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lunedì 31 dicembre 2012

Roberto Volpi e le nozze civili

Ha destato una certa sensazione, qualche giorno fa, la notizia che, secondo gli ultimi dati Istat, le nozze civili avrebbero per la prima volta superato nell’Italia del Nord quelle religiose; molti commentatori hanno salutato l’evento come un segno della progressiva secolarizzazione della società italiana. Di diverso avviso è invece il demografo Roberto Volpi, che sul Foglio ha così commentato («L’Italia che non si sposa più dal parroco (ma nemmeno in municipio)», 28 dicembre 2012):

Nei giorni scorsi, l’Istat ha annunciato che i matrimoni civili, al nord, hanno superato quelli religiosi nella proporzione di 51,7 contro 48,3 ogni cento matrimoni. Ne sposa più il sindaco che il parroco, è stato detto. Risultato che allinea l’Italia agli altri paesi dell’Europa continentale e del nord, è stato aggiunto. E giù considerazioni sulle magnifiche sorti e progressive del matrimonio in municipio invece che in chiesa. Naturalmente la notizia è vera: l’Istat l’ha diffusa in occasione dell’uscita dell’edizione 2012 dell’“Annuario statistico italiano”. Ma è, al tempo stesso, ingannevole come poche altre, e sarebbe bastato consultare l’“Annuario” stesso, senza fermarsi alla nota diramata dal nostro Istituto di statistica, per capire in che senso.
Scopriamo così che i “trionfanti” matrimoni civili hanno perso in un anno oltre seimila unità, pari al 7,3 per cento del loro totale. Una perdita assai superiore a quella dei matrimoni religiosi, che sono scesi in percentuale del 4,6. Non basta. Dopo un lungo periodo di crescita ininterrotta, tra il 2008 e il 2010 (ultimo anno di disponibilità dei dati) i matrimoni civili sono arretrati di 11.100 unità e del 12,2 per cento. Una débâcle, altro che trionfo. Se poi si pensa che tra i matrimoni civili cresce la quota dei secondi matrimoni – quelli di quanti, per essere divorziati, non possono sposarsi in chiesa – si capisce bene come tra quanti si sposano per la prima volta il tonfo sia ancora più forte.
Che al nord i matrimoni civili abbiano superato quelli religiosi significa dunque assai poco, in questo quadro. La verità è che in Italia non ci si sposa più: né in chiesa né in comune. […]
Il lettore non può non notare un dato curioso: se nel Nord Italia i matrimoni civili hanno superato per la prima volta quelli religiosi e se allo stesso tempo, come dice Volpi, complessivamente in Italia i primi sono calati molto più dei secondi, sembra doversene dedurre che nel Centro e nel Sud le nozze civili abbiano subito un vero e proprio tracollo, per compensare la performance relativamente positiva del Nord. A cosa si dovrà questa disparità regionale? La prima cosa da fare è andare a controllare l’Annuario Statistico Italiano 2012, così come ha fatto Volpi. Quello che ci interessa è il capitolo 2 [pdf, 150 Kb], dedicato alla popolazione, e più precisamente la tavola 2.5, «Matrimoni della popolazione presente per rito e regione - Anno 2011». Qui ci attende una sorpresa. Nel 2011, infatti, i matrimoni celebrati in Comune sono stati in tutta Italia 83.088, pari al 39,8% del totale; nel 2010 erano stati 79.501, cioè il 36,5%. Le nozze civili, insomma, non sono affatto catastroficamente diminuite in Italia, come sostiene Volpi; al contrario, sono aumentate rispetto all’ultimo anno in termini sia assoluti sia relativi, invertendo parzialmente la discesa che si era verificata nel 2009 e nel 2010. I matrimoni religiosi, invece, sono stati nel 2011 125.614 (60,2%), contro i 138.199 (63,5%) dell’anno precedente; si conferma poi nell’Italia del Nord il sorpasso da parte delle nozzi civili.
Com’è possibile che Volpi parli allora di «débâcle» e di «tonfo» dei matrimoni civili? Il fatto è che per qualche motivo il demografo considera il 2010 l’«ultimo anno di disponibilità dei dati», ignorando i dati del 2011, che pure sono presenti in tabella – come del resto è detto chiaramente nell’intestazione della tabella stessa. Forse la struttura della tabella, con i dati del 2011 separati da quelli degli anni precedenti, avrà ingannato l’autore.

Non mi sento di trarre conclusioni particolari dai dati: nel mezzo di una crisi economica grave come l’attuale le tendenze sociali possono risultare alterate; quel che è certo è che le considerazioni di Volpi risultano come minimo un po’ dubbie. L’incidente in cui è incorso può naturalmente capitare a chiunque; meno giustificabile è che un giornale non effettui uno straccio di controllo sulle storie che pubblica. Ma quante volte lo abbiamo detto a proposito del Foglio?
Leggermente comica, infine, è la foga con cui i vari blog integralisti si sono buttati sull’articolo di Volpi: da Sandro Magister («Bilancio di un anno. E previsioni», www.chiesa, 30 dicembre) fino a Claudio LXXXI (Poscritto a «Vasi vuoti», De libero arbitrio, 31 dicembre), che chiosa così:
Un articolo del Foglio commenta la notizia con toni diversi dal trionfalismo laic(istic)o che ha imperversato altrove.
A differenza di molti suoi colleghi, l’autore ha spulciato l’Annuario ISTAT senza fermarsi ai dati superficiali buoni solo a tirate ideologiche (un buon esempio di giornalismo, bravo Roberto Volpi) e ne trae empiricamente la conclusione che i matrimoni civili in realtà soffrono ancor più di quelli religiosi.
La notizia ghiotta, che sembra smentire i «laicisti», viene accettata a scatola chiusa, senza compiere quel minimo controllo empirico per cui – ed è qui l’ironia – allo stesso tempo ne viene lodato l’autore.

Buon anno a tutti i lettori di Bioetica!

Aggiornamento 2/1/2013: Prontissima la correzione da parte di Claudio LXXXI, in calce all’articolo precedente. Aspettiamo adesso Roberto Volpi.

venerdì 6 gennaio 2012

La santa semplicità del Foglio

Sul Foglio di ieri un anonimo commentava la notizia dell’apertura di un settore del cimitero Laurentino di Roma ai feti abortiti («I sepolcri dei bambini non nati», 5 gennaio 2012). Tra una citazione di Foscolo e una considerazione sui totalitarismi l’autore ha infilato anche questa riga (corsivo mio):

nemmeno il più accanito abortista ha mai negato lo statuto di materia umana, quindi persona, al prodotto di quell’annichilimento.
Ma basta una scorsa, tra le mille possibili fonti, alla voce «Abortion» della Internet Encyclopedia of Philosophy, per rendersi conto che la grande maggioranza dei favorevoli all’aborto nega per l’appunto (a torto o a ragione, qui non c’importa) che feti ed embrioni debbano necessariamente essere considerati persone, pur essendo «materia umana».
Questa circostanza risulterebbe probabilmente scandalosa all’anonimo («Ma come è possibile pensare che non siano persone?», te lo immagini domandare indignato); quel che è certo, è che gli riuscirebbe nuova: è palese che il nostro, di qualcuno che non la pensasse, su quest’argomento, come lui, non ha mai letto una parola che sia una. E ti verrebbe voglia di fargli notare che è un principio etico basilare quello che dovrebbe impedire di scrivere su un giornale (finanziato anche con denaro pubblico!) senza aver fatto neppure uno sforzo minuscolo di considerare seriamente l’opinione di chi la pensa in un altro modo. Ma poi lo vedi così convinto, drappeggiato nel costume virtuoso di crociato per la vita, che ti passa subito la voglia di disturbarlo mentre tanto santamente inveisce.

giovedì 1 dicembre 2011

Le fonti, Langone, le fonti!

Evito in genere di leggere Camillo Langone, giornalista cattolico della redazione del Foglio e collaboratore di fogli consimili, da quando rivendicò di fronte a un omosessuale «il diritto a essere omofobo, a provare schifo dinanzi a due omosessuali, a sentirmi a disagio per il fatto che si parli con questa pacatezza di omosessualità» (a Otto e Mezzo, su La7, il 24 maggio 2006). Perché mettere a rischio la digestione con un personaggio del genere? Oggi però devo sospendere momentaneamente questa basilare regola igienica, viste le polemiche scatenate da un articolo di Langone apparso ieri su Libero («Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli», 30 novembre 2011, p. 17). L’articolo non delude le aspettative suscitate dal titolo: dopo l’usuale allarme sulle culle vuote e sull’invasione straniera, conclude affermando che

gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze». […]
Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.
Così dicono i numeri: non prendetevela con me.
L’indignazione, come ci si poteva aspettare (e come in particolare si aspettava sicuramente Langone) è stata enorme – per adesso soprattutto su social networks e blog, dove i tempi di reazione sono più rapidi; ma forse, più che indignarsi, sarebbe produttivo andare a cercare la fonte di queste affermazioni. Cosa ha davvero messo «nero su bianco» la Harvard Kennedy School of Government?
Langone non specifica – figuriamoci! – fonti più precise, ma una rapida ricerca ci rivela che si sta rifacendo a un commento apparso sul Sole 24 Ore dell’8 agosto 2010 («Se i continenti si dividono sulla moglie che lavora»). L’articolo informa brevemente su uno studio compiuto da Ina Ganguli, Ricardo Hausmann e Martina Viarengo, tre studiosi appunto della Harvard Kennedy School of Government, che hanno indagato la relazione fra livello di scolarizzazione delle donne e legami di coppia. Il Sole riassume una delle tendenze chiave individuate dallo studio con le stesse identiche parole usate da Langone: «le donne con più educazione e più competenze, utili a una professione all’infuori delle mura domestiche, sono più facilmente nubili, rispetto a donne che invece non dispongano di quelle competenze». Tutto bene, allora? Dobbiamo lasciar perdere Langone e prendercela con Harvard? Da qualche parte, però, una campanella di allarme sta squillando. Perché il titolo dell’articolo del Sole è «Se i continenti si dividono sulla moglie che lavora»? E perché a un certo punto lo stesso articolo attacca a parlare di «donne latinoamericane»? Di quali donne si occupa, esattamente, lo studio di Harvard? Ce n’è abbastanza per andare a controllare la fonte originale; ma Langone a quanto pare non l’ha fatto. Magari non ha avvertito nessuna incongruenza; ma non sarebbe comunque obbligatorio per un giornalista rifarsi alle fonti originali? E se non l’ha fatto lui, perché non ci ha pensato Libero? – ok, ok, non ridete, ritiro subito l’ultima domanda...

