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domenica 8 marzo 2015

Il mio mestiere è partorire tuo figlio


Per maternità surrogata (surrogacy) s’intende la pratica di portare avanti una gravidanza per qualcun altro. Non sarà quindi la gestante a crescere il bambino, che potrebbe essere figlio biologico di entrambi i genitori che lo alleveranno, di uno solo o di nessuno (in questi ultimi due casi si fa ricorso a un donatore e/o a una donatrice di gameti).

Ne esistono due modelli: quello commerciale, che prevede un compenso per la donna che porta avanti la gravidanza ed è legale in alcuni Stati degli Usa e in Canada, e quello altruistico, che in genere prevede un rimborso spese ed è permesso in Paesi come la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. In Italia non era vietato fino a qualche anno fa e nel 1993 fece molto discutere il caso di Novella Esposito, la cui madre si era offerta di portare avanti la gravidanza al posto della figlia che aveva subito l’asportazione dell’utero. Nessuno dei tentativi ebbe successo.

La discussione morale, come prevedibile, è molto accesa: si può scegliere di usare il proprio corpo per una cosa del genere? È una pratica intrinsecamente immorale? E, in caso di controversia, che strumenti abbiamo per cercare di risolverla? Che cosa succede se la gestante o gli aspiranti genitori cambiano idea?

Il caso forse più spinoso di tutti riguarda la decisione di interrompere la gravidanza in caso di grave anomalia fetale. Una scelta difficilissima già quando la donna incinta è e sarà anche la madre del nascituro, e che in caso di surrogacy si complica ulteriormente: chi sarà a decidere, la donna che porta avanti la gravidanza oppure quelli che saranno i genitori del nascituro? Si può acconsentire in anticipo all’aborto e si possono esaurire tutti i possibili scenari controversi? Chi può essere coinvolto nella decisione?

Ruth Walker e Liezl van Zyl (lectures dell’Università di Waikato, Nuova Zelanda) hanno cercato di rispondere in un articolo su «Bioethics», Surrogate Motherhood and Abortion for Fetal Abnormality. Sia il modello commerciale sia quello altruistico — scrivono — non sembrano riuscire a offrire risposte soddisfacenti a queste domande. Walker e van Zyl propongono allora una terza via: considerare la surrogacy come una professione, come fare l’infermiere o l’insegnante.

Prima di procedere però dobbiamo anticipare due possibili obiezioni: la prima riguarda l’analogia che non significa identità, perciò non si sta dicendo che portare avanti la gravidanza per qualcun altro sia come insegnare inglese ma si vogliono suggerire delle somiglianze; la seconda riguarda le condizioni per discutere davvero di maternità surrogata e non di schiavitù o sfruttamento. Ovvero della possibilità che una donna scelga liberamente di offrirsi come surrogata per un’estranea, per un’amica o una sorella.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 1 marzo 2015.

mercoledì 12 novembre 2014

Quando il figlio di «nessuno» viene dato in adozione

 

Utero in affitto, la Cassazione toglie a una coppia bresciana il figlio di 3 anni nato in Ucraina, titolava ieri la Repubblica (sottotitolo: La Suprema corte sbarra il passo alla pratica della maternità surrogata: il bambino, avuto in Ucraina da una madre ‘in affitto’ che adesso non è rintracciabile, non può essere riconosciuto in Italia). Finisce in adozione il neonato «comprato» in Ucraina invece Il Corriere della Sera (sottotitolo Il piccolo Tommaso, 3 anni, era nato da una madre surrogata su «committenza» di una coppia di 50enni che non può avere figli). Oggi su la Stampa va un po’ meglio: È nato da madre surrogata. I giudici lo danno in adozione. Nel sottotitolo emerge forse l’elemento più importante: Il piccolo da quattro anni vive con quelli che chiama mamma e papà. La Cassazione: per la legge italiana è figlio di nessuno.

