Visualizzazione post con etichetta Pedofilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pedofilia. Mostra tutti i post

lunedì 9 luglio 2012

Moige. Il Male è sempre in agguato, e vuole te. Viaggio nelle crociate contro la pedofilia online

La scenografia è minima. C’è un bar sotto i portici, ci sono io che faccio le parole crociate, c’è la barista che pensa al suo cane. La radio locale trasmette musica, poi un breve notiziario. Parte la pubblicità. Sono le quattro di pomeriggio.

Azione.

Col tono pacato di chi, prima di annunciare i morti del giorno, vuol sapere se qualcuno ha da accendere, Milly Carlucci mi racconta che in Italia «il 40% dei minori è stato adescato da sconosciuti in Internet; e oltre 200.000 hanno accettato proposte oscene per una ricarica telefonica». Per porre fine a questa mattanza, il Moige sollecita le mie donazioni. Basta un SMS. Due euro.

Non è uno spot isolato. Su questa radio piacentina, identica per contenuto e forma a molte altre sul territorio nazionale, lo spot passa a intervalli regolari, ogni giorno. Si crea un anello: Shakira, sgominata gang di spacciatori in Val Trebbia, Shakira, la pedofilia online, e dopo questa bellissima canzone ascolteremo il 40% dei minori. Dopo un po’ non ci bado più, però continuo a pensarci. Cifre simili non possono essere state concepite a tavolino, né sparate a caso durante una riunione. Quelli del Moige devono avere in mano dei dati. Magari parziali, ma reali. Un campione che giustifichi e motivi questa crociata pro-bambini. Qualcosa.

E allora, ragazzi e ragazze, oggi andiamo a conoscere il Moige. Movimento Italiano Genitori.

Cercando “Moige” su Google uno tra i primi risultati è Genitori.it, un portale sempre gestito dal movimento e in maniera dichiarata, ma che ne rappresenta, se vogliamo, lo spin-off dedicato alla normalità. Si parla di salute, alimentazione, giochi; si danno suggerimenti per le vacanze, consigli pediatrici generali, ed è tutto molto – pulito. Sereno. Una bolla dove ogni conflitto si può risolvere entro i 22 minuti canonici, la figlia che vuole rincasare a mezzanotte come il figlio che ha preso la macchina senza permesso, e ha tamponato. (Che guaio!) Moige.it invece è il posto dove andare se volete sapere come se la passa il movimento, quali oggetti hanno attirato la sua attenzione.
Violetta Bellocchio, Studio, 9 luglio 2012. Continua.

martedì 29 maggio 2012

Rignano e il buonsenso

Sono dunque andati tutti assolti gli imputati del processo per i presunti abusi commessi sui bambini dell’asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio, dopo una vicenda giudiziaria la cui oscena assurdità è ricostruita oggi da Carlo Bonini («Troppe suggestioni e niente prove così è crollato il teorema dei pm», Repubblica, 29 maggio 2012, p. 25). Ma anche senza aspettare la conclusione delle indagini e del processo, sarebbe stato possibile rendersi quasi subito conto che qualcosa non tornava nelle accuse, con appena un minimo di modesto buonsenso; buonsenso che Bioetica può timidamente vantarsi di aver cercato di usare fin quasi dall’inizio.

Aggiornamento: davvero memorabile la chiusa di un articolo di Antonio Scurati sulla sentenza («Il fantasma dello stupro», La Stampa, 29 maggio, p. 1): «Rignano Flaminio è l’emblema di un Paese spaventato che troppo a lungo ha scambiato al mercato nero della Storia una illusoria irresponsabilità pubblica in cambio di una paranoia privata».

Aggiornamento 16/5/2014: l’assoluzione è stata confermata anche in appello.

lunedì 26 luglio 2010

Ho maggiore pietà per un sacerdote pedofilo che che per un prete gay

Bruno Volpe e il suo Pontifex sono noti per essere tra i peggiori rappresentanti della peggiore religione (sarebbe bene tenere a mente la radice etimologica).
Ma ogni tanto raggiungono vette inimmaginabili forse anche dai loro stessi ammiratori - ammesso che ne abbiano, ma temiano di sì.
Già il titolo basterebbe. Il Volpe è talmente coinvolto emotivamente che gli scappano due che: capita di balbettare quando si è presi da una discussione che ci accalora.
Dicevamo che il titolo basterebbe, eppure le dichiarazioni di tale monsignor Serafino Sprovieri, Vescovo Emerito di Benevento (tutto maiuscolo per il Volpe adorante) riportate con orgoglio meritano la nostra attenzione.
Eccellenza afferma

Costoro [i gay, manco a dirlo] con la loro vita dissoluta e depravata infangano la chiesa, sembrano inseriti in una mentalità pagana e volgare che tollera ed ammicca a queste perversioni, a queste anormalità. I gay che ostentano ...
... la loro diversità e la mettono in pratica, sono perversi, una cosa oscena, la Bibbia é chiara, non ammette repliche: la pratica della omosessualità é una vergogna, causa di esclusione dal Regno dei Cieli e motivo di allontanamento da Dio, motivo per il quale queste cose, a costo di passare per vecchi, superati, retrogradi, vanno dette e denunciate con vigore.
[...] sacerdozio ministeriale e omosessualità non possono coesistere, un gay non ha la mentalità equilibrata, stabile e limpida per poter esercitare questo ministero sacramentale con le carte in regola, motivo per il quale bisognerebbe stare attenti a chi fare entrare nei seminari. Coloro che hanno tendenze gay devono rimanere a casa e non infiltrarsi nei ranghi del clero.
Evviva Pontifex. Finalmente una parola chiara sul peggiore scandalo di questi tempi, una vera e propria offesa per la chiesa, integgerrima paladina di giustizia e umanità.
Qualcuno ha nominato le vittime? A parte la legge naturale e il diritto canonico pare non ci siano vittime. Somiglia tanto allo stupro come delitto contro la morale.

domenica 4 novembre 2007

Autodafè di Camillo Ruini

Camillo Ruini rilascia la sua prima intervista dai tempi della presidenza Cei; Aldo Cazzullo fa le domande; Ruini divaga quando non le ritiene sufficientemente cristiane (Ruini: attaccano la Chiesa perché adesso sta vincendo, Il Corriere della Sera, 4 novembre 2007).

Aldo: È proprio la coerenza della Chiesa con i suoi insegnamenti a essere in questione. Le si rimprovera di essere tutt’altro che povera.
Camillo: «Non credo affatto che la Chiesa sia ricca. Potrà esserlo il singolo ecclesiastico, ma non lo è certo la Chiesa come istituzione. Contrariamente a quel che viene proposto, il rapporto tra i mezzi di cui la Chiesa dispone e le opere che riesce a compiere è incredibilmente favorevole. E questo lo si deve al volontariato. La gran parte delle risorse della Chiesa non vengono dallo Stato ma dai fedeli, sia in forma di offerte sia in forma di militanza. Questo la gente lo percepisce; e vedere una campagna in senso contrario, che proietta un’immagine rovesciata e presenta la Chiesa come un’istituzione che prende anziché dare, suscita interrogativi, diffidenze, timori».
Ovvero: la nota questione che dalla somma delle parti non si ottiene il tutto riusata ad uso e consumo di Ruini. E se riformulassimo la domanda: Si rimprovera loro (ai singoli ecclesiastici) di essere ricchi, che cosa risponderebbe Ruini? Che è responsabilità dei singoli, non della Chiesa; che le pecorelle smarrite esistono ovunque e che la Chiesa le accoglie invece che respingerle (se portano una buona dote, le pecorelle, sono ancora più benvenute). Certo, certo: il volontariato. Di chi? E poi, soprattutto: se è volontariato, i mezzi economici che gli viene rimproverato di disporre sono salvi! Non usati per opere pie, insomma, ma per il benessere degli ecclesiastici. Interrogativi, diffidenze e timore sono condivisi da chi legge; per ragioni molto diverse da quelle di Ruini & Company però.
Aldo: Vi si accusa anche di nascondere le violazioni della morale sessuale, in particolare la pedofilia.
Camillo: «La fragilità umana esiste nella Chiesa come nel mondo intero. Neppure la Chiesa è fuori da un contesto socioculturale in cui la sessualità è concepita ed esaltata come fine a se stessa. Il contraccolpo è inevitabile, pure tra i credenti. Ci sono state, e temo continuino a esserci, realtà molto dolorose, che colpiscono profondamente quanti amano la Chiesa e in particolare coloro che hanno la responsabilità di governarla. Va anche detto che si può e si deve, sempre rispettando la dignità delle persone, essere attenti e vigili. Non è vero che queste realtà vengano coperte. Sia nella mia esperienza diretta, sia nell’esperienza di tanti altri, la vigilanza c’è sempre stata; anche se è difficile, poiché chi si rende responsabile di tali comportamenti tende a nasconderli. Ma la contestazione verso la Chiesa non si muove solo sul versante del vissuto».
Incredibile. Capolavoro di ipocrisia e del gioco delle 3 carte. La sessualità concepita ed esaltata come fine a se stessa? Non la sessualità, Ruini, la violenza, l’imposizione. Quanto siete abituati a maneggiare da secoli. Il potere e il sopruso. Con le eccezioni delle persone per bene, che esistono ovunque e che è solo merito loro – non certo di mamma Chiesa.
Ad essere ancora più incredibile è l’assenza di parole verso le vittime, quelle vere (gli abusati, se qualcuno avesse qualche dubbio). Secondo Ruini le conseguenze sgradevoli riguardano la Chiesa e i credenti (o quelli che amano la Chiesa, che non si capisce se coincidono con i credenti e sono una categoria distinta). Certo anche i responsabili di governare la Chiesa qualche fastidio dalla scandalo della pedofilia ce l’hanno avuto. Tutto questo baccano, in fondo, si sarebbe potuto evitare, no? Tanto se ti hanno stuprato, ormai è fatta, perché protestare? Cosa pensi di ottenere? Ma siamo più tranquilli, oggi, perché Ruini ha detto che bisogna essere “attenti e vigili”. Nel caso in cui si scopra qualcosa, omertosi. No, meglio: complici. Mica si tradiscono i colleghi mascherati da preti buoni. Non ti era stato chiesto conto, Ruini, delle reazioni dei singoli stupratori (si capisce che tendano a nascondere “tali comportamenti” – meglio sarebbe stato ricordare in modo meno ambiguo e usare espressioni più pertinenti: gli stupri o gli abusi sessuali), ma della reazione della Chiesa. Della copertura di Cosa Nostra ai picciotti distratti e vogliosi. Di questo si chiedeva. Ma il silenzio e l’ambiguità hanno la meglio sulla decenza. Il buon cuore è in cancrena da millenni.
Che accidenti è, infine, il “versante del vissuto”?

giovedì 16 agosto 2007

La Chiesa al di sopra della legge

Forse il miglior commento apparso finora all’incredibile intervista a Vittorio Messori per La Stampa, apparsa sabato scorso: Antonio Scurati, «La Chiesa nemica di se stessa», La Stampa, 15 agosto 2007, p. 1.

