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giovedì 29 agosto 2013

Stefano Cucchi e gli altri



L’aula bunker di Rebibbia è uno stanzone rettangolare. Ci sono le panche di legno al centro, le sedie ai lati - due file a destra, due file a sinistra -, le gabbie sulle pareti lunghe, le porte verdi.
Un lato corto è occupato da un banco con su la scritta “La legge è uguale per tutti” e dietro una decina di sedie nere. A sinistra c’è la porta da cui usciranno la presidente della terza sezione della Corte d’Assise e i suoi collaboratori. L’altro lato corto, in fondo, ospita un piano rialzato riservato al pubblico, di solito parenti e amici - come le gallerie nei vecchi cinema.
È pomeriggio, fa caldo, aspettiamo. Sembra che la sentenza sia attesa in tempo per i tg della sera. Nell’attesa non c’è niente da fare. Ci sono diversi giornalisti, gli avvocati, gli imputati e la famiglia Cucchi. Dopo l’impatto iniziale, non si riesce a rimanere seri e contriti troppo a lungo; il clima, per chi attende senza essere troppo coinvolto emotivamente, è più quello da ricreazione. Si scherza, si ride, si passeggia su e giù. È normale, è la tensione, è l’attesa. Fa caldo e non c’è niente da fare. Vado al bar che pare essere sopravvissuto agli anni settanta. I tavolini tondi con una tovaglia di plastica verde e quattro sedie di plastica bianca ciascuno, come quelle in un giardinetto di periferia. Il bancone è di alluminio e di legno, mentre accanto c’è un tavolo con piatti e tazze e dei bigliettini con il prezzo. Sembra un mercatino o una vendita improvvisata da ragazzini in un torrido pomeriggio estivo. Le luci al neon. Non c’è nessuno, o almeno all’inizio non vedo nessuno ma decido di chiedere - come nei film dell’orrore - “c’è qualcuno?”. Sbuca una signora, compro una bottiglietta d’acqua. Torno nell’aula dopo essere passata per una stanza con la targa “Testimoni” e un’altra con “Corte di Assise. Aula B”. Ogni parete, ogni sedia, tavolo o armadio è di uno squallore da stiva di traghetto.
Aspettiamo.
Un paio di volte sembra che stia per succedere qualcosa, ma l’eccitazione si spegne subito. Poi finalmente la Corte entra. Subito dopo la lettura della condanna, i giudici tornano nella stanza da dove sono venuti, molte persone gridano, alcune battono le mani, si alzano, si baciano, si abbracciano. I giornalisti si muovono verso la famiglia di Stefano Cucchi. Intanto dal fondo cresce un brusio e si mischia al rumore disordinato di passi. Gli imputati non condannati escono dall’aula, circondati - soffocati - da familiari e amici. Si sente gridare. “Assassini!”.
Mi avvicino alla balaustra oltre la quale si agitano una trentina di persone. Per qualche secondo le guardie fanno fatica a mantenere l’ordine, la sorella di Giuseppe Uva si sbraccia e grida. Continuerà a gridare fino alla fine. Fuori dall’aula, al telefono, alle persone che la circondano. Torno indietro e al centro c’è un capannello fatto di teste, microfoni, telecamere, luci. Alcuni cominciano a uscire. Sento dire a una voce sprezzante “Uvetta”, mi giro e vedo una toga nera - deve essere l’avvocato di qualcuno, non so di chi.
La madre di Stefano Cucchi è circondata da microfoni e videocamere. “Mio figlio è stato recluso per sei giorni, è uscito massacrato. Non è stato nessuno? Fino a poco fa avevo fiducia nella giustizia che invece non è stata capace di fare ammenda a se stessa. Mio figlio è morto di giustizia. Me l’hanno ucciso due volte”.

Il Mucchio Selvaggio, luglio 2013.

giovedì 12 novembre 2009

Eugenia Roccella e il caso Cucchi

Cos’ha da dire il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, sul caso di Stefano Cucchi, il giovane massacrato di botte mentre si trovava in custodia cautelare e morto all’ospedale Pertini di Roma? Vuole forse spendere qualche parola contro i medici che hanno lasciato morire Cucchi senza intraprendere tutte le misure atte a salvarne la vita? In un certo senso sì; ma per la Roccella la colpa dei medici consisterebbe sorprendentemente nell’aver rispettato il consenso informato. Scrive infatti sul Riformista di ieri («Cucchi andava curato pure contro la sua volontà», 11 novembre 2009, p. 6):

