martedì 7 giugno 2016

Quanti voti ha preso il Popolo della Famiglia?

Com’è andato complessivamente il Popolo della Famiglia – il partito fondato da Mario Adinolfi – alle elezioni amministrative del 5 giugno 2016? In un post scritto a scrutinio ancora in corso Adinolfi sosteneva che il «dato nazionale ponderato del Popolo della Famiglia alle elezioni amministrative è dell’1.04%»; ma non si comprende in base a quale criterio sia stata calcolata questa cifra. Dal testo del post e dalla risposta a un commento sembra di capire che Adinolfi stia contando come voti del PdF tutti i voti andati a candidati sindaco sostenuti dal PdF e da altri partiti:

Ovviamente questo non è un calcolo corretto; sarebbe come se la Federazione dei Verdi rivendicasse di aver ricevuto a Roma il 24,91% dei voti, cioè tutti quelli andati al candidato Roberto Giachetti (sostenuto anche dai Verdi) invece dello 0,48% andato alla sua lista.
Qual è dunque l’entità vera del sostegno complessivo al PdF? Per prima cosa dobbiamo stabilire se contare i voti ai candidati sindaco o i voti alla lista. I due numeri non coincidono: molte persone che hanno messo un segno sul nome del candidato non hanno poi aggiunto il segno anche sul simbolo della lista (e dunque, secondo le regole elettorali, il loro voto non è stato accreditato alla lista), oppure, col voto disgiunto, hanno scelto una lista che sosteneva un altro candidato (i voti espressi indicando solo la lista, invece, come è noto, valgono anche come voti al candidato sostenuto da quella lista). Dato che qui ci interessa il risultato del partito, la scelta è obbligata: dobbiamo considerare i voti alla lista; chi ha votato solo per il candidato potrebbe aver inteso non votare anche la lista, oppure potrebbe aver esercitato il voto disgiunto. Inoltre, come abbiamo visto, in cinque comuni (quelli citati da Adinolfi più Salerno) il PdF sosteneva candidati sindaco sostenuti anche da altre liste, e non possiamo attribuire – checché ne pensi Adinolfi – tutti questi voti al solo PdF. Il denominatore sarà costituito, com’è la prassi in questi casi, dal totale dei voti validi andati alle varie liste (quindi senza contare le schede bianche o nulle), considerando ovviamente solo i comuni in cui il PdF ha presentato una propria lista. La scelta di considerare i voti di lista non penalizza in ogni caso il partito di Adinolfi: in quasi tutti i comuni in cui il PdF si è presentato da solo, la percentuale andata alla lista è stata superiore a quella andata al candidato sindaco (le eccezioni sono Rimini, Cagliari e Assisi).
Dobbiamo purtroppo escludere i risultati di Milano e Novara. In questi due casi il PdF si è presentato all’interno di una lista unitaria assieme ad altri soggetti politici: a Milano con la lista NoiXMilano di Nicolò Mardegan (sostenuta dai fascisti di Casa Pound), che ha ottenuto 5804 voti di lista su 503.721, pari all'1,15%, e a Novara con la lista civica Civitas Novara di Gian Carlo Paracchini, che ha ottenuto 951 voti di lista su 43.922, pari al 2,17%. È importante notare che in nessuno dei due casi il candidato sindaco apparteneva al PdF, né il simbolo del PdF spiccava particolarmente all'interno del contrassegno di lista (nel caso di Milano, a sentire alcuni commenti apparsi sulla pagina Facebook di Adinolfi, alcuni elettori non sarebbero riusciti a individuare la lista del PdF sulla scheda elettorale). In entrambi i casi è dunque oggettivamente impossibile identificare la percentuale di voti propria del PdF. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, per Bolzano, in cui si era votato per il Comune l’8 maggio scorso, e in cui il Popolo della Famiglia era presente all’interno della lista Alleanza per Bolzano con Holzmann, che comprendeva oltre al PdF altri quattro partiti, tra cui il Nuovo PSI e Fratelli d’Italia, e che ha ottenuto 1878 voti di lista su 37.859, pari al 4,96%. Prenderemo invece in considerazione i voti ricevuti a Salerno, malgrado la presenza (non del tutto chiara) di una lista civica a nome del candidato sindaco Raffaele Adinolfi (ex Forza Italia) e l’appoggio del movimento Società e Famiglia.
Ecco dunque i voti andati al Popolo della Famiglia nei 13 comuni in cui si è presentato con una lista sua. Le cifre sono ufficiose. Non c’è comunque ragione di pensare che i dati ufficiali si discosteranno in modo significativo da questi. La prima cifra è il numero dei voti di lista ricevuti dal PdF, la seconda il numero complessivo dei voti di lista:

Roma:
7480 ...... 1.190.130 ...... 0,63%

Bologna:
2087 ...... 169.409 ...... 1,23%

Torino:
1996 ...... 358.805 ...... 0,56%

Napoli:
1416 ...... 376.263 ...... 0,38%

Salerno:
999 ...... 72.594 ...... 1,38%

Rimini:
970 ...... 61.116 ...... 1,59%

Cagliari:
821 ...... 71.360 ...... 1,15%

Varese:
634 ...... 32.744 ...... 1,94%

Cordenons:
272 ...... 8.198 ...... 3,32%

Assisi:
219 ...... 14.656 ...... 1,49%

San Benedetto del Tronto:
192 ...... 22.616 ...... 0,85%

Villorba:
142 ...... 7.904 ...... 1,80%

Crotone:
74 ...... 33.624 ...... 0,22%

totale:
17.302 ...... 2.419.419 ...... 0,72%

Ecco dunque la percentuale dei voti andati complessivamente al Popolo della Famiglia, in una prova elettorale limitata ma significativa: un magro 0,72%. Anche se per assurdo accreditassimo tutti i voti di Milano e Novara al PdF, la percentuale salirebbe solo allo 0,81%. L’1,04% di cui parla Adinolfi sembra più il frutto della difficoltà ad ammettere l’umiliante percentuale da classico «prefisso telefonico» che di un vero calcolo matematico.
Eppure non si può certo dire che sia mancata ad Adinolfi l’esposizione mediatica: sulla sua pagina Facebook si può ricostruire la sua lunghissima serie di apparizioni radiotelevisive, per non parlare della pubblicità derivata dai due Family Day. Le analogie con il caso della lista anti-aborto di Giuliano Ferrara sembrano indicare che il bacino elettorale dell’integralismo cattolico è fondamentalmente assai limitato.
Certo, si può sostenere che molto abbia giocato in questa occasione il fatto che il PdF si presentasse per lo più da solo, e che molti elettori di destra non abbiano voluto pertanto sprecare un voto per sostenere un partito che non aveva nessuna reale possibilità di arrivare al ballottaggio. Forse non è una coincidenza che in due dei tre casi in cui il PdF si è presentato invece all’interno di una coalizione che aveva delle chance concrete di arrivare al ballottaggio (e che di fatto ci è poi arrivata), a Varese e a Cordenons, il partito di Adinolfi abbia fatto registrare le percentuali migliori dell’elezione: 1,94% e 3,32%. Ma a San Benedetto del Tronto, in condizioni del tutto analoghe, il PdF non è andato oltre lo 0,85% (per quello che vale, il totale relativo a questi tre comuni è di 1098 voti su 63.558, pari all’1,73%; ovviamente si tratta di un campione assai poco rappresentativo). Inoltre, entrare in una coalizione implica un prezzo potenzialmente assai elevato in termini di compromessi per un partito iper-ideologizzato come il PdF, che comunque potrebbe far valere sul tavolo delle trattative coi partner solo l’apporto netto all’alleanza; apporto netto che non è dello 0,72% (poiché bisogna sottrarre dal totale i tre casi appena visti in cui il PdF correva già entro una coalizione), ma bensì dello 0,69%: 16.204 voti su 2.355.861 – ammesso che tutti coloro che hanno votato il PdF da solo lo votassero anche in compagnia di altri. Un po’ poco per condizionare in modo decisivo i partner di coalizione.

Dopo la falsa alba dell’era Ruini, la via della politica appare sempre meno percorribile per l’integralismo cattolico. Piuttosto che assecondare i narcisismi e i sentimenti di rivalsa di qualche aspirante capopopolo, i cattolici farebbero meglio a considerare la ritirata nella fede privata: una versione più quietista dell’Opzione Benedetto di Rod Dreher, per intenderci. Altro non rimane loro da fare, se non collezionare sconfitte sempre più umilianti.


Aggiornamento 8 giugno:
Mario Adinolfi propone ora questa spiegazione del suo calcolo:


La risposta non può che essere questa:


La matematica surreale di Adinolfi potrà indurre molti a una ilarità senza freni. A me, per qualche motivo, mette invece solo una gran tristezza.

Aggiornamento 9 giugno: Sempre per la serie «matematica creativa», Mirko De Carli (candidato sindaco del Popolo della Famiglia a Bologna) rivendica per il PdF «l’1,1% nazionale» dei voti. Interrogato sulla fonte di questo dato, risponde in questo modo:

sabato 20 febbraio 2016

Il Borges apocrifo di Matteo Renzi: un’indagine

Com’è noto, il 15 febbraio scorso, nel corso di una lectio magistralis tenuta all’Università di Buenos Aires, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha citato alcuni versi di una poesia sull’amicizia, che ha attribuito al grande scrittore argentino Jorge Luis Borges. Ma, come è stato scoperto subito da due utenti di YouTube, quella poesia non è affatto di Borges; né del resto ricorda anche solo lontanamente il suo stile. Si tratta di un testo, decisamente non eccelso, falsamente attribuito a Borges e che gira da molti anni in rete; ed è dalla rete che qualche collaboratore del premier deve averlo improvvidamente pescato e inserito nel discorso.
Ma se non è stato Borges, chi ha scritto allora questi versi? La curiosità deve essere venuta a molti, ma – se non sbaglio – nessuno ha trovato una risposta. Proviamo allora a condurre una piccola indagine, e a vedere dove ci conduce.

