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mercoledì 25 maggio 2011

Fuori dal coro


Dopo aver letto Gli ultimi. Vivere fuori dal coro (2011, Chiarelettere) incontro Pino Petruzzelli a Genova, accanto al porto e ai bar ancora chiusi perché la stagione non è ancora cominciata. Si sentono le voci dei bambini in lontananza. Petruzzelli è attore e regista, dirige il Teatro Ipotesi e questo è il suo secondo libro dopo Non chiamarmi zingaro.

Ho viaggiato molto nel mediterraneo, però non mi piace raccontare di un Paese - mi interessa parlare di alcune persone. In questo caso legate dal mare, ma soprattuto dalle scelte che hanno fatto. Raccontare queste persone e le loro vite è un modo per non rassegnarsi, perché loro non si sono rassegnati”.
Mentre lo ascolto penso ad alcune delle storie, come quella della giovane dottoressa che lavora in un ambulatorio per bambini poveri a Gerusalemme. Nua ha trent’anni e tutto ciò che desidera è “la banalità di una vita pacifica”. Invece vive una emergenze continua in cui filo spinato, carri armati, muri e morti sono la normalità. È meglio non ammalarsi in Palestina, perché “chiunque va negli ospedali palestinesi, anche se sta bene, esce morto”. Nua potrebbe andarsene, invece resta lì e cerca di accogliere quanti più bambini possibile.
C’è talmente un mondo che fa schifo, che è orribile - eppure tanta gente è contenta così, gode dell’orrore. Chi detiene il potere ha stravinto, perché nessuno più pensa di essere l’ultima ruota del carro quando lo siamo tutti. I totalitarismi non sono mai finiti, hanno solo affinato la tecnica. Ti illudi di essere parte di un meccanismo. Quando arrivi a credere di non essere uno sfruttato e addirittura a parteggiare per il carnefice sei proprio all’ultimo stadio. Il mio è un tentativo di raccontare e di recuperare - anche chi sta male. Mohamed Choukri, per esempio, che si prostituiva, si drogava, ha vissuto una vita dolorosa ma non si è rassegnato”.
Choukri è il primo de Gli Ultimi e ti fa venire una rabbia furibonda. Però ti offre anche l’occasione di pensare: se Choukri è stato capace di reagire, dopo tutto quello che ha passato, chi può attaccarsi a una scusa per non farlo? Mohamed nasce nel 1935 e fino a 9 anni è analfabeta. Quel poco che riesce a mangiare è spesso in compagnia di topi e scarafaggi. Il padre è violento. Uccide il fratello perché tossiva e piangeva. “Gli torce il collo come si fa con i polli” racconta Choukri a Petruzzelli. Poi lo vende a un fumatore di hashish per trenta pesetas al mese. “Ho vissuto un’infanzia di umiliazioni, insulti e disprezzo, rubando, fumando kif, bevendo, frequentando prostitute, prostituendomi io stesso. A sette anni ero già adulto”. L’incontro con Mohammed Saggah gli salva la vita. È affascinato dallo scrittore marocchino e decide che è quello il modo in cui vuole vivere. Comincia a leggere e, anni dopo, scriverà Il pane nudo, sequestrato e censurato in Marocco ma tradotto in molti paesi - uno dei traduttori è Paul Bowles.

Su Il Mucchio Selvaggio di giugno.

venerdì 25 marzo 2011

Una via d’uscita

E’ possibile intravedere una via d’uscita tra il sesso o il non sesso di Berlusconi con Ruby e l’arroganza dei potenti, tra gli inviti alla delazione del sindaco leghista di San Martino dall’Argine e l’auto esaltazione di Giancarlo Gentilini che si vanta di avere bruciato due campi nomadi, tra la “cattiveria” invocata da Maroni contro i clandestini e il massacro operato dal governo alla Cultura, tra il Comune di Coccaglio che ha inneggiato a un Natale senza extracomunitari e le panchine anti-barbone di Verona, tra gli slogan: “Sì alla polenta, no al cous-cous” e gli insulti ai calciatori con la pelle nera, tra i calci dati da “civili italiani” ad una ragazza rom incinta e i centralini anticlandestini di Cantù, tra i rifiuti del barista romano a servire un senegalese e il raddoppio del costo del caffè per clienti rom, tra gli striscioni che negano la Shoa e la nascita su Facebook del gruppo denominato: “Immigrati clandestini: torturarli! E’ legittima difesa”?
Continua, Pino Petruzzelli, Il Fatto Quotidiano.

giovedì 19 giugno 2008

Non chiamarmi zingaro

“Non chiamarmi zingaro” è un titolo azzeccatissimo. Perché riesce a insinuarsi nei luoghi comuni e a farli saltare, a cominciare da un nome diventato stupidamente sinonimo di ogni malefatta.
Pino Petruzzelli ha rimpiazzato quel nome angusto con una sinfonia di voci: quelle di Marcela, Mauso, Walter, Unica e di tanti altri.
Voci e storie diverse, impossibili da stritolare in una categoria tanto angusta come l’appartenenza etnica (da cui deriverebbero caratteristiche prefissate e valide per tutti). Il monolito degli zingari si frantuma in due principali gruppi, rom e sinti; e in migliaia di sottogruppi e famiglie. Oltre 10 milioni di persone in Europa, tutti con un Paese natale ma non una patria, come scrive nel prologo Predragr Matvejević; parte di un popolo ma non di una nazione.
Uno dopo l’altro i pregiudizi vengono smentiti. “Per voi, noi si nasce con il fagotto in mano e con due sole strade percorribili: il furto o il violino. Il fatto che ci possano essere rom onesti e rom stonati a voi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello”, commenta sarcastico Bobby, fotografo rom.
Petruzzelli racconta le loro storie, di dolore e esclusione. Di felicità e amicizia. E racconta il rapporto con le proprie origini, portate con orgoglio o taciute, come nel caso di Anna, non per viltà, ma per non “svenderle” e non svilire la propria storia.
Nello sfondo l’olocausto – omaggio di Hitler al cittadino tedesco medio che investiva gli zingari di tutte le proprie disgrazie, con un meccanismo ancora troppo familiare. La giustizia comincia da un nome. “Non chiamarmi zingaro” (Chiarelettere) da oggi è in libreria.

(Tra le righe di un libro storie di nomadi onesti e pure stonati, DNews, 19 giugno 2008)