Il Sole ha un comodo link allo studio originale (I. Ganguli, R. Hausmann and M. Viarengo, «“Schooling Can’t Buy Me Love”: Marriage, Work, and the Gender Education Gap in Latin America», HKS Faculty Research Working Paper Series RWP10-032, June 2010, file pdf). A p. 6 troviamo la conferma di quello che già sospettavamo: lo studio ha preso in esame 43 paesi – di cui 10 latino-americani – e ha determinato che in 27 di questi paesi (9 dei quali latino-americani) effettivamente le donne meno istruite tra 30 e 55 anni di età hanno maggiori probabilità di sposarsi delle donne più istruite; ma nei rimanenti 16 paesi è vero il contrario: qui sono le donne più istruite a sposarsi più facilmente (i dati dovrebbero risalire al 2005 o agli anni immediatamente precedenti). Questo ci dice una prima cosa: che non c’è nessuna «legge di natura» che stabilisca che una donna istruita è meno propensa a sposarsi (ma anche se ci fosse, nessuno ovviamente sarebbe autorizzato a trarne le conclusioni di Langone); devono entrare in gioco fattori culturali e/o sociali propri di certi paesi, in linea di principio modificabili.
Qualche indicazione su quali siano questi fattori ce la dà l’elenco dei paesi, che trovate nel grafico qui sotto (fate clic sull’immagine per ingrandirla), in cui le nazioni si trovano tanto più in basso quanto più la probabilità di essere sposate delle donne istruite sopravanza quella delle donne meno istruite.

Come notano gli autori (p. 7), tra i paesi più ricchi sono Regno Unito, Canada, Paesi Bassi e USA (in ordine crescente) quelli in cui le donne istruite si sposano di più delle meno istruite, mentre «gli otto paesi [del campione] in cui più degli altri le donne istruite hanno meno probabilità di essere sposate sono cattolici» («The top eight countries where skilled women are less likely to be married are Catholic»). Ma lasciamo pure da parte quella che potrebbe essere solo una coincidenza.
Si potrebbe obiettare a questo punto che in questo gruppo di otto nazioni quella in cui è più marcato lo svantaggio delle donne istruite è, dopo Spagna e Bolivia, proprio l’Italia. Dato che difficilmente il nostro paese potrebbe trasformare in breve tempo le proprie strutture socio-culturali per assomigliare a Paesi Bassi e USA, ecco che la raccomandazione di Langone – meno libri alle donne – avrebbe, pur nel suo estremismo paradossale, una certa ragion d’essere. Senonché il nostro studio contiene una seconda classifica: quella dei paesi in cui sono gli uomini istruiti ad avere meno probabilità di essere sposati rispetto agli uomini meno istruiti... E indovinate qual è, dopo Ruanda e Cambogia, la disgraziata nazione che guida questa classifica? Bravi: è proprio l’Italia. Per cui la ricetta di Langone, per risultare massimamente efficace, dovrebbe essere: meno libri per tutti. E chissà, magari non sarebbe neanche sbagliata: di braccia rubate all’agricoltura, come si suol dire, se ne trovano parecchie fra i nostri intellettuali e giornalisti...

venerdì 5 novembre 2010

La realtà sbeffeggia il Foglio

È una lezione di prudente realismo quella che ieri pretendeva di darci un anonimo editorialista del Foglio («Ora di sesso a cinque anni», 4 novembre 2010, p. 1):

La bambina romena di dieci anni che martedì scorso ha partorito un figlio in Spagna – paese ormai orgogliosamente allineato a Gran Bretagna e Francia nella somministrazione scolastica di educazione sessuale fin dalla più tenera età, con modalità perfezionate durante l’attuale era zapateriana – dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che per quella via è illusorio pensare di contrastare il fenomeno delle mamme bambine. Un fenomeno da tempo vera emergenza sociale in Inghilterra, sulla buona strada per diventarlo in Francia e in preoccupante salita in Spagna, in barba ai volenterosi dispensatori di caramelle di sesso sicuro ai più piccini. […]
La realtà si diverte a sbeffeggiare i teorici dell’educazione sessuale obbligatoria e fa propendere semmai per un lampante rapporto di causa-effetto. Più se ne parla, prima se ne parla, prima si fa: Inghilterra docet.
Andiamo dunque a vedere questa realtà: il tasso di maternità delle minorenni nei vari paesi. La misura più oggettiva dovrà naturalmente considerare anche il tasso di abortività, per evitare di considerare positiva una situazione in cui le minorenni non fanno molti figli solo perché abortiscono spesso. Purtroppo i dati combinati più recenti a mia disposizione risalgono al 1996, ma non si tratta di un’era tanto remota da non essere significativa anche per l’oggi. Li troviamo in una pubblicazione dell’Unicef, A league table of teenage births in rich nations (Innocenti Report Card, 3, 2001), a p. 20. Qui ci attende qualche sorpresa: se il tasso combinato più basso (e quindi più lusinghiero) spetta al Giappone, che probabilmente deve ringraziare la tenuta dei suoi valori tradizionali, al secondo posto, a pochissima distanza dal Sol Levante, troviamo una nazione non particolarmente famosa per il suo conservatorismo: i Paesi Bassi, che nel 1996 vantavano un tasso di nascite da madri di età compresa fra 15 e 19 anni del 7,7 per mille, e un tasso di abortività del 3,9 per mille. Per confronto, in quello stesso anno gli stessi tassi erano in Italia rispettivamente del 6,6 e del 6,7.
A che cosa si deve questa performance? Il rapporto lo spiega alla pagina seguente (il corsivo è mio):
In generale, gli studi sull’esperienza olandese hanno concluso che le ragioni alla base del suo successo sono state la combinazione di una società relativamente inclusiva con atteggiamenti più aperti nei confronti del sesso e dell’educazione sessuale, compresa la contraccezione. Questo ha fatto sì che dei rapporti sessuali si parli a un’età precoce – prima che si sollevino le barriere dell’imbarazzo e prima che l’educazione sessuale possa essere interpretata come un segnale che è arrivato il momento di cominciare a fare sesso.
Cosa ci dice invece degli ultimi della classe, gli Usa e il Regno Unito (assieme a Nuova Zelanda e Ungheria), che avevano un tasso combinato di nascite e aborti fra le adolescenti rispettivamente dell’85,8 e del 50,9 per mille? P. 20: oltre a essere società poco inclusive,
il Regno Unito e gli Stati Uniti sono […] società che hanno sperimentato la trasformazione socio-sessuale, compresa la sessualizzazione dello spazio mediatico, ma senza promuovere cambiamenti corrispondenti per preparare i giovani ad affrontare le nuove pressioni. Le informazioni sulla contraccezione e i servizi contraccettivi possono anche essere formalmente disponibili, ma in un’atmosfera ‘chiusa’ di imbarazzo e segretezza. O, come dice un adolescente britannico, «a volte sembra che il sesso sia obbligatorio ma la contraccezione illegale».
Per avere un’idea di cosa è successo nei dieci anni successivi, diamo un’occhiata a questa classifica (del 2006) dei tassi di nascite da donne minori di vent’anni, tratta da Wikipedia (ma i dati provengono da fonti ufficiali); mancano i tassi degli aborti, ma si tratta comunque di un’utile approssimazione:

Ebbene, la situazione nei Paesi Bassi sembra essere ancora migliorata (5,2 contro 7,7 di dieci anni prima), a testimonianza della validità di un modello; rimane quasi invariata in Italia e nel Regno Unito. Un peggioramento abbastanza vistoso si registra in Spagna, che dal 7,5 passa al 12,1 per mille. Attenzione: la colpa non è di Zapatero (salito al potere nel marzo 2004), visto che il dato era già del 10,8 per mille nel 2003 e dell’11,5 nel 2005 (dati dal Demographic Yearbook delle Nazioni Unite). Sembra che i governanti spagnoli stiano prendendo coscienza di una situazione in costante peggioramento, e che stiano applicando la lezione dei paesi che hanno avuto successo in questo campo. Loro tengono conto della realtà; il Foglio, invece, preferisce credere alle favole.

