venerdì 3 febbraio 2012
Eluana Englaro. Tra volontà e libertà
Il 14 febbraio 2012 si svolgerà la conferenza Il caso Eluana Englaro: tra volontà e libertà, dalle 16 alle 19, presso la Sala Principi D’Acaja del Rettorato dell’Università di Torino in Via Po 17 (piano terra). Interverranno Beppino Englaro, Maurizio Mori, Cinzia Gori, Amato De Monte, Eleonora Artesio, modera Elena Nave.
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venerdì 20 gennaio 2012
Donna, moglie, madre, oggetto di piacere
Men from Mars; women from Venus; me from where?
Nel tempo il ruolo attribuito dalla società al genere femminile è cambiato solo in parte. Se trent’anni fa una donna era tale in virtù del suo essere moglie e madre, oggi è la sua sensualità a definirla: un oggetto sessuale e decorativo. Eppure, sono molte le donne che si sono ribellate; perché subire non è un destino immutabile.
Eluana Englaro e la maternità “Potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. È il febbraio del 2009, Silvio Berlusconi sta parlando di Eluana Englaro. Mentre il Parlamento rincorre un modo per impedire la legittima sospensione della nutrizione e idratazione artificiali, queste parole sono intrappolate per sempre su You Tube - esempio tragicamente perfetto della riduzione della donna a oggetto. Perfetto perché rivolto a una persona a priori e senza dubbio incapace di difendersi. A una donna in stato vegetativo persistente e permanente da molti anni. Perché la donna incubatrice è un’altra forma di riduzione a oggetto. La donna come madre, la donna come destinazione d’uso: piacere, sesso, maternità. Anche la maternità può infatti essere una condanna e una insopportabile riduzione a corpo, se non è scelta dalla donna, al punto che non dovremmo usare la stessa parola. La maternità non può essere ridotta alla possibilità biologica di generare un figlio. In questo caso la perfetta vittima, perché inerme, è oggetto della più vile aggressione. Espropriata della sua capacità di difendersi. Del desiderio, della volontà. Se l’incidente ha tolto alla giovane Eluana la sua vita cosciente e personale, le parole di Berlusconi l’hanno fatto metaforicamente. Quante persone hanno ascoltato queste parole, intontite quasi dalla loro abnormità? Berlusconi le ha pronunciate, ma chi ha taciuto e chi ha permesso o contribuito a far sì che potessero essere pronunciate è complice di questo definitivo scempio. “Eluana può ancora avere figli” mi rimbomba nella testa. Ho visto ciò che rimaneva di Eluana, in quel letto e in quel corpo di cui non aveva più consapevolezza, girato, pulito e toccato da mani estranee. Rivoltato come un sacco. Un corpo che il padre Beppino ha sempre protetto e tenuto al riparo: una scelta strategicamente difficile, perché l’immagine pubblica di Eluana era quella di una ragazza bella e sorridente - com’era prima dell’incidente stradale. Impossibile spiegare perché quella ragazza tanto bella avrebbe “voluto” morire (Nota: Approfitto per ricordare che la battaglia di Beppino è stata quella di far rispettare i desideri della figlia e non, come alcuni hanno distorto, quella di far morire la figlia, di liberarsene). La clinica di Lecco, quella da cui è stata spostata all’inizio del febbraio 2009 per andare a Udine a morire, era la stessa in cui era nata nel 1970. Bizzarro il destino. La stanza era piena di peluche. Eppure aveva 19 anni, non 4, quando ha avuto l’incidente. Un contrasto surreale. In quella stanza c’erano poi quelle foto che abbiamo visto sui giornali. Di una ragazza bella e sorridente che non sarebbe mai più stata. Il padre mi ha detto “puoi avvicinarti”. Non avrei potuto chiedere a lei il permesso. E c’era chi immaginava di disporre del suo utero. Può generare figli. Una scatola di carne, un corpo abusato. Una incubatrice - scenario adatto alle peggiori distopie fantascientifiche. Eppure può rimanere incinta e tanto basta a farne una Donna. Strumento di qualcun altro. Impossibile sapere se Berlusconi avrebbe detto qualcosa del genere di un uomo. L’orrore diventa ancora più innegabile se ci domandiamo: generare un figlio, come? Di fronte a quelle parole, impallidiscono le altre forme di sopruso compiute su Eluana Englaro. “Eluana svegliati” gridavano alcuni fuori alla clinica “La Quiete” di Udine. Come se avesse potuto ascoltarli. Le portavano bottigliette d’acqua. Come se avesse potuto bere.
