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giovedì 1 maggio 2008

Ma perché non paga?

A qualche giorno di distanza dalle elezioni comunali romane conviene forse tornare sul tema affrontato assai sbrigativamente in «Il clericalismo non paga»: perché, esattamente, non paga? In che modo un candidato che ha fatto dell’ossequio alla Chiesa la caratteristica più visibile della propria persona politica (al punto da lasciar passare sotto silenzio persino alcune cose buone fatte come Ministro dei Beni Culturali nell’ultimo governo) ottiene 55.000 voti in meno del candidato – meno incline alle frequentazioni vaticane – a presidente della Provincia dello stesso partito?

Il lamento l’abbiamo sentito spesso, anzi spesso è stato anche il nostro lamento: i diritti civili interessano solo a una ristrettissima minoranza dell’elettorato; l’Italia non è la Spagna, gli italiani sono naturaliter clericali, e parlare di certe cose qui non paga. Manca però in questi discorsi ogni tentativo di quantificare la frazione interessata a questi argomenti – forse è talmente infima da sfuggire ai rilievi statistici? L’uno per mille? L’uno per diecimila? Ma fortunatamente abbiamo un modo per determinarla oggettivamente.
Il 12 e 13 giugno 2005 si sono tenuti i referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Una grave sconfitta per i liberali: solo una minoranza si è recata alle urne, e ancora di meno hanno votato Sì. L’impresa, del resto, era ardua: si trattava di esprimersi su una questione tecnica, che nessuno aveva seriamente tentato di spiegare in modo comprensibile alla gente, sfidando gli inviti pressanti a non votare (che rendevano oltretutto il voto non più segreto). Chi ha votato Sì, insomma, ha mostrato indubbiamente un interesse sentito per la difesa dei diritti civili (sono lontani i tempi in cui si votava in un certo modo solo «perché così ha detto il Partito»); contando queste persone avremo in prima approssimazione la cifra che cercavamo. Ai primi tre quesiti referendari (il quarto, sulla fecondazione eterologa, era più ‘eticamente difficile’ e possiamo trascurarlo) ha votato Sì in media il 22,5% degli aventi diritto. Una minoranza, certo: ma non esattamente una frazione infinitesima. Attenzione, poi: questo è il 22,5% dell’elettorato teorico. Ma in Italia esiste una frazione di persone che non si reca mai alle urne; l’affluenza maggiore degli ultimi dieci anni si è avuta per le Politiche del 2006 ed è stata pari all’83,6% (senza considerare i votanti all’estero). Teniamoci larghi, e non contiamo chi vota sempre scheda nulla o bianca: diciamo che l’elettorato attivo è dell’85%. Rapportato a questa percentuale (prudente), quel 22,5% di elettori – che per definizione fanno parte degli elettori generalmente propensi a votare – diventa il 26,5%: più di un elettore su quattro.
Si dirà: ma allora perché partiti che hanno fatto della difesa della laicità un punto qualificante del proprio programma, come per esempio il Partito Socialista, hanno conosciuto una débacle spettacolare sia alle elezioni politiche che a quelle comunali? La risposta è semplice: essere sensibili ai diritti civili non significa essere sensibili soltanto a quelli, né significa porli necessariamente al primo posto nella scala delle proprie priorità. Oltretutto, un partito che ospita al proprio interno Gianni De Michelis, Ugo Intini e Bobo Craxi può incontrare alcune difficoltà a farsi apprezzare dall’elettorato progressista; e diciamo che alzate d’ingegno come l’offerta di una candidatura a Mastella fatta da Enrico Boselli o la candidatura dell’ex pornostar Milly D’Abbraccio a consigliere del Comune di Roma non hanno propriamente aiutato. La polarizzazione politica e la mancanza di attenzione mediatica hanno fatto il resto.

