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mercoledì 22 dicembre 2010

La Congregazione per la Dottrina della Fede ci mette una pezza

Abbiamo seguito alcune settimane fa, a partire da un’anticipazione del libro intervista Luce del mondo comparsa sull’Osservatore Romano, la vicenda dell’imprevista apertura papale nei confronti del preservativo. Non che Benedetto XVI abbia detto alcunché di clamoroso: non ha certo dato il via libera all’uso del condom fra coppie sposate. L’apertura è avvenuta per così dire lateralmente; assieme a qualche altro commentatore, ho cercato di mostrare come il papa (al netto di alcuni equivoci mediatici), indicando nell’uso del profilattico per contrastare la diffusione dell’Aids un «primo passo verso una moralizzazione», abbia aperto di fatto una breccia nella tradizionale opposizione cattolica alla dottrina del male minore. I cattolici sostengono infatti che ciò che è intrinsecamente male – come è, per loro, l’uso di un contraccettivo – non deve mai essere compiuto, nemmeno allo scopo di prevenire un male maggiore, come per esempio un contagio mortale.
Questa novità ha suscitato subito le perplessità di alcuni moralisti cattolici, e ha infine indotto ieri la Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio) a pubblicare una nota «sulla banalizzazione della sessualità. A proposito di alcune letture di “Luce del mondo”», in cui si cerca di dimostrare che nulla è cambiato. In particolare, ecco quanto scrive riguardo al male minore:

Alcuni hanno interpretato le parole di Benedetto XVI ricorrendo alla teoria del cosiddetto “male minore”. Questa teoria, tuttavia, è suscettibile di interpretazioni fuorvianti di matrice proporzionalista (cfr. Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, nn. 75-77). Un’azione che è un male per il suo oggetto, anche se un male minore, non può essere lecitamente voluta. Il Santo Padre non ha detto che la prostituzione col ricorso al profilattico possa essere lecitamente scelta come male minore, come qualcuno ha sostenuto. La Chiesa insegna che la prostituzione è immorale e deve essere combattuta. Se qualcuno, ciononostante, praticando la prostituzione e inoltre essendo infetto dall’Hiv, si adopera per diminuire il pericolo di contagio anche mediante il ricorso al profilattico, ciò può costituire un primo passo nel rispetto della vita degli altri, anche se la malizia della prostituzione rimane in tutta la sua gravità. Tali valutazioni sono in linea con quanto la tradizione teologico-morale della Chiesa ha sostenuto anche in passato.
È difficile capire in che consista la confutazione che la nota pretende di apportare. Sostenere che «il ricorso al profilattico … può costituire un primo passo nel rispetto della vita degli altri» implica infatti che l’uso del profilattico sia preferibile in quelle circostanze al non uso. Che per il papa la prostituzione rimanga «immorale» e debba «essere combattuta» è ovvio e irrilevante; come dice il nome stesso, quella che Joseph Ratzinger sembra aver abbracciato è la dottrina del male minore.

Una nota così palesemente inadeguata mostra meglio di mille discorsi che l’innovazione c’è stata, ed è stata profonda. Ma l’uscita della Congregazione per la Dottrina della Fede non può non essere stata concordata col papa, che si è dunque convinto – o è stato convinto – a tornare sui propri passi. Anche i generali in capo, a volte, possono essere costretti a rientrare nei ranghi.

mercoledì 24 novembre 2010

«Il Papa ha torto»

Prime reazioni a quella che si è rivelata alla fine, dopo varie incertezze, una sorprendente – seppur parzialissima e non magisteriale, cioè non specialmente autorevole – apertura del papa sui preservativi; reazioni, in particolare, dei bioeticisti cattolici, per i quali le parole di Benedetto XVI vanno contro la tradizionale dottrina della Chiesa che ha fin qui dichiarato illecita la scelta del male minore. Le riporta il New York Times di ieri (Rachel Donadio e Laurie Goodstein, «After Condom Remarks, Vatican Confirms Shift», 23 novembre 2010):

“We’re in a new world,” said the Rev. Jon Fuller, a Jesuit priest and a physician at the Center for H.I.V./AIDS Care and Research at Boston Medical Center. The pope is “implicitly” saying, he said, “that you cannot anymore raise the objection that any use of the condom is an intrinsic evil.”
Catholic conservatives who believed Catholic teaching against contraception to be inviolable were reeling. “This is really shaking things up big time,” said Dr. John M. Haas, the president of the National Catholic Bioethics Center in Philadelphia, who serves on the governing council of the Vatican’s Pontifical Academy for Life.
Dr. Haas, a moral theologian, said he had seen an embargoed copy of a new book in which the pope conceded there might be extreme cases in which there were grounds for the use of condoms. “I told the publisher, ‘Don’t publish this; it’s going to create such a mess,’” he added. […]
Indeed, Dr. Haas, of the National Catholic Bioethics Center, could barely countenance Father Lombardi’s comments that broadened the debate to include women. “I don’t think it’s a clarification; it’s a muddying of the waters,” he said. “My opinion is that the pope purposely chose a male prostitute to avoid that particular debate.”
And if Benedict was in fact opening that debate? “I think the pope’s wrong,” Dr. Haas added.

martedì 23 novembre 2010

Contrordine, fratelli: le prostitute sono comprese

Una sorpresa dalle agenzie:

