È uno dei trucchi retorici preferiti dai fondamentalisti, soprattutto (ma non solo) quando cercano di contrastare la teoria dell’evoluzione: anche la scienza – dicono – contiene in sé un irriducibile elemento fideistico, e non può quindi accampare pretese di superiorità nei confronti della religione. Possono essere gli assiomi o i principi di partenza, o il fatto che il pubblico deve necessariamente fidarsi di quello che dicono gli scienziati: in ogni caso, c’è una credenza che non può essere giustificata empiricamente – proprio come nel cristianesimo.
Questa strategia argomentativa diventa però controproducente, se portata alle logiche conseguenze: se alla fine ciò che conta è la credenza irrazionale, allora che cosa distingue la scienza dalla pseudoscienza? Davvero non c’è differenza tra chi pensa che la terra sia sferica e chi la immagina piatta? E, peggio ancora, che cosa distinguerebbe le varie fedi religiose? Cosa renderebbe differenti gli insegnamenti di Ron Hubbard da quelli di Cristo?
Altre volte il paragone rimane limitato, e confutarlo è meno immediato (e un po’ più interessante); vorrei esaminere qui uno di questi tentativi.
Berlicche è uno dei molti blog di integralisti cattolici (l’autore, Antonio B., appartiene a Comunione e Liberazione), dove trovi ciò che normalmente si trova in tutti gli altri: l’orientamento politico rigorosamente di destra; l’esibizione talvolta un po’ stucchevole delle gioie della vita cristiana, unita da una parte a dichiarazioni vagamente untuose di umiltà e dall’altra al disprezzo manifesto per chi cristiano non è, disprezzo venato a volte di razzismo (l’autore dice per esempio dei Giapponesi, in un commento, che «sono un esempio pratico e fulminante di come la mancanza di Cristo possa portare la violenza sugli altri uomini a livelli difficilmente immaginabili, pur in mezzo ad un formalismo e moralismo a noi (fortunatamente) ignoti»: si può supporre, generosamente, che B. non ignori le statistiche che pongono costantemente il Giappone in fondo alle classifiche mondiali dei tassi di criminalità, e che si stia riferendo a qualche forma più sottile di violenza, ma allora con lo stesso ragionamento se ne dovrebbe dedurre che da noi si ammazza di più per la presenza di Cristo...). Un elemento più originale, che ha fatto la fortuna del blog, è la prosecuzione delle Screwtape Letters di C.S. Lewis, in cui Berlicche – il diavolo che elargisce consigli al maldestro Malacoda – tende spesso a incarnare i valori degli odiati «laicisti»: un esercizio, insomma, di letterale demonizzazione.
Recentemente B. ha dedicato due post al paragone tra scienza e fede. Nel primo, «Vedere l’infinito» (11 aprile 2007), azzarda un paragone tra conoscenza dei buchi neri e conoscenza di Dio:
Un buco nero, per definizione, è un oggetto astronomico che non solo non si vede, ma non si può vedere. La sua caratteristica è di avere una attrazione gravitazionale così forte che la luce (e ogni altra cosa) non ce la fa ad uscire da esso: è attirata inesorabilmente indietro, curvata, ingoiata.
Il buco nero è così “visibile” solo indirettamente, osservabile solo dagli effetti che la sua presenza ha su quanto lo circonda.
La conoscenza di un buco nero, quindi, è ancora scientifica o no?
Se di esso non è possibile fare ipotesi, perché oltre il suo confine, il suo orizzonte degli eventi niente ritorna, la conoscenza di esso non diventa una conoscenza di fede?
Se di Dio è possibile solo una conoscenza indiretta, come è differente questo dall’ipotizzare l’esistenza di un buco nero? Si può dire per questo che il buco nero non c’è, che Dio non c’è?
Qui B. introduce una distinzione insostenibile tra l’osservazione diretta di un oggetto e l’osservazione tramite gli effetti che esso ha su ciò che lo circonda: anche la luce emanata da un corpo visibile non è altro che un effetto fisico, che non ci fa certo conoscere l’oggetto in sé. Il buco nero ha effetti fisici imponenti, che ci permettono di misurarne con precisione le caratteristiche (le coordinate spazio-temporali, la massa, la carica, il momento angolare), e non è meno conoscibile – per quanto riguarda queste proprietà – di qualsiasi altro ente fisico. Si potrebbe sostenere tutt’al più che i buchi neri sono troppo fuori mano per misurarne tutte le proprietà, ma d’altra parte è proprio per questo che per la scienza la loro esistenza – checché ne pensi B. – non è un dato acquisito al di là di ogni dubbio.
