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sabato 19 marzo 2011

La sentenza sul crocifisso

È disponibile sul sito della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la sentenza della Camera Grande sul caso Lautsi e altri contro Italia. Com’è ormai noto, la Corte ha ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo lo Stato italiano dall’accusa di violare con l’esposizione del crocifisso nelle scuole la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

È importante notare che con la sentenza la Corte non accoglie necessariamente tutti gli argomenti addotti dal Governo italiano nella sua difesa, invero a tratti assai farraginosa. Così, per esempio, al § 66 della sentenza, si legge che il crocifisso è prima di ogni altra cosa un simbolo religioso:

The Court […] considers that the crucifix is above all a religious symbol. The domestic courts came to the same conclusion and in any event the Government have not contested this. The question whether the crucifix is charged with any other meaning beyond its religious symbolism is not decisive at this stage of the Court’s reasoning.
Al § 68, ancora, la Corte chiarisce che invocare il carattere tradizionale della pratica di esporre il crocifisso non basta di per sé a sottrarre dal rispetto della Convenzione:
The Court takes the view that the decision whether or not to perpetuate a tradition falls in principle within the margin of appreciation of the respondent State. The Court must moreover take into account the fact that Europe is marked by a great diversity between the States of which it is composed, particularly in the sphere of cultural and historical development. It emphasises, however, that the reference to a tradition cannot relieve a Contracting State of its obligation to respect the rights and freedoms enshrined in the Convention and its Protocols.
La Corte, in effetti, ha motivato la propria sentenza esclusivamente sul fatto che, a suo giudizio, l’esposizione del crocifisso non costituirebbe un indottrinamento degli allievi (§§ 71-77):
a crucifix on a wall is an essentially passive symbol […]. It cannot be deemed to have an influence on pupils comparable to that of didactic speech or participation in religious activities […] the presence of crucifixes is not associated with compulsory teaching about Christianity […] according to the indications provided by the Government, Italy opens up the school environment in parallel to other religions. The Government indicated in this connection that it was not forbidden for pupils to wear Islamic headscarves or other symbols or apparel having a religious connotation; alternative arrangements were possible to help schooling fit in with non-majority religious practices; the beginning and end of Ramadan were “often celebrated” in schools; and optional religious education could be organised in schools for “all recognised religious creeds” […]. Moreover, there was nothing to suggest that the authorities were intolerant of pupils who believed in other religions, were non-believers or who held non-religious philosophical convictions.
In addition, the applicants did not assert that the presence of the crucifix in classrooms had encouraged the development of teaching practices with a proselytising tendency […].
Lastly, the Court notes that the first applicant retained in full her right as a parent to enlighten and advise her children, to exercise in their regard her natural functions as educator and to guide them on a path in line with her own philosophical convictions
Quello che non si comprende, però, è come ciò possa assolvere lo Stato italiano dalla violazione del dovere di «neutralità e imparzialità», che la stessa Corte riconosce (§ 60) essere imposto dall’art. 9 della Convenzione agli Stati contraenti. Come riconosce in una postilla il giudice Rozakis (e si tratta di un’opinione concordante con la sentenza!),
It is, I think, indisputable that the display of crucifixes in Italian State schools has a religious symbolism that has an impact on the obligation of neutrality and impartiality of the State […]. The question which therefore arises at this juncture is whether the display of the crucifix not only affects neutrality and impartiality, which it clearly does, but whether the extent of the transgression justifies a finding of a violation of the Convention in the circumstances of the present case [corsivo mio].
Sembra di capire che la violazione della neutralità sia condonata per il suo essere poco efficace; ma probabilmente servirà una lettura più attenta della sentenza.

Al di là del caso presente, rimane il fatto della violazione indubitabile dell’uguaglianza dei cittadini compiuta da uno Stato che esponga negli spazi istituzionali simboli di una data religione. Ai cittadini che non condividano le credenze di quella religione lo Stato sembra dire «Io non sono con voi; io preferisco altri»; e questa è una violazione del diritto a un uguale trattamento, anche se ad essa non faccia seguito una più concreta discriminazione. Noi, per fare un paragone, giustamente diffidiamo di magistrati che si impegnino in una attività politica, perché pensiamo che questo faccia venire meno la fiducia nella loro neutralità; e non importa che le loro sentenze dimostrino eventualmente una vera imparzialità (ammesso che sia possibile dimostrarla): la serenità di chi viene sottoposto a giudizio viene prima di tutto. Allo stesso modo e per le stesse ragioni dovremmo impedire che lo Stato si schieri attivamente al fianco di una parte religiosa.
È un peccato che la Corte non abbia riconosciuto questi principi di civiltà. Ma forse la sconfitta di oggi non chiude la partita: al § 57 la Corte osserva che nel caso in esame non si occupa della compatibilità dei crocifissi con i principi della laicità espressi dalle leggi italiane:
the Court observes that the only question before it concerns the compatibility, in the light of the circumstances of the case, of the presence of crucifixes in Italian State-school classrooms with the requirements of Article 2 of Protocol No. 1 and Article 9 of the Convention.
Thus it is not required in this case to examine the question of the presence of crucifixes in places other than State schools. Nor is it for the Court to rule on the compatibility of the presence of crucifixes in State-school classrooms with the principle of secularism as enshrined in Italian law.
C’è allora forse spazio per continuare la battaglia giuridica, anche se probabilmente essa si dovrà combattere su un fronte tutto italiano, portando la Corte Costituzionale a pronunciarsi – cosa che finora non ha voluto fare – su questa ferita ancora aperta alla laicità dello Stato.

domenica 24 ottobre 2010

I molteplici significati del velo

Sono riflessioni risalenti a qualche anno fa, quelle che Ida Dominijanni compie nel saggio «Corpo e laicità: il caso della legge sul velo» (in Le ragioni dei laici, a cura di Geminello Preterossi, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 172-74), ma particolarmente attuali:

