Visualizzazione post con etichetta Piergiorgio Odifreddi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piergiorgio Odifreddi. Mostra tutti i post

martedì 5 giugno 2007

Piergiorgio Odiffreddi sulla pedofilia

Bellissimo intervento di Piergiorgio Odifreddi sulla questione pedofilia (Pedofilia e pretofilia, 5 giugno 2007, la Stampa). Ne riporto soltanto una parte. Da leggere tutto.

Monsignor Fisichella, che in trasmissione mi ha chiesto malignamente se conosco anche il latino, o solo la matematica, avrebbe forse dovuto preoccuparsi delle sue conoscenze in quest’ultima materia, visto che sembra non aver saputo (o voluto) afferrare la differenza tra «quattro», «quattromila» e «quattro per cento»... Ma anche un esperto di sole lingue morte avrebbe comunque dovuto apprezzare almeno la differenza tra epidemico ed endemico fatta dal giudice Anne Burke della Commissione d’Indagine Nazionale sugli scandali sessuali istituita dalla Chiesa Cattolica Statunitense (!), che nel filmato ha dichiarato: «Abbiamo scoperto che non si è trattato di un fatto epidemico, con più casi in una diocesi che in altre, ma di un fatto endemico, con le stesse percentuali di molestie sessuali sui minori in ogni diocesi».

Ora, i motivi dei tentativi di piccola censura del video da parte dei partiti politici clericali, e di grande copertura degli scandali da parte delle gerarchie ecclesiastiche, stanno tutti qui: nella paura, cioè, che questi dati possano lasciar inferire un comportamento sistematico da parte del clero, anche sulla base del fatto ben noto che le denunce di violenze sessuali in generale, e sui minori in particolare, riguardano solo una minima parte dei crimini che vengono invece commessi.

venerdì 2 febbraio 2007

L’incarnazione vivente di una barzelletta*

Ovvero, Antonino Zichichi.
Dalle Ultimissime dello Uaar apprendo e riporto fedelmente:

“Non siamo arrivati fino a qui con la scienza atea”: lo ha affermato ieri sera Antonio Zichichi, presidente della World Federation of Scientists [che ha fondato lui, NDR], nel suo discorso su “L’irresistibile fascino del tempo”, rivolto ai giovani universitari riuniti al Teatro Argentina di Roma, su iniziativa del Coordinamento degli studenti dei Collegi universitari e dell’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma. Zichichi ha spiegato come il calendario gregoriano e la scienza – le due più grande scoperte della nostra civiltà – siano legati alla fede. “Il calendario perfetto fu scoperto perché i cristiani non volevano sbagliare la data della resurrezione di Cristo, e la scienza moderna nacque quando Galileo cominciò a porre domande al Creatore sul mondo che vedeva intorno a se. Atto di ragione, o atto di fede?”, ha chiesto provocatoriamente Zichichi, che ha poi messo in guardia contro la mentalità attuale: “Visto che siete giovani, vi devo mettere sulla buona strada. Anche a Galileo hanno messo in bocca delle cose che lui non ha mai detto. Si accettano come verità scientifiche affermazioni che non sono mai state provate”, ha concluso Zichichi, definendo questo periodo come “l’età dell’Hiroshima culturale”.
(Fonte SIR)

Entrando nel sito della federazione mondiale di scienziati (mondiale, capito?, mica 4 spelacchiati che trafficano con i microscopi), alla voce About the Organization potrete trovare tante informazioni utili. Inizia così:
The World Federation of Scientists (WFS) was founded in Erice, Sicily, in 1973, by a group of eminent scientists led by Isidor Isaac Rabi and Antonino Zichichi. Since then, many other scientists have affiliated themselves with the Federation, among them T. D. Lee, Laura Fermi, Eugene Wigner, Paul Dirac and Piotr Kapitza.
Cosa aggiungere? Che l’unico merito dell’esistenza di Antonino Zichichi è quello di essere stato il pretesto per le meravigliose Zichicche e Zichicche 2 di Piergiorgio Odifreddi (* il titolo del mio post deriva dall’incipit di Zichicche 2: Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull’autore di questo libro, una delle quali rilevante in questa sede. Narra di un suo collega che ad un congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l’emozione muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta, e fra le nuvole non c’è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. “Ma come, è morto pure lui?”, gli chiede allarmato il nuovo arrivato. “No. In realtà la conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa”. Guardate la copertina del libro...). Di questo lo ringraziamo di cuore.

martedì 31 gennaio 2006

Intervista a Piergiorgio Odifreddi (di Chiara Lalli) *


Perché le biotecnologie evocano spesso fantasmi negativi? Perché fanno così paura?