Il secondo post («
Conoscere l’inconoscibile», 12 aprile) è più interessante, e ci porta al tema di apertura.
mettiamo che vi dica, che so... che la superficie del Sole è solida. O che il polo nord di Saturno è un enorme esagono. E che all’altro polo c’è un buco in cui ci potrebbe cascare la Terra dentro. O che le stelle sono diamanti. O che il cielo è la casa di Dio. Voi potreste dubitare di quello che dico, e ne avreste tutte le ragioni. Chi sono io per voi?
E quindi occorre verificare.
Ma non sempre si può, non tutti possono andare fino a Saturno per guardarne i poli. […]
E quindi scatta quell’altro meccanismo della conoscenza che si chiama certezza morale. Anche se mi sembra impossibile che il polo di Saturno, o di Giove, sia a forma di esagono, siccome mi conosci e sai che di me ci si può fidare allora ci credi, fino a prova contraria.
Prendiamo ad esempio una cosa come il battesimo, o la confessione. Che possano rimettere, perdonare i peccati è certamente qualcosa che esula dall’indagine fisica. Non c’è, e probabilmente non ci sarà mai, un misuratore di Grazia, un indicatore tarato di peccato.
Alla fine del post B. offre i link che provano la veridicità dei fenomeni astronomici straordinari che ha citato. La logica, apparentemente, tiene: se affermazioni fisiche come «l’accelerazione gravitazionale nominale alla superficie terrestre è di 9,81 m/s
2» o «il punto di ebollizione dell’acqua è di 100°C al livello del mare» sono in linea di principio accessibili alla mia esperienza diretta, affermazioni straordinarie a proposito del pianeta Saturno o di altri astri sembrerebbero accettabili solo per fede in chi ce le comunica, non diversamente (
mutatis mutandis, è ovvio) dai fatti straordinari del Vangelo a noi pervenuti per la trasmissione apostolica. Ma è proprio così?
Diciamo subito che due delle affermazioni non sono poi così straordinarie, tanto che non è forse un caso che B. le riporti imprecisamente: al polo sud di Saturno non c’è «un buco in cui ci potrebbe cascare la terra dentro», ma l’occhio di una sorta di uragano stazionario; che questo possa (quasi) contenere il nostro mondo non è poi così incredibile, in un pianeta la cui superficie è 84 volte quella terrestre. E non è vero che «le stelle sono diamanti»: lo sono solo alcune nane bianche; il fatto – in sé non particolarmente straordinario – che i loro nucleo fosse composto di carbonio, e che sia stato sottoposto a una pressione enorme, rende l’esistenza di un gigantesco diamante al loro centro non meno credibile di quella di un normale diamante terrestre.

Le cose cambiano con l’esagono di Saturno. Qui B. ha assolutamente ragione: questo è un fenomeno straordinario e inatteso, che nessuno fino ad ora è riuscito a spiegare in maniera soddisfacente, e che sembra sfidare – con la sua apparenza geometrica e perfettamente regolare – la nostra intuizione fisica. C’è però un
ma: scrive B. che «non tutti possono andare fino a Saturno per guardarne i poli»; ma in realtà, e in un certo senso, è proprio quello che è successo.
Tutti possiamo guardare i poli di Saturno come se ci trovassimo lì, grazie alle foto della sonda Cassini in orbita attorno al pianeta; è proprio così che abbiamo scoperto l’esagono misterioso al polo nord e l’uragano gigante al polo sud. Se un astronomo avesse riferito di avere intravisto l’esagono con il suo telescopio, senza poterne scattare le foto, lo scetticismo sarebbe stato generale e, penso, legittimo.
