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mercoledì 16 gennaio 2008

Da B16 a Ferrara, passando per Guarini

Aveva accolto benevolmente la moratoria di Giuliano Ferrara. In quel pezzo è memorabile il seguente passaggio strappalacrime:

Una legge laica può porre riparo – un umano, limitato, ma necessario riparo – al danno estremo, quel rischio di morte per la donna che già ha subito il trauma [parla di aborto, anzi di quello che è sempre un evento drammatico - lo definisce Bandinelli]; non è fatta per convincere la donna, farla recedere dalla sua decisione. Per ottenere questo, occorre la promozione assidua, votata, generosa, di valori etici, che spetta a vari soggetti promuovere, se lo vogliano. Per esempio, ne conveniamo ben volentieri, alla chiesa. La quale il dramma lo conosce bene, da sempre, perché non è mai riuscita a debellarlo, a impedirlo. Non ci è mai riuscita, ha accettato che la società coprisse con un velo di silenzio questa sua impossibilità. Spesso mi sono chiesto il perché di questa impossibilità. Voglio anche ammettere che non gliene si può addossare tutta la colpa. Sta di fatto che ha preferito lavarsi le mani della sua impossibilità consegnando al braccio secolare le donne scampate alla morte, alla tortura, alla mutilazione, all’angoscia. Il braccio secolare le ha obbedito. Si può dire che ha obbedito un po’ ciecamente e asordamente, per rimediare a una palese, anche se mai ammessa, impotenza?
Affidare alla chiesa la risoluzione del (di un) dramma? Affidare alla chiesa qualcosa che ha a che fare con la sessualità, con il corpo, con la necessità di arginare un senso di colpa? Si avrebbe di certo un buon risultato: la chiesa al più aiuta il tuo corpo, ma quanto al resto può solo indottrinarti o consegnarti un peso talmente insopportabile da rendere preferibile rinunciare anche alla mano materiale (se sei affamato, ti allunga il pane ma a condizione che tu ringrazi la madonna; certo, quando ha fame non stai a fare tante domande né prendi decisioni con molte sottigliezze. Afferri il pasto, alle preghieri ci penserai poi, a stomaco pieno).
Oggi cerca di spiegare le ragioni per cui ha rinunciato alla veglia organizzata da Il Foglio.
E raggiunge il culmine, un miscuglio di vittimismo e di incomprensibili distinguo:
Avrei poi anche rivolto, però, una dura critica all’invito rivolto al papa dal rettore della Sapienza prof. Guarini. Non per l’invito in sé, ripeto, ma per la motivazione, se è vero quanto riportato dalle agenzie di stampa, secondo le quali Benedetto XVI è stato invitato “perché ha preso posizione sulla pena di morte, che è il filo conduttore dell’apertura dell’Anno Accademico”. Se questo è vero, avrei detto con tutte le mie forze che quella motivazione era per me del tutto inaccettabile, e che vi scorgevo una forma di sostanziale dismissione dai doveri di rigore e di chiarezza che ci si attende dal rettore di una Università degli Studi. Nell’anno della moratoria universale sulla pena di morte ottenuta all’ONU dopo lustri di lotte spossanti dei radicali, e con il contributo, l’adesione e la partecipazione leale e determinante del governo, altri dovevano essere invitati a parlare sul tema, a celebrare la vittoria, a fornire preziose indicazioni su quanto sarà ancora indispensabile fare perché la moratoria non venga nullificata.
Ma cosa aspettarsi da un fedele spettatore televisivo di Otto e Mezzo?

domenica 4 marzo 2007

English, please!

Angiolo Bandinelli, Partita Radicale/2, Il Foglio del 2 marzo 2007:

La requisitoria con cui Teodori salta (non è la prima volta) sul bandwagon di quanti esercitano il meglio (o il peggio) di se stessi nel tentativo di sfregiare una icona alla cui costruzione essi stessi hanno dato mano è colma di incongruenze.
Ho dovuto leggere 5 volte per capire quell’“è colma di incongruenza” a cosa si riferisse. Magari un paio di virgole avrebbero aiutato il disorientato lettore. “La requisitoria” virgola “con cui … mano” virgola.
Non mi addentro nell’analisi politica. Perché prima avrei bisogno di un interprete. E di domenica è difficile trovarli.

sabato 16 settembre 2006

Evoluzionismo: Angiolo Bandinelli, Andrew Parker e l’entusiasmo

Non basta ammettere con candore la propria ignoranza (“Perfetto ignorante in materia di biologia e di teorie evoluzioniste”, per usare le parole di Bandinelli) riguardo a x per poi sbandierare il proprio parere gonfiato da asserzione che aspira alla credibilità. Proprio come non basta chiedere scusa mentre si sta picchiando qualcuno. Se sei ignorante, perché non rinunciare ad esprimere il proprio (ignorante) punto di vista? Si badi, ogni parere può legittimamente essere esposto, ma la questione è un’altra: l’investitura di verità che gli si attribuisce.

Il pretesto è un articolo di Sandro Modeo (L’evoluzione spiegata dai fossili, Il Corriere della Sera, 6 settembre 2006) a proposito di un In un batter d’occhio di Andrew Parker, recensione piuttosto stringata e non particolarmente appassionante.