L’estate dei preti pedofili. Pedofili e santi. Forse così sarà ricordata l’estate del 2007. Corriamo il rischio che, di qui a cent’anni, quando gli storici si volteranno indietro a studiare la stagione che stiamo vivendo, vi individueranno l’origine di una trasformazione sconvolgente in seno alla Chiesa cattolica, il momento in cui la perversione sessuale cominciò a essere rivendicata quale privilegio ecclesiastico, l’abuso sull’infanzia e ogni altra manifestazione di sessualità patologica cominciarono a essere ritenute il normale contraltare della vocazione religiosa e la Chiesa tutta cominciò a essere percepita da gran parte della popolazione come un luogo separato dalla società, sottratto alle leggi e alle norme che governano la normale convivenza civile, un luogo al tempo stesso superiore e inferiore ad essa.
La Chiesa come arca di vizi demoniaci e angeliche virtù, che prende il largo in un mare sacro, per una navigazione terribile ma forse salvifica, su rotte comunque remote rispetto alla terra sottoposta alla legge degli uomini, quegli uomini che affannosamente la calcano, giorno dopo giorno, portando il loro fardello di piccole speranze e piccoli peccati. L’estate 2007 verrà forse ricordata come l’inizio di una regressione verso un passato arcano, al tempo stesso splendido e oscuro, verso un medioevo di grandi peccatori e grandi cattedrali.
Probabilmente questa rimarrà soltanto una fantasia ferragostana, suggerita dalla canicola e dai pasti abbondanti, ma è suggerita anche dai fatti delle ultime settimane e, soprattutto, da alcuni autorevoli commenti che li hanno accompagnati. Sabato scorso, sulle colonne di questo giornale, Vittorio Messori, uno dei più colti e stimati intellettuali cattolici, coautore di ben due papi (ha scritto libri a quattro mani sia con Benedetto XVI sia con Giovanni Paolo II), in una sconcertante intervista, ha dichiarato di non trovare nulla di scandaloso in un uomo di Chiesa che ogni tanto «tocchi qualche ragazzo» se poi «ne salva a migliaia». Dopo aver ricordato che molti santi e beati della Chiesa erano psicopatici vittime di gravi turbe della sessualità, Messori si è spinto fino a dichiarare che la pedofilia – forse il più odioso tra tutti i crimini, stando al senso comune – sarebbe, secondo un certo «realismo della Chiesa», nient’altro che «un’ipocrita invenzione». Poiché la linea di demarcazione tra l’adulto e il bambino sarebbe sempre in qualche misura convenzionale, non ci sarebbe nessuna sostanziale differenza tra un rapporto omosessuale consensuale tra due adulti e gli abusi di un adulto su di un bambino.
L’aberrante argomentazione di Messori – che io sinceramente mi auguro di aver frainteso – mira a scagionare preventivamente un prete come don Gelmini dalle accuse di molestie sessuali. Non con il dichiararlo innocente, ma con il ritenerlo esente dalla legge penale e morale, anche se colpevole. La sua presunta «santità» lo collocherebbe in uno stato d’eccezione sottratto alla giurisdizione umana.
Da leggere tutto.

domenica 15 luglio 2007

660 milioni di dollari: il prezzo dei preti pedofili

Per più di 500 vittime degli abusi dagli anni quaranta. Questo è il prezzo che pagherà la chiesa di Los Angeles.

domenica 10 giugno 2007

E Massimo Introvigne scoprì Bioetica

Segnalavo, in un aggiornamento al primo post della serie «Introvigne, il cardinale e il pedofilo», alcuni interessanti mutamenti subiti dall’articolo di Massimo Introvigne (che avevo lì commentato) subito dopo l’apparizione del mio pezzo; mutamenti che, pur con qualche contraddizione, potevano lasciar pensare a una conoscenza di quello che avevo scritto: per esempio, nel mio post avevo segnalato en passant come Introvigne scrivesse sempre «Mahoney» al posto di «Mahony», ed ecco che subito dopo nel suo articolo la forma corretta sostituiva ovunque quella errata. Adesso, dopo che è uscita la seconda parte del mio articolo, Introvigne modifica ulteriormente il suo pezzo, e questa volta afferma esplicitamente di avermi letto. Riporto qui di seguito, integralmente, il passo che mi riguarda, interrotto dai miei commenti (Introvigne, da parte sua, mi cita tra virgolette solo una volta, né offre link al mio post o a questo blog).

