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domenica 5 febbraio 2017

Bioetica per perplessi



Non esistono modi oggettivi per stabilire che un’etica è più giusta o funzionale di un’altra in assoluto, anche se comprendiamo che è un tratto psicologico-sociale adattativo autoingannarsi, cioè credere che i propri giudizi debbano essere presi in considerazione e rispettati o addirittura che siano universalizzabili. Da questo punto di vista, Immanuel Kant aveva colto un’aspirazione umana più intuitiva che razionale. Purtroppo, ma anche per fortuna, veniamo al mondo con disposizioni sia benevole sia malevole. Possiamo essere più o meno predisposti a farci guidare da sentimenti morali di fondo che sono passati al vaglio della selezione naturale e hanno aiutato i nostri antenati a sopravvivere, cioè a lasciare una discendenza di cui siamo temporaneamente parte.  Ha una valenza solo retorica far riferimento a cadute tragiche dell’etica medica (le idee e le pratiche messe in atto dai medici sotto il regime nazista sono il caso più eclatante) come scenari in qualche modo disumani o da prendere come tipologia di confronto per giudicare l’accettabilità di qualche particolare scelta o intervento medico. «Lo facevano i nazisti e quindi è male», non può essere però un argomento intelligente contro qualche atto medico. Perché i nazisti mangiavano, dormivano, facevano sesso, stringevano amicizie e rapporti affettivi. Quindi i nazisti erano persone del tutto normali e la loro etica era un’etica normale in quanto possibile, e possibile in quanto conteneva elementi molto umani sul piano psicologico. Gli stessi elementi che sono alla base della nostra etica. Così come una persona razzista o omofoba non è diversa da chi non trova rilevanti, sotto nessun punto di vista delle relazioni sociali, il colore della pelle o le preferenze sessuali – con l’eccezione, dei razzisti e degli omofobi psicopatici.

Una morale della concretezza, Il Sole24Ore, 4 febbraio 2017.

martedì 8 gennaio 2013

Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia

«Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e/o dedizione agli altri e a quelli non "senza incrinature", ma che fanno errori e sono vulnerabili». Rita Levi Montalcini non praticava questi valori, ma nondimeno li suggeriva al nipote Emanuele in una lettera del 6 giugno 1963.
[...]
È singolare che nei ricordi di questi giorni quasi nessuno abbia detto che il successo scientifico e accademico ottenuti da Rita Levi Montalcini negli Stati Uniti è una delle innumerevoli testimonianze del fallimento culturale e politico dell’Italia. Che appunto non ha investito in lei - come in Luria, Dulbecco e tanti altri, quando erano scienziati creativi - accogliendola e celebrandola solo quando la sua carriera scientifica era di fatto al capolinea.
[...]
Il modo migliore di ricordarla, al di là dei facili e ipocriti ovvero stucchevoli altarini, sarebbe di smetterla di asfissiare economicamente ricerca e istruzione, e dimostrare un vero salto di qualità nella percezione della cultura scientifica da parte del mondo intellettuale e politico italiano.
Rita, l’Italia non ti merita, Gilberto Corbellini, Il Sole 24Ore, domenica 6 gennaio 2013.

giovedì 6 settembre 2012

I cattivi consigli dell'empatia

Si sa: l'emotivismo, la cecità astorica e l'insofferenza per un approccio analitico-pragmatico ai problemi sono i carburanti del settarismo. E con le emozioni non si viene a compromesso. Ma se si usano solo le emozioni, evolutivamente selezionate anche per cacciare meglio in gruppo e spartirsi la selvaggina, succede che quando e dove l'esistenza gira male, gli animali, a meno che non siano protetti da qualche superstizione religiosa, vengono abusati in tutti i modi. Su consiglio diretto delle emozioni, che inducono a sopravvivere. Quando, come in Occidente, gira bene, gli altri animali ottengono un diverso genere di trattamento. Ora, se questo quadro è plausibile, e noi crediamo lo sia, chi ama gli animali non dovrebbe lasciarsi ipnotizzare delle prediche di Petrini, Dario Fo o Latouche, che propongono di diventare poveri o di tornare alla «scienza dei contadini». Che, quando erano ignoranti, erano anche i peggiori carnefici. Non solo verso gli animali.
Di Gilberto Corbellini e Simone Gozzano, Il Sole 24 Ore di domenica scorsa. Da leggere tutto.

lunedì 25 giugno 2012

Chi sono "scienza" e "tecnologia"?