La poesia compare in molte forme diverse, distinte in genere da piccole varianti. Una delle versioni più diffuse, che va spesso sotto il nome di «Poema de la Amistad», è la seguente (Renzi ne ha citato i primi cinque versi):

No puedo darte soluciones para todos los problemas de la vida,
ni tengo respuestas para tus dudas o temores,
pero puedo escucharte y compartirlo contigo.
No puedo cambiar tu pasado ni tu futuro.
Pero cuando me necesites estaré junto a ti.
No puedo evitar que tropieces.
Solamente puedo ofrecerte mi mano para que te sujetes y no caigas.
Tus alegrías, tus triunfos y tus éxitos no son míos.
Pero disfruto sinceramente cuando te veo feliz.
No juzgo las decisiones que tomas en la vida.
Me limito a apoyarte, a estimularte y a ayudarte si me lo pides.
No puedo trazarte limites dentro de los cuales debes actuar,
pero sí te ofrezco el espacio necesario para crecer.
No puedo evitar tus sufrimientos cuando alguna pena te parta el corazón,
pero puedo llorar contigo y recoger los pedazos para armarlo de nuevo.
No puedo decirte quien eres ni quien deberías ser.
Solamente puedo quererte como eres y ser tu amigo.
En estos días oré por ti...
En estos días me puse a recordar a mis amistades mas preciosas.
Soy una persona feliz: tengo mas amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, me lo demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo
y cuando hablamos, sea en la alegría o sea en la serenidad,
en estos días pense en mis amigos y amigas,
entre ellos, apareciste tu.
No estabas arriba, ni abajo ni en medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el numero uno ni el numero final.
Lo que se es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual desde hace tiempo se ennoblece mi vida.
Y tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Hice lo que todo amigo:
Oré... y le agradecí a Dios por ti.
Gracias por ser mi amigo

Della poesia esiste però anche una versione breve, che comprende soltanto i primi diciassette versi (fino a «y ser tu amigo»), nonché alcune versioni intermedie, in cui i versi successivi al diciassettesimo sono più o meno drasticamente ridotti di numero.
In effetti, se si legge con attenzione, si vede subito che dopo il diciassettesimo verso il testo cambia drasticamente tono: l’opposizione «Non posso / però» su cui gioca la prima parte scompare totalmente. Viene allora naturale il sospetto che non di una poesia unica si tratti, ma di due poesie distinte, trovate adiacenti da qualche parte e quindi giustapposte e fuse assieme da qualche lettore distratto.
L’ipotesi trova una conferma immediata: basta una semplice ricerca su Google per scoprire che la seconda parte proviene con poche varianti dalla traduzione spagnola di un libro di un religioso brasiliano, il dehoniano Padre Zezinho (al secolo José Fernandes de Oliveira), nato nel 1941, scrittore e musicista di fama locale. Il volume originale è intitolato Amizade talvez seja isso... (São Paulo 1988), mentre la traduzione di María Antonieta Villegas è apparsa nel 1991 a Bogotá col titolo ¡Amistad, quizás sea eso!. Si tratta di una raccolta di «quasi poesie» (così le chiama l’autore); quella che ci interessa si intitola «En esos días recé por ti...», e compare alle pp. 8-9 di un’edizione successiva. Come si vede, il titolo stesso della poesia di P. Zezinho è finito in mezzo ai versi dell’apocrifo borgesiano. Ecco il resto:

A mis muchos amigos y amigas pero en especial a uno de ellos que dos veces arriesgó su nombre y su seguridad dando fe a lo que soy y a lo que hago.

En estos días me puse a recordar mis amistades
más preciosas.
Soy una persona feliz:
tengo más amigos de lo que imaginaba.
Eso es lo que ellos me dicen, lo que demuestran.
Es lo que siento por todos ellos.
Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea
y la alegría que sienten al verme.
Y yo también siento paz y alegría cuando los veo.
Y cuando hablamos, sea en la alegría, sea en la seriedad,
siento que ellos buscan a Dios aun cuando no creen en El...
En esos días pensé en mis numerosos amigos y amigas
y, entre ellos, apareciste tú.
No estabas arriba, ni abajo, ni en el medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el número uno ni el número final.

Lo que yo sé es que te destacabas
por alguna cualidad que transmitías
y con la cual hace tiempo se ennoblece mi vida.
Yo tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.
Entonces entendí que realmente somos amigos.
Tú no te preocupes del lugar que ocupas en mi corazón
ni el que yo tengo en el tuyo.
Sencillamente somos amigos, sin competencias.

Dice lo que todo amigo debe hacer:
oré... En esos días oré por ti.
Era una oración de gratitud:
tú has dado valor a mi vida...

E la prima parte? Da dove arrivano i primi diciassette versi dell’apocrifo, compresi quelli letti da Renzi? Qui le cose si fanno più complicate. Non si tratta di un testo dalla pur minima dignità letteraria, ed è quasi certo che non sia originariamente comparso in volume. A confondere la pista ci si mettono anche le moltitudini di poeti dilettanti che hanno sfacciatamente rivendicato questi versi come propri; un esempio non banale è quello di un autore messicano che ha costruito sullo scheletro di questa parte della poesia una pagina di un suo libro autopubblicato (scritto diversi anni dopo che i versi erano entrati in circolazione).
Non rimane che risalire pazientemente all’indietro nel tempo. In genere la parte più antica di Internet coincide con Usenet; e in effetti la prima attestazione databile con sicurezza di questi versi è contenuta in un gruppo di discussione. Il messaggio, di una certa Pekitas, risale al dicembre del 2001 (l’originale sembra non essere presente negli archivi), e presenta appunto la versione breve della poesia pseudoborgesiana.
All’inizio dell’anno successivo compare (nello stesso gruppo) la versione lunga, e l’anno dopo ancora, nel 2003, l’attribuzione a Borges.
Le tracce si arrestano qui. Ma si può andare oltre.

Dell’apocrifo spagnolo esistono naturalmente alcune traduzioni in altre lingue, compresa una – molto fedele – in inglese, che sembra apparsa abbastanza di recente. Guardandosi un po’ attorno, però, si scopre una seconda versione in inglese, assai più libera e molto diversa da quella letterale:

I can’t give solutions to all of life’s problems, doubts, or fears.
But I can listen to you, and together we will search for answers.
I can’t change your past with all its heartache and pain,
nor the future with its untold stories.
But I can be there now when you need me to care.
I can’t keep your feet from stumbling.
I can only offer my hand that you may grasp it and not fall.
Your joys, triumphs, successes, and happiness are not mine;
Yet I can share in your laughter.
Your decisions in life are not mine to make, nor to judge;
I can only support you, encourage you, and help you when you ask.
I can’t prevent you from falling away from friendship,
from your values, from me.
I can only pray for you, talk to you and wait for you.
I can’t give you boundaries which I have determined for you,
But I can give you the room to change,
room to grow, room to be yourself.
I can’t keep your heart from breaking and hurting,
But I can cry with you and help you pick up the pieces
and put them back in place.
I can’t tell you who you are.
I can only love you and be your friend.

La poesia, che va spesso sotto il titolo di «Portrait of a Friend» (e che conosce una discreta fortuna nella rete di lingua inglese), viene attribuita il più delle volte a un «anonimo» (ma anche in questo caso sono molti quelli che se la sono abusivamente intestata); non sembra esserci nemmeno un caso in cui sia stata attribuita a Borges. Non si presenta dunque come una traduzione, né mostra mai i versi aggiuntivi di P. Zezinho. Questi sono indizi di un’origine relativamente remota; ma non potrebbero indicare addirittura che sia la versione spagnola a essere una traduzione alquanto libera di questa? In effetti, il testo spagnolo appare – almeno soggettivamente – alquanto più legnoso; questo tuttavia non è per nulla un indizio decisivo. Un po’ più cogente appare la considerazione che la ben nota insularità linguistica anglosassone renderebbe leggermente più probabile un passaggio dall’inglese allo spagnolo che viceversa.
L’indizio più importante è però un altro: la versione inglese è attestata qualche anno prima di quella spagnola – più precisamente a partire dal 18 novembre 1998, giorno in cui una certa Angel riproduce il testo della nostra poesia sull’ennesimo gruppo di discussione. Il testo inglese si diffonderà negli anni successivi, con un piccolo picco proprio nel 2001, anno in cui, come abbiamo visto, fa la sua apparizione la versione spagnola.
Nel post di Angel la poesia reca una firma: Caramel_Kitty. È l’autrice originale, una semplice ripetitrice il cui ruolo è stato equivocato, o l’ennesimo impostore? Probabilmente non lo sapremo mai; ma mi piace pensare, fino a prova contraria, che sia proprio lei ad avere composto questo testo, e che da sì umili origini – si può pensare a un nome letterariamente meno accattivante di «Caramel Kitty»? – sia cominciato un viaggio improbabile e fortunato, che ha portato questi versi modesti prima, come cuculo incolpevole, nel nido di uno dei più grandi scrittori mai vissuti, e poi nella bocca di un primo ministro che avrebbe dovuto scegliere meglio i propri speechwriter o coltivare meglio i propri gusti letterari.

mercoledì 23 dicembre 2015

Povero Mario!

