Visualizzazione post con etichetta Claudio Risé. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Claudio Risé. Mostra tutti i post

sabato 31 ottobre 2009

Se i senza-giudizio sognano i senza-genitori

La notizia, pubblicata il 28 ottobre scorso su Nature, che da cellule staminali embrionali sarebbero state derivate cellule germinali, progenitrici di spermatozoi e ovociti, ha generato il prevedibile sciame di commenti, oscillanti fra l’allarmismo infondato e l’indignazione compiaciuta. Colpisce in particolare la sconfortante uniformità con cui nei giornali italiani di ieri si è cercato di far passare il concetto che la scoperta aprirebbe la strada alla nascita di bambini privi di genitori: anche trascurando le volgarità di Libero («Che disastro, non ci saranno più i figli “di buona donna”», p. 23), in cui si cerca come d’abitudine di titillare le sordide paranoie e l’infondato senso di superiorità della canaille microborghese che costituisce il pubblico naturale di quel giornale, l’idea trova ospitalità sulle colonne della Stampa («bambini concepibili […] senza mamma e papà»; il titolo – indegno – è «Il papà di Dolly e i dubbi sul seme di Frankenstein», p. 13) e del Corriere («procreare, estremizzando, senza padre o senza madre»; la sfumatura di prudenza si perde nel titolo: «Le nascite senza genitori. La vita dalle staminali», p. 29). Paradossalmente è più prudente Avvenire, che almeno pone i propri terrori in prospettiva («Un’altra possibile deriva verso la vita “artificiale”», p. 6), mentre col Giornale ritorniamo all’ossessione dominante («Generazione X: così i bimbi nasceranno senza genitori», pp. 16-17), aggravata dalle curiose concezioni dell’articolista («Spermatozoi artificiali […] e ovuli artificiali […] accoppiati in una provetta potrebbero arrivare a fare tutto da soli: creare un embrione, un futuro essere vivente senza l’intervento di mamma e papà»: perché, spermatozoi e ovuli naturali accoppiati in una provetta o anche in una tuba di Falloppio cosa fanno? Hanno bisogno di essere accompagnati per mano?) e da qualche metafora infelice («scienziati che masticano cellule staminali da una vita»). Ci vuole Carlo Flamigni, intervistato dalla Stampa per un soprassalto di sanità mentale («“Passo fondamentale per battere la sterilità”», p. 13), per far notare ciò che dovrebbe essere ovvio a chiunque sia in possesso della dotazione minima di buon senso (e di un diploma di scuola superiore):

Allora professore, ci saranno bambini concepiti già «orfani»?
«Assolutamente no, mi sono stupito quando ho sentito questa sciocchezza. I genitori ci sono eccome e sono le persone dalle quali sono state estratte le cellule staminali. I cromosomi sono i loro. La creazione di bambini senza genitori presuppone la creazione di materiale genetico e siamo mille miglia lontano. È fantascienza».
E naturalmente anche la prospettiva di generare bambini con gameti tratti da staminali è abbastanza remota; per adesso l’unica possibile applicazione della scoperta è lo studio dei fattori che influiscono su sperma e ovociti per determinare sterilità e infertilità.

