venerdì 21 ottobre 2016
Quando un medico non può invocare l’obiezione di coscienza
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giovedì 12 marzo 2015
Da dove viene il nuovo attacco alla legge sull’aborto

Quattrocentoquarantuno voti favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti: così è finito il voto al parlamento europeo sulla Relazione sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea, cioè la cosiddetta risoluzione Tarabella dal nome del suo relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella.
Nei giorni passati la risoluzione aveva sollevato in Italia proteste e petizioni. Perché? Per aver nominato l’aborto ai punti 44 e 45, dove il documento
osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014); insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva.È incredibile come tutto il resto fosse scomparso davanti a due occorrenze della parola “aborto”: le questioni di genere, la parità, la differenza di retribuzione, la povertà e l’esclusione sociale, l’uguaglianza in senso pieno, le mutilazioni genitali, l’accesso alle cure, gli stereotipi di genere.
Ed è incredibile come quello che c’è scritto sull’aborto sia stato deformato e presentato come una specie di incitazione all’interruzione di gravidanza, mentre è, da un lato, la constatazione quasi scontata della inefficacia e della pericolosità delle restrizioni, e dall’altro un invito a garantire a tutte l’accesso alle scelte riproduttive (aborto compreso). Non dimentichiamo nemmeno che in genere la garanzia dei servizi e dei diritti è direttamente proporzionale ai mezzi che si hanno, perciò le persone più escluse tendono a essere quelle più fragili e meno informate.
Internazionale, 12 marzo 2015.
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lunedì 17 novembre 2014
Quanto costa l’ideologia sull’aborto alla sanità pubblica?
Non dovremmo essere tutti d’accordo sull’uso appropriato delle risorse? Sulla volontà di non sprecare soldi, soprattutto in un contesto di limitatezza delle risorse? Quali sono le soluzioni per garantire meglio i servizi sanitari e per spendere meno? Partiamo dall’interruzione volontaria della gravidanza (IVG) e dall’ultima relazione ministeriale perché l’aborto è forse uno degli esempi migliori di come le ragioni ideologiche e pretestuose abbiano la meglio sulle valutazioni razionali e sulle buone pratiche sanitarie. L’altro ieri Bergoglio ha invitato i medici a compiere scelte coraggiose e controcorrente, opponendosi al «pensiero dominante», alla «‘falsa compassione’: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto» (come possa essere controcorrente una scelta adottata da più di 7 ginecologi su 10 non è chiaro). Nessuno ha parlato delle scelte delle donne e nessuno della garanzia del servizio. Un servizio garantito in modo eterogeneo e che costa molto più di quanto potrebbe. Inefficienza e sprechi economici: il peggio che si possa immaginare. Michele Grandolfo, epidemiologo, già dirigente di ricerca dell’Istituto superiore di sanità (ISS), ci spiega come si potrebbero risparmiare moltissimi soldi garantendo, al contempo, servizi migliori. «Il primo obbligo di un sistema sanitario nazionale (SSN) è quello di utilizzare le procedure che hanno una base scientifica – in questo caso le raccomandazioni internazionali dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO, Safe abortion: technical and policy guidance for health systems).
Next, 17 novembre 2014.
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mercoledì 17 settembre 2014
No all’aborto, nemmeno in caso di stupro
Rebecca Kiessling è stata concepita durante uno stupro. Scampata all’aborto, si presenta come la voce di chi non ce l’ha, cioè di tutti i «bambini» concepiti allo stesso modo e che rischiano di essere «uccisi» («I speak internationally sharing my story of having been conceived in rape and nearly aborted at two illegal abortionist, but protected by law»). Kiessling vorrebbe vietare l’interruzione di gravidanza in qualsiasi circostanza. Per quanto improponibile sia vietare l’aborto volontario, Kiessling è almeno coerente con le sue premesse ferocemente prolife: se l’aborto è un omicidio, lo è anche in caso di stupro. La modalità di concepimento non incide infatti sullo statuto ontologico dell’embrione, considerato persona fin dal concepimento. Se uccidi tuo figlio sei sempre una assassina, e se uccidi un bambino che ha avuto origine da una violenza carnale sei forse qualcosa di peggio.
Next, 17 settembre 2014.
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giovedì 21 agosto 2014
«“Ogni feto è meno umano di un maiale adulto”. Così lo scienziato insulta la vita»
È bastata la domanda di una donna incinta di un bambino con sindrome di Down per scatenare in Richard Dawkins, famoso come biologo e per le sue battaglie contro la religione cattolica, una brutale disinvoltura dialettica sul tema dell’aborto. La donna su Twitter ha confidato allo scienziato inglese di vivere un “dilemma etico” da quando ha scoperto che il piccolo che porta in grembo è affetto da trisomia 21. Senza che richiedesse esplicitamente al biologo un consiglio sul da farsi, la potenziale madre si è vista rivolgere da Dawkins una sua massima, piuttosto perentoria e priva di ogni cautela, in merito alla questione: “Proceda all’aborto e riprovi di nuovo. Sarebbe immorale portarlo al mondo se si ha la possibilità di non farlo”.E poco più giù.
Parole dure, che sferzano come una sciabola l’intima esperienza di una donna pronta a generare vita.Peccato che la donna non avesse confidato di essere incinta, di aver fatto una diagnosi prenatale, di aver scoperto che il feto fosse affetto dalla sindrome di Down e di vivere un “dilemma etico”. Aveva fatto una domanda, anzi aveva commentato un articolo linkato da Richard Dawkins sulla chiesa, l’Irlanda e l’aborto e immediato controcommento: «I honestly don’t know what I would do if I were pregnant with a kid with Down Syndrome. Real ethical dilemma».
Cioè: non so cosa farei se. «Real» deve aver confuso Federico Cenci.
Nemmeno nessuna «intima esperienza di una donna pronta a generare vita» dunque. Lo ribadisce anche oggi.
No, @RichardDawkins was not ordering me to abort a fetus I’m never going to be pregnant with anyway. His comment was a bit careless though.