È noto da accurate analisi svolte sul campo che la semantica del velo non è interpretabile in modo univoco, trattandosi di un segno che oggi viene riscritto all’incrocio fra ritorno e reinvenzione della tradizione, fra controllo patriarcale delle donne e movimenti di libertà femminile, fra rifugio nell’identità e rivendicazione della differenza islamica rispetto all’omologazione occidentalista globale. Questa polisemia cambia inoltre da contesto a contesto: l’uso del burka imposto dai talebani afgani non è paragonabile a quello ‘conformista’ del foulard in Iran, o in Algeria o in Turchia. In Francia, esso non è separabile dall’impatto degli immigrati di seconda e terza generazione con la cittadinanza e con l’immagine occidentale della donna: è «una provocazione» che segnala «lo scacco francese» nella promessa non mantenuta di uguaglianza, il rovesciamento in positivo di una identità imposta nella comunità d’origine e discriminata in quella d’adozione. Più precisamente, dell’uso del velo nelle periferie parigine sono stati individuati quattro significati diversi: c’è il velo tradizionale della madre o della nonna, c’è il velo imposto alle giovani dai genitori, c’è il velo rivendicato contro i genitori che si sono lasciati assimilare troppo ai costumi occidentali, c’è il velo negoziato con i genitori pur di potere uscire la sera con gli amici occidentali; e infine c’è il velo indossato come schermo di difesa da aggressioni e discriminazioni maschili, occidentali e islamiche: un uso controparadossale, e a suo modo ‘femminista’, del marchio dell’oppressione. Le società occidentali post-femministe, del resto, ne dovrebbero sapere qualcosa: com’è stato osservato, fu un classico «rovesciamento dello stigma» a caratterizzare l’uso di massa delle gonne a fiori nel femminismo degli anni Settanta, ovvero la risemantizzazione di un segno che nel senso comune evocava una femminilità tradizionale e passiva in un simbolo di femminilità rivendicata, autocosciente, sottratta al metro di misura dell’immaginario sessuale maschile e al diktat emancipazionista.
Con ciò non intendo, sia chiaro, ribaltare il discorso corrente sostenendo che il velo è sempre o prevalentemente segno di libertà femminile: il problema sta proprio nella polivalenza di significati e di temporalità che esso veicola, caso tipico di quella ‘sincronicità dell’asincronico’ che rompe nell’epoca globale il tempo lineare del progetto moderno. Non si tratta dunque tanto di compulsare la casistica dettagliata dei suoi usi, quanto di adottare una prospettiva che ne contempli anche un uso libero, e lo consenta. Il che comporta evidentemente la necessità di lasciare la decisione di portarlo o non portarlo, e con quale significato, alle dirette interessate, invece di affidarla a una legge che pretende di tutelarle paternalisticamente e di controllarle autoritativamente, come invece sceglie di fare il rapporto della Commissione Stasi. Il quale ne uniforma l’uso e il divieto, glissando sul fatto che, come pure scrive, «per quelle che lo portano il velo può rivestire diversi significati: può essere una scelta personale o, al contrario, un obbligo, particolarmente intollerabile per le più giovani» […].
Come appare chiaramente nel seguito del saggio, la riflessione dell’autrice si svolge all’interno del cosiddetto femminismo della differenza, di cui è bene diffidare, a causa delle sue possibili degenerazioni in senso comunitarista e oppressivo – anche se la Dominijanni ne rimane una delle (poche?) interpreti ragionevoli. A mio parere, comunque, un’applicazione appena coerente del paradigma liberale porterebbe, nel caso del velo, a risultati pressoché identici a questi.

sabato 26 giugno 2010

La croce in pubblico

Marco Politi coglie perfettamente ieri sul Fatto Quotidiano il punto debole di tanti attacchi alla sentenza sul crocifisso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo («Laicità in croce», 25 giugno 2010, p. 18):

Falso è […] dire che la sentenza respingerebbe la fede nell’ambito angusto del “recinto privato”.
Il cristianesimo, come ogni altra fede, è totalmente libero di esprimersi collettivamente e visibilmente nello spazio pubblico e sociale dei paesi Ue. Parlare in Italia di un cristianesimo che rischia di essere conculcato, è una gag.
Ciò che indica la prima sentenza della Corte europea è, correttamente, l’impossibilità che in uno spazio istituzionale come la scuola (o i tribunali) vi sia un simbolo religioso che visivamente rappresenti il supremo principio ispiratore dell’educazione (o della giustizia). Non ci può essere nella società pluralistica contemporanea il dito indice di una sola religione, che all’interno di un’istituzione segni la via da seguire. Perché non è vero che il crocifisso sia nelle aule o nei tribunali “per tradizione”. La croce nei luoghi istituzionali è il retaggio dei secoli in cui il cattolicesimo era religione di stato. E il tentativo di imporne la presenza, anche oggi che la Costituzione e il Concordato hanno eliminato qualsiasi riferimento ad una religione di stato, non ha più nessuna base giuridica. Meno che mai è giustificato il tentativo surrettizio delle gerarchie ecclesiastiche di creare e crearsi uno status privilegiato di “religione di maggioranza”. Peraltro i giovani italiani, come dimostra l’ultima indagine Iard riportata dall’Avvenire, si sentono “cattolici” soltanto al 52 per cento.
Neanche è vero che il cattolicesimo sia un tratto universale dell’identità italiana. Ogni cittadino ha la sua storia, la sua cultura, le sue credenze. Sul piano istituzionale è certo che un solo simbolo, il Tricolore, rappresenta tutti (con buona pace di Bossi) e una sola immagine rappresenta nei luoghi pubblici l’unità della nazione, quella del presidente della Repubblica (Berlusconi se ne faccia una ragione).
Da questo punto di vista rimane insuperabile la chiarezza del principio costituzionale americano (nazione assai religiosa e spesso citata da Benedetto XVI come esempio di laicità positiva), secondo cui lo Stato non può “né favorire né contrastare una religione”. Nelle scuole americane c’è la bandiera a stelle e strisce, non il crocifisso.
Il punto chiave è proprio questo: ciò cui i laici obiettano è in generale l’esposizione del crocifisso negli spazi istituzionali, non negli spazi genericamente pubblici. Purtroppo l’uso di «pubblico» come sinonimo di «statale» e la confusione che ne può sorgere hanno fatto spesso il gioco di chi in malafede vuole seminare allarme su un presunto prossimo sradicamento di croci dai campanili e dai cimiteri.

lunedì 3 maggio 2010

L’assurdo della discriminazione

Era circolata qualche giorno fa la notizia che il Governo Italiano avesse inserito nel ricorso contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani, che condannava l’Italia per l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, una nota redatta dal professor Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico e Diritto delle istituzioni religiose presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tre e abituale editorialista del quotidiano dei vescovi italiani Avvenire. È appunto su questo giornale che Cardia scrive quanto segue («Sentenza crocifisso. Cambiare si deve. È l’Europa stessa ad affermarlo», Avvenire, 1 maggio 2010, p. 15):

Ancora, la scuola italiana ammette simboli e pratiche di altre religioni. Leggi, decreti, circolari, e giurisprudenza, prevedono la legittimità del velo islamico, di altri simboli e vestimenti di derivazione religiosa […]. Il mancato esame di questi elementi giuridici e storico-culturali (e altro ancora) ha indotto la Corte di Strasburgo ad isolare il simbolo del crocifisso come fosse l’unico presente nelle nostre scuole […]. Se si seguisse la logica della sentenza si arriverebbe all’assurdo di togliere il crocifisso e mantenere i simboli di altre religioni, con la conseguenza che verrebbe ad essere sacrificata e discriminata proprio la religione della stragrande maggioranza degli italiani.
Per l’illustre professore, dunque, il velo islamico, la kippà e la croce di Davide degli Ebrei, il turbante dei Sikh, il pentacolo dei Neopagani e tutti gli altri simboli indossati da privati sono in tutto e per tutto equivalenti non – come potrebbero pensare gli ingenui che non insegnano a Roma 3 – al crocifisso appeso al collo, al rosario, all’immaginetta di Padre Pio o alla statuina di San Giuda Taddeo recati su di sé dagli studenti cattolici, ma al crocifisso appeso al muro dell’aula davanti a tutti, imposto da un’apposita normativa statale; sicché se abolisci quest’ultimo, pur lasciando immutato tutto il resto, stai discriminando i poveri cattolici e sei poco meno di un persecutore di cristiani.

