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mercoledì 15 gennaio 2014

«Stamina non fa miracoli, offre solo una valida alternativa al nulla»

Lo scorso lunedì, Presa Diretta ha dedicato a Stamina l’intera puntata. Quasi due ore in cui la vicenda è raccontata e spiegata con tale pazienza che anche i più distratti avrebbero potuto capire cosa non va (diciamo anche inorridire, soprattutto davanti a 3 o 4 tappe della saga di Vannoni & Co.).
Ma, come prevedibile, già lì sotto ci sono alcuni commenti di indignati, complottisti, improbabili difensori di Stamina e del suo paladino. Gli pseudoargomenti sono i soliti: marchettaro!, ho visto i miglioramenti!, qui si parla di bambini e di vita! (Eccone solo due esempi).



Ma il commento più bello è quello di Davide Vannoni, comparso circa un’ora fa sul suo profilo Facebook - che già questo.
Lo riporto per intero perché è un perfetto esempio di una risposta a una domanda non capita (intenzionalmente) e di un gioco perverso in cui la totale irrazionalità si mischia a un profilo che sconfina nella psicopatologia (i corsivi sono miei), con aggiunte di complottismo e la pretesa che i dubbi e il rifiuto a Stamina siano solo una caparbia difesa pavloviana di un sistema che non può e non vuole essere minacciato dal novello eroe Vannoni e dalla sua cura miracolosa.


Cari amici, so che questo è un momento difficile per tutti. È difficile per me e per Marino che siamo sotto un attacco mediatico mai visto prima nel quale menzogne e falsificazioni si sommano, creando sempre più confusione. Lascio perdere le frasi riportate da alcuni giornalisti e che non fanno parte di intercettazioni, ma di dialoghi riportati o sentiti dire da persone con interessi diversi, personali o semplicemente da rabbia. Succede, Stamina non fa miracoli, offre solo una valida alternativa al nulla.
Vale quanto abbiamo sempre spiegato (persino alle Iene), nel periodo 2007/2009, quando Stamina non era operativa, una parte dei pazienti hanno pagato (cifre diverse da quanto hanno dichiarato e questo sinceramente mi fa sorgere molti dubbi sulle ragioni di tali denunce dell'ultima ora).
Con quei soldi si è costruito un laboratorio e si sono somministrate le terapie. Dei 70 pazienti coinvolti, 6 anni fa, meno di 10 hanno sporto denuncia, ma questo non è un mistero. Altri hanno inviato lettere di supplica per riprendere le cure, altri ancora si sono rassegnati, bloccati dopo aver fatto solamente una o due infusioni.
Oggi sono 'venduti' dai media come se fossero novità dell'ultima ora, farciti da dubbi e pregiudizi, calunnie ed insulti, ma la macchina del fango funziona così, tutto sembra essere successo oggi.
Ribadisco quanto sempre detto, nessuno dei pazienti in cura a Brescia e di quelli in lista di attesa ha pagato un centesimo o gli sono state chieste donazioni di alcun tipo.
Questo è avvenuto grazie a Stamina, ai soldi ricevuti inizialmente da Medestea e dalle donazioni ricevute dalla popolazione che ringrazio per il sostegno a Stamina.
Nessuna iniezione di straforo è mai stata fatta a Brescia perchè le provette sono catalogate su due databese informatici gestiti separatamente (uno dell'ospedale e uno di Stamina) e riportati anche su cartaceo in area ad accesso limitato con doppia firma degli operatori di Stamina e degli operatori dell'ospedale. Ogni povetta che viene preparata e scongelata passa attraverso molteplici controlli fatti da più soggetti.
Se si fossero potute prendere delle provette di straforo e iniettarle, forse non sarebbero morte 9 persone in lista di attesa (di cui tre bambini) che, pur avendo l'ordine di infusione di urgenza da mesi, non hanno potuto accedere alle terapie di Stamina.
Forse sì, in quei casi sarebbe valsa la pena infischiarsene degli aspetti burocratici e far valere un diritto ottenuto dai giudici, ma non lo abbiamo fatto proprio per evitare di compromettere le terapie per le persone che le avevano già iniziate.
Le vittime principali di questa campagna di disinformazione sono soprattutto le famiglie dei pazienti in cura e quelli in lista di attesa che stanno vivendo giorni di angoscia nella paura che Brescia venga bloccata.
A loro, alle loro speranze e alle loro paure va la mia più grande solidarietà.
Resta il fatto che oggi, le fortissime pressioni fatte per non far fare a Camillo Ricordi la valutazione delle linee cellulari a Miami, per validarne ulteriormente sicurezza ed efficacia, rappresenta una scelta oscurantista che è passata in sordina dietro lo scandalo delle dichiarazioni spesso smentite e contraddette dagli stessi accusatori (come ad esempio il video della piccola Nicole che è comparso in rete qualche giorno a fa ed alla quale, come si vede 'siamo riusciti ad estorcere' i primi passi, la scomparsa delle crisi epilettiche ed il miglioramento della deglutizione già con due sole infusioni nel 2008).
Difficile spiegare perchè a uno scienziato terzo, come Camillo Ricordi, si impedisca di fare una valutazione obiettiva di un prodotto infuso in Italia ai pazienti dentro un ospedale pubblico.
Difficile spiegare perchè ad uno scienziato di tale levatura, già nominato presidente di un istituto di ricerca italiano (Ri.med) su cui confluiscono 200 milioni di euro di finanziamenti, si dica ora di volergli togliere tale incarico.
Certo è anche difficile negare i miglioramenti ottenuti dai bambini e degli adulti che hanno documentato le Iene lo scorso anno e che sono stati anche confermati dagli esami medici raccolti dai genitori.
Tutto questo richiede un grande impegno ed allineamento dei mezzi di informazione.
Se abbiamo sbagliato nel 2008 a cercare di salvare delle persone che con la comprensibile insistenza ci chiedevano di accedere alle terapie, lasciamo che sia un processo a dirlo nel quale ci sia un contraddittorio, ci siano anche le prove che abbiamo a nostra discolpa e le testimonianze a nostro favore (compresa l'analisi dei costi sostenuti che dimostra che nessuno di noi ha mai percepito un centesimo da quella attività).
Mischiare il 2008, San Marino, l'ospedale di Trieste, dove Marino Andolina ci ha voluto portare, con la situazione di oggi a Brescia fa parte di un gioco sporco per impedire quello che di buono Stamina è riuscita a costruire.
La conferenza stampa del 28 dicembre nella quale i genitori, con tanto di analisi e valutazioni cliniche, si sono presentati è passata molto in sordina.
Nella stessa mattinata (un sabato), infatti il ministro lorenzin ha dichiarato la composizione del nuovo comitato scientifico (che non ha ancora nominato adesso). Mi pare quantomeno strano che un ministero dichiari quali siano i componenti di una commissione prima di nominarli ufficialmente. Forse aveva fretta di dare nuove notizie per oscurare le informazioni fornite dai pazienti?
Nonostante tutto, nonostante siano stati forniti, in quella conferenza, copie degli esami e delle valutazioni mediche ai giornalisti la notizia principale che è uscita è stata che un genitore di un bambino in cura ha dato degli 'assassini' ai giornalisti.
Direi che la scelta di quanto divulgare è stata quantomeno parziale.
Oggi in questo marasma generale Gioele, Smeralda, Sebastian, Ludovica, Sofia, Rita, Federico, Elena, Ginevra, Emilia, Luciano e gli altri bimbi e adulti in cura ed i loro miglioramenti, non esistono più.
Oggi le 150 persone in lista di attesa ed i morti che continuano a susseguirsi senza aver accesso alle terapie sono stati sepolti sotto chili di menzogne scritte e urlate in televisione dai più grandi opinionisti che direi essere quantomeno mal informati.
Riecheggia solo il ghigno della senatrice cattaneo che dice di essersi divertita molto a leggere il testo della domanda di brevetto, un bianco sedato che con molta calma consiglia di morire in sicurezza, nell'attesa che le sue 'utilissime' ricerche sulla caratterizzazione delle mesenchimali siano ulteriormente pubblicate.
Bene anche se questa marea di fango ci ha sporcato le scarpe, credo che chi ha seguito questa vicenda con un minimo di obiettività abbia iniziato ad aprire gli occhi e a capire a quale sistema affida la propria salute. Se Stamina scomparirà e con essa l'esperienza portata avanti in Italia, molte persone si stanno già organizzando per fare in modo che questa metodica non muoia o venga derubricata alla stregua di una pratica alchemica.
Vi allego i link dell'articolo in cui alcuni anni fa ho raccontato la storia di quella che continuo a considerare una grande battaglia, il video integrale della conferenza stampa dei genitori dei bimbi in cura e la diffida dell'AIFA per impedire che alcune provette da Brescia potessero intraprendere la via della ricerca a Miami.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/404961_vannoni_la_mia_verit_su_stamina_foundation/

http://movimentoprostamina.com/conferenza-stampa-dei-pazienti-stamina/



Tra i più ostinati difensori c’è Pietro Crisafulli, che così definisce Presa Diretta prima ancora di Vannoni.


