martedì 21 ottobre 2014

Così report condanna gli OGM


Domenica scorsa è andato in onda Report. Domenica scorsa Report ha di nuovo parlato di OGM. Per chi non ha visto la puntata può andare qui oppure leggersi il pdf.
La prima mossa nota e scorretta è quella di mischiare gli OGM a qualcosa di pauroso e dannoso. Comincia Jeff Moyer, «ex direttore del National Organic Standards Board». E già «Organic» è una spia della strategia naturista, ovvero uso parola che ha un’aura positivo: biologico, naturale, organico sono spacciati come sinonimi di genuino, sano, incontaminato. Il problema è che «Organic is a production term – it does not address the quality, safety or nutritional value of a product» (sull’idea di «natura» si legga anche questo).
Dice Moyer: «Ai consumatori americani non è mai stato chiesto se li volevano.
 Se qui negli Stati Uniti fermi qualcuno per strada e gli chiedi se sarebbe disposto a mangiare alimenti geneticamente modificati, probabilmente non sa neppure di cosa stai parlando. Se lo sapesse, ti risponderebbe di no.
 Ma la realtà è che già lo fa perché questi prodotti sono parte della sua dieta e delle sue abitudini alimentari.
 Se gli chiedessi: “Vorresti più antibiotici nella carne?”, ti risponderebbe di no, senza sapere che ce li mettono già. Non abbiamo la stessa libertà di scelta di cui finora hanno potuto godere gli europei. Forse, le future politiche commerciali non lasceranno libertà di scelta nemmeno a voi. Chi sa?». Che è come chiedere: vuoi questo sano e bello oppure quest’altro che fa male e fa ingrassare (che sia vero non è rilevante)?



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martedì 14 ottobre 2014

Brittany Maynard e il diritto di morire


Brittany Maynard ha 29 anni e un glioblastoma – ovvero uno dei tumori più aggressivi e meno trattabili. Ha deciso di morire tra meno di un mese. Non vorrebbe morire, ma la sua malattia le ha concesso poco spazio e poco tempo e Maynard non vuole lasciare che il tumore le mangi il cervello, non vuole rischiare di soffrire dolori inutili e difficilmente gestibili. Non vuole rischiare di vivere gli ultimi giorni in una condizione che lei giudica – per se stessa – non dignitosa. Non vuole morire, insomma, come il cancro la farebbe morire. “Voglio morire alle mie condizioni”, ha detto.

Chi ha il diritto di imporle una scelta diversa? Chi, meglio di lei, può decidere se e come avere a che fare con una diagnosi tanto spaventosa e con una patologia con sintomi tanto invadenti? Il suo video ha suscitato molte reazioni, tanto che Maynard ha aggiunto una nota al sito della sua fondazione (A Note from Brittany): non ho lanciato questa campagna perché volevo attenzione, ha scritto, ma l’ho fatto perché vorrei che tutti avessero la possibilità di morire con dignità. Sono fortunata perché ho una famiglia straordinaria e degli amici meravigliosi, e spero che tutti voi porterete avanti questa battaglia. (Sottotitoli: “avere la possibilità” non significa che tutti quelli con la stessa patologia dovrebbero scegliere come Maynard; scegliere vuol dire che ognuno dovrebbe poter fare come preferisce).

Tra le reazioni c’è stata anche la lettera di una donna, Kara Tippetts. Tippetts ha 36 anni, 4 figli e un tumore terminale. “Sto morendo anche io, Brittany”, le ha scritto. Le ha anche scritto che la sofferenza non è assenza di bontà e bellezza, ma “forse potrebbe essere il posto in cui la vera bellezza può essere conosciuta”.

Scegliendo di morire (o meglio, di morire un po’ prima della malattia e senza arrivare a soffrire fisicamente e psichicamente dolori che Maynard non vuole patire), secondo Tippetts, Maynard priverebbe quelli che la amano di questi momenti di “tenerezza”, della opportunità di conoscerla negli ultimi momenti e di amarla negli ultimi respiri.

Pagina99, 13 ottobre 2014.

lunedì 13 ottobre 2014

Cherry picking

Scrive Giuliano Guzzo sul suo blog («Sorpresa: la 194 è sempre meno tabù», 13 ottobre 2014):

Negli stessi giorni in cui vengono presentati sondaggi molto discutibili sulle nozze gay – discutibili per metodologia, tempistiche di rilevazione e modalità di presentazione dei risultati – che rileverebbero come la maggioranza degli Italiani ne sarebbe entusiasticamente a favore, è stata effettuata una ricerca che, anche se non ha avuto visibilità a livello nazionale, merita un’attenta riflessione, non foss’altro per gli esiti sorprendenti che ha avuto. Stiamo parlando di una rilevazione a cura dell’Istituto Demos – lo stesso i cui risultati vengono sovente ripresi anche da Repubblica – la quale, esaminando gli atteggiamenti politici del Nord Est (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento), ha registrato come il 43% degli interpellati sia d’accordo con l’idea che «bisogna rivedere la legge sull’aborto per limitare i casi in cui è lecito».
Un piccolo particolare non del tutto trascurabile che si cercherebbe invano nel post di Guzzo: chi ha curato il sondaggio «molto discutibile» sul matrimonio gay è l’Istituto Demos, lo stessissimo identico istituto che ha curato quello sull’aborto, che invece «merita un’attenta riflessione».

Aggiornamento 14 ottobre: da notare come in base ai dati Demos, il numero di intervistati nel sondaggio sull’aborto sia stato minore rispetto a quello sulle nozze gay (1019 contro 1265), e di conseguenza maggiore il margine di errore (3,07% contro 2,8%).

domenica 12 ottobre 2014

Medico nega pillola del giorno dopo. Ancora una volta.


Nonostante la pillola del giorno dopo non sia abortiva, nonostante il TAR, nonostante le giuste proteste della coppia. Continuano a mascherare una omissione di servizio da coscienza fina. L’obiezione di coscienza non c’entra nulla con il rifiuto di prescrivere la contraccezione d’emergenza. Ma perché non cambiano lavoro?

Next, 12 ottobre 2014.

sabato 11 ottobre 2014

Mario Adinolfi, i numeri e gli omosessuali /1

Auspicavo poco tempo fa che Mario Adinolfi volesse aggiungere quanto prima un seguito alla sua opera più fortunata, Voglio la mamma. Il seguito ancora non l’abbiamo, ma due giorni fa Adinolfi ha annunciato un’edizione aggiornata del suo capolavoro, che comprenderà anche quattro capitoli nuovi di zecca. L’autore generosamente ha già reso disponibile in rete uno dei capitoli («I numeri della condizione omosessuale in Italia», Facebook, 9 ottobre 2014), che qui esamineremo, cercando non solo di apprendere qualcosa del modus operandi di Adinolfi, ma anche – soggetto indubbiamente più interessante – di dare una risposta parziale a una difficile domanda: quanti sono gli omosessuali nel nostro paese?

Le menzogne fondamentali su cui costoro [cioè «la lobby Lgbt»] basano poi ogni azione rivendicativa è quella dei numeri. Quanti sono gli omosessuali italiani? Secondo costoro sono cinque o sei milioni. Quanti sono i figli di coppia omogenitoriale (cioè nati per autoinseminazione o fecondazione eterologa in vitro nel caso di coppia lesbica, via utero in affitto nel caso di coppia gay)? Secondo Arcigay sono centomila, seconda Arcilesbica sono duecentomila, il guaio è che questi dati sono […] dati falsi.
Per avere i dati veri non è che si debba poi fare troppa fatica. Basta andare alle fonti reali e scientifiche, quelle neutrali, prive di qualsiasi tentazione di propaganda. Purtroppo i media, molti media, troppi media non fanno questa fatica e raccontano i dati della lobby Lgbt come fossero reali. Così l’opinione pubblica, contro ogni evidenza empirica, immagina che l’esigenza di approdare rapidamente a un riconoscimento del matrimonio omosessuale come primo passo per “dare tutela” alla dimensione omogenitoriale sia una vasta esigenza popolare che deriva da una vera e propria emergenza. Allora, andiamo a verificare sulle fonti reali e scientifiche i numeri.
Partiamo dalla domanda primaria: quanti sono gli omosessuali in Italia? La risposta chiara e netta ce la offre l’Istat, che ha dedicato alla questione uno dei suoi Rapporti. Gli italiani che si dichiarano “omosessuali o bisessuali” sono un milione. Poco più dell’uno per cento dei sessanta milioni di cittadini italiani, eliminando la quota di “bisessuali” possiamo tranquillamente dichiarare supportati dall’Istat che gli omosessuali in Italia sono attorno all’uno per cento della popolazione complessiva.
Cominciamo con il notare come l’aritmetica di Adinolfi sia piuttosto disinvolta: un milione di omosessuali/bisessuali sul totale di cittadini italiani sarebbe pari a una percentuale dell’1,67% circa, che non è proprio «poco più dell’uno per cento», ma casomai «poco meno del due per cento». Inoltre, l’esclusione dei bisessuali dal computo totale appare del tutto arbitraria, visto che Adinolfi continua per tutto il capitolo a parlare di «lobby Lgbt» – chissà per cosa pensa che stia quella b – e visto che anche i bisessuali sono ovviamente interessati al matrimonio tra persone dello stesso sesso; a meno che Adinolfi non pensi che un bisessuale, in caso di perdurante impedimento a sposare una persona dello stesso sesso di cui sia innamorato, possa sempre facilmente consolarsi con qualcuno del sesso opposto. Cosa ancora più importante, non è per nulla chiaro da dove Adinolfi tragga i dati per il suo arrotondamento all’uno per cento di omosessuali, visto che nel rapporto Istat, come vedremo tra un attimo, è riportato soltanto il numero complessivo degli omosessuali/bisessuali.