Italianieuropei, 1/2012, pp. 67-72.
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sabato 3 dicembre 2011
Dieci considerazioni su Travaglio (e Magri)
1) Le prime righe sono “io non farei”, “io non direi”. Quando finalmente leggiamo “Ma qui mi fermo” è troppo tardi. Per l’ennesima volta siamo di fronte alla regola, suggerita e poi ritirata, che gli altri dovrebbero comportarsi come ci comporteremmo noi. Pareri, certo, ma dal sapore profondamente paternalistico e moralistico.
2) L’ipocrisia del suicidio assistito e il vero nome: omicidio del consenziente. Potremmo discutere di nomi e termini, ma se siamo disposti ad arretrare e a domandarci se possiamo disporre della nostra vita, ci accorgeremmo che i due concetti si sovrappongono. L’omicidio è moralmente condannato perché, tra le altre ragioni, viola la volontà di chi è ucciso. Se a “omicidio” aggiungiamo “consenziente” questa condanna vacilla. Inoltre parliamo di suicidio assistito quando ci muoviamo in campo sanitario. La malattia terminale non è una bacchetta magica per giustificare alcunché, ma una delle condizioni in cui si può discutere se è lecito o no domandare di essere aiutato a morire. Il problema è eventualmente il coinvolgimento del medico e la sua volontà, non che non ho una malattia terminale.
3) Eutanasia, Mario Monicelli o Eluana Englaro: “non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Come dicevo prima non ci sono solo le malattie terminali da considerare. Piergiorgio Welby non era un malato terminale. Ci sono molte condizioni cliniche croniche che alcuni non tollerano e non vogliono più vivere e che non possono essere considerate malattie terminale. Ce ne freghiamo di queste persone oppure vogliamo perdere un po’ di tempo a pensarci? Inoltre Travaglio sembra verosimilmente riferirsi a Eluana Englaro come “in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Giusto per precisione, qualora fosse rivolta a lei questa descrizione: Eluana Englaro era in una condizione che si chiama stato vegetativo persistente e permanente e non era attaccata a nessuna macchina. Aveva un sondino nasogastrico per la nutrizione e l’idratazione artificiale.
4) Suicidio assistito dal punto di vista logico: qui la logica salta del tutto. “Chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro” (il corsivo è mio). Quindi anche quando vado dal medico per farmi togliere le tonsille la mia vita non è più mia perché chiedo al medico di asportarle? O vale solo per la richiesta di morire? La morte fa parte della nostra esistenza e fa parte anche dell’esistenza del medico (come persona, ovviamente, ma qui prima di tutto come operatore sanitario). Quando Welby ha chiesto - ha “incaricato” - un medico ha forse regalato la sua vita al medico? E poi: se il medico è d’accordo come ne uscirebbe Travaglio? A nessuno piace crepare e sembra facile, stando seduto sul divano di casa comodamente, condannare la richiesta di persone in condizioni che è necessario conoscere prima di giudicare.
5) Suicidio assistito dal punto di vista giuridico: speravo di non ritrovarmi quella espressione terribile che finisce con il “punto” - scritto a lettere e poi seguito dal punto come segno di punteggiatura. Ma via è un dettaglio. Ciò che manca in questo punto di vista è il contesto sanitario. Insinuare l’analogia tra il boia e il medico è una mossa sporca e fuori tema. Inoltre si dimentica la volontà dell’individuo, che in campo sanitario (e in molti altri campi) distingue un atto di abuso da un atto lecito. Non dimentichiamo che la tecnologia medica oggi ci permette di ottenere risultati fino a qualche anno fa impensabili, ma ci mette anche di fronte a condizioni moralmente complesse. Le tecniche di rianimazione, per esempio, hanno l’effetto di far sopravvivere il nostro corpo anche con il nostro cervello distrutto - Eluana Englaro qualche tempo fa sarebbe morta - o le tecniche di respirazione e di nutrizione permettono di prolungare la nostra vita, ma a volte in condizioni che riteniamo inaccettabili. Dovremmo essere autorizzati a interrompere trattamenti o tecnologie di sopravvivenza e dovremmo essere assistiti - oppure il medico dovrebbe abbandonare i pazienti al loro destino? Dovrebbe girarsi dall’altra parte, dicendo loro di organizzarsi per proprio conto? A nessuno piace crepare e a nessun medico piace accompagnare alla morte i pazienti, ma l’alternativa al coinvolgimento dei medici (coinvolgimento difficile, emotivamente faticoso, giuridicamente scivoloso, un coinvolgimento che necessita di un dibattito serio e non ipocrita) è fare finta di niente. Ultima considerazione: perché non riferirsi - o almeno considerare - l’articolo 580 del Codice Penale, istigazione o aiuto al suicidio?
