“I’m sure you’ve heard the expression ‘everyone is entitled to their opinion.’ Perhaps you’ve even said it yourself, maybe to head off an argument or bring one to a close. Well, as soon as you walk into this room, it’s no longer true. You are not entitled to your opinion. You are only entitled to what you can argue for.”Patrick Stokes, No, you’re not entitled to your opinion, 5 October 2012.
A bit harsh? Perhaps, but philosophy teachers owe it to our students to teach them how to construct and defend an argument – and to recognize when a belief has become indefensible. The problem with “I’m entitled to my opinion” is that, all too often, it’s used to shelter beliefs that should have been abandoned. It becomes shorthand for “I can say or think whatever I like” – and by extension, continuing to argue is somehow disrespectful. And this attitude feeds, I suggest, into the false equivalence between experts and non-experts that is an increasingly pernicious feature of our public discourse.
Firstly, what’s an opinion?
mercoledì 6 marzo 2013
No, you’re not entitled to your opinion
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giovedì 31 gennaio 2013
Aiuto, il mio bambino è un filosofo
“Perché devo fare quello che mi dici tu?”, “perché tu sei la mia mamma?”, “perché piove?”, “dov’ero prima di nascere?”. Chiunque abbia un figlio, o chiunque abbia familiarità con i bambini, conosce bene queste domande e tante altre simili. Sa anche quanto i bambini possano essere implacabili nel pretendere risposte convincenti e non approssimative, e quanto siano propensi a rilanciare un nuovo “perché?” alla nostra risposta. Di recente due filosofi hanno inaugurato un forum, “Help! My child is a philosopher” (http://www.mychildisaphilosopher.com/index.htm), destinato a genitori, nonni e insegnanti interessati a coltivare l’animo filosofico e le capacità analitiche dei bambini fin dalla più giovane età. Katarzyna de Lazari-Radek insegna etica e filosofia all’università polacca di Lodz e ha due figli. Peter Singer insegna bioetica a Princeton, ha tre figlie e tre nipoti. Insieme hanno dato vita a questo spazio virtuale filosofico, con lo scopo di scambiare racconti e di imparare dalle esperienze altrui, di confrontare i dilemmi sollevati dai più piccoli e, soprattutto, di incentivare la loro sterminata curiosità.
Il Corriere della Sera, la Lettura di domenica 27 gennaio 2013.
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domenica 8 febbraio 2009
Pensa quegli altri!
Se questo è uno dei maggiori pensatori contemporanei dio ce ne scampi dai mediocri!
giovedì 18 ottobre 2007
La morte non esiste e Dio è stato smembrato
“Che cosa angoscia l’uomo da sempre? La risposta è semplice: la morte”. Così attacca il pezzo di Armando Torno sul nuovo libro di Emanuele Severino (Il Paradiso non c’è: siamo destinati alla felicità, sottotitolo Emanuele Severino disegna uno scenario ultraterreno alternativo a ogni fede, Il Corriere della Sera, 18 ottobre 2007). E forse è l’unica preposizione chiara, complice Severino, naturalmente. A partire da poche righe sotto la confusione attanaglia irrimediabilmente le menti tendenti alla razionalità (ma sarà proprio vero che i concetti complessi non possono essere spiegati con chiarezza? E sarà proprio insuperabile il fascino della messa in latino, nessuno capisce ma lo prende come segno del livello superiore di chi parla?). Per quanto riguarda la morte Torno ricorda che “Lo sapevano già egizi, babilonesi ed ebrei, lo compresero magnificamente i greci, a Roma Lucrezio spiegò le conseguenze mondane e religiose di questa paura. Ma forse tali caratteristiche le ebbe (le ha) quella morte che non lascia una possibilità di salvezza”. E quale sarebbe la nostra possibilità di salvezza?
Emanuele Severino ha mostrato in Gloria (Adelphi, 2001) come la salvezza da questo concreto nulla non sia una semplice possibilità ma una vera e propria necessità, perché «l’uomo è atteso dalla terra che salva». In altri termini, anche se non lo sa o non se ne accorge o non ci crede, ognuno di noi è in cammino verso un immenso che non immagina.Potete crederci oppure no, ma siamo necessariamente indirizzati verso la salvezza: di cosa? E per merito di chi? Della terra che ci salva. Dell’immenso che non immaginiamo. Confesso che appare più comprensibile la consueta storiella della resurrezione dei nostri corpi (quando, come, a che età, con gli acciacchi con i quali siamo morti e così via) di questa salvezza inimmaginabile e immensa. Soprattutto non è che serva tanto all’uopo: a me l’angoscia rimane e si aggiunge quella originata dall’impossibilità di capire. Ma andiamo avanti. (Il concreto nulla è fascinoso però).
E ora il discorso, che si dipana attraverso scenari a dir poco sconvolgenti, è affrontato da Severino in un’altra opera, che esce in questi giorni e alla quale ha lavorato negli ultimi anni: Oltrepassare (Adelphi). In essa un messaggio forte e sintetico colpisce il lettore: noi siamo destinati alla felicità, per necessità e non come premio. E la vita eterna non è quella di cui parlano le religioni. Per talune tematiche il libro è, rispetto a Gloria, «rischiaramento e sviluppo», il medesimo autore lo considera come la seconda parte e la naturale conclusione (p. 30); tuttavia in questa nuova opera si mostra come «la terra che salva» sia «infinitamente più ampia, cioè più salvatrice».Meno male che dovrebbe essere rischiarante: come ci salverebbe la terra? Perché continuo a fare domande che starebbero bene in bocca a un bambino di 6 anni? Forse non sono capace di oltrepassare, io.