Ma qual è questo rapporto dell’Istat, che Adinolfi non nomina? Si tratta de La popolazione omosessuale nella società italiana, pubblicato il 17 maggio 2012 (la situazione a cui fa riferimento è quella del 2011). Il rapporto contiene soprattutto dati sull’accettazione della condizione omosessuale da parte degli Italiani (me ne sono occupato in un’occasione precedente); il paragrafo sul numero di persone Lgbt si trova alle pp. 17-18:
Secondo i risultati della rilevazione, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale (pari al 2,4% della popolazione residente), il 77% dei rispondenti si definisce eterosessuale, lo 0,1% transessuale. Il 15,6% non ha risposto al quesito, mentre il 5% ha scelto la modalità “altro”, senza altra specificazione. I dati raccolti, quindi, non possono essere considerati come indicativi della effettiva consistenza della popolazione omosessuale nel nostro Paese, ma solo di quella che ha deciso di dichiararsi, rispondendo ad un quesito così delicato e sensibile, nonostante l’utilizzo di una tecnica che rispettava appieno la privacy dei rispondenti (busta chiusa e sigillata e impossibilità per l’intervistatore di verificare le risposte).
Si dichiarano più gli uomini (2,6%) che le donne (2,2%), più nel Nord (3,1%) che nel Centro (2,1%) o nel Mezzogiorno (1,6%). Tra i giovani la percentuale arriva al 3,2% ed è del 2,7% per le persone di 35-44 anni e di 55-64 anni. Tra gli anziani la percentuale scende allo 0,7%.
Come si vede, ritroviamo nel rapporto il milione di persone omosessuali/bisessuali citato da Adinolfi; ma la percentuale sul totale della popolazione residente non è né «poco più dell’uno per cento», né il mio 1,67%, bensì un sorprendente 2,4%. Come mai questa grossa discrepanza? La risposta è semplice: il rapporto è basato su un questionario sottoposto a persone comprese tra 18 e 74 anni di età; il denominatore è quindi significativamente inferiore ai 60 milioni circa della popolazione totale. È quindi ovvio, tra l’altro, che gli omosessuali/bisessuali dichiarati sono in Italia sensibilmente di più di un milione, visto che questo orientamento sessuale non è certo assente tra i minori di 18 anni o i maggiori di 74. Attraverso quale processo mentale Adinolfi sia passato dal 2,4% del rapporto al «poco più dell’uno per cento» è un mistero che non voglio nemmeno tentare di affrontare.

Ma c’è di più. Come il rapporto stesso chiaramente precisa, le cifre citate sono solo quelle degli omosessuali/bisessuali che hanno scelto di dichiararsi in occasione del sondaggio, e in nessun caso possono quindi essere considerate indicative dei numeri reali. Lo provano tra l’altro le grosse disparità geografiche e per classi di età della percentuale di omosessuali/bisessuali: non è che nell’Italia del nord ci siano più omosessuali o che l’omosessualità stia dilagando tra i giovani; piuttosto, a nord e tra i giovani esisterà un retroterra socioculturale che rende più facile la consapevolezza e l’espressione del proprio orientamento sessuale.
Come possiamo conoscere allora i numeri reali, che saranno per forza di cose maggiori di quelli citati? L’Istat ci prova; prosegue infatti il rapporto:
Come avviene nelle ricerche scientifiche internazionali l’orientamento sessuale è stato rilevato oltre che tramite l’autodefinizione, anche attraverso altre dimensioni, l’attrazione sessuale, l’innamoramento e l’aver avuto rapporti sessuali. Considerando tutte queste componenti, nel complesso si arriva ad una stima di circa 3 milioni di individui (6,7% della popolazione) per coloro i quali si sono apertamente dichiarati omosessuali/bisessuali o che, nel corso della loro vita, si sono innamorati o hanno avuto rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso, o che sono oggi sessualmente attratti da persone dello stesso sesso.
Qui l’Istat sta applicando un principio di buonsenso che si usa nelle scienze sociali: non bisogna mai fermarsi a come i soggetti definiscono se stessi, ma prendere in esame anche i loro comportamenti concreti. Purtroppo però il rapporto non fornisce né le domande esatte presentate nel questionario né le percentuali delle risposte; è quindi impossibile dire cosa misuri esattamente la cifra di tre milioni di persone determinata dall’Istat, anche se lo stesso Istituto afferma di stare rilevando in questo modo «l’orientamento sessuale». Molto dipende naturalmente dalla definizione di omosessualità che si adotta: quante esperienze omosessuali sono necessarie per definire una persona omosessuale o bisessuale? Per quanto tempo devono protrarsi o ripetersi? Va notato peraltro che anche con questo metodo non si possono rilevare tutti gli omosessuali/bisessuali effettivi (per esempio, se qualcuno ha problemi a dichiararsi non eterosessuale avrà verosimilmente anche problemi ad ammettere di avere o avere avuto rapporti sessuali con persone del suo stesso sesso).
Quello che è certo è che se estendiamo la percentuale del 6,7% alla popolazione residente nel 2011, di età superiore all’età del consenso (51.666.428 persone, secondo i dati Istat), otteniamo una cifra di poco inferiore a tre milioni e mezzo di persone, più vicina alla cifra di «cinque milioni o sei milioni» attribuita da Adinolfi alla lobby Lgbt che al milione da lui preso per buono (anche se le cose si complicano se quei cinque milioni – come vedremo fra un attimo – si riferiscono ai soli omosessuali, e non anche ai bisessuali, come il numero dell’Istat). E forse è proprio per questo che nel testo di Adinolfi di quel 6,7% non c’è la benché minima traccia, neanche per tentare di confutarlo, anche se appartiene a una fonte che egli stesso cita e definisce «reale, scientifica e neutrale».

Ma da dove arrivano precisamente questi «cinque milioni o sei milioni»? Adinolfi non lo dice; una brevissima ricerca ci permette di scoprire che in Italia la cifra dei cinque milioni è stata introdotta (o reintrodotta) nel dibattito pubblico recente in seguito alla pubblicazione del Rapporto Italia 2003 dell’Eurispes, che a pagina 1091 legge:
Si stima che gli omosessuali in Italia siano circa cinque milioni; secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sarebbero tra il 5% ed il 10% della popolazione italiana. Questo dato tende ad essere piuttosto costante a livello geografico e tra le classi sociali e le professioni.
Numericamente, dunque, gli omosessuali possono ancora essere definiti come una importante minoranza.
Purtroppo il rapporto dell’Eurispes non cita fonti di nessun tipo. Sembra comunque che la cifra di cinque milioni di omosessuali fosse già presente in un precedente rapporto dello stesso istituto (che all’epoca si chiamava Ispes), Il sorriso di Afrodite. Rapporto sulla condizione omosessuale in Italia, a cura di Crescenzo Fiore (Firenze, Vallecchi, 1991), che mi è rimasto purtroppo inaccessibile (traggo la notizia da F. Targonski, Fenomenologia della diversità, 2ª ed., Roma, MFE, 1994, p. 111).
Quanto al dato dell’Organizzazione mondiale della sanità, esso pure ricompare più indietro nel tempo, mutando leggermente aspetto man mano che si procede a ritroso. La citazione più antica a cui sono potuto pervenire si trova in un articolo di Gino Olivari, «Quanti sono gli omofili in Italia», apparso nel lontano 1976 sulla rivista Il Ponte, fondata da Piero Calamandrei (vol. 32, n. 2-3, pp. 283-84):
Comprendendo anche le donne, l’Organizzazione mondiale della sanità valuta che in Italia gli omofili veri siano complessivamente 2 milioni e 475 mila: circa il 4,50% dell’intera popolazione maschile e femminile. […] Oltre al milione e centoventimila, di sesso maschile, risulterebbero, sempre in Italia, almeno 5 milioni di maschi bisessuali.
Purtroppo anche qui nessuna indicazione della fonte, della cui esistenza non mi pare lecito dubitare, ma che in ogni caso risulterebbe ormai piuttosto datata. Lascio ricostruire al lettore volenteroso come si sia eventualmente passati da questi numeri al 5-10% attribuito all’OMS dall’Eurispes. (Di Olivari, figura d’altri tempi, generosa e al tempo stesso contraddittoria, si legga la bella intervista concessa a Giovanni Dell’Orto e Francesco Vallini, «Erano anni difficili...», Babilonia, n. 64, febbraio 1989, pp. 51-53.)