Città del Vaticano, 23 nov. (Apcom) – È indifferente parlare di “prostituta”, come indicato nel testo italiano, o di “prostituto”, al maschile, secondo la versione originale tedesca, in merito all’affermazione del Papa sull’uso del preservativo per persone infette da aids: lo dichiara il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, precisando di aver parlato della questione direttamente con Benedetto XVI dopo le discussioni suscitate dalla apertura al condom contenuta nel libro-intervista al Papa ‘Luce del mondo’.
“Ho chiesto al Papa se c’era problema serio di scelta nel maschile piuttosto che nel femminile”, ha spiegato Lombardi nella conferenza stampa di presentazione del volume. “Lui mi ha detto di no”.
“Il punto – e per questo non vi ho fatto alcun riferimento nella nota di domenica – è il primo passo di responsabilità nel tenere conto del rischio della vita dell’altro con cui io sono in rapporto. Se si tratta di un uomo o di una donna o di un transessuale è lo stesso”. Il Papa “non è ingenuo, sapeva cosa era successo dopo le sue frasi nel viaggio in Africa, sapeva che ci si sarebbe rimessi a parlare di questo tema, e lui lo ha fatto. Ha avuto il coraggio di rispondere. Perché ritiene che la questione è seria per il mondo di oggi e lui ha dato il suo contributo all’umanizzazione della società e alla responsabilità che interessa tutti in tutte le condizioni, specialmente quelle di povertà”.
In base a quanto scrivevo ieri, dunque, l’affermazione del papa riguardo l’uso del profilattico si prospetta ora davvero come clamorosa (benché comunque non rivoluzionaria): se anche una prostituta può chiedere ai propri clienti di usare il preservativo, in modo da proteggersi dall’infezione da Hiv a spese della «finalità intrinseca» procreativa dell’atto sessuale, la tradizionale ripulsa cattolica del principio del male minore vola via per la finestra. Le conseguenze, al di là del profilattico, potrebbero essere abbastanza profonde; cito di nuovo, e in maniera più completa, il passo di Elio Sgreccia che portavo ad esempio ieri:
Quando si tratta di due mali morali, l’obbligo è di rifiutarli entrambi, perché il male non può essere oggetto di scelta e ciò anche quando, rifiutando quello che si presenta come il male minore, si provocasse un male maggiore.
L’esempio più frequente è quello del medico che si trova di fronte al dilemma posto dalla paziente che richiede la prescrizione dei contraccettivi altrimenti prospettando l’idea dell’aborto (male maggiore rispetto alla contraccezione). L’eventualità dell’aborto non sarebbe imputabile al medico, specialmente quando questi avesse istruito la paziente che è male sia l’una che l’altra cosa e che esistono vie per evitare entrambe le situazioni.
È chiaro che se a una prostituta è permesso come male minore l’uso di quello che rimane in ogni caso un mezzo contraccettivo per proteggere la propria vita, a maggior ragione lo stesso dovrebbe essere concesso a una coppia decisa a ricorrere all’aborto in caso di gravidanza (per esempio perché portatrice di gravi malattie genetiche trasmissibili al feto), e non disposta a seguire i cosiddetti metodi naturali o a ridursi all’astinenza: c’è anche qui in gioco – per la Chiesa – una vita umana.

Difficile capire come una novità del genere potrà essere digerita dalle gerarchie ecclesiastiche: il tentativo di evidenziare come il papa non parlasse ex cathedra (e quindi in modo infallibile), già compiuto dallo stesso Padre Lombardi in una precedente nota stampa, alla lunga sarebbe insostenibile, evidenziando solo l’imbarazzante situazione di un papa che dice nei suoi discorsi informali cose diverse dal magistero su una materia tanto centrale per la Chiesa come la morale sessuale. A questo punto non si può allora escludere un intervento magisteriale di Benedetto XVI, forse adombrato dalle oscure frasi sulla Humanae vitae che riportavo sempre ieri. Ci attendono tempi interessanti?

(Rimane irrisolto un dettaglio minore ma misterioso: perché mai il papa è andato a fare l’esempio peregrino di un prostituto maschio, se ciò che diceva si applicava a uomini e donne ugualmente?)

Aggiornamento 24/11: le prime reazioni alla nota di padre Lombardi del popolo tradizionalista, che aveva riposto più di qualche speranza in Benedetto XVI, si possono cogliere nei commenti a questo post del blog Messa in latino. In buona parte sono assai poco tenere nei confronti del papa.

lunedì 22 novembre 2010

Il papa, il preservativo e il male minore

Vorrei tornare con più calma – anche per rispondere a qualche garbata critica – su un aspetto importante della questione delle presunte ‘aperture’ papali sul preservativo. Perché, come dicevo ieri, concedere che per un prostituto omosessuale sieropositivo sia lecito usare il profilattico (allo scopo di evitare di contagiare il proprio cliente) costituisce un’apertura tutto sommato assolutamente marginale da parte di Benedetto XVI?
Possiamo partire dal documento del magistero ecclesiastico che ha condizionato più di tutti la dottrina in materia di contraccezione: l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che risale al 1968. Ecco cosa si afferma al punto 14 dell’enciclica (corsivo mio):

È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave […]. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali.
Come ribadirà ancora Elio Sgreccia nel suo Manuale di bioetica (4ª ed., Milano, Vita e Pensiero, 2007, vol. I p. 259),
quando si tratta di due mali morali, l’obbligo è di rifiutarli entrambi, perché il male non può essere oggetto di scelta e ciò anche quando, rifiutando quello che si presenta come il male minore, si provocasse un male maggiore.
È in base a questo principio, per esempio, che la Chiesa rifiuta l’aborto anche se compiuto per salvare la vita alla madre: si può forse ammettere che la morte di una donna che deve magari accudire altri bambini sia un male maggiore della morte di un feto, ma non è comunque lecito compiere ciò che la dottrina cattolica considera un male. Nel caso del preservativo (e della contraccezione in generale) il male – per la dottrina cattolica – consiste nell’impedire che la «finalità intrinseca» dell’atto sessuale, e cioè la procreazione, possa compiersi. Non importa se il contagio dell’Aids possa essere considerato un male maggiore di questo: il male non si deve mai scegliere, e quindi la Chiesa proibisce il preservativo anche nel caso in cui uno dei due coniugi sia sieropositivo. Naturalmente le gerarchie cattoliche si rendono conto che questo tipo di argomenti non ha molta presa sulla mentalità moderna (e anzi rischia di suscitare un senso spontaneo di ripulsa in chi lo ascolta); hanno dunque preferito affidarsi alla retorica del preservativo che non funziona e anzi «peggiora le cose», di più sicuro effetto, anche se alla lunga controproducente (cosa succede quando alla fine la gente si convince che il preservativo invece funziona davvero?). Ma le basi dottrinali del rifiuto del profilattico rimangono ancora quelle della Humanae vitae.

