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domenica 23 agosto 2009

Vito, rileggi l’Eutifrone

Roberta De Monticelli polemizza dalle pagine di Repubblica con Vito Mancuso («I valori condivisi dell’umanesimo ateo», 22 agosto 2009, pp. 40-41), che qualche giorno fa ha in parte dato ragione al papa nell’affermare che l’etica senza fondamento trascendente non è capace di sostenersi autonomamente ma può soltanto dar luogo al nichilismo.

Ed ecco l’argomento a difesa della tesi che l’umanesimo ateo non implica necessariamente il nichilismo morale. Risale a Platone, a quel suo dialogo che libera l’etica dalla religione. Sostenere che ateismo implica nichilismo è sostenere che se Dio non c’è tutto è permesso. Ma questa tesi è vera solo se, nel dilemma di Eutifrone, è vero uno dei due corni dell’alternativa: il bene è bene perché Dio lo vuole. Solo in questo caso, evidentemente, se Dio non c’è, “tutto è permesso”. Non c’è una differenza fra il bene e il male. Allora, “bene” è ciò che di volta in volta gli uomini decidono che sia – e chi ha il potere lo decide per gli altri, e a chi vi si oppone non resta che appellarsi a se stesso. Questo è il volontarismo, la tesi cioè che non c’è verità e falsità nelle questioni di valore, ma solo le volontà (e il loro conflitto). Ma naturalmente può invece essere vera la tesi alternativa del dilemma: che, semmai, Dio vuole il bene perché è bene. In questo caso, anche se Dio non c’è, il bene resta bene, il male male.
È nelle cose umane stesse che ci sono qualità positive e negative. Ripagare con cariche pubbliche favori privati è male. Ogni forma di mafiosità dei comportamenti è un male. Ogni volta che ce ne sdegniamo, facciamo esperienza del bene e del male. Certo, un’interpretazione dell’umanesimo ateo che implica il nichilismo c’è, ed è precisamente quella volontaristica. Fu quella, ad esempio, di Sartre – ed è oggi la tragedia di quella cultura anche progressista e liberale che non riesce a liberarsi dal relativismo valoriale. Addio alla verità è il titolo dell’ultimo libro di un influente filosofo postmoderno e mi pare si commenti da se. Ma dovremmo forse decretare che non può esistere un ateismo compatibile con l’etica?
Questo sarebbe confondere l’ethos – che è lo stile di vita e la scala di valori, la vocazione e la fede, l’identità personale o morale di ciascuno – con l’etica, che è il dovuto da ciascuno a tutti. E il primo dovere etico qual è, se non quello di accordare all’ethos del mio simile ateo, purché si dimostri compatibile con l’etica, lo stesso rispetto che esigo per il mio? Non è questa una versione della regola aurea?
La distinzione tra ethos ed etica è fondamentale. Quando i laici sostengono che esistono infinite concezioni del bene, tutte potenzialmente valide, e infinite scale di valori, fra loro non commensurabili, si riferiscono quasi sempre a ciò che è bene per l’individuo, ai valori che questo persegue nella sua sfera personale; all’ethos, non all’etica. Nelle questioni di giustizia, in ciò che si deve fare nei rapporti interpersonali, non c’è posto per il relativismo (pur nel riconoscimento della problematicità e della varietà delle teorie morali, com’è inevitabile per chi si pone al di fuori dell’aderenza cieca al dogma).

domenica 31 maggio 2009

Il nostro eroe

Mancava da qualche tempo il nostro affezionato. O meglio, noi siamo stati distanti e distratti. E oggi si vuole rimediare.
In L’Europa come la vede il Papa. L’unica che vale (27 maggio) Luca Volontè sfoggia le sue migliori doti retoriche.
Un passaggio è imperdibile:

Relativismo (bene e male si equivalgono) e nichilismo (nulla vale) “vanificano ogni responsabilità di fronte al destino dell’uomo, rendendo grigia la nostra società”, come dice perfettamente il volantino della Compagnia delle Opere.
Capito? Relativisti nichilisti state in guardia!

giovedì 14 giugno 2007

Ratzinger e le passioni tristi

Un notevolissimo articolo quello di Girolamo De Michele apparso su Liberazione due giorni fa («La sindrome del relativismo. Ratzinger venditore di apocalissi», 12 giugno 2007, p. 5), sintesi di un originale apparso su Carmilla on line il giorno prima («Si Deus est, unde Ratzinger? – I parte: i venditori di apocalissi», da cui si cita):