Non soltanto: in Oltrepassare il senso autentico del divenire rivela una «complessità che in Gloria non viene ancora indicata». […] Severino ha sempre percorso tale via (non saprei dire quale, non ho ben capito, ndr) sino a giungere a Oltrepassare: con questa opera apre scenari che parlano di «attesa e gloria della gioia», invitando il lettore in quella costellazione dove «l’essenza dell’uomo, che ora è contesa dal destino e dalla terra morta, è destinata alla più ampia arcata d’immenso».Ora è tutto più chiaro: tendiamo alla gloria della gioia, alla arcata dell’immenso. Sono più tranquilla.
La domanda che ha accompagnato la sua instancabile ricerca — che cosa si apre al di là della contraddizione? — ora trova requie in una risposta che si confonde con il nostro sorriso. Detto in soldoni, a noi sembra che il messaggio di Oltrepassare sia la conferma per il pensiero di Severino che «l’estrema delle follie», vale a dire la persuasione che le cose e l’uomo «sporgano provvisoriamente dal nulla», rappresenti il più terribile degli equivoci. Ci confida: «La gran ventura è rendersi conto che c’è un sapere non smentibile, più radicale di quello scientifico, che afferma l’eternità di ogni cosa, situazione, stato del mondo». Tale sapere è il «destino». Qualcuno ha trovato una corrispondenza tra codesti temi e la teoria della relatività, per la quale tutte le cose — le passate e le future, non meno delle presenti — sono fotogrammi che esistono già, eterni, prima dello loro proiezione. Ma questa metafora deve essere abbandonata, giacché ci può aiutare ma non ci consente di entrare nell’ultima fase rappresentata in Oltrepassare. Si può essere d’accordo o no con Severino, comunque gli va riconosciuta una coerenza estrema nel linguaggio e nel metodo.Coerenza? L’unica coerenza che io ci trovo è che non si capisce mai nulla di quello che dice. Sarà coerenza pure questa. Ciò che colpisce è la confusione sprezzante verso la scienza e il sapere scientifico. E una strampalata idea di nulla (essere eterno come rimedio del divenire o del nulla?). Ma lasciamo la parola direttamente a Severino nella assoluta rinuncia a capire.
Gli abbiamo chiesto di sintetizzare il suo percorso, in modo da offrirlo senza equivoci al lettore. Ha risposto: «Ne La Gloria si mostra che l’ombra della Notte, cioè della follia, da cui “il destino” è nascosto, è qualcosa che tramonterà ed è necessariamente “oltrepassata”: con essa finiranno anche le opere, le civiltà e le epoche ad essa appartenenti. Si fa innanzi il Giorno che salva dalla Notte. In Oltrepassare si mostra che il Giorno è lo stesso apparire in noi della totalità infinita e concreta dell’essere ». Parlare con Severino è una continua sorpresa. Mentre risponde, alcune sue frasi si ficcano come spilli nella memoria. Inoltre Oltrepassare conduce in scenari a dir poco affascinanti, per i quali vale la seguente regola: «Il linguaggio che testimonia il destino della verità indica qualcosa che sta al di là di ogni sapienza dei mortali». Attraverso queste pagine si comprende come «il cambiamento — il divenire — non può essere la creazione e l’annientamento delle cose, che sono eterne»; anzi ogni mutare si dovrebbe intendere come «il sopraggiungere mai compiuto degli eterni nell’eterna luce dell’uomo».E poi come pretendere che la filosofia venga rispettata?
Di più, ribadisce nel nostro colloquio, sillabando: «Nel sopraggiungere gli eterni sono oltrepassati e insieme totalmente conservati. Tutta questa nostra vita è destinata a essere oltrepassata e conservata in ognuno di noi». Chi scrive, più semplicemente, rivede in Oltrepassare un foglietto volante inserito nella dispensa dell’Università Cattolica di Ritornare a Parmenide. In esso le ultime righe — che poi non saranno riprese ne L’essenza del nichilismo — recitavano: «Tutte le vite che vivo, le vivo eternamente; tutto ciò che ho deciso o decido, l’ho già eternamente deciso...». Ora ci accorgiamo che quelle parole erano l’inizio di un’odissea alla ricerca di quanto si svela in questo ultimo libro, nel quale, tra l’altro, Severino affronta il tema dello «smembramento del Dio», atto essenziale perché «se ne mangino le carni e se ne beva il sangue». Ma qui il discorso si fa ampio: occorre evocare il mito, comprendere la violenza e l’isolamento delle cose, il loro divenire altro. Accanto a questi e a ulteriori scenari, troverete alcune commoventi riflessioni sulla nostra fine. Con una conclusione che in molti giudicheranno paradossale: la morte, così come la intendiamo, non esiste. Ma non si tratta di un’affermazione assurda, se vista nella luce che si apre dopo il tramonto della follia attuale dell’uomo.
(Non voglio essere misteriosa, perciò: Giorgio De Chirico, L’Enigma dell’Oracolo, 1910).












