Ian Wilmut, il padre del primo mammifero ad essere clonato, annuncia che abbandonerà le ricerche sulla clonazione terapeutica a favore di quelle sulla riprogrammazione delle cellule adulte indotta attraverso l’esposizione a determinate proteine, di cui sono stati pionieri i giapponesi Takahashi e Yamanaka. Lo scopo rimane lo stesso, quello di ottenere cellule staminali potenzialmente in grado di riparare organi e tessuti danneggiati, senza causare rigetto, ma senza le difficoltà tecniche della clonazione (anche se l’annuncio di Wilmut è forse leggermente intempestivo, visto il recentissimo successo ottenuto nella clonazione di una scimmia).
Compiaciuta la reazione di Avvenire, organo della Conferenza Episcopale Italiana, che affida il commento a Marina Corradi («Vero choc del pensiero unico libertario», 18 novembre 2007, p. 1):
Così la locomotiva internazionale della ‘clonazione terapeutica’ viene abbandonata in corsa dal padre stesso della clonazione. La cosa sorprenderà il pubblico che da anni – e quanto, in Italia, ai tempi del referendum sulla procreazione assistita – si è sentito ripetere che l’unica speranza per curare Alzheimer e Parkinson passava attraverso le staminali embrionali, ovvero per la distruzione di embrioni. Era un leit motiv mille volte ripetuto, dai tg ai giornali femminili, era un pensiero unico e obbligatorio. Chi scriveva allora di questi argomenti registrava con stupore come ricercatori di statura internazionale, quanto all’utilizzo terapeutico delle staminali embrionali, avessero invece seri dubbi: quelle cellule primitive erano, dicevano, difficilissime da istruire e dirigere nell’organismo, e anche potenzialmente portatrici di rischi proliferativi. Dubbi che però non emergevano o quasi, nel dibattito pubblico.Peccato per Marina Corradi e per i suoi datori di lavoro che le cellule utilizzate dai ricercatori giapponesi non siano staminali adulte. Basta un’occhiata all’abstract o anche solo al titolo dello studio (Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, «Induction of Pluripotent Stem Cells from Mouse Embryonic and Adult Fibroblast Cultures by Defined Factors», Cell 126, 2006, pp. 652-55), per capire che sono stati utilzzati fibroblasti, semplici cellule del tessuto connettivo, che hanno poco a che vedere con le staminali adulte (gli autori tendono inoltre a escludere che le cellule trasformate fossero staminali nascoste nella massa di cellule somatiche). Eppure a p. 4 dello stesso numero di Avvenire il sottotitolo di un altro articolo spara «Più promettenti le ricerche su staminali adulte», mentre nella colonna a fianco il genetista Dallapiccola (che dovrebbe saperne qualcosina di più), intervistato, commenta «Sono notizie che non fanno altro che confermare quello che andavo dicendo già all’epoca del referendum: prima che le staminali embrionali diano qualche risultato, si troveranno modi per utilizzare le staminali dell’adulto».
Due anni dopo, il padre di Dolly, il pioniere della ‘clonazione terapeutica’ che prometteva di usare gli embrioni per curarci un giorno dal Parkinson, annuncia che la strada migliore non è, in effetti, quella. Che pare che si arrivi prima, e con meno fatica, passando attraverso cellule staminali adulte – facendole regredire allo stadio voluto e riprogrammandole. Che è quello che in sostanza dicevano nel 2005 i migliori ricercatori italiani, a quei pochi che li volevano ascoltare. Di modo che, pare che la ragion pratica della efficienza e della concretezza dia oggi ragione ai dubbi di allora.
Ma il meglio deve ancora venire. L’importanza dello studio giapponese è infatti nell’aver ottenuto cellule quasi indistinguibili dalle staminali embrionali: una delle prove del successo è consistita nell’iniettare le cellule trasformate dentro un embrione di topo, dove hanno assunto appunto lo stesso ruolo delle locali staminali; le cellule, di fatto, sono state trasformate in cellule embrionali. L’utilità delle staminali embrionali, del resto, non è un’invenzione di scienziati pazzi (come sembrerebbe stando alle cronache di Avvenire o del Foglio), ma risiede in gran parte nella loro plasticità: possono trasformarsi in uno qualsiasi dei tessuti del corpo umano, a differenza delle staminali adulte, che hanno un repertorio enormemente più limitato. Il compiacimento odierno di Dallapiccola e Corradi dà ragione a chi ha sempre sostenuto che i benefici maggiori si avranno dalle staminali embrionali (e che oggi, di fronte ai risultati pur eccezionali degli scienziati giapponesi, considera prudente non mettere tutte le uova in un solo paniere: gli studi sulle embrionali devono continuare, non foss’altro che per raccogliere dati utili).
Ma vaglielo a spiegare, a Marina Corradi...
Aggiornamento: ottimi post sull’argomento di Inyqua, JimMomo e Jinzo.











