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sabato 1 marzo 2008

Capolinea per le staminali amniotiche?

Ricordate le staminali amniotiche, da molti salutate come trionfo della ricerca ‘etica’ sulla malvagia tecnoscienza delle staminali embrionali? Anna Meldolesi ci informa sulle ultime novità – non troppo incoraggianti («Le cellule embrionali rimangono ancora necessarie», Il Riformista, 29 febbraio 2008, p. 3):

Sostituire il paradigma dell’aut aut con quello dell’et et. Il motto proposto da Veltroni al convegno dei cattolici del Pd funziona bene anche per la ricerca con le cellule staminali adulte ed embrionali. A confermarlo sono le notizie in arrivo da Nature Biotechnology: ricordate quando un anno fa Paolo De Coppi e Anthony Atala hanno scoperto una sorprendente versatilità nelle cellule staminali del liquido amniotico? I soliti noti hanno utilizzato questo lavoro per sostenere che delle cellule di origine embrionale potevamo tranquillamente farne a meno, e hanno interpretato questa scoperta come la dimostrazione di una tesi paradossale. Quella secondo cui i divieti farebbero bene all’avanzamento della scienza. Ora però una lettera pubblicata da un gruppo di ricercatori italiani sulla più importante rivista scientifica dedicata alle biotecnologie gela tutti questi prematuri entusiasmi: a quanto pare l’exploit di De Coppi e Atala potrebbe essere stato soltanto un petardo.
La tentazione di ripescare gli articoli sul tema di Eugenia Roccella, i commenti di Luigi Bobba, le polemiche del Foglio contro Ignazio Marino è forte, inutile nasconderlo. Ma è meglio resistere. Quella che è appena arrivata, infatti, non è una bella notizia per nessuno. Perché scopriamo di avere in mano un minor numero di carte vincenti nella difficile partita della medicina rigenerativa. E perché questo settore di ricerca rischia di perdere credibilità a forza di smentite, bufale e confutazioni.
Ma andiamo con ordine. Il lavoro che ha come primo firmatario De Coppi viene pubblicato sempre su Nature Biotechnology il 7 gennaio 2007. In tutta fretta, nell’edizione online per non aspettare l’uscita su carta. Quando si parla di staminali le riviste scientifiche sanno di poter sbarcare sui telegiornali, perciò non c’è tempo da perdere. Anche perché l’11 gennaio il Congresso americano metterà nuovamente ai voti la proposta di legge per allentare le restrizioni sulle embrionali. La cassa di risonanza, dunque, è assicurata. De Coppi e i suoi colleghi del Wake Forest Institute for Regenerative Medicine e dell’Harvard Medical School sostengono di essere riusciti a trasformare le cellule del liquido amniotico in un’ampia gamma di tipi cellulari, necessari per ricostruire gli organi e i tessuti più disparati, dalle ossa al fegato al cervello. Sembrano aprirsi prospettive entusiasmanti, anche perché gli autori dello studio rivelano di nutrire altrettanta fiducia nelle cellule della placenta, che sono assai più facili da recuperare.
Ma nella comunità scientifica iniziano a circolare ben presto i primi dubbi: quanto sono convincenti i dati portati da De Coppi e Atala a dimostrazione della pluripotenza delle cellule amniotiche? Poco. Per documentare il differenziamento in neuroni, in particolare, gli autori elencano alcuni debolissimi indizi, mentre evitano di eseguire i test potenzialmente conclusivi. È così che Elena Cattaneo, Mauro Toselli, Elisabetta Cerbai e Ferdinando Rossi prendono carta e penna e scrivono a Nature Biotechnology. Le loro contestazioni superano brillantemente la peer-review – il consueto esame da parte di un gruppo di specialisti anonimi – ma dovranno aspettare un anno prima di essere pubblicate. Evidentemente nessuno – nemmeno le riviste scientifiche – ha tanta premura quando si tratta di ammettere un errore.
De Coppi e Atala nel frattempo potrebbero aver accumulato dati più solidi, ce lo auguriamo sinceramente. Ma oggi la finestra di speranza che avevano aperto va considerata, almeno temporaneamente, socchiusa. Il guaio è che la loro parabola ha il sapore amaro di un déjà vu. Nel 1999 era stato Angelo Vescovi a far gridare al miracolo, sostenendo su Science di poter trasformare il cervello in sangue. Peccato che nessuno sia riuscito a replicare in modo convincente i dati del ricercatore del San Raffaele, che tutti ricordano come testimonial della campagna referendaria per l’astensione. Poi sullo scoglio della mancata replicazione si è infranto il sogno di Catherine Verfaillie e delle mirabolanti cellule Mapc del midollo osseo, che pure avevano avuto l’imprimatur di Nature.
Ogni volta che ci siamo illusi di poter mandare in pensione le staminali embrionali ci siamo ritrovati con un pugno di mosche. Per colpa di un certo modo di fare scienza, correndo alla ricerca dei riflettori. E per colpa di un certo modo di fare politica, tirando la giacchetta ai dati scientifici per segnare un punto di vantaggio sull’avversario. Oggi le aspettative generali sono concentrate sulle cellule Ipc del giapponese Shinya Yamanaka, che ha già visto i propri dati replicati da gruppi indipendenti ma ha davanti a sé una strada ancora tutta in salita. Il programma del Pd, che alla scienza dedica molte lodevoli attenzioni, non scioglie questo nodo. Ma se vogliono seguire Veltroni sulla via dell’et et, i cattolici farebbero bene ad archiviare come un relitto della passata stagione politica anche le richieste di moratoria sulle embrionali. Anche perché la ricerca con queste ultime, in Italia, è già severamente regolamentata.