Con un simile difensore e con argomenti di questa forza, vincere il ricorso davanti alla Corte di Strasburgo sarebbe per il Governo italiano un autentico miracolo...

domenica 31 gennaio 2010

Crocifisso in salsa bavarese

Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico, uno dei padri dei non compianti DiCo, ha firmato lo scorso dicembre assieme ad altri colleghi una proposta di legge in tre commi che regola l’esposizione nelle aule scolastiche del crocifisso:

1. In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso.
2. Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi.
3. Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile.
La proposta si ispira dichiaratamente alla legge bavarese sull’educazione e l’istruzione pubblica, Bayerisches Gesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen (BayEUG), approvata il 23 dicembre 1995 dal Parlamento del Land Baviera ed entrata in vigore il 1º gennaio 1996. A proposito di quest’ultima, ecco cosa scrive Susanna Mancini in un bell’articolo di prossima pubblicazione («La supervisione europea presa sul serio: la controversia sul crocifisso tra margine di apprezzamento e ruolo contro-maggioritario delle Corti», Giurisprudenza Costituzionale, n. 5, 2009, alla nota 95):
Nel 1995, la Corte Costituzionale tedesca stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 13.13 della legge bavarese che obbligava all’esposizione della croce nelle aule della scuola dell’obbligo (1 BvR 1087/91, d.d. “Kruzifix-Urteil”). Con l’ovvio intento di aggirare il disposto di questa sentenza, il legislativo bavarese ha adottato un nuovo atto, il quale “in considerazione della connotazione storica e culturale della Baviera” obbliga ad esporre il crocifisso in tutte le aule. Se tuttavia qualcuno obietta “per ragioni serie e comprensibili inerenti alla fede o a una visione del mondo”, il preside della scuola deve condurre un procedimento di conciliazione. Se non si raggiunge nessuna soluzione, il preside deve ricercare una soluzione ad hoc che rispetti la libertà religiosa del dissenziente, realizzi un bilanciamento tra le convinzioni ideologiche e religiose di tutta la classe e, come se non bastasse, prenda anche in considerazione la volontà della maggioranza (Art. 7, Bayerische Gesetz über das Erziehungs und Unterrichtswesen, BayEUG). L’ambiguità di questa procedura è emersa chiaramente quando una scuola e, successivamente, la corte amministrativa della Baviera hanno rigettato le obiezioni dei genitori di uno scolaro, definendole “pretestuose e polemiche” ed affermando che l’ateismo della famiglia non costituisce un motivo serio per obiettare all’esposizione del crocifisso. In ultima istanza la Corte Suprema Amministrativa (Bundesverwaltungsgericht) ha accolto invece le argomentazioni dei genitori dissenzienti, affermando che la libertà di coscienza include anche quella di non credere (Bundesverwaltungsgericht, sentenza n. 21/1999, 21 aprile 1999).
Ma veniamo al disegno di legge di Ceccanti & Co. C’è subito da rilevare la conferma della tendenza recente a infarcire i preamboli dei testi di legge con roboanti dichiarazioni di principio, quasi che gli estensori ci vogliano far ingollare, oltre alla norma concreta, anche la loro personale (e spesso discutibilissima) visione del mondo; rimando per il resto alle caustiche osservazioni di Galatea sul comma 1 della proposta di legge.
In secondo luogo, va notata l’ambiguità del testo, da cui non si riesce a capire se sia possibile o meno che in una classe non venga esposto il crocifisso; solo da un accenno della relazione introduttiva («non per questo diventa immediatamente legittimo o, quanto meno, opportuno il suo contrario, ovvero l’obbligo di esposizione senza alcuna possibilità di eccezione») sembra di poter concludere che l’eccezione sia ammessa. La vaghezza della legge sarà senza dubbio foriera di futuri contenziosi, esattamente come nel caso del modello bavarese.
Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.
Sarebbe possibile una legge che ammetta la presenza dei simboli religiosi senza incorrere in questi rilievi? In teoria sì, almeno in parte: bisognerebbe abolire ogni obbligo e ogni ruolo attivo delle istituzioni, lasciando le pareti scolastiche a disposizione degli alunni, che – su richiesta – sarebbero liberi di appendere i loro simboli. Ma è chiaro che questa proposta non potrebbe essere fatta propria dalla maggior parte dei cattolici, compresi quelli «progressisti» (come dimostra la proposta Ceccanti), perché renderebbe concreta la possibilità che in alcune aule si debba procedere alla rimozione del crocifisso per mancata richiesta, e soprattutto perché farebbe venire meno l’esemplarità del simbolo, dissolvendo la sua «certificazione» statale. In ogni caso, anche questa proposta sarebbe imperfettamente laica, lasciando pregiudicata la posizione degli indifferenti al fatto religioso – non tanto gli atei quanto gli agnostici – per i quali sarebbe problematico concepire un simbolo apposito. E ci si potrebbe interrogare sulla sensatezza di concedere attivamente spazio a segni di divisione in un contesto, come quello scolastico, che dovrebbe promuovere per quanto è possibile l’integrazione dei cittadini in una comunità civile unita.

Aggiornamento: tutto da leggere il severo commento di Francesco Costa alla proposta di legge.

domenica 17 gennaio 2010

Il privilegio di insegnare religione

SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell'Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il "recupero" degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.

A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). "Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale". Una cosetta di non poco conto visto che l’Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell’intera retribuzione dell’insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.
Continua (e fa molto indispettire): Aumenti ai prof di religione. È la "sorpresa" di Tremonti, la Repubblica, 16 gennaio 2010.

lunedì 14 dicembre 2009

Le Usl venete assumano medici e infermieri, non preti!