Veniamo ora al caso in esame. Se il papa avesse davvero detto che una prostituta può chiedere ai propri clienti di usare il preservativo per proteggersi dall’infezione dell’Hiv, avrebbe con ciò ammesso che un male minore – la prostituta non può più rimanere incinta dei suoi clienti – è preferibile a un male maggiore – la prostituta alla lunga rimarrà contagiata e, soprattutto se non ha accesso ai farmaci moderni, morirà. Avrebbe quindi negato uno dei principi più importanti della bioetica cattolica; e anche se un’intervista non può paragonarsi a un atto solenne del magistero, e non ha quindi valore dottrinale (il papa non parla qui ex cathedra, e non può quindi essere ritenuto infallibile), si sarebbe trattato comunque di un’affermazione clamorosa.
Ma nel caso del prostituto omosessuale viene a mancare uno dei termini di paragone: qui, infatti, usare il preservativo non fa deviare l’atto sessuale da quello che per la Chiesa è il suo fine: quell’atto, per la Chiesa, è già deviato; l’alternativa al male maggiore (il contagio), quindi, non è un altro male, neppure minore. Il prostituto sta comunque commettendo un male (perché è omosessuale e perché si prostituisce), ma si tratta di un male che avrebbe commesso ugualmente anche senza profilattico; non è un male alternativo. I filosofi morali cattolici potrebbero forse avere ancora da ridire, ma il pensiero papale non va manifestamente contro la dottrina.

Tutto bene, dunque (almeno al netto del disastro mediatico)? C’è per la verità un punto ulteriore che dà da pensare. Più avanti nel libro-intervista il papa afferma:
Le prospettive della Humanae vitae restano valide, ma altra cosa è trovare strade umanamente percorribili. Credo che ci saranno sempre delle minoranze intimamente persuase della giustezza di quelle prospettive e che, vivendole, ne rimarranno pienamente appagate così da diventare per altri affascinante modello da seguire. Siamo peccatori. Ma non dovremmo assumere questo fatto come istanza contro la verità, quando cioè quella morale alta non viene vissuta. Dovremmo cercare di fare tutto il bene possibile, e sorreggerci e sopportarci a vicenda. Esprimere tutto questo anche dal punto di vista pastorale, teologico e concettuale nel contesto dell’attuale sessuologia e ricerca antropologica è un grande compito al quale bisogna dedicarsi di più e meglio.
Qui sembra, almeno all’inizio (e sempre che la traduzione italiana non sia di nuovo difettosa), che il papa stia dicendo che il rigorismo dell’enciclica montiniana non è accessibile a tutti nella Chiesa; ma poi il discorso si fa oscuro e – almeno per me – indipanabile; non sono sicuro di che cosa voglia dire. Un punto di cui forse si parlerà ancora – ma stavolta, c’è da scommetterlo, a porte ben chiuse...

Aggiornamento: un punto di vista analogo al mio (anche se proveniente da tutt’altra sponda) è presentato nel blog Messa in latino («Il Papa sui profilattici: parole di buon senso», 21 novembre):
Da notare che il testo dell’Osservatore parla di “una prostituta”. Per contro i dispacci di agenzia in inglese, e di conseguenza i commentatori stranieri, riportano allo stesso punto del discorso la locuzione “male prostitute”. La differenza non è di poco conto, poiché nel caso di un rapporto tra uomini l’utilizzo del profilattico non suscita il problema morale (ulteriore rispetto alla grave peccaminosità intrinseca della fornicazione, per giunta contro natura) dell’utilizzo di un sistema anticoncezionale, non essendovi in quel caso alcuna potenzialità procreativa. Non così, invece, nel meretricio secondo natura: in effetti il preservativo in questo caso ha una funzione, oltre che protettiva dal contagio, pure anticoncezionale, lo si voglia o meno.

domenica 21 novembre 2010

Prostituto o prostituta?

Sta destando un certo scalpore la pur timidissima apertura ai preservativi compiuta dal papa in un libro-intervista curato dal giornalista e scrittore Peter Seewald, Luce del mondo, che uscirà il 23 novembre in 18 lingue (in Italia sarà pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana).
Ecco il passo nella traduzione italiana, come riportato dall’Osservatore Romano («Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi», 21 novembre 2010; corsivo mio):

Concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull’essere umano nella sua totalità.
Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.
Qui si apre però un giallo. Come nota lo Independent di oggi (David Randall e Genevieve Roberts, «Pope signals historic leap in fight against Aids: Condoms can be justified»), nelle versioni inglese, francese e tedesca del libro viene usata l’espressione «un prostituto», al maschile. Sul New York Times (Rachel Donadio e Laurie Goodstein, «In Rare Cases, Pope Justifies Use of Condoms», 20 novembre), che afferma esplicitamente di aver avuto accesso a una copia della traduzione inglese, il pensiero del papa viene riportato così:
there may be a basis in the case of some individuals, as perhaps when a male prostitute uses a condom, where this can be a first step in the direction of a moralization, a first assumption of responsibility.
Lo stesso in francese («Pour la première fois, le pape admet l’utilisation du préservatif», Le Monde, 20 novembre):
Il peut y avoir des cas individuels, comme quand un homme prostitué utilise un préservatif, où cela peut être un premier pas vers une moralisation, un début de responsabilité permettant de prendre à nouveau conscience que tout n’est pas permis et que l’on ne peut pas faire tout ce que l’on veut.
La concordanza fra le versioni inglese e francese, e soprattutto il vecchio principio filologico difficilior lectio probabilior, indicano che l’originale doveva avere la forma maschile e non femminile. Siccome intervistatore e intervistato sono entrambi tedeschi, bisognerebbe dunque cercare una fonte in questa lingua; ma qui purtroppo la cosa diventa un po’ oscura. La frase completa si trovava infatti solo sul sito Kreuz.net («Der Papst läßt sich von den Kondom-Kriegern weichklopfen», 17 novembre); si trovava, perché l’articolo non sembra più disponibile, ed è reperibile al momento solo nella cache di Google. In ogni caso troviamo anche qui il maschile:
Es mag begründete Einzelfälle geben, etwa wenn ein Prostituierter ein Kondom verwendet, wo dies ein erster Schritt zu einer Moralisierung sein kann, ein erstes Stück Verantwortung, um wieder ein Bewußtsein dafür zu entwickeln, dass nicht alles gestattet ist und man nicht alles tun kann, was man will.
La data dell’articolo è il 17 novembre, e questo ci assicura che non si tratta di una retroversione da fonti in altre lingue, che come abbiamo visto risalgono praticamente tutte a ieri o oggi. Le altre fonti tedesche parlano invece di Prostituierte, al plurale, che è ambiguo (può significare «prostituti» o «prostitute»), ma al di fuori della citazione testuale.

Ma è tanto importante la differenza fra prostituto e prostituta? Direi proprio di sì: se il papa avesse parlato di prostituta, al femminile, ci troveremmo di fronte a una radicale innovazione nel magistero ecclesiastico, che finora ha sempre condannato il profilattico e gli altri mezzi anticoncezionali in quanto impediscono all’atto sessuale di raggiungere la sua «finalità intrinseca» (cioè la procreazione), senza mai porsi il problema del male minore. Sembra chiaro che ciò che si applica alle prostitute dovrebbe a maggior ragione applicarsi anche alle coppie sposate, e che dunque l’uso del profilattico sarebbe adesso considerato tollerabile per prevenire l’Aids: una vera e propria rivoluzione, per la Chiesa. Ma se, come sembra, il papa ha parlato di prostituti, al maschile (e riferendosi, beninteso, alla prostituzione omosessuale), ci troviamo in un caso in cui di procreazione non si può assolutamente parlare, e l’apertura papale diventa assai marginale.
Ci si può chiedere però quanto potrà capire l’opinione pubblica, anche cattolica, di queste finezze da vecchia casuistica; nei prossimi giorni sentiremo probabilmente discettare a lungo, e dottamente, di prostituti e prostitute (e forse all’Osservatore o alla Libreria Editrice Vaticana qualcuno riceverà una bella lavata di capo), ma alla fine il messaggio che rimarrà sarà che il papa ha dato il via libera ai preservativi per prevenire l’Aids. Ancora una volta il papa ragiona ad alta voce, senza rendersi conto che lo ascoltano tutti.

Aggiornamento: la discrepanza tra le versioni è stata notata e discussa anche da altri, naturalmente. In ordine di apparizione: Phastidio, Language Log, Paferrobyday, Figleaf’s Real Adult Sex.

Aggiornamento 2: a quanto pare avevo visto giusto. L’Ansa, poco fa (via Paolo Ferrandi):
Una svista. Chi ha potuto vedere in Vaticano il testo tedesco, peraltro l’unico approvato dal Pontefice, rileva che a questo è dovuta la discrepanza, nel passaggio sull’uso del condom, tra l’edizione italiana che parla del caso di «quando una prostituta utilizza un profilattico», mentre nell’originale tedesco Ratzinger fa riferimento al maschile «ein Prostituierter», cioè «un prostituto». Nessun «giallo» quindi, quanto piuttosto un’imprecisione nella versione italiana del libro, dovuta probabilmente alla fretta nei lavori di traduzione, e rimasta anche, a differenza di altre che sono state corrette, nell’anticipazione pubblicata dall’Osservatore Romano.

giovedì 30 aprile 2009

Un argomento incontrovertibile

Peter Robinson, lettera al Sydney Morning Herald, 20 aprile 2009:

Se il papa ha ragione sull’efficacia dei preservativi, allora i chirurghi dovranno abbandonare i guanti di lattice per ridurre la probabilità di trasmettere germi. Se il lattice non funziona su un singolo fallo, che possibilità ha di funzionare su dieci dita con tanto di unghie sulla punta?

venerdì 3 ottobre 2008

Il Papa: altolà sulla contraccezione

Sottotitolo: Affondo di Benedetto XVI: «Nega il fine del matrimonio, ma molti cattolici non seguono i nostri insegnamenti».
Domanda (retorica?) di B16:

Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?
A parte la banalità della risposta al chissà come mai, e a parte il dubbio sulla osservanza da parte dei fedeli e del mondo di ieri, è geniale come anche qui la natura intervenga a favore del Papa.
Puoi avere rapporti sessuali solo se sei sposato, solo a fini procreativi (perché tutto questo è naturale). Però devi contenere i tuoi desideri, questi sì verrebbe da dire naturali, perché bisogna avere
il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perchè il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale.
Ovviamente.

sabato 13 settembre 2008

domenica 7 settembre 2008

Quest’uomo ha un gran senso dell’umorismo...

Gay Pride Roma (7 giugno 2008)

Titolo: Papa: “Serve una nuova generazione di politici cattolici”, (la Stampa, 7 settembre 2008).
Sottotitolo: Benedetto XVI ha esortato la Chiesa e i cattolici a tornare ad «essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica».

