lunedì 17 novembre 2014
Quanto costa l’ideologia sull’aborto alla sanità pubblica?
Non dovremmo essere tutti d’accordo sull’uso appropriato delle risorse? Sulla volontà di non sprecare soldi, soprattutto in un contesto di limitatezza delle risorse? Quali sono le soluzioni per garantire meglio i servizi sanitari e per spendere meno? Partiamo dall’interruzione volontaria della gravidanza (IVG) e dall’ultima relazione ministeriale perché l’aborto è forse uno degli esempi migliori di come le ragioni ideologiche e pretestuose abbiano la meglio sulle valutazioni razionali e sulle buone pratiche sanitarie. L’altro ieri Bergoglio ha invitato i medici a compiere scelte coraggiose e controcorrente, opponendosi al «pensiero dominante», alla «‘falsa compassione’: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto» (come possa essere controcorrente una scelta adottata da più di 7 ginecologi su 10 non è chiaro). Nessuno ha parlato delle scelte delle donne e nessuno della garanzia del servizio. Un servizio garantito in modo eterogeneo e che costa molto più di quanto potrebbe. Inefficienza e sprechi economici: il peggio che si possa immaginare. Michele Grandolfo, epidemiologo, già dirigente di ricerca dell’Istituto superiore di sanità (ISS), ci spiega come si potrebbero risparmiare moltissimi soldi garantendo, al contempo, servizi migliori. «Il primo obbligo di un sistema sanitario nazionale (SSN) è quello di utilizzare le procedure che hanno una base scientifica – in questo caso le raccomandazioni internazionali dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO, Safe abortion: technical and policy guidance for health systems).
Next, 17 novembre 2014.
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venerdì 11 dicembre 2009
L’esperienza della Ram, medici per tutti

Andare dal dentista non piace quasi a nessuno. A renderlo ancora più sgradevole ci si mette spesso il costo dell’intervento, che per alcuni non è assolutamente sostenibile.
Negli Stati Uniti 85 milioni di persone non hanno l’assicurazione per le cure odontoiatriche e non possono permettersele. Il New York Times racconta la storia di Michael Bettis: gli mancano molti denti e il costo per rimetterli si aggira tra i 7.000 e i 15.000 dollari.
Michael racconta che la gente lo considerava ombroso e scontroso, ma che in realtà lui non sorrideva perché non aveva i denti e temeva che gli altri se ne accorgessero. Michael trova un modo per farsi curare: scopre la Remote Area Medical (RAM), una organizzazione medica di volontari che offrono cure mediche, odontoiatriche e veterinarie e assistenza di vario genere a persone e animali.
La RAM si è presa cura di migliaia e migliaia di individui dal 1985, anno della sua fondazione, raggiungendo luoghi sperduti e lontanissimi da ospedali. Lo stesso fondatore, Stan Brock, è cresciuto nel cuore della foresta amazzonica, a circa 25 giorni di marcia da un ospedale, ed è sopravvissuto alla malaria, agli attacchi di animali e ad altre disavventure. Ma quelli meno fortunati di lui sono morti perché non avevano modo di raggiungere un medico. Una delle idee fondanti della RAM è portare i medici e le cure nei luoghi più inaccessibili e alle persone che non potrebbero permettersi nemmeno di provare a sopravvivere.
DNews, 11 dicembre 2009
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martedì 16 gennaio 2007
Chi è causa del suo mal...
In un post di qualche giorno fa, Marcoz avanzava delle considerazioni molto ragionevoli «sull’ipotesi di addebitare, totalmente o in parte, le spese mediche a chi si causa deliberatamente un danno o una patologia, invece di far pesare indiscriminatamente l’onere sul sistema sanitario nazionale» («Chi è causa del suo male paghi se stesso?», Ilfinegiustificailme, 9 gennaio 2007):
Sono convinto che sia pressoché impossibile riuscire ad applicare equamente un tale principio a trecentosessanta gradi, soprattutto quando le patologie sono la conseguenza di disagi psichici (abuso di alcool, droghe, ecc.).La proposta è assolutamente ragionevole, una volta accertato che sia implementabile facilmente (cioè che sia possibile distinguere con sicurezza i traumi provocati dall’assenza della cintura o del casco): libertà per ciascuno di assumersi i rischi che vuole e di essere padrone del proprio corpo, senza intromissioni paternalistiche dello Stato ma anche senza far ricadere gli oneri su terzi. Impeccabile da un punto di vista liberale – e per ciò stesso improponibile in questo (e non solo in questo) paese.
Ma in alcuni casi penso sia possibile e ho portato l’esempio dell’uso della cintura di sicurezza in auto. O del casco in moto, se volete.
Sostanzialmente sono contrario all’obbligo della cintura di sicurezza (escludendo i minori), salvo che chi decide di non indossarla deve rispondere economicamente di tutti i danni alla propria persona riconducibili al mancato uso. Non vedo perché la comunità debba accollarsi la spesa di svariati giorni di prognosi riservata (se non peggio) magari quando si può ridurre il tutto a contenute cure ambulatoriali solo con un semplice gesto.
Se a qualcuno piace spiaccicarsi contro il parabrezza faccia pure, non ho nulla in contrario. Soltanto dovrebbe farlo a proprie spese.