Per concludere questa prima parte, come valutazione personale e assolutamente non scientifica, direi che, considerata ogni cosa, la stima più prudente della percentuale di persone omosessuali e bisessuali nel nostro paese – intese come coloro che nel corso dell’ultimo anno hanno sperimentato un’attrazione sessuale e/o sentimentale stabile (ma non necessariamente esclusiva) per le persone dello stesso sesso – potrebbe oscillare tra il 3% e il 4%. Decisamente molto di più dell’1%. Far sparire o definire arbitrariamente false le cifre che non ci piacciono porta sempre a perdere di vista la realtà.
Nella prossima parte vedremo altri numeri e cercheremo soprattutto di rispondere a una domanda importante: quando si parla di diritti, le cifre importano veramente?

(1 - continua)

venerdì 10 ottobre 2014

Brittany Maynard e il diritto di morire con dignità



“Io non voglio morire. Ma sto morendo. E voglio farlo alle mie condizioni. Non direi a nessun altro che dovrebbe scegliere di morire con dignità. La mia domanda è: chi ha il diritto di dirmi che non merito di fare una scelta del genere? Che merito di soffrire per settimane o mesi dolori tremendi, sia fisici sia mentali? Perché qualcun altro dovrebbe avere il diritto di prendere una decisione del genere per me?” (Brittany Maynard, My right to death with dignity at 29, Brittany Maynard, 9 ottobre 2014, CNN).

A gennaio 2014, dopo anni di insopportabili mal di testa, Brittany Maynard scopre di avere un tumore al cervello. Ha 29 anni.
Il glioblastoma è il più aggressivo e mortale dei tumori cerebrali, la prognosi è di 6 mesi di vita. Come ricorda il video, in cui Maynard racconta la sua storia e spiega la decisione di morire alle sue condizioni, sono pochissimi i pazienti che sopravvivono oltre i 3 anni nonostante i trattamenti.
“La mia famiglia ha sperato in un miracolo”, racconta.
“Magari la risonanza è sbagliata? Magari hanno sbagliato qualcosa?”, ricorda la madre di Maynard.
La realtà è indifferente però alle speranze e al rifiuto di una diagnosi tanto impietosa.

Maynard decide allora di andare in Oregon, dove dal 1997 è in vigore il Death with Dignity Act.
Le sue condizioni rientrano in quelle previste dalla legge. Il solo fatto di poter decidere quando interrompere la propria vita diventata insopportabile e senza prospettiva di miglioramento è rassicurante (“I could request and receive a prescription from a physician for medication that I could self-ingest to end my dying process if it becomes unbearable”) – è un dato comune in chi è malato in modo irreversibile e la cui prognosi indica sofferenze difficilmente trattabili.
Non è solo il dolore, è anche voler mantenere il proprio confine di dignità, forse anche recuperare – in modo insoddisfacente e parziale – il controllo sulla propria vita.
È un sollievo – dice Maynard – pensare di non dover morire nel modo in cui mi hanno detto che mi farebbe morire il tumore.
Aveva considerato di morire in un hospice, ma anche con le cure palliative avrebbe potuto soffrire, sviluppando una resistenza alla morfina e ritrovandosi a vivere cambiamenti motori, cognitivi, di personalità, nel linguaggio – insomma, un profondo e doloroso stravolgimento di un’esistenza comunque prossima alla fine.
La giovane età e il fatto che il suo corpo sia sano costituisce un ulteriore rischio: “Potrei sopravvivere a lungo anche se il tumore sta mangiando il mio cervello. Soffrire con molta probabilità per settimane in un hospice, forse per mesi. E la mia famiglia dovrebbe assistere a tutto questo. Non voglio questo scenario da incubo per loro”.

Wired, 9 ottobre 2014.

martedì 7 ottobre 2014

Nel frattempo, in America...

Angioletta Sperti, «La Corte Suprema dà (implicitamente) il via libera alla celebrazione dei matrimoni same-sex in sette Stati: uno stringato order che ha il sapore di una decisione storica», Articolo 29, 7 ottobre 2014:

Con una decisione fulminea, assolutamente inattesa con tanto tempismo, la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha ammesso i ricorsi presentati da cinque Stati (Indiana, Oklahoma, Utah, Virginia e Wisconsin) contro la rimozione del divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Così facendo, la Corte non ha assunto una decisione definitiva sulla compatibilità del divieto di matrimonio con la Costituzione federale, che porterebbe all’apertura del matrimonio in tutti gli Stati Uniti d’America, ma ha deciso di non interferire, al momento, con i processi in corso nei singoli Stati. La decisione, comunque, ha effetti davvero dirompenti. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, ben 39 sentenze emesse da varie Corti avevano annullato le leggi statuali che definivano il matrimonio come unione fra uomo e donna […]. Con la decisione della Corte Suprema di non interferire con queste decisioni, passano così da 19 (California, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, Vermont e Washington) a 24 gli Stati americani in cui il matrimonio è già accessibile a tutti e tutte e, soprattutto, si crea un precedente che porterà a sicure decisioni conformi in altri Stati (West Virginia, North Carolina, South Carolina, Kansas, Colorado e Wyoming). A breve, quindi, sarà possibile sposarsi in ben 30 Stati su 50 (oltre che nel distretto della capitale, Washington DC). Ed ulteriori effetti sono attesi anche in altri Stati: uno stringato order che ha il sapore di una decisione storica.
Il resto dell'articolo è qui.
Andrew Sullivan – storico combattente per la marriage equality – riflette sul significato della decisione della Corte («Seeing The Mountaintop», The Dish, 6 ottobre):
[N]ow in thirty states (maybe thirty-five), the reality of this social reform will be seen: the quotidian responsibilities of spouses and parents, the moments of joy and agony that are part of all marriages, the healing of wounds of separation and ostracism. It won’t happen at once, but it will slowly emerge, through a greater collective empathy and inclusion. Every time a father holds back tears as his daughter marries her beloved, every time a child feels secure with her two dads or two moms, every time a young gay kid asks himself if he is really worthy because he is gay and now knows he can one day have a relationship like his mom and dad and feels less tormented and less alone: these are the ways we humans can grow and become what we fully can be. This is an expansion not just of human freedom, but of human love.
It is so easy today to see horror all around, anger surging, hysteria rising, fear spreading. But we see also in this remarkable, unlikely transformation the possibility of something much different: that human beings can put aside fear and embrace empathy, can abandon prejudice in favor of reality, can also see in themselves something they never saw before: an enlargement of the circle of human dignity.
Da leggere tutto.

lunedì 6 ottobre 2014

Sentinelle, siete circondate!

La risposta migliore agli omofobi e all’omofobia:



(h/t: Caterina Moro)

Le sentinelle in piedi. Per la rivoluzione venite già mangiati.


Ieri in alcune piazze le Sentinelle in piedi hanno vegliato (sembrano i membri dei Guilty Remnant di The Leftovers). Chi sono? «Sentinelle in Piedi è una resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà». Addirittura? Una resistenza per evitare la distruzione dell’uomo e della civiltà? Perché vegliano? «Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna. La nostra è una rete apartitica e aconfessionale: con noi vegliano donne, uomini, bambini, anziani, operai, avvocati, insegnanti, impiegati, cattolici, musulmani, ortodossi, persone di qualunque orientamento sessuale, perché la libertà d’espressione non ha religione o appartenenza politica, ci riguarda tutti e ci interessa tutti». Vegliano «per la libertà di espressione, per poter essere liberi di affermare che il matrimonio è soltanto tra un uomo e una donna, che un bambino ha il diritto ad avere la sua mamma e il suo papà e che loro hanno il diritto di educare liberamente i loro figli». Si commentano da soli. Ma nella melma di parole, annunciazioni, avvertimenti e bizzarre espressioni ci sono alcuni slogan che si ripetono ossessivamente (e che non sono patrimonio esclusivo SIP): la Famiglia come uomo + donna, la genitorialità identificata con il concepimento biologico e il diritto di avere una mamma donna e un papà uomo, l’ideologia del gender e – addirittura – la minaccia alla libertà di espressione e di educazione. Parlo di queste ricorrenti espressioni con Vittorio Lingiardi, psichiatra e professore ordinario alla “Sapienza” di Roma.

