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lunedì 17 ottobre 2016
La storia del bambino che ama vestirsi di rosa
Cosa c’è di scandaloso se un bambino vuole mettersi un vestito da femmina? Se ama il rosa, lo smalto e La bella addormentata? Chi ha stabilito che tutto questo è da femmina? E quando è successo?
Qualche giorno fa, Camilla ha deciso di raccontare la storia di suo figlio, Mio figlio in rosa.
L. ha otto anni e i suoi vestiti preferiti sono rosa. Sembra perfino bizzarro che sia necessario giustificare questa preferenza, visto che il rosa non è connotato intrinsecamente come tipico o esclusivo di un genere – proprio come alcuni tratti caratteriali, considerati come femminili o maschili, sono il risultato di processi storici e culturali, mutevoli e casuali. Eppure, un bambino che ama il rosa e La sirenetta suscita sorpresa, prese in giro e condanne. Per qualcuno dovrebbe essere addirittura “aggiustato” a forza di magliette blu e giocattoli da piccolo Schwarzenegger.
Chiedo a Camilla perché ha deciso di raccontare. “Da quando mi sono resa conto che non era una fase – o che, se lo era, era molto strutturata – ho sempre cercato storie come la mia. Possibile che ci sia solo lui?. L. è sempre stato così. Al nido pensavo fosse un comportamento passeggero. Fin da allora ho cercato di evitargli difficoltà, immaginavo le reazioni degli altri. Avevo parlato con le maestre. Avevo portato un vestitino perché voleva metterselo. C’era l’angolo dei travestimenti e avevo detto alle maestre di lasciare che scegliesse se e quando indossarlo. Le maestre sono state molto disponibili. Se notate qualcosa di strano, gli avevo detto, una tristezza o una malinconia, ditemelo. Hanno sempre sdrammatizzato. Io non sono preoccupata, L. è un bambino sano e allegro, ma voglio sapere se è a disagio e voglio avere gli strumenti per aiutarlo. Alla fine dell’anno, una maestra mi ha chiamato in disparte e mi ha consigliato di ‘andare da uno bravo’. Si è giustificata dicendo che alla materna sarebbe stato un inferno per L. Ero sbalordita. Mi dici una cosa del genere proprio l’ultimo giorno? Due anni di nido e aspetti l’ultimo momento per parlarmi dell’imminente inferno destinato a L.?”.
Dopo il “consiglio” della maestra di cercare uno psicoterapeuta dell’età evolutiva – perché “tuo figlio ha un problema, basta assecondarlo con le principesse e i vestitini, comincia a comprargli macchinine e trattori!” – Camilla cerca uno psicoterapeuta infantile.
“Non ha detto ‘così lo raddrizziamo’ ma il concetto era quello”.
Come il rosa, i trattori giocattolo (e pure quelli veri, a pensarci bene) non sono intrinsecamente da maschi. Come non lo sono le macchinine o le costruzioni. Qualche mese fa ho ascoltato Massimo Gandolfini, promotore del Family day, dire che ci sono dei giochi da femmina e dei giochi da maschi, tondi i primi, squadrati i secondi. Il tutto giustificato dai nostri geni. Insomma, uno stereotipo di genere giustificato da un ingenuo determinismo genetico, un ennesimo strumento per trasformare differenze occasionali in leggi di natura.
Se un adulto è convinto che ci siano colori da femmina e colori da maschi, verrebbe da dire che il problema è il suo e non di chi sceglie liberamente il colore che preferisce. Non mi ricordo questa ossessione quando ero piccola. Forse è colpa di Lady Oscar se non ho mai giocato con le bambole (gli ossessionati del gender farebbero causa alla sua autrice Riyoko Ikeda). Ma alle bambine che scelgono giochi “da maschi” o vogliono vestirsi senza il rosa va sicuramente meglio che ai bambini che vogliono fare “cose da femmina”. Anche questo è uno stereotipo di genere difficile da demolire. “Fare la femminuccia” è un insulto peggiore di “fare il maschiaccio”, no?
Internazionale, 12 ottobre 2016.
Postato da Chiara Lalli alle 19:00 1 commenti
Etichette: Gender, Identità di genere, Internazionale, Sex differences
lunedì 15 giugno 2015
Nessun patrocinio della Sapienza al convegno sulla “ideologia di genere”
Ecco le regole del cerimoniale: “Patrocinio e logo della Sapienza Università di Roma. Cosa sono e come richiederli. Il patrocinio della Sapienza è concesso a titolo gratuito per iniziative di rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico e sportivo organizzate sul territorio nazionale o all’estero. Si escludono le richieste con scopi o finalità commerciali, anche indiretti. La concessione del logo della Sapienza è subordinata alla richiesta di patrocinio o alla preventiva stipula di accordi di partnership, di atti convenzionali con l’Istituzione o Ente richiedente”.
Vis Sapientia ha chiesto il logo e il patrocinio alla “Sapienza”? No. Non risulta nessuna richiesta ufficiale di patrocinio e nessuna concessione del proprio logo. Così mi rispondono dall’università “Sapienza”: all’ufficio che eroga i patrocini non risulta nulla, né per quest’anno né per l’anno passato. Sarà forse il caso di capire, da parte della “Sapienza”, come mai un’associazione abbia organizzato un convegno appoggiato da tali associazioni e l’abbia spacciato come patrocinato ufficialmente anche dall’ateneo romano.
Wired.
