sabato 20 febbraio 2016

Il Borges apocrifo di Matteo Renzi: un’indagine

Com’è noto, il 15 febbraio scorso, nel corso di una lectio magistralis tenuta all’Università di Buenos Aires, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha citato alcuni versi di una poesia sull’amicizia, che ha attribuito al grande scrittore argentino Jorge Luis Borges. Ma, come è stato scoperto subito da due utenti di YouTube, quella poesia non è affatto di Borges; né del resto ricorda anche solo lontanamente il suo stile. Si tratta di un testo, decisamente non eccelso, falsamente attribuito a Borges e che gira da molti anni in rete; ed è dalla rete che qualche collaboratore del premier deve averlo improvvidamente pescato e inserito nel discorso.
Ma se non è stato Borges, chi ha scritto allora questi versi? La curiosità deve essere venuta a molti, ma – se non sbaglio – nessuno ha trovato una risposta. Proviamo allora a condurre una piccola indagine, e a vedere dove ci conduce.

La poesia compare in molte forme diverse, distinte in genere da piccole varianti. Una delle versioni più diffuse, che va spesso sotto il nome di «Poema de la Amistad», è la seguente (Renzi ne ha citato i primi cinque versi):

No puedo darte soluciones para todos los problemas de la vida,
ni tengo respuestas para tus dudas o temores,
pero puedo escucharte y compartirlo contigo.
No puedo cambiar tu pasado ni tu futuro.
Pero cuando me necesites estaré junto a ti.
No puedo evitar que tropieces.
Solamente puedo ofrecerte mi mano para que te sujetes y no caigas.
Tus alegrías, tus triunfos y tus éxitos no son míos.
Pero disfruto sinceramente cuando te veo feliz.
No juzgo las decisiones que tomas en la vida.
Me limito a apoyarte, a estimularte y a ayudarte si me lo pides.
No puedo trazarte limites dentro de los cuales debes actuar,
pero sí te ofrezco el espacio necesario para crecer.
No puedo evitar tus sufrimientos cuando alguna pena te parta el corazón,
pero puedo llorar contigo y recoger los pedazos para armarlo de nuevo.
No puedo decirte quien eres ni quien deberías ser.
Solamente puedo quererte como eres y ser tu amigo.
En estos días oré por ti...
En estos días me puse a recordar a mis amistades mas preciosas.
Soy una persona feliz: tengo mas amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, me lo demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo
y cuando hablamos, sea en la alegría o sea en la serenidad,
en estos días pense en mis amigos y amigas,
entre ellos, apareciste tu.
No estabas arriba, ni abajo ni en medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el numero uno ni el numero final.
Lo que se es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual desde hace tiempo se ennoblece mi vida.
Y tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Hice lo que todo amigo:
Oré... y le agradecí a Dios por ti.
Gracias por ser mi amigo

Della poesia esiste però anche una versione breve, che comprende soltanto i primi diciassette versi (fino a «y ser tu amigo»), nonché alcune versioni intermedie, in cui i versi successivi al diciassettesimo sono più o meno drasticamente ridotti di numero.
In effetti, se si legge con attenzione, si vede subito che dopo il diciassettesimo verso il testo cambia drasticamente tono: l’opposizione «Non posso / però» su cui gioca la prima parte scompare totalmente. Viene allora naturale il sospetto che non di una poesia unica si tratti, ma di due poesie distinte, trovate adiacenti da qualche parte e quindi giustapposte e fuse assieme da qualche lettore distratto.
L’ipotesi trova una conferma immediata: basta una semplice ricerca su Google per scoprire che la seconda parte proviene con poche varianti dalla traduzione spagnola di un libro di un religioso brasiliano, il dehoniano Padre Zezinho (al secolo José Fernandes de Oliveira), nato nel 1941, scrittore e musicista di fama locale. Il volume originale è intitolato Amizade talvez seja isso... (São Paulo 1988), mentre la traduzione di María Antonieta Villegas è apparsa nel 1991 a Bogotá col titolo ¡Amistad, quizás sea eso!. Si tratta di una raccolta di «quasi poesie» (così le chiama l’autore); quella che ci interessa si intitola «En esos días recé por ti...», e compare alle pp. 8-9 di un’edizione successiva. Come si vede, il titolo stesso della poesia di P. Zezinho è finito in mezzo ai versi dell’apocrifo borgesiano. Ecco il resto:

A mis muchos amigos y amigas pero en especial a uno de ellos que dos veces arriesgó su nombre y su seguridad dando fe a lo que soy y a lo que hago.

En estos días me puse a recordar mis amistades
más preciosas.
Soy una persona feliz:
tengo más amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, lo que demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo.
Y cuando hablamos, sea en la alegría, sea en la seriedad,
siento que ellos buscan a Dios aun cuando no creen en El...
En esos días pensé en mis numerosos amigos y amigas
y, entre ellos, apareciste tú.
No estabas arriba, ni abajo, ni en el medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el número uno ni el número final.

Lo que yo sé es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual hace tiempo se ennoblece mi vida.
Yo tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Tú no te preocupes del lugar que ocupas en mi corazón
ni el que yo tengo en el tuyo.
Sencillamente somos amigos, sin competencias.

