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venerdì 20 febbraio 2009

Coma e procreazione assistita: dov’è il problema?

La vicenda della donna che vorrebbe avere un figlio dal marito in coma, e che ha quindi fatto prelevare un campione di liquido seminale dall’uomo per tentare la fecondazione in vitro, sembra non comportare dilemmi etici rilevanti (la legge 40 proibisce forse un intervento di questo genere, ma non mi pronuncio qui sui problemi legali).
Supponiamo che sia possibile ricostruire la volontà dell’uomo, espressa in passato, di avere (o eventualmente non avere) un figlio: in questo caso non esisterebbe palesemente nessuna difficoltà, e si tratterebbe soltanto di rispettare l’autodeterminazione dei due sposi. Che quella volontà non sia stata messa per iscritto non dovrebbe essere importante, almeno finché non esista un obbligo giuridico in tal senso; del resto, una volontà espressa oralmente può essere talvolta più sicura di una affidata alla carta. Credo in ogni caso che non si dovrebbe nemmeno pretendere una certezza suffragata da prove granitiche: fino a prova contraria l’uomo (che è morente per un tumore al cervello) non potrebbe ricevere nessun danno da questa paternità, né potrebbe riceverlo nessun altro (a meno di complicazioni patrimoniali ed ereditarie, che però a quanto ne so non si danno in questo caso).
Alcuni sembrano convinti che l’intera procedura costituisca un affronto alla «dignità» dell’uomo; ma non si vede francamente come ciò possa essere. Siamo ben lontani dallo stupro sull’individuo inconsapevole adombrato dalle infami dichiarazioni del Presidente del Consiglio di poco tempo fa, a proposito di Eluana Englaro. E da quando in qua avere un figlio costituisce un affronto alla propria dignità?
Nel caso di un eventuale passato rifiuto della paternità si dovrebbe infine valutare se esso fosse assoluto o legato a un’indisponibilità a occuparsi in prima persona di un figlio, indisponibilità che nelle condizioni presenti non avrebbe più senso.
Se invece la volontà dell’uomo non si può ricostruire, allora la decisione spetta a un tutore (che è stato in effetti già nominato, nella persona del padre). Questi dovrebbe ricostruire cosa avrebbe potuto decidere l’uomo (se fosse stato messo di fronte a questa scelta quando era ancora nel possesso delle sue facoltà), in base a quanto sa dei suoi valori: se per esempio l’uomo fosse stato un integralista cattolico, contrario a ogni forma di fecondazione non naturale, la condotta più corretta sarebbe di lasciarlo morire senza prole. In caso di dubbio perdurante sarebbe lecito, anzi forse doveroso, prendere in considerazione anche gli interessi e i desideri della moglie.

Ma che dire degli interessi del bambino che nascerà? Alcuni sostengono che non dovrebbe essere permesso far nascere una persona che sarà orfana fin dalla nascita. Ma anche qui la risposta è abbastanza ovvia. Per prima cosa, la vita di un orfano è in generale degna di essere vissuta: non si tratta di un inferno insostenibile di sofferenza. Certo, può essere in media una vita peggiore di quella di chi ha un padre; ma nel caso in esame non ci sono facili alternative. È vero, si potrebbe dire a quella donna che se proprio vuole un figlio allora dovrebbe risposarsi; ma voglio sperare che nessuno sia così inumano da fare in queste circostanze un discorso simile, sprezzante di ogni diritto più sacro (e assumendo oltretutto una conclusione che non si può dare per scontata). Quindi in realtà l’argomento dell’orfano si riduce a questo: meglio che non ci sia nessun bambino piuttosto che ci sia un bambino orfano. Argomento mostruoso, che potrebbe essere usato anche per negare ai poveri il diritto di fare figli, visto che in media un bambino povero sembra avere una vita peggiore di chi nasce in una famiglia ben provvista economicamente.
Meglio una vita non perfetta a nessuna vita; strano doverlo ricordare a chi, quando si trova di fronte a qualcuno che voglia risparmiare a un innocente una vita di disabilità gravissime e di sofferenze esse sì inenarrabili, è sempre pronto a straparlare di ricerca nevrotica della perfezione.