(Qui un pezzo che avevo scritto lo scorso aprile).

sabato 5 febbraio 2011

Problemi con le staminali indotte

Da «Abnormalities discovered in stem cells from adults», New Scientist, n. 2798, 5 febbraio 2011, p. 15:

Joseph Ecker del Salk Institute di La Jolla, California, e colleghi hanno scoperto che alcuni geni si sono attivati e disattivati erroneamente in parti dei cromosomi di cellule staminali pluripotenti indotte (induced pluripotent stem cells, iPSC). Le iPSC sono cellule adulte riprogrammate per trasformarsi in qualsiasi tipo di tessuto.
La maggior parte degli errori si sono verificati nel punto in cui i due bracci del cromosoma si toccano [nel centromero, n.d.GR] e alle loro estremità [nei telomeri, n.d.GR], sia nelle iPSC sia nei tessuti che esse hanno formato. Ecker non ha trovato nessun errore nelle staminali embrionali […] (Nature, DOI: 10.1038/nature09798).
«È prematuro abbandonare le staminali embrionali; dobbiamo prima capire cosa succede nelle iPSC», sostiene Robert Lanza, direttore scientifico della Advanced Cell Technology, in Massachusetts.
La speranza è che si trovi un modo per risolvere questi problemi, o che i loro potenziali effetti negativi si rivelino meno gravi del previsto. Ma in ogni caso la scoperta dimostra con chiarezza la necessità di proseguire lo studio delle staminali embrionali accanto a quello delle iPSC, al contrario di quanto vorrebbe l’incosciente (e chiassosa) propaganda integralista.

lunedì 11 ottobre 2010

La prima volta delle staminali embrionali

Andy Coghlan, «First person treated in milestone stem cell trial», New Scientist, 11 ottobre 2010:

A person with spinal injuries today went down in history as the first to receive a treatment derived from human embryonic stem cells (hESCs). […]
Following endless setbacks and delays in authorising the trial, the patient was treated at the Shepherd Center in Atlanta, Georgia.
Surgeons injected millions of oligodendrocyte progenitor cells grown from hESCs into the injury site through a fine needle, hoping the cells would stimulate nerve growth and re-sheathe nerves damaged through the injury. Injured rats treated with the cells recovered some mobility about a month after being treated.

The hope is that these progenitor cells, codenamed GRNOPC1 cells, will help the patient overcome paralysis resulting from the injury, although the primary objective of the trial is to make sure the treatment is safe. […]

domenica 21 febbraio 2010

Il Foglio avvista l’ultimo giapponese, ma sbaglia persona

Si fa dell’ironia, sul Foglio di ieri, a proposito dell’ultimo libro di Carlo Flamigni («Flamigni, ultimo giapponese», 20 febbraio 2010, p. 3):

Il professor Carlo Flamigni, star nazionale della fecondazione in vitro, ha deciso di candidarsi al premio “ultimo giapponese nella giungla delle staminali embrionali”. In un libro di cui è annunciata la prossima uscita (“La questione dell’embrione”, Baldini Castoldi Dalai), Flamigni dedica molti sforzi a sostenere che quel filone di ricerca, ormai in evidenti difficoltà in tutto il mondo – soprattutto dopo le scoperte sulla riprogrammazione cellulare delle staminali somatiche – sia in realtà irrinunciabile. Il professore ne è talmente convinto che prova a ridimensionare […] il lavoro di Shinya Yamanaka. Il quale, nel 2007, nel suo laboratorio di Kyoto ha scoperto il principio su cui si basa la riprogrammazione delle staminali epiteliali in staminali pluripotenti indotte. Non è vero che Yamanaka non ha mai usato cellule embrionali, sostiene Flamigni. Ma non dice che sono state usate cellule di topo, e non umane, per ottenere quel risultato così importante.
Purtroppo per Il Foglio, le cose stanno diversamente. Andiamoci a rileggere un articolo che avevamo già citato qui su Bioetica qualche anno fa (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre 2007; corsivo mio):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.”
Il testo è molto chiaro, e non risultano smentite (il New York Times le avrebbe aggiunte in calce: è un giornale serio, quello). Se ci deve essere per forza un ultimo giapponese, in questa vicenda, allora è Shinya Yamanaka, che ha anche la nazionalità giusta, non Carlo Flamigni...

Ma a parte le inesattezze di fatto – chiamiamole così – è la logica generale del Foglio ad essere sbagliata. Se gli embrioni fossero esseri umani in tutto e per tutto, allora le sperimentazioni su di essi andrebbero proibite sempre, e non solo perché esse si sono rivelate «inutili» (ma abbiamo visto che in realtà sono state e sono indispensabili). E se si ammette che la sperimentazione è possibile se utile, allora ogni limitazione basata sui campi di studio che oggi ci sembrano più promettenti è assurda: la ricerca deve essere libera, perché nessuno può ipotecare il futuro e decidere che ciò che oggi non serve non servirà mai più.

sabato 31 ottobre 2009

Se i senza-giudizio sognano i senza-genitori

La notizia, pubblicata il 28 ottobre scorso su Nature, che da cellule staminali embrionali sarebbero state derivate cellule germinali, progenitrici di spermatozoi e ovociti, ha generato il prevedibile sciame di commenti, oscillanti fra l’allarmismo infondato e l’indignazione compiaciuta. Colpisce in particolare la sconfortante uniformità con cui nei giornali italiani di ieri si è cercato di far passare il concetto che la scoperta aprirebbe la strada alla nascita di bambini privi di genitori: anche trascurando le volgarità di Libero («Che disastro, non ci saranno più i figli “di buona donna”», p. 23), in cui si cerca come d’abitudine di titillare le sordide paranoie e l’infondato senso di superiorità della canaille microborghese che costituisce il pubblico naturale di quel giornale, l’idea trova ospitalità sulle colonne della Stampa («bambini concepibili […] senza mamma e papà»; il titolo – indegno – è «Il papà di Dolly e i dubbi sul seme di Frankenstein», p. 13) e del Corriere («procreare, estremizzando, senza padre o senza madre»; la sfumatura di prudenza si perde nel titolo: «Le nascite senza genitori. La vita dalle staminali», p. 29). Paradossalmente è più prudente Avvenire, che almeno pone i propri terrori in prospettiva («Un’altra possibile deriva verso la vita “artificiale”», p. 6), mentre col Giornale ritorniamo all’ossessione dominante («Generazione X: così i bimbi nasceranno senza genitori», pp. 16-17), aggravata dalle curiose concezioni dell’articolista («Spermatozoi artificiali […] e ovuli artificiali […] accoppiati in una provetta potrebbero arrivare a fare tutto da soli: creare un embrione, un futuro essere vivente senza l’intervento di mamma e papà»: perché, spermatozoi e ovuli naturali accoppiati in una provetta o anche in una tuba di Falloppio cosa fanno? Hanno bisogno di essere accompagnati per mano?) e da qualche metafora infelice («scienziati che masticano cellule staminali da una vita»). Ci vuole Carlo Flamigni, intervistato dalla Stampa per un soprassalto di sanità mentale («“Passo fondamentale per battere la sterilità”», p. 13), per far notare ciò che dovrebbe essere ovvio a chiunque sia in possesso della dotazione minima di buon senso (e di un diploma di scuola superiore):

Allora professore, ci saranno bambini concepiti già «orfani»?
«Assolutamente no, mi sono stupito quando ho sentito questa sciocchezza. I genitori ci sono eccome e sono le persone dalle quali sono state estratte le cellule staminali. I cromosomi sono i loro. La creazione di bambini senza genitori presuppone la creazione di materiale genetico e siamo mille miglia lontano. È fantascienza».
E naturalmente anche la prospettiva di generare bambini con gameti tratti da staminali è abbastanza remota; per adesso l’unica possibile applicazione della scoperta è lo studio dei fattori che influiscono su sperma e ovociti per determinare sterilità e infertilità.