CAGLIARI
Il cristianesimo arrivi nelle famiglie, «cellule della società», ai giovani, «assetati di verità e di ideali proprio quando sembrano negarli», così come «il mondo del lavoro, dell’economia, della politica», che ha bisogno di «una nuova generazione di laici cristiani» che abbiano «rigore morale» e «competenza»: è l’auspicio espresso da Benedetto XVI nel corso di una messa celebrata di fronte a centomila fedeli a Cagliari in occasione del centenario della proclamazione della Madonna come patrona della Sardegna.
E chi ci stava in tribuna d’onore?

domenica 20 luglio 2008

Conformismo

Nemmeno ai suoi consigli? Agli insegnamenti di mamma chiesa? O quello è conformismo vedente?

venerdì 6 giugno 2008

Non può che compiacere

Silvio Berlusconi ha dichiarato:

crediamo nei valori di solidarietà, giustizia, tolleranza, rispetto e amore dei più deboli. Siamo sullo stesso piano su cui opera la Chiesa da sempre.
Quanta ipocrisia, quante bugie in sole due righe!

martedì 27 maggio 2008

L’Europa che non c’è e quella che non fa comodo avere

Un commento di straordinaria portata appare questa mattina su Il Tempo di oggi. Dall’estero nessuna lezione, please, ovvero Il punto di Giuseppe Feyles.
Il punto di Feyles sistema tutti quelli che osano aprire la bocca sull’Italia, perché animati da invidia o da un qualche sentimento avverso, secondo lui (sembra come quello studentello che è perennemente in bilico tra il 5 e il 6 ma giustifica le oscillazioni verso il 5 con “la professoressa ce l’ha con me”, “è morta mia nonna”, “io ho risposto bene a tutto”, “non ha capito lo spirito del mio tema”, e così via – ora può anche succedere, e magari pure spesso; ma è decisamente improbabile che il nostro studentello non abbia mai alcuna responsabilità).

Qualche ministro di Zapatero ci apostrofa? Pazienza, mica dobbiamo viverci in quella terra arida. Un europarlamentare di sinistra insulta gratis? Niente paura, è il livore dei perdenti. Un intellettuale di qualche paese poco amato dal sole ci bacchetta per un nostro presunto razzismo? Non importa (non del razzismo, ma dell’accusa falsa): diventano acidi perché gli manca il nostro cielo azzurro.
Il fatto è che il tempismo con cui il nuovo governo è stato messo sulla graticola desta molti sospetti. Sa molto di pregiudizio. D’altro canto, un antico complesso d’inferiorità ci porta a sopravvalutare ogni fiato che venga da oltreconfine (a proposito, ma esistono ancora i confini?). Invece, non ci dovremmo far impressionare dalle bordate ostili che vengono dagli stranieri, perché loro non sono meglio di noi. Non lo sono stati ieri, nella storia.
Feyles elenca poi qualche esempio storico da bignami (del tipo Costantino era un imperatore buono o i barbari non usavano coltello e forchetta).
Tanto per fare un esempio, mentre a Roma, a Firenze, a Napoli si coltivavano la cultura e l’arte universale, a Londra, a Parigi, a Madrid e Lisbona si commerciavano gli schiavi e si fondava il colonialismo armato.
Per poi sferrare l’attacco odierno contro la Francia e l’Europa settentrionale, e contro la Spagna, blasfema e rovinafamiglie (sic).
Quando arriva a tirare in causa l’Europa e la coscienza vien voglia di dargli qualche consiglio (immancabile la voce del Papa; che stia a Roma, il Papa, purtroppo ce ne accorgiamo ogni giorno).
Ma non sono meglio di noi neppure oggi, come dimostrano le violenze delle periferie parigine o delle metropoli del nord Europa. Quanto alla Spagna, paese in prima fila nel distruggere i fondamenti della famiglia o nel facilitare l’aborto, non può dare lezioni di civiltà. I più deboli di tutti, infatti, allo stesso modo di poveri e immigrati, sono i neonati. L’Europa è importante, va seguita e costruita, ma senza smarrire la propria identità storica. Se l’Europa rinnega le proprie radici, ad esempio distruggendo il patrimonio cristiano, non per forza dobbiamo stare a sentirla.
Piuttosto, è un’altra la voce che andrebbe ascoltata, prima di agire anche a livello politico: la si potrebbe chiamare coscienza, se non fosse una parola frusta, ormai priva di significato, o confusa col generico prurito di una piccola morale. La coscienza invece è il luogo dove vivono i grandi ideali. Ascoltarla significa confrontarsi con l’innata tendenza al vero, al bene, al bello che sta nel fondo di tutti gli uomini. E’ un processo delicato, che ciascuno deve fare in prima persona, ma non necessariamente da solo. Infatti, anche se può sembrare paradossale, spesso ascoltare la coscienza significa ascoltare la voce di un altro, che meglio incarna ed esprime quelle esigenze di verità e giustizia. Tanto per fare un esempio, la voce del Papa. Che, tra l’altro, sta a Roma, mica a Madrid o Bruxelles.
Geniale il passaggio dal facilitare l’aborto alla debolezza dei neonati: può essere che a forza di ascoltare Emilio Fede gli si siano confuse le idee.
Non so voi, ma io non avevo idea di chi fosse Feyles. Sono andata a cercare; e il risultato è piuttosto interessante.

