domenica 14 ottobre 2007

Contro il burqa

Paolo Flores d’Arcais non avrà, forse, il dono di riuscire simpatico sempre e a tutti quanti; ma pochi, a sinistra (e non solo a sinistra), hanno come lui chiara l’idea di cosa significhi davvero la laicità dello Stato. Lo dimostra ancora una volta con un articolo sulla questione del velo delle donne islamiche, apparso ieri su LiberazioneSinistra impazzita ora difendi pure il burqa», 13 ottobre 2007, p. 3):

La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Né per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciò che sarebbe attuale), una “cultura” può essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono.
Che è appunto quanto avviene nelle culture che privilegiano Dio, sangue e suolo sui diritti intrattabili di ogni singolo cittadino. Compreso quel cittadino in formazione che è il minorenne, che ha diritto alle sue future libertà e alla educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa “cultura”. […]
Un tempo essere di sinistra significava stare dalla parte degli oppressi. Tra un padre-padrone e la figlia costretta alla “sua” cultura, chi è l’oppressore e chi l’oppresso? E che l’oppressore sia a sua volta uno sfruttato ed emarginato non può diventare giustificazione della sua oppressione su chi è ancora più debole.
La sinistra dovrebbe perciò farsi campione di una politica di integrazione, non di una politica di multiculturalismo. Di sostegno ai diritti materiali degli immigrati (contratti regolari, case, sanità, ecc.) ma anche di politiche contrarie alla loro ghettizzazione.

14 commenti:

Yoshi ha detto...

per fortuna non tutti a sinistra si sono bevuti il cervello

ILLAICISTA ha detto...

"La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Né per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciò che sarebbe attuale), una “cultura” può essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono."

Sottoscrivo interamente questo passo dell'articolo di D'arcais, ma nonostante ciò qualche dubbio mi viene.

Se non è possibile imporre ad un minore la cultura illiberale della famiglia, allora mi domando se con la circoincisione, il battesimo e la comunione non si faccia in realtà la stessa cosa, cioè se non siano tutte queste pratiche imposizioni familiari su dei minori.
Se lo Stato non va a sindacare il battesimo o la circoincisione, evidentemente non dovrebbe farlo nemmeno per il burqa, no?

Insomma, la questione mi pare più difficile di come la pone D'arcais.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Battesimo, circoncisione e comunione, però, sono di per sé eventi quasi solo simbolici, privi di conseguenze sulla mentalità di un individuo (c'è un grosso dibattito negli Usa sulle conseguenze fisiche – positive o negative – della circoncisione, ma mancano conclusioni convincenti, se non per la relativa immunità che conferisce rispetto al contagio da Hiv). In questo senso si differenziano (se rimangono isolati) da un completo indottrinamento non bilanciato da un'educazione critica. Inoltre sono diversi anche dal burqa, che non si impone a una bambina ma a un'adulta in grado di intendere e di volere, e quindi detentrice più di una bambina di diritti che possono venire coartati.

Yupa ha detto...

Perché non proibiamo ai minorenni di entrare nelle chiese?
Tanto, quelli che lo fanno saranno SICURAMENTE stati plagiati da degli Adulti Malvagi.

Prima che qualcuno mi risponda: D'arcais parla di MINORENNI (<18anni), non di bambini.

Una frase di Regalzi, poi, mi suona molto strana: del burqa dice che "che non si impone a una bambina ma a un'adulta in grado di intendere e di volere, e quindi detentrice *più* di una bambina di *diritti che possono venire coartati*."

Quinda una bambina (o magari anche un bambino) è "meno detentrice di diritti incoartabili"? Se la vogliamo coartare siamo più legittimati che di fronte a un'adulta? E allora cosa ci impedisce di metterle il burqa? O di farci chissà cos'altro?

Paolo C ha detto...

Se uno ci pensa bene, la circoncisione e' comunque un intervento chirurgico non necessario e una mutilazione fine a se stessa, e pertanto non dovrebbe essere praticata sui bambini.

Paolo C ha detto...

ps: manca un "non" nella citazione di marx

Giuseppe Regalzi ha detto...