La cosa più grave, però, non sono le reazioni semi-pavloviane di cronisti fuori dal loro elemento, che cercano nel titolo ad effetto la maniera più spiccia per sbrigarsi e tornare a casa per la cena, ma bensì i commenti in teoria più meditati. In essi il legame con la realtà fattuale dell’annuncio degli scienziati di Stanford, già particolarmente esiguo nelle cronache passate in rassegna più sopra, viene del tutto abbandonato in favore di una sorta di associazione libera di parole e concetti, in cui a uno stimolo meramente verbale («bambini senza genitori») si risponde con ciò che per primo passa per la mente, in modo da far affiorare alla coscienza incubi e nevrosi personali. Così, sempre sul Giornale («Se la scienza ruba emozioni e incontri a uomini e donne», p. 17), per Annamaria Bernardini De Pace, celebre avvocato matrimonialista, la scoperta odierna «toglie definitivamente valore alla coppia»; inoltre, «qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo; di non “partorire con dolore”, ma non potrà mai apprezzare la carezza dell’uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei». Qui il lettore si ferma smarrito: cosa c’entra mai questo scenario da fantascienza con la produzione di gameti a partire da cellule staminali? Il fatto è che l’autrice s’è immaginata – Dio solo sa perché – che a Stanford abbiano tratto dalle cellule staminali, «per una sorta di autogerminazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l’altro genitore biologico né, forse, l’utero formativo»; una sorta di partenogenesi combinata con utero artificiale, di cui non c’è ovviamente nessuna traccia nel lavoro degli scienziati (unire a caso gameti derivati da un solo individuo servirebbe oltretutto solo a ottenere embrioni affetti da malformazioni gravissime).
Ancora sul Giornale («Quei figli di nessuno condannati alla follia dal delirio dei medici», p. 17), Claudio Risé associa «la costruzione di figli di nessuno, di essere [sic] umani fabbricati in laboratorio […] senza nessun contributo né di un padre né di una madre» alla sua annosa personale battaglia in favore del ritorno alla figura del padre autoritario:
Quando la mamma non c’è, non guarda e non tocca il suo cucciolo, quello che gli psicologi chiamano Io non si costituisce […]. Quando il papà non è presente, e non aiuta i figli a uscire dalla fusione che si instaura con la madre nelle prime settimane di gravidanza e continua per anni, il soggetto umano non si forma […] Negli ultimi trent’anni, in cui i padri assenti, o espulsi dal matrimonio sono diventati fenomeno di massa, le statistiche hanno mostrato che questi figli senza padre rappresentano in ogni paese il gruppo di testa dei principali disagi psichici, dalle tossicomanie agli atti di violenza, dai disturbi alimentari alle depressioni.
La famiglia è spesso un problema, ma non averla per niente è peggio.
Di nuovo: cosa c’entra questo con la scoperta di cui parla Nature? L’unica possibilità di dare un senso a queste righe è che Risé abbia indebitamente generalizzato la notizia (già in partenza fasulla), interpretandola in maniera estensiva e passando quindi dal piano biologico a quello sociale: i bambini non sarebbero solo concepiti in laboratorio, ma – sembra di capire – vi verrebbero anche cresciuti.
Risé, ad essere sinceri, conclude l’articolo con un appello condivisibile: «Tuttavia di fronte al sinistro circo Barnum tecnoscienza & mercato dei bambini, preoccupiamoci pure, ma non cadiamo nell’isteria»; ma l’esempio che subito dopo ci fornisce di reazione non isterica è questo:
È proprio ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero, per poter dire che gli amanti della natura sono poveri matti retrogradi, e loro i sani. Per contrastare i loro scenari avidi, occorre lucidità e sangue freddo. In fondo, non sono passati neppure due secoli da quando, nel 1916 [sic], Mary Shelley, spinta da Lord Byron a scrivere un racconto gotico, vide in un incubo uno studente, Victor Frankenstein, che si inginocchiava di fianco ad una creatura che aveva costruito; e questa, grazie a qualche forza ancora sconosciuta, mostrava segni di vita. Era l’annuncio della tecnoscienza, ed il primo grido di allarme per i suoi futuri deliri. Non serve scandalizzarsi per le visioni umane, vanno però messe sotto controllo. O sono guai.
Scienziati pazzi, «scenari avidi», il mostro di Frankestein e i deliri della tecnoscienza: non c’è che dire, una risposta proprio compassata...

Queste risposte, fra l’isterico e lo stralunato, a una scoperta che si sarebbe dovuta accogliere invece con interesse e apertura, ci mostrano ancora una volta come il sentimento antiscientifico dominante sia un segnale di grave pericolo per il progresso del nostro paese; progresso non solo civile ma anche materiale, non tanto perché la scienza costituisce il motore ultimo della crescita economica, ma perché là dove si reagisce con terrore inarticolato a ogni minima opportunità e a ogni minimo rischio, lo spirito di intraprendenza non può essere che morto da un pezzo.

Aggiornamento 1/11: da leggere la riflessione di Michele Serra (nell’«Amaca» di ieri) su come è stata data la notizia.

giovedì 3 settembre 2009

Due di Bioetica su Darwin

Il team di Bioetica è presente al completo sul numero da oggi in edicola della rivista di divulgazione scientifica Darwin (n. 33, settembre-ottobre 2009).
Chiara Lalli firma un intervento sulle famiglie arcobaleno (pp. 62-63):

In Italia ci sono molti bambini nati o cresciuti in famiglie omosessuali. Famiglie ricomposte, donne che hanno usato le tecniche di riproduzione artificiale, uomini che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata, cogenitori (cioè una coppia di uomini e una coppia di donne che hanno insieme dei figli). L’omogenitorialià è dunque una realtà, e non sembrano esserci valide ragioni per condannarla o stigmatizzarla. La letteratura scientifica in merito, infatti, rassicura. Anche il buon senso può venirci in soccorso: se l’omosessualità non è una patologia e se il desiderio di avere un figlio è legittimo, dovrebbe esserlo indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Nel 2005 è stata condotta Modi di, una ricerca nazionale sulla salute di lesbiche, gay e bisessuali. Nel campione analizzato «il 17,7 per cento dei gay e il 20,5 per cento delle lesbiche, con più di quaranta anni, hanno almeno un figlio. La quota scende ma rimane significativa se si considerano tutte le fasce d’età. Sono genitori un gay o una lesbica ogni venti. Per la precisione il 5 per cento dei primi (il 4,7 per cento è padre biologico) e il 4,9 per cento delle seconde (il 4,5 per cento madre biologica)». Sono dunque circa centomila i figli cresciuti in una famiglia gay, secondo una stima inevitabilmente per difetto. […]
Giuseppe Regalzi racconta invece la storia della colossale frode scientifica perpetrata dal dottor Woo Suk Hwang («Ascesa e caduta del re della clonazione», pp. 86-95):
Il 12 gennaio 2006 il dottor Woo Suk Hwang stava piangendo di fronte alle telecamere della Tv sudcoreana. «Mi sento così annichilito e mortificato che non ho quasi la forza di chiedere scusa». Venti dei suoi colleghi, in piedi a capo chino dietro di lui, condividevano l’umiliazione di quei momenti. «Chiedo il vostro perdono», aggiunse Hwang rivolgendosi ai suoi concittadini, che l’avevano a lungo idolatrato e considerato un eroe nazionale. In quel momento agenti di polizia stavano perquisendo la sua abitazione e i suoi laboratori alla ricerca di prove, dopo che due giorni prima una commissione d’indagine istituita dall’Università Nazionale di Seul aveva concluso che i due articoli scientifici che avevano dato a Hwang la gloria, pubblicati sulla prestigiosa rivista Science nel 2004 e nel 2005, contenevano estese falsificazioni, e che la pretesa produzione di cellule staminali embrionali a partire da embrioni umani clonati, in essi documentata, non era mai avvenuta.
Ma come era stato possibile che una frode scientifica di questa portata passasse all’inizio inosservata? E quali eventi avevano trasformato Hwang in meno di due anni da oscuro esperto di scienze veterinarie nello scienziato forse più celebre al mondo, e infine in disprezzato truffatore? È quanto cercheremo di vedere nelle prossime pagine.