— InYourFaceNewYorker (@InYourFaceNYer) August 21, 2014
A Cenci sarebbe bastato andare a leggere prima di scrivere (il suo articolo è di oggi), e magari - già che ci stava - approfittare e leggere anche la bio
(«Writer, artist, atheist, nerd, exercise fanatic. Yes, I’m a woman. Huge
admirer of Richard Dawkins and Dr. Jack Kevorkian (1928-2011)»).Certo, la difesa della vita è più importante della comprensione del testo e del contesto. Forse è anche più importante della comprensione delle parole, inglesi e italiane. Infatti nemmeno il significato di «vita» deve essere molto chiaro, considerando il titolo (didascalia: anche il maiale adulto è vivo, non si abortisce nessun bambino).
Il commento di InYourFaceNewYorker sulla vicenda potrebbe valere anche su questa pietosa prova di Zenit.
Christ, I’m sorry I opened my virtual mouth. @RichardDawkins
— InYourFaceNewYorker (@InYourFaceNYer) August 20, 2014
Aggiornamento
Chiedo a Federico Cenci se la donna sia proprio InYourFaceNewYorker (magari ne esiste un’altra che è davvero incinta, ma no, pare sia lei).
Ringrazia per la «precisazione» e apporta la «piccola modifica» (le parole giuste sarebbero state: «Ho completamente travisato, non so l’inglese, dovevo uscire e avevo fretta» o qualcosa di simile; aggiungerei che non è così che si corregge un pezzo - cancellando e riscrivendo, ma lasciando quello originario e mettendo un asterisco o una parentesi «ho sbagliato qui e qui, le cose stanno in questo altro modo»).
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mercoledì 25 giugno 2014
I pro-life e la retorica della “vita nascente” contro l’interruzione volontaria di gravidanza
“Nel 1999 Don Oreste Benzi diede inizio alla preghiera per la vita nascente davanti agli ospedali, nel giorno e nell’ora in cui si pratica l’aborto legale, da Rimini si è diffusa in diverse città, a cadenza settimanale o mensile”. Così si legge nel sito della Comunità Papa Giovanni XXIII. Ogni martedì, come stamattina, il gruppo di preghiera si ritrova davanti alla Clinica di Ostetricia del Sant’Orsola di Bologna. Prega, è lì apposta. Prega per ottenere un risultato: convincere le donne a non interrompere la gravidanza, perché l’aborto è il più atroce dei crimini.
Per loro non è che un atto dovuto, perché “Con questa preghiera si vuole essere presenti sul luogo dove si esegue una condanna a morte di cui tutta la società è corresponsabile, per chiedere perdono pubblicamente e per supplicare il Padre perché cessi questa strage di innocenti, uccisi perché danno fastidio. Si vuole essere vicini alle mamme, anche loro vittime dell’aborto, in quanto lasciate sole, indotte da condizionamenti e pressioni esterne, illuse che l’aborto sia un atto liberatorio e non informate della ferita incancellabile che procura per offrire loro aiuto perché salvino il loro bambino e anche se stesse”.
La logica è la stessa di quelli che aggrediscono i medici, che arrivano pure a ucciderli: in fondo è legittima difesa, o qualcosa che le somiglia molto. Cosa fareste avendo la possibilità di fermare un serial killer? Il peggiore dei serial killer, poi, uno che se la prende con gli individui più deboli e indifesi? La violenza appare giustificabile quando il fine è tanto superiore.
Il sito della Comunità offre un’ottima visuale del mondo pro-life: sostituisce il “bambino prenatale” a “embrione” e “feto”, ci mette in guardia dalle conseguenze psicologiche dell’aborto (“elaborazione del lutto”), promuove l’adozione degli embrioni congelati, suggerisce di fare obiezione di coscienza sulle spese abortive (“Siamo costretti a finanziare coi nostri soldi la soppressione di 320 bambini tutti i giorni”).
In altre parole: sparisce la diversità ontologica e concettuale degli stadi dello sviluppo umano e la volontà della donna; si sponsorizza l’infondata correlazione tra interruzione di gravidanza e devastazione psicologica, si critica la contraccezione (solo quella “naturale” è ammessa); si suggerisce l’unica alternativa all’aborto: l’adozione. Con l’aborto finalmente tornato illegale, tutte le donne sarebbero finalmente libere di essere madri. Che poi si è madri fin dal concepimento. Forse perfino da prima.
Wired.
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martedì 24 giugno 2014
Obiezione di coscienza e aborto, la svolta del Lazio sui consultori
Nel decreto sul riordino dei consultori familiari della Regione Lazio c’è un allegato sorprendente: le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari. Le funzioni dei Consultori riguardano due aree: “prevenzione e promozione, sostegno e cura”. Tra le attività previste c’è anche l’assistenza alle donne che chiedono di interrompere volontariamente una gravidanza.
Sappiamo dall’ultima relazione annuale attuativa della legge 194 che la media nazionale di ginecologi obiettori è del 69,3%, anche se la realtà nelle singole regioni è ancora più sbilanciata, con percentuali che arrivano quasi al 90% di obiettori, strutture che non garantiscono mai il servizio di IVG, ancor meno sono gli ospedali che garantiscono gli aborti tardivi (cioè quelli dopo il primo trimestre), lunghe liste di attesa.
A questo si aggiunge uno scenario spesso nebuloso: alcuni medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza, pur non esistendo alcuna legge specifica che permetta loro di farlo. Altri rifiutano la certificazione, non vogliono eseguire la visita di controllo o altre pratiche mediche giudicate contrarie alla loro morale, alla loro personale visione del mondo.
Le Linee di indirizzo regionali ribadiscono l’ovvio sulla contraccezione: non si può invocare l’obiezione di coscienza come pretesto per negare la prescrizione, sia ordinaria sia d’emergenza (che, ricordiamo, ha effetti contraccettivi e non abortivi). D’altra parte non c’è – come nel caso dell’IVG – una legge che permetta agli operatori sanitari di invocare la propria coscienza. “Il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (Intra Uterine Devices).
Pagina99.
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lunedì 28 aprile 2014
Di obiezione di coscienza e tempismo
Con tempismo davvero singolare – che sia dovuto a recenti contestazioni? – l’ospedale di Niguarda scopre di avere un problema col servizio di Interruzione Volontaria di Gravidanza. A quanto emerge da un articolo comparso il 26 aprile su La Repubblica, l’ospedale sta fronteggiando una “emergenza aborti”: i medici non obiettori si sono ridotti a due, cosa che ha portato i vertici dell’ospedale a chiedere una collaborazione all’ospedale Sacco, in modo da “garantire” il servizio di IVG previsto dalla legge 194/78.Ma tu guarda, Niguarda!