Esiste, dunque, un quarto abbondante di elettori sensibili ai diritti civili e alla difesa della laicità; e si può cominciare a sospettare che offendere questi elettori presentandosi costantemente come amico di preti, cardinali, papi e numerarie dell’Opus Dei, mentre oltretutto dura ancora la memoria dei giorni in cui le proprie simpatie erano esattamente opposte, senza offrire su tutto il resto dei problemi all’ordine del giorno niente di significativo (a parte gaffe sesquipedali come quella del braccialetto elettronico contro gli stupri), non costituisca il massimo dell’astuzia.
La risposta convenzionale a questo sospetto è nota: quel quarto di elettori appartiene in massima parte, anche se non totalmente, alla sinistra; ben difficilmente, dunque, darebbe il proprio voto a un candidato ex fascista; oltretutto, chi può pensare anche solo per un attimo che Gianni Alemanno sia meno clericale di Francesco Rutelli? E in compenso l’ossequio verso le gerarchie cattoliche consentirà prima o poi il sospirato sfondamento al centro. Lo sanno tutti che nelle democrazie occidentali di oggi le elezioni si vincono al centro! No, se qualcosa è andato storto sarà sicuramente per un complotto di D’Alema, che ha convinto 55.000 persone a votare per Zingaretti e non per Rutelli...
Alemanno sarà probabilmente un sindaco peggiore di quanto lo sarebbe stato Rutelli da quasi ogni punto di vista, è vero; ma questo non significa che la cosa logica da fare fosse allora votare turandosi il naso (e chiudendo gli occhi, e tappandosi le orecchie) per Rutelli. Un voto dato turandosi il naso non si distingue in nulla da un voto dato con sincera convinzione; avesse vinto, Rutelli avrebbe preso il risultato come una conferma che la strada seguita era quella buona. Ne sarebbero seguiti altri cinque anni di genuflessioni davanti al papa, e poi altri cinque anni di Rutelli o di un altro Rutelli. Il messia laico non sarebbe arrivato a salvarci, mai. La cosa razionale, per chi non sopporta i Rutelli di questo mondo, è di dare subito un segnale netto, anche al costo di cinque anni di Alemanno, sperando che qualcuno ne colga il significato. Oltretutto sono solo elezioni comunali, in cui non si decide il destino del paese: Alemanno non può sospendere la democrazia e manganellare le opposizioni (e ha tutto l’interesse a tenere buoni per i prossimi anni i camerati a cui il successo avesse dato troppo alla testa).
Quanto allo sfondamento al centro, beh... Con le sue prese di posizione degli ultimi anni Rutelli ha strizzato l’occhio soprattutto al cattolicesimo integralista: quella parte di cattolici che pretende di imporre leggi ispirate dal magistero ecclesiastico all’intera società. Ma questa non è una posizione meramente intellettuale, una preferenza astratta che si possa sposare con qualsiasi posizione politica; si tratta invece dell’ideologia di un preciso gruppo sociale, dagli interessi estremamente ben definiti – e opposti drasticamente a tutto quello che anche lontanamente ricordi la sinistra (nonché l’autentico spirito liberale). Un gruppo rancoroso, sulla difensiva, paranoico, che odia la modernità, attaccato ai propri privilegi, e che scambia per cristianesimo il proprio ethos piccolo-borghese e familista. Il Partito Democratico può – almeno in teoria – raccogliere voti ovunque: tra gli elettori di AN, della Lega, in parte persino di Forza Italia; ma per gli integralisti cattolici rimarrà per l’eternità il partito dei «comunisti».
Il tragico errore della classe dirigente del PD (tutta intera: chi ha capito la verità se n’è già andato) è di aver scambiato la mappa semplificata, unidimensionale, del continuum politico destra-sinistra, col suo centro cattolico confinante con le due ali che strizza l’occhi ad entrambe, per il territorio sociale multidimensionale, in cui il «centro» integralista non confina per nulla con la sinistra. Frequentare solo i palazzi non aiuta a interpretare la realtà.

Inimicarsi i propri sostenitori cercando il sostegno dei propri avversari irriducibili è una ricetta buona solo per il fallimento. Una ricetta, beninteso, che non è stato il solo Rutelli ad applicare: si pensi al sindaco uscente di Roma, che prima ha promesso tra le fanfare un aumento delle licenze dei tassisti, e che poi, di fronte alla protesta violenta (ed illegale) di questi, invece di chiedere l’intervento dei reparti anti-sommossa con lacrimogeni e pallottole di gomma, ha acconsentito graziosamente ad amputare e dilazionare l’incremento delle licenze, e ad aumentare invece da subito le tariffe, con la gioia che si può immaginare dei suoi elettori. I tassisti gli hanno dimostrato la propria commossa riconoscenza lunedì scorso, sbeffeggiandolo in Campidoglio in un tripudio di saluti romani.
Sempre più spesso ho l’impressione che un’occupazione più adeguata ai talenti intellettuali di alcuni che nel nostro paese hanno voluto intraprendere la carriera politica sarebbe stata quella, pur nobilissima, di caldarrostaio...