Chi sono "scienza" e "tecnologia"? Certo non aiuta i giovani che hanno intrapreso con fiducia un percorso di apprendimento dell'unico sapere che ha migliorato quantitativamente e qualitativamente la condizione umana, cioè il sapere scientifico, farli riflettere in modo fuorviante sulle dimensioni morali e politiche della ricerca scientifica e tecnologica. Perché chi ha concepito il titolo della traccia ha un'idea singolare del problema morale della "responsabilità". La scienza e la tecnologia non possono essere responsabili di alcunché, perché sono attività umane.

Termini convenzionali per indicare dei metodi di produzione di sapere, teorico o/o pratico. Ergo, la traccia avrebbe dovuto intitolarsi "il problema della responsabilità NELLA scienza e nella tecnologia". Se vogliamo insegnare ai nostri giovani a pensare in modo coerente e utile, noi docenti dovremmo in primo luogo dare l'esempio, esprimendoci in modo semanticamente corretto.

Gilberto Corbellini, Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2012.

sabato 25 febbraio 2012

L’autismo dei lacaniani

Ignorando persino i pronunciamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, gli psicoanalisti francesi si ostinano a parlare di una psicosi causata da un’eccessiva freddezza della madre nei confronti del bambino, già in utero e/o dopo la nascita. Con quali prove sostengono questa ridicola tesi? Nessuna. Solo il dogma inventato negli anni Sessanta da discutibili personaggi: si tratti di Lacan, che spiegava l’autismo con il concetto di «madre coccodrillo», invadente e castrante, o di Bettelheim con l’allucinatoria immagine della «fortezza vuota», per definire i bambini autistici, e della «madre frigorifero», per spiegare la malattia riconducendola a un disturbo del rapporto emotivo madre/bambino, all’origine del quale vi sarebbe appunto la «frigidità» materna.
È evidente come, praticando la psichiatria con queste idee, si possono far solo danni. Ognuno può pensarla come vuole. Ma nell’età della medicina basata sulle prove di efficacia, un medico deve essere in grado di dimostrare empiricamente che le sue cure funzionano. Altrimenti è un ciarlatano. E va contro il vincolo deontologicodi non far del male ai pazienti e fornire i migliori trattamenti esistenti.
Da leggere tutto. Gilberto Corbellini, 12 febbraio 20120, Il Sole 24 Ore.

Le Mur, di Sophie Robert.
Support The Wall - Autism.

Aggiornamento
Il pezzo di Corbellini ha suscitato varie reazioni (per esempio qui e qui). Oggi David Vagni lo ha intervistato (qui).

venerdì 3 giugno 2011

An Italian nightmare

Science under politics. An Italian nightmare (Elena Cattaneo & Gilberto Corbellini, EMBO reports (2011) 12, 19 - 22) è stato pubblicatao qualche mese fa. Ma non è di certo invecchiato.
Queste le conclusioni.

One could ask whether the situation in Italy is simply a local consequence of a deteriorating relationship between science and society, or between scientists and politicians. In other words, is Italy an exception, or simply a vision of things to come in other countries? Regardless, the predicament of Italian science and scientists should stand as a warning of what happens when the rules of transparency are overridden, the scientific community remains largely silent, scientific facts have marginal political influence and science communication is helpless against ideologically driven propaganda that manipulates facts on a large scale (Corbellini, 2010). The experience of scientists in the USA during the Bush administration shows that for other countries this possibility is not too far-fetched and that, to paraphrase the British statesman Edmund Burke (1729–1797): bad science flourishes when good scientists do nothing.