Epic fail di Mario Adinolfi, che ha postato oggi sul suo profilo Facebook il commento seguente, per poi toglierlo precipitosamente dieci minuti dopo (ovviamente senza una parola di spiegazione), quando qualcuno gli ha fatto notare il clamoroso equivoco in cui era incorso.

lunedì 15 giugno 2015

Nessun patrocinio della Sapienza al convegno sulla “ideologia di genere”


Ecco le regole del cerimoniale: “Patrocinio e logo della Sapienza Università di Roma. Cosa sono e come richiederli. Il patrocinio della Sapienza è concesso a titolo gratuito per iniziative di rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico e sportivo organizzate sul territorio nazionale o all’estero. Si escludono le richieste con scopi o finalità commerciali, anche indiretti. La concessione del logo della Sapienza è subordinata alla richiesta di patrocinio o alla preventiva stipula di accordi di partnership, di atti convenzionali con l’Istituzione o Ente richiedente”.

Vis Sapientia ha chiesto il logo e il patrocinio alla “Sapienza”? No. Non risulta nessuna richiesta ufficiale di patrocinio e nessuna concessione del proprio logo. Così mi rispondono dall’università “Sapienza”: all’ufficio che eroga i patrocini non risulta nulla, né per quest’anno né per l’anno passato. Sarà forse il caso di capire, da parte della “Sapienza”, come mai un’associazione abbia organizzato un convegno appoggiato da tali associazioni e l’abbia spacciato come patrocinato ufficialmente anche dall’ateneo romano.

Wired.

venerdì 22 maggio 2015

Adinolfi tocca il fondo – e riprende a scavare

Com’è noto, dopo appena quattro mesi dalla nascita, e come ampiamente pronosticato da molti, l’edizione cartacea della Croce, il quotidiano integralista fondato e diretto da Mario Adinolfi, non è più in edicola. Le pubblicazioni proseguono per ora solo sul web. Il livello del giornale rimane sempre lo stesso, o forse scende ulteriormente, come testimonia il pezzo seguente (Hashtag, «E ora il figlio si sposa il padre», La Croce, 22 maggio 2015, p. 1):

Volevate un nuovo mito di progresso da omaggiare? Accomodatevi. Le legislazioni dell’Occidente opulento devastano l’istituto matrimoniale e ora ogni giorno devono avere a che fare con aberrazioni giuridiche e biotecnologiche di ogni natura. [… I]eri dagli Stati Uniti ci stupiscono con gli effetti speciali. C’è un Bill Novak che è figlio adottivo di un Norman MacArthur in Pennsylvania. Bene, ora Bill vuole rinunciare all’adozione, farla cancellare, perché la Corte Suprema degli Stati Uniti sta per legalizzare il mese prossimo il matrimonio omosessuale e lui è innamorato di Norman e se lo vuole sposare. La novità insomma è il figlio che sposa il padre, con la stampa statunitense tutta in tripudio perché un nuovo mito di progresso è conquistato in nome dell’ideologia trionfante lgbt, in nome di quel pensiero unico che ormai è un unico pensiero che non riesce a ragionare sulle conseguenze giuridiche pesantissime di questo precedente pericoloso creato in un sistema di common law. Comunque auguri a papà e figlio che si sposano, se ogni cosa può essere matrimonio, perché non questa? Love is love è l’ideologia dominante, conta l’amore, chi se ne frega del diritto sfregiato. Ah, ultimo dettaglio: Bill e Norman sono ultrasettantenni.
La prima reazione, alla lettura del pezzo, è che non si vede perché una vicenda di questo genere dovrebbe essere frutto «dell’ideologia trionfante lgbt», visto che a quanto si capisce potrebbe essere avvenuta benissimo anche con una coppia eterosessuale. Alcuni lettori, sulla pagina Facebook di Adinolfi, hanno chiamato in causa la vicenda di Woody Allen e di Soon-Yi Previn – impropriamente, perché la Previn non è mai stata figlia adottiva di Allen; ma nulla vieta che si possa essere verificato in passato un caso analogo tra padre/figlia o madre/figlio. La sensazione è che in questa evenienza La Croce non avrebbe posto la vicenda in prima pagina...
A una lettura un poco più attenta dell’articolo, però, sorge una perplessità più seria. Com’è possibile che i protagonisti di questa storia siano entrambi «ultrasettantenni», come si premura di informarci l’articolo (cercando probabilmente di suscitare una reazione di disgusto all’idea della sessualità tra anziani)? Non dovrebbe esserci una differenza di età maggiore tra un padre e un figlio adottivi? A questo punto si impone una verifica della storia; e nel giro di pochi minuti scopriamo che è una storia molto, molto diversa da quella che La Croce ha cercato di spacciare per autentica.

Novak e MacArthur sono stati compagni di vita per cinquant’anni. Nel 1994 avevano contratto un’unione civile nello Stato di New York, per proteggere i loro diritti patrimoniali. La coppia si era successivamente spostata in Pennsylvania, dove aveva appreso però che la loro unione non aveva lì nessun valore legale. L’unico modo per salvaguardare i loro diritti era di ricorrere a una finzione giuridica, sfruttata da tempo dalle coppie omosessuali: l’adozione di uno dei due da parte dell’altro. E così è avvenuto, nel 2000. Quando una corte ha dichiarato di recente incostituzionale il divieto del matrimonio same-sex in Pennsylvania, la coppia ha deciso di sposarsi, ma a quel punto la relazione padre/figlio costituiva un ostacolo legale; i due si sono rivolti dunque a un tribunale, e hanno ottenuto una dispensa; quindici minuti dopo avevano in mano la loro licenza matrimoniale (le nozze si celebreranno quest’estate).
Come si vede, diversamente da quello che La Croce vuole far credere, non c’è stato mai fra i due coetanei un vero rapporto padre/figlio; insinuare lo spettro dell’incesto è un’operazione di rara disonestà intellettuale.

La disinformazione praticata dalla Croce è però ancora più cinica di quanto fin qui appaia. Un’anticipazione dell’articolo è stata data ieri sera da Adinolfi sulla sua pagina Facebook. Ben presto, i commentatori più critici hanno fatto presente la falsità della storia riportata; tuttavia oggi l’articolo era presente ugualmente sul giornale, malgrado il fatto che – in assenza di un’edizione a stampa – sarebbe stato facile correggerlo o almeno espungerlo. Adinolfi conta evidentemente sul fatto che il grosso del suo pubblico non abbia letto quei commenti.

Sempre sulla sua pagina Facebook, Adinolfi ha tentato un’impacciata difesa del suo operato. Scrive stamattina: «La storia di Norman e Bill è inventata? La storia di Norman e Bill, cioè di un legame adottivo padre-figlio sciolto per celebrare un matrimonio gay, non solo è vera ma è [sic] comporta conseguenze giuridiche gravissime». Trascuriamo la faccia tosta necessaria a insistere sul «legame adottivo padre-figlio»; quali sarebbero le «conseguenze giuridiche gravissime»? Adinolfi non lo dice; si può congetturare che voglia insinuare che da adesso in poi anche i rapporti adottivi autentici potranno essere trasformati automaticamente in matrimoni. L’illazione sarebbe priva tuttavia di fondamento: tutto sembra indicare che la corte della Pennsylvania che ha annullato l’adozione si sia attenuta strettamente al caso concreto, e che la dispensa – se si eccettua la circostanza dell’identità di sesso – non costituisca alcunché di nuovo: dei precedenti fra eterosessuali, come dicevo prima, potrebbero benissimo esserci stati, anche in tempi relativamente remoti. Non possiamo neanche escludere che esista o sia esistita altrove questa identica possibilità – anzi, mi correggo, sappiamo con certezza che una possibilità identica (limitata com’è ovvio agli eterosessuali) è esistita in una nazione europea: l’Italia.

Il Codice Civile, nella prima versione del 1942, elenca all’art. 87, comma 1, coloro che non possono contrarre reciprocamente matrimonio. Al punto 6 compaiono anche «l’adottante, l’adottato e i suoi discendenti». Ma al comma 4 si aggiunge: «Il Re o le autorità a ciò delegate possono accordare dispensa nei casi indicati dai numeri 3, 5, 6, 7, 8 e 9». Esisteva cioè una dispensa possibile nei casi di adozione. All’art. 310 si leggeva pertanto che «Gli effetti dell’adozione cessano: 1) per matrimonio tra le persone legate dal vincolo di adozione […]». La norma è sopravvissuta alla caduta del fascismo e della monarchia (anche se al posto del Re la possibilità di concedere la dispensa spettava ora al tribunale); è passata indenne attraverso un’epoca in cui l’influenza della Chiesa nella società era molto maggiore di oggi; è sopravvissuta persino alla riforma del diritto di famiglia del 1975; infine è stata abrogata nel 1983, nell’intento di avvicinare quanto più possibile l’adozione alla filiazione non adottiva (alcuni giuristi – non particolarmente radicali, a quanto appare – hanno lamentato la scomparsa della dispensa anche nel caso dell’adozione dei maggiori di età; cfr. Emanuela Giacobbe, Le persone e la famiglia, III: il matrimonio, t. I: l’atto e il rapporto, Torino, UTET, 2011, p. 225). Nei lunghi anni in cui questa possibilità giuridica è stata disponibile (ed è del tutto possibile che esistesse anche prima del Codice Civile del 1942), non sembra aver causato sconvolgimenti apocalittici nella società italiana, del tipo di quelli che Mario Adinolfi dice di temere.

La Croce conferma per l’ennesima volta e in grande stile la sua natura: quella di un foglio di propaganda d’odio, che non si arresta davanti a nessuna bassezza, compresa la menzogna consapevole e insistita, pur di continuare nell’opera di indottrinamento di un pubblico che ingoia questi liquami come se fossero acqua di fonte. Ogni collaboratore del giornale, quale che sia il suo ruolo, porta intera la responsabilità morale di questa oscena impresa.

venerdì 15 maggio 2015

34 processi e un ordine di carcerazione

In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un'enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.

Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Continua qui.

martedì 5 maggio 2015

Un convegno sul cibo e All You Can Eat



Il prossimo 20 maggio a Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, piazza della Scala 2, dalle 9.00 alle 17.00.

giovedì 16 aprile 2015

Se il papa fa il papa e dice cose banali sui gender



“Mi chiedo se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza perché non sa più confrontarsi con essa. Così rischiamo un passo indietro, la rimozione della differenza infatti è il problema non la soluzione, per risolvere i loro problemi di relazione l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Siamo fatti per ascoltarci a vicenda, e senza l’arricchimento e reciproco in questa relazione i due non possono nemmeno capire fino in fondo cosa significhi essere uomo e donna. La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi di libertà e profondità per l’arricchimento della comprensione di queste differenze, ma anche molti dubbi e scetticismo”. Così Bergoglio ha parlato ieri nel corso dell’udienza del mercoledì.

Il livello di involuzione concettuale sulla “teoria del gender” (“ideologia del gender” o perfino “dittatura del gender”) comincia ad assumere un aspetto particolarmente complesso, come anelli impazziti di un albero secolare. Ci si domanda se qualcosa che non esiste possa essere l’espressione di un sintomo psicoanalitico e di una specie di spleen adolescenziale o addirittura infantile. Se non so confrontarmi ti cancello: una specie di “non mi meriti” esistenziale e di genere, la rimozione dell’altro-diverso-da-me come reazione di paura e soggezione (un altro passo e sprofondiamo nella totale insensatezza lacaniana).

Se è innegabile che il Papa faccia il Papa e non possa dire altro che cose da Papa, forse ci si potrebbe aspettare che le dicesse in un modo meno sciatto e approssimativo. La riduzione del bersaglio a un fantoccio è una strategia retorica precisa, ma a volte rischia di trasformarsi in un boomerang se l’operazione è troppo grossolana. Non si potrebbe provare a costruire argomenti papali un po’ più raffinati? Non ci si potrebbe sforzare di scrivergli un discorso teologicamente e filosoficamente più sostanzioso? Insomma è pur sempre la più alta autorità cattolica.

Wired, 16 aprile 2015.

mercoledì 15 aprile 2015

La “Teoria del genere” in cinque punti


Ovvero in cinque farneticazioni degne dei più tortuosi e confusi imbonitori.

La teoria del genere
Per «Gender Theory» o «Teorie del Genere» si intende un complesso di studi e opere saggistiche prodotte soprattutto nel mondo anglosassone, a partire dagli anni ’60, in diversi ambiti: psicologia, filosofia, sociologia, linguistica. Queste teorie nascono nell’ambito dei movimenti ideologici femministi per contestare il sistema tradizionale di considerazione sociale della donna, a tratti considerato discriminatorio. Con il passare del tempo le teorie di genere vengono fatte proprie anche dai movimenti gay.

Cosa sostiene la “teoria del gender”
Va oltre il sesso di nascita, maschio o femmina. Arriva a immaginare la società ideale come quella in cui l’eguaglianza tra le persone può essere attuata solamente riconoscendo nel “sesso” una mera convenzione sociale, costruita attraverso l’imposizione di regole e norme esterne, che obbliga le persone a vivere al maschile o al femminile.

L’identità di genere: quante sono
Abbandonato il dualismo eterosessuale, maschio o femmina, in favore di una gamma più vasta di auto-rappresentazione di sé, sono cinque i generi principali: maschile, femminile, omosessuale, transessuale, ermafrodita, ma il governo australiano ne ha riconosciuti ufficialmente 23, mentre negli Stati Uniti Facebook permette di scegliere il proprio genere tra 56 diverse opzioni.

Cosa dice la scienza
Le teorie di genere sono smentite dalla scienza. Gli studi scientifici sostengono che la differenza tra il maschile e il femminile caratterizza ogni singola cellula, fin dal concepimento con i cromosomi XX per le femmine e XY per i maschi. Queste differenze si esprimono in peculiari differenze fisiche, cerebrali, ormonali e relazionali prima di qualsiasi influenza sociale o ambientale.

La politica e i movimenti per i diritti
Le teorie di genere vengono utilizzate in ambito politico per affermare dei diritti di uguaglianza contro la discriminazione. All’interno dell’Unione Europea la questione è diventata una priorità e un’apposita commissione parlamentare si occupa di «diritti della donna ed uguaglianza di genere». In Italia il dibattito è aperto a livello nazionale e locale. E il disegno di legge “Scalfarotto” introduce nell’ordinamento italiano i moventi di “omofobia” e “transfobia” come aggravanti di un eventuale atto discriminatorio nei confronti di una persona.

E chissà quale sarà la fonte? Incredibile...

Sulla cosiddetta ideologia del gender...

giovedì 2 aprile 2015

Per il Cassero

In questi anni il Cassero di Bologna è stato crocevia di storie, sensibilità artistiche e culturali, vite e progetti di vita, offrendo una casa comune a persone e idee diverse delle quali noi siamo testimonianza. Il Cassero non è un edificio o una convenzione: è un patrimonio che non può venire messo all’asta perché è il prodotto di una comunità variegata, attiva in questa città, a livello nazionale e internazionale da quasi quarant’anni, che ha intrecciato un rapporto fruttuoso, di scambio e reciproca trasformazione, con le altre comunità, con le persone e con le istituzioni. Questo patrimonio oggi rischia di venire inghiottito da un gorgo che, assieme al Cassero, intende cancellare tutte le tracce che la storia di questa città ha sedimentato negli anni.
Le Istituzioni bolognesi possono scegliere se preservare questo patrimonio, proseguendo le partnership attive, come hanno confermato il sindaco Virginio Merola e l’assessore alla Cultura Alberto Ronchi, oppure, come alcuni vorrebbero, smantellarlo. La comunità del Cassero vivrebbe comunque, anche altrove. Bologna perderebbe una parte significativa della propria identità e della propria reputazione.
Ci auguriamo che i rapporti tra l’ampia comunità gay, lesbica, transgender di Bologna, della quale il Cassero è la più antica espressione, e le istituzioni continuino in maniera positiva per molti anni a venire.
Tutte le firme sono qui.

mercoledì 1 aprile 2015

Tutti pazzi per il gender

Barcellona, Spagna, 16 luglio 2011. Simona Pampallona

“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.

È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.

Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.

Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?

Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.

Internazionale, 31 marzo 2015.

giovedì 12 marzo 2015

Da dove viene il nuovo attacco alla legge sull’aborto



Quattrocentoquarantuno voti favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti: così è finito il voto al parlamento europeo sulla Relazione sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea, cioè la cosiddetta risoluzione Tarabella dal nome del suo relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella.

Nei giorni passati la risoluzione aveva sollevato in Italia proteste e petizioni. Perché? Per aver nominato l’aborto ai punti 44 e 45, dove il documento

osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014); insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva.
È incredibile come tutto il resto fosse scomparso davanti a due occorrenze della parola “aborto”: le questioni di genere, la parità, la differenza di retribuzione, la povertà e l’esclusione sociale, l’uguaglianza in senso pieno, le mutilazioni genitali, l’accesso alle cure, gli stereotipi di genere.

Ed è incredibile come quello che c’è scritto sull’aborto sia stato deformato e presentato come una specie di incitazione all’interruzione di gravidanza, mentre è, da un lato, la constatazione quasi scontata della inefficacia e della pericolosità delle restrizioni, e dall’altro un invito a garantire a tutte l’accesso alle scelte riproduttive (aborto compreso). Non dimentichiamo nemmeno che in genere la garanzia dei servizi e dei diritti è direttamente proporzionale ai mezzi che si hanno, perciò le persone più escluse tendono a essere quelle più fragili e meno informate.

Internazionale, 12 marzo 2015.

martedì 10 marzo 2015

La fecondazione assistita ha ancora troppi limiti in Italia

Sono nati i primi bambini italiani concepiti grazie alla cosiddetta fecondazione eterologa, una delle tecniche di fecondazione assistita. O meglio, i primi da donatrice italiana, perché, in questi anni, chi aveva bisogno di un gamete andava nei paesi dove l’eterologa non era illegale oppure ricorreva a una donazione “fai da te”. E questo accadeva solo nel caso di gameti maschili, poiché per quelli femminili c’è bisogno di ricorrere a un centro specializzato: il prelievo degli ovociti è tecnicamente molto più complicato di quello di spermatozoi.

Il divieto risale al 2004 e alla legge 40 sulle tecniche riproduttive, ed era forse il più bizzarro tra i tanti presenti nella legge: perché dovrebbe essere vietato ricorrere a un gamete altrui? E perché sarebbe immorale?

Internazionale, 10 marzo 2015.

lunedì 9 marzo 2015

Nati i primi bambini in Italia dopo l'ok della Consulta all'eterologa

Due gemelli, un maschio e una femmina. Sono i primi bambini italiani nati da fecondazione assistita eterologa, con donazione di ovociti da parte di donatrice volontaria italiana. Un evento reso possibile dalla sentenza del 9 aprile scorso che dichiarato legittima questa tecnica.

I bambini sono nati all’Alma Res Fertility di Roma, diretto da Pasquale Bilotta, dove sin dal mese di giugno “sono state ottenute le prime gravidanze eterologhe”, spiega Bilotta all’Adnkronos Salute. Nei primi mesi del 2014 i genitori dei gemellini appena nati si sono rivolti a Bilotta dopo un lungo periodo di infertilità, durato circa 15 anni. “La fertilità della donna era risultata del tutto compromessa oltre che dall’età, 47 anni, anche da una riserva ovarica (produzione di ovociti) drasticamente ed irrimediabilmente danneggiata da una patologia a carico delle ovaie, l’endometriosi, responsabile del 45% dei casi di infertilità femminile”, spiega Bilotta. 
AdnKronos.

domenica 8 marzo 2015

Il mio mestiere è partorire tuo figlio


Per maternità surrogata (surrogacy) s’intende la pratica di portare avanti una gravidanza per qualcun altro. Non sarà quindi la gestante a crescere il bambino, che potrebbe essere figlio biologico di entrambi i genitori che lo alleveranno, di uno solo o di nessuno (in questi ultimi due casi si fa ricorso a un donatore e/o a una donatrice di gameti).