giovedì 20 marzo 2008

Casual chic e disinvolti. Ecco il look dei politici

Pierferdinando Casini compare in abito scuro perlopiù, accanto a slogan come: “Forti delle nostre idee” e “I veri valori non sono in vendita”. Completo e cravatta austeri a garanzia del suo impegno. Però i giovani potrebbero sentirsi distanti dal leader dell’Udc. E allora eccolo in giubbotto di pelle, maglione senza cravatta, camicia con un paio di bottoni slacciati. Un tocco casual per ammiccare alla fetta meno impomatata del suo potenziale elettorato.
Daniela Santanchè, candidata de la Destra – Fiamma tricolore, dimostra un notevole buon gusto nelle scelte vestiarie: tailleur e camicie indossati con personalità e naturalezza. Tuttavia si lascia tentare dagli scatti d’autore e compare in versione anni ’30, aspirante Greta Garbo con tanto di boa o collo di pelliccia, per la gioia degli animalisti, o addirittura in calze a rete a maglia larga. Il tutto in un bianco e nero retro e con uno sguardo seduttivo.
Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No, grazie” ha minacciato di esporre le sue nudità più intime per dimostrare una presunta Sindrome di Klinefelter, in seguito smentita (la piccolezza dei genitali avrebbe dovuto esserne la dimostrazione). Scampato tale pericolo gli si perdonano volentieri i completi lievemente sformati e le giacche in velluto a coste larghe che gli cadono malamente addosso.
Silvio Berlusconi alterna volentieri avvolgenti foulard (versione invernale della bandana) ai più seriosi abiti da candidato premier, amati invece molto da Walter Veltroni, impeccabile – ma anche sportivo – perfino nell’estenuante “giro dell’Italia nuova” a bordo di un autobus verde smeraldo.
Fausto Bertinotti con il suo borsello policromatico sovrapposto e intrecciato alla cravatta, il taglio perfetto di stoffe preziose e il sigaro, spesso spento, non sarebbe fuori luogo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquéz, in quella atmosfera resa immobile dal caldo e dal frinire incessante delle cicale.
Franco Grillini, candidato sindaco a Roma, ha come concorrenti Francesco Rutelli (immortalato da “Libero” in una tutina da far invidia a Fausto Coppi su una bicicletta con il cavalletto tirato giù) e Gianni Alemanno, rigorosamente in nero – giacca o pullover che sia. Sul fronte dello stile Grillini sbaraglia la concorrenza distinguendosi per la scelta di camicie e t-shirts, nonché per osare spesso indossare abiti rossi, anche se con qualche incertezza nell’accostamento dei colori.

Il criterio di bellezza e la scelta degli abiti
[Intervista a] Maurizio Ferraris
Professore ordinario di Filosofia Teoretica
Si potrebbe difendere il cattivo gusto nella scelta degli abiti richiamando l’importanza dell’essere rispetto all’apparire?
Sarebbe come dire che l’essere è brutto. E, se le cose stanno in questi termini, ridateci l’apparire!
Esiste un criterio di bellezza nel vestiario?
No, non credo. Immagino che l’abito non sia bello in sé, ma per come si adatta a chi lo indossa. Ed è per questo motivo che i fashion victims sono mal vestiti.
Di cosa potrebbe essere rivelatore la scelta dell’abito? Si può dire che gli abiti sono lo specchio dell’anima?
Non proprio dell’anima. Piuttosto, del compromesso tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ed è per via di questo difficilissimo compromesso che le persone eleganti sono così rare.

Segreti di Silvio, con l’aumentare dell’età capelli sempre più neri
Berlusconi, settandadue anni, incarna un vero e proprio miracolo tricologico. I suoi capelli, infatti, non solo sono di un nero corvino da far invidia ai trentenni, ma sembrano aumentare con il passare degli anni. Il miracolo consiste in un trapianto di capelli e una più tradizionale tintura. Il cavaliere sembra propendere, nel secolare scontro tra l’essere e l’apparire, per il secondo...

(DNews, 20 marzo 2008)

mercoledì 19 marzo 2008

Campagna elettorale naturale?