La cosa più grave, però, non sono le reazioni semi-pavloviane di cronisti fuori dal loro elemento, che cercano nel titolo ad effetto la maniera più spiccia per sbrigarsi e tornare a casa per la cena, ma bensì i commenti in teoria più meditati. In essi il legame con la realtà fattuale dell’annuncio degli scienziati di Stanford, già particolarmente esiguo nelle cronache passate in rassegna più sopra, viene del tutto abbandonato in favore di una sorta di associazione libera di parole e concetti, in cui a uno stimolo meramente verbale («bambini senza genitori») si risponde con ciò che per primo passa per la mente, in modo da far affiorare alla coscienza incubi e nevrosi personali. Così, sempre sul Giornale («Se la scienza ruba emozioni e incontri a uomini e donne», p. 17), per Annamaria Bernardini De Pace, celebre avvocato matrimonialista, la scoperta odierna «toglie definitivamente valore alla coppia»; inoltre, «qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo; di non “partorire con dolore”, ma non potrà mai apprezzare la carezza dell’uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei». Qui il lettore si ferma smarrito: cosa c’entra mai questo scenario da fantascienza con la produzione di gameti a partire da cellule staminali? Il fatto è che l’autrice s’è immaginata – Dio solo sa perché – che a Stanford abbiano tratto dalle cellule staminali, «per una sorta di autogerminazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l’altro genitore biologico né, forse, l’utero formativo»; una sorta di partenogenesi combinata con utero artificiale, di cui non c’è ovviamente nessuna traccia nel lavoro degli scienziati (unire a caso gameti derivati da un solo individuo servirebbe oltretutto solo a ottenere embrioni affetti da malformazioni gravissime).
Ancora sul Giornale («Quei figli di nessuno condannati alla follia dal delirio dei medici», p. 17), Claudio Risé associa «la costruzione di figli di nessuno, di essere [sic] umani fabbricati in laboratorio […] senza nessun contributo né di un padre né di una madre» alla sua annosa personale battaglia in favore del ritorno alla figura del padre autoritario:
Quando la mamma non c’è, non guarda e non tocca il suo cucciolo, quello che gli psicologi chiamano Io non si costituisce […]. Quando il papà non è presente, e non aiuta i figli a uscire dalla fusione che si instaura con la madre nelle prime settimane di gravidanza e continua per anni, il soggetto umano non si forma […] Negli ultimi trent’anni, in cui i padri assenti, o espulsi dal matrimonio sono diventati fenomeno di massa, le statistiche hanno mostrato che questi figli senza padre rappresentano in ogni paese il gruppo di testa dei principali disagi psichici, dalle tossicomanie agli atti di violenza, dai disturbi alimentari alle depressioni.
La famiglia è spesso un problema, ma non averla per niente è peggio.
Di nuovo: cosa c’entra questo con la scoperta di cui parla Nature? L’unica possibilità di dare un senso a queste righe è che Risé abbia indebitamente generalizzato la notizia (già in partenza fasulla), interpretandola in maniera estensiva e passando quindi dal piano biologico a quello sociale: i bambini non sarebbero solo concepiti in laboratorio, ma – sembra di capire – vi verrebbero anche cresciuti.
Risé, ad essere sinceri, conclude l’articolo con un appello condivisibile: «Tuttavia di fronte al sinistro circo Barnum tecnoscienza & mercato dei bambini, preoccupiamoci pure, ma non cadiamo nell’isteria»; ma l’esempio che subito dopo ci fornisce di reazione non isterica è questo:
È proprio ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero, per poter dire che gli amanti della natura sono poveri matti retrogradi, e loro i sani. Per contrastare i loro scenari avidi, occorre lucidità e sangue freddo. In fondo, non sono passati neppure due secoli da quando, nel 1916 [sic], Mary Shelley, spinta da Lord Byron a scrivere un racconto gotico, vide in un incubo uno studente, Victor Frankenstein, che si inginocchiava di fianco ad una creatura che aveva costruito; e questa, grazie a qualche forza ancora sconosciuta, mostrava segni di vita. Era l’annuncio della tecnoscienza, ed il primo grido di allarme per i suoi futuri deliri. Non serve scandalizzarsi per le visioni umane, vanno però messe sotto controllo. O sono guai.
Scienziati pazzi, «scenari avidi», il mostro di Frankestein e i deliri della tecnoscienza: non c’è che dire, una risposta proprio compassata...

Queste risposte, fra l’isterico e lo stralunato, a una scoperta che si sarebbe dovuta accogliere invece con interesse e apertura, ci mostrano ancora una volta come il sentimento antiscientifico dominante sia un segnale di grave pericolo per il progresso del nostro paese; progresso non solo civile ma anche materiale, non tanto perché la scienza costituisce il motore ultimo della crescita economica, ma perché là dove si reagisce con terrore inarticolato a ogni minima opportunità e a ogni minimo rischio, lo spirito di intraprendenza non può essere che morto da un pezzo.

