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mercoledì 24 settembre 2014

Quattro buone ragioni per la selezione dei donatori di gameti

È uno dei punti più controversi nel dibattito che si è sviluppato dopo la sentenza n. 162/2014, con cui la Corte Costituzionale ha fatto cadere il divieto di fecondazione eterologa: mi riferisco alla possibilità di selezionare (nei limiti del possibile) il donatore e/o la donatrice di gameti in base alla somiglianza fisica con il genitore o i genitori inabili a contribuire alla fecondazione con il proprio sperma o i propri ovociti (più sinteticamente, ma un po’ inesattamente, si parla spesso di garantire la compatibilità delle caratteristiche fisiche del nascituro con quelle della coppia che riceverà i gameti donati). Il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin dichiarava così alcune settimane fa (Mario Pappagallo, «Eterologa, la linea del ministro: “Non si sceglie il colore della pelle”», Corriere.it, 6 agosto 2014):

Il discorso della compatibilità se vuole farlo, lo introduca il Parlamento. Per quanto mi riguarda sono contraria: questa si chiama discriminazione razziale. Non se ne parla, sarebbe anticostituzionale. È come se chi adotta un bambino lo potesse scegliere. Lo impedisce la legge. Mica siamo al supermercato.
Con l’usuale grossolanità è intervenuta anche Eugenia Roccella, vicepresidente della commissione Affari Sociali della Camera:
Questa si chiama selezione della razza e dei canoni estetici. Insomma, c’è stato detto che, come per l’adozione, ricorrere all’eterologa era un gesto d’amore, e che al bambino serve solo l’amore dei genitori. Un amore, però, condizionato al colore della pelle: lo amiamo solo se è bianco, se è nero non lo vogliamo?
Questi sono due esempi molto chiari di una tendenza tipica dell’integralismo cattolico: quella di attribuire a chi la pensa diversamente le peggiori intenzioni possibili. Se qualcuno desidera che il proprio figlio abbia il suo stesso colore della pelle non può che essere perché disprezza le persone di colore diverso; ogni altra ipotesi non viene non dico esaminata, ma neppure nominata.
Eppure altre ragioni per desiderare la compatibilità delle caratteristiche fisiche esistono, e non sono neppure cattive ragioni. Vediamole.

1. Proteggere la privacy

L’Italia è un paese mediamente ancora molto conservatore, e la fecondazione eterologa non è una pratica medica ancora del tutto accettata. In particolari realtà sociali (si pensi a certa vita di provincia) o familiari (in cui per esempio sia presente una componente integralista) la forza dell’altrui disapprovazione può rendere la vita difficile. Ciò che ci protegge dalla pressione sociale è il diritto alla privacy, cioè a tenere nascosti quegli aspetti della nostra esistenza che riguardano soltanto noi e a delimitare perciò un cerchio intimo di vita riparato da sguardi indiscreti. Le nostre condizioni di salute, e quindi anche le terapie ricevute, rientrano sicuramente in questo ambito (tranne ovviamente quando non sia possibile in nessun modo occultarle allo sguardo del pubblico), tanto più quando a essere interessata è la sfera culturalmente cruciale della riproduzione. È evidente però che la nascita di un bambino dalle caratteristiche fisiche incompatibili con quelle dei genitori putativi tradirebbe immediatamente l’avvenuto ricorso alla fecondazione eterologa. Naturalmente, in questo come in altri campi il coming out è da lodare incondizionatamente: i costumi alla fine cambiano proprio grazie ai coraggiosi che vanno orgogliosi di quello che sono e di quello che fanno e non lo nascondono; ma il coraggio non si può prescrivere per legge.

2. Accogliere un figlio come proprio

Il problema principale della fecondazione eterologa è psicologico: il genitore che non ha potuto contribuire alla fecondazione con un suo gamete può avere in certi casi difficoltà a sentire il figlio come proprio, e può arrivare a forme di rifiuto più o meno dirette. La legge 40/2004, in una delle sue pochissime norme ragionevoli, ha reso impossibile il disconoscimento da parte del padre non biologico in caso di fecondazione eterologa (nell’art. 9 comma 1; ovviamente all’epoca ci si riferiva a casi di fecondazione effettuata all’estero o in violazione della legge); ma il problema psicologico rimane. La soluzione consiste principalmente in un’adeguata informazione e preparazione, ma sembra ragionevole supporre che la somiglianza fisica possa contribuire a rendere le cose più facili (anche eventualmente per i familiari meno prossimi del bambino).

3. Rivelarlo al momento giusto

Sembra che nel progetto di decreto del Ministro della Salute (poi abortito) fosse previsto l’obbligo di informare la persona nata in seguito all’applicazione di tecniche di fecondazione eterologa del modo del suo concepimento una volta raggiunta la maggiore età. Il Ministro non sembrava rendersi conto che con la proibizione di selezionare i donatori molti dei nati avrebbero indovinato le proprie origini ben prima della maggiore età, semplicemente guardandosi allo specchio e paragonandosi ai propri genitori. In questo modo si sottrarrebbe ai genitori la decisione sul momento più adatto per rivelare al figlio le sue origini (non esaminerò qui se questa rivelazione sia davvero sempre desiderabile). Naturalmente è del tutto possibile che questo momento arrivi anche molto precocemente senza problemi (in situazioni particolari del resto non ci sono alternative), ma non c’è dubbio che là dove si può la flessibilità possa rivelarsi utile per facilitare le cose.

