Visualizzazione post con etichetta Chiara Saraceno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiara Saraceno. Mostra tutti i post

giovedì 23 febbraio 2012

Non lasciate aspettare i bambini

Chiara Saraceno, «Un ritardo che fa male», La Repubblica, 22 febbraio 2012, p. 1:

Oltre quarant’anni di applicazione della legge sul divorzio dimostrano che […] qualsiasi sia il motivo per cui ci si separa, non si torna mai indietro. Anche se non tutte le separazioni si trasformano in divorzi, pressoché nessuna viene ritrattata. La cosiddetta pausa di riflessione costringe invece ad un lungo limbo in cui non si è più di fatto coniugi, ma legalmente lo si è ancora, mantenendo aperto un contenzioso affettivo ed economico che invece dovrebbe essere aiutato a trovare una soluzione. È un limbo in cui sono costrette anche le eventuali nuove relazioni affettive iniziate dagli ex coniugi, ed i figli che da queste eventualmente nascono.
La proposta di legge in discussione […] riduce il tempo di attesa per le coppie separate senza figli o con figli maggiorenni. È un passo avanti nella concezione dei cittadini come soggetti capaci di decisioni ragionevoli e meditate. […] Ciò che mi lascia perplessa […] è l’idea che invece quando ci sono figli minori un tempo d’attesa lungo per la ridefinizione, non dei ruoli genitoriali, ma di quelli coniugali, sia un bene. In realtà, mentre tutti i consulenti familiari suggeriscono ai genitori separati di aspettare un po’ prima di imporre ai figli un nuovo compagno/a, concordano anche che l’incertezza nello statuto del rapporto tra i genitori, unito ai contenziosi che ne scaturiscono, rende più difficile ai figli l’elaborazione della separazione e la ridefinizione delle relazioni. Tempi di attesa troppo lunghi possono fare male soprattutto ai figli minori.

lunedì 7 settembre 2009

È chiaro chi perderà

Chiara Saraceno, «Il Grande Scambio sui diritti civili», La Repubblica, 7 settembre 2009, p. 1:

Non è chiaro chi uscirà vincitore dalla complessa partita che si sta giocando nel rapporto Stato (o meglio governo) e Chiesa cattolica in queste settimane, tra minacce, aggressioni, ricatti e promesse. I giocatori sono troppi, ciascuno con un suo interesse e motivazione specifica.
Berlusconi vuole mettere una pietra tombale su ogni critica non tanto ai suoi comportamenti privati, quanto alla sua disinvolta confusione tra pubblico e privato, in questioni che riguardano sesso, ospitalità, candidature e incarichi politici, affari. Perciò, così come è disposto ad usare ogni mezzo, pubblico e privato, per mettere a tacere chi lo critica, è anche disposto ad utilizzare il proprio ruolo pubblico per offrire in cambio alla Chiesa il potere di regolare le scelte private dei cittadini sulle questioni che ad essa stanno più a cuore.
[…] come ha chiarito a suo tempo Ruini ed è continuamente ripetuto in queste settimane, la Chiesa è interessata non ai comportamenti privati dei politici ma alle loro azioni politiche nei settori che le stanno a cuore. Se non è chiaro chi e come vincerà, è chiaro chi perderà: noi cittadini. Perché la merce che i nostri governanti (e coloro che aspirano a sostituirli) sono disposti a scambiare in cambio della benevolenza della Chiesa è la nostra libertà non solo di opinione, ma di comportamento su questioni rilevanti per la nostra vita e per il senso che le attribuiamo: che tipo di coppia fare, se e quando fare figli e se accettare di portare a termine una gravidanza non desiderata, come essere curati e come essere accompagnati alla morte (ovvero lasciati andare) quando ogni cura non è più possibile. Lo scambio cui tutti questi attori si accingono non è solo l’importantissima libertà di stampa e di opinione. È il fondamento stesso di ogni diritto civile: l’habeas corpus e il diritto di poter dire e decidere su di sé.

mercoledì 26 agosto 2009

La doppia etica della vita

Un articolo che vale la pena riportare integralmente: Chiara Saraceno, «La doppia etica della vita» (La Repubblica, 24 agosto 2009, p. 1).