venerdì 24 luglio 2009

Clonazione senza ovociti grazie alle staminali pluripotenti indotte

La ricetta per la clonazione è semplice. Prelevate una normale cellula differenziata da un organismo adulto, ed estraetene il nucleo. Procuratevi poi un ovocita, togliete anche ad esso il nucleo e sostituitelo con il nucleo della cellula adulta. Applicate una leggera scossa elettrica o uno stimolo chimico ed aspettate: dopo un poco l’ovocita comincerà a dividersi, formando un embrione geneticamente identico all’organismo che aveva fornito la cellula adulta. Da questo embrione potrete estrarre dopo pochi giorni cellule staminali pluripotenti, gettando il resto; oppure, con un po’ più di pazienza, potrete ottenere dopo nove mesi un bebè gemello dell’individuo da cui avevate estratto la cellula adulta.
Questo almeno in teoria; in pratica, purtroppo, le cose sono molto più difficili. La clonazione funziona raramente, richiedendo decine e a volte centinaia o, per alcune specie, migliaia di tentativi, e gli embrioni risultanti – quando ci sono – sono quasi sempre poco vitali. A tutt’oggi non solo nessuno è riuscito a far nascere un clone di un essere umano (impresa peraltro illegale in quasi tutti i paesi del mondo), ma neppure a estrarre staminali da un embrione umano clonato (anche se ci si è andati abbastanza vicino). Con le staminali embrionali, fra l’altro, si potrebbero sostituire i tessuti danneggiati di una persona, curando così malattie come per esempio il morbo di Parkinson o la degenerazione maculare; e invece nulla.

Uno dei problemi maggiori della clonazione umana consiste nell’approvvigionamento di ovociti. Visto che la tecnica è così inefficiente, ne sono richiesti centinaia; ma estrarli da una donna comporta una procedura dolorosa e non esente da rischi. Il risultato è una scarsità cronica di ovociti, che – assieme alle resistenze di integralisti e fondamentalisti – ha fortemente frenato questo campo di studi.
È proprio il problema degli ovociti ad aver portato a sviluppare una radicale alternativa alla clonazione. Si tratta delle cosiddette cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), sviluppate principalmente grazie agli studi di Shinya Yamanaka e James Thomson. La ricetta inizia di nuovo con una normale cellula adulta, ma poi prosegue in maniera molto differente. Si introducono nella cellula dei retrovirus che portano con sé alcuni geni, la cui azione, una volta inseriti nel genoma nucleare, causa un de-differenziamento della cellula, che da specializzata che era ritorna simile a una staminale pluripotente embrionale, capace quindi di trasformarsi nella cellula di qualsiasi tessuto (sono adesso disponibili metodi che producono lo stesso effetto senza far uso di virus). Non c’è bisogno di ovociti, e non c’è neppure bisogno di passare per un embrione completo; il metodo è semplice, diretto, e fa anche la gioia dei seguaci del culto dell’embrione, che di conseguenza si astengono dal mettere i bastoni fra le ruote ai ricercatori.
E la clonazione riproduttiva? Se si prende una di queste cellule iPS e la si lascia moltiplicare non si potrebbe ottenere un embrione completo identico geneticamente al donatore della cellula? La risposta è no: le iPSC sono pluripotenti, possono cioè formare tutti i tessuti dell’embrione propriamente detto, quello che si trasformerà nel feto (in termini più tecnici, i tessuti dei tre foglietti embrionali: endoderma, mesoderma ed ectoderma); ma non sono totipotenti: non possono cioè formare anche il trofoblasto, lo strato che trasmette i nutrienti all’embrione propriamente detto e che si trasformerà in una parte della placenta. Da sole delle iPSC non potrebbero mai impiantarsi nell’utero.
Eppure, proprio ieri sono stati pubblicati su Nature e Stem Cell Stem due lavori di ricercatori cinesi che documentano la produzione di copie genetiche di topi per mezzo delle iPSC, senza ovociti; cloni a tutti gli effetti, anche se i ricercatori non li chiamano così (Xiao-yang Zhao et al., «iPS cells produce viable mice through tetraploid complementation», Nature, advance online publication, 23 luglio 2009; Lan Kang et al., «iPS Cells Can Support Full-Term Development of Tetraploid Blastocyst-Complemented Embryos», Cell Stem Cell, immediate early publication, 23 luglio). Come ci sono riusciti?
Tutto parte dal desiderio di dimostrare che le iPSC sono effettivamente pluripotenti. Trasformare queste cellule in ogni possibile tessuto del corpo richiederebbe molto tempo ed energia, e in qualche caso non è neppure noto come riuscire a indurre le cellule in coltura a mutarsi in un dato tessuto; fortunatamente esiste però un metodo molto più diretto. Prendiamo una blastocisti, cioè un embrione di 5 giorni: essa consiste di un involucro sferico, che andrà a formare il trofoblasto, a cui è attaccata internamente una massa di staminali, l’embrioblasto, da cui si formerà il feto. Se sostituiamo l’embrioblasto con le iPSC, avremo modo di provarne la pluripotenza: basterà controllare che dalla blastocisti risultante si produca un feto vitale.
C’è però una complicazione. Nella pratica risulta molto difficile separare il trofoblasto dall’embrioblasto; alcune cellule del secondo rimangono, e alla fine quello che si ottiene è una chimera: un organismo in cui alcune cellule deriveranno dalla blastocisti iniziale e altre saranno geneticamente identiche alle staminali che vi avevamo introdotto. Ma ci soccorre qui la tecnica della cosiddetta complementazione tetraploide. La ricetta stavolta è questa: si prende un embrione formato da due sole cellule, e con una scossa elettrica le si induce a fondersi di nuovo in una cellula unica. Questa, però, a differenza dello zigote originario, avrà un doppio corredo cromosomico – o meglio quadruplo, visto che le cellule normali hanno già ciascuna due copie di ogni cromosoma. La cellula risultante riprende a dividersi e a svilupparsi, fino a formare una blastocisti; a questo punto si sostituisce l’embrioblasto con le iPSC. Le cellule con quattro copie di ciascun cromosoma, però, sono in grado solo di formare la placenta, mentre non riescono a dare origine a tessuti fetali vitali; il risultato è che alla fine il feto risulterà composto esclusivamente dalle discendenti delle iPSC – e quindi geneticamente identico all’organismo dal quale queste ultime derivano.
È proprio questo che le due équipe hanno ottenuto, dimostrando così in modo che sembra conclusivo la pluripotenza delle iPSC. Particolarmente significativi i risultati pubblicati su Nature: la migliore delle linee cellulari ha prodotto 22 nati vivi da 624 blastocisti, con un’efficienza del 3,5% (altri 5 nati si sono avuti con altre linee cellulari, portando l’efficienza totale al 3,2% per cellule derivate al 14º giorno di coltura). Il grande progresso rispetto alla clonazione classica consiste nell’aver saltato il passaggio dal trasferimento del nucleo nell’ovocita alla formazione della blastocisti, che contribuisce ad abbassare l’efficienza totale. Facciamo un paragone con l’esperimento che ha portato alla clonazione del primo topo, Cumulina, nel 1997 (cfr. Wakayama et al., Nature 394, 1998, 369-74): con la tecnica migliore si sono ottenute in quell’occasione 23 nascite vive su 1240 embrioni trasferiti in utero, con un’efficienza dell’1,85%; ma gli ovociti utilizzati erano stati 2207, il che fa quasi dimezzare la produttività complessiva.
Quanto alla salute degli animali prodotti – uno dei punti deboli della clonazione classica – la situazione negli esperimenti odierni è un po’ mista (cfr. David Cyranoski, «Mice made from induced stem cells», NatureNews, 23 luglio): la mortalità dei topi è risultata alta, e si sono verificate alcune anomalie anatomiche. Ma 12 dei nati vivi si sono accoppiati e riprodotti, dando vita a centinaia di topi di seconda generazione, e a 100 di terza. A prima vista nessun topo sembra aver sviluppato tumori.