4. Evitare i razzismi inconsapevoli

Dire che esistono buone ragioni perché una persona cerchi di ottenere un figlio simile a sé non significa negare che possano esisterne anche di cattive e pessime. Se fosse imposta la proibizione di selezionare i donatori, è probabile che chi sottoscrive un’ideologia razzista sarebbe dissuaso dal tentare in caso di bisogno la fecondazione eterologa – ma va detto che questo genere di individui ha quasi sempre idee estremamente conservatrici sull’importanza della «stirpe», tale da renderlo comunque contrario a questa tecnica. Ma cosa succederebbe ai razzisti meno consapevoli, a chi proclama sinceramente di non disprezzare le persone di etnia diversa, salvo poi mostrare nei fatti dei pregiudizi inconsci ben radicati? Nel caso dell’adozione si perviene inevitabilmente al momento della verità, quando alla coppia viene presentato un bambino di un colore diverso dal suo; un momento dal quale si può fare vergognosamente marcia indietro. Ma nel caso della fecondazione eterologa – complici la bassissima probabilità di incappare in Italia nei gameti di persone di altra razza, il desiderio ardente di genitorialità e appunto la non consapevolezza dei propri pregiudizi – il momento della verità può arrivare quando ormai non si può più tornare indietro. Per i più l’esperienza di allevare un bambino basterebbe probabilmente a guarire da ogni pregiudizio; per altri le cose possono andare diversamente, e a rimetterci sarebbe in primo luogo chi non ha colpe. Con la selezione dei gameti il problema non si pone. Si può restare perplessi di fronte a una soluzione che alla fine asseconda un pregiudizio; ma trattandosi di un pregiudizio pressoché invisibile (persino a chi lo nutre) e quindi non identificabile con sicurezza in anticipo, non vedo alternative a questa.

Conclusione

Queste dunque le buone ragioni a favore della possibilità – non dell’obbligo, ovviamente – di assicurare un fenotipo simile a quello del genitore non biologico. Non so se chi si oppone le abbia mai prese in considerazione; ma viene spontaneo sospettare che qui non si tratti soltanto dell’abitudine inveterata degli integralisti a giudicare e condannare il prossimo con la massima ferocia possibile, ma anche di un tentativo estremo, sorto nell’ambiente dei consulenti del Ministro, di creare difficoltà e di perpetuare de facto la situazione precedente, pur mutata de jure, costringendo ancora le coppie a onerosi viaggi all’estero.
L’accordo tra le Regioni siglato a Roma il 4 settembre prevede che ogni «centro deve ragionevolmente assicurare la compatibilità delle principali caratteristiche fenotipiche del donatore con quelle della coppia ricevente». Speriamo che nessuno cambi questa disposizione ragionevole.

mercoledì 23 aprile 2014

Spam elettorale, ovvero «senza chiedere il permesso»


È nella posta stamattina. Manca meno di un mese ed è solo la prima mail elettorale e ancora nessun sms, in fondo mi è andata bene. Ma sarei curiosa di sapere come la mia mail è arrivata al mittente. In fondo al testo di promozione c’è pure scritto «Email inviata con Logo MailUp». Apro e arrivo alla pagina «Policy antispam».
Non ho mai dato alcun «esplicito e preventivo consenso alla ricezione», però posso cancellarmi «facilmente e con sicurezza in qualunque momento, in massimo due clic». Grazie.

Alla pagina «Termini e condizioni», paragrafo VI «Spam e limitazioni» si specifica che:
È fatto assoluto divieto di utilizzo da parte dell’UTENTE dei servizi del FORNITORE per scopi illeciti, per invio di pubblicità non richiesta (altrimenti detta invio di "spam" e fare "spamming") a gruppi di discussione su Usenet ("newsgroup") e/o ad indirizzi di destinatari che non hanno alcun rapporto con il mittente o, in ogni caso, che non hanno preventivamente espresso il proprio consenso alla ricezione di comunicazioni inviate utilizzando il Servizio. Tale consenso deve presentare i requisiti previsti dalla vigente normativa ed essere quindi preventivo, espresso, libero, informato e riferito a trattamenti specifici. È quindi considerato spam e pertanto non consentito, ad esempio e senza limitazioni, l’invio ad indirizzi email acquistati da fornitori di Elenchi Categorici, ad indirizzi email pubblicati su internet o comunque reperibili da elenchi pubblici, oppure ad indirizzi email creati con algoritmi automatici a partire dall'elenco di nomi, cognomi e domini più comuni.
Certo, certo, lo so che ci avrei messo meno tempo a cancellarmi «in massimo due clic».

lunedì 18 febbraio 2013

Privacy, persecuzione politica e sms

22 gennaio 2013 


16 febbraio 2013 



Credo che sia una esperienza comune a molti quella di essere perseguitati da volantini elettorali: li trovi sul parabrezza del motorino, sotto al tergicristallo della macchina, nella cassetta delle lettere dove non entra più la posta ordinaria, perfino sul tappetino davanti alla porta di casa. E poi ci sono anche i manifesti abusivi e, soprattutto, le evoluzioni tecnologiche dello stalking politico: le email e gli sms.