Ne esistono due modelli: quello commerciale, che prevede un compenso per la donna che porta avanti la gravidanza ed è legale in alcuni Stati degli Usa e in Canada, e quello altruistico, che in genere prevede un rimborso spese ed è permesso in Paesi come la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. In Italia non era vietato fino a qualche anno fa e nel 1993 fece molto discutere il caso di Novella Esposito, la cui madre si era offerta di portare avanti la gravidanza al posto della figlia che aveva subito l’asportazione dell’utero. Nessuno dei tentativi ebbe successo.

La discussione morale, come prevedibile, è molto accesa: si può scegliere di usare il proprio corpo per una cosa del genere? È una pratica intrinsecamente immorale? E, in caso di controversia, che strumenti abbiamo per cercare di risolverla? Che cosa succede se la gestante o gli aspiranti genitori cambiano idea?

Il caso forse più spinoso di tutti riguarda la decisione di interrompere la gravidanza in caso di grave anomalia fetale. Una scelta difficilissima già quando la donna incinta è e sarà anche la madre del nascituro, e che in caso di surrogacy si complica ulteriormente: chi sarà a decidere, la donna che porta avanti la gravidanza oppure quelli che saranno i genitori del nascituro? Si può acconsentire in anticipo all’aborto e si possono esaurire tutti i possibili scenari controversi? Chi può essere coinvolto nella decisione?

Ruth Walker e Liezl van Zyl (lectures dell’Università di Waikato, Nuova Zelanda) hanno cercato di rispondere in un articolo su «Bioethics», Surrogate Motherhood and Abortion for Fetal Abnormality. Sia il modello commerciale sia quello altruistico — scrivono — non sembrano riuscire a offrire risposte soddisfacenti a queste domande. Walker e van Zyl propongono allora una terza via: considerare la surrogacy come una professione, come fare l’infermiere o l’insegnante.

Prima di procedere però dobbiamo anticipare due possibili obiezioni: la prima riguarda l’analogia che non significa identità, perciò non si sta dicendo che portare avanti la gravidanza per qualcun altro sia come insegnare inglese ma si vogliono suggerire delle somiglianze; la seconda riguarda le condizioni per discutere davvero di maternità surrogata e non di schiavitù o sfruttamento. Ovvero della possibilità che una donna scelga liberamente di offrirsi come surrogata per un’estranea, per un’amica o una sorella.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 1 marzo 2015.

venerdì 6 marzo 2015

Usiamo la ragione contro il buio di Stamina


In questi ultimi anni Stamina ha animato feroci discussioni e ha forzato – facendola arretrare – la linea difensiva che le istituzioni e la politica dovrebbero tenere salda contro i ciarlatani.

Ora il clima è raffreddato, anche se non del tutto sedato. Il presunto trattamento Stamina – tenuto intenzionalmente nel mistero, privo di dati sperimentali e dei requisiti per accedere a una sperimentazione, assente dalle riviste scientifiche – era stato presentato da Davide Vannoni (laureato in lettere) come rimedio per molte malattie neurovegetative incurabili.

C’erano tutti gli elementi per un perfetto complotto: un eroe, incompreso e avversato, che vuole salvare l’umanità ma è ostacolato dagli interessi delle case farmaceutiche. Forse anche il crollo è un frammento dell’epica del prode isolato e in lotta contro tutti: Vannoni, imputato per accuse gravissime tra cui associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ha chiesto il patteggiamento. Un misero e deludente terzo atto.

Stamina è un ottimo pretesto per analizzare come si dovrebbero avvicinare le questioni, sia in una discussione sia (e soprattutto) quando bisogna decidere di una legge o di dove investire risorse limitate come quelle sanitarie.

Tutto quello che è successo con Stamina dimostra per l’ennesima volta perché sia necessario usare strumenti razionali e non lasciarsi trascinare dalla corrente delle emozioni: la paura, il terrore, il disgusto o la ripugnanza sono infatti bussole insoddisfacenti e inaffidabili. Insieme ai “secondo me è così” e ai “io non lo farei mai!”.

Internazionale, 6 marzo 2015.

venerdì 27 febbraio 2015

Lo spot di Provita è drammaticamente ridicolo

#Provita, #nogender: sono le parole d’ordine di un video di ProVita che sembra una parodia, uno sketch (venuto molto male) dei Monty Python e che invece vuole mettervi in guardia verso un temibile male strisciante. In 45 memorabili secondi. Si comincia con lui seduto su un orrido divanetto beige e un bambino con una maglietta marrone che entra correndo.

“Ma che è successo?” gli chiede il padre, ma il bambino (che non ha l’espressione turbata, ma sarà stato sicuramente indottrinato) corre via. E si sente la voce della madre “è sconvolto, poveretto!”.

“Perché?”, domanda il padre.

“Mi ha raccontato tutto. A scuola hanno fatto una lezione di educazione sessuale sulla teoria del gender. A scuola sono obbligati. Direttive del governo. Gli hanno detto che in futuro dovrà scegliere se essere donna o maschio. Dipende da come si sente”, dice lei mentre finge di rovistare in una borsa (non è più inetta di molte attrici di fiction da Rai1, e nemmeno il dialogo è poi tanto più brutto di molti dialoghi d’autore).

A questo punto anche il padre si allarma. “Ma come?”, domanda con lo stesso tono di voce di quando era ancora ignaro.

Segue l’elenco delle allucinazioni: che è normale cambiare sesso, puoi essere quello che vuoi e qualsiasi orientamento sessuale va bene (questa sì che è una cosa grave!, mentre scorrono immagini di un tipo, o forse un pupazzo di cera con piercing e non so cosa, un altro con un tanga in strada – esempi ovvi di perdizione e di corruzione, secondo l’accusa; mandi tuo figlio a scuola e quello torna in perizoma leopardato!). Poi che sarebbe normale fare sesso da piccoli (immagini verosimilmente di qualche Pride e di un preservativo srotolato su un vibratore o analogo).

Wired, 26 febbraio 2015.

domenica 22 febbraio 2015

Every sperm is sacred

Non siamo ancora esattamente all’inveramento della parodia dei Monty Python, ma ci manca poco. Il gesuita Joseph Fessio ha inviato il mese scorso una lettera a Sandro Magister («“La Civiltà Cattolica” non ha sempre ragione. Parola di gesuita», www.chiesa, 29 gennaio 2015), in cui critica il confratello Pierre de Charentenay, colpevole di avere a sua volta attaccato in un suo libro i vescovi delle Filippine, ostili a una legge del loro paese che facilita l’uso di mezzi contraccettivi. De Charentenay scriveva fra l’altro che

la Chiesa cattolica [filippina] non menziona mai la moltiplicazione degli aborti, realtà decisamente più grave della contraccezione che essa combatte. Le due cose sono legate, poiché l’aborto è il mezzo per evitare le nascite, quando la contraccezione non è utilizzata. Il male peggiore segue il male minore.
Ecco come ha risposto Fessio:
Chiedo: è vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche «decisamente più grave»? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, «Gaudium et spes» lo definisce un «crimine abominevole». Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo […] è un male maggiore privare qualcuno dell’esistenza rispetto a privare qualcuno della vita temporale.
La frase finale dimostra, temo, che padre Fessio è in preda a una gravissima confusione. Com’è possibile, infatti, privare di qualcosa qualcuno che non esiste – qualcuno che, a rigore, non è affatto «qualcuno»? Non c’è un bambino che esiste da qualche parte – in un futuro alternativo o in un mondo possibile – e che sparisce con un sonoro «puff!» nel momento in cui i genitori ricorrano alla contraccezione. Quel bambino esiste solo nella vivida immaginazione di padre Fessio; a meno di non sostenere che l’anima preesista al concepimento. Ma questo andrebbe contro il dogma, che afferma al contrario che l’anima viene creata nel momento stesso della sua infusione nel corpo.
Sulla Nuova bussola quotidiana Renzo Puccetti («Contraccezione, nello scontro tra gesuiti perde la Civiltà cattolica», 22 febbraio), che naturalmente fa sua la posizione di Fessio (sia pure con qualche circospezione verbale), invoca l’autorità di Sant’Agostino, che così si esprimeva nel De nuptiis et concupiscientia (I.15.17):
questa voluttuosa crudeltà o se vuoi questa crudele voluttà si spinge fino al punto di procurarsi sostanze contraccettive […], volendo che il proprio figlio perisca prima di vivere.
Agostino, però, come dovrebbe essere noto, era incerto riguardo all’origine dell’anima umana, e non ne escludeva neppure la preesistenza (almeno in una prima fase del suo pensiero). Il brano riflette questa sua incertezza, e difficilmente potrebbe essere fatto proprio da un cattolico ortodosso. In altri tempi Puccetti e Fessio (e probabilmente anche Magister, che dà spazio alla vicenda per alimentare la sua personale polemica antibergogliana) avrebbero potuto passare qualche brutto momento per queste affermazioni incaute.