Dall’articolo, sembra che questa scarsità di medici non obiettori sia il frutto di contingenze non meglio specificate, regalandoci un’immagine della proverbiale caduta dal pero dei vertici dell’ospedale.
Caduta a cui noi non crediamo: da anni Niguarda, i cui vertici rispondono in maggioranza a Comunione e Liberazione, presenta una tra le più alte percentuali di obiettori di coscienza sul territorio milanese. Da anni, l’obiezione di coscienza – a Niguarda come in altri ospedali – è diventata un modo per fare carriera ed è un elemento di preferenza nel momento dell’assunzione. Da anni, l’obiezione di coscienza è consentita anche su prestazioni che non concernono l’atto di interruzione di gravidanza (prescrizione della pillola del giorno dopo, che non è un abortivo!, visite pre- e post-intervento), e la sua crescente percentuale mette a rischio la salute delle donne.
Da mesi ci sono proteste davanti a Niguarda – l’ospedale, infatti, ha dato spazio alle macabre performance del Comitato No194. A metà marzo, era stata occupata simbolicamente la Direzione Sanitaria, proprio per segnalare la condizione strutturale, e non emergenziale!, che interessa l’applicazione della legge 194 a Niguarda (e non solo).
Milano sarebbe una delle città “messe meglio”? Cosa vuol dire garantire “abbastanza” una legge? Le code, all’alba, delle donne davanti agli ospedali milanesi per far fronte al “numero chiuso” del servizio di IVG, le complicanze post-aborto in continuo aumento, il ricorso all’aborto clandestino, sono pratiche in atto da tempo, al di fuori del clamore sensazionalistico e dell’onda della difesa di una legge – la 194 – che è solo un compromesso, e che non rispecchia la nostra volontà di autodeterminazione dei nostri corpi. A proposito di stampa, ci chiediamo come mai la notizia, risalente all’ottobre 2013, di una donna morta proprio a Niguarda dopo un’interruzione di gravidanza sia passata totalmente sotto silenzio.
Interessante, infine, che tra i due medici non obiettori rimasti si sia scelto di dare voce a Maurizio Bini, il quale deve farsi perdonare una a dir poco infelice partecipazione ad un programma radiofonico in cui sono state sbeffeggiate con battute sessiste e misogine le donne malate di endometriosi. Insomma, se a Niguarda cercano di passare come “attenti” alla salute delle donne, la strada è ancora lunga.
L’ospedale di Niguarda da tempo rende inattuabile il servizio di Interruzione Volontaria di Gravidanza: questa non è un’emergenza, ma la norma. Quindi, non ci vengano a raccontare di essere spiazzati davanti a quest’emergenza: l’hanno creata consapevolmente, anno dopo anno, sulla nostra pelle.
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mercoledì 23 aprile 2014
«Sono obiettore»
È il sabato prima di Pasqua. L’unico medico presente (Salvatore Felis, 57 anni) è quello di guardia, che però è un obiettore di coscienza e non ha alcuna intenzione di prendersi carico della paziente. Il primario Claudio Gustavino viene informato del problema per tempo, ma sottovaluta la situazione: pensa (non si sa su quali basi*) che il ginecologo, al di là delle sue idee in merito alle interruzioni di gravidanza, eseguirà comunque gli accertamenti previsti. E che la paziente sarà dunque dimessa. Ma, come era prevedibile visto che il dottor Felis è un obiettore di coscienza, succede tutto il contrario: passano le ore e la giovane donna viene abbandonata in corsia. Da sola, in compagnia delle infermiere che però non sanno nulla e non possono aiutarla. Nessuno si prende la briga di spiegarle quello che sta accadendo. Così, a un certo punto, in preda allo sconforto e alla disperazione, non le rimane altro da fare che chiamare la polizia. Arrivano gli agenti e solo a quel punto, poco prima delle 18, i vertici dell’ospedale, compreso Gustavino, si muovono (di corsa) per trovare una soluzione. Risultato? Viene trovato un dottore disposto a visitare la ragazza. Ma, nel frattempo, sono le 19.30 e lei può finalmente lasciare l’ospedale. Quello che è accaduto sabato scorso non è solo un corto circuito, una falla nel sistema organizzativo del reparto. Non dal punto di vista della giovane donna che ha vissuto un’esperienza traumatica.Rifiuta esame dopo l’aborto: «Sono obiettore», interviene la polizia, Il Secolo XIX, 23 aprile 2014.
*Sulla base della legge 194, articolo 9?
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domenica 13 aprile 2014
«La gravidanza è un dovere»
Il volto della coerenza in tutta la sua nitidezza. Prosegue Sgreccia:
«La vita è un bene primario. Come per le donne violentate, c’è il dovere di portare a termine la gravidanza». Fa esplicito riferimento al messaggio di Giovanni Paolo II alle bosniache stuprate in guerra il cardinale bioeticista Elio Sgreccia, già presidente della Pontificia Accademia per la Vita, direttore al «Gemelli» del Centro di Bioetica e dell’istituto creato all’Università Cattolica.
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domenica 9 marzo 2014
L’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione della legge 194
Oggi, a seguito di un reclamo collettivo dell’associazione non governativa International Planned Parenthood Federation European Network (IPPF E N che dagli anni 50 si batte in 172 paesi per potenziare l’accesso ai programmi di salute delle fasce più vulnerabili) assistita dall’Avv. Prof. Marilisa D’Amico, Ordinario di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano, e dall’Avv. Benedetta Liberali, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d'Europa ha ufficialmente riconosciuto che l'Italia viola i diritti delle donne che - alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 - intendono interrompere la gravidanza, a causa dell'elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza. Il ricorso è stato presentato contro l’Italia al fine di accertare lo stato di disapplicazione della legge 194/1978 e il Comitato Europeo ha accolto tutti i profili di violazione prospettati. La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. “La vittoria di oggi è un successo importante perché l’obiezione di coscienza non è un problema solo in Italia ma in molti altri paesi europei. IPPF, che da più di 60 anni lotta nel mondo per garantire a tutte le donne i loro diritti e l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva, vuol fare emergere la mancanza di misure adeguate da parte dello Stato italiano a garantire il diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne. Siamo molto felici che il Comitato Europeo abbia stabilito che l’Italia debba risolvere una volta per tutte questo problema” - così dichiara Vicky Claeys, Regional Director di IPPF EN.Qui i dettagli e qui il testo completo del reclamo.