Evito di commentare le sue parole sulla Spagna perché mi sembra superfluo. Sulle radici cristiane abbiamo già detto.
Funambolico il ragionamento sul Papa: prima di agire a livello politico, dice Feyles, bisogna ascoltare la coscienza – luogo dei grandi ideali – che tende al vero; la coscienza è fatta di ascolto: e sapete di chi? Di chi?
Quanto all’importanza dell’Europa: “non per forza dobbiamo stare a sentirla” riguarda forse quanto ha stabilito (o meglio confermato per l’ennesima volta) la Corte di Giustizia Europea sulla sorte di Rete 4? Insomma, se l’Europa ci dice quanto siamo bravi va bene; se ti toglie la poltrona da sotto al culo va decisamente meno bene, vero Feyles (forse è anche il nome ad infastidirlo: Europa, brutti ricordi...)? Non è da gentiluomo, però, questa doppiezza fondata sui propri meschini interessi (ma forse sbaglio, è nel nostro interesse mantenere un canale tanto inutile e mediocre, è per il nostro bene).

sabato 17 maggio 2008

lunedì 12 maggio 2008

Una dichiarazione originale

La legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza

non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze.
(12 maggio 2008).
In corso celebrazioni da parte del Movimento per la Vita.

mercoledì 23 aprile 2008

Il cattolicesimo e la libera scelta a volte convivono

Si chiamano Catholics for a Free Choice e questo basterebbe a suscitare stupore, abituati come siamo a considerare un ossimoro libera scelta e appartenenza al cattolicesimo.
La sorpresa aumenta nel leggere i principi ispiratori di questa organizzazione nata a Washington nel 1973: ricerca scientifica e riconoscimento (anche legale!) alle persone omosessuali, bisessuali e transessuali – solo per fare un esempio.
In occasione della visita di Joseph Ratzinger in terra americana pubblicano un dossier che analizza gli effetti disastrosi della condanna clericale della contraccezione dalla Humanae Vitae (1968) in poi. L’analisi è spietata: Catholics for Choice accusa l’enciclica e la politica vaticana di essere responsabili del grave conflitto personale che molti credenti vivono, combattuti tra l’obbedienza e i propri desideri e bisogni. La Chiesa si ostina a difendere un insegnamento già “indifendibile 40 anni fa”, oggi aggravato dall’emergenza Aids.
Secondo il dossier la Humanae Vitae ha inciso drammaticamente sulla salute di cattolici e non cattolici in tutto il mondo; il Vaticano ha alimentato la disinformazione sull’efficacia del preservativo contro la diffusione dell’Hiv.
Il mancato riconoscimento dell’importanza del preservativo (vero e proprio imperativo morale secondo gli insoliti Catholics) è un comportamento gravissimo soprattutto nei riguardi delle popolazioni più disagiate. E di quei Paesi, come l’Africa, in cui la diffusione dell’Hiv e di altre malattie virali è una piaga sanitaria e sociale.
La gerarchia cattolica, secondo il dossier, è “il principale ostacolo alla lotta conto l’Hiv/Aids”.

(DNews, 23 aprile 2008).

giovedì 17 aprile 2008

B16 e George W. Bush

B16 incontra George W. Bush. Siamo felici e orgogliosi di vedere confermate le loro affinità.
In Festa di compleanno per il Papa alla Casa Bianca, Zenit, 16 aprile 2008, si legge:

Un comunicato congiunto emesso dal Vaticano e dal Governo statunitense ha reso noto che i leader hanno affrontato temi quali “il rispetto della dignità della persona umana; la difesa e la promozione della vita, del matrimonio e della famiglia; l’educazione delle generazioni future; i diritti umani e la libertà religiosa; lo sviluppo sostenibile e la lotta contro la povertà e le pandemie, soprattutto in Africa”.
Elencati così gli scopi comuni, sembrano scopi nobili e condivisibili. Basta avere la memoria corta o fare i finti tonti. Se invece si conserva qualche ricordo, è difficile non suggerire che il rispetto della dignità della persona umana sarebbe meglio chiamarlo indisponibilità e sacralità della vita umana (che sostituisce la libertà di scegliere della propria vita), e che prende le forme del matrimonio tra un uomo e una donna sulle indicazioni clericali (un uomo che sia uomo davvero e una donna che sia donna davvero, senza scherzi o diavolerie ormonali e chirurgiche, si intenda). L’educazione è quella religiosa e clericale e la libertà religiosa è quella di scegliere il cattolicesimo. Infine sull’Africa: sarebbe meglio tacere, forse, perché si rischia di doversi ricordare le dichiarazioni sulla inutilità del preservativo come argine alle malattie sessualmente trasmissibili o al suo potere contraccettivo.
Quanto scrive l’Ansa si avvicina di più alla verità, anche se gli argomenti rimangono ancora troppo sul formale.

Papa, un viaggio nel tramonto dell’America di Bush, Ansa, 13 aprile 2008:
Quello nello Studio Ovale, sarà poi l’ultimo incontro ufficiale tra il Papa e il presidente uscente. Nel colloquio – ha annunciato la Casa Bianca – i due leader proseguiranno il loro dialogo su “fede e ragione” e sui loro “scopi comuni”: su aborto, famiglia, coppie gay, ricerche sulle staminali, Benedetto XVI e Bush la pensano alla stessa maniera.
Per essere più espliciti: no all’aborto; sì alla famiglia cosiddetta tradizionale (uomo + donna + pargoli); no alle coppie gay (nessun riconoscimento e se fosse meno impopolare, forse, ci si spingerebbe anche oltre); no alla ricerca sulle staminali.

domenica 20 gennaio 2008

Lettera aperta di Paolo Flores D’Arcais

Inizia così la lettera che Paolo Flores D’Arcais ha scritto a commento delle scuse di Giorgio Napolitano sul caso B16:

Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.

Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.
Da leggere tutta. E da incorniciare.

Solidarietà ai docenti della Sapienza

Una petizione per esprimere «solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere», indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Rettore dell’Università «La Sapienza» di Roma Renato Guarini, può essere firmata qui.