Prima di pensare a possibili applicazioni di questa tecnica, bisogna considerare due fatti: il primo è che ciò che funziona con i topi non è detto che funzioni con altri mammiferi; il secondo è che in questi esperimenti le iPSC sono state derivate sì da cellule differenziate (fibroblasti, cioè cellule della pelle), ma gli organismi da cui queste sono state tratte erano dei feti, non topi adulti.
Ciò detto, se la tecnica si confermerà essere un giorno semplice ed efficiente, la prima applicazione pratica sarà quasi certamente la clonazione di animali in via di estinzione. Ma anche la clonazione di un certo mammifero niente affatto raro sarà una prospettiva che certamente attirerà molti... Si avvererà così per intero la profetica messa in guardia di Robert Lanza, il biotecnologo che poco più di un anno fa aveva preannunciato la tecnica oggi realizzata. In quell’occasione la stampa integralista, imbarazzata dalle applicazioni «immorali» di una tecnica su cui ha investito moltissimo in termini propagandistici, si era rifugiata in una strampalata negazione delle possibilità profetizzate da Lanza; vedremo nei prossimi giorni cosa si inventeranno stavolta, con i primi risultati non più teorici davanti agli occhi.

mercoledì 6 maggio 2009

Nelle edicole

È da oggi in edicola il n. 31 della rivista di divulgazione scientifica darwin, che contiene fra l’altro un mio articolo, in cui faccio la storia della legislazione americana sulle staminali embrionali fino all’ordine esecutivo firmato da Obama lo scorso marzo (Giuseppe Regalzi, «La lunga battaglia delle staminali embrionali», pp. 90-95). Ecco le prime righe:

Il 9 marzo di quest’anno il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha abolito le restrizioni imposte dal suo predecessore alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Nella East Room della Casa Bianca, di fronte a un gruppo di pazienti – alcuni dei quali su sedie a rotelle – e di personalità del mondo politico e scientifico, Obama ha pronunciato un breve discorso; poi, fra gli applausi, ha firmato l’ordine esecutivo federale n. 13.505, «Rimozione degli ostacoli alla ricerca scientifica responsabile sulle cellule staminali umane», adempiendo così a una delle sue più significative promesse pre-elettorali.
Ma quanto è profonda la liberalizzazione avviata? Esistono ancora degli ostacoli alla ricerca? Come mai Obama si è appellato nel suo discorso al Congresso, affinché agisca «per fornire ulteriore sostegno a questa ricerca»? Per scoprirlo, dovremo ripercorrere gli eventi del passato; la nostra storia, in effetti, inizia negli anni ’90, prima di George W. Bush (eletto nel 2000), e prima che le cellule staminali embrionali umane fossero isolate (lo saranno nel 1998).

Il deputato Jay W. Dickey, Jr., avrebbe avuto normalmente pochi titoli per ambire a una fama duratura. Viene ancor oggi citata l’affermazione – fatta durante la campagna elettorale del 1992 – con cui escludeva l’aborto anche in casi estremi: «Penso che l’incesto debba essere trattato come una questione di famiglia all’interno della famiglia». Si ricorda anche la risposta che l’anno dopo, appena eletto, diede al mensile satirico Spy, che gli aveva chiesto in una falsa intervista cosa pensava si dovesse fare per fermare la pulizia etnica in Freedonia: Dickey accusò l’allora Presidente Bill Clinton di inazione, ignorando che Freedonia esisteva solo nella geografia immaginaria del film La guerra lampo dei fratelli Marx. E questo sarebbe tutto, se nel 1996 Dickey non avesse legato il suo nome a quello che da allora è noto come «emendamento Dickey» (o «Dickey-Wicker», dal nome di un altro deputato). […]

lunedì 9 marzo 2009

Applausi

Dalla trascrizione del discorso di Barack Obama, pronunciato prima di firmare l’ordine esecutivo con cui ha posto fine alle limitazioni alla ricerca sulle cellule staminali embrionali introdotte dal suo predecessore nel 2001:

Today, with the executive order I am about to sign, we will bring the change that so many scientists and researchers, doctors and innovators, patients and loved ones have hoped for, and fought for, these past eight years: We will lift the ban on federal funding for promising embryonic stem cell research. (Applause.) We will also vigorously support scientists who pursue this research. (Applause.) […]
Ultimately, I cannot guarantee that we will find the treatments and cures we seek. No President can promise that. But I can promise that we will seek them – actively, responsibly, and with the urgency required to make up for lost ground. Not just by opening up this new front of research today, but by supporting promising research of all kinds, including groundbreaking work to convert ordinary human cells into ones that resemble embryonic stem cells. […]
Now, this order is an important step in advancing the cause of science in America. But let’s be clear: Promoting science isn’t just about providing resources – it’s also about protecting free and open inquiry. It’s about letting scientists like those who are here today do their jobs, free from manipulation or coercion, and listening to what they tell us, even when it’s inconvenient – especially when it’s inconvenient. It is about ensuring that scientific data is never distorted or concealed to serve a political agenda – and that we make scientific decisions based on facts, not ideology. (Applause.) […]
As we restore our commitment to science and expand funding for promising stem cell research, we owe a debt of gratitude to so many tireless advocates, some of whom are with us today, many of whom are not. Today, we honor all those whose names we don’t know, who organized and raised awareness and kept on fighting – even when it was too late for them, or for the people they love. And we honor those we know, who used their influence to help others and bring attention to this cause – people like Christopher and Dana Reeve, who we wish could be here to see this moment. […]
So thank you very much, everybody. Let’s go sign this. (Applause.)
(The executive order is signed.) (Applause.)

lunedì 15 dicembre 2008

Cellule staminali e limiti della ricerca

Oggi verso le 3 con Olimpia Tarzia a Punto G, trasmissione condotta da Giulia Innocenzi su RED Tv.
Informazioni e commenti qui.

lunedì 24 novembre 2008

Science, dogmas and the state

Questo è il titolo della bella recensione di Elena Cattaneo (Nature, Vol 456|27 November 2008) del libro di Armando Massarenti: Staminalia (pubblicato nel settembre 2008 da Guanda), una approfondita e molto interessante panoramica di quanto accade e di quanto è successo nel dibattito intorno alle cellule staminali. Consigliabile a quanti ancora si attaccano alla preferibilità etica delle staminali adulte rispetto alle embrionali (invocando la sacralità della vita e la mostruosità morale di sperimentare sugli embrioni) e che pretendono di mettere steccati alla ricerca scientifica (oltre che, purtroppo, mettere steccati normativi).


Giusto un assaggio.

The book then comes to its most crucial point. Those opposed to embryonic stem-cell research in Italy and elsewhere are not simply presenting their ethical or religious arguments and asking those who share them to adopt a consistent behaviour. Rather, they are denigrating scientific results by emphasizing disagreements and spreading false information about the alleged scientific or therapeutic superiority of the research that they wish to support. This approach is applied to stem-cell research today, but tomorrow could be directed at any other field of science judged to be troublesome.

Misinformation has consequences for the political guidelines that sustain research. In countries where funding allocations are based on peer review, these effects should be containable. Competition for the best ideas will not depend on a scientist’s political or religious points of view or public perception. Where conflicts of interest pollute the management and public funding of science, as in Italy, misinformation may inspire and strengthen political interference with devastating effect, beyond damaging the research that could otherwise enhance the cultural and economic contribution of a country rich in creativity.

Da leggere per intero, la recensione e soprattutto il libro.

martedì 8 luglio 2008

Altri cibridi

La Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), l’ente britannico che si occupa della procreazione medicalmente assistita e della ricerca sugli embrioni umani, ha assegnato una nuova licenza per la creazione di cibridi, ossia di embrioni derivati da un ovocita animale il cui nucleo è stato sostituito con quello di una cellula somatica umana. La licenza, della durata di 12 mesi, è andata al Clinical Sciences Research Institute dell’Università di Warwick, che userà ovociti di maiale e cellule di individui affetti da cardiomiopatia per ottenere cellule staminali e studiare su di esse i meccanismi genetici della malattia. Si tratta della terza licenza assegnata dalla HFEA: le prime due erano state ottenute dal Kings College di Londra e dall’Università di Newcastle. Questa volta ci dovrebbe essere una novità scientifica: il gruppo di Warwick prevede di usare sostanze chimiche per eliminare ogni traccia dei mitocondri suini dalle cellule staminali, sostituendoli con mitocondri umani, in modo da ottenere cellule il cui corredo genetico sia al 100% umano. In questo modo, oltre ad eliminare alcuni degli argomenti ‘etici’ spesso avanzati contro questo tipo di ricerche, si potrebbero in prospettiva aprire nuove possibilità per l’uso terapeutico dei cibridi.