Postato da Chiara Lalli alle 09:36 1 commenti
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sabato 8 marzo 2014
Aborto: l’obiezione di coscienza e il diritto negato
Chi sono gli obiettori di coscienza?
Oggi la risposta più frequente sarebbe: i ginecologi che non vogliono eseguire interruzioni di gravidanza (Ivg) per ragioni «di coscienza». Alcuni anni fa sarebbe stata diversa: l’incarnazione più genuina dell’obiettore di coscienza era il ragazzo che riceveva la cartolina precetto e rifiutava di fare il servizio di leva obbligatorio, finendo in carcere. A lungo questa scelta è stata oggetto di riprovazione morale, condannata dai tribunali e dalle gerarchie cattoliche in nome di una «difesa della patria» che non poteva che passare per le armi. Ci sono stati molti casi di persone processate e mandate in carcere per aver strappato la cartolina, e persone accusate di apologie di reato per aver difeso pubblicamente quella scelta (tra i casi più noti quelli di Pietro Pinna, Aldo Capitini, padre Ernesto Balducci, Giuseppe Gozzini, don Lorenzo Milani).
Che cosa è successo all’obiezione di coscienza?
Nel corso di alcuni anni c’è stato un profondo slittamento semantico che ha trasformato una scelta individuale e libertaria in un’imposizione della propria visione morale, a volte moralista e ipocrita, prossima all’omissione di servizio, e che ha spinto una pratica sanitaria in un terreno di scontro di coscienze.
Come possiamo chiamare nello stesso modo il ginecologo che non vuole eseguire aborti e chi rifiutava l’obbligo di leva armata?
Le differenze sono enormi e impediscono paragoni affrettati: la cartolina ti arrivava senza che tu avessi compiuto alcuna scelta, il prezzo da pagare era altissimo (condanna sociale, processi, galera). La tua scelta non ricadeva sulle spalle di nessun altro, non entrava in conflitto con i diritti di un altro individuo ma con un obbligo generale e astratto.
Il ginecologo obiettore ha deciso liberamente di fare il ginecologo e di esercitare la sua professione nel pubblico. Essere obiettore non è una scelta che comporta una qualche conseguenza, ma è anzi una scelta comoda. Si lavora anche di meno. La 194 non prevede nemmeno alcun servizio alternativo, com’era stato per l’obbligo di leva quando negli anni Settanta era stata riconosciuta la possibilità del servizio alternativo alla leva armata. La garanzia del servizio di Ivg sarebbe un obbliuno dei doveri professionali di chi ha scelto di lavorare nell’ambito della riproduzione umana – conseguente a una libera scelta professionale, e nulla ha a che fare con l’obbligo di leva.
Per alcuni, è anche una scelta ipocrita: molti obiettori continuano a suggerire e a eseguire diagnosi prenatali, tirandosi però poi indietro se la decisione della donna è di interrompere la gravidanza. Spesso senza nemmeno indicare loro un medico non obiettore – 7 come la legge impone e come la coscienza medica e personale dovrebbe suggerire – ma dicendo: «Sono obiettore, non posso intervenire». È bene sapere che le donne che chiedono o accettano di eseguire indagini prenatali sono in genere donne che vogliono poter scegliere. Quelle che invece sono convinte che non interromperebbero mai una gravidanza, anche in presenza di patologie fetali importanti, non vogliono sapere. Non vogliono eseguire diagnosi prenatali, non solo perché presentano un rischio di aborto, ma soprattutto perché quell’informazione non ha senso, e non la vogliono. «Sapremo al parto», dicono.
Se è indubitabile che l’obiezione di coscienza sia un diritto, è altrettanto indubitabile che la suddetta affermazione abbia un significato ambiguo, strettamente vincolato al contesto. Cosa intendiamo per obiezione di coscienza? Quella contra legem del militare, o quella intra legem del ginecologo? Quella che rivendicava una scelta individuale, o quella addomesticata e risucchiata dalla legge? E perché è stata usata la stessa espressione, perché non chiamare opzione o facoltà l’esonero concesso dalla 194, visto che non si oppone ad alcun obbligo, ma è anzi regolata dalla norma stessa?
Inoltre dobbiamo ricordare che nessun diritto è assoluto, ma dipende dagli altri diritti con cui può entrare in conflitto – in questo caso la garanzia del servizio di Ivg – e con i doveri professionali. La 194, pur prevedendo la possibilità di ricorrere all’obiezione, traccia confini abbastanza chiari e stabilisce la gerarchia da seguire: prima la richiesta della donna, poi la coscienza dell’operatore sanitario. Tuttavia, questi confini sono violati sempre più spesso e con un’inspiegabile strapotenza.
C’è infine un’altra conseguenza: isolare l’Ivg, allontanarla dal dominio della salute riproduttiva. Renderla un’eccezione, una questione più morale che medica, una questione di coscienza – come se solo i ginecologi ne avessero una.
[...]
Che fare?
Per arginare gli effetti attuali si potrebbe cominciare applicando l’articolo 9. La questione della legittimità dell’obiezione di coscienza oggi, a tanti anni di distanza dalla legge, impone invece una risposta diversa. Perché mantenere il privilegio di non eseguire un’interruzione di gravidanza per chi ha scelto liberamente di esercitare una certa professione? Come risolvere quella contraddi- zione interna della 194 che stabilisce un servizio e, allo stesso tempo, la possibilità di sottrarvisi? La soluzione meno contraddittoria sembra essere la fine della possibilità di ottenere l’esonero da alcune pratiche, cioè la fine della possibilità di invocare l’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza. Non solo hai scelto una professione medica, ma hai scelto di lavorare in una struttura pubblica: anche la garanzia dell’Ivg rientra nei tuoi compiti professionali (non è certo solo la professione medica a scontrarsi con questioni «di coscienza»: si pensi agli avvocati, ai giudici o a molti altri mestieri. Se non vuoi correre il rischio di difendere uno stupratore, eviti di fare l’avvocato d’ufficio). Non significa che sarebbe una strada facilmente percorribile, soprattutto se la discussione rimane impantanata in un conflitto di coscienze e non si sposta su quella dei doveri professionali e dei mezzi necessari per garantire alcuni servizi pubblici. Sarebbe però l’unico modo per evitare che la legittima richiesta della donna rischi di rimanere schiacciata dalla visione personale e paternalistica del medico.