Le altre 5 su Giornalettismo.
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mercoledì 16 novembre 2011
Renato Balduzzi: chi è costui?
Il nuovo ministro della sanità, annunciato poco fa dal Presidente del Consiglio Mario Monti, è dunque Renato Balduzzi, Professore Ordinario di Diritto costituzionale all’Università del Piemonte Orientale, specialista delle questioni giuridiche della sanità. Si tratta, diciamolo subito, di un cattolico: dal suo curriculum vitae apprendiamo che
[d]al 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC, già Movimento Laureati di Azione Cattolica) e attualmente è componente per l’Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana - Miic (Mouvement international des intellectuels catholiques) - Icmica (International Catholic Mouvement for Intellectual and Cultural Affairs).L’accenno all’Azione Cattolica farebbe pensare più a un «cattolico adulto» che a un integralista, e la cosa sembra confermata dall’esperienza di Balduzzi come consigliere giuridico dell’allora Ministro delle politiche per la famiglia Bindi, fra il 2006 e il 2008. Qui però iniziano le dolenti note, perché sembra assodato che Balduzzi sia stato tra gli artefici dello sciagurato disegno di legge sui DiCo, le dichiarazioni di convivenza volute dalla Bindi e naufragate ben presto nel ridicolo, non rimpiante da nessuno. In un articolo di Silvio Troilo, «I progetti di legge in materia di unioni di fatto: alla ricerca di una difficile coerenza con i principi costituzionali» (pubblicato in anteprima su Forum Costituzionale, 12 settembre 2008) trovo alcune citazioni di un saggio del Balduzzi, «Il d.d.l. sui diritti e i doveri delle persone stabilmente conviventi: modello originale o escamotage compromissorio?», Quaderni Regionali 26 (2007), pp. 39-56, a me inaccessibile, che per l’appunto tratta dei DiCo:
non è sufficiente richiamare l’art. 2 [della Costituzione] come clausola a fattispecie aperta (capace cioè di offrire tutela a situazioni via via avvertite come meritevoli di tutela dalla coscienza sociale, al di là di quelle canonizzate nel testo costituzionale), in quanto lo stesso art. 2 non offre tutela a tutti i desideri che si vorrebbero riconosciuti come bisogni e a tutti i bisogni che si vorrebbero tutelati come diritti, ma riconosce e garantisce quei desideri e quei bisogni che servono allo svolgimento della personalità all’interno di una formazione sociale.Queste ultime parole, un po’ oscure, diventano chiare quando si ricorderà il bizzarro meccanismo dei DiCo, che si sforzavano di derivare diritti e doveri dalla situazione di fatto della convivenza, ricorrendo – pur di evitare qualsiasi forma di assenso prestato di fronte a un funzionario – all’espediente famigerato della raccomandata con ricevuta di ritorno spedita al convivente.
la legge […] non è solo certificazione della realtà, ma è altresì regola della medesima, e pertanto discipline che applicassero indiscriminatamente e tout court normative di tutela dei diritti della famiglia a situazioni diverse dal modello costituzionale di famiglia verrebbero a menomare la funzione della norma costituzionale. La disposizione costituzionale sarebbe completamente travisata, ebbe modo di osservare ancora Moro (in risposta a un’insidiosa osservazione del qualunquista Mastroianni, riferita alla formula del progetto di costituzione, poi diventata […] l’art. 29 Cost.), se venisse portata a significare che si vuole riconoscere un vincolo familiare costituito soltanto in base ad uno stato di fatto.
collegare alla convivenza diritti e doveri non crea istituti concorrenziali al modello costituzionale di famiglia a condizione che tale collegamento non derivi da un atto di volontà pattizio (che avrebbe necessariamente l’effetto di far rinvenire il titolo dell’applicabilità di diritti e di doveri nella volontà dei conviventi, e non nel fatto della convivenza) ma sia conseguenziale al verificarsi di una situazione di fatto che presenti determinate caratteristiche per la cui predeterminazione il legislatore gode di una certa discrezionalità.