(Una discussione sull’argomento, lunga e vivace ma nel complesso civile, si trova qui; devo più di uno spunto al blog Universi Paralleli.)

mercoledì 6 ottobre 2010

E nun ce vonno sta’

Dal Foglio di ieri («E la chiamano medicina», 5 ottobre 2010, p. 3):

la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento
Per l’anonimo editorialista, dunque, neppure la somministrazione di insulina ai diabetici appartiene a pieno titolo alla medicina, visto che non guarisce certo dal diabete; né la somministrazione di ormoni agli ipotiroidei, che continuano a essere ammalati di ipotiroidismo; e neppure la dialisi per i nefropatici, l’installazione di un pacemaker per i cardiopatici o svariate altre dozzine – come minimo – di terapie e ausili terapeutici.
Ma d’altra parte, se allo stesso anonimo osserverai che il trenta per cento di tutto quello che viene scritto sul Foglio sono solenni idiozie, puoi star certo che non lo offenderai: «è un numero modesto di casi!», esclamerà sollevato e giubilante.

venerdì 25 giugno 2010

Agnoli, imbavaglia te stesso

Capita ogni tanto che qualche cattolico integralista ceda alla tentazione di credersi il Joseph de Maistre dei nostri giorni, e si metta a fare l’apologia non più semplicemente di ciò che le persone di buon senso ritengono falso – questo ogni integralista lo fa già abitualmente – ma anche di ciò che ritengono infame. Prendete Francesco Agnoli, che tiene sul Foglio una rubrica dal titolo che è tutto un programma, «Controriforme»: come de Maistre aveva prodotto nelle Soirées de Saint-Pétersbourg l’elogio del boia, così Agnoli (sì, ok, si parva licet) faceva ieri dalla sua colonnina periodica l’«Elogio del bavaglio» (Il Foglio, 24 giugno 2010, p. 2), prendendosela con la libertà di stampa e auspicando «una museruola» per tutte le «condanne preventive e frettolose spacciate con ipocrisia per informazioni» e per il «moralismo», che sarebbe «il bieco e continuo rinfacciare ad altri... che guadagnano di più, che hanno avuto più successo, che sono più famosi, che hanno più potere...» (se pensate che dietro questi indeterminati «altri» si celi un ben preciso altro, probabilmente non vi sbagliate; del resto, baciare le pile e sapere cosa è gradito agli uomini di questo mondo non sono mai state abilità mutuamente esclusive, anzi). C’è, per Agnoli, un prototipo e patrono di tutti coloro che coltivano «l’idea tipicamente ideologica della distruzione dell’avversario per l’edificazione di un “mondo nuovo”»: si tratta – non è una sorpresa – di Voltaire:

Un uomo che predica la libertà, la tolleranza, mentre di mestiere fa il calunniatore e il seminatore, brillante, di frasi fatte, di luoghi comuni, di miti demolitori. Scrive, parlando dei suoi avversari: “Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa... Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi... Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli”.
Qui però alla fine la sorpresa c’è lo stesso: Voltaire non è sempre stato all’altezza dei propri alti principi, è vero; ma è strano che li contraddicesse così esplicitamente, in uno scritto di cui aveva tranquillamente rivendicato la patermità in una lettera a un amico. Si tratta infatti dei Dialogues chrétiens, ou Préservatif contre l’Encyclopédie (1760); ecco il brano originale completo:
il faut décrier les auteurs, et alors l’ouvrage perd certainement son crédit; il faut adroitement empoisonner leur conduite; il faut les traduire devant le public comme des gens vicieux, en feignant de pleurer sur leurs vices; il faut présenter leurs actions sous un jour odieux, en feignant de les disculper; si les faits nous manquent, il faut en supposer, en feignant de taire une partie de leurs fautes. C’est par ces moyens-là que nous contribuerons à l’avancement de la religion et de la piété, et que nous préviendrons les maux et les scandales que les philosophes causeraient dans le monde s’ils y trouvaient quelque créance.
Chi conosce il francese si accorgerà subito di un fatto ancora più strano: il finale non corrisponde a quello riportato da Agnoli. Il significato del finale originale è infatti questo:
È con questi mezzi che contribuiremo all’avanzata della religione e della pietà, e preverremo i mali e gli scandali che i filosofi causerebbero al mondo se vi trovassero credito.
Ammettiamo pure, sebbene con qualche difficoltà, che a Voltaire stesse a cuore il progresso della religione e della pietà; ammettiamo anche, ancora più a fatica, che per qualche motivo ce l’avesse, così all’ingrosso, con i filosofi; quello che proprio non si riesce a capire è come l’avanzamento della pietà religiosa potesse dipendere per Voltaire dai mezzi infami che elencava all’inizio del brano. Non sorprende che nel passo riportato da Agnoli sia stata omessa la parte finale! Il mistero si chiarisce in un attimo. Le parole riportate sono effettivamente di Voltaire, che però le mette in bocca a un pastore protestante, che impersonifica qui lo zelo religioso più ributtante (più in là si vanta del supplizio di Michele Serveto, vittima dell’intolleranza dei calvinisti di Ginevra) assieme a un prete con cui si intrattiene abbastanza amabilmente (sarà quest’ultimo a pronunciare le parole attaccate alla fine del brano citato da Agnoli: «tout est permis contre eux; supposons leur des crimes, des blasphèmes; déférons les au gouvernement comme ennemis de la religion et de l’autorité; excitons les magistrats à les punir»). Nel pastore, in effetti, Voltaire mette in ridicolo un suo nemico, un certo Vernet, che aveva commesso l’errore di attaccarlo pubblicamente; Voltaire rispose con questo dialogo, ricco di allusioni al Vernet, e poi di nuovo, dopo che l’altro si era lamentato presso le autorità di Ginevra, con una satira ancora più devastante, Éloge de l’hypocrisie (1766). La citazione di Agnoli è insomma il frutto di una manipolazione testuale acrobatica e senza scrupoli: si attribuisce a Voltaire ciò che questi metteva in bocca ai propri nemici! Ma è lo stesso Agnoli l’autore di questa falsificazione? In realtà, la citazione viaggia in questa forma da qualche anno tra i blog cattolici più retrivi. La fonte originaria è il libro di un certo Pierre Gaxotte, La Révolution française, del 1928, ritradotto in italiano nel 1989; è di Gaxotte l’inciso «(che non la pensano come noi)» all’inizio del brano. Non sorprende che Gaxotte fosse un sostenitore del maresciallo Pétain; un po’ più sorprendente che sia riuscito più tardi ad essere eletto nell’Académie française – ma si sa, dopo la débâcle i francesi hanno perso tutta la loro lucidità intellettuale... Il peccato di Agnoli – e non è un peccato da poco – è stato di non controllare le fonti (eppure bastano due minuti su Google per trovare il brano originale di Voltaire), e di attingere a Gaxotte, o forse solo a qualche blog integralista. Curiosamente, non è la prima volta che questo brano compare sul Foglio: lo riportava in una lettera al direttore del 19 novembre 2004 Mattia Feltri (uno che, a occhio, per avere successo nel giornalismo non ha mai avuto bisogno di sobbarcarsi la fatica della verifica delle fonti...). Si lamenta Agnoli, nel suo pezzo, che sui giornali le accuse, «anche quelle senza fondamento», siano «presentate come verità assolute»; ma questo è precisamente quello che, consapevole o meno, ha fatto lui. Medico, imbavaglia te stesso.

venerdì 15 maggio 2009

Caramelle dal Foglio /2

Nell’articolo che citavamo ieri nella prima parte del post, Nicoletta Tiliacos tenta anche un’altra linea di attacco (ne ha parlato già Malvino, in «Puttanate propinateci», 13 maggio 2009). Fa infatti riferimento a uno studio del 2004 (A. Glasier et al., «Advanced provision of emergency contraception does not reduce abortion rates», Contraception 69, pp. 361-66), in cui si mostra che l’accresciuta disponibilità della contraccezione di emergenza in una contea scozzese (il farmaco era stato distribuito in anticipo alle donne) non aveva portato all’attesa diminuzione degli aborti. La Tiliacos tenta di insinuare più o meno direttamente che l’accesso facilitato, «addirittura preventivo» alla contraccezione d’emergenza abbia fatto persino alzare i tassi di abortività fra le minorenni, ma questo lo studio non lo dice. Come interpretare comunque il dato? La giornalista del Foglio chiede e ottiene lumi:

Un effetto paradossale? La risposta, dice al Foglio l’esperto di statistiche sanitarie Roberto Volpi, “sta nel fatto che disposizioni come quella ora adottata in Spagna incentìvano gli atteggiamenti a rischio, ed è una logica abbastanza ovvia”. La logica che dice: comunque vada, c’è un rimedio semplice come una pasticca da mandar giù, e di semplicissimo accesso, se non si deve nemmeno passare per una ricetta del medico […].
Se Volpi e la Tiliacos avessero letto l’articolo in questione invece di affidarsi alla «logica», il Foglio si sarebbe risparmiata l’ennesima pessima figura. Ecco cosa dicono Glasier e colleghi a p. 364 del loro studio:
Perhaps, having a supply of E[mergency] C[ontraception] so easily available encouraged women to take more risks with unprotected intercourse. As with our pilot study, however, women tended to move from less effective methods of contraception (mainly condoms) to more effective methods (hormonal) during the period of follow-up (Table 3). Moreover, we asked women in the questionnaire surveys whether they felt that they were less likely to fully comply with their contraceptive method and the vast majority said they were not. It seems unlikely then that pregnancies prevented by EC among women who used it were matched by pregnancies arising from increased risky sexual behavior.
Le donne in questione, dopo aver ricevuto la pillola del giorno dopo, tendevano a passare da mezzi meno efficaci di contraccezione a quelli più efficaci! Studi più specifici hanno escluso che la disponibilità della contraccezione d’emergenza aumenti i comportamenti a rischio delle adolescenti (per una rassegna si veda D.C. Weiss et al., «Should Teens Be Denied Equal Access to Emergency Contraception?», Bixby Center for Global Reproductive Health, University of California, San Francisco, aprile 2008, che fa parte di una serie di brevi monografie sulla contraccezione d’emergenza accessibili, aggiornate e scientificamente accurate: un vero balsamo, dopo la lettura del Foglio...).
Come spiegare, allora, il fallimento della contraccezione d’emergenza nel ridurre i tassi di aborto? L’articolo della Glasier propone come spiegazione più probabile quella che è anche la più semplice: il mancato uso del farmaco. Il 74% delle 36 donne coinvolte nello studio che hanno avuto una gravidanza indesiderata nonostante la disponibilità preventiva della pillola del giorno dopo, non l’aveva assunta. Molte donne, a quanto sembra, non percepiscono appieno il pericolo di poter rimanere incinte, anche dopo aver tenuto comportamenti a rischio; l’incapacità di riconoscere il rischio di una gravidanza è uno dei motivi più diffusi di mancato uso dei contraccettivi, compresi quelli di emergenza. A cosa si riduce allora l’argomento della Tiliacos? Che non si deve assumere mai la pillola del giorno dopo perché chi la dovrebbe assumere spesso non lo fa?
Uno studio recentissimo, infine (D.K. Turok, S.E. Simonsen e N. Marshall, «Trends in Levonorgestrel Emergency Contraception Use, Births, and Abortions: The Utah Experience», Medscape Journal of Medicine 11, 2009, p. 30), individua per la prima volta una correlazione statisticamente significativa tra il tasso in ascesa del ricorso alla contraccezione d’emergenza e quello in discesa delle interruzioni di gravidanza.

Ci chiedevamo all’inizio: dov’è finito il Foglio? Che ne è delle regole del giornalismo, della verifica dei fatti, dell’opinione informata? Il problema, probabilmente, è che quelli del Foglio non sono giornalisti; sono propagandisti. Non tanto nel senso di cinici falsificatori (anche se immagino che nella redazione del Lungotevere Sanzio, come del resto altrove, si trovino anche quelli): il buon propagandista è la prima vittima di se stesso, e crede quasi sempre a quel che scrive. Questa è gente che considera autorevole solo ciò che si conforma alla propria visione del mondo – e conforma la propria visione del mondo a ciò che crede autorevole. È impossibile spezzare questo circolo vizioso, e sarebbe anche inutile, se le caramelle velenose che costoro spacciano non fossero, almeno in potenza, più pericolose di qualsiasi pillola.
Rimane solo da sperare che la proprietà del giornale, che si sa essere non insensibile a certi argomenti e che si ritroverà presto libera dagli attuali condizionamenti, voglia mettere finalmente un punto a questo esperimento ormai da tempo degenerato.

(2 - fine)

giovedì 14 maggio 2009

Caramelle dal Foglio /1

La notizia che, a partire dal prossimo agosto, in Spagna sarà possibile per chiunque (comprese le minorenni) acquistare la cosiddetta pillola del giorno dopo senza ricetta medica, non poteva non causare una reazione in un certo giornale italiano, che del disprezzo per tutto quello che esce dalla Spagna di Zapatero – soprattutto se si tratta di qualche progresso nei diritti civili – ha fatto ormai una reazione automatica. E così sul Foglio di ieri ben due articoli commentano sdegnati l’ultima «barbarie». A p. 3 un editoriale non firmato titola significativamente «Pillole come caramelle»; alla pagina seguente uno dei mastini di Ferrara, Nicoletta Tiliacos, rincara la dose con «Illusioni da banco».
L’editoriale è all’altezza delle migliori tradizioni del Foglio:

In Spagna un minorenne non può comprare un pacchetto di sigarette e il tabaccaio che gliele vendesse sarebbe sottoposto a sanzioni. La stessa cosa succederebbe a un barista che gli servisse un bicchiere di birra. Come capita dalle nostre parti, con la sola ricetta medica nelle farmacie si forniscono medicinali un po’ più potenti di un’aspirina – e questo per evitare pericoli per la salute che sarebbero inevitabili con la medicina fai da te. Ora, però, il ministro della Sanità spagnolo – la signora Trinidad Jiménez – ha annunciato che la pillola del giorno dopo sarà venduta nelle farmacie senza ricetta e anche alle ragazze minorenni. Tutti sanno che si tratta, al di là di ogni considerazione morale, di un preparato che serve ad “avvelenare” una parte dell’organismo per indurlo al rigetto dell’embrione e che è potenzialmente più pericoloso di centinaia di preparati per i quali è richiesta la prescrizione del medico.
Risparmio il seguito al lettore; basti sapere che la frase finale è un accorato «Ma dove siamo finiti?». Già, dove siamo finiti? O meglio: dov’è finito il Foglio?

L’ipotesi più accreditata sul meccanismo d’azione del levonorgestrel (il principio attivo della pillola del giorno dopo, commercializzata in Italia sotto il nome di Norlevo e Levonelle) è che il farmaco inibisca la scarica ormonale che causa l’ovulazione; questo spiega perché l’efficacia sia tanto più grande quanto minore è il tempo trascorso dal rapporto non protetto. Nei modelli animali, la somministrazione di levonorgestrel dopo l’attecchimento dell’embrione nell’utero ha lo stesso effetto della somministrazione di acqua fresca: la gravidanza continua come se nulla fosse, altro che «rigetto dell’embrione». Alcuni sospettano che il farmaco possa anche impedire l’impianto dell’ovulo fecondato, ma a tutt’oggi non si ha nessuna prova concreta di quest’effetto: tutti i meccanismi invocati in passato per spiegarlo si sono rivelati inesistenti (l’endometrio – il rivestimento interno dell’utero – rimane per esempio invariato). In ogni caso, la soppressione dell’ovulazione spiega da sola l’efficacia del farmaco; se anche esistesse un effetto anti-annidatorio, sarebbe quasi certamente estremamente limitato.
Definire un farmaco con queste caratteristiche «un preparato che serve ad “avvelenare” una parte dell’organismo per indurlo al rigetto dell’embrione», e per giunta premettere che «tutti sanno» che di questo si tratta, sembrerebbe dimostrare – nonostante l’uso cautelativo delle virgolette – una consuetudine con sostanze ben più pericolose del levonorgestrel, dell’aspirina, delle sigarette e forse anche della birra. A meno che non ci troviamo di fronte alla consueta pietra di paragone dell’ignoranza in materia contraccettiva: la confusione con la pillola abortiva, quella RU-486 il cui effetto potrebbe essere fatto corrispondere, con un po’ di immaginazione, a quello denunciato dal Foglio. Pensavo che anche i sassi avessero ormai imparato la distinzione, ma si sa, la durezza di certe teste...
Ma che dire dei «pericoli per la salute che sarebbero inevitabili con la medicina fai da te»? La pillola del giorno dopo non “avvelenerà” una parte dell’organismo, questo no, ma in fondo è pur sempre un farmaco: non sarebbe meglio esigere sempre la ricetta? Anche la Tiliacos si unisce qui all’anonimo editorialista, e denuncia un uso «sempre più routinario» della contraccezione d’emergenza, «con immaginabili danni per la loro [delle giovani che l’assumono] salute».
Vediamo allora i rischi del levonorgestrel (ovviamente le indicazioni che seguono non possono sostituire il foglietto illustrativo: leggetelo con attenzione!). Rischio di indurre assuefazione: zero. Gli effetti collaterali più comuni sono leggeri: vanno dalla nausea alla cefalea, possono colpire fino al 25% delle pazienti e scompaiono entro 48 ore dall’assunzione (il sanguinamento uterino può durare fino alla mestruazione successiva); il vomito è riportato nell’1-8% dei casi. Sovradosaggio: non sono stati riportati effetti seri dopo ingestione di dosi elevate. Interazioni con altri farmaci: possono al più diminuire l’efficacia del levonorgestrel stesso. Rischio di teratogenicità per il feto (nel caso di fallimento del contraccettivo): zero. Rischio di diminuzione della futura fertilità: zero. Il levonorgestrel non aumenta il rischio di gravidanze extrauterine (anche se ovviamente occorre considerare la possibilità di questa evenienza se il contraccettivo fallisce). Controindicazioni: ipersensibilità al levonorgestrel o ad uno degli eccipienti (p.es. il lattosio) – ma non sono state finora descritte reazioni allergiche al levonorgestrel.
I rischi della contraccezione di emergenza non devono essere confusi con quelli – pur limitati – della contraccezione ormonale classica (la «pillola»): i problemi di coagulazione del sangue dipendono dagli estrogeni, che non sono contenuti nel Norlevo. Alcuni studi hanno mostrato che donne che non possono usare i contraccettivi a base di estrogeni (per diabete, alta pressione sanguigna, etc.) possono invece ricorrere tranquillamente al Norlevo (e ai contraccettivi a base unicamente di progestinici). Infine, gli effetti del levonorgestrel sono identici nelle donne adulte e nelle adolescenti.
Queste caratteristiche fanno del levonorgestrel non solo un farmaco da vendere senza ricetta, ma anche un farmaco da banco (non è chiaro come sarà considerato in Spagna; in paesi come l’Olanda è venduto anche al di fuori delle farmacie). Può darsi che il levonorgestrel sia «un po’ più potente dell’aspirina» – qualsiasi cosa significhi questa frase; ma certamente è più sicuro. Checché ne dica il Foglio.