Micromega, 9/2013 (pdf).
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venerdì 7 marzo 2014
La Spagna e l’aborto
L'organizzazione chiede il ritiro della normativa che "allontana la Spagna dai paesi del contesto europeo, per situarla al livello di Lutuania, Macedonia e Turchia", per quando riguarda la difesa dei diritti umani. (ANSAmed).
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mercoledì 5 marzo 2014
RU486
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mercoledì 26 febbraio 2014
La vita secondo il ministro Madia (Pd): “La dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo”
Era il 2008 quando Marianna Madia fu intervistata da Piero Vietti su aborto, eutanasia e famiglia. Madia era allora capolista PD e rilasciò alcune dichiarazioni che in questi giorni, com’era facilmente prevedibile, stanno tornando in superficie.
“L’aborto è il fallimento della politica […] un fallimento etico, economico, sociale e culturale”. Madia è per la libera scelta della donna, “ma sono certa che se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita”. Dice che ogni vita umana che non nasce è un fallimento, per questo la politica deve fare in modo che la scelta per la vita sia sempre possibile.”
Un fallimento totale, dunque. In nome di tutte le donne al mondo che hanno abortito e che abortiranno. Deve essere un peso enorme essere portavoce di così tanti esseri umani con cui non ci si è mai intrattenuti e dei quali si ignora tutto. Si decide, nonostante questo, di metter loro addosso risoluzioni e scelte che sono le proprie. Questa è la radice più primitiva e genuina del paternalismo, quell’istinto primordiale che ci fa sentire non solo al centro dell’universo, ma unità di misura unica e assoluta. “Io farei così” diventa “tutti farebbero così”, e poi “tutti devono fare così”.
Inutile perdere tempo a elencare dati e ricerche sulle motivazioni – eterogenee e irriducibili alla visione compatta che emerge dalle parole di Madia e di molti che la pensano come lei (qui per esempio) – che spingono le donne a interrompere una gravidanza. Perché sprecare tempo quando si è certi di come stiano le cose? È un peccato ignorare perfino quell’ingenuità induttiva di cui dovremmo essere consapevoli più o meno dagli anni del liceo.
Un fallimento che sarebbe evitabile se le donne – meschine – fossero aiutate.
È troppo impopolare dire esplicitamente di essere contro la libera scelta e a favore della coercizione, ma ci sono molti modi per dirlo implicitamente. Uno di questi è ridurre la decisione di interrompere una gravidanza a “impedimenti” esterni. Ovvero, nessuna donna può scegliere di abortire. Nessuna donna abortisce se non per difficoltà economiche, lavorative, familiari. Nessuna donna può decidere che non vuole portare avanti la gravidanza, non vuole un figlio o non ne vuole un altro (lo si ricorda di rado, ma molte donne che abortiscono hanno già uno o più figli).
Continua.
Postato da Chiara Lalli alle 12:47 0 commenti
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lunedì 27 gennaio 2014
Aborto, un diritto sempre più a rischio
“Per la vita” (prolife) vuol dire essere per l’eliminazione o per la forte restrizione dell’autodeterminazione. Opporsi all’autodeterminazione significa immaginare un mondo in cui se una donna rimane incinta – per errore, per distrazione o per qualsiasi altra ragione – deve portare avanti la gravidanza, anche se non l’ha mai voluta, anche se ha cambiato idea, anche se corre dei rischi. In altre parole, significa riportare l’interruzione di gravidanza nel dominio dei reati e supportare la gravidanza forzata. Non è chiaro come si farebbe ad applicare tale proposito: tramite un regime di controllo e contenzione delle donne incinte, previo monitoraggio per sapere chi è gravida e chi ha solo mangiato troppo?
Essere “per la vita”, forse, vuol dire anche costringere Marlise Munoz in morte cerebrale a restare attaccata ai macchinari che la tengono in vita contro la volontà espressa, violare il suo living will in nome di quella sacralità del feto che ossessiona i detrattori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Un feto che s’è scoperto essere “abnormal” . Oppure affermare che un aborto non cancella uno stupro (“An abortion doesn’t un-rape a woman”; sull’eccezione dello stupro ho già scritto qui).
Negli ultimi 3 anni le restrizioni sull’aborto negli USA sono state più numerose dell’intero decennio precedente, e soprattutto in alcuni stati è difficile accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (qui una mappa). La violenza antiabortista è sempre più diffusa: picchetti davanti alle cliniche e alle abitazioni degli operatori sanitari, aggressioni, incendi, attentati, omicidi. L’ultimo ginecologo a essere ammazzato è, nel 2009, George Tiller.
In Italia lo scorso maggio la legge 194 ha compiuto 35 anni. Non se la passa molto bene, schiacciata tra un numero sempre più alto di obiettori di coscienza e una condanna morale sempre più invadente. Una delle prime dichiarazioni di Jeremy Hunt, ministro della salute inglese, riguardava l’intenzione di dimezzare il termine legale per abortire. In Spagna è in corso uno scontro feroce: Mariano Rajoy vorrebbe riformare l’accesso all’aborto, cioè restringerlo.
Wired.it, 24 gennaio 2014.
Postato da Chiara Lalli alle 12:11 1 commenti
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mercoledì 18 dicembre 2013
Di aborto, minorenni, diritti riproduttivi, astensioni e distrazioni
A proposito della relazione Sulla salute e i diritti sessuali e
riproduttivi avevo già scritto lo scorso ottobre.