Postato da Chiara Lalli alle 19:38 22 commenti
Etichette: Gender, Ideologia del gender, Sapienza, Università
giovedì 16 aprile 2015
Se il papa fa il papa e dice cose banali sui gender
“Mi chiedo se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza perché non sa più confrontarsi con essa. Così rischiamo un passo indietro, la rimozione della differenza infatti è il problema non la soluzione, per risolvere i loro problemi di relazione l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Siamo fatti per ascoltarci a vicenda, e senza l’arricchimento e reciproco in questa relazione i due non possono nemmeno capire fino in fondo cosa significhi essere uomo e donna. La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi di libertà e profondità per l’arricchimento della comprensione di queste differenze, ma anche molti dubbi e scetticismo”. Così Bergoglio ha parlato ieri nel corso dell’udienza del mercoledì.
Il livello di involuzione concettuale sulla “teoria del gender” (“ideologia del gender” o perfino “dittatura del gender”) comincia ad assumere un aspetto particolarmente complesso, come anelli impazziti di un albero secolare. Ci si domanda se qualcosa che non esiste possa essere l’espressione di un sintomo psicoanalitico e di una specie di spleen adolescenziale o addirittura infantile. Se non so confrontarmi ti cancello: una specie di “non mi meriti” esistenziale e di genere, la rimozione dell’altro-diverso-da-me come reazione di paura e soggezione (un altro passo e sprofondiamo nella totale insensatezza lacaniana).
Se è innegabile che il Papa faccia il Papa e non possa dire altro che cose da Papa, forse ci si potrebbe aspettare che le dicesse in un modo meno sciatto e approssimativo. La riduzione del bersaglio a un fantoccio è una strategia retorica precisa, ma a volte rischia di trasformarsi in un boomerang se l’operazione è troppo grossolana. Non si potrebbe provare a costruire argomenti papali un po’ più raffinati? Non ci si potrebbe sforzare di scrivergli un discorso teologicamente e filosoficamente più sostanzioso? Insomma è pur sempre la più alta autorità cattolica.
Wired, 16 aprile 2015.
mercoledì 15 aprile 2015
La “Teoria del genere” in cinque punti
Ovvero in cinque farneticazioni degne dei più tortuosi e confusi imbonitori.
La teoria del genere
Per «Gender Theory» o «Teorie del Genere» si intende un complesso di studi e opere saggistiche prodotte soprattutto nel mondo anglosassone, a partire dagli anni ’60, in diversi ambiti: psicologia, filosofia, sociologia, linguistica. Queste teorie nascono nell’ambito dei movimenti ideologici femministi per contestare il sistema tradizionale di considerazione sociale della donna, a tratti considerato discriminatorio. Con il passare del tempo le teorie di genere vengono fatte proprie anche dai movimenti gay.
Cosa sostiene la “teoria del gender”
Va oltre il sesso di nascita, maschio o femmina. Arriva a immaginare la società ideale come quella in cui l’eguaglianza tra le persone può essere attuata solamente riconoscendo nel “sesso” una mera convenzione sociale, costruita attraverso l’imposizione di regole e norme esterne, che obbliga le persone a vivere al maschile o al femminile.
L’identità di genere: quante sono
Abbandonato il dualismo eterosessuale, maschio o femmina, in favore di una gamma più vasta di auto-rappresentazione di sé, sono cinque i generi principali: maschile, femminile, omosessuale, transessuale, ermafrodita, ma il governo australiano ne ha riconosciuti ufficialmente 23, mentre negli Stati Uniti Facebook permette di scegliere il proprio genere tra 56 diverse opzioni.
Cosa dice la scienza
Le teorie di genere sono smentite dalla scienza. Gli studi scientifici sostengono che la differenza tra il maschile e il femminile caratterizza ogni singola cellula, fin dal concepimento con i cromosomi XX per le femmine e XY per i maschi. Queste differenze si esprimono in peculiari differenze fisiche, cerebrali, ormonali e relazionali prima di qualsiasi influenza sociale o ambientale.
La politica e i movimenti per i diritti
Le teorie di genere vengono utilizzate in ambito politico per affermare dei diritti di uguaglianza contro la discriminazione. All’interno dell’Unione Europea la questione è diventata una priorità e un’apposita commissione parlamentare si occupa di «diritti della donna ed uguaglianza di genere». In Italia il dibattito è aperto a livello nazionale e locale. E il disegno di legge “Scalfarotto” introduce nell’ordinamento italiano i moventi di “omofobia” e “transfobia” come aggravanti di un eventuale atto discriminatorio nei confronti di una persona.
E chissà quale sarà la fonte? Incredibile...
Sulla cosiddetta ideologia del gender...
mercoledì 1 aprile 2015
Tutti pazzi per il gender
Barcellona, Spagna, 16 luglio 2011.
Simona Pampallona
“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).
Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.
È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.
Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.
Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?
Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.
Internazionale, 31 marzo 2015.
Postato da Chiara Lalli alle 10:50 1 commenti
Etichette: Diritti individuali, Diritto di famiglia, Gender, Ideologia del gender, Internazionale
venerdì 25 aprile 2014
...
«Stefano Zecchi, ordinario di Filosofia alla Statale di Milano e scrittore, ma anche padre di un bimbo di 10 anni».
mercoledì 27 aprile 2011
Pink and Blue
If you are buying clothes for a newborn, what color do you buy? The general rule these days is that girls are more likely to wear pink and boys are more likely to wear blue. But that wasn’t always the case. In 1918, an article in Ladies Home Journal advised: “The generally accepted rule is pink for the boys, and blue for the girls. The reason is that pink, being a more decided and stronger color, is more suitable for the boy, while blue, which is more delicate and dainty, is prettier for the girl.”David Brooks, april 22, 2011.
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