mercoledì 27 aprile 2011

Uomini e topi


Nel dicembre 2010, su queste pagine, Umore Maligno fa una battuta sulla sperimentazione animale. I protagonisti sono un cagnolino sottratto alla ricerca medica e un bambino che sta morendo di leucemia. Nelle settimane seguenti alla redazione del Mucchio arrivano molte mail di protesta. I temi più comuni e ricorrenti sono l’inopportunità di fare dell’ironia su un argomento tanto spinoso e l’inutilità della sperimentazione animale. In tutte le lettere si condanna la vivisezione. La scelta del termine è significativa. Riguardo alla critica che scherzarci su non sarebbe ammesso o gradito, ognuno sceglierà se concordare o sollevare dubbi al riguardo. L’ironia è un’indubitabile manifestazione di cinismo indifferente? I controesempi, dai giullari a Train de vie, sarebbero tanto numerosi da portarci su un altro piano e su un altro pezzo. Lasciamo da parte il come si parla e si scrive e arriviamo ai contenuti: l’aspetto che più colpisce del dibattito sulla sperimentazione animale è il disaccordo sulla utilità scientifica del ricorso agli animali.

(A CHE) SERVE LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE?
Decido di saperne di più sulla storia e sui risultati medici ottenuti passando attraverso la sperimentazione animale e di parlarne con Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Sapienza di Roma.
Quando è cominciata la sperimentazione animale e che cosa oggi dobbiamo alle ricerche passate? Come sarebbe la nostra esistenza senza? Corbellini ci riporta al 300 a.C. e alla scuola medica di Alessandria: la filosofia naturalistica antica cerca di capire come funzionano gli organismi viventi. Comincia la sperimentazione sugli animali umani e non umani. “Galeno, circa quattro secoli più tardi, ha costruito la sua dottrina fisiologica sulla sperimentazione animale. C’erano molte ingenuità, perché trasferiva agli uomini le osservazioni fatte sulle scimmie, sugli ungulati e sui cani, senza rendersi conto che non era possibile trasferire per analogia all’uomo queste osservazioni. Pensava che l’utero umano fosse a forma di corno, perché così era quello di cane”.

[...]

LA COSCIENZA DEGLI ANIMALI
Il manifesto dell’iniziativa nata esattamente un anno fa e voluta da Maria Vittoria Brambilla per promuovere il rispetto per “i nostri amici a quattro zampe” solleva perplessità fin dal titolo. Gli animali non umani avrebbero “un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”.
Quando si passa alla gerarchia di importanza, allora si perde davvero la pazienza.

- È necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia.
- Va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.
- Va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.
- Va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.
- Deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.
- Va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.
- Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.
A parte la vaghezza dell’elenco e la mancanza di ipotesi per realizzare i punti indicati, a parte l’uso del termine “vivisezione”, a parte l’invito a regolamentare pratiche già regolamentate o a vietarne altre che già costituiscono reati (giustamente!, come l’abbandono o i maltrattamenti), a parte la perplessità di trovare Umberto Veronesi tra i firmatari del manifesto (sostiene il divieto della sperimentazione lui che incarna contemporaneamente la lotta ai tumori?), la promozione della sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per farne pellicce lascia davvero sgomenti.
Si vuole vietare l’importazione di animali esotici e solo sensibilizzare sulle pellicce? Allevare e scuoiare ermellini e volpi è moralmente preferibile alla detenzione in uno zoo? E secondo quale gerarchia? Quella delle prime alla Scala di Milano?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.

mercoledì 2 febbraio 2011

Venti milioni di euro

Venti sì, nonostante il solito pianto e i tagli sulla ricerca. A chi vanno? Ecco cosa scrive Gilberto Corbellini su Il Sole 24 Ore, Venti milioni di euro ai qualunquisti anti-OGM, 30 gennaio 2011.