Credo che sia la stessa paura che si ha nei confronti del buio: non appena si accende la luce svanisce, ma fino a che essa rimane spenta si teme che ci possa essere tutto il peggio. Con le biotecnologie in particolare, ma con la scienza in generale, è la stessa cosa: poiché non la si conosce, fa lo stesso effetto del buio. Ma non appena si accende la luce, cioè si studia e ci si informa, le cose acquistano il loro giusto colore: il che non significa che sia tutto buono o tutto accettabile, ma che i rischi e i pericoli sono precisi e circoscritti, e dunque affrontabili e controllabili.

Quale posto ha la razionalità nella tua vita?

Volendo quantificare l’inquantificabile, direi all’incirca il 50%. In fondo, abbiamo due modi di affrontare la realtà e di comprendere il mondo: l’intuizione istintiva e la razionalità deduttiva, che corrispondono più o meno ai due emisferi cerebrali. Voler usare solo un emisfero produrrebbe effetti tragici o comici, e la stessa cosa succede a chi si limita a essere puramente istintivo, o puramente razionale. Già il Buddha indicava nella “via di mezzo” il compromesso sensato da adottare nella vita quotidiana.

Cosa diresti a chi invoca l’indimostrabile o l’irrazionale come significato profondo dell’esistenza umana?

In parte ho già risposto. Ma aggiungerei che a farlo sono spesso, se non sempre, coloro che conoscono solo quello, e che avversano il razionale perché non conoscono nessuna delle sue espressioni, dalla matematica alla scienza alla filosofia analitica. Spesso invocare l’irrazionale è semplicemente una scorciatoia per dire “non ho voglia di studiare e di informarmi”, e preferisco dire cosa mi passa per la testa senza pensarci.

Spesso ciò che è incomprensibile (o meglio, insensato) riscuote successo; concetti confusi vengono dissimulati da un parlare che pretende di essere complesso, mentre è soltanto privo di senso (conosco molti esempi nella mia disciplina, da Hegel a Heidegger tanto per fare 2 nomi). Qualcuno dice che è il fascino della messa in latino. Perché questo fascino dell’incomprensibile (che è insensato, appunto, e non complesso)?

Non so quale sia il fascino della messa in latino: probabilmente quello dell’opera cinese. in altre parole, di una rappresentazione che intende convogliare significati profondi, e di cui si percepiscono soltanto invece gli aspetti superficiali e irrilevanti: come la forma delle lettere in un’edizione della “divina commedia”, senza capirne una sola parola.
Quanto a Hegel e Heidegger, coloro che li amano apprezzano probabilmente l’effetto delle parole in libertà, che è analogo a quello dei suoni in libertà della musica concreta: c’è chi li ama, ma c’è anche chi apprezza di più le parole in ordine, e le note in ordine. È questione di gusti: c’è chi apprezza Mozart o Brahms, e chi i rumori del traffico o gli strilli delle scimmie. A ciascuno il suo.

E perché, invece, l’incomprensibile (nel senso di complesso) della scienza non attrae, piuttosto allontana e insinua paure?

Perché qui si tratta di un incomprensibile diverso: si sa benissimo che i simboli delle formule matematiche o scientifiche, o i ragionamenti delle dimostrazioni dei teoremi, non sono messi a caso, e che dunque non se ne può avere un’opinione disinformata. Si possono soltanto studiare, e questo richiede sforzo assiduo e prolungato: è più facile rivolgersi all’incomprensibile che non può essere compreso per sua natura, che all’incomprensibile che non è compreso per nostra ignoranza.