Yupa: non sono sicuro di avere capito il senso della tua prima osservazione. Sul burqa e le minorenni: una donna adulta che non voglia indossare un certo indumento non può venire costretta, se non con una limitazione dei suoi diritti. Una bambina può invece venire vestita come pare ai suoi genitori, anche se a lei il vestito in questione non piace, senza che si possa dire che i suoi diritti ne risentano (anche se ovviamente sarebbe preferibile tener conto del suo parere, etc.). Tieni presente comunque che per gli islamici il velo va indossato solo dopo i 12 anni. Ovviamente non ho mai detto che una bambina non ha diritti incoercibili.

Paolo C: "mutilazione" implica che ciò che viene tolto abbia una funzione, e questo non è molto chiaro. Quanto alla citazione di Marx, anch'io all'inizio ho pensato che mancasse un "non", ma poi mi sono reso conto che il ragionamento tornava lo stesso. Hai accesso alla frase originale?

Yupa ha detto...

@Giuseppe

Nella tua risposta prima parli di minori, poi passi ai bambini. Secondo me questa confusione va evitata.

Una madre che veste la bimba di cinque anni come piace a lei (alla madre) e un genitore che, anche con la violenza, impone alla figlia di 16 anni un determinato stile di vita, anche nell'abbigliamento, non sono proprio la stessa cosa.
Nel secondo caso a me sembra che si sia molto vicini al padre-padrone di cui parla D'arcais. Non voglio far determinismo generazionale, ma sappiamo quanto possa essere importante l'abbigliamento durante l'adolescenza.

Quello che a me non piace del discorso di D'arcais è che sembra volere uno Stato che si impiglia sui simboli.
Per lui il burqa non va bene perché è simbolo di una cultura maschilista, patriarcale, etc.
A me non interessa il simbolo. Per non esistono "simboli illiberali". Esistono azioni e comportamenti illiberali.
Ed esistono già leggi contro la violenza familiare, e contro i padri-padrone. Non sono abbastanza efficienti? Miglioriamole. Ma senza andare a sindacare su quali simboli siano più o meno illiberali.
Per me una ragazza, maggiorenne o minorenne che sia, deve avere il diritto di girar vestita come crede, col burqa, con la minigonna o col megacrocifisso d'oro al collo. Ma deve avere anche la possibilità di sapere che se quei simboli o uno stile di vita gli viene imposto coercitivamente (e.g. con violenza) dai genitori, ha tutto il diritto di rivolgersi allo Stato, e di essere aiutata per difendere il proprio (per quanto piccolo) spazio di libertà.

Mi sembra che D'arcais dia per scontato che un minorenne che sceglie determinati simboli religiosi lo faccia perché necessariamente plagiato o forzato.
Io ho studiato in una scuola superiore piena zeppa di cattolici ferventi. Ora, se al 14enne che andava in chiesa ogni mattina prima della lezione qualcuno fosse andato a dirgli: "Ci dispiace, ma tu sei un minore, non sai autodeterminarti, tutto quello in cui ora credi è esito di un plagio dei tuoi genitori, e se lo neghi a maggior ragione dimostri d'essere plagiato. Quindi, fino ai 18 anni: niente messe, niente catechismo, niente veglie di preghiera, niente campeggi estivi col parroco; e ovviamente non sognarti di portare indosso quell'illiberale crocifosso!" Be', io non fatico a immaginare come avrebbe preso la cosa il 14enne in questione. Non credo avrebbe apprezzato molto lo sforzo per "liberarlo". E a ragione.

Sostanzialmente, io non fatico a immaginare che una ragazza di 14 o 15 anni possa indossare lo hijab o anche il burqa senza vivere la cosa come un'imposizione.
E ovviamente, ripeto, credo che una 14 o 15enne che viva lo hijab o il burqa come un'imposizione abbia tutto il diritto di ricorrere (e di sapere che può farlo) a qualche istituzione esterna alla famiglia per sfuggire alla morsa del padre-padrone.
Ma dev'essere il minorenne a decidere se il padre è padrone ed oppressivo. Non lo Stato unicamente in base a un simbolo. Perché ci possono essere padri-padroni della peggior specie anche atei, anche nelle famiglie dove la figlia esce con la minigonna.

