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domenica 5 febbraio 2017

Bioetica per perplessi



Non esistono modi oggettivi per stabilire che un’etica è più giusta o funzionale di un’altra in assoluto, anche se comprendiamo che è un tratto psicologico-sociale adattativo autoingannarsi, cioè credere che i propri giudizi debbano essere presi in considerazione e rispettati o addirittura che siano universalizzabili. Da questo punto di vista, Immanuel Kant aveva colto un’aspirazione umana più intuitiva che razionale. Purtroppo, ma anche per fortuna, veniamo al mondo con disposizioni sia benevole sia malevole. Possiamo essere più o meno predisposti a farci guidare da sentimenti morali di fondo che sono passati al vaglio della selezione naturale e hanno aiutato i nostri antenati a sopravvivere, cioè a lasciare una discendenza di cui siamo temporaneamente parte.  Ha una valenza solo retorica far riferimento a cadute tragiche dell’etica medica (le idee e le pratiche messe in atto dai medici sotto il regime nazista sono il caso più eclatante) come scenari in qualche modo disumani o da prendere come tipologia di confronto per giudicare l’accettabilità di qualche particolare scelta o intervento medico. «Lo facevano i nazisti e quindi è male», non può essere però un argomento intelligente contro qualche atto medico. Perché i nazisti mangiavano, dormivano, facevano sesso, stringevano amicizie e rapporti affettivi. Quindi i nazisti erano persone del tutto normali e la loro etica era un’etica normale in quanto possibile, e possibile in quanto conteneva elementi molto umani sul piano psicologico. Gli stessi elementi che sono alla base della nostra etica. Così come una persona razzista o omofoba non è diversa da chi non trova rilevanti, sotto nessun punto di vista delle relazioni sociali, il colore della pelle o le preferenze sessuali – con l’eccezione, dei razzisti e degli omofobi psicopatici.

Una morale della concretezza, Il Sole24Ore, 4 febbraio 2017.

mercoledì 5 novembre 2014

mercoledì 10 settembre 2014

Mani in alto! Siamo l’Anonima eterologa


Pure i laici si svegliano contro la follia dell’Anonima eterologa, titola oggi Il Foglio. Come se l’essere laico fosse la garanzia di saper argomentare. Come se la distinzione rilevante fosse questa: laici e non laici. Come se la descrizione di un’appartenenza, spesso autocertificata, bastasse per non rendersi ridicoli. «Emilia Costantini sul blog 27° ora e Marco Politi attaccano la finzione che nega il diritto a conoscere le proprie origini», avverte minacciosamente l’occhiello.
Ieri avevo assistito al risveglio di Marco Politi; oggi è la volta di Emilia Costantini (il suo post è del 7 settembre, La fecondazione eterologa. E i diritti del «soggetto nato», e la 27esima ora è femmina).
È quanto hanno decretato le Regioni (in attesa che il Parlamento emani una legge nazionale), sentenziando così la condanna del figlio in provetta a non poter scoprire la propria identità. In altre parole, mentre si nega il principale diritto dell’essere umano, cioè quello di sapere chi è veramente e da dove viene. Si riconosce il diritto al genitore biologico di rivelare o meno il proprio nome e cognome. Un’aberrazione.
La mia identità? Sapere chi sono e da dove vengo? Mettiamo che mi abbiano adottato infante o che i miei genitori abbiano fatto ricorso a un gamete (sono geneticamente mezza figlia loro) o a un embrione (geneticamente non sono affatto figlia loro). Mettiamo cioè, in tutti e tre i casi, che io non abbia ricordi o esperienze dei miei «veri» genitori. La mia identità sarebbe mutilata? Sarebbe forse determinata più da uno spermatozoo o da un ovocita di quanto non lo sia dall’essere stata cresciuta, amata (o no), coccolata (o no), portata al mare (o no)? Certo, è verosimile che a un certo punto io mi senta incompleta, infelice, mancante di qualcosa – soprattutto durante l’adolescenza (durante l’infanzia sono molti a pensare di essere stati adottati: «non siete voi i mie veri genitori, i miei veri genitori mi avrebbero mandato a quella festa!»). È anche verosimile che questo vuoto possa essere colmato solo sapendo il cognome e il nome di chi ha fornito materiale genetico. Un gamete contro il resto del mondo. Certo.
A essere aberrante è che si possa essere convinti di una cosa del genere, che si decida di innalzare un pensiero discutibile e bizzarro a Verità Assoluta e che si chieda la complicità di una legge.