Inutile scervellarsi per ricordare quando e dove hai dato l’autorizzazione a farti invitare all’Hotel x o alla cena y, all’incontro imperdibile z o alla raccolta di firme per m. Decidi che non importa e ti concentri sul rimedio. Ma il rimedio sembra sfuggirti di mano: quando ricevi una email, scrivi al mittente pregandolo di toglierti dalla mailing list (non sempre funziona e spesso il mittente si innervosisce e si offende, forse perché non abbiamo capito l’importanza delle email suddette). Il suggerimento di ficcarli tutti nella cartella spam ha molte controindicazioni - lo capite da soli, spero.

Quando si tratta di sms la faccenda si complica. Prima di tutto a volte non è nemmeno chiaro da chi arrivino, e tocca cercare dove e per chi sia candidato il tizio che ti invita alla cena n. Quasi sempre sono numeri sordi e ciechi - inutile provare a rispondere con sms furiosi o a telefonare.
Un caso recente è particolarmente ostinato, e proviene dal Pd - se nazionale o regionale non mi è chiaro.
Dopo un ennesimo sms (22 gennaio 2013) e dopo vari tentativi miseramente falliti ho cercato su google i recapiti del Pd nazionale e ho telefonato ai numeri trovati sul sito. Dopo qualche telefonata mi ha finalmente risposto un tipo che mi ha consigliato di mandare una email all’indirizzo dedicato alla privacy: privacy@partitodemocratico.it.
Scrivo chiedendo di essere cancellata da tutti i presenti e futuri elenchi, e il giorno dopo ricevo la risposta: dall’elenco degli invii sms del Pd nazionale sono stata cancellata (quando mai mi ero iscritta?), ma da quelli regionali?
Evidentemente no, perché sabato scorso (16 febbraio 2013) mi arriva l’ennesimo sms.

Immagino che una buona soluzione sia cambiare numero di telefono, dopo avere magari compilato una segnalazione al Garante della Privacy.
Se qualcuno di voi ha suggerimenti migliori mandatemi un sms.

ps
Cercando nella mia posta ho trovato una mia richiesta inviata a privacy@partitodemocratico.it risalente al 2010 (ottobre e novembre).

sabato 29 gennaio 2011

La privacy del signor B.

Abbiamo sentito ripetere molte volte, in questi giorni, un argomento a favore di Silvio Berlusconi: ciò che un cittadino fa tra le mura della sua casa – ci è stato detto – è solo affare suo; in particolare, le abitudini sessuali, per quanto contrarie alla sensibilità più diffusa, non costituiscono un legittimo oggetto di interesse da parte del pubblico, né possono determinare conseguenze penali. Alcuni difensori del capo del governo hanno poi creduto di rilevare una contraddizione in cui sarebbe caduto chi lo accusa: «chi si scandalizza ora, poi non ha niente da dire nei confronti dell’assoluta libertà sessuale o del gay pride» (costoro non sembrano tuttavia aver notato la contraddizione esattamente speculare in cui sono incorsi essi stessi). I concetti invocati, insomma, sono quelli tipicamente liberali della privacy, della distinzione tra morale e diritto, della sovranità dell’individuo nella sua sfera privata, e del principio che ciò che non causa danni ad altri non può essere sanzionato dalla legge.
Le risposte a questo argomento sono altrettanto note. Per prima cosa, si fa notare, in questa vicenda si ipotizza che siano stati commessi dei reati, come la concussione e l’induzione alla prostituzione, non semplicemente delle violazioni della morale. Esistono inoltre degli aspetti, emersi anche negli scandali precedenti, che benché non si configurino (ancora?) come di interesse penale hanno tuttavia un enorme interesse pubblico: alcuni dei criteri di selezione del personale politico adottati dal capo del governo si sono rivelati, per così dire, alquanto peculiari. Ancora: la evidente mancanza di prudenza nel gestire i traffici incentrati sulle proprie abitazioni private, tanto da far quasi sospettare il desiderio inconscio di venire scoperto; un disinvolto uso della menzogna, con l’attribuzione di ruoli improbabili ai vari personaggi coinvolti – ieri era «l’autista di Craxi», oggi «la nipote di Mubarak»; la perdita inevitabile di dignità della carica; il discredito internazionale, sono tutti aspetti che travalicano, e di molto, la dimensione privata. Ma forse l’obiezione più potente è che, avendo tratto vantaggio durante tutta la carriera politica dalla rappresentazione insistita della propria pretesa felice vita familiare, S.B. ha in un certo senso rinunciato al diritto di occultare poi quella stessa vita privata quando essa si è trasformata in qualcosa di diverso da un idillio borghese.
Tutte queste obiezioni individuano certo senza appello l’interesse pubblico della vicenda. E tuttavia, rimane al fondo la sensazione fastidiosa che l’argomento dei difensori del premier sia stato piuttosto aggirato che confutato. Al di là dell’ipocrisia, dei reati, dell’imprudenza suicida, delle bugie, delle ex amanti e maîtresse elevate a ruoli istituzionali, è giusto rimproverare – come in effetti da molti è rimproverata! – a S.B. anche la sua privata dissolutezza? Se questa è incompatibile, una volta portata alla luce, con la dignità della carica, lo sarebbe stata anche se non fosse stata ancora scoperta da nessuno? Ed esiste perciò un interesse pubblico alla trasparenza totale della vita privata di questo e di altri politici? Queste sono domande cui è interessante tentare di rispondere, anche al rischio di perdere un po’ di vista gli aspetti concreti della vicenda, che – come si è detto – vanificano già da soli ogni tentativo di sottrarre il capo del governo alle sue responsabilità.
Il diritto alla privacy appare come un’aggiunta relativamente recente al patrimonio delle idee liberali, con cui non si è forse ancora del tutto integrato; proverò qui a chiarire – anzi, prima di tutto, a chiarirmi – la questione generale, per poi tornare alla fine al caso da cui siamo partiti.