(Fra) Claudio Magris (e le sirene al contrario)

La premessa sul significato di laicità è abbastanza condivisibile, ma poi Magris parte per la tangente (Il senso del laico, Il Corriere della Sera, 20 gennaio 2008):

È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia.
Se avesse perso poco del suo prezioso tempo si sarebbe reso conto che nessuno ha preteso di impedire un bel niente. Se dissentire (o sottolineare una scelta come inappropriata) viene giudicata come una imposizione, la sola alternativa è quella di subire in silenzio qualunque azione. Il senato accademico è forse Luigi XIV? Mi è sfuggito qualche passaggio fondamentale della riforma universitaria?
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l’intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l’automobile.
Ma quale sarebbe stata l’intolleranza? Suona ancora più strana la mancanza di una spiegazione approfondita di questo giudizio, anche alla luce della ammissione di Magris della frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione [rispetto alla ingerenza della Chiesa]. Anche Magris è organo di informazione e sarebbe stato apprezzabile una posizione almeno prona - se non altro per spezzare le abitudini.
La conclusione di Magris lascia davvero addosso un senso di sconfitta irrimediabile. Se la protesta contro B16 diventa un ennesimo spauracchio contro il ritorno di Berlusconi, se le uniche ragioni per arginare il malumore prendono la forma della minaccia che potrebbe andare peggio (signora mia), se insomma dobbiamo tapparci le orecchie perché la musica è molesta e insopportabile è ormai ascoltarla - nemmeno qualche minuto in più - se la genuflessione fa bene alla salute, allora smettiamo di sbraitare e porgiamo il collo verso il coltello sacrificale senza agitarci troppo. Tanto è inutile, e il taglio netto è meno doloroso.
Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un’allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.
Mi rimane soltanto un dubbio: chissà se Magris spera nella salvezza divina o in un pezzo di potere temporale. Chissà che non sia deluso in entrambi i casi. I potenti sono spesso molto avari. Meglio ricordarselo.

sabato 19 gennaio 2008

Il papa, Victoria Beckham e la libertà di parola

Nella vicenda della mancata visita del papa alla Sapienza, un giudizio sembra accomunare la quasi totalità dei commentatori: anche chi giudica inopportuno e sbagliato l’invito rivolto a Ratzinger dal rettore, ritiene tuttavia che il diritto del papa alla libera espressione non sia stato rispettato da coloro che per quell’invito hanno protestato. L’opinione sembra a ben vedere paradossale, e merita dunque un esame un poco approfondito. Se ne può approfittare per cercare di gettare un po’ di luce – con qualche ragionamento provvisorio ed esplorativo – sulla libertà di espressione, un concetto che è leggermente più complicato di quanto si può pensare se non lo si è mai esaminato con attenzione.

Su una cosa, penso, tutti saranno d’accordo: il diritto all’espressione delle proprie idee non consiste nell’obbligo, per gli altri, di fornirci i mezzi e le occasioni per esprimerle. Se io mando il manoscritto di duemila pagine della storia della mia vita a un editore, non ho nessun diritto incondizionato a vedermelo stampato, neppure se questa è la mia ultima chance di pubblicazione; se il papa decide di presentarsi per tenere un discorso di due ore al circolo del bridge più vicino al Vaticano, non ha nessun diritto incondizionato ad essere ascoltato, neppure se – ipoteticamente – i suoi discorsi fossero ignorati da tutti i mezzi di comunicazione. Al di là delle occasioni in cui ci esprimiamo senza intermediari (io posso per esempio distribuire agli angoli delle strade la mia autobiografia ciclostilata, o il papa può parlare affacciandosi dalla sua finestra su Piazza San Pietro), la libertà di espressione è condizionata dunque in generale dall’incontro di due libere volontà: la mia, e quella di chi mi deve ospitare (sulle colonne del proprio giornale, sulla propria piattaforma blog, all’interno della propria aula magna, etc.); il mio interesse ad essere pubblicato o ascoltato si concretizza attraverso (ed è limitato da) l’interesse – inteso ovviamente nel senso più ampio possibile, non solo economico – di un altro a pubblicarmi o a farmi ascoltare.
Qui vige veramente la libertà più totale, che non può essere limitata neppure da considerazioni sulla statura intellettuale di chi cerca un mezzo per esprimersi. Quasi tutti concordano sulle doti di J. K. Rowling, se non altro come scrittrice di genere; ma non per questo, per esempio, il direttore delle edizioni Adelphi potrebbe essere costretto a pubblicare un eventuale seguito di Harry Potter; la fedeltà a una linea editoriale ben definita e alle aspettative del proprio pubblico può essere legittimamente per lui superiore ai valori letterari generalmente riconosciuti (e persino ai propri gusti personali o alle immediate convenienze economiche della Adelphi).
Il diritto all’espressione delle proprie idee, in altre parole, non è un diritto positivo, che cioè obbliga gli altri a fare qualcosa, ma bensì un diritto negativo, che obbliga gli altri ad astenersi dal fare qualcosa. Il diritto di J. K. Rowling sarebbe stato coartato se, per esempio, qualcuno avesse minacciato il suo vero editore, Salani, perché rinunciasse a pubblicare la saga, esercitando pressioni politiche, o annunciando un boicotaggio di tutti i suoi prodotti editoriali, o addirittura bruciandone i magazzini, magari con la motivazione che i libri di Harry Potter sono anticristiani; imponendo insomma il proprio interesse (mascherato all’occorrenza come un vago «interesse collettivo») contro gli interessi legittimi della Rowling e del suo editore.
In alternativa, i nemici di Harry Potter si potrebbero anche astenere da qualsiasi azione concreta, e tuttavia dichiararsi contrari alla pubblicazione del libro. In questo caso nessun diritto sarebbe violato, e questa opinione sarebbe del tutto legale (per gli stessi principi di libertà che essa negherebbe), ma certo chi la esprimesse sarebbe degno della nostra riprovazione morale, in quanto nemico della libertà di espressione.