La pretesa di vegliare per difendere gli interessi dei «più deboli» passa per la convinzione che esista un modello unico di famiglia come condizione necessaria e sufficiente per il benessere del bambino. Sapere che cosa è nell’interesse del bambino non è mica facile. «È quasi impossibile – mi dice Lingiardi – perché ogni bambino ha un interesse diverso e cresce in un contesto specifico. Non si possono fare generalizzazioni. Però possiamo farci alcune domande. È nel suo interesse crescere con genitori che litigano sempre ma stanno insieme perché qualcuno ha detto loro che così devono fare? È nel suo interesse crescere in una famiglia in cui i genitori sono separati ma condividono la sua educazione e si prendono cura di lui? È nel suo interesse stare in un orfanotrofio, in Africa [indimenticabile Rosy Bindi con «meglio in Africa che con due genitori gay»] o essere cresciuto da due genitori dello stesso sesso che lo adottano e lo amano? È difficile, come dicevo, generalizzare. D’altra parte è molto semplice dire cosa sia nel suo interesse, che poi è la formula che ricorre in molti statement di associazioni di psicologi, psichiatri e pediatri. Ovvero: essere cresciuti da genitori competenti capaci di fornire cure, in grado di riconoscere i bisogni del bambino, di stabilire limiti, di offrirgli un contesto sociale equilibrato. Dal punto di vista della ricerca sarebbe utile iniziare a costruire definizioni condivise e verificate: quali sono gli ingredienti della genitorialità? Tra questi ci sono quelli che nominavo prima. Mentre gli ingredienti necessari per il concepimento biologico sono evidentemente la presenza di maschio e femmina, quelli della genitorialità non hanno nulla a che fare con le differenze di genere, ma riguardano la capacità di interazione e di educazione».

Next, 6 ottobre 2014.

mercoledì 1 ottobre 2014

Scegliete: o eterologa o adozione!

I tentativi di intralciare il ritorno alla legalità della fecondazione eterologa si moltiplicano. Tra i più recenti, spicca per originalità quello di Marco Griffini, presidente di AiBi (Amici dei Bambini), movimento cattolico che riunisce chi ha intrapreso o vuole intraprendere la strada dell’affido o dell’adozione internazionali. Ecco la sua proposta, riportata da Avvenire (Ilaria Sesana, «“Tra sei anni la fine delle adozioni”», 28 settembre 2014, p. 14):

«Inoltre chiederemo al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, un emendamento alla legge sulla fecondazione eterologa – aggiunge Griffini –. Per fare in modo che una coppia che ha scelto l’eterologa, poi non possa più fare l’adozione internazionale». Una richiesta, spiega il presidente di AiBi, nata dall’ascolto dei bambini e giovani adottati, che non vogliono essere considerati «figli di serie B». «È culturalmente corretto portare avanti questo dibattito – conclude Griffini –; nel momento in cui un genitore si vede madre o padre di un figlio non suo ha due possibilità: l’eterologa e l’adozione. Ma deve scegliere. L’adozione non deve essere l’ultima spiaggia quando tutti gli altri tentativi sono falliti».
A quanto pare, dunque, per «bambini e giovani adottati» – o per l’AiBi che ne interpreta il pensiero – va benissimo essere considerati «figli di serie B», purché solo nei confronti dei figli biologici: non si chiede infatti di escludere dall’adozione chi ha già avuto figli naturalmente o tramite la fecondazione omologa. Una volta accettato questo principio, però, non si capisce perché escludere chi intende ricorrere all’eterologa, visto che anche in questo caso un legame biologico esiste, anche se solo con uno dei genitori (persino nell’eventualità assai rara della cosiddetta «doppia eterologa», in cui entrambi i gameti vengono da donatori, la madre stabilisce un legame di natura biologica tramite la gravidanza).

Al di là di queste contraddizioni, è abbastanza ovvio che ricorrere all’adozione come «ultima spiaggia» non implica affatto necessariamente che i figli ottenuti in questo modo non saranno amati poi come gli altri. Tentare di avere prima figli in tutto o in parte geneticamente legati alla coppia risponde non solo a imperativi culturali e istintivi molto profondi, ma verosimilmente anche a una strategia ottimale per ottenere un figlio: prima, quando la fertilità è più alta, provare con la procreazione naturale e assistita; in seguito, quando la coppia è più matura e può più facilmente superare lo scrutinio impegnativo che ne attesterà l’idoneità, provare con l’adozione. (È interessante notare come anche quei cattolici che si vantano di avere generosamente adottato dei bambini, contrapponendosi in questo modo virtuosamente agli «egoisti» che fanno ricorso alla procreazione assistita, abbiano nella quasi totalità prima generato figli propri e poi adottato.)

Resta infine da capire come un movimento che lamenta i numeri decrescenti delle adozioni internazionali e che ha fra i suoi obiettivi quello di rendere più facile la certificazione dell’idoneità, possa caldeggiare allo stesso tempo di ridurre gli aspiranti genitori e di erigere nuovi paletti. Ma forse quello che si cercava in questo caso, con una proposta che ben difficilmente potrebbe essere accolta, era in realtà solo un accreditamento presso autorità che della loro antipatia nei confronti dell’eterologa non hanno fatto certo mistero.

venerdì 26 settembre 2014

Cugini sotto attacco

Alfredo Mantovano richiama l’attenzione su una tragica conseguenza della nuova legge sul doppio cognome, finora sfuggita all’attenzione dei commentatori («Doppio cognome, un colpo in più all’unità familiare», La Nuova Bussola Quotidiana, 26 settembre 2014):

La diversità di cognomi sarà […] probabile per cugini di ramo paterno, dal momento che il figlio cui è stato attribuito il doppio cognome può trasmetterne al proprio figlio solo uno, a scelta, ovviamente prescindendo dalle opzioni del proprio fratello.
Anche se per la precisione la legge andrà a colpire solo i cugini paterni figli di fratelli maschi (i cugini paterni figli di sorelle hanno già oggi cognomi differenti, come i cugini materni), non si può sottostimare l’entità della catastrofe che sta per colpire in questo modo la famiglia (allargata) italiana: il caos che ne risulterà – tremo solo a pensarci: cugini paterni con cognomi diversi! – porterà sicuramente a un picco di matrimoni tra consanguinei, all’incesto generalizzato (anche i fratelli potranno avere cognomi differenti!), all’approvazione del matrimonio gay e in seguito del matrimonio con i propri animali domestici, e infine al crollo della civiltà giudaico-cristiana e al trionfo dell’ISIS in Italia.

Si confermano insomma i sospetti di un altro autorevolissimo commentatore:

L’unica speranza ormai è che Mario Adinolfi voglia aggiungere quanto prima un seguito all’opera sua più fortunata, come nuovo argine alla barbarie laicista. Il titolo è già pronto: Voglio i cuginetti.

giovedì 25 settembre 2014

Famiglia, sostantivo plurale


Qualche settimana fa il capogruppo consiliare di Uniti per Assisi, Luigi Marini, ha promosso una «mozione urgente, a tutela della Famiglia naturale: Padre è maschio e Madre è femmina». La mozione vanta pregevoli collaborazioni: quella di Gianfranco Amato (giurista per la vita) e quella di Ernesto Rossi (presidente regionale del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria).

LA FAMIGLIA FONDATA SUL MATRIMONIO
Nella mozione ci stanno scritte cose come «la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna rappresenta l’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà, anche attraverso, in casi estremi, gli istituti dell’affidamento e dell’adozione» oppure «in tutto il Paese, con il pretesto di combattere “inutili” stereotipi, si stanno moltiplicando i casi di aperta propaganda contro la famiglia naturale, soprattutto nel mondo scolastico, con proiezione di film e sitcom gay, diffusione di fiabe rivedute e corrette in chiave omosessuale consegnate ai bimbi della scuola dell’infanzia e pubblicate dall’UNAR, ufficio che dipende dal Dipartimento Pari Opportunità che a sua volta fa capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. È legittimo e condivisibile che nelle scuole si insegni a non discriminare i gay o altre minoranze, ma questo non deve necessariamente comportare l’imposizione di un modello di società che prevede l’eliminazione delle naturali differenze tra i sessi». È legittimo non discriminare gay o altre minoranze (che concessione!), ma senza esagerare però.


