sabato 10 maggio 2008

La stupidità della dignità

Per chi pensa che la tradizione reazionaria di matrice religiosa sia monopolizzata negli Stati Uniti dal fondamentalismo protestante della Bible Belt, giungerà inevitabilmente come una sorpresa la notizia della progressiva diffusione dell’integralismo cattolico, specialmente nelle fucine ideologiche della destra conservatrice. Gli stessi intellettuali teocon (ben distinti dai neocon – nonostante la confusione che in Italia spesso si fa fra le due cose – come già notava a suo tempo il creatore del primo termine, Jacob Heilbrunn, nel suo classico «Neocon v. Theocon», The New Republic, 30 dicembre 1996) costituiscono in buona sostanza un movimento cattolico, che ha nella rivista First Things, diretta da padre Richard John Neuhaus, il suo focolaio principale di diffusione.
Naturalmente le questioni bioetiche sono state da sempre al centro dell’attenzione teocon; grazie all’aiuto di Leon Kass (che cattolico non è), gli integralisti cattolici hanno assunto il controllo del President’s Council on Bioethics (l’equivalente del nostro Comitato Nazionale per la Bioetica), da cui hanno imposto la loro agenda oscurantista durante la presidenza Bush.
Uno dei concetti fondamentali della riflessione integralista in materia di bioetica è quello di «dignità». In uno straordinario saggio per il prossimo numero di New Republic, «The Stupidity of Dignity» (28 maggio 2008), Steven Pinker ci spiega i motivi di questa scelta:

Il concetto di dignità è il terreno naturale su cui costruire una bioetica proibizionista. Ogni pretesa infrazione della dignità fornisce ad estranei il pretesto per condannare azioni scelte volontariamente e coscientemente dalle persone coinvolte. Esso offre una giustificazione moralistica per espandere il controllo del governo sulla scienza, la medicina e la vita privata. L’esclusiva della Chiesa sugli eventi più significativi della nostra vita – la nascita, la morte, la riproduzione – rischia di essere minata, dopo che la biomedicina ne ha ridefinito le regole. Non desta sorpresa, allora, che la «dignità» sia un tema ricorrente nella dottrina cattolica: la parola appare più di 100 volte nel Catechismo del 1997, ed è un leimotif dei pronunciamenti più recenti del Vaticano sulle scienze biomediche.
Pinker mostra persuasivamente come i casi in cui la «dignità» sembra giocare un ruolo positivo siano sempre reinterpretabili in termini di difesa dell’autonomia personale – il vero principio alla base dello Stato liberale. Per il resto ci consegna questa notevole riflessione (che non ho purtroppo il tempo adesso di tradurre):
Could there be cases in which a voluntary relinquishing of dignity leads to callousness in onlookers and harm to third parties – what economists call negative externalities? In theory, yes. Perhaps if people allowed their corpses to be publicly desecrated, it would encourage violence against the bodies of the living. Perhaps the sport of dwarf-tossing encourages people to mistreat all dwarves. Perhaps violent pornography encourages violence against women. But, for such hypotheses to justify restrictive laws, they need empirical support. In one’s imagination, anything can lead to anything else: Allowing people to skip church can lead to indolence; letting women drive can lead to sexual licentiousness. In a free society, one cannot empower the government to outlaw any behavior that offends someone just because the offendee can pull a hypothetical future injury out of the air. No doubt Mao, Savonarola, and Cotton Mather could provide plenty of reasons why letting people do what they wanted would lead to the breakdown of society.

2 commenti:

yupa ha detto...

La "dignità" è soltanto un'idea astratta, un concetto, un costrutto mentale privo di esistenza, di concretezza, un qualcosa che non può soffrire né essere danneggiato in alcun modo.

Quando si richiede che il diritto ad agire o quello a esprimere un proprio pensiero vengano repressi, probiti e sanzionati perché offenderebbero "la dignità" di qualcosa, in realtà si sta dimostrando di non avere alcun altro argomento da proporre, si sta dimostrando di voler far passare l'idea che debbano essere punibili anche i "crimini senza vittime".

Sanzionare comportamenti, azioni o espressioni del pensiero che "danneggiano" un'idea astratta come quella di "dignità" (e non degli individui concreti) è tanto quanto punire la violenza sessuale perché reato "contro la morale" e non contro la persona.
E' tanto quanto reintrodurre il delitto di "lesa maestà divina".
Anzi, persino peggio.
Perché sull'esistenza di qualsivoglia divinità dopotutto non è ancora detta l'ultima parola, ma che questa inafferrabile "dignità" non abbia un'esistenza concreta è ben difficile negarlo.

E fa riflettere che spesso argomenti quasi "teologici" come la difesa a oltranza di una indefinibile dignità e non invece degli individui vivi e concreti abbia presa e penetrazione sin troppo facile anche nelle opinioni di chi si definisce laico...

Anonimo ha detto...

L'ultimo brano di Pinker suona più o meno così:

"Possono esserci casi in cui la volontaria rinuncia alla dignità produce insensibilità in chi osserva e danno in terze persone (ciò che gli economisti chiamano “esternalità negative”)? In teoria, sì. Può darsi che se la gente permettesse di dissacrare pubblicamente il proprio cadavere, ciò incoraggerebbe la violenza sui corpi di chi è vivo. Può darsi che lo sport del lancio del nano spinga a maltrattare tutti i nani. Forse la pornografia violenta incita alla violenza contro le donne. Tuttavia, perché queste ipotesi giustifichino una legislazione restrittiva, hanno bisogno di un supporto empirico. Nella testa di qualcuno, tutto può essere causa di tutto: permettere alla gente di non andare a messa può portare all'ozio; lasciar guidare le donne può portare alla licenziosità. In una società libera non si può concedere al governo il potere di bandire ogni comportamento che offenda qualcuno, solamente perché colui che offende può far spuntare dal nulla un'ipotetica lesione futura. Senza dubbio Mao, Savonarola e Cotton Mather potrebbero fornire moltissime ragioni per cui permettere alla gente di fare quel che vuole porterebbe allo sfacelo dalla società."

Ciao,
Silvano