Aggiornamento: la pubblicazione su Nature Biotechnology della lettera di Mauro Toselli, Elisabetta Cerbai, Ferdinando Rossi ed Elena Cattaneo, prevista in un primo momento per il 28 febbraio, è stata posticipata all’inizio di marzo, senza che né gli autori né il consorzio europeo EuroStemCell, che ha distribuito il press release relativo, ne fossero stati informati. Ciò spiega l’anticipo – che a qualcuno può essere sembrato inusuale – con cui agenzie e giornali hanno informato il pubblico delle critiche scientifiche mosse dai quattro studiosi italiani. Queste diverranno accessibili a tutti dal prossimo 7 marzo, assieme alle eventuali risposte di De Coppi e collaboratori.

domenica 28 gennaio 2007

Il punto sulle staminali amniotiche

È sembrato, per un po’, che la vicenda delle staminali amniotiche (cellule indifferenziate che si trovano nel fluido in cui galleggia il feto durante la gravidanza, capaci di dare origine a un gran numero di tipi specializzati di cellule normali) dovesse seguire il copione già sperimentato l’anno scorso con la tecnica ideata da Robert Lanza per produrre staminali ‘etiche’. Ricordate? Il ricercatore americano aveva dimostrato come fosse possibile ottenere staminali da una singola cellula, prelevata entro i primissimi giorni dal concepimento senza distruggere l’embrione (come invece si fa attualmente, prelevando l’intera massa di cellule interne dell’embrione circa una settimana dopo il concepimento). All’inizio il plauso era stato generale; ma già dopo pochi giorni Lanza era il bersaglio di attacchi violentissimi. Fondamentalisti protestanti e integralisti cattolici (col consueto sostegno degli atei clericali) si erano infatti subito resi conto che la tecnica avrebbe ulteriormente legittimato la fecondazione in vitro (il prelievo della cellula deve avvenire in provetta), e soprattutto l’odiata (da loro) diagnosi genetica di preimpianto, che ricorre alle medesime modalità di prelievo usate da Lanza, per stabilire se gli embrioni sono affetti da gravi malattie genetiche. Nell’impossibilità di trovare pretesti validi, i fondamentalisti e i loro alleati avevano allora lanciato una campagna denigratoria senza scrupoli, in cui calunniosamente si faceva credere che il ricercatore americano non avesse raggiunto l’obiettivo dichiarato. Grazie all’inettitudine o all’indifferenza di gran parte dei media tradizionali, la menzogna aveva buon gioco a emarginare Lanza, i cui sforzi erano riusciti alla fine, paradossalmente, soltanto a legittimare le fisime ‘etiche’ dei suoi calunniatori.
Come dicevo, è parso per un attimo che con le staminali amniotiche dovessimo rivedere lo stesso copione. All’inizio, entusiasmo generale: ecco finalmente la via ‘etica’ alle staminali! Anche chi il giorno prima affermava convinto che si poteva fare tutto con le staminali adulte (multipotenti, cioè capaci di dare origine a pochi tipi cellulari), si trovava adesso a decantare i vantaggi delle staminali pluripotenti (capaci di originare tutti i tessuti umani, come le normali staminali embrionali e – ma vedi sotto – le nuove staminali amniotiche); e chi si lamentava dell’assenza, finora, dei risultati terapeutici delle embrionali (isolate peraltro solo nel 1998, e sempre gravemente osteggiate dai governi di mezzo mondo), era pronto a scommettere ad occhi chiusi su un risultato ancora in attesa di essere replicato dalla comunità scientifica. Poi, puntuale, il contraccolpo.
Le prime notizie appaiono sulla stampa italiana il 7 gennaio; ma già il 9 gennaio il Corriere della Sera dà conto dei primi ripensamenti (Elvira Serra, «Dalla Binetti alla Caporale, il fronte dei cattolici contrari», p. 11; Cinzia Caporale, arruolata a forza tra le file degli integralisti, si dissocerà il giorno dopo dalla sgradita e sgradevole compagnia in un’intervista a Radio Radicale):

Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di biologia molecolare e genetica umana dell’Università Cattolica di Milano, lo sottolinea: «Il prelievo di liquido amniotico è una procedura che non esclude problemi deontologici, etici e medico-legali». E la senatrice della Margherita Paola Binetti chiarisce: «Siamo ancora ben lontani dal generalizzare questo metodo con disinvoltura, c’è moltissima strada da fare. Perché se un ostacolo è stato rimosso, e cioè quello di procurarsi le cellule staminali dall’embrione, comunque ne restano tanti altri».
Eh sì, perché il prelievo del liquido amniotico da cui vengono isolate le cellule staminali si usa anche per stabilire se il feto soffra di malformazioni genetiche come la sindrome di Down: di fatto, lo studio pubblicato afferma che sono stati impiegati campioni di riserva estratti proprio per effettuare amniocentesi, che sarebbero stati altrimenti distrutti (Paolo De Coppi et al., «Isolation of amniotic stem cell lines with potential for therapy», Nature Biotechnology 25, 2007, pp. 100-106, a p. 103). Ma l’amniocentesi viene effettuata nella grande maggioranza dei casi in vista di un possibile aborto terapeutico; come potrebbero i nostri integralisti condonare una simile tecnica, anche se «a fin di bene»? D’altro canto, sarebbe difficile anche ammettere un prelievo effettuato solo a scopo di ricerca: l’amniocentesi comporta un piccolo rischio di aborto spontaneo, e se ci si strappano le vesti perché – per esempio – la donazione di ovociti può provocare in rari casi danni alla salute delle donne, figuriamoci quando è in gioco la salute del feto (il prelievo si effettua tra la 16ª e la 20ª settimana dal concepimento). Sintetizza brutalmente questi umori un articolo di Stefano Lorenzetto sul GiornaleSe rischiare l’aborto diventa “routine”», 13 gennaio, pp. 1-2):
L’utilizzazione di un cucciolo d’orso per girare uno spot di McDonald’s a Bolzano ha provocato l’indignata reazione dei paladini della natura: «Aberrante usare un animale per la pubblicità». Avete mai letto qualcosa di analogo in difesa del cucciolo d’uomo? Non c’è proprio pace per questo esserino inerme, privo di numi tutelari. Fino a oggi gli hanno bucato il suo habitat naturale per accertarsi che abbia i cromosomi al posto giusto: in caso contrario lo sopprimono. Da domani la sua esistenza sarà in balia dei benefattori dell’umanità che dal sacco amniotico sono interessati a estrarre, più che vita nuova, materiale di ricambio per vite vecchie.
Insomma, la sorte delle staminali amniotiche sembrerebbe segnata; ma Anthony Atala, il direttore dello studio, conosce evidentemente la legge della giungla, e ha lasciato preventivamente un’esca appetitosa per i predatori. Sono tre righe scarse di testo, a p. 104:
Abbiamo isolato popolazioni simili di cellule staminali da biopsie prenatali di villi coriali e da biopsie della placenta ottenute al termine di gravidanze regolari.
Nell’originale:
We have isolated similar stem cell populations from prenatal chorionic villus biopsies and from placental biopsies obtained after full-term pregnancies.
Nessuna indicazione bibliografica; nessuna specificazione sul grado di «similarità» con le staminali amniotiche, né sull’abbondanza delle cellule trovate nella placenta; nessun accenno a questa parte della ricerca nella sezione dei metodi impiegati nello studio. Ma tanto basta; e per di più il primo firmatario dell’articolo per Nature, Paolo De Coppi, aggiunge un altro tocco in un’intervista sullo stesso numero e sulla stessa pagina del Corriere che ospita le critiche di Colombo e Binetti (Adriana Bazzi, «E il pediatra italiano della scoperta: in tanti negli Usa ci hanno osteggiato»):
abbiamo la sensazione che una parte della comunità scientifica, soprattutto negli Stati Uniti, tema un dirottamento di fondi dalla ricerca sulle cellule staminali derivate dall’embrione verso altri tipi di staminali, come appunto quelle ricavate dal liquido amniotico. E ha fatto di tutto per rallentare la pubblicazione dei nostri risultati.
Con la stessa disinvoltura con cui De Coppi passa dal congiuntivo («tema») all’indicativo («ha fatto di tutto»), le armate integraliste e ateo-clericali dismettono le perplessità. Per prima detta la linea Nicoletta Tiliacos del FoglioLe staminali etiche, le risorse per la ricerca e le critiche inaspettate», 11 gennaio, p. 2), che col supporto di Carlo Bellieni (che propone avventurosi prelievi del liquido amniotico al momento del parto: sperando che non si rompano prima le acque, immagino...) cerca di placare le ubbie cattoliche e di mettere in risalto le presunte incoerenze dei laici; linea perfezionata una settimana dopo dal duo Morresi-Roccella, che in due articoli fotocopia su AvvenireLe staminali amniotiche sgambettano i brevetti», «Se la ricerca non piace al business», 18 gennaio) sembrano immemori dei dubbi della Binetti e degli altri, e attribuiscono tutte le incertezze ai soliti interessi minacciati dei detentori di brevetti. La notizia – in cui non trovo nulla di scandaloso, beninteso – riportata dieci giorni prima dal Washington Post (Rick Weiss, «Scientists See Potential In Amniotic Stem Cells», 8 gennaio, p. A01), non giungerà mai e poi mai, c’è da scommettere, davanti ai casti occhi dei lettori di Avvenire:
I diritti brevettuali relativi alle cellule [del fluido amniotico] sono stati garantiti alla Plureon Corporation di Winston-Salem, una azienda privata nel cui consiglio di amministrazione siede Anthony Atala.
Nell’originale:
The rights to certain patent claims relating to the cells have been licensed to Plureon Corp. of Winston-Salem, a privately held company on whose board of directors Atala sits.
Per completare l’opera di ‘informazione’, un articolo di Enrico Negrotti («Brescia scopre un’altra miniera: la placenta»), a fianco di quello della Morresi, si sforza di accostare alle staminali amniotiche di Atala e De Coppi le cellule trovate (comunque meritoriamente) nella placenta da Ornella Parolini, direttrice del Centro «Eugenia Menni» (che prende il nome dalla madre generale delle Ancelle della Carità); cellule che però sono tutt’altra cosa, come chiaramente si evince dallo stesso articolo.