Il diritto alla privacy è, prima di ogni altra cosa, il diritto a non subire intrusioni violente nella nostra sfera privata. La mia casa, i miei beni, il mio corpo mi appartengono, nel senso che posso in generale impedire agli altri di sottrarmene – parzialmente o totalmente – l’uso. Posso quindi anche impedire loro di entrare in casa mia a curiosare o a piazzarmi un microfono nascosto; posso decidere se tenere le tapparelle abbassate o se rifiutare il consenso a un esame del sangue; posso, in breve, negare agli estranei un certo tipo di informazioni sulla mia vita intima. L’accesso a un altro genere di informazioni può avere invece implicazioni differenti: conoscere l’entità del mio conto in banca non permette, di per sé, di sottrarmi il mio denaro; riprendermi discretamente con una telecamera quando esco per strada non ostacola automaticamente la mia passeggiata. Si può discutere, in effetti, se le informazioni personali meritino di essere considerate legalmente come una specie di beni privati, anche se questa sembra più o meno essere la tendenza alla base delle norme sulla privacy, specialmente in Europa.
Ma quali sono le motivazioni ultime che spingono la maggior parte di noi a mantenere un certo grado di controllo sulla propria vita privata? Una delle più importanti è senza dubbio il desiderio di rendere meno probabili future aggressioni: se i ladri non sanno che posseggo una collezione di Modigliani sarà più difficile che mi si introducano in casa; se oggi il mio voto nelle urne rimane segreto potrò forse essere lasciato in pace in avvenire da un ipotetico governo poliziesco. Una motivazione meno banale e forse anche più diffusa merita più attenzione. Anche in una società liberale perfetta, in cui sia sempre lecito ogni comportamento che non lede i diritti degli altri, non è possibile impedire che gli altri ci giudichino in base ai loro gusti morali o estetici. La legge può e deve tacere sulla mia tendenza a contrarre debiti, a fare uso di droghe leggere o ad avere rapporti omosessuali; ma naturalmente non può vietare al mio vicino di farsi un’opinione non del tutto benevola su di me e su quello che faccio. Questa opinione – come si conviene a persone educate – può rimanere tacita, e può persino non portare a nessuna conseguenza pratica nel modo in cui vengo trattato dagli altri; ma non c’è dubbio che già il solo pensiero di trovarsi oggetto di un’attenzione non del tutto benevola ha un potente effetto inibitorio sui nostri comportamenti. Persino nella cultura più tollerante alcune azioni o condizioni – si pensi all’espletamento di certe funzioni corporali o alla nudità – porteranno quasi inevitabilmente a sminuire la nostra immagine presso gli altri. Il diritto alla privacy, dunque, ci consente di tenere almeno nella nostra sfera privata comportamenti che diversamente ci sforzeremmo di reprimere; ci permette, in altre parole, di essere più liberi, o – per usare una celebre definizione – di «essere lasciati soli».
Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che una società liberale sia perciò stesso una società di individui isolati, dediti nel segreto delle loro case a vizi e virtù del tutto privati. Questa è la caricatura che ne fanno spesso gli illiberali; nella realtà, il pensiero liberale si applica in primo luogo agli scambi fra individui, al loro entrare liberamente in mille tipi diversi di rapporti reciproci. Ma ecco che qui il diritto alla privacy comincia a incrinarsi. Io posso sì, finché ci riesco, fare debiti e tenere nascosta ad occhi indiscreti la mia situazione finanziaria; ma se chiedo un mutuo dovrò inevitabilmente accettare di rendere nota la mia storia creditizia. In una società meno ossessionata della nostra dai cosiddetti crimini senza vittime potrei anche comprare sigarette di marijuana dal tabaccaio e fumarmele nel mio salotto sino a sballarmi; ma se lavoro come controllore di volo non mi potrò opporre a periodici test antidroga. Qui stiamo in fondo dicendo un’ovvietà: che nella mia vita privata posso fare ciò che voglio, d’accordo, ma solo finché ciò non causa un danno illecito ad altri; la mia libertà finisce dove comincia quella di banchieri e di viaggiatori in aeroplano.
Meno ovvio è che risulta difficile delimitare con sicurezza una sfera di comportamenti per loro essenza privi di conseguenze negative per gli altri. Prendiamo per esempio l’omosessualità: a parte che si tratta di una condizione che non è il risultato di una scelta, non è forse vero che i nostro gusti sessuali riguardano soltanto noi? Eppure, consideriamo un giovane omosessuale che si trovi a vivere in una realtà di provincia, in cui, pur rimanendo l’omosessualità del tutto legale, si sia però sottoposti a una forte disapprovazione sociale per tutto ciò che esula dalla pretesa «normalità». Immaginiamo allora che costui, per tacitare le malelingue, decida di fare un matrimonio di facciata con una ragazza del posto, non rivelandole però il proprio orientamento sessuale. È chiaro che questo è un comportamento illecito, a tutti i livelli: il giovane sta spostando su un terzo incolpevole i costi che, pur incolpevole anch’egli, dovrebbe sostenere in prima persona, come il costo di affrontare a viso aperto gli sghignazzi dei giovinastri del luogo, o di trasferirsi in una più tollerante metropoli, o – più costruttivamente – di lottare per i propri diritti.