(1 - continua)

lunedì 5 gennaio 2009

Liberi di andarsene

Come diceva Chiara Lalli nel post precedente, l’articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza apparso sulla Repubblica del 2 gennaio contiene cose discutibili e cose buone. Fra queste ultime metterei la frase seguente: «Nessuno ha chiesto la nostra opinione, prima di metterci al mondo: perché non dovremmo essere liberi di andarcene?». Si tratta di semplice buon senso, beninteso, nulla di straordinario; ma leggere queste parole dopo decine, centinaia di ripetizioni di quell’infimo sofisma che dice sostanzialmente che dato che non siamo noi a decidere di venire al mondo, non abbiamo neppure la libertà di morire – un non sequitur che dà i brividi – fa bene al cuore.

Per qualche ragione, la frase che ho riportato ha colpito integralisti e atei clericali, che si sono subito affannati a confutarla. Un editoriale anonimo del Foglio («Il referendum indisponibile», 4 gennaio 2008, p. 3) recita così:

Si tratta di un paralogismo piuttosto sottile, che però nega appunto quel che vorrebbe affermare, proprio perché fa riferimento all’origine non volontaria della vita, al suo “mistero”, che per i credenti risiede in una volontà superiore e imperscrutabile, per i non credenti in una segreta finalità che, per il suo carattere imprevedibile e incontrollabile, dovrebbe decretarne l’indisponibilità
Il lettore viene lasciato a chiedersi smarrito che razza di «non credenti» siano quelli che pensano che la vita abbia «una segreta finalità» dal «carattere imprevedibile e incontrollabile» – caratteristiche che suonano, temo, decisamente religiose – quando a un tratto ha un’illuminazione: si tratta di quei peculiari non credenti che sono gli stessi atei clericali! Il Foglio s’è annesso tutto l’ateismo contemporaneo; a quanto pare, quelli a cui gli accenni vaghi a un indeterminato «mistero» della vita provocano solo un attacco di orticaria sono caduti ormai al di fuori degli schemi concettuali foglianti – un avvenimento di cui non c’è che da rallegrarsi, direi.
Per concludere degnamente la sua confutazione (e per rimanere fedele all’immagine del fogliante-tipo, di reazionario non particolarmente portato per la logica), l’anonimo del Foglio ha aggiunto un bell’argumentum ex auctoritate:
È dal riconoscimento di quel mistero che nasce il carattere sacro della vita, accettato perfino da un pensatore lontanissimo da ogni metafisica come Herbert Marcuse
Ecco, se l’ha detto Herbert Marcuse, la cosa è risolta...

Se pensate che peggio di così non si possa fare, aspettate di leggere quello che i cugini integralisti del Foglio hanno pubblicato sull’argomento. L’incaricato è Pier Giorgio Liverani («I nuovi “diritti” costruiti sulla morte», Avvenire, 4 gennaio, p. 31):
«Nessuno – scrive però il duo – ha chiesto la nostra opinione prima di metterci al mondo, perché non dovremmo essere liberi di andarcene?» Proprio perché non siamo nati di nostra volontà, perché la vita non ce la siamo data noi.
Proprio così: Liverani si scrolla di dosso l’argomento dei Cavalli-Sforza come un cagnone che si scrolli via l’acqua che gli è piovuta addosso. Ci ripropone pari pari il vecchio sofisma, e chiude lì la questione (beh, per la verità aggiunge anche questo: «E che cos’è il suicidio, una vendetta per essere nati?», dimostrando di non avere neppure capito bene di cosa si stia parlando).
Non so veramente cosa ci vorrebbe per illuminarlo... Oh, va bene, ci provo:
Liverani: (si sveglia in una cella grande due metri per due, con un buco per terra per sapete-voi-cosa, un giaciglio di paglia, e basta.) Oh! Ma dove sono? Cosa mi è capitato? Cos’è questo posto? (Si alza da terra – e batte la testa contro il soffitto, alto un metro e sessanta. C’è una porta sprangata, con uno spioncino che permette di guardare fuori.) Ehi, lei! Si fermi un attimo! Che cosa succede?
Passante: dice a me?
L.: sì, sì, a lei. La prego, mi dica, cosa faccio qui? Chi mi ha chiuso qua dentro?
P.: è un mistero. Non è dato saperlo.
L.: oh. Davvero? Ma non si può aprire questa porta? Qui è stretto, c’è un tanfo terribile, e non mi sento tanto bene...
P.: (scandalizzato) aprire? No, no, non è possibile!
L.: non ci sono le chiavi?
P.: certo che ci sono! (Si sente un tintinnio, e dopo un attimo Liverani se le vede sventolare davanti allo spioncino.)
L.: ah, menomale! Su, per favore, mi apra, la prego!
P.: non è possibile, le ho detto!
L.: ma perché?
P.: è entrato di sua volontà là dentro?
L.: no, assolutamente. Mi ci sono risvegliato poco fa, e non ricordo nulla di quello che mi è successo prima. Forse sono stato drogato e...
P.: (interrompendolo) se non c’è entrato di sua volontà, allora nemmeno può uscirne, non le pare?
L.: eh? Come? No, forse ha capito male: ho detto che non ci sono entrato di mia volontà! Mi ci ha gettato qualcuno. Su, adesso, la prego...
P.: avevo capito benissimo. Ripeto: lei non c’è entrato di sua volontà, quindi non può certo uscirne di sua volontà. La saluto; buona permanenza. (Si allontana, accompagnato dalle urla e dalle implorazioni sempre più angosciate di Pier Giorgio Liverani.)

giovedì 20 novembre 2008

Tra «probabilmente» e «certamente»

Sul Foglio di ieri si leggeva questo editoriale («Eluana, probabilmente», 19 novembre 2008, p. 3):

Il professor Carlo Alberto Defanti è il neurologo che segue da anni Eluana Englaro e che chiede senza esitazioni di staccarle il sondino attraverso il quale la donna si nutre e si disseta. Eppure è proprio lui che rispondeva così a chi, due giorni fa, gli chiedeva se la condizione di Eluana è sicuramente irreversibile: “Se si vuole una risposta apodittica del tipo ‘non c’è alcuna possibilità in assoluto’, non posso darla. D’altronde in medicina sfido a trovare una singola affermazione che corrisponda a un criterio assoluto di questo tipo. Noi sappiamo in base a un’osservazione che ormai sta avvicinandosi ai diciassette anni, che su base probabilistica Eluana ha una possibilità di ripresa minima di coscienza che si avvicina a zero”. Se poi si chiede al professor Defanti se Eluana può provare sofferenza, è sempre lui a rispondere così: “Da un punto di vista teorico non è possibile dire se nonostante i danni devastanti al cervello possa avere qualche forma di sensazione, questo in linea assoluta non si può escluderlo”. Per questo, a Eluana saranno somministrati sedativi dopo il distacco del sondino. E comunque, aggiunge Defanti, nel caso della donna “probabilmente c’è una disconnessione fra la corteccia cerebrale e gli stimoli che arrivano dal mondo esterno e dal mondo interno”. Troppi “probabilmente” e nessun “certamente”, a premessa della morte di Eluana Englaro. Le parole non hanno davvero più senso, se non si riesce a misurare la distanza immensa tra “probabilmente” e “certamente”.
Che esista una distanza immensa tra «probabilmente» e «certamente» è qualcosa che fa piacere credere. Eliminare la possibilità stessa del rischio, per quanto remoto, elimina anche l’angoscia di chi si sente esposto all’aleatorietà. Ma è anche possibile? E soprattutto, quanto dev’essere bassa quella probabilità per meritare di essere eliminata? Che mondo sarebbe quello in cui nessun rischio fosse ammesso, in cui la distanza tra «probabilmente» e «certamente» fosse presa sul serio?
Rimaniamo nell’ambito della medicina, e consideriamo l’accanimento terapeutico. Non nell’accezione comune di «trattamenti medici insopportabili per il paziente», ma in quella arcigna e inflessibile del magistero ecclesiastico:
[È legittima] la rinuncia «all’accanimento terapeutico», cioè all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo.
«Ragionevole speranza» non è la stessa cosa di «assoluta certezza»; qui il professor Defanti ha ragione (e del resto Il Foglio su questo punto non lo contesta): in medicina non esiste un criterio assoluto di questo tipo. Vogliamo la certezza? Allora la Chiesa ha torto, e l’accanimento terapeutico non deve essere proibito ma imposto: nessun sondino dev’essere mai ritirato (neppure a un papa morente), nessuna chemioterapia sospesa. Si irraggi ogni tumore ad oltranza, col paziente morente legato al lettino, ogni rianimazione cardiaca si estenda fino a quando il corpo diventa freddo. Perché le probabilità che qualcosa accada all’ultimo secondo non sono nulle, e sono spesso maggiori della probabilità che dopo diciassette anni ci si svegli dallo stato vegetativo: nella letteratura medica non si trova un caso che sia uno di un paziente uscito da questa condizione dopo tre anni, ma di remissioni spontanee dal cancro quando tutto sembrava perduto una manciata di casi se ne trova. Presto, il sottosegretario Roccella convochi un apposito gruppo di lavoro, il Parlamento emani un’apposita legge!
E che dire della vita quotidiana? Le probabilità di rimanere colpiti da un cornicione sono infime, ma non nulle: anche qui la distanza è immensa tra «probabilmente» e «certamente»... Tutti con un’adeguata protezione quindi; Giuliano Ferrara organizzi una raccolta di caschi protettivi sul sagrato del Duomo. E le famigliole che partono per le vacanze in automobile? Le probabilità di un incidente sono di vari ordini di grandezza superiori al risveglio di Eluana, non importa quanto grande sia la perizia del babbo guidatore. Il genitore snaturato che mette in questo modo a repentaglio la vita dei propri figli è un omicida potenziale, sia pure colposo. Tutti a casa: passare la vita senza vacanze non è certo peggio che passare diciassette anni in un letto d’ospedale...