Ma lasciamo le meschinità della propaganda, e veniamo alla scienza. La scoperta è importante, e se verrà fuori che i suoi autori le hanno effettivamente aggiunto un po’ di sugo per aggirare l’opposizione degli integralisti, nessuno li potrà davvero biasimare. Con molto lavoro e molta fortuna, tra qualche anno potremmo avere una fonte di staminali pluripotenti, che non causano tumori, ricavate come prodotto collaterale dalle amniocentesi praticate per identificare i difetti genetici del feto. Le cellule in coltura raddoppiano di numero ogni 36 ore, e dopo 250 raddoppiamenti non mostrano segni di senescenza: non ci dovrebbero essere, dunque, problemi di scarsità. Perché, allora, continuare la ricerca sulle staminali embrionali? Le ragioni principali sono tre:
  1. Le staminali embrionali sono impiegate già oggi nella pratica medica (anche se di questo ci si dimentica facilmente): servono infatti per provare la non tossicità dei farmaci. Il loro abbandono immediato è totalmente fuori discussione.
  2. Non sappiamo ancora se le cellule amniotiche siano completamente pluripotenti, se, cioè, come abbiamo già visto, possano produrre effettivamente ogni tipo di tessuto umano: un requisito indispensabile per la futura medicina rigenerativa. Gli autori della ricerca sono esemplarmente chiari: «La gamma completa delle cellule somatiche adulte cui le staminali derivate dal liquido amniotico possono dare origine deve essere ancora determinata» («The full range of adult somatic cells to which AFS [Amniotic Fluid–derived Stem] cells can give rise remains to be determined», pp. 103-4). È una affermazione che chiude la questione, e che si sarebbe fortemente tentati di tatuare a mo’ di memorandum sulla fronte di chi vorrebbe prendere da questa ricerca solo ciò che gli conviene.
  3. I trapianti di staminali amniotiche, se saranno mai effettuati, saranno sicuramente a prova di rigetto solo per coloro da cui le cellule verranno estratte; il che escluderebbe da ogni beneficio terapeutico i sei miliardi e mezzo di esseri umani già partoriti. È vero che le amniotiche, che si trovano a stretto contatto con i tessuti materni per tutta la durata della gravidanza, potrebbero non causare reazioni particolarmente violente in un organismo estraneo (cfr. Alan Trounson, «A fluid means of stem cell generation», Nature Biotechnology 25, 2007, pp. 62-63); e che, come afferma Anthony Atala, «Se 100.000 donne donassero le loro cellule amniotiche a una banca, si raccoglierebbero tante cellule sufficientemente diverse geneticamente da provvedere in pratica tessuti immunologicamente compatibili per ciascun abitante degli Stati Uniti» (Rick Weiss, art. cit.). Ma non è chiaro fino a che punto si potrebbe fare a meno di farmaci immunosoppressori, come quelli che i trapiantati assumono ancora oggi. Nel dubbio, l’unico mezzo che finora sembra praticabile per ottenere tessuti a prova di rigetto, è il trasferimento nucleare (o clonazione terapeutica), con il quale si genera un embrione, geneticamente identico al paziente, da cui si estrarranno le staminali embrionali da trapiantare. In assenza di fatti nuovi, è questa la tecnica che si dovrà perseguire, e che sarà, in un modo o nell’altro, inevitabilmente perseguita.