(Fonte: Rebecca Robey, «‘Egg sharing’ and ‘hybrid embryos’ offer hope for stem cell research», BioNews, 7 luglio 2008.)

giovedì 3 luglio 2008

La vita e la morte passando per la natura

Tutela della vita dal concepimento alla morte: dichiarazione del Sottosegretario Roccella (del 29 giugno passato):

“Le sollecitazioni dell’associazione “Scienza e Vita” sulle priorità di una politica che tuteli la vita dal concepimento alla morte naturale, sono in linea con gli indirizzi programmatici del Governo. L’impegno dell’esecutivo è quello indicato dallo stesso primo ministro nel discorso d’insediamento alla Camera dei deputati: varare un grande piano nazionale per la vita. Su molti dei punti critici individuati da “Scienza e Vita” abbiamo trovato una situazione già fortemente compromessa dal precedente Governo: è ormai impossibile, per esempio, riattivare la minoranza europea di blocco che impediva il finanziamento alla ricerca sugli embrioni, dopo che nel 2006 il ministro Mussi ha ritirato la firma dell’Italia. Sugli altri temi, come le linee guida per la legge sulla procreazione assistita e le politiche di prevenzione dell’aborto, siamo già al lavoro. In entrambi i casi, si tratta di interpretare e applicare la legge con coerenza e rispetto.
Accogliamo pienamente anche l’invito a promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, che ha già dato buoni frutti e in cui il nostro Paese è all’avanguardia, e la raccomandazione a maggiore cautela e informazione sui test genetici, affinché il loro uso non apra le porte a forme “morbide” di eugenetica. Le tematiche proposte da “Scienza e Vita” sono al centro della nostra attenzione, e siamo certi che con l’associazione il dialogo sarà continuo e proficuo.”
Non è solo il richiamo ad una associazione clericale; e non è nemmeno la assoluta insensatezza di espressioni quali “morte naturale” o “per la vita” (dubito che Eugenia Roccella intenda proteggere i lombrichi o le formiche che impietosamente schiaccia durante le sue passeggiate). E nemmeno la nostalgia per la ridicola minoranza di blocco contro il finanziamento alla ricerca sulle staminali embrionali (tanto per ricordare: i cosiddetti embrioni sovrannumerari creati prima della legge 40 sono destinati alla loro naturale estinzione). Né, ancora, l’ostinazione nel dividere la ricerca in cassetti (staminali adulte sì, staminali embrionali no) o il richiamo alla eugenetica che va tanto di moda (il richiamo, intendo).
Ma la mediocrità insopportabile di queste dichiarazioni.

lunedì 30 giugno 2008

I nodi della disciplina italiana. Intervista a Irene Martini

Il decreto Milleproroghe scadrà il 30 giugno (prorogato al 29 febbraio 2009) e con esso il divieto di istituire banche private per il cordone ombelicale. Quale sarebbe la soluzione migliore alla polemica sulla conservazione del sangue cordonale?

La soluzione migliore in questo momento? Sarebbe già tanto se ci fosse una soluzione. Quella americana è la via da seguire. Non per esterofilia ma per pragmatismo. Sono di ritorno da Los Angeles, da un convegno dove ero l’unica italiana presente su oltre 500 partecipanti da varie parti del mondo, in cui si è parlato di cordone ombelicale e di trapianti nelle malattie onco-ematologiche. I dati emersi parlano da soli. Fino al 2006 negli Stati Uniti i trapianti di staminali cordonali erano 8mila; nel 2007 ce ne sono stati 10mila con una percentuale di successo del 63% per uso intra-familiare e del 28% per uso eterologo. A questo bisogna aggiungere la capillarità dell’organizzazione della rete di banche di conservazione che, se nel 2006 vedevano 300mila campioni privati di sangue cordonale conservati in banche di staminali, oggi sono circa 700mila passando per i 450mila del 2006, e i 600mila del 2007. Un dato in crescita che si attesta a rappresentare ormai il 4% delle nascite calcolate in un anno negli USA. Ma queste cifre di un successo medico scientifico sono il frutto di scelte politico economiche intelligenti, improntate al liberalismo e al progresso, che hanno visto nascere un rapporto virtuoso e sinergico tra banking pubblico e privato, così come stabilito dalle linee guida della Food and Drug Administration. Per quanto riguarda le scelte italiane, si devono fare alcune precisazioni. La prima e più importante scelta d’indirizzo deve essere quella di creare un sistema di qualità del servizio. Come farlo? Attraverso l’abolizione dei divieti ad operare per le banche private e la creazione contemporaneamente di un’Authority indipendente di settore che garantisca il rispetto di protocolli internazionali e qualitativamente elevati. La seconda è abolire il divieto di conservazione autologa e lasciare la facoltà a chi conserva di optare per la donazione qualora ci sia un paziente che necessita del trapianto, inserendo i dati del campione in un registro internazionale. Terza: favorire una campagna di informazione medica e scientifica, ma anche sociale, sulla conservazione così come sulla donazione. Quarta: aprire il mercato delle biotecnologie a un settore che potrebbe produrre risultati economicamente importanti, favorendo investimenti economici privati a favore della qualità e della capillarità del servizio. Quinta: tutelare con sistemi di intervento pubblico attraverso anche associazioni di settore, il bancaggio autologo per quelle fasce economicamente più deboli. Infine sesta: creare la rete di banche pubbliche che potrebbero gestire prioritariamente il servizio di donazione. Mi sembra una scelta pragmatica ed efficace.

A cosa serve conservare il cordone ombelicale?

A star bene. È una forma di assicurazione sulla vita che utilizza come bene la ricerca scientifica. Sono circa 70 le malattie curabili oggi con le staminali cordonali. Sono soprattutto le malattie del sangue come la leucemia linfoide acuta, la leucemia mieloide, le immunodeficienze e le talassemie. Uno dei vantaggi più grandi del sangue cordonale è la ridotta capacità di dare origine ad alloreazioni. I protocolli sulle modalità di trapianto delle cellule staminali per endovena prevedono una dose minima equivalente a 30 milioni di cellule mononucleate/Kg corporeo e una istocompatibilità di almeno 4/6 loci. I nuovi studi sui trapianti hanno dimostrato che un trapianto per endovena con almeno due unità di sangue cordonale garantisce un miglior attecchimento perché la cellularità (ovvero la concentrazione di cellule trapiantate) è un fattore determinante nella riuscita del trapianto così come l’immediata reperibilità del campione e la sua sterilità (ovvero la non contaminazione delle cellule trapiantate da parte di agenti infettivi). Studi recenti nell’impiego delle staminali per iniezione intramidollare diretta dimostrano un recupero più rapido del numero di cellule mononucleate e delle piastrine con un numero ridotto di cellule trapiantate in situ. La conservazione del sangue cordonale offre inoltre la possibilità di sviluppare indagini diagnostiche retroattive su patologie a carattere ereditario e/o tumorale. Altri protocolli in via di definizione e validazione riguardano l’espansione delle cellule staminali in vitro, il trapianto dopo ridotta chemioterapia, l’infusione di cellule selezionate

(Continua su LibMagazine, 30 giugno 2008)

Irene Martini è direttore scientifico di SmartBank.

venerdì 18 aprile 2008

Assuntina, attenta al clone!