venerdì 19 settembre 2008

Palinodia al Foglio

Abbiamo visto qualche giorno fa come sia stata trattata dal Foglio la notizia della presunta presa di posizione della Royal Society a favore dell’insegnamento del creazionismo nelle scuole. Ieri il quotidiano di Giuliano Ferrara è tornato sull’argomento, ma per fare marcia indietro. Cosa del resto inevitabile, vista la fanfara con cui era stata proclamata la «svolta», e il nettissimo comunicato di smentita della Royal Society («Contrordine Royal Society, la porta si richiude in faccia al creazionismo», 18 settembre 2008, p. 2).
La marcia indietro, comunque, è radicale: «Svanisce sul nascere il presunto idillio»; «mentre girava voce che Reiss rappresentasse le idee del presidente della Royal Society» (corsivi miei). Considerando il tenore del primo articolo, questa è la cosa più vicina a una ritrattazione che io abbia mai visto fare al Foglio. Addirittura in un punto si dice «Facendo un rapido corto circuito tra le affermazioni di Reiss e la posizione della Royal Society i giornali si sono tuffati a pesce nel mare delle nozze tra scienza e fede»: un autoritratto, in pratica – se non fosse alla terza persona...
Notevole pure che venga adesso citata una dichiarazione di Michael Reiss omessa in precedenza, anche se si trovava nella fonte utilizzata per confezionare il primo articolo («Il fatto che il creazionismo non abbia una base scientifica non mi pare una ragione sufficiente per ometterlo dai corsi»); avevo segnalato questa ed altre curiose dimenticanze nel mio post, ma non mi illudo che al Foglio leggano Bioetica...
Naturalmente l’articolo non è firmato questa volta dal povero «gm», che salta un giro e cede il posto a Marina Valensise. Mica potevano chiedergli l’autocritica; e poi non si sa mai cosa poteva combinare, anche stavolta...

domenica 14 settembre 2008

La Royal Society e i creazionisti

Già il titolo ti procura un tuffo al cuore: «Scandalosa Royal Society, la casa di Darwin apre al creazionismo». Il testo dell’articolo, poi, ti lascia costernato:

La notizia è in grado di far crollare il falso clivage evoluzione/creazione. La Royal Society, il tempio della scienza fondato nel 1660, la crème de la crème della filosofia positivista anglosassone, apre al creazionismo e alla teoria del disegno intelligente e chiede d’inserire questa “visione del mondo” nei curricula scolastici inglesi, in quanto “legittimo punto di vista”. Michael Reiss, religioso e biologo all’Università di Londra nonché pezzo da novanta dell’istituzione in campo educativo, durante il festival della scienza a Liverpool ha esposto la nuova rivoluzionaria posizione ufficiale dell’istituzione. Immediate le reazioni di gran parte della comunità scientifica anglosassone. “Il creazionismo è basato sulla fede e non ha niente a che vedere con la scienza”, è il commento di Lewis Wolpert della College Medical School, mentre il biologo di fama John Fry afferma che “il creazionismo deve essere discusso come posizione alternativa sulle origini dell’uomo”.
[…] Ieri l’Accademia ha precisato che il pensiero di Reiss rappresenta quello del presidente, Lord Rees di Ludlow, e dei ventuno Nobel affiliati alla Royal Society.
A questo punto ti chiedi sgomento come una istituzione così venerabile possa cadere così in basso; e stai per passare a qualche amara considerazione sulla decadenza dei tempi, quando ti sovviene un dubbio. Su che giornale è apparsa la notizia? Sul Foglio (13 settembre, p. 2). E chi è l’autore del pezzo? La firma è «gm», che starà, quasi certamente, per Giulio Meotti. Ah, ti dici. Forse la Royal Society non è ancora perduta.

Cominciamo con l’identificare la fonte della notizia. Sono diversi i quotidiani britannici che l’hanno riportata, ma sembra che il Foglio si sia basato essenzialmente sul Times: il commento “il creazionismo deve essere discusso come posizione alternativa sulle origini dell’uomo” si ritrova in questa forma unicamente – secondo Google News – nell’articolo di Lewis Smith e Alexandra Frean, «Leading scientist urges teaching of creationism in schools», pubblicato il 12 settembre, un giorno prima di quello del Foglio. Ed è proprio con la frase citata che cominciano i guai: non tanto perché a pronunciarla non è stato John Fry ma John Bryant – questi sono errori che capitano – ma perché il nostro «gm» non l’ha riportata per intero. Subito dopo Bryant aggiunge infatti: «However, I think we should not present creationism as having the same status as evolution» («Tuttavia, penso che non dovremmo presentare il creazionismo come se avesse lo stesso status dell’evoluzione»).
L’omissione dà l’idea del metodo all’opera, ma non è, di per sé, gravissima; molto grave è invece una seconda omissione. Subito dopo aver riportato il sostegno della Royal Society a Reiss, che leggiamo anche nel Foglio, il Times prosegue infatti con le parole testuali del portavoce della Società:
«Teachers need to be in a position to be able to discuss science theories and explain why evolution is a sound scientific theory and why creationism isn’t».
(«Gli insegnanti devono trovarsi nella posizione di poter discutere teorie scientifiche e spiegare perché l’evoluzione è una teoria scientifica fondata mentre il creazionismo non lo è»; corsivi miei.)
Non stupisce di non trovare traccia di queste parole nell’articolo italiano, visto che ne minano alla base l’assunto: la Royal Society non sta in nessun modo avallando la credibilità scientifica del creazionismo.

Le colpe, bisogna ammetterlo, non sono tutte del disinvolto «gm». Anche il Times, a leggere bene, risulta alquanto contraddittorio: da un lato apre il pezzo scrivendo «Creationism should be taught in science classes as a legitimate point of view, according to the Royal Society» («Il creazionismo dovrebbe venire insegnato nelle ore di educazione scientifica come un legittimo punto di vista, secondo la Royal Society»), dall’altro riporta questa dichiarazione dello stesso Reiss: «Just because something lacks scientific support doesn’t seem to me a sufficient reason to omit it from a science lesson» («Solo perché qualcosa manca di prove scientifiche non mi sembra una buona ragione per ometterla da una lezione di scienze»; corsivi miei). Si noti però il contributo creativo di «gm» ad intorbidare le acque: «legittimo punto di vista» riceve nel suo articolo le virgolette, come se rappresentasse una citazione diretta della Royal Society, mentre in realtà è una frase solo del Times; dell’ultimo giudizio di Reiss non c’è ovviamente traccia, mentre più avanti nell’articolo sul Foglio, in una parte che non ho riportato, «gm» ne cita uno in cui lo studioso sembrerebbe dire l’opposto:
«Alcuni insegnanti di scienza pensano che il creazionismo e il disegno intelligente sono scientificamente invalidi e questo significa che chiunque li sostenga è un tantino stupido».
Qui la manipolazione raggiunge vette virtuosistiche. L’originale si trova sul Telegraph, sempre del 12 settembre (Aislinn Simpson e Richard Gray, «Creationism should be taught in science classes, says expert»):
«some science teachers think that because creationism and intelligent design are scientifically invalid, that means anybody holding them is being a bit stupid».
(«Alcuni insegnanti di scienze pensano che dato che il creazionismo e il disegno intelligente sono scientificamente invalidi, questo significa che chiunque li sostenga è un tantino stupido».)
Basta togliere un «dato che» e aggiungere un «e» per far dire a Michael Reiss una cosa un po’ diversa da quella che ha effettivamente detta...

Al di là delle falsificazioni con cui è stato presentato in quest’occasione, l’intervento di Reiss si prestava in effetti ad essere male interpretato, e infatti ha sollevato aspre polemiche anche in Gran Bretagna. Il 12 settembre – troppo tardi perché al Foglio ne prendessero contezza? – la Royal Society ha dunque emesso un comunicato stampa in cui fa giustizia delle interpretazioni errate e/o interessate delle sue posizioni:
The Royal Society is opposed to creationism being taught as science. Some media reports have misrepresented the views of Professor Michael Reiss, Director of Education at the Society expressed in a speech yesterday.
Professor Reiss has issued the following clarification. “Some of my comments about the teaching of creationism have been misinterpreted as suggesting that creationism should be taught in science classes. Creationism has no scientific basis. However, when young people ask questions about creationism in science classes, teachers need to be able to explain to them why evolution and the Big Bang are scientific theories but they should also take the time to explain how science works and why creationism has no scientific basis. I have referred to science teachers discussing creationism as a ‘worldview’; this is not the same as lending it any scientific credibility.”
The society remains committed to the teaching of evolution as the best explanation for the history of life on earth. This position was highlighted in the Interacademy Panel statement on the teaching of evolution issued in June 2006.
L’onore della Royal Society è salvo; quello di certi giornalisti italiani è affondato da tempo senza speranza.