mercoledì 10 gennaio 2007

Cellule etiche?

Un ottimo articolo di Ida Dominijanni a proposito di staminali amniotiche («Cellule etiche», Il Manifesto, 9 gennaio 2007):

Che il liquido amniotico contenga cellule staminali con capacità rigenerative pari o quasi a quelle contenute nell’embrione è una magnifica scoperta nonché un’ottima notizia, sia pure da tarare con tutta la prudenza che qualunque scoperta scientifica domanda. Meno magnifica è la scoperta che nel linguaggio politico corrente la parola «etica» sia diventata ormai sinonimo di «tabù dell’embrione», come risulta dalle entusiastiche reazioni con cui il lavoro di Paolo De Coppi e Anthony Alata è stato accolto dai loro colleghi cattolici, dal Vaticano e dai pasdaran di centro destra della biopolitica italiana. I quali in coro incassano la scoperta come fosse un risultato diretto delle loro precedenti crociate contro la ricerca sulle staminali embrionali, e in coro giudicano risolto ogni dilemma etico sol perché l’embrione è salvo. Siamo sicuri? Salvato l’embrione, sciolta ogni riserva anche su trapianti , clonazione terapeutica e quant’altro? Salvato l’embrione, superflua ogni domanda sulla fruibilità della scoperta in questione: se ad esempio interesserà solo i nuovi nati, o sarà estensibile all’umanità adulta? Non sono questioni etiche queste? E i rischi d’aborto che l’estrazione del liquido amniotico può comportare (in 1 caso su 1000 secondo alcuni, su 200 secondo altri)? …
Etico è invece, per i suddetti pasdaran, dare dell’«omicida» a Mussi e Bonino per aver fatto saltare il divieto italiano alla ricerca sulle staminali embrionali in sede Ue. Etico è trarre dalla scoperta di De Coppi e Atala la conclusione che la legge 40 è un’ottima legge, così confermando che essa non serve ad aiutare la procreazione bensì ad assicurare l’embrione. Etico infine è non interrogarsi mai, oltre che sugli effetti (sull’embrione) della ricerca scientifica, anche sulle sue condizioni materiali di possibilità. Leggere la biografia di De Coppi per credere: mai il paese occidentale più appassionato alle diatribe etiche, che sarebbe il nostro, avrebbe potuto offrirgli le risorse per realizzare la sua eticissima ricerca.