C’è un grande assente nella politica italiana: lo scandalo a sfondo sessuale. Certo non mancano gli scandali – che ormai sembrano turbare solo pochi individui, troppo legati all’ingenua idea che l’onestà non sia roba da idioti, da perdenti. Sono quelli che si mettono in fila alla poste, per intenderci, o che parcheggiano senza usare il tagliando per i disabili di qualcun altro. Animali in via d’estinzione.
Sporadiche presenze nel festival delle candidature, nazionali o comunali, sicure o solo ipotizzate. Accerchiati da varia e discutibile umanità: dai pregiudicati agli indagati, passando per la precaria che in realtà era una “simpatizzante” di An e l’editore con la passione per la truffa e la bancarotta; per le vallette con più cosce che cervello o la principessa filopapalina. E ancora i sopravvissuti della Thyssen e l’operatrice di un call center, che fa tanto buon samaritano senza affaticarsi troppo ad affrontare seriamente la morte sul lavoro e la disoccupazione.
Mancano solo, appunto, le prostitute d’alto bordo che rovinano i mariti fedifraghi – e politici in doppiopetto – come il dimissionario Eliot Spitzer (ma chissà, forse in Italia le dimissioni non sarebbero state presentate). Eppure la promiscuità sessuale e l’infedeltà sono naturali: nelle specie animali “fedeli” tra il 10 e il 70% dei cuccioli non sono figli legittimi. C’è addirittura il sesso “a pagamento”: i macachi spulciano ogni femmina sessualmente attiva, tralasciando quelle vecchiotte e la propria consorte, nella speranza di accoppiarsi. Quelli che invocano la natura come guida morale dell’agire politico denunciano tale carenza?

(DNews, Ci manca solo lo scandaletto a sfondo sessuale, 19 marzo 2008)

venerdì 29 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/2 (ovvero “ma anche”)

Segue dalla prima parte.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come “oscurantisti” e gli altri come “laicisti esasperati”, per arrivare a una reciproca considerazione.

E’ proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’“aut-aut” quello dell’“et-et”.
[Eccolo qui: il “ma anche” veltroniano, intramontabile, passepartout politico, talmente buono per tutte le occasioni da essere inadatto in qualunque circostanza – proprio come un abito che abbia la pretesa di andar bene sia per la caccia alla volpe che alla merenda tra amici più o meno fidati. Sebbene “et-et” suoni aulico, è sempre il solito “ma anche”]
Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l’Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all’esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.
[Non scherziamo eh]
Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.
[Ma chi è il consulente storico di Uolter? Una idea di matrice cristiana? Va bene che la rivoluzione copernicana non è stata ancora digerita, ma è davvero esagerato questo protagonismo dei valori cristiani, nella totale ignoranza di quello che succede e che è successo oltre il vostro naso. Oltre alla matrice, poi, bisogna vedere come avviene la declinazione. E la Costituente potrebbe ispirarvi, ma non dovete barare, altrimenti non vale]
Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.
[Io provo a risponderti: se la dignità è oppressa e limitata dalla coscienza di qualcuno altro, ecco che la dignità non è più tale. In altre parole: la dignità richiede il rispetto della libertà individuale (niente sacralità e inviolabilità della vita, solo per fare un esempio). Sulla libertà di religione non ho nulla da obiettare: ma non calcate la mano. La religione è una scelta privata e personale, come i gusti alimentari o quelli musicali. La laicità non ha bisogno del cattolicesimo (perché tanto di questo si parla: la religione è quella cattolica, le altre confessioni sono schifate o trattate come errori di gioventù]
Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro.

Chiunque si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce oggi, nelle nostre società, uno smarrimento diffuso. Individuale, ma anche collettivo. Una vera e propria “perdita di senso”, sotto una fitta coltre di egoismo e di cinismo. Un deserto di valori, che conduce all’indifferenza verso ogni regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli altri una variabile che non conta, perché l’unica cosa importante è procedere a tutta velocità, e nel modo più facile possibile, nella ricerca del proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è poi ricerca del “successo”, perché è l’approvazione esterna che conta mille volte di più della soddisfazione personale, è importante non “essere”, ma “apparire”. Non il cammino, ma il traguardo da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso, prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è il messaggio che arriva, purtroppo soprattutto ai giovani, dalla cultura oggi predominante.
[Ci mancava il predicozzo sulla falsariga di “signora mia dove siamo finiti”. Sarebbe interessante domandare a Veltroni se è in cerca di soddisfazione personale oppure di approvazione esterna]
Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, “ingannevolmente, quella dello ‘star bene’ come principio assoluto”, per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.
[Ecco qua: si parla di valori e sbuca il cardinale. Che di valori se ne intende più di tutti gli altri. Se il senso del cammino può radicarsi soltanto nella religione, se il valori sono quelli indicati dalle gerarchi clericali, ecco se le premesse sono queste, la conclusione sarà inevitabilmente molto discutibile. Tra le dimenticanze veltroniane ne spicca una in particolare: la abissale asimmetria tra laicità e teocrazia. Simile a quella tra libertà e coercizione legale. Nel primo caso chi vuole sottoporsi ai gioghi religiosi o statali può farlo. La libertà permette anche di essere schiavi. Al contrario non funziona!]

giovedì 28 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/1

L’etica della responsabilità (il testo integrale dell’intervento di Walter Veltroni all’Assemblea dei cattolici del Partito democratico “Educare al bene comune”).
Il testo è lungo e merita qualche riflessione. Qui sotto la parte iniziale (mi scuso per la lunghezza).