OMOSESSUALISTA!
O ancora: «nel Liceo Giulio Cesare di Roma i professori hanno imposto ad allievi minorenni la lettura di un romanzo, a forte impronta omosessualista, dal titolo “Sei come sei” della scrittrice Melania Mazzucco (Edizioni Einaudi), alcuni passi del quale rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico descrivendo fra l’altro nei dettagli un rapporto orale fra due maschi». Capito? Un romanzo a forte impronta omosessualista! Addirittura pubblicato dalle celebri «Edizioni Einaudi». Indimenticabile lo striscione di protesta di Lotta studentesca Maschi selvatici! Non checche isteriche srotolato davanti all’entrata del liceo. A chi fa i complimenti al sindaco di Assisi per aver infilato «omosessualista» in un documento ufficiale, Claudio Ricci risponde: «Rispetto per Tutti» – ma diritti solo per chi diciamo noi, avrebbe dovuto aggiungere.

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mercoledì 24 settembre 2014

Quattro buone ragioni per la selezione dei donatori di gameti

È uno dei punti più controversi nel dibattito che si è sviluppato dopo la sentenza n. 162/2014, con cui la Corte Costituzionale ha fatto cadere il divieto di fecondazione eterologa: mi riferisco alla possibilità di selezionare (nei limiti del possibile) il donatore e/o la donatrice di gameti in base alla somiglianza fisica con il genitore o i genitori inabili a contribuire alla fecondazione con il proprio sperma o i propri ovociti (più sinteticamente, ma un po’ inesattamente, si parla spesso di garantire la compatibilità delle caratteristiche fisiche del nascituro con quelle della coppia che riceverà i gameti donati). Il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin dichiarava così alcune settimane fa (Mario Pappagallo, «Eterologa, la linea del ministro: “Non si sceglie il colore della pelle”», Corriere.it, 6 agosto 2014):

Il discorso della compatibilità se vuole farlo, lo introduca il Parlamento. Per quanto mi riguarda sono contraria: questa si chiama discriminazione razziale. Non se ne parla, sarebbe anticostituzionale. È come se chi adotta un bambino lo potesse scegliere. Lo impedisce la legge. Mica siamo al supermercato.
Con l’usuale grossolanità è intervenuta anche Eugenia Roccella, vicepresidente della commissione Affari Sociali della Camera:
Questa si chiama selezione della razza e dei canoni estetici. Insomma, c’è stato detto che, come per l’adozione, ricorrere all’eterologa era un gesto d’amore, e che al bambino serve solo l’amore dei genitori. Un amore, però, condizionato al colore della pelle: lo amiamo solo se è bianco, se è nero non lo vogliamo?
Questi sono due esempi molto chiari di una tendenza tipica dell’integralismo cattolico: quella di attribuire a chi la pensa diversamente le peggiori intenzioni possibili. Se qualcuno desidera che il proprio figlio abbia il suo stesso colore della pelle non può che essere perché disprezza le persone di colore diverso; ogni altra ipotesi non viene non dico esaminata, ma neppure nominata.
Eppure altre ragioni per desiderare la compatibilità delle caratteristiche fisiche esistono, e non sono neppure cattive ragioni. Vediamole.

1. Proteggere la privacy

L’Italia è un paese mediamente ancora molto conservatore, e la fecondazione eterologa non è una pratica medica ancora del tutto accettata. In particolari realtà sociali (si pensi a certa vita di provincia) o familiari (in cui per esempio sia presente una componente integralista) la forza dell’altrui disapprovazione può rendere la vita difficile. Ciò che ci protegge dalla pressione sociale è il diritto alla privacy, cioè a tenere nascosti quegli aspetti della nostra esistenza che riguardano soltanto noi e a delimitare perciò un cerchio intimo di vita riparato da sguardi indiscreti. Le nostre condizioni di salute, e quindi anche le terapie ricevute, rientrano sicuramente in questo ambito (tranne ovviamente quando non sia possibile in nessun modo occultarle allo sguardo del pubblico), tanto più quando a essere interessata è la sfera culturalmente cruciale della riproduzione. È evidente però che la nascita di un bambino dalle caratteristiche fisiche incompatibili con quelle dei genitori putativi tradirebbe immediatamente l’avvenuto ricorso alla fecondazione eterologa. Naturalmente, in questo come in altri campi il coming out è da lodare incondizionatamente: i costumi alla fine cambiano proprio grazie ai coraggiosi che vanno orgogliosi di quello che sono e di quello che fanno e non lo nascondono; ma il coraggio non si può prescrivere per legge.

2. Accogliere un figlio come proprio

Il problema principale della fecondazione eterologa è psicologico: il genitore che non ha potuto contribuire alla fecondazione con un suo gamete può avere in certi casi difficoltà a sentire il figlio come proprio, e può arrivare a forme di rifiuto più o meno dirette. La legge 40/2004, in una delle sue pochissime norme ragionevoli, ha reso impossibile il disconoscimento da parte del padre non biologico in caso di fecondazione eterologa (nell’art. 9 comma 1; ovviamente all’epoca ci si riferiva a casi di fecondazione effettuata all’estero o in violazione della legge); ma il problema psicologico rimane. La soluzione consiste principalmente in un’adeguata informazione e preparazione, ma sembra ragionevole supporre che la somiglianza fisica possa contribuire a rendere le cose più facili (anche eventualmente per i familiari meno prossimi del bambino).

3. Rivelarlo al momento giusto

Sembra che nel progetto di decreto del Ministro della Salute (poi abortito) fosse previsto l’obbligo di informare la persona nata in seguito all’applicazione di tecniche di fecondazione eterologa del modo del suo concepimento una volta raggiunta la maggiore età. Il Ministro non sembrava rendersi conto che con la proibizione di selezionare i donatori molti dei nati avrebbero indovinato le proprie origini ben prima della maggiore età, semplicemente guardandosi allo specchio e paragonandosi ai propri genitori. In questo modo si sottrarrebbe ai genitori la decisione sul momento più adatto per rivelare al figlio le sue origini (non esaminerò qui se questa rivelazione sia davvero sempre desiderabile). Naturalmente è del tutto possibile che questo momento arrivi anche molto precocemente senza problemi (in situazioni particolari del resto non ci sono alternative), ma non c’è dubbio che là dove si può la flessibilità possa rivelarsi utile per facilitare le cose.

4. Evitare i razzismi inconsapevoli

Dire che esistono buone ragioni perché una persona cerchi di ottenere un figlio simile a sé non significa negare che possano esisterne anche di cattive e pessime. Se fosse imposta la proibizione di selezionare i donatori, è probabile che chi sottoscrive un’ideologia razzista sarebbe dissuaso dal tentare in caso di bisogno la fecondazione eterologa – ma va detto che questo genere di individui ha quasi sempre idee estremamente conservatrici sull’importanza della «stirpe», tale da renderlo comunque contrario a questa tecnica. Ma cosa succederebbe ai razzisti meno consapevoli, a chi proclama sinceramente di non disprezzare le persone di etnia diversa, salvo poi mostrare nei fatti dei pregiudizi inconsci ben radicati? Nel caso dell’adozione si perviene inevitabilmente al momento della verità, quando alla coppia viene presentato un bambino di un colore diverso dal suo; un momento dal quale si può fare vergognosamente marcia indietro. Ma nel caso della fecondazione eterologa – complici la bassissima probabilità di incappare in Italia nei gameti di persone di altra razza, il desiderio ardente di genitorialità e appunto la non consapevolezza dei propri pregiudizi – il momento della verità può arrivare quando ormai non si può più tornare indietro. Per i più l’esperienza di allevare un bambino basterebbe probabilmente a guarire da ogni pregiudizio; per altri le cose possono andare diversamente, e a rimetterci sarebbe in primo luogo chi non ha colpe. Con la selezione dei gameti il problema non si pone. Si può restare perplessi di fronte a una soluzione che alla fine asseconda un pregiudizio; ma trattandosi di un pregiudizio pressoché invisibile (persino a chi lo nutre) e quindi non identificabile con sicurezza in anticipo, non vedo alternative a questa.

Conclusione

Queste dunque le buone ragioni a favore della possibilità – non dell’obbligo, ovviamente – di assicurare un fenotipo simile a quello del genitore non biologico. Non so se chi si oppone le abbia mai prese in considerazione; ma viene spontaneo sospettare che qui non si tratti soltanto dell’abitudine inveterata degli integralisti a giudicare e condannare il prossimo con la massima ferocia possibile, ma anche di un tentativo estremo, sorto nell’ambiente dei consulenti del Ministro, di creare difficoltà e di perpetuare de facto la situazione precedente, pur mutata de jure, costringendo ancora le coppie a onerosi viaggi all’estero.
L’accordo tra le Regioni siglato a Roma il 4 settembre prevede che ogni «centro deve ragionevolmente assicurare la compatibilità delle principali caratteristiche fenotipiche del donatore con quelle della coppia ricevente». Speriamo che nessuno cambi questa disposizione ragionevole.

mercoledì 17 settembre 2014

No all’aborto, nemmeno in caso di stupro


Rebecca Kiessling è stata concepita durante uno stupro. Scampata all’aborto, si presenta come la voce di chi non ce l’ha, cioè di tutti i «bambini» concepiti allo stesso modo e che rischiano di essere «uccisi» («I speak internationally sharing my story of having been conceived in rape and nearly aborted at two illegal abortionist, but protected by law»). Kiessling vorrebbe vietare l’interruzione di gravidanza in qualsiasi circostanza. Per quanto improponibile sia vietare l’aborto volontario, Kiessling è almeno coerente con le sue premesse ferocemente prolife: se l’aborto è un omicidio, lo è anche in caso di stupro. La modalità di concepimento non incide infatti sullo statuto ontologico dell’embrione, considerato persona fin dal concepimento. Se uccidi tuo figlio sei sempre una assassina, e se uccidi un bambino che ha avuto origine da una violenza carnale sei forse qualcosa di peggio.

