etico che dà il benestare a un esperimento di questo tipo? O uno scienziato che spende il suo tempo in ricerche che non potrà palesemente mai pubblicare? O ancora, riuscite a trovare credibile la fuga della creatura dal laboratorio (devo supporre che Sgreccia, quando parla di «stirpe di cui non si conosce la provenienza», si riferisca a un’eventualità di questo genere), a seminare il panico in città?
L’Italia paga già le conseguenze di un insufficiente sostegno alla ricerca; la demonizzazione gratuita degli scienziati non l’aiuta di certo a uscire da questa situazione.

Forse Lombroso aveva ragione

Dalle Ultimissime dello UAAR, Polonia: Dio non la vuole! Al bando la pillola, 16 febbraio 2007.
La contraccezione non piace alla destra polacca che ha deciso di mettere al bando condom e pillola. Il motivo di tanta avversione? “La famiglia polacca è in pericolo! Nel nostro Paese nascono pochi bambini”, sono queste le parole con cui la deputata cattolica, Anna Sobecka, ha accompagnato la presentazione dell’iniziativa. Per incoraggiare le nascite la rappresentante del Sejm, la Camera dei deputati di Varsavia, vorrebbero far mettere al bando pillola e preservativo che secondo la destra nazional conservatrice sarebbero tra le cause della bassa natalità registrata negli ultimi anni in Polonia.
La Sobecka sta da tempo lavorando a un programma di sostegno alla famiglia (Liga pro familia) insieme a un paio di colleghi dell’ala più consevatrice del Parlamento e alla collega Marina Pjlka, appartenente al primo partito del paese, Diritto e Giustizia (Pis), del neoeletto presidente Lech Kaczynski. Tra le varie proposte c’è anche quella di limitare per via legislativa l’utilizzo degli anticoncezionali. Ma non è tutto, perchè i deputati cattolici non si sono fermati alla proposta di legge. I rappresentanti del programma a sostegno della famiglia hanno anche dato vita a un’allarmante campagna anticondom sostenendo la tesi che la contraccezione rende sterili. Per sensibilizzare la popolazione del paese sull’argomento, i parlamentari pro famiglia si sono spinti fin al punto di proporre di far stampare scritte persuasive sulle confezioni dei preservativi e delle pillole anticoncezionali.
Significa che le scatole dei profilattici polacchi presto potrebbero essere accompagnate da frasi come: “La contraccezione danneggia la vostra salute”, proprio sul modello di quanto è stato fatto con i pacchetti di sigarette nei paesi europei per arginare i danni provocati dal fumo. Inoltre il gruppo di parlamentari sta lavorando ad alcune campagne in televisione e radio che hanno l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei più giovani sul pericolo della contraccezione.
“È ora di mettere la parola fine al grande silenzio che è sceso sull’argomento”, dichiara la Pjlka. Secondo la parlamentare i giovani polacchi sanno troppo poco sui rischi che corrono quando usano il preservativo. Il ministero della Salute non si è dimostrato distaccato rispetto all’argomento. Le prime prese di posizione del ministero si sono orientate sulla posizione che l’uso dei contraccettivi non sarebbe del tutto innocuo. Contro la limitazione dell’utilizzo di anticoncezionali si è espressa invece un’altra rappresentante della stessa corrente politica, Joanna Kluzik-Rostkowska, che ha fatto notare come sia necessario permettere l’uso di strumenti che possano prevenire la gravidanza se si vuole limitare il numero degli aborti clandestini in crescita nel paese.
(I corsivi sono miei. Quella nella foto è Anna Sobecka. Evito di fare commenti schifosamente maschilisti, ma ne ho la tentazione. Quasi irresistibile.)

lunedì 19 febbraio 2007

Parlare per luoghi comuni

Così il ministro Livia Turco commenta la possibilità per le donne di vendere ovuli a scopo di ricerca (Turco: vendita ovuli è mercificazione corpo, Ansa, 19 febbraio 2007):
È mercificazione, un orrore, serve un limite alla scienza.
Capisco le ragioni della scienza ma il fine non giustifica i mezzi. Qui siamo oltre il dibattito sulla liceità di sperimentare o no sugli embrioni. L’incentivo a vendere le ovaie introduce un elemento, la mercificazione del corpo umano che mi spaventa. Credo che la società debba porre limiti e opporsi al commercio e alla manipolazione di parti del corpo.
Sono molto sensibile alle sorti della ricerca e in Italia ci stiamo attivando nella giusta direzione incentivando la ricerca sulle cellule staminali adulte, un campo ancora inesplorato e potenzialmente molto fertile.
(Sull’uso degli embrioni sovrannumerari): Occorre affrontare con meno ipocrisia il problema. Forse è su questi che potrebbe essere applicata la ricerca. Se il loro destino è lasciarli deperire e buttarli via allora è meglio utilizzarli a fin di bene.
(I corsivi sono miei.)