Un certo Giuseppe Regalzi, animatore di un blog che un’amica mi ha segnalato – evidentemente esagerando, ma ogni paradosso indica sia pur da lontano una verità – come un luogo dove si consiglierebbe l’eutanasia anche a chi ha preso il raffreddore,
Qui il paradosso indica solo, temo, che Introvigne dovrebbe scegliere meglio da chi si fa consigliare, per non fare la figura di chi demonizza preventivamente l’avversario (cosa che voglio sperare lontana dalle sue intenzioni). Quando l’esagerazione travalica i limiti del buon gusto, come in questo caso, non indica più «sia pur da lontano» una verità, ma il suo esatto opposto.
si abbevera oltre che al Los Angeles Times anche a un’altra fonte piuttosto torbida: il sito americano bishopaccountability.org che, come ha almeno il buon gusto di dichiarare apertamente, ha “lo scopo di rendere più facile la chiamata in causa dei vescovi americani” accusati di favorire la pedofilia. Una vera miniera per gli studi legali che si arricchiscono chiedendo risarcimenti miliardari, molto spesso con cause a contingency, dove una percentuale non rivelata al pubblico ma in genere piuttosto importante del denaro recuperato a titolo di danno non va alle “vittime” ma rimane agli avvocati. Uno sguardo a bishopaccountability.org rivela l’uso sistematico di una vera e propria arte che può ingannare solo chi non conosca la procedura legale americana: sono pubblicati atti parziali di processi, spesso tra l’altro non distinguendo chiaramente fra le deposition, che nelle cause civili americane non sono rese davanti al giudice ma solo davanti agli avvocati, e le vere e proprie testimonianze in tribunale, che hanno un peso ben diverso. Anche un giurista alle prime armi comprende facilmente che la pubblicazione selettiva degli atti (voluminosissimi) di cause complesse permette di far dire alle famose “carte” di cui parlava anche Totò più o meno quello che si vuole.
Io non mi abbevero al Los Angeles Times, di cui Introvigne ha raccontato le presunte malefatte nel paragrafo precedente, ma che non è mai citato nei miei post: ho seguito invece da vicino nella stesura del primo articolo della mia serie un articolo di Ron Russell, comparso sul New Times. Che è un altro giornale.
Quanto al sito bishopaccountability.org, la messa in guardia di Introvigne non riesce a nascondere il fatto che il sito riporta appunto documenti processuali. La deposizione di Mahony al processo del 2004, poi, non è affatto selettiva, ma integrale. Nel suo articolo Introvigne afferma di aver dato uno «sguardo ai documenti del processo civile di secondo grado», da cui verrebbe fuori la storia di Muñoz e Camacho: ma la storia di Muñoz e Camacho è venuta fuori proprio dalla deposizione che utilizzo io (anche se il processo a cui si riferisce non è, per l’esattezza, il processo civile di secondo grado). Perché Introvigne è libero di alludere alle stesse carte che io invece, secondo lui, avrei fatto male a citare? Se poi la trascrizione è infedele, Introvigne – che ha appunto dato uno «sguardo ai documenti del processo civile» – lo potrà provare con facilità.
Tuttavia perfino qui ci sono dei limiti. Il buon Regalzi, tra un appello e l’altro per l’eutanasia, vorrebbe far credere ai suoi lettori che l’allora vescovo Mahony non sospese i sacerdoti Munoz (che nei documenti processuali e in quelli diocesani è indicato, in effetti, come Munoz e non come Muñoz) e Camacho ma si limitò a trasferirli fuori della diocesi. Ma nella stessa deposition tratta da bishopaccountability.org (con tutte le riserve sulla fonte) Mahony dichiara che, con riferimento a questi due sacerdoti, “esercitai le mie prerogative di vescovo per porre fine alle loro facoltà e al loro incarico (terminate their faculties and their assignment)”. Il riferimento alle faculties (e non solo all’assignment, che è l’incarico o mandato per uno specifico ministero nella diocesi) è evidentemente alle facoltà sacerdotali in genere. Né risulta che Camacho e Munoz abbiano cercato di esercitarle in Messico o altrove.
A quanto ne so, in spagnolo il cognome Munoz non esiste; esiste invece il cognome Muñoz, che gli americani, non disponendo nelle tastiere dei loro computer, macchine da scrivere etc. del tasto «ñ», scrivono sistematicamente come Munoz.
Massimo Introvigne (gli risparmio l’epiteto di «buon»: a ciascuno il suo stile) mi deve aver letto molto affrettatamente (o dipenderà ancora una volta dai resoconti della sua amica tendente all’esagerazione?). Così scrivevo nel mio secondo post:
Mahony agisce rapidamente: sospende Padre Muñoz dalla facoltà di amministrare i sacramenti a Stockton […]. L’«esclusione dal ministero sacerdotale» dei due messicani, poi, si riferisce soltanto alla diocesi di Stockton [corsivi aggiunti]
È vero che non risulta che i due pedofili abbiano tentato di esercitare le loro facoltà sacerdotali in Messico; ma avrebbero potuto benissimo farlo. Mahony non aveva il potere di far loro perdere lo stato clericale: per questo avrebbe dovuto sollecitare un intervento della Sede Apostolica (cioè il Vaticano). Le facoltà che ha ritirato (ritengo – ma mi posso sbagliare – a norma di Cod. Iur. Can. 193 §3 – era 192 §3 nel vecchio codice) erano quelle e soltanto quelle che lui stesso aveva concesso (trascrizione, nn. 0021-0022):
Q. Okay. And did he have Your Eminence, so the jury will understand, what are faculties as it pertains to a priest?
A. Faculties is a term used to cover certain authorizations whereby a priest can hear confessions, preach, and administer the sacraments.
Q. Okay. So he can function as a priest of the diocese; correct?
A. Yes.
Q. And you gave Father Camacho faculties; correct?
A. I think Father Camacho yes, I did.
Muñoz e Camacho continuavano a essere a tutti gli effetti incardinati nelle – nel linguaggio ecclesiastico, cioè, a far parte delle – rispettive diocesi messicane, con tutti i diritti connessi (Cod. Iur. Can. 271 §2; cfr. trascrizione, n. 0021).
Quando poi i documenti dicono esattamente il contrario di quanto sostiene Regalzi, allora evidentemente nei documenti ci devono essere degli “errori”. Così, a proposito del fatto che la polizia sia stata informata del caso Munoz, Regalzi parla dell’“errore di un avvocato”. Tuttavia, è l’avvocato che sta agendo contro la diocesi che pone la domanda se sia stata chiamata la polizia per Munoz, e il cardinale risponde con un monosillabo su cui non è facile equivocare: “Sì”. Quanto alla presunta contraddizione con un altro brano della deposition dove Mahony affermerebbe di avere informato la polizia prima del 1985 del solo caso Camacho (quindi, si sostiene, non del caso Munoz), le cose non stanno proprio così. La sequenza è: “Prima del 1985, ha denunciato un sacerdote alla polizia?” – “Sì” – “Chi?” – “Don Camacho”. Non si afferma esplicitamente che si sia trattato solo di Camacho (la retorica conoscendo l’elencazione esemplificativa e non solo quella tassativa), a prescindere dal fatto che il seguito della deposition dimostra che c’è una certa confusione fra denuncia sporta personalmente da Mahony alla polizia e denuncia sporta da altre persone della diocesi diverse da Mahony.
A me pare che la situazione avrebbe consigliato fortemente al cardinal Mahony di procedere a un’elencazione tassativa; dallo svolgimento delle domande e delle risposte mi pare anche chiaro che l’avvocato si sia confuso (prima chiede chi sia il sacerdote denunciato – e la domanda per la precisione è «ha mai denunciato un sacerdote?» – e dopo qualche minuto fa il nome di Muñoz, di cui nel processo non s’era fino ad allora mai parlato in relazione alla polizia), mentre Mahony o non si è accorto dell’equivoco, o non ha ritenuto di far notare l’errore (non era, in quel contesto, un punto fondamentale). In ogni caso, anche ammesso che Mahony si fosse rivolto alla polizia, non sarebbe stato certo per indagini preliminari tese a stabilire la colpevolezza del sacerdote messicano, come invece vorrebbe Introvigne. Dalla deposizione:
Beh, nel caso di Padre Muñoz avevamo delle vittime specifiche, non una sola ma molte, che si presentarono con i loro genitori e confermarono tutti assieme cosa era loro successo a Tijuana. Così io non... non avevo davvero bisogno di nient’altro.
Andiamo avanti:
Più importante di tutto questo è l’impressione che chi ci intrattiene dottamente su questi temi non abbia mai assistito a una deposition e la confonda con la testimonianza resa davanti al giudice di un processo italiano. Da noi il giudice “razionalizza” le parole del testimone in frasi coerenti, mentre una deposition (un atto giudiziale cui chi scrive assiste spesso negli Stati Uniti) è semplicemente registrata con mezzi elettronici (un tempo, magnetici) e sbobinata senza cambiare una sola parola. Chiunque tenga conferenze e si sia visto proporre la pubblicazione di una registrazione sbobinata avrà certamente fatto esperienza di quanto diversa sia la trascrizione del parlato da una sequenza di frasi scritte nate come tali… o ricostruite nelle cause italiane dalla mediazione di un giudice. In realtà nessuno “parla come un libro stampato”, e la trascrizione di uno scambio di battute (magari vivace e ostile come avviene tipicamente in una deposition) non ha mai la precisione della scrittura.
Considerazioni interessanti: ma cosa hanno a che fare con il tema in esame? E dove mai avrei confuso la deposition di Mahony con «la testimonianza resa davanti al giudice di un processo italiano»?
Qualche volta, poi, Regalzi sega senza accorgersene il ramo stesso su cui è seduto. Per difendere il Los Angeles Times sostiene che non poteva conoscere in un articolo del 2002 i casi Camacho e Munoz perché sono emersi nel processo in cui è stato coinvolto il cardinale Mahony solo nel 2004. Ora, la controversia sull’attendibilità del Times nasce, come abbiamo visto, dal fatto che le sue inchieste sono presentate come frutto di indagini indipendenti, mentre l’Arcidiocesi di Los Angeles sostiene che fa semplicemente da megafono ai legai che cercano di spillare strabilianti risarcimenti alla Chiesa. Nel 2002 nel mondo delle carte bollate in cui si muovono questi avvocati i casi Camacho e Munoz non erano ancora entrati. Ma nel mondo reale esistevano fin dal 1984, e – dal momento che i vescovi che fanno sparire i preti di notte e di nascosto esistono solo nei romanzi gotici dell’Ottocento – dovevano avere lasciato qualche traccia, che un “giornalista investigativo” che si rispetti avrebbe dovuto essere capace di trovare. Conclusione: nel 2002 il Los Angeles Times conduceva le sue inchieste esplorando il mondo delle carte bollate gentilmente fornite dagli avvocati e non andando a indagare nel mondo reale: che è precisamente quello che sostiene l’Arcidiocesi.
L’Arcidiocesi accusa il Los Angeles Times, mentre io – lo ripeto – mi rifacevo al New Times, il cui reporter Ron Russell ha ottenuto interviste originali da quasi tutti i testimoni principali (o almeno, da quelli che si sono lasciati trovare e intervistare). L’Arcidiocesi non ce l’aveva con lui.
Secondo esempio di autogol: si cita come scandaloso il fatto che “13 anni dopo aver lasciato la diocesi di Stockton” il cardinale Mahony non si ricordi più in una su testimonianza dei casi Camacho e Munoz (mentre se ne ricorderà in testimonianze successive, verosimilmente avendo fatto qualche ricerca nelle carte della sua vecchia diocesi). Ora, a parte il fatto che non si capisce bene perché il cardinale dovrebbe mentire su circostanze che avrebbero giocato a favore della Chiesa e non contro, è precisamente il contrario: non avendo passato tredici anni della sua vita a rimuginare sui casi Camacho e Munoz, è del tutto verosimile che dopo oltre un decennio Mahony non ricordi con precisione quei fatti. Se li avesse avuti, come si dice, sulla punta delle dita senz’altro il Times lo avrebbe accusato di ripetere una lezione ben preparata dagli avvocati dell’Arcidiocesi.
Di nuovo, Introvigne mi deve aver letto con disattenzione: ho dedicato molte righe a rispondere alla domanda sul perché «il cardinale dovrebbe mentire su circostanze che avrebbero giocato a favore della Chiesa e non contro». Nessuno, poi, pretende che Mahony ricordasse con precisione; ma che ricordasse almeno vagamente, sì.
Infine, non è ben chiaro che cosa si voglia dimostrare, dal momento che non si nega l’essenziale, e cioè che nel caso O’Grady la diocesi si rivolse alla polizia e che il documentario Sex Crimes and the Vatican omette di riferire questo fatto essenziale, preferendo insistere sul comportamento imprudente della Chiesa (senza spiegare che questo coinvolgeva anche i terapisti consultati dal vescovo e la stessa polizia) durante e dopo i fatti del 1984.
Anche di questo ho parlato ampiamente nel primo post, dove nego appunto il «fatto essenziale»: non è stata affatto la diocesi a rivolgersi alla polizia, ma lo psichiatra William Guttieri che ha raccolto la confessione di O’Grady e che per preciso obbligo di legge ha dovuto avvertire le autorità civili.

Aggiornamento: in un’agenzia della Associated Press del 24 ottobre 2006 trovo alcuni passi di due lettere scritte da Mahony ad Antonio Muñoz e al superiore di questi a Tijuana:
In a letter dated Sept. 18, 1981, Mahony wrote to Munoz at the Tijuana diocese informing the priest of his dismissal.
«For the spiritual and pastoral good of the people of the Dioceses of Stockton, please remain over there in Mexico,» the letter said in Spanish. «If you, sir, would like to visit here for whatever reason, then I would have to inform police and immigration officials».
The letter ends with Mahony urging the priest to obtain «the professional and spiritual help you need».
Mahony also wrote a second letter dated the same day to Msgr. Juan Jesus Pasadas Ocampo of the Tijuana diocese about Munoz.
«It seems best to us that he doesn’t return here ever, because there are many parents disposed to inform police about his actions,» the letter said in Spanish. «I hope that Father Munoz is not able to serve in a parish where there is the possibility to find more youngsters. He is truly (a) psychopath, and in reality he needs a lot of professional help» [corsivi miei].
Mi pare che se Mahony avesse avvisato la polizia per allertarla contro un possibile ritorno di Muñoz dal Messico (all’epoca della scoperta dei suoi misfatti il sacerdote si trovava a Tijuana), questo sarebbe stato espresso chiaramente, in particolare nella lettera a Pasadas Ocampo; a maggior ragione ciò sarebbe avvenuto se Mahony avesse sollecitato o fatto sollecitare le autorità messicane a procedere contro Muñoz.

