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mercoledì 21 maggio 2008

Dignità o libertà?

Massimo Adinolfi interviene dalle colonne di Left Wing («Pinker, Ratzinger e la dignità del relativo», 19 maggio 2008) sull’articolo di Steven Pinker, «The Stupidity of Dignity», di cui anch’io mi ero occupato qualche giorno fa. Adinolfi concorda con Pinker nel respingere le pretese – del resto indifendibili – che Leon Kass e gli altri membri del President’s Council on Bioethics avanzano in nome della difesa della dignità umana, ma dedica poi il suo articolo a criticare uno dei punti fondamentali del discorso di Pinker: che anche i casi in cui il concetto di «dignità» appare giocare un ruolo positivo nella difesa di valori che percepiamo come irrinunciabili, sono assai meglio giustificabili nei termini liberali classici del rispetto dell’autonomia personale. Nota a questo proposito Adinolfi:

Proprio per questo, però, qualche dubbio rimane. Anzitutto nel modo in cui vanno trattate le persone che si ritiene non siano in condizione di esercitare in autonomia le scelte circa il trattamento da riservare loro. Per esempio i bambini o certi tipi di malati. È difficile, affidandosi al solo principio di autonomia, rispettare sempre, in costoro, la loro dignità.
Qui, naturalmente, Adinolfi ha ragione: il principio di autonomia è malamente applicabile a minori e ad altre persone incapaci. Ma dobbiamo per questo sostituirlo con la considerazione della «dignità umana»? In realtà, tertium datur: il principio giuridico che sembra prevalere nel trattamento degli incapaci è quello del rispetto del loro interesse; e questo principio, oltretutto, parla ancora il linguaggio delle preferenze individuali, che non è molto distante da quello dell’autonomia. Così, il buon genitore elimina ogni causa di fastidio per il neonato, perché questi – anche se non è in grado di comunicarlo né di fare alcunché a riguardo – preferisce l’assenza di dolore al dolore; e non impone al figlio un nome ridicolo, perché sa che una volta divenuto adulto il ragazzo quasi certamente preferirà averne ricevuto uno normale. Ci sono, è vero, i casi in cui di preferenze non si può parlare, e in cui solo la dignità sembra rimanere in gioco; ma mi pare che qui la violazione della dignità valga sempre e solo in quanto segno di qualcos’altro. Quando sorprendiamo l’infermiere della casa di cura a insultare il disabile, che pure non lo può capire e non soffre per quello che sente, e anzi neppure può formarsi il concetto di ciò che è un insulto, sappiamo con virtuale certezza che l’incuria e maltrattamenti assai più concreti, o persino omicidi, stanno per verificarsi; e per questo – giustamente – lo cacciamo, non per l’offesa a un principio astratto e maldefinito.
Mi pare quindi che possiamo anche qui evitare di affidarci totalmente al concetto di dignità, con tutte le sue incongruenze e i suoi pericoli. È interessante che anche dal fronte opposto (quello degli estimatori di Kass, per intenderci) si accendano talvolta polemiche contro l’uso del concetto, come nella denuncia tante volte ripetuta di chi reputa le vite di persone affette da patologie gravissime «indegne di essere vissute». Denuncia che certo travisa malignamente le intenzioni (indegne per chi?) e rimane diabolicamente indifferente alle torture di quei malati; ma che segna forse un punto nel cogliere un uso linguistico non del tutto coerente con la difesa pura e semplice dell’interesse del malato.
Quando poi l’incapacità della persona è acquisita (per esempio negli anziani e nei moribondi), ecco che il principio di autonomia si applica di nuovo in pieno: le mie preferenze, la mia volontà si estendono a chiedere rispetto al di là del campo della mia coscienza e della mia stessa vita. Posso imporre così che la mia dignità sia rispettata rifiutando cure invasive che violano la mia integrità corporea, ma posso anche acconsentire, per esempio, a che il mio corpo finisca in un teatro anatomico, esposto per una mattinata alla curiosità, all’indifferenza o alla nausea delle matricole.
Prosegue Adinolfi:
C’è poi almeno un altro caso difficile, quello delle persone la cui autonomia è stata ridotta in forza della legge: un carcerato ha certo diritto a un trattamento umano, rispettoso della sua dignità, ma non può esercitare autonomamente la scelta del trattamento: non, almeno, alla pari di un uomo libero. E ad esempio la tortura non sembra ledere l’autonomia dell’ergastolano tanto quanto lede la sua dignità.
