C’è un equivoco ampiamente diffuso nei commenti usciti in questi giorni sulla creazione della prima cellula artificiale. L’argomento che si usa è il seguente: il genoma inserito nella cellula di Mycoplasma capricolum è stato creato artificialmente, è vero; ma il resto della cellula – con le sue proteine, i suoi lipidi, etc. – no. Non si può ancora parlare, dunque, di vera vita artificiale. Scrive per esempio Luca Landò sull’Unità di ieri («Quella cellula benedetta dalla Chiesa», 23 maggio 2010, p. 17):
quel batterio è pur sempre un organismo naturale, anche se riveduto e corretto con l’inserimento di un Dna sintetizzato in laboratorio. II geniale e astuto Craig Venter non ha creato la vita, come hanno scritto in molti, ma riprogrammato un batterio gia esistente. Un po’ come mettere un nostro dischetto nel computer del vicino: quello che vediamo sullo schermo è solo merito nostro o anche del vicino che ha messo a disposizione la macchina?Ora, a cosa serve il Dna di un organismo? Sappiamo tutti che «controlla» la cellula, ma in che modo? La risposta è che il Dna dirige la sintesi proteica: funge in un certo senso da «stampo» per le proteine che compongono la cellula e la fanno funzionare. Cosa è successo allora al batterio cui Venter ha sostituito il genoma? In un tempo relativamente breve, le sue proteine originali, man mano che si usuravano, venivano sostituite da proteine nuove e diverse, costruite a partire dal Dna sintetico, e dunque, per quello che conta, sintetiche esse stesse. Alla fine della cellula di partenza non restava praticamente più nulla. Inoltre la cellula si riproduceva, dividendosi in cellule figlie, in cui le proteine della cellula originale erano sempre più diluite, fino a raggiungere concentrazioni omeopatiche. Quando Venter è andato a guardare, la piastra su cui si trovava l’originario M. capricolum conteneva una colonia di M. mycoides, nella versione modificata. Di nuovo: cellule sintetiche, non semplicemente naturali con un cuore sintetico.
Queste considerazioni si trovano anche nell’articolo originale apparso su Science (D.G. Gibson et al., «Creation of a Bacterial Cell Controlled by a Chemically Synthesized Genome», 20 maggio 2010; corsivo mio):
Chiamiamo una cellula come questa, controllata da un genoma assemblato a partire da frammenti di Dna sintetizzati chimicamente, una «cellula sintetica», anche se il citoplasma della cellula ricevente non è sintetico. Gli effetti fenotipici del citoplasma ricevente vengono diluiti col ricambio delle proteine e man mano che le cellule che recano solo il genoma trapiantato si riproducono. In seguito al trapianto e alla duplicazione su una piastra, fino a formare una colonia (> 30 divisioni, ovvero diluizione > 109 volte), la progenie non conterrà nessuna molecola proteica presente nella cellula ricevente originale. Ciò è stato dimostrato in precedenza, quando abbiamo descritto per la prima volta il trapianto di genoma. Le proprietà delle cellule controllate dal genoma assemblato sono le stesse di una cellula interamente prodotta in modo sintetico (il Dna è un software che costruisce il suo proprio hardware).Una questione differente è se si possa dire che queste cellule sintetiche siano state create a partire dalla materia inorganica. La risposta è ovviamente negativa: il genoma è stato cucito assieme usando dei lieviti, si è usata una cellula ricevente naturale, etc. Anche se questi passi venissero sostituiti eliminando gli organismi naturali, rimarrebbe sempre il fatto che l’intera procedura non può fare a meno dell’intervento di esseri viventi non artificiali: noi stessi.
Questa impresa inoltre, oltreché praticamente impossibile, sarebbe anche vacua: come scrive Venter, le cellule che ha ottenuto sono identiche a quelle che si otterrebbero con un sistema tutto artificiale; infatti l’eventuale citoplasma artificiale verrebbe in breve tempo completamente sostituito da quello sintetizzato a partire dal Dna. A che scopo allora perseguire una procedura assai più ardua di quella impiegata con successo? Per dimostrare che l’uomo è divenuto come Dio? Ma il compito della scienza non è quello di scandalizzare i creazionisti, per di più mutuandone – e quindi implicitamente convalidandone – le fantasie di una vita creata in un fiat a partire dall’inorganico. Ignoriamoli, e speriamo che anche loro ci ignorino il più a lungo possibile.