Ma i tempi sono cambiati. Oggi, nell’accelerata trasformazione del cattolicesimo da religione universale a ideologia familista, idee come queste possono diffondersi come un’epidemia di influenza aviaria, e la logica e forse addirittura persino il dogma potrebbero rivelarsi inabili a fermarle. Ho il sospetto che ne sentiremo riparlare.

martedì 17 febbraio 2015

Quando l’Isis era qui


Da Cesare Cantù, Storia Universale, V: Epoche XV, XVI, 7ª ed., Torino, Pomba, 1852, pp. 376-77:
Le seguenti lettere si trovano nell’Archivio mediceo (corrispondenza di Napoli a. d.) e si ascrivono ad un anonimo, che seguì Ascanio Caracciolo nella spedizione contro i Riformati di Calabria:

«S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al primo del presente ritrovò il sig. marchese di Buccianico suo cognato, che era all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenzia, che una parte presero alla campagna; e molti altri, tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte inseme, e le ha fatte condur prigioni qui in Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, piangere e dimandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto mantellare quella, e tagliare le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori, e fra Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fino al principio di Calabria, e fino alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese et il signor Ascanio ne faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare.
La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbrucciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarno alla morte di Castagneta, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli. Di Mont’Alto, alli 5 giugno 1561».

«Fino a quest’ora s’è scritto quanto giornalmente di qua è passato circa a questi eretici. Ora occorre dir come oggi a buon ora si è incominciato a far l’orrenda justizia di questi Luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così sono questi tali come una morte di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boja, e li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti agli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola e lo lasciava così: dipoi pigliava quella benda così insanguinata e coltello insanguinato, ritornava a pigliar l’altro, e faceva il simile. Ha seguito quest’ordine fino al numero di 88; il quale spettacolo quanto sia stato compassionevole lo lascio pensare e considerare a voi. I vecchi vanno a morire allegri, e gli giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si metteranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procacio fino ai confini della Calabria; se il papa et il signor vicerè non comanderà al signor marchese che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi far del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter fare la mistura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono vedere il crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbrucieranno vivi. Di Mont’Alto, alli 11 giugno 1561».

«Ora essendo qui in Mont’Alto alla persecuzione di questi eretici della Guardia Fiscalda, e Casal di San Sisto, contra gli quali in undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni milleseicento condennati; et è seguita la giustizia di cento e più ammazzati in campagna, trovati con l’arme circa quaranta, e l’altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; brugiate l’una e l’altra terra, e fatte tagliar molte possessioni.
Questi eretici portano origine dalle montagne d’Agrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Et in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa che vivin male. Sono genti semplici et ignoranti, et uomini di fuori, boari, zappatori; et al morir si sono ridotti assai bene alla religione, ed alla obbedienza della Chiesa romana. Di Mont’Alto, alli 12 giugno 1562 [sic]».

giovedì 5 febbraio 2015

Il senso di Tempi per la lingua inglese

Il titolo dell’articolo di Leone Grotti è drammatico: «“Brucia ora la tua colf indonesiana!”. Incredibile spot di un nuovo aspirapolvere in Malaysia» (Tempi, 5 febbraio 2015). L’esordio non è da meno:

«Assolutamente sconsiderata». Così l’ambasciata indonesiana ha definito la pubblicità di un nuovo aspirapolvere in Malaysia, che invita i padroni di casa a «bruciare adesso la tua colf indonesiana!» e sostituirla con il nuovo prodotto. Come se non bastasse, la parola “indonesiana” è perfino sottolineata.
L’articolo prosegue enumerando alcuni episodi di maltrattamenti (alcuni molto gravi) di domestiche indonesiane da parte dei loro datori di lavoro malesi.

Cosa succede dunque in Malaysia? La pubblicità esorta a bruciare vive le domestiche? Si è persa ogni soglia di decenza e di umanità? È l’influenza dell’Isis che si fa sentire? Dobbiamo ringraziare le radici giudaico-cristiane che ci tengono al riparo – finché il laicismo non le avrà disseccate completamente – da questa barbarie?

Niente di tutto questo.


È solo che a Tempi non sanno che in inglese «bruciare» si dice burn, e che fire significa, in questo contesto, «licenziare». La pubblicità pecca di insensibilità, è vero (ed è per questo – e solo per questo – che l’ambasciata indonesiana ha protestato), ma non di spirito omicida.

Chissà se Tempi prende contributi dallo Stato per pubblicare questa roba.

Aggiornamento: abbastanza pronta la correzione del settimanale ciellino (dopo la segnalazione di un lettore nei commenti). Il titolo adesso legge «“Licenzia ora la tua colf indonesiana!”», e l’articolo inizia così:
«Assolutamente sconsiderata». Così l’ambasciata indonesiana ha definito la pubblicità di un nuovo aspirapolvere in Malaysia, che invita i padroni di casa, giocando sul doppio significato del termine “fire” (dare fuoco/licenziare), a «licenziare adesso la tua colf indonesiana!» e sostituirla con il nuovo prodotto.
Il «gioco di parole» è solo nella mente dell’autore o correttore di Tempi, che cerca una ritirata più o meno dignitosa. Nessuna nota avverte della correzione. Qui sotto la schermata della prima versione.




Aggiornamento 6 febbraio: arrivano infine le scuse di Tempi ai lettori per «il grossolano errore» e sparisce ogni riferimento all’inesistente doppio senso. Segnalo un bel commento sulla vicenda di Marcoz, «Il sottile fascino del razzismo (ovvero, a pensare male...)» (Ilfinegiustificailme, 5 febbraio), che va al di là della nota di colore sull’ignoranza linguistica di chi ha scritto l’articolo.

mercoledì 14 gennaio 2015

Vulgus vult decipi

Ricevo questo commento al mio post precedente, in cui parlavo di un articolo particolarmente male informato apparso sulla Croce di Adinolfi:

Se posso dire la mia invece mentre l’articolo tenta di costruire qualcosa il commento sarcastico è tutto incentrato sul distruggere, facendosene quasi vanto, mettendo mi pare in luce la vera molla che lo anima: cioè l’abortismo come ideologia.
Ergo decipiatur.

venerdì 2 gennaio 2015

La Croce, le lucciole e le lanterne

Come si sa, dal 13 gennaio sarà in edicola La Croce, il quotidiano pro-life e anti-gay fondato e diretto da Mario Adinolfi sull’onda del successo del suo Voglio la mamma. Da qualche tempo la pagina Facebook del giornale ospita articoli di quelle che saranno le sue firme; oggi, per esempio, si può leggere «L’aborto si può combattere, il caso Pennsylvania» di Giuseppe Brienza. L’articolo contiene, seguendo la lezione del direttore, una certa abbondanza di dati:

Stando almeno a quanto riporta su LifeNews.com il giornalista Steven Ertelt, dalle statistiche recentemente pubblicate dal Dipartimento della Salute, in Pennsylvania «gli aborti sono scesi ormai ai minimi storici». Nel 2013, infatti, la percentuale degli aborti sul numero totale delle nascite è crollata dal 32 al 7 per cento. […] Eppoi nonostante le campagne pro-aborto, in Pennsylvania nel 2013 le complicazioni relative all’intervento ipocritamente detto di “interruzione volontaria della gravidanza” sono balzata [sic] a quasi il 22 per cento, stando al Rapporto del Dipartimento della Salute.
Tra crolli e balzi sembrerebbe che autori e lettori della Croce abbiano di che festeggiare; ma c’è qualcosa nell’enormità e nell’indeterminatezza delle cifre – il crollo e il balzo in quanto tempo si sono verificati, un solo anno? – che induce l’osservatore sospettoso a compiere qualche controllo.

Naturalmente Brienza si guarda bene dal mettere un link diretto all’articolo di Steven Ertelt; una breve esplorazione del sito LifeNews ci porta comunque alla pagina desiderata. Qui ci attende una sorpresa – o forse dovrei dire nessuna sorpresa? Scrive Ertelt:
Abortions have dropped to an all-time low in Pennsylvania, according to 2013 abortion statistics released Wednesday by the state Department of Health. […] In 2013, the number of abortions in Pennsylvania dropped by 7 percent to 32,108, according to the report [«Gli aborti hanno toccato un minimo storico in Pennsylvania, secondo le statistiche relative al 2013 rese note mercoledì dal Dipartimento della Sanità di quello stato. […] Nel 2013, il numero degli aborti in Pennsylvania è caduto del 7% arrivando a 32.108, secondo il rapporto»].
Da nessuna parte Ertelt afferma che gli aborti sarebbero arrivati al 7% dei nati; dice invece chiaramente che il loro numero è caduto in un anno del 7%. Siamo costretti a concludere che Brienza abbia equivocato l’espressione the number of abortions in Pennsylvania dropped by 7 percent. E il 32%? Erbert non ne parla; l’unico «32» di tutto l’articolo sta nelle cifre iniziali del numero degli aborti. Sorge il sospetto che Brienza, ingannato dalla virgola dopo il 32 (che in inglese segna le migliaia), abbia scambiato quelle cifre per una percentuale – anche se la preposizione avrebbe dovuto evitare l’equivoco. Insomma, Brienza ha probabilmente letto il testo come se dicesse the abortion ratio in Pennsylvania dropped from 32 percent to 7 percent. Se andiamo a vedere il testo originale del Department of Health, 2013 Abortion Statistics (pdf), ritroviamo le cifre citate da Ertelt, e nessuna di quelle della peculiare interpretazione del giornalista della Croce, che a quanto pare non è andato a leggere la fonte originaria (e forse è meglio così: chissà cosa avrebbe estratto da quel cappello). Consultando qualche altra fonte (qui e qui), troviamo che nel 2012 ci sono stati 23,54 aborti per 100 nati vivi, e 22,23 aborti ogni 100 nati vivi nel 2013 (per compatibilità dei dati ho considerato solo gli aborti e le nascite delle residenti).