Qui, se comprendo bene, l’argomento di Adinolfi è il seguente: siccome l’autonomia di un carcerato è già dimidiata, il rispetto dei suoi diritti può fondarsi allora soltanto su una capacità che nessuno può assottigliare: la sua dignità, appunto. A questo si può rispondere, però, che la considerazione per l’autonomia altrui non è mai questione di «tutto o niente»: un sistema penale coerente può essere costruito attorno all’idea che la diminuzione della libertà del reo dev’essere la minima possibile, compatibilmente col rispetto dei diritti degli altri individui; e la tortura è inutile a promuovere la difesa della libertà altrui – anzi decisamente controproducente – o se si preferisce, viene a infrangere un dominio di autonomia talmente intimo da risultare in ogni circostanza irrinunciabile. Viceversa, esistono sicuramente alcune concezioni della dignità umana che rimarrebbero offese proprio dalla visione di un essere umano in gabbia; addirittura, per la nostra cultura può forse risultare più dignitosa una punizione corporale o comunque dolorosa – l’espiazione attraverso la sofferenza è un tema ancor oggi potente, anche se messo in sordina dal perdonismo tipico di una società per varie ragioni avversa alla responsabilità personale – di una lunga, noiosa detenzione in un carcere modello.
Forse non c’è bisogno neppure di pensare a casi così estremi. Nel nostro attuale ordinamento giuridico, la legge può dichiarare nulli ab initio contratti privati che siano lesivi dei diritti fondamentali dei contraenti, anche qualora siano stati stipulati in piena autonomia […] chi ad esempio anteponesse l’autonomia individuale a ogni altro valore, troverebbe ingiustificata la limitazione del diritto soggettivo di ciascuno di darsi in schiavitù.
Ma dandosi in schiavitù l’individuo negherebbe paradossalmente la propria autonomia: da quel contratto non potrebbe mai recedere, neanche cambiando idea. Il valore in gioco è di nuovo esattamente la libertà, non una dignità in nome della quale fin troppi vorrebbero negare il diritto di stipulare contratti fra adulti consenzienti.
Di nuovo Adinolfi:
Pinker in realtà prevede il caso della volontaria rinuncia alla propria dignità, ma si preoccupa solamente delle “esternalità negative” di simili comportamenti: fare violenza al proprio corpo potrebbe per esempio indurre per imitazione comportamenti analoghi. Ora, posto pure che ci si debba preoccupare soltanto delle conseguenze, Pinker si limita a concedere leggi restrittive solo se fossero empiricamente dimostrati effetti nocivi, ma è chiaro che il suo punto di vista non giustifica una simile concessione. Cosa infatti c’è di male se altri, a causa del cattivo esempio, tengono comportamenti autolesionisti, dal momento che a loro volta agiscono in piena autonomia?
Qui Adinolfi ha male interpretato Pinker: le esternalità negative di cui parla lo studioso americano sono quelle a danno di terzi. Non si tratta di qualcuno che imita un comportamento autolesionista, ma di chi da un comportamento autolesionista trae ispirazione e incitamento a ledere:
Could there be cases in which a voluntary relinquishing of dignity leads to callousness in onlookers and harm to third parties – what economists call negative externalities? In theory, yes. Perhaps if people allowed their corpses to be publicly desecrated, it would encourage violence against the bodies of the living. Perhaps the sport of dwarf-tossing encourages people to mistreat all dwarves. Perhaps violent pornography encourages violence against women.
In conclusione, spero di non aver dato l’impressione di essere dominato da un divorante esprit de système. Qui non è questione di coerenza teoretica, di «idee platoniche che si compiacciono di mostrarsi incompatibili»: accolgo volentieri l’ammonimento implicito contenuto alla fine di un post che Malvino ha dedicato alla questione. E sono in fondo d’accordo con quanto dice lo stesso Adinolfi, alla fine del suo articolo: «è stupido credere che dimostrare la relatività di un concetto o di un principio equivalga a dimostrare la sua arbitrarietà». La dignità «è moralmente significativa» (e stavolta le parole sono di Pinker!): non è arbitraria, ha radici profonde nel modo in cui percepiamo il mondo, i nostri simili, noi stessi. L’appello al rispetto della dignità può, per questo, avere un ruolo prezioso nel discorso persuasivo, che spesso ha successo là dove il freddo appello ai diritti astratti non riesce a motivarci. E può senz’altro permanere nei margini dei nostri sistemi giuridici, là dove mancano richieste di nuove libertà, e dove imporre una completa coerenza risulterebbe quindi per il momento troppo costoso, rischiando di alienare le simpatie per gli stessi principi a cui teniamo. Ma nelle questioni fondamentali no: proprio perché relativo, il senso della dignità si trasforma inevitabilmente in prevaricazione, nell’imposizione violenta di una visione personale del mondo – dal divieto di mangiarsi un cono gelato in santa pace, su su fino alla negazione di ogni speranza di cura a malati gravissimi. Sono certo che Massimo Adinolfi è sensibile quanto me a questa minaccia.