Nei giorni passati se n’è
parlato di nuovo in occasione della bocciatura: «Con soli 7 voti di scarto è stata cancellata la risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi, presentata dalla socialista portoghese Edite Estrela, in cui si chiedevano tra l’altro “servizi di qualità per l’aborto legali, sicuri e accessibili a tutti” e “regolamentazione e monitoraggio” della obiezione di coscienza, esprimendo preoccupazione perché i medici sono “costretti” a praticarla nelle cliniche religiose. La relatrice, subito dopo il voto (334 sì, 327 no, 35 astenuti) che ha sostituito il suo testo con una versione - sostenuta dai popolari del Ppe e dai conservatori dello Ecr - di fatto senza alcun contenuto, ha “deplorato” la “ipocrisia e l’oscurantismo” dell’aula».
La questione “minorenni senza genitori” torna anche nella giustificazione di David Sassoli, capo delegazione PD.
Domandona:
secondo voi è giusto consentire alle "giovanissime" -13,14
anni- l'accesso all'aborto senza il parere dei
genitori?
— David Sassoli (@DavidSassoli) December
11, 2013
All'#Europarl
difesa la legge italiana sull'aborto. Pericoloso fare sempre +1. @riotta @aureliomancuso
http://t.co/9t6afum33b
—
David Sassoli (@DavidSassoli) December
13, 2013
Qualcuno allora gli suggerisce che la famiglia non è mica sempre quell’aggregazione bucolica ove tutti si vogliono bene. Ma Sassoli insiste (è sempre il 13 dicembre e c’è un reply sbagliato a un tweet).
@manuelamimosa Dunque, sei favorevole a concedere il diritto alle ragazzine di 13, 14 anni di accedere all'aborto senza parere dei genitori?
— David Sassoli (@DavidSassoli) December 13, 2013
@manuelamimosa senza il sostegno della famiglia, dei genitori e dei tutori? Anzi di nascosto da loro?
— David Sassoli (@DavidSassoli) December 13, 2013
@manuelamimosa La famiglia c'è se è informata e resa consapevole...
— David Sassoli (@DavidSassoli) December 13, 2013
@manuelamimosa Qui non si fa sociologia ma leggi. Da quello che dici serve togliere la responsabilità della famiglia a quanto, 9-10 anni?
— David Sassoli (@DavidSassoli) December 13, 2013
La discussione sembra essere finita qui, ma stamattina ecco Sassoli ribadire che la 194 dice quello che dice lui:
@ornellangeletti @RussoMarilena Non capisco.Mi dite di leggere la 194 e l'art.12 dice quello che dico io: c'è sempre chi decide per 1 minore
— David Sassoli (@DavidSassoli) December 18, 2013
Aggiornamento:
Sassoli continua a parlare da solo.
L’articolo 44 (al paragrafo Educazione sessuale completa e servizi su misura per gli adolescenti: «invita gli Stati membri a fornire servizi per la salute sessuale e riproduttiva adatti agli adolescenti e che tengano conto dell'età, della maturità e delle capacità che evolvono, che non siano discriminatori rispetto al genere, allo stato civile, alla disabilità, all’orientamento/identità sessuale, e che siano accessibili senza il consenso dei genitori e dei tutori») è qui.
Postato da Chiara Lalli alle 10:46 1 commenti
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venerdì 22 novembre 2013
Funerale e sepoltura dei feti*
Allora ci furono entusiasti sostenitori e feroci oppositori. Nel giro di qualche giorno tutti se ne sono dimenticati, fino alla Marcia per la Vita del maggio seguente. Ho deciso di andarci, ho cercato su Google maps e ho telefonato per gli orari: via Laurentina al chilometro 13,500, dalle 7.30 alle 17.00.
È l’inizio di novembre, il fine settimana dei morti e dei santi e penso che non ci possa essere periodo migliore per andare in un cimitero. Telefono alla mia amica fotografa Francesca Leonardi, con cui da tempo sto lavorando sull’aborto, e prendiamo accordi per il giorno seguente, sabato 3 novembre.
Bisogna percorrere la via Laurentina, passare accanto a palazzoni alti e orribili, alcuni color verde militare e probabilmente partoriti dalla mente di un geometra frettoloso, oltrepassare il raccordo. Poi si cominciano a vedere i cartelli pubblicitari di marmi e lapidi e si intuisce che siamo nei dintorni. Ci sono molte rotonde e almeno un paio di volte rischio di girare prima del dovuto e di prendere la Pontina. Siamo quasi a Trigoria. Ci sono 3 o 4 cartelli con l’indicazione “cimitero Laurentino” e poi uno spiazzo con alcuni banchetti che vendono fiori.
Alcune persone aspettano il loro turno, carte colorate e retine, forbici e colori addossati gli uni agli altri. Me li lascio sulla destra e oltrepasso il cancello aperto. Oltre la soglia comincia una salita e non vedo che qualche cipresso e in lontananza la sagoma dei palazzoni che ora sembrano tutti grigi. C’è una cappella sulla sinistra, a destra la camera mortuaria e alcune costruzioni non finite, alcuni loculi vuoti e le scale per salire fino a quelli messi in alto. C’è una donna in bilico che manda baci al marmo freddo, il movimento veloce del braccio dalle sue labbra alla lapide, sta arrampicata su quella scala con le ruote e il terreno è in lieve pendenza.
Prato e croci bianche.
Dopo qualche decina di metri vedo la statua di un angelo – quella che ho visto nel video girato il giorno dell’inaugurazione. Poco più in là c’è una roccia con la scritta in stampatello IL GIARDINO DEGLI ANGELI e un’altra statua di un altro angelo, uguale alla prima. Al collo hanno qualche rosario. È un’area (ricordo di avere letto) di 600 metri quadrati, delimitata da una siepe e quasi vuota. Le piccole lapidi rettangolari bianche sono 12, su una non c’è scritto nulla, sulle altre ci sono alcuni nomi, le date, qualche riga di iscrizione. Sul lato opposto e separato dalla strada c’è un rettangolo di prato con le lapidi di bambini. Accanto ai nomi e alle date ci sono pupazzi, macchinette, fiori di plastica, collanine, bracciali, girandole e campanellini. Nel silenzio quasi assoluto si sentono più o meno intensamente a seconda del vento. Alcuni pupazzi e scacciaguai – che altro può succedere a un morto? – sono legati agli alberi esili che ondeggiano tra le lapidi e la strada.