Aggiornamento 2: Introvigne ha modificato per l’ennesima volta la sua pagina (ormai ridotta a un palinsesto illeggibile), ma solo per affermare che anche se non ho usato come fonte il Los Angeles Times, in realtà l’ho usato lo stesso. Così sia.

Aggiornamento 3: incredibile, un altro inciso di Introvigne!
né vale sostenere che chi materialmente informò la polizia era lo psichiatra incaricato dalla diocesi di esaminare O’Grady, perché dal punto di vista legale in quel momento il dominus dello psichiatra Guttieri era la diocesi, e ogni comunicazione dello psichiatra con la polizia era a tutti gli effetti una comunicazione della diocesi
I meriti vanno attribuiti agli uomini concreti, non agli enti astratti. Il vescovo e i suoi collaboratori non hanno avvertito la polizia; lo ha fatto uno psichiatra da loro incaricato, e solo per adempiere un obbligo di legge che lo riguardava personalmente. Poco tempo dopo il vescovo ha promosso il reo confesso. Tanto basta.

Aggiornamento 4: ulteriori sviluppi qui.

sabato 9 giugno 2007

Introvigne, il cardinale e il pedofilo / 2

Nella prima parte dell’articolo abbiamo ricostruito la storia dei rapporti intercorsi tra il 1980 e il 1985 tra l’allora vescovo di Stockton Roger Michael Mahony (oggi arcivescovo di Los Angeles e membro del Sacro Collegio cardinalizio) e il pedofilo Padre Oliver O’Grady, seguendo da vicino l’esposizione che Ron Russell del New Times di Los Angeles aveva fatto del caso. Nella ricostruzione del giornalista spicca però apparentemente un’assenza: che ne è dei due sacerdoti pedofili che negli stessi anni del caso O’Grady, stando a Massimo Introvigne, Mahony segnala alla polizia, e che vengono sospesi a divinis non appena i poliziotti confermano «che, dietro al fumo, c’è del fuoco»? Russell, in effetti, non ne fa parola – tanto che da qui in avanti dovremo proseguire da soli nella ricostruzione dei fatti. Siamo forse di fronte a un esempio di perfida censura laicista?
In realtà, Ron Russell non poteva sapere nulla del caso: il suo articolo è del 18 aprile 2002, mentre il cardinale Mahony rivela i fatti soltanto il 23 novembre 2004 – non durante il processo di secondo grado, come sostiene Introvigne, ma nel corso di un nuovo processo istruito grazie ad una legge statale del 2002, che aveva sollevato temporaneamente i termini della prescrizione sui casi di abusi sessuali a danno di minori (Don Lattin, «Cardinal Mahony accused of perjury in sex abuse case», San Francisco Chronicle, 11 dicembre 2004, p. B-3).
È istruttivo leggere un passo della deposizione di Mahony – condotta sotto giuramento – nel corso del processo contro O’Grady, il 12 giugno 1998:

D. Durante il periodo di tempo in cui è stato vescovo di Stockton, ci sono stati altri sacerdoti [oltre O’Grady] coinvolti in casi di abuso sessuale nei confronti di bambini?
[…]
R. Di nuovo: non ricordo alcun altro caso durante il mio periodo.
D. Beh, se ci fosse stato qualche altro caso quando lei era vescovo di Stockton l’avrebbe sicuramente saputo, non è vero?
R. Oh, certo. Ma non ricordo nessun altro caso.
D. Niente altri casi?
R. Non che io sappia.
D. Questo è stato l’unico?
R. Sì.
Da notare che chi fa le domande non è un crudele inquisitore, ma l’avvocato della diocesi, Mr Diepenbrock! Dunque 13 anni dopo aver lasciato la diocesi di Stockton il cardinal Mahony non riesce più a ricordare quello che nel corso del processo del 2004 indicherà come il suo primo caso di un sacerdote pedofilo; un caso, per giunta, di cui si era occupato in prima persona; e nessuno dei suoi collaboratori presenti al processo, come per esempio il vicario generale Cain, sente il bisogno di rinfrescargli la memoria in una delle pause. Alla richiesta di spiegazioni il cardinale così risponderà nel 2004:
Avevamo avuto molti avvenimenti nell’Arcidiocesi di Los Angeles [durante il 1998], ed ero molto preoccupato. C’era stata la visita del Santo Padre. C’erano stati i terremoti. C’erano state le rivolte. C’era stato di tutto. E io molto semplicemente non ricordavo tutto ciò che era avvenuto a Stockton molti anni prima.
Le ragioni addotte da Mahony ricordano irresistibilmente quelle che John Belushi offre alla ex fidanzata Carrie Fisher, da lui abbandonata tempo prima davanti all’altare, e che ora lo minaccia con un mitra, in una memorabile scena di The Blues Brothers:
Woman: You miserable slug! You think you can talk your way out of this? You betrayed me!
Jake: No, I didn’t! Honest... I ran out of gas. I – I had a flat tire. I didn’t have enough money for cab fare. My tux didn’t come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood! Locusts! IT WASN’T MY FAULT, I SWEAR TO GOD!
Non stupisce davvero che diverse voci si siano levate ad accusare il cardinale di spergiuro...
Ma, si obietterà, se le cose stanno come scrive Massimo Introvigne, perché mai Mahony avrebbe dovuto omettere di riportare due casi che mostravano come fosse capace all’occorrenza di fare ciò che andava fatto con i pedofili? Quelle circostanze non tornavano chiaramente a suo vantaggio? La risposta, temo, è ovvia: le cose non stanno come le descrive Introvigne...

Vediamo i fatti. Nel 1981 Antonio Muñoz, un prete messicano che si trova ospite da qualche tempo della diocesi di Stockton in qualità di associate pastor, viene accusato di aver condotto alcuni adolescenti in Messico per abusare di loro. Informato della cosa dal vicario ispanico Fernando Villalobos, Mahony agisce rapidamente: sospende Padre Muñoz dalla facoltà di amministrare i sacramenti a Stockton (trascrizione, nn. 0023-0024), e gli impedisce di tornare negli Usa (il sacerdote si trovava al momento a Tijuana). Nel corso della deposizione Mahony non dice mai di avere sollecitato un intervento della polizia, anzi lo nega, dapprima implicitamente:
Beh, nel caso di Padre Muñoz avevamo delle vittime specifiche, non una sola ma molte, che si presentarono con i loro genitori e confermarono tutti assieme cosa era loro successo a Tijuana. Così io non... non avevo davvero bisogno di nient’altro.
Lo nega poi esplicitamente, quando afferma di aver denunciato per la prima volta in vita sua un pedofilo alla polizia in occasione del successivo caso Camacho (trascrizione, n. 0121; alla luce di questo la menzione di Muñoz più avanti – trascrizione, n. 0124 – è sicuramente il lapsus di un avvocato).

Nel settembre del 1983 Padre Antonio Camacho, un altro prete messicano ospite della diocesi, invita due quindicenni a pranzo. Nel pomeriggio li porta al rettorato della parrocchia di San Stanislao a Modesto; lungo la strada acquista una dozzina di birre. Chiuso nella sua stanza con i ragazzi beve a lungo; verso le 11 di sera propone ai due di rimanere per la notte (col permesso, che ottiene, di uno dei genitori). Una volta a letto tenta più volte di molestarli. La mattina dopo li riaccompagna a casa; in seguito propone loro più volte di rivedersi, naturalmente senza successo. Stavolta i due ragazzi e uno dei loro genitori si rivolgono direttamente al vescovo, il 15 febbraio dell’anno dopo. Gli raccontano che anche altri giovani della parrocchia hanno subito le medesime attenzioni da parte di Padre Camacho, e spiegano che prima di rivolgersi alla polizia hanno pensato fosse opportuno rivolgersi al vescovo. Mahony li assicura che sospenderà immediatamente Camacho; al che i suoi ospiti rispondono che non adiranno le vie legali se il prete ritornerà alla sua diocesi di origine, a San Juan de Los Lagos, in Messico.
Partiti i ragazzi Mahony convoca i vicari James Cain e Fernando Villalobos. Assieme decidono di costringere Camacho ad abbandonare immediatamente la diocesi di Stockton e gli Usa. Il prete pedofilo arriva in ufficio alle 11 della stessa mattina. Viene informato delle accuse che lo riguardano, e si lancia subito in un discorso incoerente (in cui accusa un prete della diocesi di Oakland di avergli causato un cancro alla gamba con un calcio...). Mahony gli porge una lettera di benservito, gli chiede di tornare alla sua diocesi per cercarvi aiuto spirituale, e gli comunica che l’accaduto sarà riportato al suo vescovo. Dopo che il prete se n’è andato parla al telefono con la diocesi di Oakland, per discutere – essì – del problema alla gamba di Camacho.
Il messicano si rivela però un osso duro. Comunica di non volersi recare in Messico ma bensì a Union City, in California (nella diocesi di Oakland). Fin qui abbiamo seguito un rapporto dello stesso Mahony, depositato negli archivi segreti della diocesi; il resto è ripreso dalla trascrizione del processo.
Un mese dopo, il 15 marzo, Mahony chiama il Capitano House del Dipartimento di Polizia di Modesto. Non sollecita indagini, di cui come s’è visto non ha mai sentito il bisogno, ma solo di ‘consigliare’ Camacho a tornare in patria. House parla nel proprio ufficio con Camacho e deve risultare convincente, perché il giorno dopo Mahony gli comunica con una lettera che il prete s’è deciso a partire. Manifesta la speranza che Camacho darà seguito alla decisione e che si sottoporrà alle terapie necessarie una volta in patria, e si impegna a scrivere una lettera a tutti i vescovi degli Stati occidentali degli Usa in cui consiglia di non conferire incarichi al messicano, dovesse presentarsi presso di loro. La speranza si rivela vana, perché Camacho non parte (non immediatamente, almeno; la conclusione della vicenda non è chiara). Mahony non avverte mai le vittime che Camacho si aggira ancora nella zona, né ci sono prove che abbia mai comunicato alla polizia di Union City che un molestatore si trova nella loro città (trascrizione, nn. 0085-0086).