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall’altra l’idea di escludere l’apporto dell’esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società.
[Non si tratta di escluderlo, ma di ridimensionarlo e di guardare con spirito critico al rapporto tra morale e religione, perché non è proprio scontato né convincente che sia la religione a costituire il fondamento della morale. Se mi comporto bene per guadagnarmi il paradiso, non rischio di essere interessato?]
Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici.
Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono “misti”, per ispirazioni religiose e non, l’Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.
[Unico caso in Europa perché unico Paese a barattare la salvezza dell’anima per pochi voti. O viceversa. In un Paese davvero laico non si dovrebbe parlare di quale dio preghiamo nelle nostre case e se lo preghiamo]
Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili.

Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall’altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l’apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.
[Se la fede religiosa diventa uno strumento politico, sia la religione che la politica ne soffrono. Come può la religione, connotata da assoluti, piegarsi alla strategia politica, al baratto e alle discussioni? E come può la politica accogliere protagonisti impalpabili e opinioni esegeticamente complesse?]
Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall’esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse “porte e finestre”, dall’inizio del lungo cammino dell’opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.
[Della Chiesa cattolica o ricordiamo tutto o dimentichiamo tutto: smettiamola di invocare carità e bontà omettendo i soprusi e il sangue che nemmeno una dimenticanza ostinata può cancellare. Rinunciamo alle semplificazioni da sussidiario. Non voglio infierire, ma se pensiamo a “insegnamento”, “libertà”, “aperture di porte e finestre” e “impegno”, che so, rispetto agli omosessuali, il profilo della Chiesa appare minaccioso e ben lontano dalla rosea descrizione veltroniana. A meno che per finestre non si intenda defenestrazione. E allora siamo d’accordo: la Chiesa, e con questa il Partito Democratico, ha defenestrato le persone con un orientamento sessuale “non consono”. A cosa? Ai suoi dogmi. Dove sta la libertà e l’insegnamento? Di quale insegnamento sta parlando Veltroni?]
Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l’umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell’educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l’uomo deve avere la saggezza di porsi.
[Attribuire soltanto alla Chiesa tali preoccupazioni è scorretto e disonesto: fuori dalla Chiesa ci sarebbero solo scriteriati libertari anarcoidi? Questa è una caricatura infantile. Questa è la peggiore colpa dei sedicenti laici: sentirsi inferiori sul terreno dei valori]
Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. “La società giusta – ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana – non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l’adoperarsi per la giustizia, lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.
[Solo una visione superficiale può far finta di non capire quale sia il problema. Una società giusta non discrimina le persone in base a scelte che non danneggiano nessuno; una società giusta non incrocia le braccia davanti ai privilegi (ICI, ZTL, patrimoni immobiliari clericali e così via)]
Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.
[Siamo ai limiti del paradosso: la vera e giusta laicità è quella indicata da B16. Il bene comune è perseguibile soltanto se non si pretende di imporre una certa visione del mondo. Il bene comune non è quello che qualcuno, per quanto autorevole, pensa che sia il bene comune. Il bene comune è la possibilità di scegliere come vivere, ciascuno secondo le proprie preferenze, senza danneggiare altri e senza sentirsi fare la predica o subire la coercizione legale]
Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.
[Le certezze assolute, caro Uolter, non sono dei laici. Come potrebbero? E se le radici diventano una scusa per non cambiare rotta, per trincerarsi dietro a muri millenari buoni solo perché millenari, allora è meglio un prefabbricato; anzi una tenda]

mercoledì 27 febbraio 2008

Abbecedario (per i politici)

Un’iniziativa (inutile) che proviamo a perseguire: offrire qualche informazione sugli argomenti di bioetica ed affini (per intenderci quelli che in politica si chiamano orribilmente temi eticamente sensibili). E che vengono tanto spesso invocati quanto ignorati nei termini elementari. Dalla RU486 alle direttive anticipate; dalle unioni di fatto al consenso informato; dalla legge 40 alla 194, passando per obiezioni di coscienza e coscienze alterate.
Sono ben accetti consigli, suggerimenti o segnalazioni del politico da soccorrere.
Buona campagna.