Aggiornamento 1/11: da leggere la riflessione di Michele Serra (nell’«Amaca» di ieri) su come è stata data la notizia.

martedì 2 settembre 2008

La rana nuda

Il gusto per l’informazione approssimativa, per la logica zoppicante, per la sciatteria espressiva, è la caratteristica saliente del mondo intellettuale italiano di oggi. Sono tratti equamente suddivisi, ma che risaltano specialmente nel gruppo di quelli che alcuni chiamano cristianisti (integralisti, atei clericali e le varie sfumature intermedie), per il buffo contrasto con l’inclinazione di questi alla denuncia teatrale della minaccia islamo-laicista-ateista e alla sbrasata paranoica (o pseudo-paranoica) sull’Occidente in pericolo, declinante, praticamente già morto.
Consideriamo per esempio l’ultimo articolo di Claudio Risé – candidato per la lista di Giuliano Ferrara, sostenitore della terapia riparativa per gli omosessuali – «In cammino con i senza patria» (Il Mattino, 1 settembre, p. 1). Dopo aver toccato in successione l’ultimo meeting di CL, l’imperatore Costantino, le persecuzioni planetarie ai danni dei cristiani e la denigrazione dei loro simboli, Risé arriva alla questione della rana crocifissa. Vediamo cosa ne scrive.

Un pittore tedesco in cerca di sicura pubblicità, Kippenberg, ha esposto, in una galleria pubblica bisognosa di visibilità (il Museion di Bolzano)
Si comincia, come si vede, in salita: lasciamo da parte il dettaglio che l’artista si chiama Kippenberger e non Kippenberg; ma che un uomo morto da undici anni vada ancora in cerca di «sicura pubblicità» ha del miracoloso... (si noti che l’articolo di Risé giunge buon ultimo, dopo che la stampa ha dedicato una certa attenzione alla vicenda, riportando abbastanza spesso questo dettaglio anagrafico).
[ha esposto] un quadro rappresentante una rana nuda con la lingua fuori.
Una rana nuda! Dio mio, ci sarà mai un limite alle morbosità di questi sedicenti artisti? Con che coraggio rappresentare in questo modo una creatura innocente, nota per il suo indefettibile senso del pudore, che non viene meno neanche nei mesi più caldi e nelle occasioni più intime? Che vergogna!
Da questa riga di testo viene fuori, peraltro, che Risé non ha mai visto l’opera di cui parla: la rana infatti non è nuda, essendo cinta ai lombi da un discreto perizoma, e soprattutto non è rappresentata in un quadro ma in una scultura.
[…] L’opera è violenta (oltre che nei confronti del cristianesimo) anche verso le rane e la natura; ed è impregnata di quel gusto sadico che i tedeschi forse dovrebbero avere il buon gusto di esibire meno, vista la storia.
Come si vede, il fatto di non aver mai posato lo sguardo su una riproduzione della Rana non impedisce a Risé di discettare sullo spirito dell’opera. Possiamo rassicurare il preoccupato editorialista: la rana non ha proprio nulla di sadico (e nessun batrace è stato maltrattato per la realizzazione della scultura) – al massimo è un po’ malinconica; usando lo stesso argomento di Risé si potrebbe a maggior ragione sostenere che è «impregnato di gusto sadico» ogni crocifisso tradizionale. Non c’è bisogno, infine, di mostrare quanto sia fuori di ogni misura la ramanzina sul passato tedesco, e l’accostamento dell’Olocausto alla produzione di una rana di legno.

Se solo i nostri cristianisti usassero maggiore ironia e migliore informazione... Beh, d’accordo, non sarebbero più cristianisti.

giovedì 7 febbraio 2008

Se il sesso è solo un mezzo riproduttivo

Claudio Risé, Il nuovo puritanesimo, 4 febbraio 2008:

La sala operatoria invece della camera da letto. Quarant’anni dopo “la rivoluzione sessuale”, l’incontro tra i due sessi è minacciato da nuove e potenti forze. Allora chi si richiamava al progresso, e alle nuove scienze, si sforzava di liberare l’incontro tra uomo e donna dai numerosi vincoli che lo frenavano e regolavano. Oggi tecnoscienziati di grido, e governanti politicamente corretti lavorano per rendere inutile, e neppure nominabile, l’incontro tra il maschio e la femmina dell’uomo.
Il fatto che un incontro “tra il maschio e la femmina dell’uomo” sia inutile ai fini riproduttivi non significa eliminarlo. Certo, se il sesso è unicamente visto come mezzo (necessario) per fare figli, come inevitabile sacrificio per compiacere i piani divini, allora diventa in effetti proprio inutile. Tutto dipende dalla premessa. Ognuno scelga quella che preferisce.
In questo neopuritanesimo la Chiesa è dall’altra parte. Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica, la “Deus caritas est” ha esaltato l’atto d’amore tra uomo e donna come un gesto di forte contenuto religioso, e la radio vaticana è in prima fila nella preoccupazione per la nuova sessuofobia tecnoscientifica.
Poteri degli ossimori! Siamo finiti che B16 esalta un rapporto sessuale tra un uomo e una donna (non cominciamo con il rivendicare anche il sesso tra persone dello stesso genere, perché si comincia così e poi non sappiamo dove si va a finire, e forse si finisce dritti verso l’inferno). Radio vaticana si preoccupa della sessuofobia (tecnoscientifica). Radio vaticana? Della sessuofobia? Siamo sul limitare del grottesco. Che poi il rapporto sessuale c’entra fino a un certo punto, perché se lo si riduce solo a mezzo moltiplicatore di umanità o a gesto religioso ci si nasconde dietro alla propria ombra.
Quarant’anni fa, la ricerca del piacere nella relazione era accompagnata dalla psicoanalisi: la forza del “godimento” lacaniano, del “desiderio” del filosofo Gilles Déleuze, della “totalità” che Jung vede rappresentata, appunto, dall’unione tra maschile e femminile. Oggi, in prima fila nel sogno di una riproduzione asessuata ci sono invece i tecnici della genetica, che propongono la sostituzione degli scenari ospedalieri dei prelievi e delle sale operatorie a quelli carichi di affettività delle camere da letto. Un tecnico in camice, con contorno di macchine, invece di un maschio, nudo.
Risé forse non ha capito che la riproduzione artificiale non vuole sostituire il sesso ma rimediare alla sterilità (se il sesso è la fertilità, la riproduzione artificiale rimpiazza benissimo pure il sesso; Risé ha forse trascurato qualcosa?). Certo è che è più facile capire i genetisti che Lacan, senza alcun dubbio. Non posso immaginare come avrebbe commentato queste diavolerie tecnologiche.

(drawing by Balint Zsako).

venerdì 23 marzo 2007

Antidoping school

La proposta di effettuare controlli antidoping nelle scuole continua a far parlare di sé. Claudio Risé (che fa pure rima) in Scuola e test antidroga appoggia calorosamente le misure antidoping, rivendicando anche una sorta di paternità nei confronti del paternalismo scolastico.