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mercoledì 10 settembre 2014

Mani in alto! Siamo l’Anonima eterologa


Pure i laici si svegliano contro la follia dell’Anonima eterologa, titola oggi Il Foglio. Come se l’essere laico fosse la garanzia di saper argomentare. Come se la distinzione rilevante fosse questa: laici e non laici. Come se la descrizione di un’appartenenza, spesso autocertificata, bastasse per non rendersi ridicoli. «Emilia Costantini sul blog 27° ora e Marco Politi attaccano la finzione che nega il diritto a conoscere le proprie origini», avverte minacciosamente l’occhiello.
Ieri avevo assistito al risveglio di Marco Politi; oggi è la volta di Emilia Costantini (il suo post è del 7 settembre, La fecondazione eterologa. E i diritti del «soggetto nato», e la 27esima ora è femmina).
È quanto hanno decretato le Regioni (in attesa che il Parlamento emani una legge nazionale), sentenziando così la condanna del figlio in provetta a non poter scoprire la propria identità. In altre parole, mentre si nega il principale diritto dell’essere umano, cioè quello di sapere chi è veramente e da dove viene. Si riconosce il diritto al genitore biologico di rivelare o meno il proprio nome e cognome. Un’aberrazione.
La mia identità? Sapere chi sono e da dove vengo? Mettiamo che mi abbiano adottato infante o che i miei genitori abbiano fatto ricorso a un gamete (sono geneticamente mezza figlia loro) o a un embrione (geneticamente non sono affatto figlia loro). Mettiamo cioè, in tutti e tre i casi, che io non abbia ricordi o esperienze dei miei «veri» genitori. La mia identità sarebbe mutilata? Sarebbe forse determinata più da uno spermatozoo o da un ovocita di quanto non lo sia dall’essere stata cresciuta, amata (o no), coccolata (o no), portata al mare (o no)? Certo, è verosimile che a un certo punto io mi senta incompleta, infelice, mancante di qualcosa – soprattutto durante l’adolescenza (durante l’infanzia sono molti a pensare di essere stati adottati: «non siete voi i mie veri genitori, i miei veri genitori mi avrebbero mandato a quella festa!»). È anche verosimile che questo vuoto possa essere colmato solo sapendo il cognome e il nome di chi ha fornito materiale genetico. Un gamete contro il resto del mondo. Certo.
A essere aberrante è che si possa essere convinti di una cosa del genere, che si decida di innalzare un pensiero discutibile e bizzarro a Verità Assoluta e che si chieda la complicità di una legge.

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martedì 9 settembre 2014

La fecondazione eterologa come finzione?


Marco Politi su Il Fatto quotidiano ha deciso di «analizzare laicamente i problemi». Se questo è il risultato forse è meglio sfidare la sorte.

«L’eterologa nasce da una finzione». I titolisti si lasciano prendere facilmente dall’entusiasmo e quindi non mi soffermo sul titolo. Non suona nemmeno male. E allora procedo. «Senza una legge del Parlamento», comincia così il pezzo sul Fatto di Marco Politi, ex vaticanista di Repubblica. Caduto il divieto dell’eterologa ci rimane la legge 40 senza quel divieto. Non ne servono altre. Sarebbe bene anche evitare di ricominciare tutto dall’inizio: dai torniamo in Parlamento, così possiamo inserire qualche altro divieto incostituzionale e ubriaco che in una decina d’anni la Corte costituzionale poi potrà rimuovere. Una prospettiva molto attraente. «Troppi sintomi di improvvisazione stanno investendo la definizione dei rapporti familiari». Improvvisazione, signora mia, come faremo? Che ne sarà delle nostre esistenze? Dei nostri valori d’una volta?
La sentenza con cui il Tribunale dei Minori di Roma ha concesso l’adozione di una bimba alla convivente della madre è un altro di questi. Non sta giuridicamente né in cielo né in terra. La bimba ha una madre, non era in stato di abbandono o disagio sociale e nulla impediva il rapporto affettivo tra lei e la partner della madre.
E chi l’avrebbe mai detto che non serva una legge per voler bene a qualcuno? Non mi sarebbe mai venuto in mente. Mai. Le ragioni della sentenza sono ovviamente altre, ma capisco che leggersela sia noioso. Con quel linguaggio da azzeccagarbugli, manco a parlarne. Ma poi perché dovresti rivolgerti al Tribunale per portare tua figlia in piscina? «Sarebbe paradossale che la legislazione sulla famiglia fosse lasciata a una ingegneria priva di chiarezza su ciò che conta». Questo processo è iniziato da lontano. Dalla fine del matrimonio riparatore e del reato di adulterio. Dall’equivalenza tra bastardi e figli legittimi. Che vergogna! Indebolire così la legislazione sulla famiglia. Poi non stupitevi se siamo finiti dove siamo finiti! «Fecondazione eterologa e omologa sono equivalenti? I figli nati nelle coppie, che fanno uso di un metodo o l’altro, hanno la medesima identità?». Ogni figlio ha una identità diversa dall’altro. Che peccato però, chissà che identità hanno i figli nati nelle coppie che guardano molta tv. Meglio quelli che vanno ai concerti? O a messa? Che implicazione caratteriale c’è tra il mangiare troppa carbonara e il liceo che sceglierà nostro figlio? «In una coppia che attua la fecondazione omologa si ha veramente una “procreazione assistita”, poiché la tecnica elimina semplicemente un impedimento al loro naturale incontro».

La fecondazione eterologa come finzione?, Next, 9 settembre 2014.

Fido è vivo e clonato!


«Gli manca solo la parola», «i cani sono migliori degli uomini», «la morte di [inserire nome del cane in genere indistinguibile da quello che potrebbe essere tuo fratello] è il dolore più grande della mia vita, molto più della morte dei miei amici». «Tanto quanto un essere umano e come un figlio». Oppure: «PER NOI QUESTI [chi minaccia, fa male o uccide un cane] SONO ASSASSINI! Assassini di affetti, assassini di esseri viventi, assassini di innocenti indifesi; questa gente per noi sono solo vigliacchi», leggevo ieri cercando tutt’altro.

Al posto del cane può esserci un gatto o un altro animale domestico o addomesticato. Alcuni trattano il proprio animale domestico come il figlio che non hanno avuto o che è ormai cresciuto. Mi ricordo la proprietaria di un levriero afgano che aveva il set di spazzole e asciugamani con il nome del cane ricamato o inciso: Yuma. Le parlava – era una «signorina», non so se anche vergine – e le chiedeva il parere su molti argomenti. Io avrò avuto 8 o 9 anni e mia madre non mi aveva mai ricamato il nome su un asciugamano. Per fortuna. Io avrò avuto 8 o 9 anni e quella signora mi sembrava un po’ suonata e Yuma mi sembrava come quei bambini infilati in un vestito inamidato che vorrebbero rotolarsi nel fango o andare a fare il bagno: «devi aspettare 3 ore dopo aver mangiato!». D’altra parte Madame Adelaide Bonfamille aveva lasciato tutti i suoi beni ai gatti di casa e Scat Cat e la sua banda suonavano il miglior jazz in circolazione. Qualche anno dopo, leggendo E l’uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz, mi sono tornate in mente Yuma e la sua padrona leggendo: «Ma colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo amore all’umanità per darlo a un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale. L’odio per l’uomo e l’amore per le bestie sono una pessima combinazione». Mi è sembrata anche una buona risposta alla gerarchia di dolori per la morte di un animale umano e non umano. Poi, certo, un dispiacere è un dispiacere, e come stato mentale è soggettivo e personale. Tuttavia può essere analizzato, soprattutto una volta che è stato esplicitato e accompagnato da un giudizio: «i cani sono migliori degli uomini». Che poi non si fa un buon servizio a un cane trattandolo come fosse un umano proprio come non gli si farebbe un favore trattandolo come un anfibio.