Quanto al preoccupante «22 per cento» di «complicazioni relative all’intervento ipocritamente detto di “interruzione volontaria della gravidanza”», ecco cosa scriveva in realtà Ertelt:
In 2013, abortion complications rose by almost 22 percent, according to the report [«Nel 2013, le complicazioni dovute all’aborto sono aumentate di quasi il 22%»].
Le complicazioni, quindi, non sono «balzate a quasi il 22 per cento» (degli interventi, come crede e/o lascia credere Brienza), ma sono aumentate del 22%. Beh, è sempre tanto, potrebbe rispondere il lettore della Croce. Senonché i numeri vanno messi in prospettiva; quanti sono stati i casi di complicazioni? Ce lo dice il rapporto originale: 178. Cioè meno dello 0,6% sul totale degli aborti (o forse ancora meno, se la cifra a denominatore comprende anche gli aborti clandestini, come sembra implicare il rapporto). L’anno prima erano stati 146, un po’ più dello 0,4% del totale. Non ci sono notizie di complicazioni fatali.

Per avere questo genere di «notizie», servite calde e odorose ogni giorno, molta gente si prepara a spendere un bel po’ di quattrini: La Croce costerà 1,50 Euro a copia, 180 Euro per l’abbonamento annuale. Auguri.

giovedì 11 dicembre 2014

L’eutanasia secondo la Treccani


Non è la prima volta che rimango perplessa ma la voce «eutanasia» supera di molto la perplessità. Vediamo i passaggi più bizzarri.

L’uccisione medicalizzata di una persona senza il suo consenso, infatti, non va definita eutanasia, ma omicidio tout court, come nel caso di soggetti che non esprimono la propria volontà, la esprimono in senso contrario o non sono in grado di manifestarla: neonati, feti, embrioni, dementi, malati gravi privi di coscienza.

Quindi anche l’aborto è omicidio tout court (feti, embrioni)? Benissimo.

Non rientrano inoltre nel concetto di eutanasia l’astensione o la sospensione di trattamenti futili e di forme di accanimento terapeutico, nonché la sedazione terminale (uso di farmaci sedativi per dare sollievo a sofferenze insopportabili negli ultimi momenti di vita). Non va confusa poi con l’eutanasia la rinuncia all’accanimento terapeutico, ossia a quegli interventi sproporzionati, gravosi e inutili rispetto alla possibilità di arrestare il processo della morte del paziente, nel tentativo di prolungare la vita a ogni costo. Esiste un consenso pressoché unanime circa l’illiceità etica, deontologica e giuridica di questa pratica, che proprio in quanto consistente in un’insistenza sproporzionata e futile rispetto al raggiungimento di ogni obiettivo, non si può definire una pratica terapeutica. La rinuncia all’accanimento, tuttavia, non legittima la sospensione delle cure ordinarie necessarie a un accompagnamento dignitoso del morente. Tra queste si discute se vadano incluse l’idratazione e l’alimentazione artificiale, quando non risultino gravose per il malato o l’organismo non sia più in grado di recepirle.

Qui entriamo in un terreno minato. Bendati e senza manco una mappa approssimativa. L’espressione «accanimento terapeutico» dovremmo abbandonarla per sempre perché è ambigua e inutile. I due aspetti da considerare sono: quello clinico (futile o no) e quello della volontà (è bene ricordare che possiamo rifiutare qualsiasi trattamento, non solo quelli futili, ma pure quelli utilissimi, efficaci e con pochi effetti collaterali). Quindi nemmeno la rinuncia a interventi proporzionati è «eutanasia». Il consenso unanime non è molto interessante. La legge protegge questa libertà – per fortuna. La «sospensione delle cure necessarie» è dunque possibile. Mai sentito parlare di autodeterminazione? Quanto alla «idratazione e alimentazione artificiale» (la parola corretta è nutrizione) non c’è alcuna discussione al riguardo – come non c’è per alcun trattamento medico. Non c’è discussione sulla possibilità di «rinunciarvi». Il passaggio dal paternalismo all’autodeterminazione sanitaria sta proprio qui: che io posso decidere se e come curarmi.

Next, 11 dicembre 2014.

martedì 9 dicembre 2014

Caso Stamina, i tribunali ostaggi della pseudo scienza

La Corte Costituzionale ha dichiarato non fondato il ricorso sollevato da un giudice del tribunale del lavoro di Taranto. Il decreto Balduzzi (articolo 2 del decreto legge del 25 marzo 2013, n. 24, convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge del 23 maggio 2013, n. 57) non è incostituzionale, non è contrario ai principi di uguaglianza e solidarietà, non confligge con il diritto alla salute limitando l’accesso al cosiddetto metodo Stamina.

Nella lunga e disgraziata vicenda Stamina un ruolo centrale ce l’hanno avuto indubbiamente i giudici e i tribunali. Il contenzioso che ha visto gli Spedali Civili di Brescia come il luogo principale della “sperimentazione” vanta numeri spaventosi. Durante l’audizione dello scorso 2 aprile, il commissario straordinario Ezio Belleri ha detto: “Prima della data del decreto-legge erano stati proposti 37 ricorsi; dopo il decreto-legge i ricorsi sono aumentati in modo esponenziale, fino a raggiungere ad oggi il numero di 519 [respinti 160]. I giudici, nell’accogliere i ricorsi, hanno ritenuto che il legislatore, legittimando i trattamenti solo in alcuni casi, individuati secondo il criterio meramente cronologico riferito alla data di avvio (o dell’ordine) degli stessi, avrebbe operato un’ingiusta discriminazione fra i pazienti, violando il diritto alla salute e il diritto di uguaglianza, costituzionalmente garantiti”.

È forse utile ricordare anche i costi (o una stima approssimativa, sempre secondo Belleri): 57.000 euro per il materiale di laboratorio necessario alla gestione di tutte le cellule (costo variabile aggiuntivo), 249.000 euro per il personale di laboratorio, 201.000 euro per l’attività d’infusione, 44.000 euro per l’attività di carotaggio. Altri costi non sono facili da quantificare – si pensi alla direzione, al servizio affari generali e legali e alle relazioni con il pubblico. Per la costituzione in giudizio, i costi complessivi per le spese legali sono pari a 929.828 euro.

Wired, 9 dicembre 2014.

lunedì 1 dicembre 2014

800 861 061: a cosa serve il Telefono Verde AIDS



L’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione si colloca all’interno del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità e svolge attività di ricerca, prevenzione, formazione, consulenza e coordinamento di network. Il Telefono Verde AIDS e IST si colloca nell’area prevenzione. Anna Maria Luzi, direttore dell’Unità Operativa, Matteo Schwarz, consulente legale, e Anna Colucci, ricercatrice, ci raccontano la storia del telefono e a cosa serve.


800 861 061

«Il Telefono nasce nel 1987, cioè negli anni in cui l’epidemia era devastante» dice Luzi. «C’erano 5 linee telefoniche, passate poi a 6. Quanto agli orari, all’inizio il servizio era attivo dalle 13 alle 17, poi fino alle 18, dal lunedì al venerdì. Rispondono esperti in diverse discipline: medici, psicologi, legali, specialisti in comunicazione sanitaria. Il servizio è offerto non solo in italiano ma anche in altre lingue: inglese, francese e portoghese. Nell’ultimo anno, l’attività di HIV/AIDS/IST counselling telefonico è stato integrato da un sito, Uniti contro l’AIDS, risultato di un progetto promosso e finanziato dal Ministero della Salute per divulgare informazioni scientifiche relativamente all’HIV e alle infezioni sessualmente trasmesse (IST) in modo corretto e diretto a chi usa internet per cercare informazioni riguardo alla propria salute». Dal primo luglio il Telefono ha anche una copertura internazionale con un account Skype. Si può, infatti, telefonare dall’estero e accedere così al servizio, con la garanzia della privacy (Skipe è in modalità solo voce). Oggi 1 dicembre, Giornata mondiale per la lotta all’AIDS, il Telefono Verde dell’Istituto Superiore di Sanità sarà attivo dalle 10 alle 18.

Next, 1 dicembre 2014.

domenica 23 novembre 2014

Mario Adinolfi, i numeri e gli omosessuali /2


2. Quante sono le coppie omosessuali?

Nella prima parte di questo post abbiamo visto come Mario Adinolfi, in un nuovo capitolo del suo pamphlet integralista Voglio la mamma, abbia in parte alterato e in parte ignorato le percentuali di persone omosessuali e bisessuali fornite dall’Istat, e come abbia cercato di far passare come invenzioni della «lobby Lgbt» cifre di altra provenienza, che in realtà devono essere considerate fino a prova contraria legittime (anche perché, tenendo conto della grande incertezza che circonda la questione, non sono drasticamente diverse da quelle dell’Istat).
Proseguiamo adesso con l’analisi del testo di Adinolfi, e cerchiamo di stabilire quante siano le coppie omosessuali nel nostro paese.