Il Bossi che se la piglia con le parole di condanna del Vaticano sulla crudeltà dei respingimenti è lo stesso che parla di identità cristiana-cattolica e di valori cristiano-cattolici quando vuole contrapporre il “noi” italiano (e meglio ancora padano) al “loro” dei migranti. Il Giovanardi che dichiara che parlare di Shoah nel caso delle centinaia (migliaia) di migranti che muoiono lungo le vie della migrazione – nei deserti, nelle prigioni libiche, in mare – è lo stesso che non fa una piega quando papa e vescovi parlando dell’aborto come assassinio, che si è scatenato contro la pillola Ru486, che parla degli embrioni appena fecondati come fossero esseri umani da proteggere (purché italiani, ovviamente).
Insieme al governo e alla maggioranza di cui fanno parte, ed anche con l’attivo sostegno di una parte dei cattolici dell’opposizione, hanno sostenuto le posizioni della Chiesa in difesa della “vita nascente” e perché si continuino a mantenere artificialmente in vita corpi che hanno ormai perduto ogni traccia di vita umana. Hanno promosso leggi “in difesa della vita”. E sempre “in difesa della vita” si sono opposti e si oppongono fino allo spasimo vuoi a sentenze dei tribunali, vuoi a pareri dei medici e delle comunità scientifiche. Apparentemente va bene difendere gli embrioni (italiani) e accanirsi su corpi impotenti (italiani) in nome della vita e dell’etica cristiana, chiamando assassini coloro che invece cercano di distinguere tra esseri umani e esseri che non lo sono ancora o non più. Quando si tratta di immigrati invece cadono tutti i principi, tutte le norme di difesa della vita e della dignità della persona. Gli immigrati sono vite impunemente spendibili, senza valore, meno umani di un embrione al primo stadio e di un corpo da cui si è allontanato ogni barlume di coscienza e di capacità di vita (respirare, nutrirsi) autonoma. E questa siderale distanza nel valore attribuito alla vita umana che deve dare scandalo, non il fatto, in sé del tutto legittimo, di reagire anche duramente ad un giudizio della Chiesa cattolica. Non soccorrere chi è in pericolo, rimandare, come si sta facendo, chi arriva sulle nostre coste nei paesi da cui provengono senza contestualmente preoccuparsi dei rischi per la loro vita che in molti casi questo comporta – è uno scandalo in sé, a prescindere dalle idee che si hanno su aborto e fine vita.
Ma diventa intollerabile, inaccettabile, se queste azioni sono promosse da chi, quando si tratta di aborto, fecondazione assistita, fine vita e testamento biologico, dichiara di aderire al concetto di vita umana proposto dalla Chiesa cattolica e lo impone per legge a tutti. Per una volta, verrebbe da dire finalmente, la Chiesa cattolica ha usato nei confronti delle morti tra i migranti per mancanza di soccorso e solidarietà umana termini simili a quelli che normalmente riserva a chi decide di abortire o di porre fine a una vita solo artificiale. A mio parere si tratta di situazioni assolutamente incomparabili. E l’accusa di esagerazione, rivolta da Bossi e Giovanardi alle parole del vescovo Vegliò, presidente della pontificia opera per i migranti, dovrebbe riguardare piuttosto l’accusa ricorrente di assassinio per le donne che abortiscono e per chi pietosamente sospende le cure a chi non può vivere più. Non il fatto di denunciare le responsabilità politiche e umane di chi abbandona al proprio destino di morte i disperati delle migrazioni, impaurendo e minacciando di sanzioni anche chi vorrebbe aiutarli. Non è il laicismo che sta corrodendo le basi morali della nostra società. È piuttosto l’uso strumentale della religione per scatenare campagne amico-nemico, noi loro, buoni-cattivi, salvo poi rivendicare ogni possibile eccezione quando serve, nei comportamenti privati come nelle politiche pubbliche.

venerdì 18 maggio 2007

I mali del mondo

Chiara Saraceno (Monsignore si dia una calmata, La Stampa, 17 maggio 2007):

È difficile provare rispetto ed avere attenzione per chi confonde terroristi e violenti veri e persone che, assumendosene tutta la responsabilità e talvolta la sofferenza, compiono scelte eticamente motivate, ancorché in modo difforme dalla morale cattolica. Per chi, tra l’altro, non distingue neppure, dal punto di vista della gravità rispetto al suo stesso concetto di morale, tra aborto e convivenza senza matrimonio, tra eutanasia e approvazione dei Dico e ritiene (contro le stesse più recenti acquisizioni della Chiesa) che l’omosessualità sia uno stile di vita, e non una condizione umana in cui ci si trova a nascere e vivere. Perciò teme, un po’ grottescamente, che se si riconoscessero le coppie omosessuali nessuno più farebbe coppie (e matrimoni) eterosessuali. È una visione senza sfumature e senza distinzioni, oltre che senza rispetto. Per questo è intimamente violenta oltre che intellettualmente rozza.
Da leggere tutto.