Next, 10 settembre 2014.

martedì 1 aprile 2014

Bioetica deliberativa, come discutere di questioni etiche in modo formativo

È moralmente ammissibile interrompere una gravidanza?
Si possono usare gli embrioni umani?
È più giustificabile usarli per l’impianto oppure per la ricerca?
Quali sono i criteri più giusti per ricevere un organo o un bene sanitario disponibile in numero minore rispetto ai richiedenti?

Sono solo alcune delle domande che possiamo farci in ambito bioetico. A queste domande si può rispondere seduti sul nostro divano, in ambito istituzionale oppure in un dibattito pubblico. Se nel primo caso potremmo permetterci di rispondere in modo distratto e contraddittorio, nel secondo e terzo dovremmo invece rispettare alcune regole. Queste regole dovrebbero essere particolarmente rigide nel caso in cui si scriva una legge coercitiva che finirà per schiacciare le nostre preferenze su un divieto o un limite.

Bioeticadeliberativa” è un forum nato “per la partecipazione alle scelte pubbliche che riguardano le questioni etiche poste dalla medicina e dalla biologia”, promosso da IEO (Istituto Europeo di Oncologia), SEMM (Scuola Europea di Medicina Molecolare), IRCCS Ospedale San Raffaele e Università degli Studi di Milano (qui il Comitato dei garanti e il Comitato scientifico-tecnico).
Per partecipare al forum – proprio come dovrebbe valere per partecipare a una vera discussione su qualsiasi argomento – è necessario iscriversi e rispettare tre requisiti: informarsi, argomentare, discutere.

Wired.it.

giovedì 7 marzo 2013

Poche idee, ma confuse


Lucia Bellaspiga fa outing e lo scambia per un argomento (Avvenire di oggi). Come non amarli?
E a proposito di argomenti cito ancora una volta Lesbian & Gay Parenting (APA).

mercoledì 6 marzo 2013

No, you’re not entitled to your opinion

“I’m sure you’ve heard the expression ‘everyone is entitled to their opinion.’ Perhaps you’ve even said it yourself, maybe to head off an argument or bring one to a close. Well, as soon as you walk into this room, it’s no longer true. You are not entitled to your opinion. You are only entitled to what you can argue for.”

A bit harsh? Perhaps, but philosophy teachers owe it to our students to teach them how to construct and defend an argument – and to recognize when a belief has become indefensible. The problem with “I’m entitled to my opinion” is that, all too often, it’s used to shelter beliefs that should have been abandoned. It becomes shorthand for “I can say or think whatever I like” – and by extension, continuing to argue is somehow disrespectful. And this attitude feeds, I suggest, into the false equivalence between experts and non-experts that is an increasingly pernicious feature of our public discourse.

Firstly, what’s an opinion?
Patrick Stokes, No, you’re not entitled to your opinion, 5 October 2012.

lunedì 16 luglio 2012

Io sono massimalistica e tu?

"Se vogliamo che il processo dei diritti non si interrompa, dobbiamo evitare atteggiamenti massimalistici". Maria Rosaria Bindi, sul Corriere di oggi. Dopo il presidio giuridico di Pierluigi Bersani di sabto scroso ecco un altro rompicapo semantico.

venerdì 19 agosto 2011

Doppio cieco faidate

Avevamo accennato ai due post di Blog(0) e alla reazione indispettita di Boiron qualche giorno fa.
La discussione si è allargata e un commento di ieri merita davvero attenzione (Guglielmo Pepe, Facile accusare lomeopatia). Le argomentazioni sono esilaranti e trascendono la questione omeopatica: qualunque fosse l’argomento della discussione, gli argomenti avanzati da Pepe sono fantastici!
Cominciamo da un passaggio nel post:

Dico questo da difensore dell’omeopatia e dell’Oscillococcinum, il prodotto messo all’indice dal blogger, avendone verificato l’efficacia, non su di me che pratico la medicina integrata (scelgo, in base ai consigli medici, tra farmaci allopatici e MNC) bensì sui miei familiari. E da anni l’Oscillococcinum è nell’armadietto delle medicine di casa.
Vale la pena leggere anche i commenti. Qui ci basti riportare il commento del 18 agosto, 22.13:
3) Gli effetti dell’omeopatia ci sono, anche limitati, su diverse patologie. Non c’entra la aneddotica, la testimonianza personale e familiare, anche se i numeri contano: quando milioni di italiani si curano con le MNC vorrà dire qualcosa. Quando migliaia e migliaia di medici, riconosciuti dagli ordini professionali, le praticano, significherà qualcosa. Siamo tutti fessi, credenti (con tutto il rispetto di chi ha fede religiosa), “bocconi”, stupidi, cretini e altro come, amabilmente, hanno scritto alcuni lettori che preferiscono usare il paraocchi, senza guardarsi intorno per vedere come cambia il mondo medico-scientifico. A parte che di recente, e se non sbaglio su Lancet, sono stati pubblicati gli effetti positivi della meditazione e della preghiera, considero questa critica risibile: la stragrande maggioranza delle persone che seguono le MNC, è laica, atea, insomma non crede per nulla nei miracoli. E poi, perché tanto astio da parte degli oppositori alle MNC? Cos’è questa mancanza di rispetto verso gli altri che si affidano ad altre terapie? Perché si sbeffeggiano migliaia di professionisti che fanno il loro lavoro in modo serio, etico, responsabile? Perché tanto livore? Sinceramente non riesco a trovare risposte.
Un esercizio interessante: sostituire “omeopatia” con “creazionismo”. Capito!, sciocchi evoluzionisti? (Funziona quasi alla perfezione...).

martedì 26 aprile 2011

Referendum rien ne va plus



Ogni gioco ha le proprie regole. Se non le rispetti non dovresti poter giocare o, almeno, gli altri dovrebbero accusarti di cialtroneria e estrometterti. Vale per gli scacchi e per il calcio, perché non dovrebbe valere per la deliberazione? Ecco, allora, quali sono le regole della buona deliberazione: conoscere il tema su cui si delibera, soprattutto nel caso di un referendum che ci invita a scegliere tra il “sì” e il “no” su una specifica questione; saper costruire buoni argomenti e saper riconoscere quelli fallaci o deboli; essere in grado di analizzare gli argomenti proposti a favore delle diverse posizioni e, dopo le necessarie informazioni, anche costruirne a sostegno della posizione prescelta. A contare insomma non è tanto il risultato finale, ma come ci arriviamo. Come in un processo non ci si può limitare, tanto nella difesa che nell’accusa, a proclamare: “Sono innocente!”, ma è necessario costruire ipotesi credibili e coerenti. Sembra scontato, ma non lo è affatto, abituati come siamo a sentir parlare tuttologi presuntuosi che si cimentano in monologhi di dubbia tenuta razionale. Di questo parliamo con il filosofo Giovanni Boniolo, autore di Il pulpito e la piazza, Democrazia, deliberazione e scienze della vita (Cortina, 2011, pp. 316, euro 26).

Cominciamo con alcune definizioni di concetti fondamentali della nostra vita politica: deliberazione, democrazia partecipativa, con particolare attenzione alla forma aggregativa, e referendum.
L’idea della democrazia partecipativa si basa sul fatto che siano i cittadini a partecipare attivamente al processo democratico. Nella versione deliberativa i cittadini, che partono da punti di vista diversi, attraverso un dibattito ben costruito dovrebbero arrivare a una scelta - politica o di etica pubblica - comune. Questa deliberazione dovrebbe essere basata su un processo razionale. Il referendum è uno dei modi in cui il cittadino viene chiamato direttamente a decidere, è una forma di democrazia diretta. Non prevede però alcuno strumento che permetta una buona costruzione del modo in cui decidere.
Soprattutto ora e specie in Italia, il referendum è diventato un modo di decidere senza una preparazione corretta, senza un precedente dibattito pubblico ben costruito e ben realizzato, senza un vero e proprio dibattito deliberativo. Prima ci si dovrebbe informare e discutere e solo poi andare alle urne. Sfortunatamente questo da noi non avviene quasi mai. Pensiamo a ciò che accadde con il referendum sulla Legge 40 nel giugno del 2005: la battaglia si è svolta a colpi di slogan e nessuno ha spiegato cosa fosse un embrione, quali fossero i problemi filosofici sollevati dalle tecniche riproduttive e perché i cittadini erano chiamati a votare. Di solito, si verifica una manipolazione dell’immaginario e della conoscenza collettivi, non si informa correttamente (cioè in modo non ideologico) il cittadino né gli si forniscono quegli strumenti che gli permetterebbero di ragionare in modo non fallace.Ma in fondo a chi veramente interessa un cittadino informato e razionalmente critico?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.