Bacio le mani
Le Usl Venete hanno deciso di assumere 96 preti come assistenti spirituali per un esborso annuo di oltre 2 milioni di euro.
Saranno assunti a tempo indeterminato, su indicazione dei vescovi e parificati nel trattamento agli infermieri professionali laureati (categoria D).
Nelle Usl venete ci sono circa 500 precari tra medici, infermieri e tecnici.
Noi pensiamo che l’assistenza spirituale ai malati dovrebbe essere un atto di carità secondo l’insegnamento evangelico e non una professione.
Noi pensiamo che i 2 milioni di euro dovrebbero essere spesi per medici, infermieri e tecnici che servono negli ospedali per accorciare le liste d’attesa e curare i malati.
Noi pensiamo che la Chiesa Cattolica abbia notevoli risorse economiche, anche dall’8 per mille, per pagare, se non trova preti che lo facciano per missione, gli assistenti spirituali.

Per questo i sottoscritti cittadini chiedono che la Regione receda dall’accordo in oggetto.

Per firmare la petizione vai su www.atalmi.it

La risposta della conferenza dei vescovi.

martedì 30 giugno 2009

E sui diritti civili il Pd deve prendere una posizione

Ignazio Marino ha parlato per 9 minuti durante l’incontro dei Giovani Democratici al Lingotto di sabato. Abbastanza per elencare alcuni dei malanni che affliggono la politica italiana e l’Italia.
Una analisi lucida e spietata di quello che la sinistra, ormai schiacciata da quel “centro” che si è obbligati ad anteporle, e che il Partito Democratico non hanno saputo o voluto fare.
Nonostante le belle speranze iniziali e le promesse di cambiamento, poi il PD ha “parlato molto meno dei temi e delle persone. Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ciascuno?”, domanda Marino. Non ci si può sottrarre a queste domande, sia perché è ingiusto, sia perché è fallimentare farlo. L’ennesima sconfitta elettorale ne è la prova.
Casa, salute, lavoro. Parole travolte da interessi secondari e da contese di potere. Parole che però riguardano la maggioranza di cittadini italiani, disinteressata alle “feste alla panna montata”.
L’esempio del testamento biologico descrive bene la condizione attuale: l’impossibilità di fare una legge giusta e sensata, a garanzia delle libere scelte dei singoli in ambito sanitario. Chi dovrebbe scegliere al nostro posto? E perché? “Dov’è il problema?”, domanda Marino. Già, dov’è?
A sentirlo parlare ci si stupisce della “semplicità” del suo discorso, e ci si stupisce di trovarsi a sorprendersi per quanto dovrebbe essere scontato: diritti uguali per tutti. Ammalati, omosessuali, coppie di fatto. “I diritti civili sono di tutti”. E verrebbe anche da aggiungere che i diritti civili dovrebbero essere chiamati con il proprio nome. Non temi eticamente sensibili, ma diritti civili, appunto.
Alcuni dei quali sono stati conquistati a fatica e oggi vengono consumati da un atteggiamento pietistico e ideologico, nella vana speranza di raccattare l’approvazione delle parti più retrive e conservatrici della politica e della società italiane.
Il PD deve prendere una posizione, e la domanda con cui Marino chiude il suo breve e intenso intervento suggerisce una buona strada: “quelli che non credono che tutti abbiano gli stessi diritti possiamo a questo giro lasciarli a casa?”.

DNews, 29 giugno 2009

martedì 10 febbraio 2009

Eluana: l’Italia alla prova

Ora che Eluana è finalmente libera, e mentre i suoi carcerieri delusi minacciano di sfogare la loro rabbia impotente su chi resta, è tempo di chiedersi cosa ci ha insegnato la sua vicenda. Vicenda estrema, singolare, che ha messo alla prova il paese, facendone emergere alcuni tratti, pur già in gran parte noti, con evidenza indiscutibile.

In primo luogo, il rifiuto della legalità. Molti hanno già notato l’eccezionalità del percorso decennale di Beppino Englaro, il suo carattere così spiccatamente anti-italiano: la ricerca ostinata della sanzione pubblica e legale di ciò che intendeva compiere. Il suo rivolgersi ostinato ai tribunali, nella luce del sole, quando quasi tutti avrebbero invece fatto ricorso di nascosto a un infermiere compiacente. Da qui la paradossale condanna di chi ne avversava gli scopi, come se l’ossequio alla legge violasse una legge più alta, non scritta: la legge per cui certe cose vanno regolate nel buio delle proprie case, senza causare pubblico imbarazzo, senza pretendere diritti. E il paradosso si fa ancora più stridente quando a esortare a lavare i panni in famiglia è chi allo stesso tempo con voce più stridula definisce «omicidio» la liberazione di Eluana. Così Giuliano Ferrara – lui sì arci-italiano – può un giorno definire «boia asettico e clinico» l’ultimo medico di Eluana (in un articolo che ha conquistato un posto negli annali dell’infamia giornalistica), e il giorno dopo, in una lettera al Corriere, giustificare l’esistenza di una «zona grigia», in cui le regole siano «interpretate con discrezione e amore, caso per caso» (corsivo mio), causando la perplessità persino di Angelo Panebianco.
Già, la discrezione. Parola soave per un elogio di quell’ipocrisia che molti definiscono «cattolica», e che sicuramente è italiana; in cui l’ossequio formale alla virtù nasconde l’esercizio privato del vizio. Prezioso ausilio per un potere premoderno, che non riconosce diritti – che lo obbligherebbero e lo limiterebbero – ma consente astutamente nascoste valvole di sfogo per la frustrazione dei sudditi.

Parallelo a questo, e per molti versi ancora più preoccupante, è emerso in questi giorni il rifiuto totale della separazione dei poteri dello Stato. In centinaia di commenti e di prese di posizione, non solo del ragazzotto integralista ma anche del giornalista, del politico, dell’uomo delle istituzioni, financo del giurista, era del tutto palese il pensiero che, se una sentenza della magistratura non mi piace; se personalmente la ritengo errata, o contraria a qualche principio che mi è caro; allora ho tutto il diritto, quando ciò sia in mio potere, di riformarla con una legge o persino con un atto amministrativo. Non si tratta solo di ignoranza giuridica, come quella che ha fatto sproloquiare tanti su una magistratura che in questo caso avrebbe usurpato il posto del legislatore; no, si tratta di insensibilità totale a uno dei principi cardine dello Stato liberale. Il segno è funesto, quando vediamo troppi gioire se un governo in pieno delirio di onnipotenza tenta di schiacciare con ispezioni pretestuose e con cavilli legali un singolo inerme e il suo diritto conquistato in una corte di giustizia. Quando del resto c’è chi teorizza apertamente che la legge di Dio è superiore a quella degli uomini, l’esito non può che essere questo.