Secondo te la religione risponde (o cerca di rispondere) alla paura della finitezza?

La religione non solo cerca, ma risponde a molte paure: in particolare, sicuramente, a quella della morte. Ma è una risposta di tipo consolatorio, basata su una rimozione: in fondo, non fa che dire che dietro all’apparenza della morte, ci sta un altro tipo di vita. Ed è una risposta talmente poco credibile, che infatti nessuno ci crede: le reazioni dei parenti e degli amici del defunto o della defunta in un funerale, non sono quelle di chi crede veramente che qualcuno che si amava sia passato a miglior vita, e che lo si rivedrà a tempo debito.
Ricordo invece di aver assistito a reazioni molto diverse in India, durante le cerimonie di cremazione dei cadaveri, ai quali gli indiani sembrano assistere in maniera molto più distaccata. Magari gli indù credono di più alle risposte religiose dell’induismo, di quanto i cristiani credano a quelle del cristianesimo. Anche perché queste ultime contengono una buone dose di macabro, che più che rimuovere la paura, finisce per aumentarla.

Ritieni che sia giusto poter scegliere di morire quando l’esistenza diventa insopportabile?

Ovviamente, sì. Ma noto che certe ideologie politiche e religiose preferiscono considerare la vita una condanna da scontare fino ad odiarla, piuttosto che un dono da godere soltanto fino a quando lo si ama.

L’amore è, almeno in parte, razionale?

Credo che ci siano tre tipi di amore, corrispondenti ai tre tipi di percezione fisiologica: viscerale, muscolare e cerebrale. l’amore viscerale è quello che sperimentiamo nei periodi di innamoramento, probabilmente nei confronti di una persona ideale che è in buona parte costruita mentalmente. L’amore muscolare è quello che associamo al sesso, mentre quello cerebrale è forse il più razionale, perché lo si sente nei confronti di una persona reale e veramente esistente, di cui conosciamo i lati buoni e cattivi. Le tre forme d’amore possono essere vissute simultaneamente nei confronti di persone diverse, ma possono anche convergere verso la stessa persona.

Sono in molti a pensare che la spiegazione o la conoscenza dei fenomeni finisca per togliere loro fascino e mistero: perché?

Perché il mistero deriva dall’ignoranza: non c’è mistero in ciò che si conosce, come non c’è mistero nell’esibizione di un prestigiatore che usa trucchi che si conoscono. Naturalmente, il mistero c’è anche nella scienza, ma riguarda appunto ciò che ancora non si conosce. O il perché le cose siano come sono: un problema che, come è noto, non è scientifico ma metafisico.

Che cosa pensi delle innumerevoli ‘scoperte’ del gene della timidezza oppure di quello responsabile della fine di un amore? Anche in questa riduzione e banalizzazione vedi un tentativo di contrastare l’angoscia che deriva dalla complessità dell’esistenza (e anche dalla consapevolezza che potremmo non riuscire a spiegare)?

Le periodiche scoperte del “gene per X” sono un tipico esempio di pseudoscienza: si sa che esiste una scienza chiamata genetica, ma si crede che agisca nel modo più banale, e che i geni determinino non le caratteristiche strutturali dell’organismo, ma quelle sovrastrutturali. Ancora una volta, la scienza (in questo caso, genetica) è più complessa di quanto si immagini certa filosofia (spicciola). Ma per saperlo, bisogna studiare!

Non rischia di essere contraddittorio cercare una risposta in un mistero (dio e la religione) che ha la pretesa di spiegare misteri che potrebbero trovare soluzioni più sensate?

Invocare dio come risposta di qualcosa, è soltanto un modo diverso per dire che non si conosce (ancora) la risposta. Come diceva Stanislaw Lem, lo scrittore di fantascienza: “dio è un mistero totalmente invisibile, invocato per spiegare un mistero totalmente visibile”. Il vero mistero non è che ci siano misteri, ma che qualcuno di questi a volte venga spiegato: gli altri rimangono, temporaneamente o permanentemente, nella “mente di dio”, cioè al di fuori della nostra.

* Una versione più breve dell'intervista è stata pubblicata il 25 gennaio ne Il Giornale di Sardegna.