A questo punto qualcuno potrebbe ritenere di avere elementi sufficienti per convalidare la propria condanna dei professori della Sapienza che si sono opposti alla visita papale; ma il ragionamento non è ancora concluso.
La libertà di due o più persone (fisiche e/o giuridiche) di associarsi allo scopo di consentire la diffusione delle idee è, come abbiamo visto, assoluta. Questo vuol dire che è anche, di per sé, sempre ‘sacra’ e insindacabile? Naturalmente no – proprio perché è basata sugli interessi dei contraenti: a volte ci si sbaglia nel valutare i propri interessi (oppure li si antepone agli interessi dell’azienda o dell’istituzione che si rappresenta). Così, per esempio, la United Artists è andata praticamente fallita in seguito alla catastrofe commerciale e di critica di Heaven’s Gate di Michael Cimino. Oppure, per usare un esempio fittizio, possiamo immaginare cosa sarebbe successo se il rettore della Sapienza avesse invitato per l’inaugurazione dell’anno accademico non Benedetto XVI ma Victoria Beckham. Questo sarebbe certo stato giudicato da chiunque (o quasi) un errore catastrofico per l’immagine dell’ateneo: la signora Beckham è priva di qualsiasi credenziale accademica – non foss’altro perché, come sembra aver dichiarato lei stessa, non ha mai letto un libro in vita sua.
Naturalmente sarebbe stato o sarebbe qui fuori discussione, come nel caso che esaminavamo più sopra dei libri della Rowling, costringere il management della United Artists o rettore e senato accademico della Sapienza a tornare sui loro passi; la libertà è inviolabile, anche quella di sbagliare. Ma cosa dire di una critica o di un’esortazione a rivedere le proprie decisioni? Ci iscriverebbe anche questa nell’elenco dei nemici della libertà di espressione? In fondo, non intenderemmo con la nostra esortazione impedire a Cimino di esprimere le proprie idee, e ai suoi fan di vedere un film che qualcuno di loro avrà comunque apprezzato? E non staremmo riducendo la libertà di Victoria Beckham, per la quale, oltretutto, quella potrebbe quasi certamente essere l’unica occasione nella vita di pronunciare una lectio magistralis? Queste obiezioni, è vero, ci appaiono assurde, ma qual è esattamente la differenza rispetto a chi vorrebbe conculcare la libertà degli altri?
Io credo che la differenza sia evidente. Gli ipotetici nemici della Rowling, come si è già detto, anteporrebbero il proprio interesse a quello di autrice ed editore; nel caso in esame, staremmo invece parlando in nome degli interessi di chi deve diffondere l’altrui pensiero. Esprimere un consiglio o anche una critica nell’interesse di un altro è sempre ovviamente legittimo, a maggior ragione se proviene da chi (come un dipendente della United Artists o un membro della comunità accademica, che non consiste solo di rettore e senato accademico) ha tutto da perdere da una scelta sbagliata; allo stesso tempo non si infrange un diritto dell’altro contraente (il produttore del pensiero), perché come abbiamo visto il suo diritto non è un diritto positivo, ma deriva soltanto da una concordanza di interessi.
Così, in una recensione il giudizio «questo libro non avrebbe dovuto mai essere pubblicato» è legittimo – anche se certo grave e da pronunciare con prudenza – se intende dire che la casa editrice ha fatto in primo luogo un danno a se stessa; illegittimo – anche se talvolta espresso senza malizia – quando implica che il danno è stato fatto a qualcun altro, come per esempio il recensore stesso o la sua Chiesa o il suo partito o i suoi valori.
Attenzione, però: questo che abbiamo detto è il requisito necessario e sufficiente. Che la critica sia anche in ultima analisi corretta (o persino pronunciata in buona fede) non deve contare, visto che non abbiamo in generale i mezzi per giudicarlo a priori; la libertà di espressione non vale solamente per chi ha ragione.

Siamo alla fine del nostro ragionamento. I 67 professori della Sapienza hanno ravvisato nell’invito al papa – chiaramente inteso come atto di deferenza, non di confronto, e che non prevedeva dibattiti o contraddittori – un cedimento della propria istituzione all’idea che l’attività scientifica debba essere in qualche modo sottomessa, come pensa Benedetto XVI, ad autorità morali o religiose; a torto o a ragione, hanno pensato che questo comportasse un rischio per la credibilità dell’università e di chi ne fa parte. Non hanno mai sostenuto che il papa non dovrebbe prendere la parola nel corso delle udienze generali, o che le sue encicliche non dovrebbero venire pubblicate dalla Libreria Editrice Vaticana. Non hanno intrapreso, che si sappia, azioni tese ad impedire la partecipazione del papa; auspicare, come hanno fatto, «che l’incongruo evento possa ancora essere annullato», rientra in pieno in una critica legittima. La protesta degli studenti, nonostante qualche tono sopra le righe, sembra essere stata motivata da considerazioni analoghe. Non risulta chiaramente (se non da fonti non obiettive) che qualcuno di loro intendesse impedire con la forza la lezione del papa, né che cercasse lo scontro con le forze dell’ordine; se qualcuno ha avuto questa intenzione è da condannare, ma la condanna non può estendersi anche a tutti gli altri.
Certo, la protesta ha fornito un’arma preziosa ai nemici della laicità: mille ragionamenti articolati non valgono uno slogan menzognero ma semplice («Vogliono tappare la bocca al papa!»). Si sarebbe potuto forse fare di meglio; ma non tacere. La rassegnazione assai raramente ha portato a vincere le battaglie.