Venendo a temi più propriamente sanitari, si deve registrare con qualche preoccupazione la partecipazione di Renato Balduzzi, in veste di curatore, al volume Le mani sull’uomo. Quali frontiere per la biotecnologia?, pubblicato per i tipi dell’editrice Ave nel 2005. Nella quarta di copertina si legge fra l’altro:
L’attualità politica porta alla comune attenzione temi sui quali a volte non siamo sufficientemente preparati, chiamandoci ad esprimere in merito una opinione consapevole. In questo breve sussidio vengono esposti anzitutto, quasi a modo di lessico, i concetti fondamentali dell’antropologia cristiana, quali quelli di corpo, persona, dignità umana, esaminati nei loro aspetti filosofici e teologici […]L’antropologia cristiana è una delle parole d’ordine degli integralisti; ma il timore si rivela ben presto infondato, quando troviamo questa dichiarazione di Balduzzi, che risale al tempo del caso Englaro (agenzia Asca, 19 luglio 2008; si veda anche la stessa agenzia del 6 febbraio 2009):
«Evitiamo di farne materia di conflitto tra magistratura e politica»: è questa la prima necessità che il costituzionalista Renato Balduzzi avverte di fronte agli sviluppi del caso di Eluana Englaro. «Da costituzionalista, mi sembra azzardata e anche un po’ pericolosa l’ipotesi di conflitto di attribuzione», osserva. Quanto ai contenuti della polemica, il cattolico Balduzzi osserva: «È ora che l’iter del testamento biologico venga portato a compimento. Anche se non dobbiamo aspettarci che la norma possa risolvere tutto».Queste non sono le parole di un campione dell’autodeterminazione, è vero, ma neppure quelle di un integralista. È palese anche qui lo sforzo di sintesi di Balduzzi fra due visioni opposte dei diritti; sintesi quasi certamente impossibile, come dimostra la débâcle dei DiCo, ma che dovrebbe tenere a bada – si spera – le richieste più voraci del mondo integralista. Di più, vista la situazione in cui nasce il nuovo governo, era purtroppo impossibile aspettarsi.
Balduzzi, che è presidente del Meic, il Movimento ecclesiale di impegno culturale, una delle storiche componenti dell’Azione cattolica italiana, è abituato ad entrare, da cattolico, nel cuore delle questioni eticamente più “sensibili” e politicamente più scottanti: nella scorsa legislatura, era Capo ufficio legislativo del Ministro della famiglia Rosy Bindi, autore (insieme all’altro cattolico Ceccanti) dello sfortunato disegno di legge sui Dico.
Nella sentenza della Cassazione su Eluana, Balduzzi non vede «sconfinamenti». «Non c’è una competenza riservata alle Camere su certi argomenti – spiega –. Anche ammesso che in tema di diritti il legislatore abbia una preminenza, il giudice arriva dove può in base alla legislazione vigente e ai principi costituzionali». «Bisogna ricordare che un ordinamento contiene sempre delle lacune e lo “jus dicere” del giudice comporta naturalmente la possibilità di colmarle. Il giudice non è certo solo la bocca della legge; il suo, anzi, è un duro mestiere, che deve bilanciare tanti principi e tenere in equilibrio diritti e doveri».
La questione è anche di opportunità, di tempi: «Sollevare un conflitto di attribuzione aggiunge motivi di contrasto ad una situazione già molto delicata nei rapporti tra politica e magistratura. Ma al di là di questo, la sentenza della Corte di Cassazione non crea nessun vulnus nelle prerogative del Parlamento».
«La norma – mette però in guardia –, per un caso limite come quello di Eluana, non risolverebbe tutto. E qui, ma non parlo più da costituzionalista, non so se la legge possa coprire questa materia così complessa, dove la prima regola dovrebbe essere quella della prudenza, del silenzio, unito alla coerenza, all’assunzione di responsabilità per quanto si dice. E a questo aggiungerei un’altra osservazione: non può essere considerato irrilevante dal punto di vista giuridico il fatto che ci sia qualcuno che si fa carico del “dovere” della solidarietà».
Il nodo, come è stato ricordato da più parti, è in quelle «direttive anticipate» che nel nostro paese non hanno ancora valore legale. C’è chi agita il timore dell’eutanasia: ma per Balduzzi, non si può parlare di «fughe in avanti» ed «estremismi» in un dibattito ormai maturo, ma fino ad oggi senza uno sbocco legislativo, come quello sul testamento biologico.