La vicenda di Eluana Englaro, insomma, non ha fatto che portare ancora più in evidenza ciò che già sapevamo da tempo: che il problema italiano, il problema di un paese che non riesce a diventare compiuto Stato di diritto, consiste – seppure non esclusivamente – nel suo ospitare all’interno un potere altro, radicalmente ostile ai principi liberali. E il problema, che è dunque in primo luogo problema cattolico, è diventato ancora più grave, da quando il cristianesimo, morendo, si è trasformato in questo paese in una strana nuova ideologia: l’ideologia della Vita. Ideologia che offre ai suoi seguaci la comoda giustificazione per sfogare il proprio odio verso altri esseri umani, come vediamo in queste ore. Ideologia antiumana, nonostante tutti i suoi proclami, in cui il mero fatto biologico, la vita intesa in termini di funzioni escretorie, di cuori pulsanti, di cellule proliferanti, ha preso il posto di ciò che una volta era l’unione di Spirito e Corpo, della vera vita in Cristo. Provate a parlare di anima o mente come sede della persona a un integralista: nella maggior parte dei casi non riuscirà nemmeno a capirvi. Ironia suprema: chi tanto invoca la millenaria «tradizione cristiana» è ormai sostanzialmente estraneo ad essa.

Ma grazie ad Eluana è diventata evidente un’altra cosa. Coloro che, nelle istituzioni, in questi giorni si sono eretti a difesa del diritto della famiglia Englaro, sono stati il Presidente della Repubblica e il Presidente della Camera dei Deputati. Uomini di tradizioni politiche opposte, uniti su una questione cara a un’altra tradizione – purtroppo da sempre minoritaria. Uomini i cui schieramenti da tempo, pervicacemente, a volte contro ogni miglior consiglio, si ostinano a cercare l’appoggio di ancora un’altra tradizione politica, forse solo perché nella semplificata mappa dei nostri parlamenti il centro sembra dividere irreparabilmente la destra dalla sinistra. E non si tratta qui soltanto di élite politiche: anche nella nostra piccola blogosfera è capitato che blog di sinistra dicessero cose non molto diverse da blog di destra.
Forse trarre delle conseguenze da questa situazione così inedita è al di là delle possibilità della nostra politica: troppa la fantasia e il coraggio richiesti, troppe le distanze che ancora rimangono, troppe le resistenze. Ma se per miracolo si trovassero la virtù e la fortuna necessarie, forse non dovremmo mai più assistere a un altro caso Englaro.

lunedì 9 febbraio 2009

Una morale che uccide la libertà di tutti

Il decreto della Corte d’Appello di Milano avrebbe dovuto essere l’ultimo atto di una tragedia già prolungata troppo a lungo. E poi il silenzio sarebbe stato il balsamo, opportuno e necessario, per ferite impossibili da rimarginare. Invece su Eluana Englaro si stanno accanendo gli avvoltoi, incuranti dell’orrore che la loro ombra provoca.
Scrivere di Eluana, in un clima tanto convulso e infetto, è una azione di estrema difesa contro questi spietati burocrati della morte. Non è solo Eluana ad essere aggredita, ma la stessa possibilità di definire il nostro Stato come liberale e laico.
Sono ormai mesi che parole e frasi senza senso vengono ripetute come nel telefono senza fili, quel gioco che si faceva da bambini incuranti della distruzione del significato e del tradimento della parola da cui il gioco aveva preso le mosse. Se in quel caso il divertimento stava proprio nel pervertimento fonetico e semantico, qui il risultato è un miscuglio di orrori e brutalità. Un insieme deforme di luoghi comuni, inesattezze e idiozie che ha lo scopo di annientare la libertà individuale.
La libertà ha il vantaggio di permettere anche, a chi lo desidera, di rinunciarvi. Se si è liberi si può decidere di essere, almeno in parte, schiavi. Se si è schiavi non c’è nulla da discutere. E non c’è nemmeno connotazione morale nel sottoporsi ad un ordine (c’è, ovviamente, connotazione morale nell’imposizione illegittima e ingiustificata). Appare ridicolo come quanti sono portavoce di una visione unica della morale non colgano questo ossimoro: la visione unica della morale demolisce la morale.
Le implicazioni sono vaste e profonde, disegnano il profilo di una metastasi forse ancora difficilmente rilevabile ma inarrestabile, e che ingoia le libertà fondamentali e i diritti civili.
Tutti quelli che sono a favore della “vita” sono, in realtà, a favore della schiavitù e della sottomissione. Sarebbero almeno onesti se lo dicessero esplicitamente, senza nascondersi dietro a proclami altisonanti e ipocriti: “è condanna a morte”, “si può sempre guarire”, “i medici devono curare”, “se io fossi il padre”. Dimenticando completamente di interrogarsi sulla volontà di Eluana.
Questa nuova forma di paternalismo è viscida e odiosa, perché non ha nemmeno il coraggio di darsi il nome che le spetta.
La Consulta di Bioetica promuove per domani alle 17.30 un sit-in nazionale in varie città (Milano: Piazza San Babila*; Torino: Piazza San Carlo; Pisa: Largo Ciro Menotti; Roma: Campo dei Fiori; Bologna: Piazza Nettuno; Verona: Piazza Bra). Non a caso il sit-in è per Eluana e per lo Stato di diritto. O per ciò che ne rimane.

DNews, 9 febbraio 2008

* Aggiornamento: il sit-in si svolgerà a Piazza Fontana

martedì 23 dicembre 2008

Statolatria e Stato cristiano

Carlo Galli, «Se la Chiesa esige uno “Stato cristiano”» (La Repubblica, 22 dicembre 2008, p. 1):