Collazione pericolosa



Dalla Rubrica di Marco Travaglio “Carta Canta”, La famiglia di serie A, 14 febbraio 2007:
“Da noi nessuna stampella al governo: il Dico è un matrimonio di serie B che svilisce il significato di famiglia”.
(Silvio Berlusconi, Il Messaggero, 11-2-2006.)
Berlusconi. Iniziamo male l’anno!
Dell’Utri. Perché male?
Berlusconi. Perché dovevano venire due [ragazze] di “Drive In” che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell’Utri. Ah! Ma che te ne frega di “Drive In”?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l’anno, non si scopa più!
Dell’Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
Berlusconi. Senti, dice Fedele [Confalonieri] che devi sacrificarti (…). Devi venire qui!
Dell’Utri. No, figurati!
Berlusconi. Purché le tette siano tette! Truccate soprattutto bene le tette! (…) Grazie, ciao Marcellino!
Dell’Utri. Un abbraccio, anche a Veronica. Ciao!
Berlusconi. Anche a te e tua moglie, ciao!
(Telefonata intercettata dalla Guardia di Finanza sul telefono di Marcello Dell’Utri a colloquio con Berlusconi nella sua casa ad Arcore, dove il Cavaliere festeggia il Capodanno con Confalonieri e l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, ore 20.52 del 31 dicembre 1986.)

Famiglia di gruppo

Sopratitolo: Due noti studiosi, un giurista e una storica, rispondono al filosofo Emanuele Severino che l’ha definita invenzione della Chiesa.
Titolo: Ma quant’è antica la famiglia, Avvenire, 17 febbrario 2007
Sottotitolo: Francesco Paolo Casavola, «Un modello non creato, ma benedetto dal cristianesimo».
(Domanda) Quale il rischio nel riconoscere giuridicamente forme alternative alla famiglia tradizionale?
(Risposta) «Il rischio è quello che si sta delineando nelle polemiche di questi giorni: cioè che nasca un gruppo tessuto da relazioni di genitorialità, di filialità e di fraternità, però non fondato sul matrimonio. L’“unione” è un termine che riguarda la relazione tra due persone, però se dall’unione di due persone di sesso diverso nasce una prole, allora quella non è più un’unione, ma è un gruppo. Questo gruppo non è fondato sul matrimonio, quindi nasce un organismo para-familiare, in qualche modo simmetrico, però diverso nel suo fondamento dal modello costituzionale. Da qui il problema di un’incompatibilità con la Costituzione che va risolta».
L’altra nota studiosa è Marta Sordi. Per chi fosse distratto il primo noto studioso è anche Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Aspettiamo con fiducia i primi pareri (e la domanda incresciosa è: sentiremo la mancanza di Francesco D’Agostino?).

Binetti invoca l’art. 32

In una intervista a Daniela Daniele per La Stampa sul caso di Valentina, la bambina fatta abortire dai genitori, la senatrice Paola Binetti dichiara fra l’altro («“Quella bambina ha subito doppia violenza”», 18 febbraio 2007, p. 18):
Se è vero che Valentina è stata costretta da qualcuno a rinunciare a suo figlio, allora si è violato l’art. 32 della Costituzione, laddove si stabilisce che non si possano fare interventi su una persona contro la sua volontà.
Strano, ultimamente non ci era sembrato che Paola Binetti avesse così a cuore l’art. 32 della Costituzione: nel caso Welby, in effetti, avevamo avuto l’impressione diametralmente opposta... Ma evidentemente ci sbagliavamo, visto che la senatrice ha talmente a cuore l’autonomia del paziente da invocarla anche là dove non si applicherebbe in modo automatico, come appunto nel caso dei minori (non si viola l’art. 32 della Costituzione se si fa un’iniezione a un fanciullo recalcitrante, per esempio)...

Nuvoli e gli ipocriti

Dal Giornale di ieri («Welby sardo: nuova polemica sull’eutanasia», 18 febbraio 2007, p. 8; si noti la squisita umanità del titolista, per il quale Giovanni Nuvoli non ha nome, ma è solo il «Welby sardo»):
Il primario di rianimazione a Sassari, Demetrio Vidili, che si era rifiutato di interrompere il trattamento terapeutico, ha detto: «Nuvoli aveva un rapporto diverso con medici e infermieri. Ora c’è un clima più pesante, per il pressing mediatico e politico su di lui» e ha annunciato di aver chiesto all’Asl l’acquisto di un sintetizzatore vocale che consenta a Nuvoli di esprimersi meglio.
C’è da chiedersi come fosse veramente il rapporto di Nuvoli «con medici e infermieri» e in che direzione sia cambiato «per il pressing mediatico e politico», visto che l’acquisto del sintetizzatore vocale è stato deciso solo adesso, dopo che Nuvoli l’aveva chiesto invano per tre anni...