La comunità degli scienziati italiani è allibita. Potrei riportare decine di email e telefonate, non ultima quella di uno sconfortato Edoardo Boncinelli. Il lamento è uno solo: ci dicono che non ci sono soldi per finanziare ricercatori che all’estero ci invidiano, e che per questo sempre più spesso se ne vanno, ma la Presidenza del Consiglio, la Regione Lazio, il Comune di Roma e la Regione Puglia hanno stanziato ben 20 milioni di euro da destinare a un progetto ispirato dalle fobie allucinatorie dell’ex-sessantottino Mario Capanna. L’unico al mondo ad aver visto e discusso (UnoMattina Estate del 30 luglio 2007) il sapore dell’inesistente fragola-pesce, usata anche come monito terroristico da una pubblicità Coop.
Il progetto si chiamerà, forse per assonanza con il film di Albanese, GenEticaMente. E a leggere la «piattaforma di ricerca», cioè i tipi di tecnologie e gli obiettivi del programma, vien subito da ridere. Poi, però, subentra una profonda tristezza. E uno si chiede chi possa mai aver vagliato, sul piano della plausibilità e della fattibilità, le cosiddette piattaforme di innovazione che sono state finanziate. È evidente che i ministri, presidenti di regioni, sindaci e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, non hanno chiesto, come si fa a livello internazionale per qualunque stanziamento di fondi pubblici, a un comitato di esperti neutrali, se il progetto ha una sua razionalità. Si possono capire Coop e Coldiretti, che avranno un ritorno di immagine attraverso il rinforzo della propaganda anti-ogm. Ma non è chiaro l’interesse delle istituzioni pubbliche a investire in quel pastrocchio i soldi delle nostre tasse. Che, di fatto, vengono regalati a una fondazione privata, che li userà per fare del proselitismo settario, cioè per alimentare la disinformazione contro l’uso agricolo di ogm.
Il piano si ammanta della definizione di «ricerca partecipata», cioè democraticamente controllata. In realtà è l’ennesimo esempio nazionale di manipolazione politica della scienza, nel nome di pregiudizi ideologici. È il ritorno della politicizzazione della biologia del sovietico Lysenko. I danni per una politica agraria ideologica e irresponsabile, saranno a carico dei milioni di cittadini italiani che dovranno pagare il cibo più caro in un paese che diventerà economicamente sempre più arretrato. Chi volesse esprimere un civile segno di protesta può sottoscrivere un appello alle autorità politiche e istituzionali a questo indirizzo: www.salmone.org.
Anche Biotecnologie Basta Bugie.

lunedì 10 agosto 2009

Gli ex sessantottini e l’ex contadino

Sulle pagine dell’Altro è in corso da qualche giorno una polemica, innescata da un articolo di Gilberto Corbellini sugli Ogm e l’agricoltura biologica («Il biologico è moda, il futuro è OGM», 1 agosto 2009, p. 1) che esordiva significativamente così:

Una domanda agli ex-sessantottini che oggi si sono riciclati businessman e lobbisti dell’industria del cibo biologico, e che, con qualche conflitto d’interesse, hanno lanciato anatemi contro quei parassiti degli scienziati inglesi che hanno semplicemente ri-dimostrato quello che si sapeva da dieci anni; cioè che i cosiddetti cibi naturali non sono nutrizionalmente migliori di quelli tradizionali.
Non è che gli 8 milioni di italiani che, secondo un sondaggio Coldiretti-Swg, provano almeno una volta all’anno un prodotto naturale, penseranno di avere più diritti o di essere moralmente migliori degli 8 milioni di italiani che secondo l’Istat vivono in povertà? Magari perché questi ultimi non si possono permettere di consumare quello che prescrive il dottor Petrini. Dato che costa almeno il 30% in più, e loro non ce la fanno neppure ad arrivare alla fine del mese, andando a fare spesa nei discount. Vogliamo dire che gli 8 milioni di italiani poveri prodotti da una classe politica incompetente hanno almeno gli stessi diritti di chi può permettersi i sapori e le atmosfere delle catene di slow food, o una cena nel ristorante di Vissani?
Vari commenti all’articolo si sono succeduti nei giorni seguenti: di Roberto Musacchio e Francesco Martone («il principio di precauzione, fondativo dell’Europa […]»), di Rina Gagliardi («se ti mandassi un articolo […] contro l’aborto e il femminismo, lo pubblicheresti?»), di Gaia Pallottino («Che ci faceva il pessimo articolo di Gilberto Corbellini in un giornale così attento ai diritti umani, pacifista e quindi necessariamente ambientalista?»), di Vinicio Giandomenico («avete perso un lettore»). Da questa sequela di reazioni stizzite, indignate, incredule; da questo piccolo catalogo des idées reçus, si capiscono due cose: perché la sinistra radicale è virtualmente svanita dal panorama politico italiano; e perché questa scomparsa è una delle pochissime cose positive accadute ultimamente in questo paese.
Ai critici ha risposto in nome del giornale Nanni Riccobono, e ha soprattutto replicato lo stesso Corbellini in un articolo apparso ieri, di cui va assolutamente letta almeno la prima parte («Vorrei una sinistra darwinista», 9 agosto, p. 1):
Sulla polemica nata in queste pagine da un mio articolo su Ogm e agricoltura biologica vorrei svolgere una riflessione un po’ più generale e allo stesso tempo personale. Perché la condizione di vuoto culturale e di riflusso vittimista in cui si sta avvitando la cultura politica di sinistra è l’esito di un processo che non ho vissuto stando chiuso nelle biblioteche. E perché i temi sociali ed economici della produzione agricola non sono per me una questione meramente accademica, o una scoperta strumentale.
Comincerò dall’ultimo punto. Ancora esattamente trent’anni fa, di questi giorni, non ero certo in vacanza. Accadeva già da almeno una decina di anni, che tutte le estati io dovessi lavorare come salariato agricolo stagionale e trattorista, dato che, per i miei genitori, mantenermi agli studi era una spesa che incideva significativamente sul bilancio. Se volevo godermi il privilegio di studiare dovevo contribuire a pagarlo. Tutta la mia famiglia, fino ai bisnonni, materni e paterni, ha condotto una vita contadina, prima come braccianti e poi salariati agricoli. I miei nonni, e anche qualche mio coetaneo, venivano ancora dati in affitto dalle loro famiglie quando erano bambini – forse qualcuno sa che esistevano i “famei”, cioè appunto i bambini affittati in cambio di vitto e alloggio e che dovevano lavorare come schiavi presso famiglie contadine più agiate. Con tutta la buona volontà, ricordando molto bene i racconti dei miei nonni, e la mia infanzia, non riesco a trovare traccia di quelle rappresentazioni bucoliche descritte dagli Olmi, dai Celentano e dai Petrini quando teorizzano l’idea della Terra Madre. Io ricordo solo povertà, malattie, fatica, violenza, soprattutto nei confronti di donne e bambini, discriminazione e ignoranza intesa come analfabetismo. E una società patriarcale che nei secoli ha fatto più morti delle guerre mondiali e dei conflitti combattuti nel Novecento: che vorrei veder seppellita per sempre e anche più profondamente delle scorie tossiche.
Dunque io non parlo di agricoltura e prodotti agricoli per sentito dire. È qualcosa che conosco bene, non solo sul piano scientifico o tecnico, ma anche del cosiddetto vissuto. Non voglio fare del moralismo e rispetto tutti. Anche quegli amici e compagni che, diversamente da me, provenivano da famiglie ricche e non hanno mai dovuto fare particolari sacrifici, e che oggi mi trattano da reazionario perché voglio che tutti abbiano la possibilità di scegliere come vivere mentre loro teorizzano o praticano un ritorno obbligato per tutti alla povertà economica (che chiamano con termine colto “decrescita”).
Il mio pensiero è che chiunque deve essere libero di vivere e fare come vuole, senza pretendere di limitare la libertà di chi preferisce fare scelte diverse. Nella misura in cui le scelte e i comportamenti di ciascuno non producono danni fisici o interferiscono con la libertà di altri si dovrebbero rispettare. Credo che questo sia il minimo presupposto per convivere democraticamente. Al di sotto di questo la democrazia scompare. Orbene, questo significa però che non ci si possono inventare dei pericoli inesistenti per limitare delle scelte che magari non coincidono con le nostre preferenze ideologiche. Altrimenti si ragiona come gli integralisti cattolici che si inventano le peggio cose sull’omosessualità e il sesso in generale, con lo scopo appunto di reprimere delle libertà e dei diritti fondamentali.
Aggiornamento 19 agosto: Corbellini aggiunge un altro articolo alla serie, sempre sull’Altro: «Le staminali sì, gli Ogm no. Ma non sapete dire perché» (18 agosto, p. 1).