Dice lo que todo amigo debe hacer:
oré... En esos días oré por ti.
Era una oración de gratitud:
tú has dado valor a mi vida...

E la prima parte? Da dove arrivano i primi diciassette versi dell’apocrifo, compresi quelli letti da Renzi? Qui le cose si fanno più complicate. Non si tratta di un testo dalla pur minima dignità letteraria, ed è quasi certo che non sia originariamente comparso in volume. A confondere la pista ci si mettono anche le moltitudini di poeti dilettanti che hanno sfacciatamente rivendicato questi versi come propri; un esempio non banale è quello di un autore messicano che ha costruito sullo scheletro di questa parte della poesia una pagina di un suo libro autopubblicato (scritto diversi anni dopo che i versi erano entrati in circolazione).
Non rimane che risalire pazientemente all’indietro nel tempo. In genere la parte più antica di Internet coincide con Usenet; e in effetti la prima attestazione databile con sicurezza di questi versi è contenuta in un gruppo di discussione. Il messaggio, di una certa Pekitas, risale al dicembre del 2001 (l’originale sembra non essere presente negli archivi), e presenta appunto la versione breve della poesia pseudoborgesiana.
All’inizio dell’anno successivo compare (nello stesso gruppo) la versione lunga, e l’anno dopo ancora, nel 2003, l’attribuzione a Borges.
Le tracce si arrestano qui. Ma si può andare oltre.

Dell’apocrifo spagnolo esistono naturalmente alcune traduzioni in altre lingue, compresa una – molto fedele – in inglese, che sembra apparsa abbastanza di recente. Guardandosi un po’ attorno, però, si scopre una seconda versione in inglese, assai più libera e molto diversa da quella letterale:

I can’t give solutions to all of life’s problems, doubts, or fears.
But I can listen to you, and together we will search for answers.
I can’t change your past with all its heartache and pain,
nor the future with its untold stories.
But I can be there now when you need me to care.
I can’t keep your feet from stumbling.
I can only offer my hand that you may grasp it and not fall.
Your joys, triumphs, successes, and happiness are not mine;
Yet I can share in your laughter.
Your decisions in life are not mine to make, nor to judge;
I can only support you, encourage you, and help you when you ask.
I can’t prevent you from falling away from friendship,
from your values, from me.
I can only pray for you, talk to you and wait for you.
I can’t give you boundaries which I have determined for you,
But I can give you the room to change,
room to grow, room to be yourself.
I can’t keep your heart from breaking and hurting,
But I can cry with you and help you pick up the pieces
and put them back in place.
I can’t tell you who you are.
I can only love you and be your friend.

La poesia, che va spesso sotto il titolo di «Portrait of a Friend» (e che conosce una discreta fortuna nella rete di lingua inglese), viene attribuita il più delle volte a un «anonimo» (ma anche in questo caso sono molti quelli che se la sono abusivamente intestata); non sembra esserci nemmeno un caso in cui sia stata attribuita a Borges. Non si presenta dunque come una traduzione, né mostra mai i versi aggiuntivi di P. Zezinho. Questi sono indizi di un’origine relativamente remota; ma non potrebbero indicare addirittura che sia la versione spagnola a essere una traduzione alquanto libera di questa? In effetti, il testo spagnolo appare – almeno soggettivamente – alquanto più legnoso; questo tuttavia non è per nulla un indizio decisivo. Un po’ più cogente appare la considerazione che la ben nota insularità linguistica anglosassone renderebbe leggermente più probabile un passaggio dall’inglese allo spagnolo che viceversa.
L’indizio più importante è però un altro: la versione inglese è attestata qualche anno prima di quella spagnola – più precisamente a partire dal 18 novembre 1998, giorno in cui una certa Angel riproduce il testo della nostra poesia sull’ennesimo gruppo di discussione. Il testo inglese si diffonderà negli anni successivi, con un piccolo picco proprio nel 2001, anno in cui, come abbiamo visto, fa la sua apparizione la versione spagnola.
Nel post di Angel la poesia reca una firma: Caramel_Kitty. È l’autrice originale, una semplice ripetitrice il cui ruolo è stato equivocato, o l’ennesimo impostore? Probabilmente non lo sapremo mai; ma mi piace pensare, fino a prova contraria, che sia proprio lei ad avere composto questo testo, e che da sì umili origini – si può pensare a un nome letterariamente meno accattivante di «Caramel Kitty»? – sia cominciato un viaggio improbabile e fortunato, che ha portato questi versi modesti prima, come cuculo incolpevole, nel nido di uno dei più grandi scrittori mai vissuti, e poi nella bocca di un primo ministro che avrebbe dovuto scegliere meglio i propri speechwriter o coltivare meglio i propri gusti letterari.

3 commenti:

shostakovich ha detto...

Ciao Giuseppe, è sempre un piacere.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Grazie, Sho! E te invece dove ti si può leggere, perché il piacere sia reciproco? ;-)

shostakovich ha detto...

Mi limito a bazzicare pigramente qualche circoletto dedito alle oziosità (anche nel senso più deteriore), non mette conto parlarne.
Stammi bene!