La prima parte dell’articolo di Bandinelli (Scimpanzè pelosi, Il Foglio, 14 settembre 2006) è una ricostruzione, o tentata tale, delle idee di Parker, sulla base dell’articolo di Modeo (“mi affido senz’altro alle due svelte e dotte colonnine”). Non sarebbe meglio andare alla fonte invece di arrancare su informazioni di seconda mano?
La seconda parte è un campo minato.

L’idea di una scienza che mescola insieme protocolli sperimentali e descrizioni atte a provocare, come ancora si esprime Modeo, “shock”, mi convince poco. Tra gli shock benefici, anzi “salutari” per la scienza (visti i tempi tristi che essa vive a causa del “revival creazionista” e di un “antiscientismo duro” oggi particolarmente aggressivi) Modeo invoca un po’ rabbiosamente “il dissolvimento della nostra vanità antropocentrica e di tanti nostri deliri metafisici”.
Bandinelli non ci spiega perché lo shock provocato dalle descrizioni di Parker lo convinca poco. E non sembra che sia l’effetto a giustificare il suo giudizio, perché in molte occasioni la scienza (e a ragione) provoca shock: anche di fronte ad un esperimento la reazione più consona può essere lo shock, o di fronte alle numerose inebrianti scoperte scientifiche. E allora? Che sia il linguaggio tropo colorito a lasciare perplesso Bandinelli? Eppure la scienza si esprime per metafore, e questo è al contempo scioccante e semplice. Ebbene? Che lo shock che scardina antropocentrismo e metafisica sia benefico è fuori discussione (o sì?) – e Modeo sembra ironico e non rabbioso nel ricordare il provvidenziale dissolvimento.
Ma veniamo alle ragioni di Bandinelli:
A questo punto, mi permetto di osservare che la “magnificenza organica” verso la quale Parker richiama la nostra attenzione è espressione concepibile solo in una visione antropocentrica e metafisica dell’universo. Credo sia corretto sostenere che l’universo di per sé non ha nulla di “magnificente”, essendo esso semplicemente quel che è nei suoi dati chimico-fisici rilevabili sperimentalmente.
È decisamente troppo richiamare la polemica tra costruttivisti e realisti; se può andare che la magnificenza sia legata alla percezione e al giudizio umani, questo non significa che la necessità della presenza di un uomo (o della specie Homo etc.) per attribuire qualità o per percepire soggettivamente la magnificenza implichi una visione antropocentrica e metafisica. C’è bisogno di una mente che percepisce la bellezza (va bene), ma questa mente può essere detronizzata dal centro dell’universo senza insinuare contraddizione alcuna.
È un po’ rischioso strizzare l’occhio a Tolomeo, e dimenticare che la rivoluzione copernicana non ci ha privato di magnificenza, ma ci ha soltanto tolto una delle bende che ci accecavano.
E prosegue Bandinelli: “L’espressione entusiasta dello scienziato fa il paio con quella, cara ai fautori della creazione intelligente, che assume la “bellezza” dell’universo a ulteriore testimonianza dell’intervento attivo del creatore e del suo cervellone”. Si grida e si piange per gioia e per dolore: il fatto che sia lo scienziato che i creazionisti manifestino entusiasmo non li avvicina più di quanto il grido di un condannato a morte e il grido di uno che ha appena vinto alla lotteria riesca a rendere simili le esperienze e i protagonisti.
E per concludere:
Mi sento di condividere pienamente l’entusiasmo sia dello scienziato che dei creazionisti. Le loro sono poetiche espressioni dello stupore infinito che coglie il dotto e l’ignorante, l’ateo e il creazionista di fronte allo spettacolo dell’universo. Questo stupore infinito, questo entusiasmo che sempre fecondamente si rinnova, e rinnova i parametri della cultura, è faccenda propria ed esclusiva dell’uomo, come mise definitivamente a fuoco, se non erro, Kant. Se l’uomo non provasse stupore ed entusiasmo, se non accendesse miti e affabulazioni attorno al mondo e alla sua misteriosa bellezza, beh, non sarebbe uomo ma solamente uno scimpanzé sfornito di peli. Invece, con questa sua capacità di “nominare” le cose dando loro le qualità culturali che la natura ignora, egli esercita una facoltà creativa straordinaria, forse il vero complemento e fine dell’evoluzione dell’occhio iniziata con le alghe rosse della Columbia Britannica.
Certo, è legittimo essere entusiasti per le cose più bizzarre. Sarei più cauta nel trattare scienziati e creazionisti come fossero sullo stesso piano, tenuti a braccetto dall’entusiasmo. I creazionisti sono bugiardi, ingannatori – per quanto non necessariamente in cattiva fede, forse per stupidità, forse per ignoranza. Ma il giudizio non cambia e non deve cambiare: mentono.
Che lo stupore (e l’autocoscienza e tutto il resto) sia esclusiva proprietà dell’uomo, beh, mi permetto di dubitare. E così annientiamo un’altra consolatoria illusione: lo specismo.
Mi piace citare, invece che il povero Kant cui fischieranno le orecchie (e le cui affermazioni potrebbero essere verificate invece che riportate approssimativamente), Douglas N. Adams (lui ci teneva a sottolineare che le sue iniziali fossero DNA), brillante scrittore ma anche fine uomo di scienza, che nella sua geniale Guida galattica per gli autostoppisti così descrive il signor L. Prosser: “era, come si suol dire, soltanto umano. In altre parole era una forma di vita bipede a base carbonio, discendente da una scimmia”. Senza nulla togliere alla sua capacità di stupirsi, di entusiasmarsi e di denotare le cose.