Come si vede, la ricostruzione di Introvigne – il cui «sguardo ai documenti del processo» deve essere stato davvero rapidissimo – non trova alcun riscontro nei fatti. Non c’è nessuna «conferma» da parte della polizia che i sacerdoti accusati siano effettivamente colpevoli, né alcuna indagine o arresto da parte delle autorità civili: c’è solo l’aiuto prestato in una occasione da un detective per fare opera di ‘convinzione’ – peraltro fallita. L’«esclusione dal ministero sacerdotale» dei due messicani, poi, si riferisce soltanto alla diocesi di Stockton (tant’è vero che Mahony promette di sconsigliare agli altri vescovi di assumere Camacho); per quello che se ne sa, i due preti, una volta tornati in Messico, potrebbero benissimo aver proseguito la loro attività pastorale. Non c’è nessuna riduzione permanente allo stato laicale, e nessun processo canonico viene avviato o sollecitato.
Le differenze rispetto al caso O’Grady sono in effetti minime. Anche in quell’occasione la polizia ha un ruolo secondario, ed è essa a dipendere dalle iniziative del vescovo, non viceversa; anche nel caso di Muñoz e Camacho, inoltre, possiamo in un certo senso parlare di spostamento dei colpevoli in un’altra parrocchia, sia pure eseguito meno cerimoniosamente. E tuttavia una differenza esiste. Anche O’Grady è uno straniero, e inoltre non è – fino alla promozione del 1984 – un pastore della diocesi, ma solo un associato, non diversamente dai due messicani: per privarlo della possibilità di amministrare localmente i sacramenti non c’è bisogno di un processo canonico (come chiarisce lo stesso Mahony, trascrizione, n. 0236). Perché dunque non è stato invitato con le buone o con le cattive a tornarsene nella natia Irlanda?
È questo punto imbarazzante che, probabilmente, ha causato la «dimenticanza» di Mahony nella deposizione del 1998. Nel 2004, richiesto di spiegare la differenza di trattamento, invocherà l’incertezza sulla colpevolezza di O’Grady. Ma O’Grady – a differenza dei messicani – era reo confesso! Lo psichiatra William Guttieri, che raccoglie la confessione del sacerdote, avverte l’avvocato della diocesi, e dunque il vescovo ne doveva per forza essere a conoscenza. Nella deposizione del 2004 gli avvocati della parte lesa chiedono conto al cardinale di questo punto specifico, ma l’avvocato Woods, che assiste Mahony, si oppone recisamente all’ammissibilità della domanda (trascrizione, n. 0092).

La nostra curiosità sembra dunque destinata a rimanere insoddisfatta; ma è possibile avanzare una congettura. La differenza tra O’Grady e i messicani sembra essere tutta nel diverso comportamento delle rispettive vittime. Passivi gli Sloan, che non denunciano il molestatore di Nancy; passivi gli Howard, con una madre irretita sentimentalmente dal sacerdote e un figlio che non conferma le accuse di molestie; minaccioso invece il padre dei due ragazzi molestati da Camacho, che ventila una denuncia alla polizia, e la ritira solo di fronte all’assicurazione che il colpevole verrà deportato in Messico (nel caso di Muñoz abbiamo meno particolari, ma come abbiamo visto Mahony sottolinea che le vittime erano «molte» e che erano venute a protestare accompagnate dai genitori).
In tutti i casi, Mahony sembra attenersi al principio di minimo sforzo. Le vittime minacciano lo scandalo? Rimandiamo i molestatori al loro paese e alla loro diocesi. Le vittime sono remissive? Evitiamo le rogne di una deportazione (Camacho docet!) e limitiamoci a un trasferimento di parrocchia.


È una ricostruzione corretta? Per dirlo dovremo esaminare altri casi; perché i preti pedofili con cui ha avuto a che fare Roger Mahony non finiscono qui.

(2 - continua)

Aggiornamento: la mia replica alla risposta di Introvigne.

giovedì 7 giugno 2007

E Polis contro la pedofilia e il BoyLove Day

Il 23 giugno si celebrerà il “BoyLove Day”, la giornata dei pedofili. Un’iniziativa internazionale promossa da un reticolo di associazioni che dialogano attraverso numerosi siti internet con il dichiarato scopo di diffondere la “cultura della pedofilia” e solidarizzare con i violentatori di bambini in carcere. Siti nei quali, oltre agli appelli per accendere una “candela azzurra” il prossimo 23 giugno, compaiono foto di minori semi-nudi e si lanciano inviti al sesso libero tra adulti e adolescenti. Di fronte ad un tale scempio, ci appelliamo all’Unione Europea, all’Unicef e, più in generale, a tutte le istituzioni affinché il “BoyLove Day” non si celebri e affinché vengano oscurati tutti i siti Internet dove si sta propagandando questa iniziativa. Occorre reagire con forza e sostenere questa battaglia di civiltà per la tutela dei nostri figli e dei bambini di tutto il mondo dall’orrore degli abusi e delle violenze.
Per le adesioni: http://petizione.epolis.sm/.

martedì 5 giugno 2007

Introvigne, il cardinale e il pedofilo / 1

Massimo Introvigne non sta risparmiando le forze per controbattere le tesi del documentario Sex, Crimes and the Vatican. Oltre all’articolo più noto, «Preti pedofili, le falsità del video Bbc» (Avvenire, 30 maggio 2007), ripreso con largo risalto da tutta la stampa integralista e ateo-clericale (e a cui è capitato il curioso incidente di venire sostanzialmente plagiato da un blogger privo di scrupoli, e ulteriormente diffuso in questo camuffamento dalla parte meno accorta della blogosfera cattolica), Introvigne si è cimentato in altre prove minori. In «Il documentario sui preti pedofili: tante bugie sul caso O’Grady», così scrive a proposito delle accuse mosse al Cardinal Roger Michael Mahony (che Introvigne chiama costantemente «Mahoney»), arcivescovo di Los Angeles, che dal 1980 al 1985 fu vescovo di Stockton e superiore di Oliver O’Grady, mentre questi commetteva i suoi crimini e veniva spostato di parrocchia in parrocchia invece di venire consegnato alla polizia:

Uno sguardo ai documenti del processo civile di secondo grado – dove i danni sono stati ridotti a meno di un terzo – mostra che O’Grady non la racconta del tutto giusta. Egli afferma – con evidente gioia degli avvocati – che il vescovo di Stockton (e oggi cardinale di Los Angeles) Roger Mahoney sapeva che era un pedofilo e, nonostante questo, lo aveva mantenuto nel ministero sacerdotale. La causa racconta un’altra storia. Mahoney diventa vescovo di Stockton nel 1980. Tra il 1980 e il 1984 deve occuparsi di tre casi di preti accusati di abusi sessuali su minori. Fa qualche cosa che stupirà i fan del documentario della BBC: non solo indaga, ma segnala i sacerdoti alla polizia. In due casi la polizia conferma che, dietro al fumo, c’è del fuoco: e i sacerdoti sono sospesi a divinis, cioè esclusi dal ministero sacerdotale. Nel terzo caso, quello di O’Grady, la polizia nel 1984 archivia il caso e dichiara il sacerdote innocente. Mahoney si limita a trasferirlo, dopo che due diversi psicologi che lo hanno esaminato per conto della diocesi hanno dichiarato che non costituisce un pericolo. Tutti sbagliano: non solo perché già nel 1976 O’Grady aveva “toccato in modo improprio una ragazzina” (tutto si era risolto con una lettera di scuse e, contrariamente a quanto dice l’ex prete, gli avvocati non hanno potuto provare che il vescovo lo sapesse) ma perché si trattava di un soggetto pericoloso, che finirà arrestato e condannato.
Errori? Certo. Complotti? È un po’ difficile sostenerlo, dal momento che il vescovo e poi cardinale Mahoney – uno dei “cattivi” del documentario – di fronte a tre preti accusati di abusi nella diocesi ne sospende due dal sacerdozio ma non il terzo, fidandosi in tutti e tre i casi delle indagini della polizia e del parere degli psicologi.
Di fronte a questo ulteriore reperto dell’eloquenza di Introvigne gli integralisti sono andati ancora una volta in estasi; ma è veramente giustificato l’entusiasmo?