lunedì 8 gennaio 2007

Il cassetto delle mutande di Luca Volontè


Ansa, 8 gennaio 2007
STAMINALI: VOLONTÈ (UDC), SMENTITA SCELTA IDEOLOGICA MUSSI
Luca Volontè, capogruppo alla Camera dell’Udc, sostiene che la scoperta di cellule staminali nel
liquido amniotico “dimostra quanto sia stata ideologica la scelta di Mussi e dell’intero governo italiano in tutta la vicenda del VII programma quadro”.
Per Volontè, “l’Italia conferma la sua altissima competitività in questo ambito di ricerca che aiuta la cura rispettando gli embrioni umani”, mentre “Prodi, Mussi e Bonino hanno invece favorito altre vie – afferma Volontè – inefficaci e omicide”.
Inoltre questa ricerca “con i successi delle staminali adulte e delle staminali della placenta, sfata definitivamente – conclude Volontè – il falso mito della inconciliabilità tra cura efficace e rispetto della vita umana fin dal concepimento”.
L’ideologia, temo, è come al solito soltanto quella di Luca Volontè. Ma non vogliamo dare giudizi affrettati.
Promemoria per il nostro:
1. La ricerca scientifica non può essere limitata rigidamente al suo interno: ricercare sulle cellule staminali adulte non può essere una ricerca assolutamente disgiunta dalla ricerca sulle altre cellule staminali, comprese quelle embrionali (non è come aprire il cassetto dei pedalini e chiudere quello delle mutande, insomma).
2. Il successo di oggi sulle cellule staminali del liquido amniotico (da Nature: “amniotic fluid-derived stem cells” – ma anche Nature, notoriamente, è incline agli omicidi e alle scelte ideologiche) è dovuto alla ricerca svolta finora – anche quella sulle embrionali.
3. Volontè non dovrebbe poi dimenticare che i tempi della sperimentazione sull’uomo per le staminali placentari sono lunghi, e quindi la potenzialità terapeutica è rimandata in un futuro indefinito. Proprio come nel caso della ricerca sulle staminali embrionali, che però per Volontè sono inutili. E molto altro. Le cellule del liquido amniotico sono ancora lontane dal garantire applicazioni terapeutiche: allora perché per Volontè le staminali embrionali sono inutili, e le staminali del liquido amniotico rappresentano una brillante promessa?
4. Quanto all’inefficacia delle “altre vie” (ovvero delle cellule staminali embrionali), come mai centinaia di scienziati in tutto il mondo la pensano diversamente e ripongono molte speranze in questo tipo di ricerca? La ricerca sulle staminali embrionali è una ricerca giovane, agli inizi, ma è molto promettente.
5. L’omicidio è un reato che si consuma ai danni di una persona. Ad oggi il Codice Civile afferma che si è persone alla nascita, e non al concepimento. Volontè dovrebbe scegliere meglio i termini che usa e che scaglia contro gli altri. Ma forse è la sua impulsività che gli ottenebra il cervello. Anche per questo, forse, verrà una speranza dalle staminali embrionali. Mannaggia, allora Volontè non potrà farvi ricorso. È immorale ed è omicidio.

domenica 7 gennaio 2007

Frontiere (morali)

Cellule staminali nel liquido amniotico. Scoperta Usa apre una nuova frontiera, la Repubblica, 7 gennaio 2007:

Nel liquido amniotico si possono reperire cellule staminali capaci di differenziarsi, proprio come quelle embrionali, in cellule di tessuti, muscoli, nervi e ossa. La scoperta si deve a scienziati dell’università di Harvard e dell’Istituto di medicina dell’università di Wake Forest, nel North Carolina, e rappresenta una grande speranza per la medicina.
[...]
Lo studio settennale è iniziato prelevando liquido amniotico a donne incinte. I medici già sapevano che il liquido in cui cresce il feto contiene una grande quantità di cellule immature, ma non era chiaro se vi fossero anche staminali vere e proprie, vale a dire cellule indifferenziate capaci come le staminali embrionali di differenziarsi in cellule di diversi organi.
Gli scienziati hanno appurato che circa l’1 per cento delle cellule immature del liquido amniotico è rappresentato da vere staminali. Nel giro di qualche anno queste cellule sono state fatte crescere e sono diventate muscoli, nervi, grasso e cellule di fegato.