Né d’altra parte ciò che sarebbe illegittimo sottrarre alla conoscenza altrui pertiene esclusivamente alla sfera delle scelte di vita fondamentali. Pensiamo per esempio a un colloquio per l’assunzione in un posto di lavoro: non solo possono essere relativamente frivole le caratteristiche che desideriamo mettere in luce – il vestito con cui ci presentiamo, gli hobby che alcuni consigliano di elencare in fondo al CV – ma anche quelle che cerchiamo di nascondere, come l’anno che abbiamo passato dopo la laurea a «cercare noi stessi» facendo trekking in Grecia o il licenziamento subito vent’anni prima per aver litigato con il nostro capo di allora. Nessuno si scandalizza per queste piccole omissioni; ma nessuno si scandalizza nemmeno se l’abile cacciatore di teste le porta alla luce leggendo con attenzione il nostro curriculum. La sua non è – o almeno non dovrebbe essere – curiosità malevola, ma il desiderio di farsi un’idea di che tipo d’uomo è quello con cui la sua azienda potrebbe stare per avviare un rapporto impegnativo: quanto è onesto, diligente, abile. Un grande giurista americano, Richard Posner, ha tentato di dimostrare alcuni anni fa che le limitazioni imposte dalle leggi sulla privacy potrebbero in effetti rendere meno efficiente il mercato, riducendo la quantità di informazioni disponibili a chi offre lavoro.
Abbiamo visto insomma che esiste un’ulteriore motivazione che sottostà all’invocazione di un diritto alla privacy; motivazione un po’ meno nobile delle altre, visto che consiste in fondo nel desiderio di fuorviare coloro con cui entriamo in relazione, omettendo di riferire difetti la cui conoscenza potrebbe essere necessaria alla loro scelta informata, o addirittura costruendo una falsa immagine di noi stessi. Che fare per evitare questi effetti indesiderati? Ovviamente non è possibile sancire un diritto per datori di lavoro o fidanzate a introdursi surrettiziamente in casa nostra per consultare diari o album fotografici. Fattibile – in linea di principio – sarebbe invece una disciplina meno rigorosa sull’accesso alle informazioni che ci riguardano ricavate, per così dire, dalle nostre interazioni con il mondo esterno: le dichiarazioni dei redditi, la fedina penale, la situazione bancaria, la carriera scolastica, e così via. Qui, come abbiamo detto più sopra, non è in gioco un’intrusione violenta nella nostra sfera più privata; il trade-off, allora, è tra la libertà dallo sguardo occhiuto del prossimo e l’impossibilità di ingannare quello stesso prossimo sulle nostre vere qualità. In un certo senso, più si allenta il nostro controllo sulle informazioni che ci riguardano, più cresce la spinta al conformismo, inteso da un lato come adesione alla norma legale ed etica, dall’altro come adesione alla norma sociale e moralistica. Il bilanciamento, come si può immaginare, non è facile.
Meno controverso, almeno a prima vista, è affidare le decisioni della privacy al libero accordo fra le parti interessate, che troveranno da sole un punto di equlibrio fra i reciproci interessi. Vuoi fare l’agente segreto? Bene, forniscici un resoconto dettagliato della tua vita: precedenti penali, educazione, fidanzate, situazione finanziaria e medica, etc., in modo che noi si possa valutare se costituisci una minaccia o una risorsa per la sicurezza nazionale, se sei ricattabile, quali sono le tue capacità di agente sul campo. Se non sei disposto, nessuno ti obbliga: ci sono altre carriere soddisfacenti per le quali è richiesta meno trasparenza. È importante notare (come si vede bene anche dall’esempio) che il sacrificio della privacy richiesto può essere grande quanto si vuole, purché contrattato liberamente. L’unico limite a un accordo di questo tipo, classicamente, è che non può prevedere la riduzione in schiavitù di uno dei contraenti. Proprio perché frutto di un libero accordo, però, richieste esagerate (o percepite come tali) non saranno accettate: se per una perfetta sicurezza si richiedesse a un agente segreto di indossare 24 ore su 24 dei microfoni per monitorare tutte le sue conversazioni, difficilmente si troverebbe qualcuno disposto a tanto, tranne forse degli esibizionisti – probabilmente non le persone più adatte per quel ruolo...
Naturalmente la realtà è spesso abbastanza diversa da ciò che predica la dottrina astratta. Il potere contrattuale di una delle parti può essere di molto inferiore a quello dell’altra; in questo caso si porranno vincoli normativi o sindacali a ciò che viene stabilito per contratto. Un caso particolare può essere rappresentato da datori di lavori che richiedano i precedenti penali degli impiegati – una richiesta ovviamente pertinente all’interesse dell’azienda, ma che rischia di escludere dal lavoro chiunque abbia scontato una condanna non trascurabile. In questo caso si può forse prevedere (almeno in certi casi) un diritto all’oblio, per impedire di aggravare la punizione dei delitti al di là di quanto stabilito dai tribunali.
Più interessanti sono le limitazioni tese a impedire discriminazioni. Abbiamo già visto come la privacy ci protegga dal giudizio che gli altri esprimono in base al loro sistema di valori personali; diventa dunque indispensabile impedire che nella contrattazione (qui, in particolare, di natura economica) sia richiesto l’accesso a informazioni irrilevanti – in base a criteri di razionalità intersoggettiva – ai fini dell’espletamento delle mansioni richieste. L’azienda delle poste non può legittimamente pretendere di conoscere il mio orientamento sessuale, visto che questo non ha conseguenze oggettive sulla mia abilità nel consegnare telegrammi (e ovviamente non mi può rifiutare di assumere o licenziare se scopre comunque che sono omosessuale). Il datore di lavoro deve rinunciare al giudizio moralistico ed essere costretto, per così dire, all’esercizio di una stretta razionalità economica.