Era parecchio tempo che non si sentiva utilizzare, nel dibattito pubblico, il termine “statolatria” (culto dello Stato): se ne è servito l’arcivescovo Angelo Amato per polemizzare contro l’Educazione alla cittadinanza, nuova materia di insegnamento nella Spagna di Zapatero. Per il prelato si tratta di un “indottrinamento laicista” che rinnova, in forme mutate, la pretesa dello Stato di esercitare sui cittadini un’autorità non solo legale, esteriore, ma anche pedagogica e morale, interiore. Uno Stato che fa concorrenza a Dio.
[…]
Ma che cosa significa il ricorso polemico al termine “statolatria” nel dibattito di oggi, quando lo Stato, con ogni evidenza, non ha più quelle pretese? Quando lo Stato etico è un’esperienza sconfitta dalla storia, e tutta la riflessione politica e morale, si orienta altrove per individuare le coordinate della libertà individuale e collettiva? Qual è la ragione di questo anacronismo lessicale?
Siamo davanti, di fatto, all’equiparazione dello Stato laico contemporaneo allo Stato etico, all’assimilazione dell’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica con la trasmissione autoritaria di specifici contenuti dottrinari, al timore che quando lo Stato educa al rispetto dei diritti realizzi una limitazione della libertà personale e collettiva, che il potere sia ormai (secondo le parole dell’arcivescovo) “biopolitico”, che cioè si intrometta nella vita intima delle persone.
Ora, in questa argomentazione sono evidenti alcuni limiti: il primo è che tutto ciò sembra ricalcare le polemiche ecclesiastiche ottocentesche contro l’istruzione pubblica promossa dallo Stato, vista come una violazione dei diritti delle famiglie. Il secondo è che la Chiesa definisce “biopolitica” la legge di uno Stato, ma non la propria impressionante serie di divieti, che vincolano gravemente i diritti dei singoli credenti a determinare in modo autonomo come vivere, amare, procreare, morire. Il terzo limite è infine che qui si interpreta polemicamente come un contenuto ideologico particolare (e pericoloso) proprio quel principio di laicità dello Stato che è al contrario la condizione universale formale che fonda e garantisce la coesistenza dei singoli soggetti e dei gruppi sociali.
Lo Stato laico (quale cerca di essere la Spagna) non può non insegnare ai giovani il pluralismo e la tolleranza. E non può non spiegare, a tutti i cittadini, che la legittimità del legame politico democratico e dei doveri che ne derivano sta nel fatto che le leggi dello Stato rispettano e valorizzano i diritti umani, civili, sociali e politici, e non servono ad affermare un’identità religiosa o culturale (né, ovviamente, etnica), neppure se è quella della maggioranza. Questo non è l’insegnamento di un’ideologia che fa dello Stato un idolatrico concorrente di Dio, ma della libertà dei moderni, e dei contemporanei.
E se non si vuole comprendere che la laicità dello Stato non è un opinabile valore fra gli altri ma è la decisione fondamentale della civiltà moderna che realizza la tutela politica della libera espressione sociale di ogni possibile fede e cultura, dell’uguale dignità dei più vari progetti di vita purché non implichino violenza e dominio su altri; se si critica e si combatte come statolatria, come culto dello Stato, l’esistenza e l’azione di uno Stato che rende possibili tutti i culti (e anche il rifiuto dei culti) e tutte le culture; allora in realtà non si vuole, al di là delle espressioni verbali, uno Stato laico ma uno Stato cristiano, o almeno uno Stato che di fatto privilegia il cristianesimo. Come la distinzione fra laicità e laicismo, così il ricorso al termine “statolatria” è quindi più che una scelta linguistica: è un chiaro segno, fra molti altri, di un preciso indirizzo di politica ecclesiastica di cui farebbero bene a essere consapevoli tutti quei laici che del ruolo dello Stato hanno ancora un concetto adeguato.

giovedì 12 giugno 2008

Una pagliacciata che scongiura il rischio dell’oblio

Secondo “Famiglia Cristiana” il Gay Pride di Roma è una pagliacciata. Questo vuol dire che gli altri Gay Pride sono manifestazioni “serie”? Ovviamente no. Il Gay Pride è intrinsecamente una pagliacciata, secondo loro.
Nonostante sia ancora da dimostrare che di pagliacciata si tratti – e che questo sia immorale e indecente – la miopia più grave è non riconoscere che una “pagliacciata” possa denunciare gravi omissioni dello Stato nei confronti delle persone (omosessuali).
Ove la connotazione dell’orientamento sessuale è volutamente messa tra parentesi: perché uno Stato dovrebbe proteggere le persone, piuttosto che giudicare in modo pornografico la loro vita privata. Perché, altrimenti, non declinare meglio le preferenze sessuali? Le categorie “eterosessuale” ed “omosessuale” sono troppo anguste: aggiungiamo anche gli indecisi, i bisessuali, i timidi, gli aggressivi e così via. Con tanto di voto come a Miss Italia.
E se il Gay Pride contribuisse a ricordare o a rendere più difficile l’oblio sulla disuguaglianza che colpisce alcuni cittadini (per il mancato riconoscimento giuridico su famiglia e genitorialità)? Piume, provocazioni e culi possono piacere oppure irritare: questione di gusti, di quella libertà di pensiero ed espressione che uno Stato laico deve garantire. Così come dovrebbe garantire i diritti civili di tutti i suoi cittadini. Famiglia Cristiana pensi pure, piegandosi ossequiosamente ai dettami clericali, che questa “anomalia” (cioè l’omosessualità) sia un intrinseco e peccaminoso disordine dell’anima. Meglio una pagliacciata che una ipocrita e ingiusta discriminazione.

(DNews, 12 giugno 2008)

domenica 8 giugno 2008

Le regole del dialogo secondo Isabella Bertolini (e molti altri)

Isabella Bertolini (Pdl):

L’abbiamo detto a chiare lettere nella scorsa legislatura e lo ribadiamo oggi in occasione del Gay Pride di Roma: nessun riconoscimento pubblico può essere concesso alle coppie omosessuali. La Costituzione italiana riconosce e tutela la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna [...] Qualora fossero presenti eventuali lacune nelle leggi si possono affrontare con strumenti giuridici di natura privatistica già presenti nel sistema civilistico italiano o con modifiche al codice. L’ostinazione con cui si persegue il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto risulta controproducente alla stessa causa omosessuale. Si innesca infatti una contrapposizione muro contro muro che blocca sul nascere qualunque tentativo di dialogo. Un atteggiamento maggiormente responsabile e consapevole da parte degli stessi rappresentanti della comunità gay o dei pasdaran delle unioni di fatto sarebbe certamente più auspicabile. (AGI)
Peccato, Bertolini, che la Costituzione non parli di uomo e di donna, davvero un gran peccato. Sarebbero bastati 3 o 4 minuti per leggere l’articolo 29 (La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare).
Eventuali lacune? Ma la signora esce di casa oppure passa il tempo a mangiare i pasticcini con le amiche? A conversare amabilmente sulle mezze stagioni che non ci sono più e il prezzo delle patate per fare il pasticcio che va tanto di moda?
Ecco le regole del dialogo proposte da Bertolini: voi (cioè gli omosessuali, che tanto per essere ripetitivi prima di essere omosessuali sono persone e cittadini; ma di questo Bertolini forse non è consapevole) non rompete i coglioni più di tanto, accontentavi del nostro (cioè il popolo delle libertà – solo quelle loro ovviamente – e compari vari) pietismo e perfino buon animo, non scocciate con questo matrimonio e con la richiesta di simili diavolerie. Ma che andate cercando? Comportatevi responsabilmente, suvvia.
Mi sembra come quelli che dicono: bene parliamone, ma su questi punti (e giù un elenco piuttosto lungo) non sono disposto a trattare. A parte il fatto che mi ricorda qualcuno, ma non è che ci state prendendo in giro? Non so perché, ma ho questo sospetto.