Come si sa, le cosiddette staminali pluripotenti indotte (iPS) sono cellule pressoché identiche alle staminali embrionali (in particolare per il carattere della pluripotenza, cioè la capacità di trasformarsi in tutti i tipi cellulari che compongono un organismo umano), ma a differenza di queste derivano da normali cellule adulte. Sviluppate dai giapponesi Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, le iPS sono riuscite nell’impresa di destare contemporaneamente l’entusiasmo del mondo della ricerca (seppur ancora venato di sana prudenza) e quello degli integralisti cattolici: per questi ultimi ecco finalmente una tecnica che non solo non manipola gli idolatrati embrioni, ma che ha anche delle prospettive concrete – a differenza delle povere staminali adulte, che fino all’altro ieri la propaganda dipingeva come capaci di curare di tutto e di più, e che adesso stanno rapidamente cadendo nell’oblio. Questo cambiamento di prospettiva, è vero, ha richiesto alla propaganda integralista alcune manipolazioni mediatiche; ma la posta in gioco è troppo alta per farsi distrarre dalla deontologia professionale...
Ma ecco che una notizia giunge a mettere a repentaglio il nuovo equilibrio conquistato. All’inizio di questa settimana il quotidiano The Independent ha pubblicato le dichiarazioni di Robert Lanza, direttore scientifico dell’Advanced Cell Technology, un’azienda che si occupa in particolare di staminali (Steve Connor, «“Now we have the technology that can make a cloned child”», 14 aprile 2008). Lanza mette in guardia sul fatto che la tecnica delle iPS può rendere molto più semplice la creazione non solo di chimere – individui composti da cellule derivate da due o più zigoti, e quindi geneticamente diverse – ma anche di veri e propri cloni: gemelli genetici di un individuo adulto esistente (non è chiaro se la Advanced Cell Technology abbia già clonato in questo modo dei topi).
Va detto che qui Robert Lanza si sta probabilmente prendendo una piccola rivincita personale. Tempo fa era stato lui a proporre una tecnica per la produzione di staminali embrionali che veniva incontro alle ubbie degli integralisti; ma questi non gliene erano stati affatto grati (la tecnica si basava pur sempre su «manipolazioni» contrarie alla loro sensibilità), e avevano ucciso sul nascere la proposta con un linciaggio mediatico ben orchestrato, a colpi di critiche totalmente pretestuose. Ho il sospetto, insomma, che gli entusiasmi per la tecnica di Yamanaka abbiano riaperto questa vecchia ferita...
In ogni caso, gli integralisti dovevano rispondere anche a questa nuova sfida di Lanza: troppo hanno investito sulle iPS per lasciare dubbi sulla loro correttezza ‘etica’. Ecco allora, per esempio, che sul numero di giovedì del famigerato inserto «È Vita» di Avvenire ben tre articoli cercano di rassicurare l’opinione pubblica cattolica. Il ruolo di punta spetta, come accade spesso, ad Assuntina Morresi («Giornale che leggi, “chimere” che trovi», p. III); ma la performance è più scadente del solito. Vediamo perché.

«Dichiarazioni maneggiate e tradotte in modo confuso sulla stampa nostrana», attacca la Morresi, e cerca poi di spiegarci perché:

l’esperimento ipotizzato nell’articolo è tutt’altro che nuovo, e non è una clonazione. Vengono usate cellule Ips per creare topi chimera, cioè topi il cui organismo possiede cellule con due diversi Dna […]. Nessun clone, quindi, ma solo chimere […] per essere un clone tutte le sue cellule dovrebbero avere il medesimo Dna, identico a quello di un’altra persona.
Un abbaglio giornalistico, dunque? La Morresi non spiega di chi sarebbe la colpa – se di Lanza o di chi ne ha raccolto le dichiarazioni – ma certo non lascia spazio per i dubbi: di «dichiarazioni maneggiate e tradotte in modo confuso» si tratterebbe, appunto, e nulla più.
Ma andiamo a vedere cosa dice l’articolo originale (i corsivi sono miei):
the same technique has already been used in another way to reproduce offspring of laboratory mice that are either full clones or genetic “chimeras” of the adult mouse whose skin cells were reprogrammed. […] Furthermore, studies on mice have shown that it is possible to produce fully cloned offspring that are 100 per cent genetically identical to the adult.
Non c’è bisogno di padroneggiare la lingua di Shakespeare alla perfezione per capire che qui si sta parlando proprio di cloni; traduco comunque (in modo spero non «confuso»...):
la stessa tecnica [delle iPS] è stata già usata in altro modo per riprodurre prole di topi da laboratorio composta da cloni veri e propri o da chimere genetiche dei topi adulti le cui cellule della pelle erano state riprogrammate […] Inoltre, studi sul topo hanno mostrato che è possibile produrre prole clonata geneticamente identica al 100% all’adulto.
Dopo questa cristallina dichiarazione, come se non bastasse, l’articolo prosegue spiegando in che cosa differisce la tecnica usata per produrre cloni da quella per produrre chimere. Non si tratta di una nuova scoperta, anche se l’Independent non lo dice: sono riuscito a risalire a uno studio del 1990, che per primo ha descritto la procedura (A. Nagy et al., «Embryonic stem cells alone are able to support fetal development in the mouse», Development 110, 1990, pp. 815-21); nuova è, ovviamente, la combinazione con le iPS.
La ricetta è questa: si prende un embrione formato da due sole cellule, e con una scossa elettrica le si induce a fondersi di nuovo in una cellula unica. Questa, però, a differenza dello zigote originario, avrà un doppio corredo cromosomico – o meglio quadruplo, visto che le cellule normali hanno già ciascuna due copie di ogni cromosoma. Comunque la cellula risultante riprende a dividersi e a svilupparsi; a questo punto si combina questo embrione con cellule staminali (embrionali nell’esperimento originale di Nagy e compagni, pluripotenti indotte in quello proposto da Lanza). Le cellule con quattro cromosomi sono buone soprattutto a formare la placenta; per il resto, vengono presto sopraffatte dalle staminali, e alla fine il feto risulta composto esclusivamente da queste ultime – e quindi geneticamente identico al loro proprietario. Recentemente un gruppo di Pechino è riuscito a produrre con la tecnica originale più di quaranta topi vivi alla nascita, metà dei quali è cresciuta e si è riprodotta normalmente.
Sono consapevole del pericolo di esagerare, costante in questo campo; ma se le cose funzioneranno, direi che ci troviamo di fronte al progresso più significativo nel campo della clonazione dalla nascita di Dolly in poi. Sull’Independent un secondo articolo, pubblicato oggi (Steve Connor, «The cloning revolution (part 2)», 18 aprile), mette in risalto le potenziali, rivoluzionarie conseguenze nel campo della preservazione di specie animali in pericolo di estinzione. Ovviamente, persone prive di scrupoli potrebbero far nascere il primo bambino clonato già l’anno prossimo...

Di tutto questo, come abbiamo visto, Assuntina Morresi sembra non essersi accorta: «Dichiarazioni maneggiate e tradotte in modo confuso»... Eppure l’articolo l’ha letto (ne descrive persino l’illustrazione), e l’inglese – immagino – lo capisce anche lei. Ma noi di Bioetica non siamo maliziosi, e addebiteremo senz’altro la cosa a una distrazione: a volte la fretta gioca brutti scherzi. In fondo, non dimostra una certa fretta questo magnifico lapsus, che troviamo nello stesso articolo per Avvenire?
Sarà mancanza di immaginazione, ma fatichiamo a immaginare un genitore contento di avere un figlio che in percentuale è un’altra persona, fosse pure Einstein!
Parole che starebbero bene nel manifesto di un clonatore: le persone normali sono ben contente di avere figli che in percentuale appartengono a un’altra persona, anche se non è Einstein...

giovedì 17 aprile 2008

B16 e George W. Bush

B16 incontra George W. Bush. Siamo felici e orgogliosi di vedere confermate le loro affinità.
In Festa di compleanno per il Papa alla Casa Bianca, Zenit, 16 aprile 2008, si legge:

Un comunicato congiunto emesso dal Vaticano e dal Governo statunitense ha reso noto che i leader hanno affrontato temi quali “il rispetto della dignità della persona umana; la difesa e la promozione della vita, del matrimonio e della famiglia; l’educazione delle generazioni future; i diritti umani e la libertà religiosa; lo sviluppo sostenibile e la lotta contro la povertà e le pandemie, soprattutto in Africa”.
Elencati così gli scopi comuni, sembrano scopi nobili e condivisibili. Basta avere la memoria corta o fare i finti tonti. Se invece si conserva qualche ricordo, è difficile non suggerire che il rispetto della dignità della persona umana sarebbe meglio chiamarlo indisponibilità e sacralità della vita umana (che sostituisce la libertà di scegliere della propria vita), e che prende le forme del matrimonio tra un uomo e una donna sulle indicazioni clericali (un uomo che sia uomo davvero e una donna che sia donna davvero, senza scherzi o diavolerie ormonali e chirurgiche, si intenda). L’educazione è quella religiosa e clericale e la libertà religiosa è quella di scegliere il cattolicesimo. Infine sull’Africa: sarebbe meglio tacere, forse, perché si rischia di doversi ricordare le dichiarazioni sulla inutilità del preservativo come argine alle malattie sessualmente trasmissibili o al suo potere contraccettivo.
Quanto scrive l’Ansa si avvicina di più alla verità, anche se gli argomenti rimangono ancora troppo sul formale.