Uno dei tratti distintivi del pontificato di Joseph Ratzinger è l’impressionante riduzione della complessità intellettuale e concettuale operata in un breve arco di tempo: dopo papi di grande levatura intellettuale e/o spirituale, contornati da intellettuali e politici di pari levatura (a titolo di esempio basti pensare all’asse Montini-Maritain-Moro) siamo oggi in presenza di un modesto conoscitore di cose filosofiche, circondato da acritici ripetitori e insipienti politici. Davanti alla pochezza logica e argomentativa di vecchie tesi riproposte senza neanche lo sforzo di un aggiornamento concettuale bisogna però fare molta attenzione a non sottovalutarne l’effetto performativo prodotto.
La riduzione della complessità (lo dimostra l’esperienza governativa dei talebani in Afghanistan) è un’efficace strategia di controllo e disciplinamento delle derive intellettuali e sociali, in grado di fornire un’immagine rassicurante e tranquillizzante della modernità – di solidificare, o quantomeno far apparire consistente, la liquidità sociale, per riferirci ad una pregnante categoria di Bauman. Banalizzazione e semplificazione, insomma, possono essere due categorie funzionali alla proposta di un potere pastorale che, in una società globale che non si lascia governare, e spesso neanche amministrare, piega a proprio vantaggio le passioni tristi offrendo just in time conforto e riparo preconfezionati come i fagioli Campbell.
Il dibattito sulla lex naturalis può esemplificare utilmente questa situazione: dibattito avviato da Ratzinger, pedissequamente ripetuto in primis dagli editorialisti dell’Avvenire, e rilanciato dagli atei devoti del Foglio e del Domenicale, e da una corte dei miracoli che va da Marcello Pera a una lunga schiera di politici che, come cartelli stradali, indicano in direzione di valori naturali e familiari dai quali si tengono a distanza, sino a coccolati ex-nichilisti – da Giovanni Lindo Ferretti a Valter Binaghi – beatificati da un’aura di pentimento ostentata come le stimmate di padre Pio (e come quelle dal vago sentore di acido fenico).
Da leggere tutto.

Aggiornamento: sempre su Carmilla è uscita la seconda parte dell’articolo («Si Deus est, unde Ratzinger? – II parte: la favola del diritto naturale», 15 giugno), più specialistica ma, forse per questo, ancora più originale e interessante.

venerdì 4 maggio 2007

Del relativismo e altri insulti

Alcune parole vengono svuotate del significato originario e umiliate da un’interpretazione forzata e ingenerosa. Una di queste è senza dubbio “relativismo”. Dire a qualcuno “sei un relativista” è, sulla bocca di molti, sinonimo di un insulto bello e buono.
Benedetto XVI ha dichiarato guerra al relativismo morale e culturale. Rappresentanti caricaturali di un pensiero aconfessionale hanno appeso al chiodo relativismo e laicità, come scarpette ormai consumate. Per non parlare dello spirito che anima quel bizzarro appuntamento che si chiama “Family day”: di famiglia ce n’è una sola, nessuno spazio al relativismo (familiare)!
È utile ricordare che in campo morale non esiste una Verità, e che ognuno, in assenza di danni a terzi, dovrebbe legittimamente scegliere come vivere, secondo le proprie preferenze. Nessuna imposizione di un punto di vista, ma la libertà di scelta affidata alle persone: questo è il relativismo.
E mai dimenticare che l’alternativa si chiama oppressione, tirannia, dogmatismo. Si chiama abuso e violazione delle libertà individuali. La tentazione di redimere le pecorelle smarrite in nome di valori assoluti è irresistibile: liberati dal presunto errore gli uomini saranno schiavi. Schiacciati da una Verità morale scelta da altri.
Chi vuole scegliere liberamente e rispettare le scelte altrui non può non dirsi relativista. Questo è il senso di una iniziativa relativista, il “Families night” (non sfugga il plurale) prevista per la notte dell’11 maggio: una candela a sostegno di tutte le famiglie, dell’amore e non di una istituzione.

(Ieri su E Polis con il titolo Quando dire “relativista” è un insulto)