Bene. Il ministro degli interni, Giuliano Amato, ha proposto che vengano eseguiti, a scuola, dei controlli antidoping. In questa rubrica l’avevamo chiesto più volte, stupendoci che i media non avessero notato l’evidente stato di alterazione sotto il quale si sono svolti innumerevoli episodi di disordini, e violenze scolastiche. Spiegabili soltanto con quel caratteristico fenomeno di “abbassamento del livello di coscienza”, indotto, appunto, dal consumo di droga. In particolare da quella più usata dagli studenti (e da tutti), vale a dire l’onnipresente cannabis, coi suoi derivati, hashish, marijuana, etc. Una droga che d’altra parte la maggior parte degli studenti, in tutti i rilevamenti statistici effettuati, dichiara di poter reperire tranquillamente proprio mentre va a scuola, davanti o nelle immediate vicinanze dell’edificio scolastico.
Vediamo se ho capito bene.
1. Lo stato di alterazione (neutrale) implica necessariamente disordine e violenza scolastica (solo scolastica?). Causa neutrale, effetto un po’ meno. Non c’è nemmeno una possibilità che l’alterazione provochi, che so io, sonno, allegria, amore incondizionato verso il prossimo? No, l’abbassamento di coscienza provocato dalle droghe scatena ciò che è sopito in noi, ovvero brutalità (proprio da liceale memoria: “fatti non foste per viver come bruti”, ma i tempi saranno cambiati).
2. La droga usata dagli studenti è l’onnipresente cannabis. “Tutti” gli studenti fumano. Ah. Non lo sapevo, ai miei tempi non era così, ma ripeto, i tempi saranno cambiati.
3. La droga si trova ovunque: mi viene in mente l’avvertimento (chi non se l’è mai sentito dire?) di stare attenti alle caramelle drogate o a quelli che ti regalano la droga (ovviamente con l’intento di avviare la dipendenza). Ci fosse stato qualcuno mai che m’abbia offerto droga o caramelle dopate! Tutte le mattine mentre andavo a scuola cercavo con attenzione: mai! Manco una volta, può darsi che frequentassi le scuole sbagliate.
La facilità del reperimento, l’abbiamo ricordato, è dovuta anche alla nuova normativa del ministro Turco, che ha raddoppiato la dose che si può detenere senza alcuna sanzione, “per uso personale”. Un medio piccolo spacciatore con quella dose può rifornire un’intera classe, e rimpiazzarla subito con la merce lasciata al bar dell’angolo, o nelle vicinanze.
4. La normativa Turco facilita la diffusione e il reperimento delle droghe suddette. Ahi ahi. E addirittura una intera classe (quanti saranno gli studenti in una classe? 20? 25?) può drogarsi impunemente con la dose prevista dalla nuova normativa. Bah. E tutta la classe, abbassato il livello di coscienza, si abbandona a violenze inaudite. Roba da Signore delle mosche.
Non solo la Turco, però, sembra non preoccuparsi della diffusione della droga. Mentre infatti il ministro degli interni proponeva test nelle scuole, Paolo Ferrero, ministro per la solidarietà sociale, ha chiesto alla Commissione per i narcotici delle Nazioni Unite, riunita a Vienna, di depenalizzare il consumo personale di stupefacenti. Quanto alla proposta di Amato, Ferrero si è detto naturalmente contrario, dicendo che «questi controlli vanno svolti dove si rischia di fare del male ad altre persone, ad esempio fuori dalle discoteche, o dai ristoranti».
Evidentemente il ministro (che aveva già proposto locali forniti dallo Stato per chi voglia iniettarsi droga), non conosce le violenze e abusi che si susseguono nelle cannabizzate scuole italiane fin dalla ripresa dell’anno scolastico. Ferrero è andato proprio alla Commissione narcotici dell’ONU a chiedere la depenalizzazione per gli stupefacenti. Probabilmente non sa che quella stessa Commissione narcotici dell’ONU ha appena congedato un gigantesco rapporto sulle droghe nel mondo in cui si dice tra l’altro, a proposito della cannabis, la droga più usata nelle scuole: «In alcuni paesi l’uso e il traffico di cannabis sono presi molto sul serio, mentre in altri sono virtualmente ignorati. Questa incongruenza mina la credibilità del sistema internazionale».
5. Le aule scolastiche rischiano di diventare le cosiddette stanze del buco. Ma la cannabis si inietta? Mi era sfuggito.
Un fatto che lo studio ritiene tanto più grave, quanto più sono ormai ampiamente noti gli studi, che il rapporto Onu cita, sulla diminuzione indotta dall’uso di cannabis sulle facoltà cognitive e psicomotorie, e il rapporto tra uso di cannabis nell’adolescenza, e insorgenza di psicosi e schizofrenia. Ma per Ferrero i test a scuola «non sono compatibili con la democrazia». Come se la democrazia non dovesse tutelare la salute mentale dei propri figli.
6. L’uso di cannabis è in rapporto con l’insorgenza delle psicosi e della schizofrenia: che tipo di rapporto? Il rapporto Onu del 2006 a pagina 180 afferma che la cannabis “can trigger latent psychosis and promote personality decompensation in diagnosed schizophrenics”, ove le parole chiave sono “latent” e “promote”.
Non si vuole certo dire che la cannabis non abbia effetti. Ma soltanto che le cose sono più complesse rispetto a quanto sostiene Risé.
Solo per citare qualche altro passaggio (pagina 181): “cannabis can cause some dysphoric effects when used in high doses, including panic and delusions and ‘cannabis psychosis’”.
“A recent review found that very high doses of cannabis can induce a brief psychosis, but this condition is extremely rare”.
“With regard to long-term effects, several impacts have been hypothesised. One of the early attempts to describe the negative impact of cannabis on the mental state of users is the so-called ‘amotivational syndrome’, a personality deterioration with loss of energy and drive to work. Again, the World Health Organization was unable to confirm the existence of such a sindrome”.
“More worrying is the conflicting evidence around the claim that cannabis can either cause psychosis in vulnerable individuals or precipitate latent psychosis”.
“Since some schizophrenics ‘self-medicate’ with cannabis, it can be difficult to determine the lines of causation”.
Nello stesso rapporto si dice anche (pagina 183) che “few people develop cannabis habits that force them into street crime or prostitution”. Chissà se vale anche per lo “school crime”.

