Credo che nessuna donna è favorevole all’aborto e chi vi è ricorsa si porta dietro per tutta la vita una ferita difficilmente rimarginabile.(Da un forum sull’aborto. Per precisione l’estensore della frase riportata si dichiara a favore del diritto di scegliere, ma non è questo che mi interessa in questo momento).
venerdì 8 gennaio 2010
Che ne pensate?
venerdì 26 gennaio 2007
Compagna di merenda su internet
Riceviamo a proposito del post La menzogna della sindrome post-abortiva un commento al quale rispondo pubblicamente (o meglio, più pubblicamente che con un controcommento).
Anonimo scrive: Hai mai visto qualche donna dopo l’aborto? Hai mai conosciuto qualcuna che lo ha fatto? La tua compagna di merende su internet ha mai abortito? Io si e l’esperienza è allucinante prima, durante e dopo, con o senza i volontari prolife accanto. Quindi prima di dare sentenze, fatevi un giro in quelle corsie d’ospedale o nelle cliniche dove gli aborti non vengono solo nominati per fare sproloqui radical-chic, e dove vengono praticati con tutta quella disumanità di cui solo gli uomini son capaci (compresa me) e poi ne riparliamo.
Io rispondo: In quanto “compagna di merende su internet” mi sento in dovere di rispondere. E prima di entrare nel merito vorrei esprimere il mio disappunto nell’essere oggetto di cotale definizione. Se valesse l’occhio per occhio (ma dio mio, siamo cattolici mica protestanti o selvaggi!) inizierei così la mia risposta:
Cara furbetta del quartierino (io mi sono aggiornata con i tempi, e sono più moderna del compagno di merenda di paccianiana memoria), pensi di avere dimostrato alcunché con il tuo commento, a parte il fatto che PER TE sia stata una esperienza allucinante?
Non mal comprendermi: ci credo e rispetto il tuo vissuto (non dovrei avere nemmeno bisogno di esplicitarlo, ma meglio essere prudenti). Però non sarebbe forse opportuno dismettere la presunzione di far valere la propria esperienza come metro universale?
Non mi metto a fare lo scontro di esperienze a favore e contro la tua posizione, non mi interessa questo livello statistico di contesa. Dico soltanto che le esperienze possono essere diverse per molte, molte ragioni. E che è un errore piuttosto dannoso sostenere a priori e universalmente che una (meglio, qualsiasi) interruzione volontaria di gravidanza sia un trauma devastante e inestinguibile.
Farci un giro dove si praticano gli aborti? Questo è un altro punto che mi sorprende: dove credi che abbiamo vissuto finora, a Disneyland?
Se vuoi dimostrare una posizione (in questo caso che l’aborto è sempre e inevitabilmente una tragedia per la donna) dovresti sforzarti di cercare argomenti razionali e non urlare emozioni private e soggettive. Scambiate per prove inconfutabili.
E per finire: puoi non essere d’accordo, anche su tutto quello che scriviamo, ovviamente. Ma dovresti avere l’onestà di non attribuirci una abitudine diffusa ma errata: sputare sentenze. Qui non ci sono sentenze, ma opinioni sostenute da argomenti. Confrontiamoci su questi.
Postato da Chiara Lalli alle 12:35 18 commenti
Etichette: Aborto, Argomentazioni razionali, Sindrome post-abortiva
lunedì 22 gennaio 2007
La menzogna della sindrome post-abortiva
Un lungo articolo sul New York Times di oggi esamina da vicino i movimenti che negli Usa propagandano l’esistenza di una fantomatica «sindrome post-abortiva», che colpirebbe con depressione o altri gravi problemi psicologici le donne che hanno fatto ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (Emily Bazelon, «Is There a Post-Abortion Syndrome?», 21 gennaio 2007). La strategia alla base di questa invenzione è delineata così nelle parole di un anti-abortista, David Reardon:
«Dobbiamo cambiare il dibattito sull’aborto in modo da affrontare i nostri avversari sul loro terreno, la difesa degli interessi delle donne» … Il movimento anti-abortista non conquisterà mai la maggioranza … proclamando la santità della vita del feto. Gli indecisi «hanno indurito i loro cuori nei confronti del “feto” non nato» e sono «concentrati totalmente sulla donna». Il movimento anti-abortista deve fare lo stesso.Nell’originale:
“We must change the abortion debate so that we are arguing with our opponents on their own turf, on the issue of defending the interests of women” … The anti-abortion movement will never win over a majority … by asserting the sanctity of fetal life. Those in the ambivalent middle “have hardened their hearts to the unborn ‘fetus’” and are “focused totally on the woman.” And so the anti-abortion movement must do the same.Chi segue il dibattito bioetico in Italia riconoscerà subito una strategia applicata anche nel nostro paese, dove allo scopo di conferirle credibilità sono state arruolate fra gli altri alcune femministe rinnegate; anche se da noi si è finora insistito di più sui pericoli della pillola abortiva che su quelli dell’aborto tout court.
L’articolo del Times chiarisce i fatti sepolti dal bombardamento propagandistico:
the American Psychological Association appointed a panel to review the relevant medical literature. It dismissed research like Reardon’s, instead concluding that “well-designed studies” showed 76 percent of women reporting feelings of relief after abortion and 17 percent reporting guilt. “The weight of the evidence,” the panel wrote in a 1990 article in Science, indicates that a first-trimester abortion of an unwanted pregnancy “does not pose a psychological hazard for most women.” Two years later, Nada Stotland, a psychiatry professor at Rush Medical College in Chicago and now vice-president of the American Psychiatric Association, was even more emphatic. “There is no evidence of an abortion-trauma syndrome,” she concluded in an article for The Journal of the American Medical Association.Dall’articolo si evince tuttavia che in ambienti condizionati pesantemente dal fondamentalismo e dalla povertà e ignoranza che spesso lo accompagnano, le conseguenze di un aborto possono essere effettivamente psicologicamente gravose. L’autrice ha seguito un’attivista, Rhonda Arias, la cui storia personale di aborti ripetuti, tentativi di suicidio e fanatismo religioso riesce quasi a muovere a pietà il lettore – se non fosse per il fatto che la donna contribuisce con la sua attività missionaria a diffondere ancora di più parte del male di cui è stata essa stessa vittima.
Academic experts continue to stress that the psychological risks posed by abortion are no greater than the risks of carrying an unwanted pregnancy to term. A study of 13,000 women, conducted in Britain over 11 years, compared those who chose to end an unwanted pregnancy with those who chose to give birth, controlling for psychological history, age, marital status and education level. In 1995, the researchers reported their results: equivalent rates of psychological disorders among the two groups.
Brenda Major, a psychology professor at the University of California, Santa Barbara, followed 440 women for two years in the 1990s from the day each had her abortion. One percent of them met the criteria for post-traumatic stress and attributed that stress to their abortions. The rate of clinical depression among post-abortive women was 20 percent, the same as the national rate for all women ages 15 to 35, Major says. Another researcher, Nancy Adler, found that up to 10 percent of women have symptoms of depression or other psychological distress after an abortion – the same rates experienced by women after childbirth.
Researchers say that when women who have abortions experience lasting grief, or more rarely, depression, it is often because they were emotionally fragile beforehand, or were responding to the circumstances surrounding the abortion – a disappointing relationship, precarious finances, the stress of an unwanted pregnancy.