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venerdì 5 settembre 2014

Le unioni civili all’italiana


«Unioni civili alla tedesca», aveva promesso Matteo Renzi. In Senato stagnano alcuni disegni di legge, ché i diritti civili sono spesso rimandati perché l’economia e la disoccupazione sono questioni più importanti e più urgenti. Eccoli: Disciplina delle unioni civili (Manconi e Corsini); Modifiche al codice civile in materia di disciplina del patto di convivenza (Maria Elisabetta Alberti Casellati ed altri); Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà (Giovanardi ed altri); Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi (Barani e Alessandra Mussolini); Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto (Alessia Petraglia ed altri); Modifiche al codice civile in materia di disciplina delle unioni civili e dei patti di convivenza (Marcucci ed altri) e Unione civile tra persone dello stesso sesso (Lumia ed altri). L’articolo 1 della prima, per esempio, stabilisce che: «1. Due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, di seguito denominate «parti dell’unione civile», possono contrarre tra loro un’unione civile per organizzare la loro vita in comune. 2. La registrazione dell’unione civile è effettuata, su istanza delle parti della stessa unione, e in presenza di due testimoni maggiorenni, dai soggetti di cui all’articolo 3». In tutti i casi, ovviamente, sono disegni di legge che mirano a istituire le unioni civili. A cosa servirebbero le unioni civili? «A creare diritti che oggi non ci sono, a rimediare alla presente ingiustizia» è la risposta.


Non sei uguale a me ma siamo pari
Leggendo la relazione introduttiva di Carlo Giovanardi si ha però la sensazione opposta. «La Corte costituzionale ha ribadito in una recente sentenza che la famiglia, come scolpita nell’articolo 29 della Costituzione, è «società naturale fondata sul matrimonio» fra un uomo ed una donna, come la stessa Corte ha più volte avuto modo di precisare. La Costituzione, all’articolo 31, pone tale famiglia, in particolare in presenza dei figli, in una situazione privilegiata fermo restando il principio fondamentale dell’articolo 3 che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri. È un dubbio intrinseco in qualunque istituzione x che vale per alcuni cittadini z e non per altri. «Il matrimonio è un’altra cosa! Diritti singoli, ma non esageriamo».

Next, 5 settembre 2014.

giovedì 4 settembre 2014

La mozione urgente a tutela della «Famiglia naturale»

C’è una mozione promossa dal capogruppo consiliare di Uniti per Assisi Luigi Marini con la collaborazione di Gianfranco Amato (giurista per la vita) e di Ernesto Rossi (presidente regionale del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria). È “una mozione urgente, a tutela della Famiglia naturale: Padre è maschio e Madre è femmina”. E potremmo cominciare da qui. Dalle maiuscole per “famiglia”, “padre” e “madre” e dall’idea che ci sia una famiglia naturale e che questa sia l’unico modello giusto (Giusto).
Cominciamo con il chiederci cos’è la famiglia naturale. Che suona quasi un ossimoro, considerando che la famiglia non è di certo un’istituzione naturale, bensì culturale, sociale, economica. Se poi per “naturale” si intende “ciò che esiste” c’è un altro problema: esistono tanti modelli familiari. Nessun modello unico valido per tutti. Naturalmente, secondo lo spirito della mozione urgente, la Famiglia naturale è e deve essere composta da Padre e Madre. Possibilmente, aggiungo, da figli che seguano le stesse orme.
Se la Famiglia non è formata da un profilo genetico maschio XY e femmina XX non sarà una vera famiglia. Che ne facciamo di tutte le altre? Famiglie con un solo genitore, famiglie ricomposte o allargate? I ruoli genitoriali, come le famiglie, sono un prodotto culturale. Sono realtà sociali mutevoli: sono diverse nel tempo e nello spazio. Perché il modo di intendere cosa è un genitore proposto dalla mozione dovrebbe essere quello giusto? I ruoli di genere, e con essi i ruoli genitoriali, sono cambiati. E per fortuna: se così non fosse staremmo ancora alle donne con l’istinto materno e agli uomini che difendono la grotta (il processo non è di certo compiuto).
La domanda è più o meno la stessa per le affermazioni seguenti: perché uno dei possibili modelli dovrebbe diventare l’unico accettabile. E quali danni comporterebbero tali “deviazioni”. “La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna rappresenta l’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà, anche attraverso, in casi estremi, gli istituti dell’affidamento e dell’adozione”.
Per la trasmissione della “vita” bastano un uomo e una donna in età fertile. Ancor meno: un gamete maschile e uno femminile. Se si vuole intendere «vita» in accezione più ampia (educazione, cura, accudimento) rimane sempre da spiegare perché questo sarebbe l’unico modello adeguato. La loro famiglia sarà aperta alla trasmissione della vita, ma quanto a semantica è davvero molto angusta.

Wired, 3 settembre 2014.

martedì 2 settembre 2014

La fecondazione eterologa? Si può fare!

Nel 2004 la legge 40 ha vietato la fecondazione di tipo eterologo, ovvero il ricorso a un gamete altrui nell’uso della fecondazione assistita. Si può aver bisogno di un gamete altrui in diverse circostanze. Nel caso di patologie come l’azospermia e la menopausa precoce, oppure dopo una chemioterapia. Se si vuole avere un figlio si deve ricorrere allo sperma o all’ovocita di un donatore. Non ci sono alternative. No, l’adozione non lo è, l’adozione è una cosa diversa e ricordarsi solo in questo caso di gridare indignati “potreste adottare invece di ostinarvi!” è sbagliato. Dovreste ricordarvelo sempre, almeno: quando non si vogliono figli, quando si sceglie di averne senza aver bisogno di ricorrere alle tecniche riproduttive. “Potreste adottare!”. L’invito sarebbe comunque bizzarro e non attinente, ma sarebbe equo. E no, nemmeno la rinuncia sembra porsi come valida alternativa.

Perché il divieto?
Ovvero: ci sono abbastanza ragioni per giustificare una coercizione legale? Non sembra, e anzi appare difficile anche giustificare una condanna morale. Le strampalate invocazioni alla “identità genetica” tra genitori e figli, l’ombra del “terzo incomodo” o dell’“adulterio genetico”, l’egoismo intrinseco nel ricorrere a un gamete altrui (egoismo mai spiegato, tanto è evidente per i detrattori), gli avvertimenti “il figlio non è un diritto!” non dovrebbero andare oltre un pensiero privato, uno di quelli che ci limitiamo a ripetere a bassa voce. Non dovrebbero cioè essere presentate come argomenti razionali e, soprattutto, sarebbero del tutto insufficienti per giustificare un divieto (il sacrosanto “io non lo farei” non può diventare una legge universale: “nessuno dovrebbe farlo”). Chi sarebbe danneggiato? Quali disastri verosimilmente e intrinsecamente ne deriverebbero? (qui e qui una raccolta di commenti dissennati all’indomani della sentenza; a cercare se ne trovano di molto fantasiosi, come il lattaio; se avete bisogno di una storia, ecco quella di Ilaria). Nonostante questo la legge 40 ha vietato il ricorso a un gamete altrui e chi non ha voluto rassegnarsi ha provato – in questi 10 anni – ad andare in un alto paese (l’hanno chiamato “turismo procreativo”).

Next, 2 settembre 2014.

sabato 30 agosto 2014

Il Tribunale di Roma: sì all’adozione (gay), nell’interesse del minore

Anche se non sei genitore biologico, puoi essere genitore. È successo e succede in molte circostanze. Il mero legame genetico, d’altra parte, non è una condizione sufficiente per essere tale. Dovrebbe essere abbastanza ovvio e scontato, ma invece solleva ancora molte discussioni, soprattutto quando riguarda due donne o due uomini.
Nel caso di coppie dello stesso sesso, infatti, solo uno dei due può essere geneticamente affine al figlio. Il riconoscimento giuridico per l’altro genitore non c’è, e il padre o la madre non biologici rischiano di essere più o meno equivalenti a un estraneo. In assenza di garanzie (prima di tutto per i minori), le persone che si trovano in queste condizioni cercano di rimediare: scritture private, certificazioni, assicurazioni. Tutti provvedimenti imperfetti e incerti.
Alcuni anni fa, in seguito a una separazione, la madre non biologica è stata esclusa completamente dalla vita dei suoi figli – non suoi geneticamente, ma che per i primi anni della loro vita erano cresciuti con quella figura genitoriale, l’avevano chiamata «mamma» e considerata come tale.


Dal Tribunale dei Minorenni di Roma arriva una sentenza importante: i giudici hanno accettato la richiesta di adottare da parte di una madre “solo” sociale. Hanno riconosciuto pienamente alla donna il suo ruolo: diritti e doveri.
E la motivazione è semplice e incontrovertibile: è nell’interesse del minore, cresciuto in una famiglia con due madri e abituato a considerare loro due come genitori.
La ricorrente aveva chiesto l’adozione della minore in base all’art. 44, comma 1, della della legge n. 184 del 1983 e successive modifiche, che regola l’adozione in casi particolari.