Tuttavia la presenza di conseguenza dannose della cannabis non basterebbe a giustificare una politica proibizionista: sappiamo fin troppo bene che le sostanze dannose sono innumerevoli (una per tutte: l’alcol) e che il paternalismo non è necessariamente la strada migliore. Non solo in considerazione delle sue intime intenzioni (“ti vieto X perché ti fa male”) ma anche delle sue possibili conseguenze.

lunedì 5 marzo 2007

Quello che Claudio Risé non ha capito

Il tentativo di introdurre i DiCo nel nostro ordinamento giuridico sembra aver generato una reazione che va ormai ben al di là della pur dura opposizione al progetto di legge. I peggiori umori anti-omosessuali stanno risalendo dai pozzi neri dove li credevamo confinati, e avvelenano il dibattito. Così, Paola Binetti può proclamare su La7 che «L’omosessualità è una devianza della personalità» (aggiungiamo anche questo sul conto che chi l’ha candidata sarà prima o poi chiamato a saldare...), mentre Luca Volontè ci spiega con la consueta ineffabilità che «i fondatori della psicologia moderna descrivono l’omosessualità come patologia clinica».
Personalità devianti, patologie mentali: l’attacco è scelto con accuratezza. Non si accusa l’omosessuale di una pura e semplice scelta «sbagliata», imputazione che costringerebbe a una contrapposizione brutale e suonerebbe per giunta improbabile; né si riconduce l’omosessualità a una «disfunzione» genetica o congenita, per la quale non ci sarebbero cure proponibili e di fronte alla quale sarebbe possibile solo una rispettosa tolleranza. Invece, la patologia mentale – opportunamente ricondotta nella sua eziologia a una famiglia disfunzionale – permette di dipingere impunemente la personalità gay come dimidiata, facendo mostra di un’untuosa compassione per il malato, e di far balenare allo stesso tempo la possibilità di una cura: se la disfunzione è psichica si potrà ben curare con cure psichiatriche, no?

Non diversamente, anche se più articolatamente dei due mostri preistorici citati sopra, Claudio Risé, psicoanalista iper-reazionario di qualche fama, si cimenta nell’attacco al gay camuffato da soccorso terapeutico sulle colonne del Domenicale di Marcello Dell’Utri («Sessi, tertium non datur»; per le prime reazioni si può partire da questo post di Inyqua). E sceglie di confrontarsi – vedremo subito con quali risultati – con l’ipotesi dell’origine genetica dell’omosessualità: non come occasionale mutazione negativa, che i numeri escludono, ma come tratto stabile del panorama genetico umano (e di molte altre specie animali).

Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. […] Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo?. Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla. Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?». La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista. E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Questo darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati». Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a) che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie. Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità.
Per dare un’idea del rigore argomentativo di Risé e di Marchesini, consideriamo l’accusa che rivolgono a Giuseppe Remuzzi di avere cercato di appoggiarsi, senza citarlo, «a uno studio che dimostra tutt’altro». Accusa già abbastanza discutibile, visto che a leggere l’abstract dello studio (l’articolo integrale mi è al momento inaccessibile) pare proprio che Bailey e Pillard sostengano l’ereditabilità dell’orientamento omosessuale, sia pure con modalità complesse; ma che diventa poi surreale e un po’ demente, quando ci si accorge che Remuzzi dichiara in realtà di rifarsi a uno studio scientifico originale (Sergey Gavrilets e William R. Rice, «Genetic models of homosexuality: generating testable predictions», Proceedings of the Royal Society B 273, 2006, pp. 3031-38), che ha avuto ampia risonanza alla sua uscita, e la cui lettura conferma in pieno che Remuzzi si è basato su di esso, e soltanto su di esso.
Risé parla anche di «ideologia evoluzionista», il che ci conferma che non ha letto (o fa finta di non aver letto) lo studio originale di Gavrilets e Rice: otto pagine fitte di equazioni su una rivista peer reviewed non corrispondono esattamente all’idea che uno si fa di una tirata propagandistica...
Ma cosa dicono questi autori? Si parte dalla constatazione che l’omosessualità è probabilmente ereditaria, e che dipende da geni molteplici, estremamente variabili all’interno di una popolazione e in parte regolati da fattori ambientali (per uno strano fenomeno sembra per esempio che le probabilità di avere un figlio omosessuale aumentino col numero di parti: forse è coinvolta una reazione immunitaria materna durante la gestazione). Dato che, come abbiamo detto, questi geni costituiscono un tratto stabile del panorama genetico umano, e che gli omosessuali hanno in media meno figli degli eterosessuali, la teoria dell’evoluzione si trova di fronte al problema di conciliare questi dati contraddittori: per la spinta della selezione naturale un gene che porta a fare a meno figli sparisce infatti ineluttabilmente in poche generazioni. Ma non occorre affatto concludere che «non esiste nessun “gene gay”»...
Le spiegazioni proposte finora sono in effetti ben tre; l’articolo di Gavrilets e Rice si limita ad avanzare previsioni empiriche che dovrebbero permettere di scegliere in futuro fra queste ipotesi:
  1. Geni eterozigoti. Com’è noto, possediamo due copie di ciascuno dei nostri 23 cromosomi: una è ereditata dal padre, l’altra per via materna. Quindi anche di ogni gene abbiamo due copie: se le copie sono differenti diciamo che l’organismo è eterozigote per quel gene, se sono identiche diciamo invece che è omozigote. È possibile allora che un gene sia favorevole se eterozigote (cioè consenta all’organismo che lo possiede di avere una progenie più vasta di chi non lo possiede), ma sfavorevole se eterozigote: è quel che succede con la talassemia, la cui forma eterozigotica – detta microcitemia – conferisce ai portatori, che sono quasi del tutto sani, una certa protezione contro la malaria (ecco perché la malattia è particolarmente diffusa in Sardegna e in altre ex zone malariche), mentre la forma omozigotica causa una gravissima malattia. Lo stesso meccanismo – ma fortunatamente senza conseguenze per la salute dell’individuo – potrebbe spiegare l’omosessualità: una copia singola di un gene «gay» potrebbe permettere (è un esempio fittizio) una migliore collaborazione tra maschi nella caccia e tra femmine nella raccolta, con un conseguente aumento del successo riproduttivo, mentre una copia doppia causerebbe un cambiamento dell’orientamento sessuale.
  2. Altruismo parentale. Supponiamo che i geni deputati all’omosessualità siano silenti in alcuni individui, e attivi nei loro più stretti parenti, e che i secondi tendano a occuparsi della prole dei primi, in assenza di figli propri: è allora possibile che il risultato netto sia un aumento del successo riproduttivo della famiglia, e della diffusione dei suoi geni comuni, compresi quelli che causano l’omosessualità.
  3. Selezione sessuale antagonista. Un gene può esplicare un’azione differente se si trova nelle femmine o nei maschi. Può per esempio far aumentare la fertilità nelle prime, e determinare l’omosessualità nei secondi, o viceversa. Anche in questo caso i geni dell’omosessualità si manterrebbero stabili in una popolazione umana o animale.
Come si vede, le cose sono un po’ più complesse di come ce le presenta Claudio Risé...

Supponiamo che l’ipotesi genetica sia confermata dai fatti: dovremmo forse trarne delle conseguenze morali? I nostri giudizi di valore dovrebbero adeguarsi ai risultati scientifici? Si potrebbe per esempio sostenere che questi risultati mostrano come l’omosessualità sia ingranata profondamente nella natura umana; o, al contrario, si potrebbe mettere in rilievo che le ipotesi 1 e 3 la svelano essere null’altro che un effetto secondario e non voluto di meccanismi imperfetti. Ma il passaggio dal fatto al valore è sempre un passaggio che di logico ha assai poco. La teoria dell’evoluzione si limita, nella sua essenza, ad elaborare le conseguenze del fatto molto banale che gli omosessuali si riproducono in media meno degli eterosessuali – e per giunta solo nell’ambiente umano delle origini, privo di fecondazione artificiale e di madri surrogate. Il resto è solo una superfetazione ideologica e arbitraria.
In effetti, quale che sia l’origine dell’orientamento omosessuale – genetica, ormonale, ambientale, familiare, e ogni possibile combinazione di queste – il giudizio morale dipenderà sempre solo da due fatti: che gli omosessuali liberamente non rinnegano la loro natura, e che non fanno male a nessuno (anzi, da essi le società umane hanno tratto sempre varietà e benefici culturali – ma anche questa è in fondo una considerazione irrilevante).
Non ci si deve nascondere che alcuni, in certi ambienti, vivono male il loro orientamento, è vero; ma la cura consiste nell’eradicazione dell’omofobia e delle dottrine e ideologie che la alimentano, non certo nel ricorso alle male arti di qualche praticone.