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giovedì 8 ottobre 2009

Il compromesso impossibile

Paolo Flores d’Arcais scrive una lettera aperta al Presidente della Camera Gianfranco Fini sulle ipotesi di compromesso che circolano in merito alla legge sul testamento biologico («Caro Fini, non scenda a compromessi», Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2009, p. 18):

Stimato presidente Fini, sento che circolano ipotesi di “compromesso”. Ma in questa materia che compromesso è mai ipotizzabile? Al dunque, o sul sondino decide chi lo dovrebbe subire, o decide qualcun altro, medico, familiare, monsignore o governo che sia. La cosa non è indifferente, ma comunque anche nel caso meno osceno (il medico o il familiare) l’autonomia del paziente, cioè la sua dignità umana, viene calpestata. Si torna a prima dell’Habeas corpus (dal latino habeas corpus ad subiciendum, cioè “che tu abbia la disposizione del tuo corpo, della tua persona”), che data alla Magna Charta libertatum di Giovanni senza Terra (1215).

domenica 20 gennaio 2008

Lettera aperta di Paolo Flores D’Arcais

Inizia così la lettera che Paolo Flores D’Arcais ha scritto a commento delle scuse di Giorgio Napolitano sul caso B16:

Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.

Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.
Da leggere tutta. E da incorniciare.

venerdì 7 dicembre 2007

«Lei è stato creato!»

Così poco fa Giuliano Ferrara a un attonito Paolo Flores d’Arcais, nella puntata di stasera di OttoeMezzo. A quando l’annuncio ufficiale della conversione? O l’ateismo devoto continua a fare più snob?

domenica 14 ottobre 2007

Contro il burqa

Paolo Flores d’Arcais non avrà, forse, il dono di riuscire simpatico sempre e a tutti quanti; ma pochi, a sinistra (e non solo a sinistra), hanno come lui chiara l’idea di cosa significhi davvero la laicità dello Stato. Lo dimostra ancora una volta con un articolo sulla questione del velo delle donne islamiche, apparso ieri su LiberazioneSinistra impazzita ora difendi pure il burqa», 13 ottobre 2007, p. 3):

La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Né per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciò che sarebbe attuale), una “cultura” può essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono.
Che è appunto quanto avviene nelle culture che privilegiano Dio, sangue e suolo sui diritti intrattabili di ogni singolo cittadino. Compreso quel cittadino in formazione che è il minorenne, che ha diritto alle sue future libertà e alla educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa “cultura”. […]
Un tempo essere di sinistra significava stare dalla parte degli oppressi. Tra un padre-padrone e la figlia costretta alla “sua” cultura, chi è l’oppressore e chi l’oppresso? E che l’oppressore sia a sua volta uno sfruttato ed emarginato non può diventare giustificazione della sua oppressione su chi è ancora più debole.
La sinistra dovrebbe perciò farsi campione di una politica di integrazione, non di una politica di multiculturalismo. Di sostegno ai diritti materiali degli immigrati (contratti regolari, case, sanità, ecc.) ma anche di politiche contrarie alla loro ghettizzazione.