L’ultrà clericale Rino Cammilleri sembra aver cominciato una sua piccola crociata personale contro il trapianto di organi. Dopo aver inciampato qualche giorno fa su una questione tecnica (come messo in rilievo da Vinoemirra, clericale anche lui ma prima di tutto anestesista), ci prova di nuovo, e questa volta fa le cose in grande («Ma una persona non può essere soltanto un corpo», Il Giornale, 25 settembre 2006):
Sul numero dell’8 settembre 2006 della rivista Science alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Liegi coordinati dal neurologo Adrian Owen hanno rese note le esperienze scientifiche condotte su di una paziente in stato di morte cerebrale. La donna, una ventitreenne inglese ridottasi in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema di scanner Mri (immagini per risonanza magnetica), ha mostrato di rispondere a stimoli verbali: «Nonostante la diagnosi di stato vegetativo, la paziente conservava la capacità di comprendere ordini parlati e di rispondere attraverso la sua attività cerebrale».Il dotto Cammilleri, insomma, vorrebbe guidare i suoi stessi pastori; tanta ambizione, però, dovrà essere purtroppo rimandata ad altra occasione. La morte cerebrale – la condizione di chi può essere soggetto all’espianto degli organi – e lo stato vegetativo persistente (o permanente) – la condizione della donna dell’esperimento riportato da Science – sono infatti due cose completamente differenti. Nella morte cerebrale l’intero cervello è morto, e ogni sua attività è per definizione assente; il paziente è tenuto in vita tramite un respiratore. La probabilità che una persona in questo stato riprenda le normali funzioni del cervello è pari a quella che a un amputato ricresca l’arto che ha perso. Nello stato vegetativo persistente il cervello ha ricevuto un danno di estensione variabile, ma alcune aree – in primo luogo il tronco cerebrale, che regola le principali funzioni vegetative – sono vive e funzionanti. I pazienti non rispondono alla maggior parte degli stimoli (e devono trovarsi in questa condizione da almeno un anno, prima che la diagnosi sia possibile), ma respirano autonomamente e non si trovano in coma. Ovviamente la legge proibisce di espiantarne gli organi.
Insomma, l’attività cerebrale di questa donna era uguale a quella di una persona normalmente cosciente. … Così hanno commentato i ricercatori: «Inoltre, la sua decisione di collaborare con gli autori immaginando compiti concreti quando le chiedevano di farlo rappresenta un chiaro atto intenzionale, che conferma al di là di ogni dubbio che era consapevole di se stessa e di ciò che la circondava».
Il fatto apre scenari nuovi, perché una persona «consapevole di se stessa e di ciò che la circonda» non è morta ma viva. … Se la cosiddetta «morte cerebrale» non è affatto morte e nemmeno cerebrale, come si può continuare a espiantare soggetti che, a quanto pare, sono vivissimi anche se non sembra? Nella polemica tra sostenitori dell’eutanasia e obiettori, chi pretendeva l’ultima parola era la medicina. Come nel caso di Terry Schiavo. Ma adesso pare proprio che la medicina abbia cambiato parere, e allora non solo l’eutanasia ma anche l’espianto di organi dovrà essere ripensato. E pure la Chiesa dovrà rivedere qualcuna delle sue certezze, visto che raccomandava la donazione di organi. Altro che «testamento biologico».
Questa distinzione è stata ripetuta fino alla nausea in innumerevoli articoli, libri e trasmissioni televisive a carattere divulgativo; è stranota a chiunque si sia occupato anche solo superficialmente della questione dei trapianti – ma a quanto pare, non a Rino Cammilleri né ai redattori del Giornale, né a qualcuno – il primo di una lunga serie, c’è da temere – che si è bevuto l’articolo di Cammilleri in una sola sorsata, senza batter ciglio e con palese soddisfazione.