In un articolo estremamente documentato apparso qualche anno fa sul New Times di Los Angeles («Mouth Wide Shut», 18 aprile 2002), il giornalista Ron Russell ha ripercorso le vicende del caso O’Grady e del ruolo che Mahony vi aveva svolto. Il reportage di Russell è basato sulle trascrizioni del processo, ed è confermato da numerosi resoconti giornalistici apparsi altrove. Seguirò da vicino il suo racconto, che gli ha fruttato in seguito un premio giornalistico; la sua qualità dovrebbe apparire evidente anche dalla mia modesta sintesi.
Tutto comincia nel 1976, con l’invito rivolto da un giovane sacerdote ai genitori di Nancy Sloan, 11 anni, a lasciare che la figlia trascorra quattro giorni con lui nella parrocchia della città di Lodi in California. Lusingati da tanta attenzione i due accettano con entusiasmo; ma quattro giorni dopo quella che si vedono tornare a casa è una bambina confusa e atterrita, che rivela di essere stata molestata ripetutamente dal suo ospite, Padre Oliver O’Grady. I due telefonano a un altro sacerdote, Cornelius DeGroot, che si rivolge subito a O’Grady, e gli strappa una confessione. Conduce quindi O’Grady dall’allora vescovo di Stockton, Merlin Guilfoyle; ma con grande sorpresa di DeGroot il vescovo non denuncia il pedofilo, né compie alcun passo per metterlo in condizione di non nuocere: si limita ad inviarlo da uno psicoterapeuta. Identiche cure vengono offerte alla bambina degli Sloan, che scelgono purtroppo di non denunciare i fatti alle autorità civili. O’Grady, secondo il copione più usato in questi casi, viene spostato in un’altra parrocchia. DeGroot, di propria iniziativa, riesce tuttavia a strappargli una lettera di scuse ai genitori di Nancy, una copia della quale finisce nel fascicolo di O’Grady.
A questo fascicolo il successore di Guilfoyle, Roger Mahony, aveva naturalmente accesso; eppure, afferma Introvigne, «gli avvocati non hanno potuto provare che il vescovo lo sapesse». Sembra però che i giurati dei due processi la pensassero in modo differente, vista la condanna al pagamento di ingenti risarcimenti comminata alla diocesi. E indubbiamente suona un po’ strano che il vescovo non abbia mai sentito il bisogno di consultare il fascicolo personale di un prete che si sarebbe ben presto trovato al centro di altre vicende scabrose, né che un uomo definito da uno dei suoi collaboratori come un «maniaco del controllo» (control freak) non conoscesse alcuna delle voci che circolavano sul conto di O’Grady nella diocesi.
Alla fine degli anni ’70 Oliver O’Grady ha ripreso la sua carriera di molestatore nella città di Turlock, ai danni di James e Joh Howard, che violenterà lungo i successivi 10 anni, assieme ad altri dei loro fratelli; non contento, avvierà una relazione anche con la signora Howard. Nell’ottobre del 1980 il marito della Howard, pur se separato ormai dalla moglie, segnala alle autorità della diocesi – di cui Mahony è vescovo da sei mesi – che il prete frequenta troppo assiduamente la ex moglie e che, soprattutto, si apparta troppo spesso con i figli. In particolare, protesta Roland Howard, O’Grady ha prelevato pochi giorni prima il figlio della coppia, di due anni, e ha trascorso la giornata assieme a lui, da solo.
Anche questa lettera finirà nel fascicolo riservato di O’Grady; e anche questa volta Mahony affermerà di non averla mai letta (Introvigne glissa sull’episodio – lo spazio, si sa, è tiranno...). Per la verità un collaboratore del vescovo, il vicario generale James Cain, avrebbe sì parlato a Mahony del fatto; ma disgraziatamente, si sarebbe limitato alla liaison con la signora Howard: neppure una parola – giura il vescovo – sui rapporti equivoci con i bambini. Mahony ha un colloquio con O’Grady, che nel 1982 viene trasferito a Stockton; ma le molestie continuano.
Nel 1984 le cose sembrano precipitare. In seguito a un episodio che rimane oscuro, O’Grady viene affidato alle cure del dr. William Guttieri, psichiatra (e, incidentalmente, parrocchiano della stessa chiesa di O’Grady). Durante una delle sedute O’Grady confessa le molestie a James Howard. Guttieri avverte Tom Shephard, avvocato della diocesi, e denuncia il prete alla polizia (la legge dello Stato glielo impone). Afferma Introvigne che la polizia «archivia il caso e dichiara il sacerdote innocente»; ma il rapporto del detective che si occupa del caso, Jerald Cranston, dice altrimenti.
Ann Howard, interrogata da lui, ammette che alcuni dei suoi figli hanno passato in più occasioni la notte con O’Grady; ma il piccolo James Howard non conferma di avere subito molestie. A Stockton il poliziotto riceve una telefonata dell’avvocato Shephard: l’episodio, lo rassicura questi, è un fatto totalmente isolato. A quanto pare, l’avvocato (che in tribunale negherà tuttavia la circostanza) avrebbe assicurato al detective che O’Grady sarebbe stato sottoposto a terapia e spostato ad un incarico dove avrebbe avuto a che fare soltanto con adulti.
In effetti, il prete viene inviato presso un altro psicoterapeuta, John Morris, a cui confessa la propria pedofilia. Per ragioni ignote, Morris non includerà questo fatto nel rapporto scritto inviato a Mahony, né in seguito sarà in grado di ricordare con sicurezza cosa avesse detto a voce al vescovo; ma scrive comunque:
Padre O’Grady rivela un grave difetto di maturazione. Non solo per quello che riguarda il sesso, ma – fatto ancora più importante – per ciò che riguarda le relazioni sociali; mostra inoltre di essere affetto da una seria depressione psicologica. Forse Oliver non è autenticamente vocato al sacerdozio.
(Father O’Grady reveals a severe defect in maturation. Not only in the matter of sex, but more importantly in the matter of social relationships, and shows a serious psychological depression. Perhaps Oliver is not truly called to the priesthood).
Un testimone confermerà al processo che era cosa ben nota all’epoca tra i preti della diocesi che O’Grady fosse un molestatore di bambini. Ma l’incredibile è già avvenuto: tre settimane prima dell’arrivo del rapporto, alla fine del 1984, O’Grady si trova già in una nuova parrocchia, San Andreas, piena zeppa di bambini. Non solo: Mahony lo ha anche promosso a un gradino superiore della carriera ecclesiastica. Un altro particolare sconcertante: nonostante, come abbiamo visto, Guttieri avesse avvertito l’avvocato della diocesi prima ancora di chiamare la polizia, il vescovo, testimoniando al primo processo, negherà di avere mai parlato con lo psichiatra della confessione di O’Grady. A San Andreas O’Grady continuerà e aggraverà le molestie sui piccoli Howard, e nel frattempo sceglierà nuove prede locali nelle persone di una giovane donna e dei suoi figli. Mahony, nel frattempo, sarà passato anch’egli a più alti incarichi, come arcivescovo di Los Angeles.
Nel 1986 Nancy Sloan, la prima vittima di O’Grady (prima in questa vicenda, non in assoluto), era giunta a Stockton in cerca di notizie sul destino del suo aguzzino. Le autorità della diocesi l’avevano rassicurata: O’Grady si era volontariamente sottoposto a terapia; non era stato coinvolto in altri incidenti di natura sessuale; e in ogni caso, era stato assegnato ad incarichi in cui non poteva avere contatti con bambini. Tutte menzogne, come abbiamo visto.

(1 - continua)

Aggiornamento: l’articolo di Introvigne che qui si discute ha subito poco dopo l’uscita di questo post alcuni mutamenti: Mahoney è diventato finalmente Mahony, e subito prima dell’ultimo paragrafo ne è stato aggiunto uno nuovo, in cui si discetta contro innominati personaggi che si sarebbero rifatti ai resoconti – menzogneri, va da sé, per Introvigne – del Los Angeles Times. Non credo che Introvigne sia un lettore di Bioetica, e in ogni caso qui abbiamo avuto come fonte il New Times (che non si stampa più), non il Los Angeles Times. Terremo comunque d’occhio il mutevole articolo di Introvigne, per dare conto di eventuali altri cambiamenti...

Aggiornamento 2: sono stato troppo scettico: ce l’aveva proprio con me.

Piergiorgio Odiffreddi sulla pedofilia

Bellissimo intervento di Piergiorgio Odifreddi sulla questione pedofilia (Pedofilia e pretofilia, 5 giugno 2007, la Stampa). Ne riporto soltanto una parte. Da leggere tutto.

Monsignor Fisichella, che in trasmissione mi ha chiesto malignamente se conosco anche il latino, o solo la matematica, avrebbe forse dovuto preoccuparsi delle sue conoscenze in quest’ultima materia, visto che sembra non aver saputo (o voluto) afferrare la differenza tra «quattro», «quattromila» e «quattro per cento»... Ma anche un esperto di sole lingue morte avrebbe comunque dovuto apprezzare almeno la differenza tra epidemico ed endemico fatta dal giudice Anne Burke della Commissione d’Indagine Nazionale sugli scandali sessuali istituita dalla Chiesa Cattolica Statunitense (!), che nel filmato ha dichiarato: «Abbiamo scoperto che non si è trattato di un fatto epidemico, con più casi in una diocesi che in altre, ma di un fatto endemico, con le stesse percentuali di molestie sessuali sui minori in ogni diocesi».

Ora, i motivi dei tentativi di piccola censura del video da parte dei partiti politici clericali, e di grande copertura degli scandali da parte delle gerarchie ecclesiastiche, stanno tutti qui: nella paura, cioè, che questi dati possano lasciar inferire un comportamento sistematico da parte del clero, anche sulla base del fatto ben noto che le denunce di violenze sessuali in generale, e sui minori in particolare, riguardano solo una minima parte dei crimini che vengono invece commessi.

sabato 2 giugno 2007

Elogio di una Chiesa ipocrita e di un Monsignor Temerarietà

Aldo Grasso si erge a difensore di Rino Fisichella, o meglio a suo grande ammiratore per il suo contegno durante il dibattito sulla pedofilia clericale (Elogio di Fisichella Monsignor Coraggio, Il Corriere della Sera, 2 giugno 2007). E l’ammirazione è pienamente condivisa: ma per ragioni molto diverse da quelle proposte da Aldo Grasso. Per la sua fredda tenuta emotiva, per la sua compostezza; non ultimo per la sua presenza cinematografica degna di un Clint Eastwood ai tempi d’oro.