Si ferma una macchina e scendono un uomo e una donna. Si avvicinano a una delle piccole lapidi bianche. Stanno lì per alcuni minuti. Io mi tengo a distanza di sicurezza perché il dolore mi imbarazza e perché sul dolore non ho nulla da dire. Mi domando se curare una piccola lapide possa lenirlo. Non lenirebbe il mio, ma per qualcuno magari funziona.
Guardando queste lapidi mi distraggo a pensare alle vite interrotte, a sinistra della strada, o mai cominciate, a destra. Queste tombe invase da giochi e colori sembrano inopportune, intollerabili. Magari perché penso che un morto sia morto e basta. Se invece credi che stia da qualche parte puoi anche credere che abbia bisogno dei suoi giocattoli, come facevano gli Egizi con i propri morti. Li metti in una bara con gli oggetti più cari e più utili per il viaggio. In questo caso però stanno fuori, e potrebbe essere anche più difficile per il morto accorgersene. Oppure è un rituale benefico e i pupazzi servono a chi è vivo. In entrambi i casi sono invidiosa: per me non sarebbe di alcuna consolazione. I cadaveri sono cadaveri, nulla di più. Quando l’uomo e la donna se ne vanno la piccola lapide è coperta di fiori, una girandola colorata, qualche pianta grassa, una luce incastrata dentro a una statuetta a forma di rana, alcuni cuoricini di pietra, una statuetta di un santo (forse padre Pio) e un angelo bianco che porta una rosa bianca come un tedoforo. Il marmo e le scritte sottostanti sono quasi scomparsi. Oltre alla sepoltura si può anche fare il funerale, come in The little death [stagione2, episodio 9]. La protagonista di The Big C è Cathy, dopo avere ricevuto una diagnosi di melanoma, un cancro aggressivo e terminale (C sta per Cancer). Cathy ha un fratello un po’ sciroccato, Sean, che ha una fidanzata, Rebecca. Rebecca rimane incinta, ma ha un aborto spontaneo alla diciottesima settimana. La reazione di Rebecca è inizialmente di ostentata indifferenza e di negazione. E di ostinata volontà di organizzare una celebrazione. “Ognuno elabora il lutto in modo diverso. Quando ho abortito, ho piantato un albero.” “Non voglio stare in lutto. Voglio celebrare la vita che ho portato dentro di me per 18 settimane. Questo feto merita di essere festeggiato.” E per celebrare il feto Rebecca vuole organizzare un funerale grandioso. Cathy prova a suggerirle che forse sta sublimando il suo dolore con il sushi e gli addobbi. Rebecca non ne vuole sapere, insiste nei suoi propositi e suggerisce all’amica di preoccuparsi del fratello che ha reagito molto male all’aborto. Fin dall’inizio il funerale per baby Cathy è una occasione in più per Cathy per pensare alla propria morte e, addirittura, per assistere al proprio funerale: nel necrologio c’è scritto infatti “per la morte di Cathy Tolke”. Il feto abortito e Cathy sono omonimi, e molte delle persone che arrivano sono convinte che sia morta Cathy senior. Paul, il marito di Cathy, avanza qualche protesta per il malinteso creato da Rebecca.
Rebecca intanto è impassibile e concentrata nell’organizzare e poi nel presenziare a questo “little festival of denial”, al contrario di Sean. “Voglio dire, guardati, Rebecca. Ti ho visto più agitata quando qualcuno ti ha rubato il parcheggio.”
Il giorno del funerale sono in molti ad essere sorpresi e contenti che Cathy non sia morta e dopo una serie di malintesi, condoglianze per una morte mai avvenuta e fotografie di come sarebbe potuta diventare la piccola Cathy se fosse nata, c’è la resa dei conti tra “big Cathy” e Rebecca, infastidita per l’attenzione che le persone manifestano alla non-morta e per la disattenzione verso baby Cathy.
In questa vicenda accade anche qualcosa che è abbastanza comune: dopo un aborto – volontario o spontaneo – i due si lasciano, come se avessero condiviso un segreto vergognoso che impedisce loro di guardarsi ancora in faccia. O un dolore troppo profondo. Lo spazio tra il dolore per un aborto spontaneo e la morte di un figlio può assottigliarsi fino a scomparire nella percezione soggettiva. Come ho già detto, il dolore è incontrovertibile, ma si offre a indagini e a riflessioni.
Gli angeli
Il cimitero di Roma non è l’unico spazio dedicato ai “bambini non nati”. Dal punto di vista giuridico il riferimento è il Decreto del presidente della Repubblica del 1990 n. 285, “Approvazione del regolamento di polizia mortuaria” secondo cui è possibile seppellire “prodotti abortivi” di età presunta tra le 20 e le 28 settimane. A richiesta anche quelli di età inferiore.
Il giardino degli angeli non è dunque una novità giuridica e la possibilità di seppellire i “prodotti abortivi” c’era già. Le inaugurazioni degli spazi dedicati non hanno dunque introdotto una possibilità prima inesistente, ma l’hanno sottolineata e forse usata politicamente. E hanno introdotto con prepotenza l’espressione “bambini non nati”, perché prodotti abortivi era irrispettoso.
Quando è stata la volta di Firenze gli animi erano già infiammati dalle pressioni dei movimenti conservatori e dalle alte percentuali di obiettori di coscienza negli ospedali. La discussione che ne è seguita si è trasformata – tanto per cambiare – in uno scontro feroce tra i sostenitori della necessità dei “cimiteri degli angeli” e i contrari, spesso in quanto si violerebbe la 194 e si offenderebbero le donne. Dimenticano che alcune donne scelgono di seppellire i propri bambini non nati e non si capisce come la possibilità di farlo le offenderebbe. Spesso si parla in nome di qualcuno cui non si è mai rivolto la parola.
Finché la sepoltura è volontaria non sembra avere molto senso impedire o urlare a sproposito. Diverso il caso della Lombardia: “Per la sepoltura del feto ci pensa lei o preferisce che lo faccia l’azienda sanitaria? Metta una croce e una firma qui”. Il regolamento regionale voluto da Roberto Formigoni obbliga a porre quella domanda, e in caso di declino, investe la struttura ospedaliera dell’obbligo di sepoltura per la dignità del feto. Rimane il dubbio se sia possibile compiere una scelta diversa dalla sepoltura, perché esistono anche religioni che prevedono altri rituali o la volontà di trattare il bambino non nato come un rifiuto ospedaliero. Lo slittamento dalla scelta all’obbligo e dal desiderio della donna all’ontologia dell’embrione fa la differenza.