Vogliamo essere più precisi? Andiamo allora a interrogare i dati dell’ultimo censimento, quello del 2011. I dati sono sempre elaborati dall’Istat, dunque dall’Istituto nazionale di statistica che nessuno può immaginare come ostile agli interessi della lobby Lgbt. Anzi. Secondo i dati del censimento in Italia esistono circa 17 milioni di famiglie. Per la precisione 16.648.000. Tra queste, 2.651.000 sono le famiglie monogenitoriali (un solo genitore, con figli) mentre 13.997.000 sono le coppie che vivono in una condizione di stabilità il proprio rapporto sentimentale. Sono coppie con o senza figli. Sapete quante sono, tra queste, le coppie composte da un uomo e da una donna: 13.990.000. Sì, avete letto bene, non è un refuso, non è un copia incolla avventato. Sono praticamente il totale. Le coppie dello stesso sesso certificate dal censimento 2011 sono 7.591.
Bene. Abbiamo un dato, è assodato. L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok. Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio. Dunque le coppie su cui la lobby Lgbt può far conto per le proprie rivendicazioni matrimonialiste sono 7.591. Intanto però ricordiamo che 13.990.000 coppie sono composte da un uomo e da una donna.
Se si scorrono i commenti alla pagina Facebook in cui è stato pubblicato questo testo, si noterà come un lettore chieda a più riprese un link alla fonte di questi dati. Adinolfi – che pure partecipa alla discussione – ignora completamente questa richiesta. Come mai? La risposta sorprenderà (forse) qualcuno: Adinolfi non può fornire nessun link perché non è in grado di farlo: non è infatti mai andato «a interrogare i dati dell’ultimo censimento» sul sito dell’Istat. La sua fonte è secondaria: si tratta di un articolo di Roberto Volpi, «Tutte quelle coppie gay (con figli) sparite dal censimento, o forse mai esistite», apparso il 23 settembre scorso sul Foglio. Volpi e il suo articolo non vengono citati in nessun modo da Adinolfi, neppure in risposta alle sollecitazioni del suddetto lettore.
Ma come faccio ad affermare con certezza che Adinolfi ha tratto i dati da Volpi e non dal sito dell’Istat? Semplice: perché nell’articolo di Volpi ci sono degli errori (l’autore non è nuovo a questo genere di distrazioni) che Adinolfi ha ripreso ciecamente. Il primo è il numero totale delle coppie formate da persone dello stesso sesso: 7513 per l’Istat, 7591 per Volpi e Adinolfi. Il secondo riguarda il numero dei figli delle coppie dello stesso sesso, che secondo Volpi e Adinolfi sono 529; per l’Istat, invece, 529 è il numero delle coppie con figli, non dei loro figli (quest’ultimo numero non è desumibile dal database, a quanto vedo). Altri due errori più piccoli ma sempre significativi: Volpi arrotonda erroneamente al migliaio inferiore il totale dei nuclei familiari e dei nuclei monogenitore, seguito fedelmente da Adinolfi. Non esiste infine neppure un dato riportato da Adinolfi nei paragrafi in questione che non sia presente già anche nell’articolo di Volpi. Qua e là si sfiora il plagio (corsivi miei): «L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok» (Adinolfi); «Avverte tuttavia l’Istat che “i dati relativi alle coppie dello stesso sesso sono sottostimati e si riferiscono solamente alle coppie dello stesso sesso che si sono dichiarate. Molte persone in questa situazione hanno preferito non dichiararsi nonostante le raccomandazioni”. Ok, d’accordo […]» (Volpi). Sì, siamo davanti a un classico «copia incolla avventato».
Si dirà: per la tesi di Adinolfi cambia poco – le coppie dello stesso sesso sono praticamente le stesse, e se i loro figli non sono 529 è comunque abbastanza improbabile che superino il migliaio. Ma quello che emerge con chiarezza è il metodo dell’autore di Voglio la mamma: le cifre che confortano i suoi pregiudizi sono accettate senza uno straccio di controllo (e con poca gratitudine nei confronti di coloro a cui le sottrae), le altre devono sicuramente essere il frutto di qualche malvagio complotto.

Esaminiamo adesso più in particolare i dati Istat sul numero delle famiglie omosessuali, e vediamo se ad essi si può far dire ciò che Adinolfi vorrebbe. Partiamo dal numero di coppie conviventi. Abbiamo visto la nota dell’Istat, secondo cui i dati sono sottostimati. Forse qualcuno si chiederà come sia possibile che molte coppie abbiano preferito non dichiararsi: non sarebbe questa un’alterazione grossolana del censimento? Se due persone vivono assieme, com’è possibile farne risultare solo una? La risposta sta nel concetto di nucleo familiare, che per l’Istat «è definito come l’insieme delle persone che formano una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio. […] Una famiglia può essere composta da più nuclei, ma può anche essere costituita da un nucleo e da uno o più membri isolati (altre persone residenti), o ancora da soli membri isolati». Esistono in Italia ben 560.422 famiglie composte da due persone, che dichiarano di non essere legate da una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio; queste famiglie sono insomma composte da due «membri isolati». Molte saranno semplici coppie di amici, o coppie nonna-nipote, zio-nipote etc.; un certo numero saranno coppie – eterosessuali od omosessuali – che hanno deciso di non dichiararsi (altre coppie di questo genere possono essere nascoste in altre pieghe del censimento). Volpi tenta di minimizzare la cifra di chi non si è dichiarato, ma il suo non è altro che un argumentum ad incredulitatem:
sembra assai difficile supporre che per ogni coppia omosessuale censita ce ne siano, mettiamo, dieci o magari venti sfuggite al censimento, perché nell’eventualità ci sarebbe di che chiedere il subitaneo smantellamento del censimento stesso.
È importante ricordare a questo proposito come il censimento non si svolga affatto «in forma anonima», come pretende Adinolfi: i nomi dei censiti figurano sulla prima pagina del questionario Istat.
Per sapere qualcosa di più preciso, rivolgiamoci alla recentissima indagine condotta dalla European Union Agency for Fundamental Rights (EU LGBT survey – European Union lesbian, gay, bisexual and transgender survey: Main results, 2014, p. 134), da cui risulta che nel 2012 il 20% degli omosessuali/bisessuali italiani conviveva con un partner, a fronte di una media UE del 30% (più in basso dell’Italia si trovano solo Croazia, Grecia e Cipro). Questa non è tuttavia la percentuale che stiamo cercando: secondo la stessa fonte, il 5% degli omosessuali/bisessuali italiani ha un partner (convivente o non convivente) del sesso opposto. Se assumiamo che il 15% delle persone LGBT conviva con un partner dello stesso sesso, e applichiamo questa percentuale alla cifra di un milione data dall’Istat (vedi la prima parte di questo post), risulta che dovrebbero esistere in Italia circa 75.000 coppie omosessuali: dieci volte il numero di quelle dichiarate al censimento! Questa conclusione è confermata in modo decisivo da M. Barbagli e A. Colombo, autori di una fondamentale indagine sulla condizione omosessuale nel nostro paese (Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, 2ª ed., Bologna, Il Mulino, 2007, p. 204; i dati si riferiscono a un sondaggio condotto nel 1995-96); elaborando i loro dati (cfr. anche pp. 211 e 317) risulta che il 14% delle persone LGBT convive con una persona dello stesso sesso (lo studio è del tutto indipendente da quello UE; entrambi i sondaggi – quello europeo e quello da cui prendono le mosse i due italiani – sono stati condotti in modo da garantire l’anonimato dei rispondenti).
Ma per Adinolfi le coppie non dichiarate non contano: «Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio». Questa è un’affermazione di un cinismo ributtante; certo, una coppia non dichiarata potrebbe avere più difficoltà delle altre a contrarre eventualmente matrimonio, ma la ragione di questa titubanza non può che essere il timore di un ambiente ancora saturo di pregiudizi. Chiunque – perfino chi è contrario al matrimonio per tutti – dovrebbe auspicare che questa condizione di paura sia superata il più presto possibile, e non invece gongolare soddisfatto perché in questo modo si riduce il numero delle coppie potenzialmente interessate al matrimonio.

Va notato poi che l’Istat raccoglie solo il dato delle coppie conviventi, non anche di quelle impegnate in una relazione ma non conviventi. Per Barbagli e Colombo (ibidem), «dal 40 al 49% dei gay e dal 58 al 70% delle lesbiche hanno una relazione fissa». Questi numeri sono confermati in pieno dalla già citata EU LGBT survey (ibidem), secondo cui nel 2012 il 52% degli omosessuali italiani era impegnato in una relazione con un partner dell’altro sesso, nonché dall’indagine Modi di, promossa dall’Arcigay in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Survey nazionale su stato di salute, comportamenti protettivi e percezione del rischio HIV nella popolazione omo-bisessuale, a cura di R. Lelleri, Bologna 2006, p. 25), secondo cui nel 2005 il 40,2% degli omosessuali maschi e il 52% delle lesbiche aveva una relazione con una persona dello stesso sesso.
Anche tra queste persone si troveranno sicuramente molti interessati al matrimonio: in una parte dei casi, la mancata convivenza sarà di nuovo da attribuirsi alla necessità di evitare reazioni negative da parte dell’ambiente circostante, o alle normali difficoltà materiali che tutte le coppie incontrano per vivere insieme. È significativo inoltre per il nostro discorso che, come scrivono ancora Barbagli e Colombo (ibidem), «[l]a grandissima maggioranza degli omosessuali italiani cerca un rapporto di coppia stabile e solo un’esigua minoranza (il 12% degli uomini e l’8% delle donne) preferisce avere relazioni con partner occasionali». Un dato che fa giustizia di pregiudizi ancora largamente diffusi.

Ma ammettiamo, per puro amore di discussione, che esistano davvero solo 7500 coppie omosessuali conviventi e potenzialmente interessate al matrimonio. Sarebbe questo un argomento valido contro la richiesta di estendere anche alle coppie omosessuali il diritto di sposarsi, o almeno di contrarre un’unione civile?
Esistono in Italia, a quanto pare, circa 830 persone che portano il cognome «Adinolfi». Supponiamo per assurdo che per un’antica tradizione religiosa fosse proibito a queste persone di sposarsi, e che dopo un lungo processo di maturazione civile si arrivasse finalmente a mettere in questione questa discriminazione. Ora, cosa penseremmo se qualche retrogrado si opponesse alla riforma adducendo a pretesto che 830 persone sono pochissime? La nostra risposta, ovviamente, sarebbe che negare ingiustamente un diritto non è meno grave se lo si nega solo a poche persone, o persino solo a una; semmai è forse più grave. Se si vuole impedire che il matrimonio sia per tutti, si cerchino altri argomenti; quello dei numeri troppo esigui è un non-argomento.

Nella prossima parte affronterò la questione del numero dei figli delle coppie omosessuali.

(2 - continua)