Visualizzazione post con etichetta Tempi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tempi. Mostra tutti i post

giovedì 5 febbraio 2015

Il senso di Tempi per la lingua inglese

Il titolo dell’articolo di Leone Grotti è drammatico: «“Brucia ora la tua colf indonesiana!”. Incredibile spot di un nuovo aspirapolvere in Malaysia» (Tempi, 5 febbraio 2015). L’esordio non è da meno:

«Assolutamente sconsiderata». Così l’ambasciata indonesiana ha definito la pubblicità di un nuovo aspirapolvere in Malaysia, che invita i padroni di casa a «bruciare adesso la tua colf indonesiana!» e sostituirla con il nuovo prodotto. Come se non bastasse, la parola “indonesiana” è perfino sottolineata.
L’articolo prosegue enumerando alcuni episodi di maltrattamenti (alcuni molto gravi) di domestiche indonesiane da parte dei loro datori di lavoro malesi.

Cosa succede dunque in Malaysia? La pubblicità esorta a bruciare vive le domestiche? Si è persa ogni soglia di decenza e di umanità? È l’influenza dell’Isis che si fa sentire? Dobbiamo ringraziare le radici giudaico-cristiane che ci tengono al riparo – finché il laicismo non le avrà disseccate completamente – da questa barbarie?

Niente di tutto questo.


È solo che a Tempi non sanno che in inglese «bruciare» si dice burn, e che fire significa, in questo contesto, «licenziare». La pubblicità pecca di insensibilità, è vero (ed è per questo – e solo per questo – che l’ambasciata indonesiana ha protestato), ma non di spirito omicida.

Chissà se Tempi prende contributi dallo Stato per pubblicare questa roba.

Aggiornamento: abbastanza pronta la correzione del settimanale ciellino (dopo la segnalazione di un lettore nei commenti). Il titolo adesso legge «“Licenzia ora la tua colf indonesiana!”», e l’articolo inizia così:
«Assolutamente sconsiderata». Così l’ambasciata indonesiana ha definito la pubblicità di un nuovo aspirapolvere in Malaysia, che invita i padroni di casa, giocando sul doppio significato del termine “fire” (dare fuoco/licenziare), a «licenziare adesso la tua colf indonesiana!» e sostituirla con il nuovo prodotto.
Il «gioco di parole» è solo nella mente dell’autore o correttore di Tempi, che cerca una ritirata più o meno dignitosa. Nessuna nota avverte della correzione. Qui sotto la schermata della prima versione.




Aggiornamento 6 febbraio: arrivano infine le scuse di Tempi ai lettori per «il grossolano errore» e sparisce ogni riferimento all’inesistente doppio senso. Segnalo un bel commento sulla vicenda di Marcoz, «Il sottile fascino del razzismo (ovvero, a pensare male...)» (Ilfinegiustificailme, 5 febbraio), che va al di là della nota di colore sull’ignoranza linguistica di chi ha scritto l’articolo.

lunedì 5 maggio 2014

Come «si applica» la sentenza sull’eterologa?

Nel cappello dell’intervista ad Assuntina Morresi, apparsa oggi sul settimanale Tempi (Francesco Amicone, «Eterologa. “Prima di applicare la sentenza della Consulta, serve un dibattito pubblico”», 5 maggio 2014), si leggono queste parole:

Si potrà legalmente donare un ovulo o uno spermatozoo a una coppia che lo desidera per avere (partorire) un figlio concepito in provetta? Ancora nessuno lo dice. A quasi un mese di distanza dalla sentenza con cui la Consulta il 9 aprile ha legittimato la fecondazione eterologa, il Governo non ha approntato una risposta politica. «Non c’è chiarezza e non si sa quale altro divieto della Legge 40 viene intaccato», spiega a tempi.it Assuntina Morresi […], membro del Comitato nazionale per la Bioetica. «Bisogna attendere le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale», aggiunge. Nel frattempo i media premono perché l’esecutivo Renzi dia il via libera definitivo all’eterologa. In sostanza, si afferma che non vi sarebbe bisogno di un dibattito parlamentare, e basterebbe applicare la sentenza della Consulta.
Più avanti, nel corpo dell’intervista vera e propria, la Morresi ribadisce il concetto:
C’è un vuoto normativo. Non c’è traccia di una norma che stabilisca come fare l’eterologa. Per esempio: si potrà donare cellule riproduttive ai propri parenti? Inoltre, vista la novità che introduce la sentenza, non penso si debba applicare con un atto amministrativo, un regolamento o con un decreto del Governo. C’è bisogno di un dibattito pubblico e parlamentare.
Si tratta di affermazioni singolari. Perché una sentenza di illegittimità costituzionale abbia effetto non servono atti amministrativi, regolamenti, decreti o leggi. Basta la pubblicazione, come chiaramente è scritto nell’art. 136, comma 1, della Costituzione della Repubblica Italiana:
Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.
nonché nell’art. 30, comma 3, della legge costituzionale n. 87, 11 marzo 1953:
Le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.
Il fatto che ci sia un «vuoto normativo», cioè che nessuna norma regoli attualmente la materia all’infuori degli articoli ormai giudicati incostituzionali, non ha alcuna conseguenza: considerando anche il principio giuridico fondamentale secondo cui tutto ciò che non è vietato è lecito, all’indomani della pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale, la fecondazione eterologa sarà lecita sul territorio della Repubblica in tutte le sue forme (esclusa la cosiddetta maternità surrogata, sulla quale la Corte non è stata chiamata a pronunciarsi), e nessuno – né medico né paziente né donatore di gameti – dovrà temere conseguenze penali applicando questa pratica.

Immagino che la Morresi si potrebbe giustificare asserendo che per «applicazione della sentenza» intendeva riferirsi in realtà all’approvazione di una norma che regoli la materia. La scusa di avere usato una terminologia impropria non potrebbe invece essere invocata dall’autore dell’intervista, Francesco Amicone (un figlio d’arte?), la cui domanda iniziale, «Si potrà legalmente donare un ovulo o uno spermatozoo a una coppia che lo desidera?», tradisce un’evidente ignoranza del fatto elementare che una norma dichiarata incostituzionale non può in nessun caso continuare a sopravvivere come se nulla fosse accaduto. La materia si potrà regolamentare in modo più o meno liberale (e naturalmente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza prima di cominciare a disegnare un’eventuale disciplina): si potrà decidere sull’anonimato dei donatori, sul rimborso delle spese da loro sostenute, etc., ma la fecondazione eterologa dovrà essere comunque d’ora in poi fondamentalmente ammessa.