È innegabile che chi appoggia i funerali o decide di farne una causa politica sta compiendo una precisa scelta simbolica, sta ammiccando a una precisa fazione. Ma non è con un divieto che si risponde a un eventuale abuso di una scelta individuale trasformata in battaglia politica.
Ci sono poi altre differenze profonde, determinate non solo dall’età gestazionale ma dalle modalità di morte dell’embrione o del feto. Un aborto spontaneo è diverso da uno volontario, e più si è in prossimità del parto più il senso di perdita può essere inconsolabile e l’aborto vissuto come una morte di una persona cara (anche se non ancora nata e anche se il termine persona è qui usato in senso colloquiale). E poi il dolore per la perdita di x non ci dice nulla sullo statuto ontologico di x. Si seppelliscono anche cani e gatti o altri animali amati e non è che si pretenda che questo li trasformi in persone. E per alcuni il dolore per la perdita o la distruzione di un oggetto può essere tanto intenso da essere paragonabile a un lutto – per la morte di una persona cara.
Secondo alcuni la sepoltura può aiutare a gestire il vissuto di un lutto: per un figlio desiderato e il cui futuro è negato da un evento imprevisto o da una decisione sofferta come nel caso di una patologia fetale. Per alcuni può essere una consolazione e non c’è ragione per cui si dovrebbe impedire o limitare una consolazione. Il panorama è molto diverso se pensiamo a una interruzione volontaria nel primo trimestre. Ma è diverso soprattutto a seconda delle persone.
In parte è questa ambiguità ad avere sollevato le polemiche sui regolamenti regionali o comunali: se seppellisci x, allora x è una persona e allora non far nascere x (abortire) è immorale e dovrebbe essere illegale. Ci sono molte fallacie dietro alle conclusioni che hanno spinto molti a credere che criticare il cimitero dei feti volesse dire difendere l’accesso legale e sicuro all’interruzione di gravidanza e viceversa. È ovvio che poi ci siano le intenzioni e i piani simbolici, ma questi sono terreni molto più sfumati. E soprattutto è l’intento di equiparare le esperienze e i vissuti che tende la trappola: tutte le donne vivono l’aborto come un lutto. Sarebbe necessario distinguere per ogni donna, o almeno distinguere gli aborti volontari e precoci da quelli tardivi e involontari.
Il cimitero di Firenze prevede una area dedicata ai feti, “ai prodotti abortivi e i prodotti del concepimento”. Anche chi si inalbera a condannare, scegliendo argomenti e parole inappropriati, fa più danni che se avesse taciuto. Vittoria Franco, senatrice Pd, avrebbe definito il regolamento fiorentino: “Una provocazione verso il dramma dell’aborto e del rapporto delle singole donne con la maternità” (il corsivo è mio). Claudia Livi: “Mi dissocio da un atto che mi offende profondamente come donna”. Più a fuoco Tea Albini, consigliera e parlamentare Pd, ma ancora sedotta dagli universali: “‘Molto ideologico e poco pratico [...] Anche perché già oggi la legge consente la sepoltura di feti e aborti e non c’era nessuna necessità di presentarlo. Si rischia una spaccatura forte all’interno del gruppo consiliare e nella sinistra. Ne valeva la pena? Io sono per la politica come arte della mediazione. Il sindaco, invece, cerca lo scontro. Spesso mediatico’”. Liberetutte di Firenze, un’associazione che nello statuto ha tra gli obiettivi la difesa della libertà e l’autodeterminazione delle donne, ha chiesto a tutte le consigliere comunali un incontro. “‘Vogliamo discutere quello che per noi è un attacco alla 194 – spiega la portavoce [di Liberetutte] Luisa Petrucci –. Il regolamento vuole trasformare feto ed embrione in una persona e non è questo lo spirito della legge. L’articolo del regolamento approvato ci pare una macabra trovata che lede la sfera privata delle donne e la loro dignità’.” Non riesco a non pensare che sarebbe più importante garantire le scelte di ogni persona che impantanarsi in discussioni in cui ognuno ha già deciso e non ha alcuna intenzione di concedere nulla: se una donna vuole seppellire o fare il funerale all’embrione o al feto deve avere la libertà di farlo. Se una donna vuole abortire anche. Il funerale e il seppellimento non hanno nulla a che fare con lo statuto dell’embrione e del feto, ma con i desideri delle persone.
*Capitolo 8 di A. La verità, vi prego, sull’aborto, 2012, Fandango.
Postato da Chiara Lalli alle 17:40 1 commenti
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domenica 15 settembre 2013
Legge 194: gli aborti diminuiscono mentre gli obiettori aumentano
La diminuzione appare più netta se il termine di paragone è il 1982, anno in cui è stato registrato il numero più alto di IVG: 234.801, con un decremento del 54,9%. Il tasso di abortività, cioè il numero di IVG per 1.000 donne tra i 15 e i 49 anni, nel 2012 è di 7,8 per 1.000, un decremento dell’1,8% rispetto al 2011 e del 54,7% rispetto al 1982. È uno dei valori più bassi dei paesi industrializzati. Dal 1983 la diminuzione del ricorso alla IVG è stata continua e relativa a tutti i gruppi di età, minorenni comprese. Diminuiscono anche le interruzioni ripetute e quelle dopo i primi 90 giorni (quante donne vanno all’estero, soprattutto per gli aborti tardivi, e non compaiono in questi numeri?). Le donne straniere costituiscono un terzo delle IVG totali, ma la diminuzione si comincia a osservare anche in questo dominio. Volgendo l’attenzione all’obiezione di coscienza, regolata dall’articolo 9 della legge 194, si osserva, invece, il fenomeno opposto: i numeri aumentano.
La 27esima Ora, 15 settembre 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 09:28 3 commenti
Etichette: Aborto, Interruzione volontaria di gravidanza, IVG, La 27esima Ora, Obiezione di coscienza
sabato 18 maggio 2013
Marcia per la vita
Postato da Chiara Lalli alle 07:55 2 commenti
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