Dice Grasso che Fisichella “è stato il vero protagonista della serata: sia nel confessare il profondo senso di tristezza per le vittime innocenti, sia nella composta fermezza con cui ha difeso la Chiesa”.
E io domando: vi erano alternative? Impossibile non essere (o almeno non mostrarsi) tristi per le vittime, e altrettanto impossibile non difendere la Chiesa (per un Monsignore qualunque, figuriamoci per Monsignor Coraggio). Che sia riuscito negli intenti è un’altra storia.
Prosegue Grasso: “Non ha negato i fatti, non si è trincerato dietro qualche alibi: «Chiunque sa, denunci quel che è successo, purché questo sia vero». Poi ha rincarato la dose, scagliandosi contro «le persone che non avrebbero mai dovuto diventare preti». «Queste persone — ha detto il vescovo — hanno gettato discredito sulla grande maggioranza di preti onesti, che tutto fanno pur di dimostrare la correttezza della loro vocazione. Hanno creato una situazione di scandalo e mancanza di credibilità che è un danno incolmabile»”.
Negare i fatti sarebbe stato un atto suicida. Quanto al descrivere i preti pedofili come non proprio preti, rischia di apparire come una furba strategia per scindere l’essere prete e l’essere pedofilo come contraddittori, impossibile che convivano. Il che significa che se sei pedofilo non sei davvero prete. Ecco il colpo da maestro. Non sono parti marce interne, ma estranei penetrati a causa di un sistema immunitario debole, distratto, più interessato ai dogmi che alle persone. Ma soprattutto era difficile non percepire dalle sue parole che la vittima principale fosse la Chiesa, e non i bambini in carne ed ossa. La rispettabilità e la credibilità di una macchina millenaria, non i bambini abusati.
Ha raggiunto quasi il grottesco, Monsignor Coraggio, quando ha citato un documento recente nel quale erano stati indicati i mali più terribili, quelli verso cui la Chiesa si sarebbe scagliata. Un brivido mi ha percorso la schiena quando la pedofilia veniva nominata solo per terza (terza su 3), e al primo posto si piazzava l’offesa alla comunione! (Sembrava quasi di percepire la delusione come quando nell’annunciare l’ordine nel podio non abbiamo conquistato né la medaglia d’oro né quella d’argento. Soltanto che qui non ci sono in ballo medaglie o competizioni sportive).
Deprecabile la conclusione di Grasso: “Il documentario pareva piuttosto un rancoroso regolamento di conti e, per fortuna, è stato bilanciato dalla presenza in studio del monsignor Fisichella. I cui compiti non si sono però esauriti: con la sua forte presenza televisiva, simbolicamente si è caricato sulle spalle la croce del garante. Ora toccherà a lui far sì che la giustizia per i preti pedofili non sia così lenta come pare essere, toccherà a lui spazzar via l’impressione di silenzio complice che da più parti viene denunciato”.
Io temo che da spazzare via ci sia molto di più che “l’impressione di silenzio complice”. Ma ha letto qualcosa, signor Grasso, oltre a ad ascoltare attentamente le parole del temerario di platoniano sapore (più che coraggioso) Fisichella?

martedì 29 maggio 2007

I soliti noti

Massimo Introvigne promuove un appello per fermare il documentario spazzatura (questa è la ragione) Sex Crimes and the Vatican (Venti parlamentari chiedono stop a video preti pedofili BBC, ImgPress, 25 maggio 2007).

Firmano: i senatori Antonio Battaglia (An), Laura Bianconi (Fi), Paola Binetti (Margherita), Luigi Manfredi (Fi), Alfredo Mantovano (An), Luca Marconi (Udc), Gaetano Quagliariello (Fi), Giacomo Santini (Dc), Gustavo Selva (An), Francesco Storace (An) e i deputati Isabella Bertolini (Fi), Gabriella Carlucci (Fi), Riccardo Migliori (An), Angela Napoli (An), Patrizia Paoletti Tangheroni (Fi), Simonetta Licastro Scardino (Fi), Roberto Ulivi (An), Luca Volontè (Udc), Michele Vietti (Udc) e Marco Zacchera (An).
Sottoscrivono anche oltre ottanta intellettuali (?) e docenti universitari, cattolici e laici. Tra di essi Franco Cardini e Aldo Mola, lo psicologo Claudio Risé, il giurista Mauro Ronco e il sociologo Pietro De Marco.

lunedì 28 maggio 2007

Ratzinger e la Crimen Sollicitationis

Monsignor Betori è reciso:

Il documentario della Bbc, ha affermato Betori, «non rispetta la verità, ad esempio quando attribuisce a Ratzinger la paternità di un documento emanato dalla Congregazione della Dottrina della Fede 19 anni prima della sua nomina alla guida del dicastero».
Quasi sprezzante Andrea Galli:
Il pezzo forte del servizio infatti consisteva (e ancora consiste) nell’accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto “garante” per 20 anni – da quando fu nominato prefetto vaticano – del testo Crimen sollicitationis, che è un’istruzione emanata in realtà dal Sant’Uffizio il 16 marzo 1962. Da notare la data: nel 1962 infatti Joseph Ratzinger non era certo prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede, essendo in quel tempo ancora teologo molto impegnato nella sua Germania.
Più asciutto Massimo Introvigne:
Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania).
A questo punto uno può dire: ma guarda un po’ questa BBC, che non è capace del più semplice controllo sui propri testi! Anche qualche blogger laico (ma non tutti) è apparso imbarazzato, e ha tentato di minimizzare la cosa come una imprecisione irrilevante.
Andiamo allora a vedere cosa si dice effettivamente nel documentario della BBC. Useremo la trascrizione disponibile sul sito dell’emittente. I punti in cui si accosta il Cardinale Ratzinger all’istruzione Crimen sollicitationis sono questi:
Instead of reporting O’Grady the church hid him from the authorities. No mistake, but part of a secret church directive. The man responsible for enforcing it was Cardinal Joseph Ratzinger, now Pope Benedict XVI. […]
The procedure was intended to protect a priests reputation until the church had investigated. But in practice it can offer a blueprint for cover-ups. The man in charge of enforcing it for 20 years was Cardinal Joseph Ratzinger, the man made Pope last year. […]
So Joseph Ratzinger was at the middle of this for most of the years the Crimen was enforced.
Come si vede, non si afferma nemmeno una volta che Ratzinger sia l’autore dell’istruzione, ma soltanto che per un ventennio (più precisamente, 23 anni) sia stato il responsabile supremo della sua applicazione, in quanto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Da dove nasce l’equivoco in cui sono caduti uno dopo l’altro gli illustri personaggi citati sopra? Probabilmente questi signori hanno visionato il documentario sottotitolato in italiano, che ne rende in questo modo i punti chiave:
Responsabile di quella imposizione fu il Cardinale Joseph Ratzinger […]
Fu Ratzinger a imporlo per 20 anni […]
Joseph Ratzinger si occupò di questo per parecchi anni, dopo l’emanazione del Crimen sollicitationis.
Una versione, dunque, leggermente equivoca. A venire condannata, però, non è la traduzione ma l’originale, senza che nessuno di quelli che sparano sentenze si sia dato la pena di ascoltare l’audio in inglese.
Le fonti originali! Le fonti originali! Forse dovremmo introdurre lo studio della filologia nella scuola dell’obbligo – e anche nei seminari, naturalmente.

domenica 27 maggio 2007

La difesa impossibile della chiesa


Più che dall’autore del pezzo è dal titolo che si capisce cha aria tira (Sui crimini sessuali la Chiesa non ha mai taciuto, Don Alessandro Galeotti, l’Occidentale, 26 maggio 2007). Sebbene la scelta sia stata difficile, due passaggi sono significativamente rivoltanti.

Sui crimini sessuali da parte di sacerdoti la Chiesa non ha mai taciuto, evidenziando non solo il proprio sgomento, ma anche la solidarietà innanzitutto con le vittime di tali gravissimi atti. Le sanzioni disciplinari sono state rigorose ed esemplari. Non ha mai dimenticato di essere lo strumento di misericordia, ma ha anche affermato un principio di giustizia.
[…]
Perché questo tentativo di diffamazione e altri simili contro il Pontefice? Benedetto XVI è diventato, con il suo alto profilo di ragione e di interrogazione alla coscienza moderna, un punto di riferimento per un nuovo umanesimo che coinvolge credenti e laici in una profonda ripresa di vita che potrebbe rinverdire questa stanca e sfiduciata Europa. Che sia ancora una volta il papa di Roma a compiere questo servizio alla coscienza e all’azione, infastidisce le anime belle del laicismo contemporaneo.
(I corsivi sono miei. 7 in condotta e invidia laicista: reazione e controreazione di una chiesa.)

sabato 19 maggio 2007

Nessun pedofilo, solo qualche indigestione

Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può. Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico sfogo a rovistare nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualche lisca di pesce o di qualche uovo in decomposizione. Confidando magari che qualche organo di informazione, più o meno clandestino, non faccia troppo lo schizzinoso, e rilanci generosamente il tutto, offrendo al proprio pubblico come sicuro il cibo ampiamente avariato.
Squisite metafore gastronomiche quelle usate da Andrea Galli (Infame calunnia via internet, Avvenire, 19 maggio 2007): lisca di pesce, uovo decomposto, cibo avariato. Squisite lobotomie della realtà: bambine e bambini abusati. Bambine e bambini abusati da preti (sconvolgente la simulazione in aula di O’Grady: “Sally… vieni bella bambina… fatti abbracciare… ”. Confesso che mi interrogo sulla opportunità di far interpretare al reo i suoi modi di adescamento piuttosto che di raccontarli semplicemente).
Secondo Andrea Galli si tratterebbe di questo: cibo avariato. E nel suo articolo servile e disgustoso non c’è nemmeno una parola, un dubbio, una domanda su tutte queste bambine e tutti questi bambini. Chissà, magari pensa davvero che siano tutte calunnie, nonostante vi siano prove ineludibili.
Ma che dico? Secondo lui invece è tutto falso. In base a quali argomentazioni?
Si tratta di un pot-pourri di affermazioni e pseudo-testimonianze che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò l’augusta Bbc a “vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell’attaccare senza motivo Benedetto XVI”.
Gran dimostrazione della inconsistenza delle accuse davvero! Come dubitarne?
Poi si intorta con la data dell’emanazione del Crimen Sollicitationis (16 marzo 1962) che scagionerebbe Ratzinger. Ah! Non poteva averlo scritto lui.
E infine ci spiega cosa fosse questo testo (a noi fetenti): bella retorica del Galli, cui non posso rispondere perché non ho ancora letto il documento per intero (anzi, se avesse la cortesia di farcelo avere tradotto in italiano, gli sarei eternamente grata e lui all’eternità dovrebbe crederci). Certo è che dagli stralci letti nel documentario (fazioso e ingiurioso) emerge una realtà diversa da quella proposta da Galli. Pazienza.
D’altra parte “I calunniatori dovrebbero chinare il capo e chiedere scusa”. Meglio se con un po’ di cenere.