È venuto finalmente il momento di applicare questi principi generali al caso che le cronache ci hanno proposto. Allora: è di interesse pubblico o no, sapere che il capo del governo si fa menare per il naso da Emilio Fede e Lele Mora? È di interesse pubblico o no sapere che frequenta abitualmente una compagnia composta da poco raccomandabili ballerini cubani e da prostitute i cui fidanzati scorrazzano su automobili imbottite di droga? Che si pone come «utilizzatore finale», e quindi in quanto tale non perseguibile penalmente, di attività criminose – l’induzione alla prostituzione – di altri? Che sembra dipendente, senza possibilità di controllo, da un certo tipo di svaghi? Che passa le sue notti in attività piuttosto impegnative per una persona della sua età, al punto di non poter presenziare il giorno dopo a una cerimonia funebre di Stato? Qui per «interesse pubblico» non si intende quello – inesistente – ad emettere giudizi di gusto, morale o estetico che sia, ma bensì l’interesse a conoscere se chi ci governa possiede le virtù – nel senso di capacità – del buon capo di governo: la capacità di giudicare gli uomini, l’impegno per la legalità, la forza mentale e fisica, etc. La risposta a queste domande, mi pare, è allora abbastanza scontata; se l’uomo privato non possiede certe qualità, non le possiederà neanche l’uomo pubblico. Attenzione: questo non vuol dire che una volta accertato l’interesse pubblico a sapere sia anche scontato il giudizio finale da emettere su queste circostanze, che andranno considerate nel quadro generale dell’attività del soggetto. Idealmente, questi comportamenti «privati» sarebbero meno importanti, per il nostro giudizio, dell’attività pubblica del Presidente del Consiglio; ma in un’epoca di mancata separazione fra potere politico e mezzi di informazione questi quadretti di vita privata, nella loro immediatezza priva (o quasi) di schermi, possono fornire un correttivo prezioso alla propaganda ufficiale.
Certo, la differenza fra giudizio sulle qualità di comando e giudizio di gusto estetico/morale può essere talvolta sottile, specialmente se il secondo cerca di spacciarsi per il primo: si pensi ai quei politici che hanno tradito i propri coniugi e di cui si è detto, con analogia il più delle volte tirata per i capelli, che avrebbero potuto tradire allo stesso modo anche i propri elettori. Una certa confusione deriva anche dall’abitudine italiana di definire come «questione morale» argomenti che hanno invece in genere rilevanza penale. Ma forse non bisogna diffidare poi troppo della razionalità del pubblico, se in questi giorni proprio coloro dai quali ci si sarebbe aspettato un giudizio più severo sulla «moralità» del premier hanno invece preferito continuare a garantirgli il loro sostegno, in difesa dei propri concreti interessi; il fatto che questi interessi siano in genere a seconda dei casi o ripugnanti o innominabili non cambia, mi pare, il punto.
Tutto ciò vuol forse dire che dovremmo pretendere dai politici una totale trasparenza, anche negli affari più intimi? Che la magistratura dovrebbe avere il permesso di irrompere nelle loro dimore private al minimo sentore di un comportamento inadeguato? Ovviamente no; in questo modo otterremmo il risultato che i soli a presentarsi per concorrere a una carica politica sarebbero i più bigotti e conformisti – e forse neppure loro. Ma le informazioni di cui stiamo parlando non sono state ottenute per dimostrare che S.B. è inadatto a governare, ma bensì nell’ambito di un’inchiesta su fatti di rilevanza penale; e dagli atti di questa inchiesta sarebbe praticamente impossibile espungere tutte le informazioni sui fatti che hanno una rilevanza di altro tipo (e sarebbe ugualmente impossibile, suppongo, tenerle riservate per sempre). La «violazione» della privacy è intrinseca in questo caso all’azione penale, e porta alla luce, come abbiamo visto, fatti di interesse pubblico; non c’è dunque nessuna ragione per condannarla. So bene che secondo alcuni l’inchiesta avrebbe avuto in realtà l’unico scopo di svergognare S.B., e che i reati ipotizzati sarebbero insussistenti; se questo fosse vero, i magistrati dovrebbero essere chiamati a risponderne, ma il principio rimane valido.