sabato 7 giugno 2008

Abbecedario (per i politici)/2: inchini al papa

Quando un uomo di Stato incontra il papa – e a maggior ragione quando incontra preti, vescovi o cardinali – eviti assolutamente di baciarne l’anello o la mano o di inchinarsi, anche solo impercettibilmente: si limiterà scrupolosamente a una stretta di mano, tenendo il busto eretto. Questo precetto non dipende affatto, come si potrebbe pensare, dall’esigenza di non offendere i cittadini appartenenti ad altre confessioni o non religiosi: andrebbe seguito anche se il 100% della popolazione fosse cattolico. Né serve in primo luogo a evitare figure grottesche, come quando un noto puttaniere si piega a 90° per baciare l’anello piscatorio: lo dovrebbe far proprio anche un santo vergine immune dal peccato. La motivazione autentica è un’altra. L’uomo di Stato deve fedeltà solamente alla legge, in primo luogo alla Costituzione della Repubblica; astenendosi da inchini e baciamano segnala che non riconosce, nell’esercizio delle sue funzioni, nessuna autorità superiore alla Costituzione, e che non sta servendo due padroni.
Non si obietti che i simboli sono privi di importanza, e che quel che conta è la fedeltà concreta: perché raccomandare allora proprio un gesto che di simboli è carico? Né si dica che in questo modo si manca di rispetto al papa: il cerimoniale vaticano non impone nessun inchino. Si rispettino i luoghi di culto, scoprendosi il capo in una chiesa, coprendoselo in una sinagoga, e togliendosi le scarpe in una moschea; fra uomini, il rispetto più autentico è fra chi si riconosce come eguale – o, per usare un linguaggio più istituzionale, indipendente e sovrano.

mercoledì 5 marzo 2008

Binetti britannica

Dall’Inghilterra una vicenda che mostra sconcertanti somiglianze con i fatti di casa nostra (Karen Devine, «UK MPs threaten to walk-out over hybrid embryos», BioNews, 5 marzo 2008):

Questa settimana, tre ministri cattolici del Regno Unito hanno minacciato di dimettersi in seguito alla proposta governativa di permettere la creazione di embrioni ibridi – embrioni creati con ovociti animali i cui nuclei sono stati rimpiazzati con materiale genetico umano, per essere usati nella ricerca sulle cellule staminali. I parlamentari in questione sono il Segretario ai trasporti Ruth Kelly, il Segretario alla Difesa Des Browne e il Segretario agli Affari per il Galles Paul Murphy.
Il quotidiano Daily Mirror riferisce che la signora Kelly ha legami con l’Opus Dei, e che Murphy appartiene al gruppo interpartitico pro-life.
Anche altri politici di spicco avrebbero minacciato le dimissioni, mettendo in serie difficoltà il governo di Gordon Brown.
La compatibilità degli integralisti cattolici con la democrazia liberale appare sempre più incerta.

venerdì 29 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/2 (ovvero “ma anche”)

Segue dalla prima parte.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come “oscurantisti” e gli altri come “laicisti esasperati”, per arrivare a una reciproca considerazione.

E’ proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’“aut-aut” quello dell’“et-et”.
[Eccolo qui: il “ma anche” veltroniano, intramontabile, passepartout politico, talmente buono per tutte le occasioni da essere inadatto in qualunque circostanza – proprio come un abito che abbia la pretesa di andar bene sia per la caccia alla volpe che alla merenda tra amici più o meno fidati. Sebbene “et-et” suoni aulico, è sempre il solito “ma anche”]
Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l’Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all’esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.
[Non scherziamo eh]
Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.
[Ma chi è il consulente storico di Uolter? Una idea di matrice cristiana? Va bene che la rivoluzione copernicana non è stata ancora digerita, ma è davvero esagerato questo protagonismo dei valori cristiani, nella totale ignoranza di quello che succede e che è successo oltre il vostro naso. Oltre alla matrice, poi, bisogna vedere come avviene la declinazione. E la Costituente potrebbe ispirarvi, ma non dovete barare, altrimenti non vale]
Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.
[Io provo a risponderti: se la dignità è oppressa e limitata dalla coscienza di qualcuno altro, ecco che la dignità non è più tale. In altre parole: la dignità richiede il rispetto della libertà individuale (niente sacralità e inviolabilità della vita, solo per fare un esempio). Sulla libertà di religione non ho nulla da obiettare: ma non calcate la mano. La religione è una scelta privata e personale, come i gusti alimentari o quelli musicali. La laicità non ha bisogno del cattolicesimo (perché tanto di questo si parla: la religione è quella cattolica, le altre confessioni sono schifate o trattate come errori di gioventù]
Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro.

Chiunque si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce oggi, nelle nostre società, uno smarrimento diffuso. Individuale, ma anche collettivo. Una vera e propria “perdita di senso”, sotto una fitta coltre di egoismo e di cinismo. Un deserto di valori, che conduce all’indifferenza verso ogni regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli altri una variabile che non conta, perché l’unica cosa importante è procedere a tutta velocità, e nel modo più facile possibile, nella ricerca del proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è poi ricerca del “successo”, perché è l’approvazione esterna che conta mille volte di più della soddisfazione personale, è importante non “essere”, ma “apparire”. Non il cammino, ma il traguardo da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso, prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è il messaggio che arriva, purtroppo soprattutto ai giovani, dalla cultura oggi predominante.
[Ci mancava il predicozzo sulla falsariga di “signora mia dove siamo finiti”. Sarebbe interessante domandare a Veltroni se è in cerca di soddisfazione personale oppure di approvazione esterna]
Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, “ingannevolmente, quella dello ‘star bene’ come principio assoluto”, per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.
[Ecco qua: si parla di valori e sbuca il cardinale. Che di valori se ne intende più di tutti gli altri. Se il senso del cammino può radicarsi soltanto nella religione, se il valori sono quelli indicati dalle gerarchi clericali, ecco se le premesse sono queste, la conclusione sarà inevitabilmente molto discutibile. Tra le dimenticanze veltroniane ne spicca una in particolare: la abissale asimmetria tra laicità e teocrazia. Simile a quella tra libertà e coercizione legale. Nel primo caso chi vuole sottoporsi ai gioghi religiosi o statali può farlo. La libertà permette anche di essere schiavi. Al contrario non funziona!]

giovedì 28 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/1

L’etica della responsabilità (il testo integrale dell’intervento di Walter Veltroni all’Assemblea dei cattolici del Partito democratico “Educare al bene comune”).
Il testo è lungo e merita qualche riflessione. Qui sotto la parte iniziale (mi scuso per la lunghezza).