Aggiornamento 16/9: Michael Reiss si è dimesso:
Some of Professor Michael Reiss’s recent comments, on the issue of creationism in schools, while speaking as the Royal Society’s Director of Education, were open to misinterpretation. While it was not his intention, this has led to damage to the Society’s reputation. As a result, Professor Reiss and the Royal Society have agreed that, in the best interests of the Society, he will step down immediately as Director of Education a part time post he held on secondment. He is to return, full time, to his position as Professor of Science Education at the Institute of Education.
The Royal Society’s position is that creationism has no scientific basis and should not be part of the science curriculum. However, if a young person raises creationism in a science class, teachers should be in a position to explain why evolution is a sound scientific theory and why creationism is not, in any way, scientific.
Mi chiedo se queste dimissioni siano una scelta saggia. L’intenzione di Reiss era chiara e nel complesso condivisibile – anche se se ne poteva discutere. Ora si corre il rischio che diventi un martire nel fervido immaginario creazionista...

Aggiornamento 19/9: Il Foglio fa marcia indietro...

mercoledì 10 settembre 2008

Olé!

Sul Foglio, commentando le notizie sull’iniziativa legislativa che dovrebbe portare all’introduzione in Spagna del suicidio assistito, un anonimo editorialista definisce quest’ultimo «la forma più chiara e brutale di eutanasia» («Faust a Madrid», 9 settembre 2008, p. 3).
Il suicidio assistito differisce dall’eutanasia attiva nel fatto che il farmaco letale non viene somministrato dal medico; questi si limita a procurarlo e ad assistere il paziente, che lo assumerà da sé. In che cosa questa sarebbe «la forma più chiara e brutale di eutanasia»? Uno si aspetterebbe magari da un critico «la forma più ipocrita»; di più chiaro e più brutale, rispetto all’eutanasia in senso proprio, non c’è nulla. Sembra proprio, quindi, che qualcuno abbia usato un paio di aggettivi a cavolo. Del resto, quando si tratta della Spagna degli ultimi anni, al Foglio reagiscono come il toro davanti al quale agitano il drappo rosso: non capiscono più niente, caricano a testa bassa, e si lasciano infilzare facilmente...

giovedì 13 marzo 2008

Uot du iu miin?

Diana Zuncheddu, fogliante (che ironia questi de Il Foglio eh? Colpisce poi che ultimamente tutti corrano a definirsi rivoluzionari o a stabilire un qualche contatto con la Rivoluzione. A meno che non si sentano, quelli de Il Foglio, più vicini all’ordine monastico), scrivendo di blog e campagna politica descrive Bioetica come un

sito che intende occuparsi di bioetica [il corsivo è mio].
Che vorrà dire? Una specie di perifrastica attiva o un forbito modo per darci del “vorrei ma non posso”? O ancora che la vera bioetica non è certo quella di cui qui si scrive (diciamoci la verità: qui siamo troppo libertari e eugenetici e inorridiamo se si chiama un embrione bambino).
Questo atroce dubbio renderà più tetri i nostri futuri post.

ps
I profili dei foglianti sono spassosi assai.

giovedì 24 gennaio 2008

Il Foglio colto sul fatto

Cosa aspettarsi quando un giornale clericale dedica un articolo alla pillola abortiva? Ieri Nicoletta Tiliacos del Foglio ha preso la penna per commentare un pezzo apparso il giorno prima sul Washington Post («Stregati dalla pillola abortiva», 23 gennaio 2008, p. II; l’articolo commentato è di Rob Stein, «As Abortion Rate Drops, Use of RU-486 Is on Rise», 22 gennaio, p. A01), e il risultato è tipico del genere. Innanzi tutto la conta all’ingrosso delle morti, eseguita senza distinguere fra situazioni diverse: si tace, per esempio, che dei casi di morte per shock settico da infezione di batteri del genere Clostridium, associati all’uso della Ru-486, sei si sono verificati negli Stati Uniti, su un totale di 840.000 aborti eseguiti con questo farmaco; nessuno in Europa, su circa il doppio di interventi (l’unico altro caso noto si è avuto di nuovo in Nordamerica, in Canada).
Segue poi la rituale considerazione scandalizzata per il cinismo dei medici, che sempre più numerosi praticano l’aborto farmacologico: «Il medico non si sporca le mani e i 400-500 dollari si incassano lo stesso». Ma se ci si prende la briga di leggersi l’articolo del Post si scopre che il motivo del successo crescente della pillola abortiva è tutt’altro: una clinica dove si pratica l’aborto chirurgico è un bersaglio facile per la violenza dei fanatici anti-abortisti. L’aborto con la Ru-486 è invece un evento che è facile nascondere ad occhi malevoli, e che non mette quindi a repentaglio l’incolumità del medico che lo pratica. Nessuna parola di questo, naturalmente, sul Foglio.
Infine non può mancare la descrizione grandguignolesca dello svolgimento dell’aborto, in solitudine, tra spasmi atroci ed emorragie violente. Ma qui la Tiliacos inciampa malamente. Dopo aver scelto il caso peggiore tra quelli presentati nel Post, e ignorando gli altri, ecco infatti cosa scrive:

Alla fine anche l’elogio della Ru486 confezionato dal Washington Post mostra qualche crepa. “È stata una delle esperienze più dolorose che mi sia mai capitata”, dice Victoria Reyes, che ha dovuto completare l’aborto in modo chirurgico, perché la Ru486 (succede frequentemente) non era stata sufficiente.
Andiamo a vedere l’originale:
“È stata una delle esperienze più dolorose che mi sia mai capitata”, afferma. “Non solo i crampi erando davvero brutti, stavo anche sudando e avevo un’emicrania. A un certo punto ho vomitato. È stato molto brutto”.
La Reyes fu costretta inoltre ad assumere una seconda dose quando l’ecografia mostrò che non aveva completato l’aborto, costringendola a tornare in clinica una seconda volta per confermare che il processo fosse completo [corsivo mio].
Dov’è l’intervento chirurgico di cui parla la Tiliacos? Nel testo originale non ve n’è traccia. Questo potrebbe essere dovuto a una distrazione – qui a Bioetica siamo comprensivi; un po’ più difficile, invece, che la Tiliacos abbia omesso per sbaglio il paragrafo immediatamente successivo dell’articolo del Post:
“Penso di essere ancora contenta di averlo scelto”, dice la Reyes. “Volevo proprio starmene a casa e tenerlo privato”.
Qui di seguito l’originale inglese:
“It was one of the most painful experiences I’ve ever had,” she said. “Not only were the cramps really bad, I was sweating and had a headache. I threw up at one point. It was pretty bad.”
Reyes also had to take a second dose when an ultrasound showed she had not completed the abortion, requiring her to return to the clinic for a second time to confirm that the process was complete.
“I think I’m still glad I picked it,” Reyes said. “I just wanted to be home and keep it private.”
Ah, dimenticavo: la Tiliacos non manca di criticare il carente «rigore giornalistico» del Post...

venerdì 28 dicembre 2007

Un argomento del Foglio

Il Foglio ritorna ieri con un editoriale non firmato sulle contraddizioni fra la legge 194 sull’aborto e la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita («Uno spettro s’aggira per il ministero della Turco, l’eugenetica», 27 dicembre 2007, p. 1):

Si può abortire, dicono gli eugenisti democratici, e allora perché non scartare preventivamente gli embrioni “difettosi”? Dimenticano, per l’ennesima volta, che la legge non permette l’aborto eugenetico, perché il nascituro è malato, ma solo per un provato e “serio pericolo”, già in atto, per la salute fisica o psichica della gestante. Nel caso della diagnosi preimpianto la gestante non c’è. C’è una coppia che vuole scegliere, assistita dalla tecnoscienza, chi tra i suoi figli allo stato embrionale ha diritto di vivere e chi no.
È molto difficile capire cosa intenda l’autore con «provato e “serio pericolo”, già in atto». Un pericolo può essere modesto, serio, gravissimo, etc., a seconda delle probabilità che ne derivi un danno effettivo; ma rimane per definizione sempre potenziale. Cosa è mai allora un «pericolo già in atto», o peggio ancora un «serio pericolo già in atto»?
La legge 194, in realtà, parla all’art. 6 solo di «grave pericolo»; «già in atto» è un’aggiunta determinata dalla creatività dell’editorialista del Foglio:
L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Se si accetta che un processo patologico del feto o dell’embrione possa determinare un grave pericolo per la salute psichica della donna – e il Foglio, sebbene forse solo per amore di discussione, lo ammette qui chiaramente – che differenza fa se la patologia è scoperta per mezzo di un’indagine prenatale (come l’amniocentesi) oppure tramite una diagnosi genetica di preimpianto?

Un’ipotesi è che l’editorialista ritenga per qualche motivo più serio il pericolo se la patologia viene scoperta durante la gravidanza; questo spiegherebbe in qualche modo l’aggiunta della misteriosa clausola «già in atto», ed è confermato dal curioso argomento che la legge 194 si riferisce alle sole gestanti (cosa poco sorprendente, per una legge sull’aborto). Ma il pericolo non diventa maggiore se diagnosticato solo a gravidanza iniziata: diventa solo più impellente, e più costoso per la donna risolverlo.