In questo lungo discorso ho cercato di mostrare come la vita privata dei politici riguardi – a certe precise condizioni – tutti i cittadini. Va ricordato comunque ancora, al di là di queste considerazioni, che più volte in questa vicenda S.B. è uscito dai limiti della propria sfera privata; come quando una sera ha raccontato a un questore una storia improbabile. Delle due l’una: o il capo del governo credeva veramente a quello che diceva (ma chi se la beve?), e allora è un mentecatto che si fa prendere in giro da una diciassettenne; oppure non ci credeva, e allora ha mentito per ottenerne un vantaggio privato. In entrambi i casi, dimettersi sarebbe l’unica cosa decente da fare. Se questo signore ha ancora il senso della decenza, si intende, e soprattutto se lo ha ancora la maggioranza dei cittadini di questo paese.

giovedì 18 febbraio 2010

Anonimato

Il test per l’Hiv è anonimo nel nostro Paese solo in poco più di un caso su tre: nei restanti, viene richiesta la ricetta medica o un documento di identità. È il dato che emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS sull’accesso ai test in Italia. Nei centri diagnostico-clinici pubblici intervistati è garantita la gratuità nel 76,2% dei casi, ma l’anonimato appena nel 37% e il colloquio di counselling pre e post Test, giudicato «prezioso» per l’approccio psicologico del paziente, nel 44,5% dei casi.
Test Aids: in Italia anonimato assicurato solo per un test su tre, Il Corriere della Sera, 17 febbraio 2010.

lunedì 24 settembre 2007

Più di 15, meno di 15

Che differenza fa? Sul piano della privacy nelle aziende moltissima. Meno di 15: nessuna sicurezza sui dati personali. Più di 15: ci vuole una spallata, che forse verrà data nei prossimi giorni in modo da cancellare la discriminazione numerica.
Per questo si chiede al Parlamento di intervenire a protezione della libertà dei cittadini: La tutela dei dati personali è una questione di democrazia.
Nell’appello, che si può firmare, viene denunciato l’attacco ai diritti fondamentali dei cittadini e si conclude:

Ma se tale approccio si rivela come un indizio preoccupante di una deriva sociale che antepone i profitti ai diritti dei cittadini, può trasformarsi in un boomerang per le stesse aziende.
Infatti, se tale esonero può apparire nell’immediato come un “risparmio” per le aziende, avrà l’effetto di ingenerare perplessità e sfiducia nei lavoratori e nei clienti, che non si sentiranno più adeguatamente tutelati, sollecitando i consumatori a preferire quelle imprese che la privacy la considerano un valore da tutelare e un assetto della propria attività.
Tale esonero determinerà anche un freno alla spinta innovativa di quelle aziende che nella tutela e nel corretto trattamento dei dati personali hanno trovato uno stimolo per innovare procedure e professionalità e ampliare la propria offerta di servizi.
Ancora più grave è però che gli stessi emendamenti prevedono l’eliminazione delle tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni. Si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l’effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero che sono il sale di ogni democrazia.

domenica 20 maggio 2007

La Corte Suprema e il diritto di abortire

Intervento magistrale del buon George J. Annas su Abortion Rights e Partial-Birth Abortion: The Supreme Court and Abortion Rights, New England Journal of Medicine, 2 maggio 2007. Riporto la discussione; da leggere tutto.

The major change in the law this opinion brings with it is the new willingness of Congress and the Court to disregard the health of pregnant women and the medical judgment of their physicians. This departure from precedent was made possible by categorizing physicians as unprincipled “abortion doctors” and infantilizing pregnant women as incapable of making serious decisions about their lives and health. The majority opinion ignores or marginalizes long-standing principles of constitutional law, substituting the personal morality of Justice Kennedy and four of his colleagues.

