È una lezione di prudente realismo quella che ieri pretendeva di darci un anonimo editorialista del Foglio («Ora di sesso a cinque anni», 4 novembre 2010, p. 1):
La bambina romena di dieci anni che martedì scorso ha partorito un figlio in Spagna – paese ormai orgogliosamente allineato a Gran Bretagna e Francia nella somministrazione scolastica di educazione sessuale fin dalla più tenera età, con modalità perfezionate durante l’attuale era zapateriana – dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che per quella via è illusorio pensare di contrastare il fenomeno delle mamme bambine. Un fenomeno da tempo vera emergenza sociale in Inghilterra, sulla buona strada per diventarlo in Francia e in preoccupante salita in Spagna, in barba ai volenterosi dispensatori di caramelle di sesso sicuro ai più piccini. […]Andiamo dunque a vedere questa realtà: il tasso di maternità delle minorenni nei vari paesi. La misura più oggettiva dovrà naturalmente considerare anche il tasso di abortività, per evitare di considerare positiva una situazione in cui le minorenni non fanno molti figli solo perché abortiscono spesso. Purtroppo i dati combinati più recenti a mia disposizione risalgono al 1996, ma non si tratta di un’era tanto remota da non essere significativa anche per l’oggi. Li troviamo in una pubblicazione dell’Unicef, A league table of teenage births in rich nations (Innocenti Report Card, 3, 2001), a p. 20. Qui ci attende qualche sorpresa: se il tasso combinato più basso (e quindi più lusinghiero) spetta al Giappone, che probabilmente deve ringraziare la tenuta dei suoi valori tradizionali, al secondo posto, a pochissima distanza dal Sol Levante, troviamo una nazione non particolarmente famosa per il suo conservatorismo: i Paesi Bassi, che nel 1996 vantavano un tasso di nascite da madri di età compresa fra 15 e 19 anni del 7,7 per mille, e un tasso di abortività del 3,9 per mille. Per confronto, in quello stesso anno gli stessi tassi erano in Italia rispettivamente del 6,6 e del 6,7.
La realtà si diverte a sbeffeggiare i teorici dell’educazione sessuale obbligatoria e fa propendere semmai per un lampante rapporto di causa-effetto. Più se ne parla, prima se ne parla, prima si fa: Inghilterra docet.
A che cosa si deve questa performance? Il rapporto lo spiega alla pagina seguente (il corsivo è mio):
In generale, gli studi sull’esperienza olandese hanno concluso che le ragioni alla base del suo successo sono state la combinazione di una società relativamente inclusiva con atteggiamenti più aperti nei confronti del sesso e dell’educazione sessuale, compresa la contraccezione. Questo ha fatto sì che dei rapporti sessuali si parli a un’età precoce – prima che si sollevino le barriere dell’imbarazzo e prima che l’educazione sessuale possa essere interpretata come un segnale che è arrivato il momento di cominciare a fare sesso.Cosa ci dice invece degli ultimi della classe, gli Usa e il Regno Unito (assieme a Nuova Zelanda e Ungheria), che avevano un tasso combinato di nascite e aborti fra le adolescenti rispettivamente dell’85,8 e del 50,9 per mille? P. 20: oltre a essere società poco inclusive,
il Regno Unito e gli Stati Uniti sono […] società che hanno sperimentato la trasformazione socio-sessuale, compresa la sessualizzazione dello spazio mediatico, ma senza promuovere cambiamenti corrispondenti per preparare i giovani ad affrontare le nuove pressioni. Le informazioni sulla contraccezione e i servizi contraccettivi possono anche essere formalmente disponibili, ma in un’atmosfera ‘chiusa’ di imbarazzo e segretezza. O, come dice un adolescente britannico, «a volte sembra che il sesso sia obbligatorio ma la contraccezione illegale».Per avere un’idea di cosa è successo nei dieci anni successivi, diamo un’occhiata a questa classifica (del 2006) dei tassi di nascite da donne minori di vent’anni, tratta da Wikipedia (ma i dati provengono da fonti ufficiali); mancano i tassi degli aborti, ma si tratta comunque di un’utile approssimazione:

Ebbene, la situazione nei Paesi Bassi sembra essere ancora migliorata (5,2 contro 7,7 di dieci anni prima), a testimonianza della validità di un modello; rimane quasi invariata in Italia e nel Regno Unito. Un peggioramento abbastanza vistoso si registra in Spagna, che dal 7,5 passa al 12,1 per mille. Attenzione: la colpa non è di Zapatero (salito al potere nel marzo 2004), visto che il dato era già del 10,8 per mille nel 2003 e dell’11,5 nel 2005 (dati dal Demographic Yearbook delle Nazioni Unite). Sembra che i governanti spagnoli stiano prendendo coscienza di una situazione in costante peggioramento, e che stiano applicando la lezione dei paesi che hanno avuto successo in questo campo. Loro tengono conto della realtà; il Foglio, invece, preferisce credere alle favole.
(Una discussione sull’argomento, lunga e vivace ma nel complesso civile, si trova qui; devo più di uno spunto al blog Universi Paralleli.)