Per riprendere Illaicista... Insomma, la questione mi pare più difficile di come la pone D'arcais.

Paolo C ha detto...

La frase originale e' nel linlk stesso che hai riportato, nell'"abstract" dell'articolo.
Sulla mutilazione abbiamo definizioni diverse. Io comunque trovo sbagliato praticare un'operazione inutile che comporta dei rischi minimi ma non nulli. Mi pare che qualcuno ritenga che l'assenza del prepuzio riduca la sensibilita' del glande nell'atto sessuale. Di certo la riduzione del rischio di prendere l'aids non e' buon motivo per la circoncisione, dato che comunque nessuno lo considerebbe un sostituto del preservativo.
Ognuno poi puo' decidere per se' se circoncidersi, a tempo debito.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Yupa: ho la sensazione che tu stia attribuendo a Flores cose che non pensa. È vero che parla di simboli, ma subito dopo si riferisce a padri e fratelli che ammazzano di botte chi non si piega a rispettare quei simboli. D'altra parte, se un simbolo è interpretato univocamente come segno di sottomissione dalla comunità che lo impone, non vedo perché non dovrebbe essere combattuto in quanto simbolo.
Comunque, sono d'accordo con te quando dici che esistono certamente ragazze islamiche che portano il velo per libera scelta. Proprio per questo l'eventuale scelta di proibirlo non può essere assunta a cuor leggero, ma deve tenere conto di molti fattori. Uno di questi, credo, è che talvolta l'imposizione non nasce all'interno della famiglia, ma nel contesto più ampio della comunità degli immigrati; e allora la soluzione di ricorrere a istituzioni esterne - già di per sé mai indolore - non è più percorribile.

Paolo C: ma come facciamo a sapere che è quella dell'abstract la versione originale, e non l'altra? ;-)

Paolo C ha detto...

Ho scelto quella che ha un significato...

Giuseppe Regalzi ha detto...

Beh, come dicevo più su, «anch'io all'inizio ho pensato che mancasse un "non", ma poi mi sono reso conto che il ragionamento tornava lo stesso»: posso immaginare che una società sia libera e i suoi membri no. Ma la versione con il "non" suona più autentica, lo ammetto volentieri.

maddalena gasparini ha detto...

La scelta di indossare il burqa passa comunque attraverso un consenso (per quanto forzato) della donna. Come, del resto, la taglia 42 (come ebbe a dire una famosa modella degli anni 70). Per questo penso che il riferimento alle libertà (individuali vs comunitarie/culturali) sia insufficiente. Eppure resto favorevole alla sua proibizione, non per rispetto a una cultura che, non troppo diversamente da quella occidentale, preferisce donne subordinate a donne autonome, ma per una questione di civile convivenza. Mostrare e vedere il volto, poterlo ricordare, averne piacere o fastidio, fa parte della relazione con gli altri e le altre. Celare il viso intralcia e condiziona pesantemente l'incontro, qualunque sia la cultura e il grado di libertà che consente.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Nel caso della taglia 42 si ha, direi, per lo più un'introiezione dei valori della cultura circostante (o una patologia dell'alimentazione, ma lasciamo stare), e distinguerla da una libera adesione diventa anche concettualmente non del tutto semplice. Questo indubbiamente capita anche in tutti quei casi in cui una ragazza indossa il velo "con orgoglio", ma spesso si tratterà invece di imposizione diretta: o ti metti il velo o ti riempio di botte (o ti consideriamo una puttana, etc.). In questo senso si può pensare alla proibizione, pur con tutte le difficoltà che questa solleva.

Per quanto riguarda la civile convivenza, potresti aver ragione. Nello spazio comune delle vie e delle piazze vale sostanzialmente il rispetto della sensibilità comune (ne parlavo qui, tra l'altro con qualche accenno al velo), e se viene ritenuto improprio e persino illecito presentarsi agli altri in costume da bagno (salvo che sulla spiaggia) non si vede perché invece non dovrebbe esserlo coprirsi con un niqab.