«L’iter del testamento biologico – secondo il professore – è quindi da portare a compimento, senza pensare che in una legge possa entrare tutto un sentire etico. Per questo è importante che non si strumentalizzi, ma si guardi veramente al bene comune. Se oggi si procede a colpi di sentenze è perché fino ad ora è mancata una sintesi».
Una sintesi. Quella fallita nel caso dei diritti delle coppie di fatto. Esiste un simile punto di equilibrio nel dibattito sul testamento biologico? «A mio parere – conclude Balduzzi – sta nel garantire una periodica verifica delle volontà del soggetto».
A proposito del mondo integralista, negli ultimi giorni alcuni dei suoi esponenti sembrano aver presagito la sconfitta, come dimostrano le dichiarazioni un po’ sguaiate di Assuntina Morresi («La crisi infuria lo spread avanza», Stranocristiano, 10 novembre 2011), che alla fine inclinano pericolosamente verso il complottismo. Scendendo di qualche gradino, al complottismo si abbandonava stamattina, prima della lettura della lista dei ministri, anche Berlicche: una perdita pressoché totale di contatto con la realtà che non potrà non far piacere a ogni sincero avversario dell’integralismo.
Aggiornamento 19/11/2011: un post di Relativismo? Sì grazie aggiunge qualche utile dettaglio al quadro della personalità e delle idee di Balduzzi.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 16:04 7 commenti
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martedì 9 febbraio 2010
Eluana, la vita non è solo respiro
È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.
Continua su Giornalettismo, 9 febbraio 2010.
Postato da Chiara Lalli alle 10:33 1 commenti
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sabato 19 settembre 2009
La sentenza del TAR sul diritto di rifiutare i trattamenti sanitari
È disponibile sul nostro sito la sentenza n. 8650 del 25 marzo 2009 (ma depositata solo pochi giorni fa in segreteria) del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, in cui si esamina il ricorso presentato dal Movimento di Difesa del Cittadino contro l’anomalo «atto» con cui il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi aveva tentato a suo tempo di bloccare l’applicazione delle sentenze sul caso Englaro (anche questo può essere scaricato dal nostro sito).
Il TAR ha giudicato inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione, cioè ha dichiarato che ad occuparsene avrebbe dovuto essere il giudice ordinario, non quello amministrativo; ma, come anticipavamo due giorni fa, fra le righe della sentenza si può leggere se non un giudizio sulla questione (che sarebbe stato improprio) almeno i principi su cui un eventuale giudizio non potrebbe non fondarsi (pp. 11-12):
L’articolo 32, comma 2, della Costituzione, l’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e l’articolo 1 della legge n. 180 del 1978 prevedono tutti che ogni individuo ha il diritto di non essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario (se non per disposizione di legge, secondo la nostra carta costituzionale).
Il diritto di rifiutare i trattamenti sanitari è fondato sulla disponibilità del bene “salute” da parte del diretto interessato e sfocia nel suo consenso informato ad una determinata prestazione sanitaria.
Da tale premessa consegue che i pazienti in Stato Vegetativo Permanente, che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure loro praticate o da praticare e non devono, in ogni caso, essere discriminati rispetto agli altri pazienti in grado di esprimere il proprio consenso possano, nel caso in cui la loro volontà sia stata ricostruita, evitare la pratica di determinate cure mediche nei loro confronti.
Conseguentemente la verifica circa l’obbligatorietà della prestazione sempre e comunque di trattamenti sanitari anche nell’ipotesi di accertata volontà contraria del paziente attiene al diritto della dignità umana che, ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, deve essere tutelata.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 10:12 1 commenti
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mercoledì 24 giugno 2009
Carlo Alberto Defanti: nessuna violazione deontologica
Eluana, scagionato il neurologo Defanti: nessuna violazione deontologica, 22 giugno 2009, AdnKronos.
La decisione dell'Ordine dei medici: archiviato il 21 maggio il fascicolo che riguardava il neurologo dell'Englaro, la ragazza morta dopo 17 anni di coma. Secondo il collegio giudicante di Bergamo non c'erano sufficienti elementi per procedere
"Non si è aperto un procedimento disciplinare - precisa - perché il collegio giudicante, composto da 15 camici bianchi, ha ritenuto che non ci fossero elementi sufficienti". Ma Pozzi non può fornire altri dettagli. "In un procedimento disciplinare vero e proprio - spiega Pozzi - c'è il diritto, di chi ne ha interesse, a conoscere le motivazioni. Nell'archiviazione, invece, solo il diretto interessato può chiedere di conoscere la documentazione".