mercoledì 12 marzo 2008

CNB santo subito

Con le dimissioni di Gilberto Corbellini dal Comitato Nazionale per la Bioetica il percorso verso la beatificazione è quasi compiuto.
Sarebbe bello coincidesse con la pasqua.
Amen.

giovedì 18 ottobre 2007

«Prigionieri del Vaticano»

La Voce Repubblicana pubblica un’interessante intervista a Gilberto Corbellini (Carlo Buffoli, «Prigionieri del Vaticano e dei finti riformisti», 17 ottobre 2007, p. 1):

Da quando esiste, cioè circa quattro secoli, la scienza è penalizzata nei regimi autoritari e nei sistemi sociali integralisti, perché è fonte di pensiero critico e amplia, promuovendo la tecnologia, gli spazi di libertà di scelta e l’intraprendenza delle persone.
Da leggere tutto.

lunedì 18 dicembre 2006

La lettura di Gilberto Corbellini della sentenza Welby

Welby, la sentenza dice altro, l’Unità, 18 dicembre 2006.

Se la grammatica della lingua italiana, e la logica, non sono cambiate, e rimangono valide soprattutto nella sfera del diritto che tutela le libertà personali, la sentenza del giudice sul ricorso di Welby non dice che Welby non può rifiutare il trattamento a cui è sottoposto. Dice soltanto, e forse non poteva dire altrimenti perché non viviamo purtroppo in un sistema giuridico di common law, che lei (giudice) non può obbligare il medico a compiere alcun intervento ovvero impedirgli di agire secondo “scienza e coscienza”, nel momento in cui la coscienza di Welby esce di scena. Ma dice che Welby ha un diritto assoluto di rifiutare il trattamento, e fa riferimento non solo alla Costituzione ma anche a sentenze della Cassazione le quali ribadiscono che il medico non può far niente senza il consenso del paziente. Non posso, dice il giudice, obbligare il medico a togliere il respiratore e a non rimetterlo a sua discrezione, perché mi manca un ordinamento esplicito a cui possa richiamarmi. Anzi se prendo in considerazione l’ordinamento nel suo complesso incontro una situazione contraddittoria. Hanno ragione i giuristi che si inalberano perché se quel giudice rispettasse la naturale gerarchia degli ordinamenti, la Costituzione dovrebbe prevalere sui Codici. Ma è vero che non esiste una legge che preveda il diritto di un cittadino italiano di ottenere un atto medico che si configura come sottrazione di un trattamento in corso. Di fatto i medici, in Italia, accettano il rifiuto del trattamento perché rischiano una denuncia per lesioni personali o violenza privata.

Nondimeno il giudice, nella penultima pagina della sentenza, dice che «non può parlarsi di tutela (del diritto di interruzione del trattamento) se poi quanto richiesto dal ricorrente deve sempre essere rimesso alla totale discrezionalità di qualsiasi medico al quale la richiesta vanga fatta, alla sua coscienza individuale, alle sue interpretazioni soggettive dei fatti e delle situazioni, alle proprie convinzioni etiche, religiose e professionali». E qui riporta gli improbabili argomentazioni del dottor Casale, che dovrebbe riflettere con la propria coscienza se non abbia di fatto ingannato Welby. Così come dovrebbe riflettere il Presidente dell’Ordine dei Medici, che all’indomani dell’azione di Welby ha tirato in ballo, improvvidamente, prima l’omicidio e poi l’eutanasia. E minacciato, quasi in stile corporativista, di perseguire ai sensi del codice deontologico chi si fosse prestato alla richiesta di Welby. Allora è una presa in giro l’articolo 32 del Codice di Deontologia Medica? Orbene, sempre se la logica vale ancora e se la dichiarazione di «inammissibilità dell’azione tutelare» viene sostenuta «attesa la sua finalità strumentale e anticipatoria degli effetti del futuro giudizio di merito», un medico che valuti secondo un diverso giudizio clinico e una diversa, e più eticamente pertinente interpretazione dei suoi doveri (in particolare l’articolo 32 del codice deontologico) l’evoluzione della situazione, può agire nel senso richiesto da Welby. Quindi può fare quello che Welby chiede. Sarebbe importante se a questo punto qualche medico specialista fosse disposto ad aiutare Welby, perché è solo attraverso qualche azione che torni a valorizzare la relazione di fiducia tra paziente e medico che si possono ricostituire le condizioni per una efficace collaborazione tra queste due figure nella lotta quotidiana contro la sofferenza.