The majority asserts that giving Congress constitutional authority to regulate medical practice is not new but identifies no case in which Congress had ever outlawed a medical procedure. Its reliance on the more than 100-year-old case of Jacobson v. Massachusetts is especially inapt. Jacobson was about mandatory smallpox vaccination during an epidemic. The statute had an exception for “children who present a certificate, signed by a registered physician, that they are unfit subjects for vaccination,” and the Court implied that a similar medical exception would be constitutionally required for adults. It is not just abortion regulations that have had a health exception for physicians and their patients — all health regulations have.

On the other hand, those who expect Roe to be overturned by this Court may be disappointed. Although Justice Alito has replaced Justice O’Connor and is likely to vote in the opposite direction on Roe-related issues, Justice Kennedy is the new swing vote on the Court, and he insists that he is upholding the principles of Roe v. Wade as reaffirmed in Casey. Just as the question of whether a specific abortion regulation was an “undue burden” was once a determination Justice O’Connor could effectively make for the Court, the meaning of Roe v. Wade is, at least for now, up to Justice Kennedy.

domenica 7 gennaio 2007

Viaggio di sola andata

Non bastavano le informazioni su carte di credito ed email. Ora anche le impronte digitali di tutte e dieci le dita. Proprio come i database dell’FBI. Sempre per ragioni di sicurezza, si intende (Britons to be scanned for FBI database, The Guardian, 7 gennaio 2007).

Sources said 10 airports would initially be involved. The scheme will cover most of the major airports frequently used by British travellers, including New York, Washington and Miami. Countries subject to the new scheme include Britain, other European Union nations, Japan, Australia and New Zealand.
Oltre alla questione, non irrilevante, della violazione della privacy e della libertà individuale, Shami Chakrabarti esprime le proprie perplessità anche sull’efficacia dell’operazione.
Ma le perplessità sono molte e più che ragionevoli.
Security experts warned the scale of the scheme might jeopardise its success. ‘This maniacal proposal will turn thousands of law-abiding British travellers into terrorist suspects,’ said Simon Davies, head of Privacy International, a campaign against intrusive surveillance.
‘The technology at US airports will be far less reliable. That means anyone could be the victim of a false match,’ Davies said. ‘Be warned. A San Francisco Bay family holiday may easily become a nightmare.’
He predicted that airport queues would treble as a result of the scheme. ‘Taking fingerprints is a delicate and complex undertaking that can’t be rushed to keep queues short,’ he said.
Per chi ha voglia di cominciare a capire dove finiranno le proprie impronte: IAFIS o Overview and History.

lunedì 1 gennaio 2007

USA: licenza di spiare

Britons flying to America could have their credit card and email accounts inspected by the United States authorities following a deal struck by Brussels and Washington.
By using a credit card to book a flight, passengers face having other transactions on the card inspected by the American authorities. Providing an email address to an airline could also lead to scrutiny of other messages sent or received on that account.
(US ‘licence to snoop’ on British air travellers, Telegraph, 01/01/2007).

Le ragioni di “sicurezza” erano state già illustrate in articoli precedenti (EU bows to American pressure over air passenger information, 07/10/2006 e EU privacy ruling threatens chaos on flights to US, 31/05/2006).
Non mancano le reazioni di indignazione.
Shami Chakrabarti, the director of the human rights group Liberty, expressed horror at the extent of the information made available. “It is a complete handover of the rights of people travelling to the United States,” she said.
(A proposito, è una donna Shami Chakrabarti contrariamente a quanto si sostiene nell’articolo apparso su Il Corriere della Sera, Conti ed email controllate per chi va in Usa, 1 gennaio 2007, traduzione scorretta e parziale dell’originario: Shami Chakrabarti, direttore dell’organizzazione per i diritti umani Liberty, si è detto «inorridito». Per verificare).

I dati personali acquisiti per ragioni di sicurezza godono almeno di sicurezza indubitabile? Non sembra essere così. Solo per fare un esempio: le informazioni (tra cui la dieta imposta dalla religione o una mancata partenza dopo avere comprato un bliglietto aereo) sono disponibili per una settimana, ma un seppur ridotto numero di ufficiali americani ne conserva l’accesso per tre anni e mezzo.
“It is pretty horrendous, particularly when you couple it with our one-sided extradition arrangements with the US,” said Miss Chakrabarti.
“It is making the act of buying a ticket a gateway to a host of personal email and financial information. While there are safeguards, it appears you would have to go to a US court to assert your rights.”
Washington ha promesso di incoraggiare le US Airlines a rendere disponibili ai governi EU informazioni simili.
Una bella soluzione (come un impietoso osservatore grida a Leo che ha appena rovesciato una bottiglia di olio per strada e cerca di rimediare con scopa e sapone: “ecco bravo, se prima ce ne cascava uno, mo ce ne cascano cento!!”. Un sacco bello di Carlo Verdone, 1979).