sabato 10 maggio 2008

La stupidità della dignità

Per chi pensa che la tradizione reazionaria di matrice religiosa sia monopolizzata negli Stati Uniti dal fondamentalismo protestante della Bible Belt, giungerà inevitabilmente come una sorpresa la notizia della progressiva diffusione dell’integralismo cattolico, specialmente nelle fucine ideologiche della destra conservatrice. Gli stessi intellettuali teocon (ben distinti dai neocon – nonostante la confusione che in Italia spesso si fa fra le due cose – come già notava a suo tempo il creatore del primo termine, Jacob Heilbrunn, nel suo classico «Neocon v. Theocon», The New Republic, 30 dicembre 1996) costituiscono in buona sostanza un movimento cattolico, che ha nella rivista First Things, diretta da padre Richard John Neuhaus, il suo focolaio principale di diffusione.
Naturalmente le questioni bioetiche sono state da sempre al centro dell’attenzione teocon; grazie all’aiuto di Leon Kass (che cattolico non è), gli integralisti cattolici hanno assunto il controllo del President’s Council on Bioethics (l’equivalente del nostro Comitato Nazionale per la Bioetica), da cui hanno imposto la loro agenda oscurantista durante la presidenza Bush.
Uno dei concetti fondamentali della riflessione integralista in materia di bioetica è quello di «dignità». In uno straordinario saggio per il prossimo numero di New Republic, «The Stupidity of Dignity» (28 maggio 2008), Steven Pinker ci spiega i motivi di questa scelta:

Il concetto di dignità è il terreno naturale su cui costruire una bioetica proibizionista. Ogni pretesa infrazione della dignità fornisce ad estranei il pretesto per condannare azioni scelte volontariamente e coscientemente dalle persone coinvolte. Esso offre una giustificazione moralistica per espandere il controllo del governo sulla scienza, la medicina e la vita privata. L’esclusiva della Chiesa sugli eventi più significativi della nostra vita – la nascita, la morte, la riproduzione – rischia di essere minata, dopo che la biomedicina ne ha ridefinito le regole. Non desta sorpresa, allora, che la «dignità» sia un tema ricorrente nella dottrina cattolica: la parola appare più di 100 volte nel Catechismo del 1997, ed è un leimotif dei pronunciamenti più recenti del Vaticano sulle scienze biomediche.
Pinker mostra persuasivamente come i casi in cui la «dignità» sembra giocare un ruolo positivo siano sempre reinterpretabili in termini di difesa dell’autonomia personale – il vero principio alla base dello Stato liberale. Per il resto ci consegna questa notevole riflessione (che non ho purtroppo il tempo adesso di tradurre):
Could there be cases in which a voluntary relinquishing of dignity leads to callousness in onlookers and harm to third parties – what economists call negative externalities? In theory, yes. Perhaps if people allowed their corpses to be publicly desecrated, it would encourage violence against the bodies of the living. Perhaps the sport of dwarf-tossing encourages people to mistreat all dwarves. Perhaps violent pornography encourages violence against women. But, for such hypotheses to justify restrictive laws, they need empirical support. In one’s imagination, anything can lead to anything else: Allowing people to skip church can lead to indolence; letting women drive can lead to sexual licentiousness. In a free society, one cannot empower the government to outlaw any behavior that offends someone just because the offendee can pull a hypothetical future injury out of the air. No doubt Mao, Savonarola, and Cotton Mather could provide plenty of reasons why letting people do what they wanted would lead to the breakdown of society.

sabato 12 gennaio 2008

Istinto morale

Un bell’articolo di Steven Pinker, che apparirà sull’edizione a stampa del New York Times Magazine di domani («The Moral Instinct», 13 gennaio 2008), fa una rassegna delle ricerche recenti sugli istinti morali, sul ruolo che l’evoluzione ha avuto nel forgiarli, e sull’irrazionalità di molti dei giudizi basati su di essi:

Which of the following people would you say is the most admirable: Mother Teresa, Bill Gates or Norman Borlaug? And which do you think is the least admirable? For most people, it’s an easy question. Mother Teresa, famous for ministering to the poor in Calcutta, has been beatified by the Vatican, awarded the Nobel Peace Prize and ranked in an American poll as the most admired person of the 20th century. Bill Gates, infamous for giving us the Microsoft dancing paper clip and the blue screen of death, has been decapitated in effigy in “I Hate Gates” Web sites and hit with a pie in the face. As for Norman Borlaug... who the heck is Norman Borlaug?
(Per Pinker, Norman Borlaug è oggettivamente di gran lunga il più ammirabile dei tre, seguito abbastanza da vicino da Bill Gates, mentre Madre Teresa non si qualifica neppure per la gara.)
L’articolo non contiene grandi novità – per esempio, quasi tutti abbiamo già letto delle situazioni immaginarie proposte dallo psicologo Jonathan Haidt:
Julie is traveling in France on summer vacation from college with her brother Mark. One night they decide that it would be interesting and fun if they tried making love. Julie was already taking birth-control pills, but Mark uses a condom, too, just to be safe. They both enjoy the sex but decide not to do it again. They keep the night as a special secret, which makes them feel closer to each other. What do you think about that – was it O.K. for them to make love?
A woman is cleaning out her closet and she finds her old American flag. She doesn’t want the flag anymore, so she cuts it up into pieces and uses the rags to clean her bathroom.
A family’s dog is killed by a car in front of their house. They heard that dog meat was delicious, so they cut up the dog’s body and cook it and eat it for dinner.
Ma vale comunque una lettura; e la conclusione di Pinker cancella ogni sospetto di relativismo, che aleggia sempre su questo genere di studi:
Now, if the distinction between right and wrong is also a product of brain wiring, why should we believe it is any more real than the distinction between red and green? And if it is just a collective hallucination, how could we argue that evils like genocide and slavery are wrong for everyone, rather than just distasteful to us?
Putting God in charge of morality is one way to solve the problem, of course, but Plato made short work of it 2,400 years ago. Does God have a good reason for designating certain acts as moral and others as immoral? If not – if his dictates are divine whims – why should we take them seriously? Suppose that God commanded us to torture a child. Would that make it all right, or would some other standard give us reasons to resist? And if, on the other hand, God was forced by moral reasons to issue some dictates and not others – if a command to torture a child was never an option – then why not appeal to those reasons directly? […]
Two features of reality point any rational, self-preserving social agent in a moral direction. And they could provide a benchmark for determining when the judgments of our moral sense are aligned with morality itself.
One is the prevalence of nonzero-sum games. In many arenas of life, two parties are objectively better off if they both act in a nonselfish way than if each of them acts selfishly. You and I are both better off if we share our surpluses, rescue each other’s children in danger and refrain from shooting at each other, compared with hoarding our surpluses while they rot, letting the other’s child drown while we file our nails or feuding like the Hatfields and McCoys. Granted, I might be a bit better off if I acted selfishly at your expense and you played the sucker, but the same is true for you with me, so if each of us tried for these advantages, we’d both end up worse off. Any neutral observer, and you and I if we could talk it over rationally, would have to conclude that the state we should aim for is the one in which we both are unselfish. These spreadsheet projections are not quirks of brain wiring, nor are they dictated by a supernatural power; they are in the nature of things.
The other external support for morality is a feature of rationality itself: that it cannot depend on the egocentric vantage point of the reasoner. If I appeal to you to do anything that affects me – to get off my foot, or tell me the time or not run me over with your car – then I can’t do it in a way that privileges my interests over yours (say, retaining my right to run you over with my car) if I want you to take me seriously. Unless I am Galactic Overlord, I have to state my case in a way that would force me to treat you in kind. I can’t act as if my interests are special just because I’m me and you’re not, any more than I can persuade you that the spot I am standing on is a special place in the universe just because I happen to be standing on it.
Peccato che quelli che beneficerebbero di più da articoli come questo siano troppo occupati a leggere e rileggere l’ultima enciclica papale...

Aggiornamento: Maurizio Colucci ha meritoriamente cominciato a tradurre l’articolo di Pinker qui.