La richiesta è stata accolta “nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l’adulto, in questo caso genitore ‘sociale’, quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell’ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori” – così commenta Maria Antonia Pili, legale delle donne, che ieri ha reso nota la sentenza (depositata il 30 luglio).
Come sono arrivati i giudici a questa decisione? Che cos’è l’adozione in “casi particolari”?
“Si tratta di un tipo di adozione […] che mira a realizzare l’interesse del minore ad una famiglia in quattro specifiche ipotesi, in cui [il] legislatore ha voluto facilitare il procedimento di adozione, per un verso ampliando il novero dei soggetti legittimati a diventare genitori adottivi e, per altro verso, semplificando la procedura di adozione”.

La 27esimaOra, 30 agosto 2014.

mercoledì 27 agosto 2014

Una suora e un aborto clandestino, la serie tv che fa arrabbiare i pro-life Usa


The Knick è una serie tv diretta da Steven Soderbergh. Clive Owen è John Thackery, chirurgo all’inizio del ventesimo secolo. The Knick sta per Knickerbocker Hospital (The Real “Knick”, How Accurate Is The Knick’s Take on Medical History?). La prima puntata è andata in onda lo scorso 8 agosto. La seconda, “Mr. Paris Shoes”, ha già fatto arrabbiare i pro-life americani. Avrebbe sicuramente fatto scandalizzare anche i nostri.

Sister Harriet dirige l’orfanatrofio di The Knick e ha un carattere ben poco remissivo. All’energumeno che guida l’ambulanza e che la provoca più o meno ogni volta che la vede, Harriet aveva risposto nella prima puntata: “Il tuo brutto muso è responsabile della verginità di molte più ragazze di una cintura di castità”.

Alla fine della seconda la vediamo camminare lungo vicoli bui e poi bussare a una porta. Harriet è qui per Nora. Nora è incinta ma non può permettersi di avere un altro figlio. Dal dialogo capiamo che il marito di Nora non sa e non deve sapere, e che sarà Harriet a interrompere la gravidanza.

Non solo. Harriet consola e rassicura Nora, preoccupata di compiere un peccato per il quale Dio non la perdonerà, andando così all’inferno per aver ucciso un bambino. Dio sa che hai sofferto le dice Harriet, Dio sarà compassionevole. (Nora: “But will God forgive me? I don’t want to go to hell for killing a baby”. Harriet: “He knows that you’ve suffered. I believe the Lord’s compassion will be yours. Now, I need you to lay down. I will make this as painless as possible”).

I pro-life si sono arrabbiati. “Uno show sacrilego!”. “Una suora che esegue un aborto!”.

Pagina 99, 26 agosto 2014.

giovedì 21 agosto 2014

«“Ogni feto è meno umano di un maiale adulto”. Così lo scienziato insulta la vita»


È bastata la domanda di una donna incinta di un bambino con sindrome di Down per scatenare in Richard Dawkins, famoso come biologo e per le sue battaglie contro la religione cattolica, una brutale disinvoltura dialettica sul tema dell’aborto. La donna su Twitter ha confidato allo scienziato inglese di vivere un “dilemma etico” da quando ha scoperto che il piccolo che porta in grembo è affetto da trisomia 21. Senza che richiedesse esplicitamente al biologo un consiglio sul da farsi, la potenziale madre si è vista rivolgere da Dawkins una sua massima, piuttosto perentoria e priva di ogni cautela, in merito alla questione: “Proceda all’aborto e riprovi di nuovo. Sarebbe immorale portarlo al mondo se si ha la possibilità di non farlo”.
E poco più giù.
Parole dure, che sferzano come una sciabola l’intima esperienza di una donna pronta a generare vita.
Peccato che la donna non avesse confidato di essere incinta, di aver fatto una diagnosi prenatale, di aver scoperto che il feto fosse affetto dalla sindrome di Down e di vivere un “dilemma etico”. Aveva fatto una domanda, anzi aveva commentato un articolo linkato da Richard Dawkins sulla chiesa, l’Irlanda e l’aborto e immediato controcommento: «I honestly don’t know what I would do if I were pregnant with a kid with Down Syndrome. Real ethical dilemma».


Cioè: non so cosa farei se. «Real» deve aver confuso Federico Cenci.
Nemmeno nessuna «intima esperienza di una donna pronta a generare vita» dunque. Lo ribadisce anche oggi.
A Cenci sarebbe bastato andare a leggere prima di scrivere (il suo articolo è di oggi), e magari - già che ci stava - approfittare e leggere anche la bio («Writer, artist, atheist, nerd, exercise fanatic. Yes, I’m a woman. Huge admirer of Richard Dawkins and Dr. Jack Kevorkian (1928-2011)»).

Certo, la difesa della vita è più importante della comprensione del testo e del contesto. Forse è anche più importante della comprensione delle parole, inglesi e italiane. Infatti nemmeno il significato di «vita» deve essere molto chiaro, considerando il titolo (didascalia: anche il maiale adulto è vivo, non si abortisce nessun bambino).
Il commento di InYourFaceNewYorker sulla vicenda potrebbe valere anche su questa pietosa prova di Zenit.


Aggiornamento

Chiedo a Federico Cenci se la donna sia proprio InYourFaceNewYorker (magari ne esiste un’altra che è davvero incinta, ma no, pare sia lei).
Ringrazia per la «precisazione» e apporta la «piccola modifica» (le parole giuste sarebbero state: «Ho completamente travisato, non so l’inglese, dovevo uscire e avevo fretta» o qualcosa di simile; aggiungerei che non è così che si corregge un pezzo - cancellando e riscrivendo, ma lasciando quello originario e mettendo un asterisco o una parentesi «ho sbagliato qui e qui, le cose stanno in questo altro modo»).


Il pezzo rimane comunque pieno di imprecisioni (sarebbe bastato usare google translate). «La persona, una donna, su Twitter ha confidato allo scienziato inglese che vivrebbe un “dilemma etico”», oppure «Poco prima dell’intervento della donna sulla questione relativa alla gravidanza di un piccolo con sindrome di Down». Poco prima dell’intervento?!

 



Nel frattempo stamattina Tempi riprende il pezzo di Cenci nella prima versione: «È bastata la domanda di una donna incinta di un bambino con sindrome di Down per scatenare in Richard Dawkins».

 

martedì 19 agosto 2014

I’m a cop. If you don’t want to get hurt, don’t challenge me


A teenager is fatally shot by a police officer; the police are accused of being bloodthirsty, trigger-happy murderers; riots erupt. This, we are led to believe, is the way of things in America.

It is also a terrible calumny; cops are not murderers. No officer goes out in the field wishing to shoot anyone, armed or unarmed. And while they’re unlikely to defend it quite as loudly during a time of national angst like this one, people who work in law enforcement know they are legally vested with the authority to detain suspects — an authority that must sometimes be enforced. Regardless of what happened with Mike Brown, in the overwhelming majority of cases it is not the cops, but the people they stop, who can prevent detentions from turning into tragedies.

Working the street, I can’t even count how many times I withstood curses, screaming tantrums, aggressive and menacing encroachments on my safety zone, and outright challenges to my authority. In the vast majority of such encounters, I was able to peacefully resolve the situation without using force. Cops deploy their training and their intuition creatively, and I wielded every trick in my arsenal, including verbal judo, humor, warnings and ostentatious displays of the lethal (and nonlethal) hardware resting in my duty belt. One time, for instance, my partner and I faced a belligerent man who had doused his car with gallons of gas and was about to create a firebomb at a busy mall filled with holiday shoppers. The potential for serious harm to the bystanders would have justified deadly force. Instead, I distracted him with a hook about his family and loved ones, and he disengaged without hurting anyone. Every day cops show similar restraint and resolve incidents that could easily end up in serious injuries or worse.

Sometimes, though, no amount of persuasion or warnings work on a belligerent person; that’s when cops have to use force, and the results can be tragic. We are still learning what transpired between Officer Darren Wilson and Brown, but in most cases it’s less ambiguous — and officers are rarely at fault. When they use force, they are defending their, or the public’s, safety.

Even though it might sound harsh and impolitic, here is the bottom line: if you don’t want to get shot, tased, pepper-sprayed, struck with a baton or thrown to the ground, just do what I tell you. Don’t argue with me, don’t call me names, don’t tell me that I can’t stop you, don’t say I’m a racist pig, don’t threaten that you’ll sue me and take away my badge. Don’t scream at me that you pay my salary, and don’t even think of aggressively walking towards me. Most field stops are complete in minutes. How difficult is it to cooperate for that long?

The Washington Post, august 19.

Pregnant Suicidal Woman Denied an Abortion in Ireland


giovedì 14 agosto 2014

#iostoconsofia

Dopo queste, ecco nuove adesioni.