Non è ancora chiaro se Cucchi abbia effettivamente firmato il foglio con cui negava l’autorizzazione a informare i parenti, ma non abbiamo motivo, a oggi, di dubitare delle dichiarazioni degli operatori sanitari circa il suo rifiuto delle cure, del cibo, dell’idratazione per endovena. Cucchi, dicono, ha mantenuto la sua lucidità per tutto il tempo, e fino alla fine, lucidamente, non ha voluto le terapie, mostrando disinteresse per la propria salute. Ma anche se così fosse, se Stefano avesse firmato tutti i consensi informati possibili, e davvero si fosse lasciato andare alla disperazione, basterebbe questo a giustificare umanamente, e non solo burocraticamente, la sua morte?
Dopo aver elencato alcuni casi controversi di rifiuto delle cure, compreso per ultimo quello di Eluana Englaro, scrive ancora:
Oggi c’è il caso, del tutto speculare, di Stefano, che forse ha rifiutato consapevolmente acqua e cibo. Ma di fronte a una persona sola e provata, a un ragazzo fragile, non era più giusto ribellarsi, intervenire, rischiare una solidarietà magari non voluta?
Lo scopo della Roccella sembra essere duplice: da un lato, sotto l’apparenza di far loro un rimprovero, si assolvono sostanzialmente i sanitari – ma anche si attenua, senza parere, la responsabilità di chi ha provocato le lesioni al giovane; Stefano Cucchi, per il sottosegretario, si è praticamente suicidato. Dall’altro lato, e soprattutto, si cerca di segnare un punto nella diatriba in corso sull’autodeterminazione del malato, facendo leva sull’emozione suscitata dal caso Cucchi proprio in coloro che sono favorevoli a lasciare al paziente la più ampia possibilità di scelta.

Sfortunatamente per la Roccella, però, la vicenda di Stefano Cucchi è estremamente diversa da quella di un malato che sceglie di non proseguire i trattamenti sanitari per salvaguardare la propria visione di ciò che costituisce una vita degna di essere vissuta. Se si sfoglia la corposa documentazione clinica del caso (PDF, 12MB), meritoriamente raccolta e messa a disposizione da Luigi Manconi e dall’Associazione A buon diritto, ci si rende conto che il rifiuto delle terapie e dell’alimentazione non era altro che un mezzo disperato messo in opera da Stefano Cucchi per poter parlare con il proprio legale. A p. 27 del file troviamo infatti il diario clinico relativo al 21 ottobre, in cui un medico ha annotato di proprio pugno: «il paziente rifiuta perché vuole parlare prima con il suo avvocato e con l’assistente della comunità CEIS di Roma [una comunità di assistenza ai tossicodipendenti]». Lo stesso concetto è ripetuto in un fax inviato lo stesso giorno dall’ospedale al Tribunale di Roma (p. 30). (Un ulteriore motivo alla base del rifiuto sembra consistere in alcune informazioni errate che Stefano Cucchi aveva sulla celiachia di cui soffriva: il giovane, come nota il diario clinico alla stessa pagina 27, credeva di non poter mangiare riso, patate e carne.) Il dovere dei medici, dunque, era di attivarsi immediatamente per procurare un contatto del legale di Cucchi con il suo assistito, e non certo di sottoporre il giovane all’alimentazione forzata, atto vietato dal Codice di deontologia medica, mentre il codice di procedura penale (art. 104, c. 1) stabilisce che «L’imputato in stato di custodia cautelare ha diritto di conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della misura» (non mi risulta che sussistessero le «specifiche ed eccezionali ragioni di cautela», previste dallo stesso articolo, che sole possono far dilazionare l’esercizio del diritto di conferire con il difensore). Non so cosa abbiano fatto i medici, ma in ogni caso era troppo tardi, perché il giorno dopo Stefano Cucchi moriva per una crisi cardiaca.
È importante notare che il sottosegretario sembra conoscere questo diario clinico, visto che ne cita quasi alla lettera un passo: si confronti la frase «mostrando disinteresse per la propria salute» della Roccella con l’annotazione «il paziente tuttavia esprime verbalmente disinteresse per le proprie condizioni di salute» a p. 26 del file. E del resto del rifiuto delle terapie allo scopo di poter parlare con il proprio avvocato si era parlato nei giorni precedenti (si veda il pezzo dello stesso Riformista, 10 novembre, p. 7). Ma delle circostanze più scomode per la sua tesi Eugenia Roccella non fa parola...

Quello prefigurato dalla Roccella è una sorta di ciclo integrale della violenza di Stato: lo Stato che prima viola l’integrità corporea di chi si trova in sua balia, rompendogli (letteralmente) la schiena a furia di percosse, la dovrebbe violare poi una seconda volta cacciandogli nel naso un sondino per l’alimentazione forzata; alla violazione delle libertà fondamentali (che la Roccella ovviamente condanna) si risponde non ripristinandole, ma procedendo a un’ulteriore violazione (che la Roccella loda). I diritti dileguano; il linguaggio dello Stato rimane unicamente quello del puro dominio, declinato ora nella forma più brutale delle legnate, ora in quella più ipocrita delle cure obbligatorie.