domenica 31 agosto 2008

Umberto Bossi, Eluana Englaro, il coma e la speranza (ultima a morire)

Guardia svizzera
“Difficile arrivare ad una legge” dice Umberto Bossi (Bossi: «Capisco i genitori delle persone in coma. Anch’io pensai al peggio», Il Corriere della Sera, 31 agosto 2008). E come dargli torto se è difficile anche arrivare ad usare correttamente la lingua italiana? Non è mica una polemica tra l’Arno e la Padania, per carità. Ma l’approssimazione del senatùr aggiunta a quella del cronista e del titolista non può che provocare risultati disastrosi.
Attacca il pezzo de Il Corriere della Sera:

Umberto Bossi ha vissuto in prima persona la malattia e non si sottrae, quindi, quando gli viene chiesto di spiegare il suo punto di vista sul caso di Eluana Englaro, la giovane comasca in coma da 12 anni per la quale, da tempo, la famiglia chiede con forza il diritto a una morte dignitosa. Ma sull’eutanasia, secondo il leader leghista, «in Italia sarà molto difficile arrivare a una soluzione legislativa, almeno per adesso».
A parte i risvolti comici (vivere il proprio coma, ovvero averne in qualche misura consapevolezza; quand’è che Bossi ha pensato «al peggio»? Durante? Dopo?) che lasciamo da parte e affidiamo al mistero della medicina (per chi lo desidera al mistero della fede), Eluana Englaro non è in coma.
Perché è tanto difficile capirlo? Eluana è in una condizione di stato vegetativo.
Umberto Bossi non si è mai trovato in una condizione paragonabile a quella di Eluana Englaro: come si dice?, non l’avrebbe raccontato.
Seconda questione: la famiglia Englaro non sta chiedendo l’eutanasia, ma la possibilità di sospendere i trattamenti che la mantengono in vita. Si sta chiedendo ciò che ognuno di noi può (potrebbe) chiedere e pretendere: di non essere sottoposto obbligatoriamente e contro la propria volontà a determinati trattamenti.
Eluana non può difendere il proprio diritto di scelta; la famiglia sta cercando di farlo al suo posto, sta cercando di far rispettare le volontà della ragazza.

Ma il pasticcio è confezionato: Eluana è in coma; anche Bossi era in coma, e voleva disperarsi ma non lo ha fatto («La speranza, fortunatamente, è sempre l’ultima ad andarsene», conclude apoditticamente l’intervista Bossi), e allora perché rassegnarsi? Perché smettere di sperare che Eluana possa risvegliarsi e rilasciare una intervista a Gente?
Gli unici ad essere sul punto di rassegnarsi sono quanti si aspettano un minimo di ragionevolezza e di onestà nel parlare e nello scrivere.

(Persona e Danno, 31 agosto 2008)

lunedì 17 settembre 2007

Good Bye, coma!

Vista l’aria che tira forse è meglio riderne. Tra qualche giorno andrà in onda una sit-com (Settevite): uno dei protagonisti è un ragazzo che è stato in coma per tanti anni e si ridesta adulto (ma vergine). Prepariamoci a sentirci dire: “Visto? Se l’aveste lasciato morire?”.
(Prepariamoci a rispondere: “Di quale coma stiamo parlando? E poi è o non è una sit-com?”).
Al risveglio Davide, questo il nome del ragazzo, si ritrova in uno scenario immutato (un po’ il contrario di Good Bye, Lenin!): la politica è la stessa, le facce anche, stessi problemi sociali, stessa corruzione e compagnia bella. È vero che lui non ha la percezione del tempo che è passato… Forse, almeno in questo, è da considerarsi fortunato!
(“Settevite”, com’è buffo uscire dal coma, la Stampa, 17 settembre 2007).