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall’altra l’idea di escludere l’apporto dell’esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società.
[Non si tratta di escluderlo, ma di ridimensionarlo e di guardare con spirito critico al rapporto tra morale e religione, perché non è proprio scontato né convincente che sia la religione a costituire il fondamento della morale. Se mi comporto bene per guadagnarmi il paradiso, non rischio di essere interessato?]
Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici.
Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono “misti”, per ispirazioni religiose e non, l’Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.
[Unico caso in Europa perché unico Paese a barattare la salvezza dell’anima per pochi voti. O viceversa. In un Paese davvero laico non si dovrebbe parlare di quale dio preghiamo nelle nostre case e se lo preghiamo]
Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili.

Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall’altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l’apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.
[Se la fede religiosa diventa uno strumento politico, sia la religione che la politica ne soffrono. Come può la religione, connotata da assoluti, piegarsi alla strategia politica, al baratto e alle discussioni? E come può la politica accogliere protagonisti impalpabili e opinioni esegeticamente complesse?]
Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall’esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse “porte e finestre”, dall’inizio del lungo cammino dell’opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.
[Della Chiesa cattolica o ricordiamo tutto o dimentichiamo tutto: smettiamola di invocare carità e bontà omettendo i soprusi e il sangue che nemmeno una dimenticanza ostinata può cancellare. Rinunciamo alle semplificazioni da sussidiario. Non voglio infierire, ma se pensiamo a “insegnamento”, “libertà”, “aperture di porte e finestre” e “impegno”, che so, rispetto agli omosessuali, il profilo della Chiesa appare minaccioso e ben lontano dalla rosea descrizione veltroniana. A meno che per finestre non si intenda defenestrazione. E allora siamo d’accordo: la Chiesa, e con questa il Partito Democratico, ha defenestrato le persone con un orientamento sessuale “non consono”. A cosa? Ai suoi dogmi. Dove sta la libertà e l’insegnamento? Di quale insegnamento sta parlando Veltroni?]
Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l’umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell’educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l’uomo deve avere la saggezza di porsi.
[Attribuire soltanto alla Chiesa tali preoccupazioni è scorretto e disonesto: fuori dalla Chiesa ci sarebbero solo scriteriati libertari anarcoidi? Questa è una caricatura infantile. Questa è la peggiore colpa dei sedicenti laici: sentirsi inferiori sul terreno dei valori]
Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. “La società giusta – ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana – non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l’adoperarsi per la giustizia, lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.
[Solo una visione superficiale può far finta di non capire quale sia il problema. Una società giusta non discrimina le persone in base a scelte che non danneggiano nessuno; una società giusta non incrocia le braccia davanti ai privilegi (ICI, ZTL, patrimoni immobiliari clericali e così via)]
Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.
[Siamo ai limiti del paradosso: la vera e giusta laicità è quella indicata da B16. Il bene comune è perseguibile soltanto se non si pretende di imporre una certa visione del mondo. Il bene comune non è quello che qualcuno, per quanto autorevole, pensa che sia il bene comune. Il bene comune è la possibilità di scegliere come vivere, ciascuno secondo le proprie preferenze, senza danneggiare altri e senza sentirsi fare la predica o subire la coercizione legale]
Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.
[Le certezze assolute, caro Uolter, non sono dei laici. Come potrebbero? E se le radici diventano una scusa per non cambiare rotta, per trincerarsi dietro a muri millenari buoni solo perché millenari, allora è meglio un prefabbricato; anzi una tenda]

mercoledì 27 febbraio 2008

Sfumature di significato

Una possibile interpretazione potrebbe essere: dalla Chiesa [non vogliamo] nessuna ingerenza!
Che sarebbe una gran bella interpretazione.
Purtroppo una interpretazione diversa potrebbe essere: dalla Chiesa [non viene compiuta] nessuna ingerenza.
La interpretazione corretta purtroppo è la seconda.

domenica 20 gennaio 2008

Solidarietà ai docenti della Sapienza

Una petizione per esprimere «solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere», indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Rettore dell’Università «La Sapienza» di Roma Renato Guarini, può essere firmata qui.

sabato 5 gennaio 2008

La voce della ragione

Una boccata di aria pura, per non soffocare, dal come al solito ottimo Paolo Flores d’Arcais («Chiagne e fotte», l'Unità, 4 gennaio 2008, p. 1):

Le pretese di Bertone (che sono poi quelle di Ratzinger) non fanno che riportare in auge gli anatemi del Sillabo. I «valori non negoziabili» sono gli stessi di allora, solo che ora non li si invoca più contro le democrazie, si vorrebbe che diventassero la Costituzione stessa delle democrazie. Di fronte a tanta totalitaria pretesa, quello che lascia sgomenti è proprio la mancanza di reazione di chi si professa democratico. Perché la laicità o il laicismo coerenti, che esigono uno Stato neutrale rispetto alle diverse morali di gruppo e personale, dove dunque si legiferi secondo il principio di Grozio («Etsi Deus non daretur», come se Dio non ci fosse), non costituiscono un estremismo ateo di segno analogo e contrario all’estremismo clericale che vuole imporre a tutti la propria morale per legge. L’opposto speculare di tale pretesa sarebbe quella di uno Stato che pretenda di imporre per legge, a tutti, l’aborto in caso di malformazione, o dopo «x» figli (per via della sovrappopolazione). O vieti l’insegnamento della religione, e a scuola abbia un’ora di «ateismo» settimanale. O in nome di una morale edonista esiga l’eutanasia per tutti i malati terminali in balia della sofferenza. O che, per stroncare la piaga delle ragazze madri, renda obbligatorio l’uso della pillola per tutte le minorenni. E via costringendo.
Tutte cose che un laico non si sognerebbe mai di chiedere. Perché laico significa democratico, e democratico significa laico. In una democrazia liberale i due termini si implicano a vicenda. E significano uno Stato che non impone a nessuno la morale di altri, ma rispetta la morale autonoma di ciascuno (fino a dove non distrugge l’autonomia dell’altro, ovviamente). Dunque, uno Stato che non impone a nessuno il divorzio, ma a nessuno impone l’indissolubilità del matrimonio. A nessuno impone la contraccezione, ma non impone le contorsioni dell’Ogino-Knaus a chi la contraccezione (sicura) la vuole praticare. A nessuno impone l’aborto terapeutico, ma a nessuno impone la nascita di un figlio non voluto. A nessuno impone l’eutanasia, ma a nessuno impone la tortura di una sofferenza terminale inenarrabile. A ciascuno, invece, garantisce la libertà di scelta.
Questa è l’autentica moderazione del laicismo più intransigente, il suo «giusto mezzo»: non tollerare che una parte della società imponga all’altra la propria morale, che un gruppo prevarichi facendo del proprio volere morale il dovere della totalità dei cittadini, ma rispettare l’autonomia morale di tutti e di ciascuno. Questi sono gli unici valori non negoziabili che dovrebbero accomunare, senza se e senza ma, tutti i democratici, di tutti i partiti (e più che mai di chi così ha deciso di chiamarsi).
Da leggere tutto.