Pozzi spera che ora si plachino le polemiche su un caso che "ha fatto prevalere, nei sostenitori dell'uno e dell'altro schieramento toni violenti e aggressivi, non raggiunti nemmeno dalle tifoserie del calcio più estremo".
venerdì 27 febbraio 2009
Omicidio?
L’avvertenza è d’obbligo: non sono un giurista. Ma provo lo stesso a chiarire – in primo luogo a me stesso – i principali aspetti della denuncia presentata contro Beppino Englaro di cui si parla in queste ore.
Cos’è successo?
Il Procuratore della Repubblica di Udine Antonio Biancardi ha iscritto nel registro delle notizie di reato (quello che impropriamente viene di solito chiamato «registro degli indagati») 14 persone: Beppino Englaro, l’anestesista Amato De Monte e altri 12 componenti dell’associazione «Per Eluana» (medici e infermieri che hanno attuato il protocollo per il distacco del sondino della donna), a quanto pare in seguito a una denuncia presentata dal Comitato Verità e Vita due giorni fa (stando alla data del comunicato stampa dello stesso Comitato). Si tratta di un’associazione che ha fra l’altro combattuto la legge 40 perché troppo permissiva e accusato Assuntina Morresi di aver avanzato in un articolo «argomentazioni tipicamente abortiste»; non va confusa con l’Associazione Scienza e Vita, che in queste ore ha smentito ogni suo coinvolgimento.
Quello del magistrato è un atto dovuto?
Sembrerebbe di sì: lo impone l’art. 335 del Codice di Procedura Penale – anche se di fronte a notizie di reato deliranti o palesemente inconsistenti il giudice può chiaramente astenersi. A quanto pare esposti simili erano già pervenuti al magistrato, che aveva affermato all’indomani della morte di Eluana: «Valuterò personalmente tutti gli esposti che sono stati presentati e cercherò prove a conferma dei reati ipotizzati in essi», senza però che ne conseguissero finora atti di alcun genere. Dichiarazioni odierne di Biancardi sembrano collegare l’iscrizione del registro degli indagati all’insieme di queste denunce e non a quella del Comitato Verità e Vita in particolare, anche se la legge prescrive che l’iscrizione nel registro sia immediata.
Mi sembra di ricordare in effetti che delle denunce analoghe fossero state presentate anche altrove...
Sì, il 10 febbraio l’avvocato Carlo Taormina aveva presentato alla Procura di Roma una denuncia per omicidio a carico di Beppino Englaro, del personale della Clinica La Quiete, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dei magistrati della Corte di Appello di Milano e della Procura di Udine. La Procura ha iscritto queste persone nel registro delle notizie di reato, ma poche ore dopo ha archiviato la posizione del Presidente della Repubblica, mentre per gli altri ha inviato gli atti alla Procura di Bologna (competente per i magistrati di Udine). Per coincidenza proprio oggi quest’ultima ha proceduto all’iscrizione nel registro delle notizie di reato; quindi paradossalmente lo stesso Antonio Biancardi si trova ad essere indagato a sua volta. Sono state presentate altre denunce analoghe da parte di vari personaggi, a cui non mi sembra il caso di fare pubblicità.
Cosa c’è scritto nella denuncia del Comitato?
Non si sa: quelli del Comitato hanno risposto alle richieste di una copia della denuncia dicendo che per ora non possono divulgarla. Da qualche dettaglio che è stato comunque fornito, e dal testo di una diffida trasmessa il 3 febbraio dallo stesso Comitato alla casa di cura La Quiete, sembra che non vengano presentati fatti nuovi, ma che ci si limiti a ipotizzare che la vicenda configuri la fattispecie dell’omicidio volontario.
Ma è possibile che qualcuno venga processato per omicidio volontario in relazione a questa vicenda?
Assolutamente no. Beppino Englaro non ha agito di propria iniziativa, ma in base a sentenze e decreti delle autorità giudiziarie, seguendo fino in fondo tutti i gradi di giudizio. Sarebbe semplicemente inconcepibile che un’altra autorità giudiziaria lo condannasse per aver dato delle disposizioni ai medici che un giudice lo aveva autorizzato a dare. Ciò significherebbe per i cittadini non poter più fare affidamento sulla giustizia, perché ogni pronunciamento, ogni sentenza o decreto sarebbero sempre soggetti a essere capovolti, senza certezze e all’infinito.