Si dirà: vabbè, in fondo così si sposta soltanto il discorso; rimane vero che si crede all’esistenza dell’esagono perché si ha fede nella Nasa, e nelle foto che sostiene di avere ricevuto dalla sonda. Ma anche questo sarebbe sbagliato: in realtà, quando accettiamo la veridicità delle foto, non lo facciamo perché abbiamo fede nella veracità della Nasa. Noi valutiamo quale sia il miracolo maggiore: che esista un fenomeno al momento inspiegabile su un pianeta dalle caratteristiche fisiche molto diverse da quelle a cui siamo abituati sulla terra, o, viceversa, che alla Nasa sia in corso un complotto che coinvolgerebbe come minimo decine di persone. Se le foto avessero mostrato al polo nord di Saturno il volto sorridente di Topolino, non ci sarebbe stata fiducia che tenesse: saremmo tutti stati certi di una burla, per quanto folle e colossale.
Chi mi legge ricorderà certamente chi è stato per primo a utilizzare questo ragionamento: sì, si tratta proprio di David Hume, nel saggio «
Of Miracles», dove il medesimo argomento viene utilizzato per negare credibilità a ogni storia di miracoli. Ciò che ci induce a credere alla presenza di un esagono tra le nubi di Saturno non può essere utilizzato, temo, per dimostrare i prodigi della storia sacra.
Veniamo infine all’ultima, e più interessante, delle meraviglie astronomiche che Antonio B. ha ritenuto di invocare. Il sito
The Surface Of The Sun ci informa in un linguaggio accessibile della clamorosa scoperta compiuta grazie agli osservatori spaziali SOHO, Trace, Yohkoh ed altri: contrariamente a tutto quello che si credeva vero, la superficie del Sole è solida, non gassosa, e composta di ferrite (cioè di minerale di ferro), non di idrogeno e di elio con tracce di altri elementi. Immagini suggestive ci mostrano l’aspetto di questa superficie, che giace al disotto della fotosfera (la superficie visibile dell’astro). Si tratta di una novità assolutamente incredibile – e per una buona ragione: perché non è vera. Il sito è opera di un
crank, tale Michael Mozina, che non sembra avere nessuna qualifica accademica, e le cui idee non trovano alcun riscontro nella letteratura scientifica. B. si è fatto ingannare dall’apparenza relativamente seria del sito.
Si dirà che questo non dimostra nulla: non ci fidiamo del primo Carneade, abbiamo fede negli scienziati con PhD; non ci fidiamo del Testimone di Geova che bussa alla nostra porta, ci fidiamo del fine teologo laureato alla Gregoriana. Una questione di fede, in ogni caso. Ma le cose non stanno così.
Sarebbe possibile dubitare del sito di Mozina anche senza sapere assolutamente nulla dello stato della ricerca sul sole o della biografia dell’autore. La temperatura media della fotosfera solare è di 5800 gradi Kelvin; il punto di ebollizione del ferro è di 3134 K. Com’è possibile che sotto la fotosfera ci sia ferro
solido? (E stiamo trascurando il fatto che la temperatura aumenta con la profondità, mentre la pressione atmosferica rimane sempre al disotto di quella al suolo terrestre.) Ancora: la densità del ferro, poco sotto il punto di fusione, è di 7.000 kg/m³, quella media del sole di 1.400 kg/m³. Quindi il sole sarebbe composto in gran parte di elementi più leggeri del ferro; ma allora com’è possibile che la crosta non sia sprofondata verso il centro, in particolare all’epoca della formazione? Questa è fisica elementare; e anche se fosse possibile elaborare modelli sofisticati per rendere conto di queste anomalie (che Mozina comunque non ci offre), almeno qualche sospetto dovrebbe nascere.
Non la fede ci deve dunque guidare nella valutazione delle affermazioni straordinarie, ma il senso critico, e la conoscenza di qualche cognizione di base. Non voglio tuttavia insinuare che queste due ultime qualità manchino assolutamente ad Antonio B. (anche se la
notizia che fa l’ingegnere genera in queste circostanze una leggera apprensione...); probabilmente, a furia di pensare al diavolo, gli sarà venuto facile assimilare il sole all’inferno: caldissimo, ma con una solida, indistruttibile struttura.
Aggiornamento: ho cancellato il nome originale dell’autore di
Berlicche; la spiegazione si trova nei commenti.