LA STORIA
Così la Stampa racconta l’accaduto: «Figlio di nessuno. In questo modo la Cassazione definisce un bambino nato da una madre surrogata scelta in Ucraina da una coppia di italiani. Una sentenza che punisce due genitori che avevano cercato in tutti i modi di avere un bambino approdando all’ultima spiaggia dell’utero in affitto. Una sentenza che sbarra la strada ad altri tentativi del genere. Una sentenza che affida in adozione ad un’altra famiglia, da subito, il piccolo Tommaso, lo chiameremo così, che oggi ha oggi 4 anni. Chissà se gli racconteranno tutta la sua storia. Della sua nascita in Ucraina nel 2011; di quei signori che avrebbero voluto farsi chiamare da lui mamma e papà. Due cinquantenni di Crema che non potevano avere figli e ai quali, per tre volte, era stata respinta la richiesta di adottare in Italia. Chissà se gli spiegheranno mai che ad avviso dei supremi giudici, doveva essere dato in adozione perché l’Italia non riconosce la pratica della maternità surrogata e, in base alle legge, era – primo caso del genere – figlio di nessuno». La procura generale della Cassazione aveva chiesto la revoca dello stato di adottabilità e la restituzione del bambino alla coppia. I due, di ritorno dall’Ucraina, avevano tentato di farlo riconoscere all’anagrafe. Ma era andato tutto male. Il DNA del bambino non era come sarebbe dovuto essere, i suoi genitori non erano quelli che ne chiedevano il riconoscimento. E così era venuta fuori la verità: erano andati a Kiev e avevano pagato 25.000 euro per una maternità surrogata. «Dalle indagini era subito emerso che né il marito né la moglie erano in grado di procreare: alla signora era stato asportato l’utero e l’uomo era affetto da oligospermia», si legge su la Repubblica che riporta anche la notizia che ai «coniugi di Brescia, oggi cinquantenni [...] per tre volte era stata respinta la richiesta di adottare in Italia». Allora erano stati denunciati per frode anagrafica, oggi la Cassazione decide di far adottare quel bambino.

Next, 12 novembre 2014.

venerdì 28 febbraio 2014

Ma perché... un ministro all’ottavo mese?


Ogni volta che uno riceve una domanda mal posta può: riformularla, provare a rispondere comunque, farfugliare tra sé e sé senza decidersi. Da quando ho letto, pochi minuti fa, Ma perché... un ministro all’ottavo mese? di Corrado Formigli mi sono incartata nella terza opzione.
Ci sono così tante cose che non vanno che non riesco a fare un elenco esaustivo e ordinato. Colpisce soprattutto che Formigli la sappia così lunga: sa come Marianna Madia allatterà, cosa farà e se sarà lei e soltanto lei a sfamare la creatura. Sa, senza alcun dubbio, che non sarà in grado di fare altro per i prossimi mesi.

Dà per scontato che la sua esistenza non possa non essere travolta dalla maternità, anche «perché ogni italiano che fa la fila negli uffici e affronta la complessità kafkiana della burocrazia, sa bene che la riforma della pubblica amministrazione è la madre di tutte le battaglie. Una trincea molto scomoda per fasciatoi, biberon e pannolini.»

Poi si domanda retoricamente:
Quanto al valore simbolico di fare ministro una puerpera* all’ottavo mese, a me più che il segno di una raggiunta eguaglianza dei sessi pare il segno di un privilegio: quante altre donne otterrebbero un contratto di lavoro immediato e di grande responsabilità a un mese dal parto?
Quindi, siccome le altre donne non otterrebbero un contratto se, allora anche nel caso di Madia la si doveva scartare a priori in quanto prossima al parto.
La mia confusione aumenta quando cerco qualche commento al riguardo e scopro che «il congedo di maternità è obbligatorio ed è un diritto».


* püèrpera s. f. [dal lat. puerpĕra, comp. di puer «fanciullo» e tema di parĕre «partorire»]. – La donna che ha partorito di recente e che si trova nel periodo del puerperio.

giovedì 10 gennaio 2008

Bindi, Meloni e RU

Le sue premesse sono condivisibili o no (diciamo di no; le sue premesse sono pessime), ma è difficile non essere d’accordo con Giorgia Meloni quando domanda (Aborto. Meloni: Pillola Ru486 unico contributo attuale governo, DIRE, 8 gennaio 2008):

Come può il ministro Bindi parlare di tutela della maternità se l’unico contributo offerto da questo Governo al dibattito sull’aborto è l’introduzione nel nostro sistema ospedaliero di un farmaco pericoloso come la pillola RU486?
In effetti per tutelare la maternità ci sarebbero molti interventi da fare (tranne che invocare moratorie e idiozie simili); per non parlare della condizione dei consultori familiari o delle politiche di informazione sulla contraccezione o sul sesso. Di spazio per tutelare e migliorare ce n’è davvero molto. Pure troppo.
A rendere il quadro ancora più ridicolo è l’immagine che emerge di Livia Turco: sembra una temeraria ministra che introduce innovazioni a colpi di spada...