Il giornale di Giuliano Ferrara ci ha del resto abituati a questo genere di ragionamenti, e non ci stupiamo più di leggerli sulle sue colonne: è – come tutti possono riconoscere facilmente – il classico argomento del Foglio.

venerdì 5 ottobre 2007

Foglio sporco

Uno splendido post di Malvino ci esime, per fortuna, dal tuffare le mani nell’editoriale che Il Foglio dedica oggi alla vicenda di Eluana Englaro («Il diritto di mangiare e bere», 5 ottobre 2007, p. 3). Mi limito soltanto a segnalare l’orrenda insinuazione dell’anonimo editorialista su un inesistente dissenso della madre di Eluana dalla lotta di Beppino Englaro, che si batte perché sia rispettata la volontà della ragazza:

Possiamo provare comprensione per il padre di Eluana, per la fatica della sua situazione (è sempre lui, peraltro, mai la madre a reclamare pubblicamente la morte per la figlia).
Saturna Minuti è gravemente malata, ed è per questo che la sua voce si sente solo di rado.

A tanta bassezza Il Foglio non era forse ancora mai giunto.

venerdì 8 dicembre 2006

Diritto di vita e di morte

A distanza di due giorni, per due volte, sul Foglio è stata usata l’espressione «diritto/potere di vita e di morte» in articoli che parlavano di eutanasia. Ha iniziato il 6 dicembre Nicoletta Tiliacos, che aggiungendo il proprio commento sul caso Welby ai molti altri presenti in quel numero del giornale (l’editoriale del Pezzo Grosso, in prima pagina, l’ha già regolato a dovere Malvino, e non ne parlerò), sostiene (a p. II dell’inserto):

Come non capire che, alla fine di tutto, a decidere se dar seguito o no alla richiesta di morire avanzata dal paziente sarà il medico, e solo lui? Là dove l’eutanasia è già consentita (in Belgio, per esempio, dove il suicidio assistito è ammesso anche per sofferenze psichiche giudicate “intollerabili”) è chiaro come non è mai sufficiente la semplice volontà del malato a garantirgli la “dolce morte”. È invece al medico che spetta (non potrebbe essere altrimenti) la valutazione della qualità e della famosa “dignità” della vita che si chiede di interrompere. Una volta superato il divieto, una volta riconosciuto “per legge” al medico il potere di vita e di morte, una volta eliminato il senso della trasgressione e della proibizione, il pendio scivoloso porterà alla più tetra e oscena banalizzazione.
Difficile trovare argomenti meno validi di questi: il vetusto pregiudizio romantico per cui senza «trasgressione» e «proibizione» tutto si fa «tetro», «osceno» e «banale», e una morte da cani fra le sofferenze, o la galera per chi te le ha evitate, costituiscano chissà quale artistico exploit; la falsa sicumera (che l’autorassicurante «non potrebbe essere altrimenti» in inciso rivela per quel che è) con cui si proclama che al medico spetta «la valutazione della qualità e della famosa “dignità” della vita che si chiede di interrompere». Nella richiesta di sospensione dei trattamenti (la cosiddetta eutanasia passiva) al medico spetta soltanto il giudizio della capacità di intendere o di volere del paziente: come si trova scritto inequivocabilmente anche nella Costituzione della Repubblica, «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario», senza ulteriori qualificazioni. Diverso sarebbe il caso dell’eutanasia attiva o del suicidio assistito (in cui si somministra un farmaco capace di indurre la morte), in cui per ragioni culturali – e anche, mi pare, perché non sarebbe facilissimo giustificare il diritto positivo a ricevere in ogni caso quel trattamento – al medico spetta una funzione di filtro; ma possiamo chiamare questo un «potere di vita e di morte»? Formalmente sì – il medico potrà dire «a te è concesso morire, tu invece devi continuare a vivere» – ma non è questo che si intende comunemente con «potere di vita e di morte», che designa piuttosto l’attribuzione di chi ha il potere di mettermi a morte contro la mia volontà. Qui qualcuno ha invece solo il potere (che peraltro potrò aggirare facilmente: la via è sempre aperta...) di impedirmi di morire secondo la mia volontà; ma senza eutanasia, avrei concesso questo potere all’intera società, rendendolo inappellabile e assoluto. L’arte dello slittamento semantico, signora Tiliacos, abbisogna di interpreti più discreti...

Sul Foglio di oggi ricorre invece all’espressione «diritto di vita e di morte» – anzi, più elegantemente, di jus necis et vitae – Sua Eminenza il cardinale Carlo Caffarra («Eutanasia sui neonati e tirannia dell’utilitarismo», 8 dicembre, p. III), il quale – in un discorso pronunciato il giorno prima, che il giornale riporta – afferma tra l’altro:
La giustificazione dell’eutanasia neonatale … è la previsione di una vita umana biologicamente handicappata gravemente e quindi di grave sofferenza. Poiché ovviamente trattasi di persone umane assolutamente incapaci di elaborare una qualsiasi concezione di vita buona, sulla base della quale dedurre un giudizio di sensatezza/insensatezza della propria vita, un altro elabora questo giudizio sulla base dell’ipotesi che il neonato – se fosse in grado di pensare – consentirebbe. Si decide di interrompere la vita di un altro presumendo che esso in futuro condividerebbe la concezione di vita buona propria di chi pone fine alla vita dell’altro.
Ciò che sostengo è la seguente tesi: legittimare questa giustificazione … significa obiettivamente inferire un vulnus grave ai due pilastri fondamentali del profilo democratico che abbiamo voluto dare alla nostra convivenza civile: l’autonomia e l’uguaglianza. …
Autonomia significa che ciascuno ha diritto di vivere secondo la propria concezione di vita buona. La sensatezza/insensatezza della vita di ciascuno non può essere decisa da un estraneo secondo parametri o standard propri di felicità/infelicità. Autonomia significa in primo luogo indisponibilità [della vita] di ciascuno nei confronti di ciascuno, e quindi impossibilità di imporre un giudizio proprio – secondo criteri di senso/non senso – a un altro in ordine al suo vivere. …
La legittimazione dell’eutanasia neonatale ha il significato obiettivo di conferire ad alcuni un “jus necis et vitae” su altri in base a un loro giudizio morale sul destino naturale di una nascita.
Che la ferita inferta all’autonomia implichi una ferita inferta all’uguaglianza fra le persone umane, non ha bisogno di dimostrazione. Alcune persone hanno il diritto di pronunciare una sentenza di morte in base alla propria concezione di vita sensata o non sensata. Una persona è giudicata meritevole o non di essere conservata in vita in base a criteri stabiliti da altri, sui quali essa non può pronunciarsi.
L’argomento ha un suo fascino (non per nulla ritorna spesso nelle discussioni sull’eutanasia neonatale); ma è un fascino specioso. I tutori legali di un minore non solo possono, ma debbono prendere decisioni nel suo interesse: per esempio, ne amministrano le proprietà o ne decidono le cure mediche; non possono astenersene in omaggio a un’autonomia che il minore non possiede. Allo stesso modo dovrebbero prendere una decisione quando il bambino soffre senza speranze: anche non decidere, infatti, costituisce una decisione, che condanna il bambino a un destino terribile che rifiuterebbero per sé stessi. È vero che si potrebbe sostenere che la decisione spetti comunque al bambino, quando sarà in grado di prenderla (a meno che non si abbia la certezza morale – molto difficile da raggiungere – che opterebbe per l’eutanasia): una posizione forse crudele, ma del tutto legittima. Solo che in molti casi il bambino non sarebbe mai in grado di raggiungere l’autonomia morale: in aggiunta (sottolineo: in aggiunta) alle sofferenze fisiche, la malattia potrebbe essere tale da condurlo a morte prima di quel termine, oppure da incapacitarlo mentalmente per sempre. La stessa risposta vale in sostanza per l’argomento dell’uguaglianza. Lo stesso cardinale, del resto, afferma verso la fine che
Ciò che mi ha teoreticamente colpito in tutta questa vicenda è … che … i “dogmi fondamentali” della modernità – autonomia ed uguaglianza – non sono in grado, non hanno la forza teoretica e persuasiva di rifiutare ciò che ormai, senza più nessun pudore linguistico, viene chiamato neonaticidio.
L’affermazione è un po’ misteriosamente in contraddizione con il resto del discorso, cosa che non mancherà, penso, di «colpire teoreticamente» i lettori...
Ma c’è anche qualcos’altro che colpisce. Come abbiamo visto, il cardinale afferma: «La sensatezza/insensatezza della vita di ciascuno non può essere decisa da un estraneo secondo parametri o standard propri di felicità/infelicità», «Autonomia significa … impossibilità di imporre un giudizio proprio – secondo criteri di senso/non senso – a un altro in ordine al suo vivere», e più avanti ripete: «nessuna ha il diritto di decidere se un altro deve/non deve vivere». Vi suonano familiari queste frasi? Sono, più o meno, quelle che da mesi vengono ripetute costantemente da chi sostiene il diritto di Piero Welby e degli altri nella sua condizione a decidere da sé del proprio destino, a non farsi imporre da estranei un giudizio di sensatezza in ordine al proprio vivere. Non ho dubbi che il cardinal Caffarra saprebbe spiegare in tutt’altro modo queste sue frasi; ma non posso neppure fare a meno di pensare che certe verità le gridano anche, nolenti, le pietre.