(Per una critica più puntuale rimando ad Aioros e lo ringrazio per la sua infinita pazienza.)

venerdì 18 maggio 2007

Crimen Sollicitationis



Qui una versione più lunga (documentario della BBC, 29 settembre 2006).

sabato 5 maggio 2007

I video di Rignano

Sulla Repubblica di oggi Carlo Bonini riporta la trascrizione dei video girati dai genitori dei bambini di Rignano Flaminio («Rignano, video-choc dei bambini. “Fai vedere il gioco della scuola”», 5 maggio 2007, p. 21; attenzione, non adatto a chi si impressiona facilmente). E annota:

Abbiamo visto entrambi i video. La trascrizione dei loro passaggi salienti è sufficiente perché ognuno possa giudicare se, come e fino a che punto le sollecitazioni dei genitori hanno formato e indirizzato il racconto dei loro bambini. Se i loro racconti sono sufficienti a rispondere con certezza a una domanda: chi e come ha esposto questi bimbi a un’esperienza sessuale che non è e non può essere della loro età?
Sì, se le ‘prove’ sono tutte qui, è sufficiente. Tristemente sufficiente. Mi aspetto – di nuovo, se le prove sono soltanto queste – che il tribunale del riesame disponga prossimamente la liberazione di tutte le persone incarcerate.

giovedì 3 maggio 2007

Rignano Flaminio e i barbari

Un bellissimo post sulla vicenda di Rignano Flaminio, in forma di lettera a un «amico barbaro» («Io-non-so-nulla», Leonardo, 30 aprile 2007):

Io e te abbiamo una cosa in comune: non sappiamo niente. Non per maleducazione o negligenza. La nostra è un’ignoranza tecnica: le poche cose che abbiamo imparato, le sappiamo da servizi giornalistici confezionati non troppo professionalmente.
Siccome io non so niente, come te, non ho molto da dire su Rignano. Mi sembra tutto pazzesco. Ma non avendo ancora accennato all’idea di strozzare le maestrine a mani nude, probabilmente passerò come un innocentista. In realtà no: non sono innocentista: sono uno che non sa niente. Ma non ha importanza: per uno come te, che “sa”, quelli che non sanno sono ultra-garantisti, piagnoni intellettuali, checche, e non checche qualsiasi, ma checche passivamente complici di reati di pedofilia, per cui domattina dovrai cambiare bar e spiegare a qualcun altro cosa faresti “se mi avessi tra le mani”.
Da leggere tutto.

lunedì 30 aprile 2007

Inesistenti contraddizioni


Mi era sfuggito questo pezzo di prosa davvero ignobile (per usare le parole di chi me lo ha segnalato): Di omofilia e omofobia, Il Foglio, 28 aprile 2007. Sottotitolo: La chiesa cattolica è contraddittoriamente accusata di omofilia e di omofobia patologiche. Nella mozione di Strasburgo si è rischiato un secondo caso Buttiglione. Qui si discute il problema, che è interessante.
Firmato (vedi accanto):

Perché la chiesa cattolica è accusata da chi non la ama di essere patologicamente omofila e patologicamente omofoba? Il principio di contraddizione dovrebbe impedirlo, invece succede.
Già solo l’incipit meriterebbe una dissertazione filosofica implacabile. E noiosamente lunga. Cerco di essere sintetica.
Il principio succitato è quel principio “secondo il quale io non posso affermare e negare nello stesso tempo, e prendendo i termini nello stesso senso, un predicato di un soggetto” (questo dice Gabriele Giannantoni, e io lo cito volentieri e con un po’ di nostalgia – era un gran maestro il Gabriele!)
Insomma non posso dire di X che è A e non-A. Per i nostri intenti è utile tenere a mente quel “prendendo i termini nello stesso senso”. Intendendo i termini “omofilia” e “omofobia” in senso letterale potremmo anche avallare il richiamo al principio di contraddizione e riscontrare che è contraddittorio predicare al contempo filia (amicizia, simpatia, tendenza, affinità, favore) e fobia (paura di carattere patologico) verso qualcuno.
Suonerebbe strano, insomma, dirsi al contempo affini e spaventati da X. Se provo simpatia per Mario non dovrei allo stesso tempo esserne spaventato. Ma se spostiamo l’attenzione sulla inevitabile contraddizione che caratterizza alcuni sentimenti umani la situazione si complica. Se poi leggiamo oltre ci rendiamo conto che “omofilia”, per il proboscideo, non ha affatto il significato di volere bene agli uomini (sentimento più o meno sessualmente connotato), ma di abuso:
Il Vaticano ha ammesso drammaticamente le sue insufficienze nel controllo e nella dissuasione di fenomeni di abuso omofilo in alcune importanti diocesi americane, e non solo in esse.
(I corsivi sono miei.)

Allora la contraddizione tra “essere omofobi” e “abusare sessualmente di qualcuno” (che sia dello stesso sesso è poco rilevante) non ha più quella cristallina chiarezza esistente tra il predicare A e non-A di X. “Abuso omofilo” si avvicina ad essere un ossimoro.
Mi auguro che il fatto di avere ammesso inadeguatezza nel controllare e nel dissuadere dagli abusi non voglia suonare come una giustificazione o, peggio, una assoluzione verso gli abusi compiuti e verso i responsabili degli abusi. Né da parte della chiesa, né da parte del quadrupede ingombrante.
Per quanto riguarda le “alcune importanti diocesi americane” (ove sottolineo “alcune”) non posso che rimandare per l’ennesima volta alla mappa degli abusi (dal sito di Deliver Us from Evil) e al database di quanti sono usciti fuori dal controllo della chiesa e non sono stati dissuasi dallo stuprare.
Ma, al di là delle manipolazioni interessate e delle montature mediatiche wasp (white anglo saxon protestant) che pure ci sono state, la chiave di tutto, per le persone informate e non prevenute, è sempre stata questa: nel suo ordine, la chiesa tende a derubricare quel che noi consideriamo reato in peccato, inosservanza comportamentale o violazione canonica dentro una comunità sociale di amore che ha per tema decisivo la salvezza dell’anima di ogni peccatore. Ecco perché al posto delle denunce tempestive, nella diocesi di Boston e in altre ci furono, in misura sicuramente minore di quel che suggerisce la campagna anticattolica sviluppatasi negli anni scorsi, provvedimenti blandi, trasferimenti, tentativi di correzione nel silenzio (e anche al fondatore dei Legionari di Cristo, gravemente sospettato di abusi omofili, è stato risparmiato un pubblico processo).
La chiave di tutto: il reato diventa l’errore di una pecorella smarrita; siccome ogni peccatore deve avere salva l’anima si insabbia l’abuso; alla voce “salvezza dell’anima” si evita il pubblico processo. Ecco perché! Ora sì che è chiaro. E che cosa ne è dei bambini abusati? Di quanti in nome di Cristo sono stati costretti a soddisfare i bisogni carnali di chi avrebbe dovuto badare alle loro anime? Di quelli che non si toglieranno mai più di dosso lo schifoso odore degli umori sessuali e mai più dalla orecchie il frusciare delle lunghi vesti scure?
Dunque quella chiesa che è percepita come omofila, luogo di una vocazione omosessuale diffusa e mal controllata, spesso trasformata in violenza psicologica o altro, è in realtà una comunità monosessuale in cui si manifestano problemi tipici di altre comunità simili (basti pensare al concetto ironico inglese di “autonomia della flotta” per spiegare la sessualità dei marinai), e questi problemi sono accuditi con l’intenzione di correggere i comportamenti e salvare le anime, cioè offrire una speranza di redenzione individuale a ciascuno. Non è indulgenza omofila, per così dire, è solo che la chiesa fa il suo mestiere, per così dire.
Vorrei appellarmi ad un altro principio: quello dell’onestà. Un conto è la questione sessuale tra consenzienti (che scopino, che si fottano fino a non poterne più); un altro conto è la violenza e l’abuso. Quanto al mestiere della chiesa, niente di nuovo.
Ed ecco il gran finale.
Se ci riflettete lo stesso vale per la presunta omofobia “malata” della chiesa, l’altra e contraddittoria accusa che le viene rivolta. La chiesa, come tutti sanno, accoglie, confessa, assolve gli omosessuali, e nella realtà della sua vita e anche della sua dottrina li ama, li predilige come pecorelle smarrite, e da molto tempo ormai la chiesa-istituzione è molto laica nell’affrontare questa questione sociale (non scordiamoci che l’omofobia era la regola sociale diffusa fino a tre decenni fa, per esagerare, anche nella società civile occidentale, ed è legge nel mondo islamico). Li ama dunque, e tuttavia, anche qui, vuole correggere quei comportamenti, li ritiene significativi, non omologabili alla costruzione di amori e famiglie biparentali classiche. Insomma, anche qui la chiesa corregge, ha un modello, una dottrina sociale, un catechismo, una sua idea di verità da proporre. Ed eccoci al punto chiave. Dai tempi del caso Buttiglione, che si ripete in forma meno grave con la parte della mozione antiomofoba approvata ieri l’altro a Strasburgo in cui si cerca di coinvolgere la chiesa nell’accusa di omofobia (per il resto la mozione va benone), si è visto che l’Europa politica, per come si esprime nelle sue classi dirigenti euroburocratiche del Parlamento europeo, tribuna laicista quant’altre mai, vuole stangare la presunta omofobia della chiesa e, anche se non lo sappia, esprime in questo la stessa cultura anticattolica delle campagne sull’omofilia della chiesa. Una chiesa che si proponga di correggere i comportamenti, madre e maestra, è inaccettabile in una società neosecolarista, poco laica, intollerante verso qualunque principio educativo che alluda a qualcosa piuttosto che al niente, quando questo qualcosa abbia un contenuto oggettivo di verità. L’omofobia va messa al bando, certo, ma anche la pedagogia cattolica? È laico questo? No.
Di Buttiglione abbiamo già detto. Della laicità pure. Così della idiozia e di tante altre amenità. Una sola scottante questione rimane inevasa: ma l’elefantino ci fa o ci è? Tertium non datur (oppure sì?).