Papa, un viaggio nel tramonto dell’America di Bush, Ansa, 13 aprile 2008:
Quello nello Studio Ovale, sarà poi l’ultimo incontro ufficiale tra il Papa e il presidente uscente. Nel colloquio – ha annunciato la Casa Bianca – i due leader proseguiranno il loro dialogo su “fede e ragione” e sui loro “scopi comuni”: su aborto, famiglia, coppie gay, ricerche sulle staminali, Benedetto XVI e Bush la pensano alla stessa maniera.
Per essere più espliciti: no all’aborto; sì alla famiglia cosiddetta tradizionale (uomo + donna + pargoli); no alle coppie gay (nessun riconoscimento e se fosse meno impopolare, forse, ci si spingerebbe anche oltre); no alla ricerca sulle staminali.

mercoledì 9 aprile 2008

La ricerca sulle staminali embrionali secondo i nostri politici

Luca Saitta per Galileo ha domandato ai candidati di scienza e argomenti affini. Ne è emersa una tribuna scientifica molto interessante. Molto preoccupante.
La parte che riguarda la ricerca sulle staminali embrionali fa venire voglia di emigrare su Marte.
Merita di essere riportata la risposta di Andrea Ranieri (Pd, Laureato in filosofia, eletto nella XV Legislatura al Senato per i Democratici di Sinistra, membro della VII Commissione Istruzione, Beni culturali, Sport - si legge prima della domanda).

Qual è la vostra posizione riguardo la ricerca sulle cellule staminali embrionali?
“Si tratta, senza dubbio, di un problema complesso. Spesso la tendenza che caratterizza dibattiti di questo tipo è quella di connotare immediatamente come etiche questioni che, in realtà, non lo sono. Affrontare il tema delle cellule staminali embrionali, dunque, prima di tutto significa affrontare una ricognizione seria e consapevole basata su principi rigorosamente scientifici. Durante questa legislatura lo sforzo del centrosinistra si è già mosso in tal senso e la presa di posizione comune del Pd si è tradotta nella mozione, costruita in maniera del tutto unitaria, che ha permesso di togliere la “clausola di blocco” avanzata in sede europea”.

Ora: io capisco (con fatica) la fissazione strategica di essere cauti, di mettere le mani avanti, di non offendere nessuno (ove nessuno corrisponde ad un profilo specifico e non certo onnicomprensivo), di non parlare in modo comprensibile perché poco si ha da dire e molto da temere, che non è detto che sia necessario sapere che cosa sia una questione etica e cosa una questione scientifica, ma mi domando: che cosa ha detto? o che cosa voleva dire che però ha dovuto tacere perché non si poteva dire? e, in ultimo, aveva qualcosa da dire?

mercoledì 13 febbraio 2008

Recepimento della direttiva europea sui tessuti e le cellule umani

Per quanto riguarda la donazione, l’approvvigionamento, il controllo, la lavorazione, la conservazione, lo stoccaggio e la distribuzione dei tessuti e delle cellule umani l’Italia ha deciso di recepire una direttiva europea in materia (ovvero la direttiva che riguarda anche la conservazione del cordone).
È cominciato così, il 27 luglio 2007, l’iter legislativo del recepimento della direttiva 2004/23/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 31 marzo 2004 “Sulla definizione di norme di qualità e di sicurezza per la donazione, l’approvvigionamento, il controllo, la lavorazione, la conservazione, lo stoccaggio e la distribuzione di tessuti e cellule umani” (Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, 7 aprile 2004).
Un esempio della burocrazia italiana, cui si aggiunge distrazione e ignoranza.

Il documento integrale è su Persona e Danno, 12 febbraio 2008.

giovedì 13 dicembre 2007

Avvenire mente ancora!

Da Avvenire di oggi («Yamanaka: basta embrioni, sono come i nostri figli», 13 dicembre 2007, inserto È Vita, p. 3):

Lo scienziato giapponese, infatti, ha dichiarato di non aver mai utilizzato cellule embrionali per i suoi esperimenti («In Giappone è proibito – ha spiegato Yamanaka – e in America, dove pure ho un laboratorio, anche se venivano utilizzate da alcuni per verificare il meccanismo della mia scoperta sulla riprogrammazione, io non le ho mai impiegate»).
Dall’ultima frase (e dal contesto dell’articolo) sembrerebbe doversi dedurre che nel laboratorio americano di Yamanaka non si usassero staminali embrionali; ma una leggera ambiguità ci spinge a cercare la fonte originale. Eccola (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.”
L’ambiguità, come si vede, è sparita, e l’impressione che il giornale dei vescovi voleva comunicare ai lettori è rovesciata: è proprio il laboratorio americano di Yamanaka ad aver usato cellule tratte da embrioni, e per le sue ricerche! Che il ricercatore in persona non li abbia mai maneggiati, come si preme di farci sapere (Yamanaka mostra qui un certo talento per le public relations), è del tutto indifferente.
La frase finale, infine («Non c’è modo per adesso di fare a meno degli embrioni»), si cercherà invano nel resoconto degli integralisti, nella loro ansia di arruolare testimonial eccellenti per la loro moratoria...

venerdì 7 dicembre 2007

Avvenire mente con gusto e frequentemente

Su Avvenire di ieri si leggeva (Lorenzo Fazzini, «California, punto e a capo: “Non solo embrioni”», 7 dicembre 2007, inserto È vita p. 1):

La California, “paradiso” della ricerca sulle cellule staminali embrionali, compie una prima, storica virata in favore di tecniche di ricerca che non prevedono la distruzione di embrioni umani, come ha dichiarato nei giorni scorsi il California Institute for Regenerative Medicine (Cirm).
[…] la pubblicazione del bando di concorso per finanziamenti in favore di ricerche sulle staminali non embrionali è datata 29 novembre. Detto altrimenti, a San Francisco si sarebbero convinti […] del fatto che i soldi pubblici devono andare ai ricercatori che insistono sulle staminali adulte. […]
E il finanziamento in questione, il cui nome è significativamente quello di «Cirm New Cell Lines Awards» (Premio Cirm per nuove linee cellulari), si propone di sostenere «metodi alternativi per la derivazione di linee cellulari pluripotenti». In altre parole, cellule staminali adulte.
Così, il 3 ottobre scorso il Cimr ha stanziato 13 milioni di dollari che verranno devoluti l’anno prossimo a quei ricercatori che intendono«investigare tecniche che non distruggono embrioni umani».
Ma se andiamo a leggere il bando di concorso del Cirm (RFA 07-05: CIRM New Cell Lines Awards) scopriamo che le cose stanno un po’ diversamente. Il premio, che ammonta complessivamente a 25 milioni di dollari, è rivolto infatti a due categorie di ricerca, la prima delle quali è definita così: «Derivazioni di nuove linee di cellule staminali embrionali, usando embrioni umani sovrannumerari ai primi stadi ottenuti con la fertilizzazione in vitro» («Derivation of new hESC lines using excess or rejected early stage human embryos generated by in vitro fertilization»). Sì, si tratta proprio di nuove linee cellulari ottenute distruggendo l’embrione; il nome del premio è significativo, ma in senso opposto a quello che ci vorrebbe far credere Fazzini.

Si dirà: va bene, Avvenire si è macchiato di un peccato di omissione, ma in fondo non ha mentito... Ma – a parte le considerazioni che si potrebbero fare sull’etica professionale di un giornalista che tace metà della notizia che sta riportando – la menzogna c’è, ed è bella grossa. I «metodi alternativi per la derivazione di linee cellulari pluripotenti» non coincidono affatto con le staminali adulte, alle quali nel bando si accenna brevemente e indirettamente, e neppure soltanto con le cosiddette fonti ‘etiche’ di staminali. La seconda categoria di ricerca, infatti, viene definita in questo modo: «Derivazione di linee di cellule staminali umane pluripotenti da altre fonti [rispetto agli embrioni sovrannumerari], usando metodi alternativi come (ma non limitati a) lo SCNT o la riprogrammazione di cellule adulte o neonatali (cellule iPS)» («Derivation of pluripotent human stem cell lines from other sources using alternative methods such as (but not limited to) SCNT or reprogramming of neonatal or adult cells (iPS cells)»). Le cellule iPS, ottenute con la riprogrammazione di cellule adulte (che non sono staminali adulte) o neonatali, sono quelle di cui tanto si è parlato in questi giorni; ma che cos’è lo SCNT? La sigla misteriosa sta per Somatic Cell Nuclear Transfer, trasferimento nucleare di cellula somatica – noto anche come clonazione terapeutica...

Lo Stato della California, insomma, ha stanziato milioni di dollari per fare a pezzi e clonare embrioni umani, ma i lettori di Avvenire devono credere che anche lì si siano convertiti tutti al pio studio delle staminali adulte. E questo sarebbe giornalismo?