A mio modesto modo di vedere, questa sentenza non dice, quindi, cosa diversa da quanto detto da quella della Procura. Ovvero che non è possibile, in base all’ordinamento vigente, ordinare quello che Welby chiede al medico. Ma che Welby ha il diritto di rifiutare il trattamento e deve risolvere nel contesto della relazione terapeutica il problema. Forse, come giustamente diceva Francesco D’Agostino durante una trasmissione televisiva, potrebbe addirittura denunciare il medico per violenza privata se non gli toglie il respiratore e non lo seda. Lo stesso presidente onorario del CNB ha praticamente detto che esistono dei protocolli definiti di sedazione, che escludono qualsiasi possibile interpretazione dell’atto in senso eutanasico. Il giudice, poi, invita la politica a far luce, in senso giuridico sulla materia. E qui si mette a chiedere che vengano definiti per legge che cosa sono accanimento terapeutico o dignità della persona. Prospettiva che a quanto pare attrae molto anche la Ministra Turco. Attenzione! Deve essere chiaro che le eventuali indicazioni per dare un senso oggettivo all’accanimento terapeutico possono valere solo quando il paziente perde la coscienza, e a partire dalle sue direttive anticipate (testamento biologico). In stato di coscienza, capacità del paziente e con indicazioni scritte o riportate, solo a lui deve spettare la decisione finale se un trattamento è accanimento o meno. E quando la vita è – per lui, non in base a una legge dello Stato, altrimenti sì che torniamo a rischiare grosso – non più degna di essere prolungata.

lunedì 11 dicembre 2006

Rispettare la Costituzione

In un mondo migliore Gilberto Corbellini sarebbe Ministro della Sanità (mi asterrò dal dire cosa sarebbe invece, in quel mondo, il Ministro della Sanità effettivo); nel nostro si limita (tra le altre cose) a scrivere splendidi articoli per l’Unità, come questo («La Costituzione dà ragione a Welby», 11 dicembre 2006, p. 25), che mi prendo la libertà di riportare integralmente:

È incredibile l’inadeguatezza di alcuni ragionamenti che stanno alimentando la discussione pubblica, e creano una vera e propria Babele di punti di vista intorno e sulla richiesta di Piergiorgio Welby di interrompere l’assistenza artificiale alla respirazione ed essere lasciato morire senza soffrire. L’ultimo riguarda l’investitura da parte della ministra Turco del Consiglio Superiore della Sanità, chiamato a stabilire se si tratta di accanimento terapeutico. Il ministro e i consiglieri, che sembra stiano davvero istruendo l’improbabile parere, non sanno o fingono di non sapere la questione è già risolta.
Esiste una Costituzione vigente e delle sentenze passate in Cassazione. Queste, in soldoni, dicono, come dice persino il Codice di Deontologia Medica, che il medico nulla può fare senza il consenso del paziente. Addirittura sembra che tutti si siano dimenticati che quando era ministro della sanità un medico peraltro abbastanza all’antica e quindi con un’impostazione etico-giuridica paternalistica come Girolamo Sirchia, questi riconobbe che nel caso di una signora che rifiutava di farsi amputare una gamba e che di conseguenza sceglieva di morire, non poteva fare nulla. Questo significa che esiste la dottrina del consenso informato, che nei paesi più civili viene insegnata agli studenti di medicina dal primo anno. Ma che in Italia sembra cosa ancora esoterica, nonostante consegua logicamente dal diritto vigente. Talmente esoterica, che, per quanto abbia letto nella stampa in questi giorni, mi pare che nessuno l’ha tirata in ballo.
Si preferisce, perché tocca accenti emotivi e consente di lanciare anatemi a chi ha il riflesso condizionato dell’intolleranza, chiamare in causa l’eutanasia. Che in questo caso non c’entra niente. Come, se si analizza bene la questione, non c’entra l’accanimento terapeutico. Mi correggo. Si cerca di far passare l’idea che spetti al medico, o alla ministra o a un giudice di stabilire se Welby è vittima di un accanimento terapeutico.
Signori, guardate che Welby non è ancora privo di coscienza. Né qualcuno ha chiesto una perizia per stabilire se è capace o meno di intendere. Quindi, se si tratta o meno di accanimento spetta solo a lui di deciderlo! Che cosa potrà mai dire il Consiglio Superiore della Sanità? Al massimo può stabilire se il medico curante segue le linee di trattamento efficaci per quel caso clinico. Che sono standardizzate in base a criteri di buona pratica clinica. E la buona pratica clinica prevede che un giudizio medico di accanimento terapeutico entri in gioco solo se e quando il paziente non è cosciente. Per caso, il Consiglio Superiore se la sentirebbe di giudicare accanimenti gli interventi che Welby non vuole, ma che un altro paziente nelle sue stesse condizioni richiede? Allora che parere medico potrà mai dare?
Welby sta semplicemente chiedendo di interrompere un trattamento medico. E questo è un diritto costituzionalmente garantito! Nessuno «deve staccare qualche spina» – espressione retorica e priva di senso. È lui che dice basta! E il medico ha l’obbligo morale e legale di alleviare ogni sofferenza che possa conseguire da questa sua decisione libera e consapevole. Cioè di sedarlo. Quindi, si deve semplicemente stabilire se è logicamente, in base alle norme del diritto, e moralmente, in base a un’etica del rispetto della persona, ammissibile che Welby possa chiedere l’interruzione di un trattamento – la respirazione artificiale – che avrebbe potuto non farsi applicare se avesse esplicitamente ordinato al suo medico di non farlo nell’occasione della crisi respiratoria che portò alla trachesotomia. Perché, come è stato nel caso di Luca Coscioni, che non ha accettato di farsi trecheostomizzare, Welby avrebbe potuto evitare di trovarsi in questa condizione, se vi fosse stata una normativa decente sul testamento biologico. Ha senso l’asimmetria creata solo da un’incertezza del diritto, e che la logica o persino il banale buon senso riconoscono assurda? Ha senso, cioè è moralmente giusto, che Welby debba aspettare il momento in cui non potrà più deglutire, per impedire l’intervento di gastrostomia necessario per alimentarlo artificialmente, e che quindi sia costretto ad avere l’opportunità di lasciarsi morire di fame per affermare la sua libertà di scelta?
Questo sta chiedendo il radicale e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, Welby, alle istituzioni di questo paese. Dando per scontata, perché Welby ne sa di più in materia di tanti che si fanno passare per esperti, la risposta. Come la considerano scontata quasi due italiani su tre. La sua domanda e la risposta che verrà data sollevano ulteriori riflessioni e implicano di affrontare tutti i problemi etico-giuridici creati dalla scelte mediche nella fasi finali della vita del paziente. È evidente che se chi deve rispondere a Welby non capisce di cosa si sta parlando, o fa finta di non capire, è inimmaginabile che si possa andare molto lontano nella discussione. Almeno, però, si abbia rispetto per Piergiorgio. E si diano risposte pertinenti. Soprattutto non si cerchi di aggirare il problema o di perder tempo. Nella manifesta speranza che nel frattempo il problema di estingua da solo.