Come può essere che chi ha presentato la denuncia ignorasse queste cose?
In realtà le conoscono. Nella diffida che citavo sopra facevano proprio per questo ricorso a un escamotage: in base agli artt. 2 e 3 del Codice di Procedura Penale ritengono che «i provvedimenti giurisdizionali emessi nel corso del procedimento civile non farebbero stato in un eventuale procedimento penale instaurato per il reato di omicidio volontario», cioè in pratica che il giudice penale, chiamato a stabilire se c’è stato omicidio, non potrebbe né dovrebbe tenere in nessun conto quello che ha deciso il giudice civile (a cui si era rivolto Englaro). Ma è chiaro che è solo un cavillo: si può richiamare qui la massima della decisione n. 54 della Cassazione, sez. III, 3 aprile 1996: «L’autorità giudiziaria ordinaria non ha il potere di valutare la conformità a legge di un “arret” [cioè di una sentenza] di un’altra giurisdizione: ciò in quanto il cittadino – pena la vanificazione dei suoi diritti civili – non può essere privato della facoltà di fare affidamento sugli strumenti della tutela giurisdizionale posti a sua disposizione dall’ordinamento».
È possibile che l’accusa si possa sostenere con altri argomenti?
Solo nell’ipotesi (tutta da dimostrare) che ci sia stato un intervento attivo per causare la morte di Eluana; ma per questo occorrerebbe un referto autoptico, che a quanto ne so non è ancora nemmeno stato presentato. Un’altra possibilità viene prospettata dal Comitato, quando chiede «quanto meno e in subordine, di accertare se sia stata tentata la nutrizione per via naturale», visto che il decreto della Corte d’Appello di Milano dava a Beppino Englaro solo il potere di far cessare l’uso del sondino nasogastrico. Ma a questo proposito abbiamo la testimonianza del medico curante, Carlo Alberto Defanti, che sostiene che sulla pretesa capacità di deglutire di Eluana sono state dette solo falsità: «dovevamo assorbire anche la saliva».
Cosa succede ora?
Il magistrato ha al massimo 30 giorni per chiedere un’eventuale autorizzazione a procedere. Direi che non se ne farà nulla, e che si arriverà all’archiviazione: oltre alle considerazioni già espresse, bisogna dire che la vicenda che si è conclusa con la morte di Eluana si è svolta tutta sotto gli occhi dello stesso Biancardi, senza che questi facesse nulla per fermarla. Sarebbe strano che sconfessasse il suo stesso operato, per aver ricevuto una denuncia che contiene in pratica solo alcune discutibili considerazioni giuridiche.
Se la denuncia è infondata, è possibile denunciare a sua volta per calunnia chi l’ha presentata?
Purtroppo no. La calunnia si ha se qualcuno «incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato» (art. 368 C.P.), e qui sarebbe quasi impossibile dimostrare il dolo. È vero però che alcuni tribunali hanno cominciato a riconoscere la responsabilità di chi accusa ingiustamente per colpa, cioè senza compiere tutti gli accertamenti dovuti per assicurarsi della fondatezza dell’accusa: è l’equivalente in campo penale della lite temeraria, che esiste già in campo civile (ne parlavo qualche tempo fa a proposito della minaccia di un’analoga denuncia, sempre riguardo al caso Englaro). Anche tenendo conto dell’inevitabile opinabilità delle cose giuridiche, l’accusa del Comitato Verità e Vita appare al momento talmente campata in aria che non ci si può non augurare una severa punizione: troppi i danni causati, in termini di tempo, denaro e dell’ineliminabile ansia che colpisce chiunque sia accusato di un reato così grave, seppure su basi manifestamente infondate. Nei confronti di Beppino Englaro, poi, la cosa assume in particolare l’aspetto di una vendetta, tanto disumana quanto insensata.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 21:56 10 commenti
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Cronaca di un omicidio annunciato

Lo chiamano atto dovuto ed è Verità e Vita (e non Scienza e Vita come titola Il Corriere della Sera; ancora no almeno) a sottoporsi al dovere. Sono 14 le persone indagate. Tra cui Beppino Englaro e Amato De Monte.
venerdì 20 febbraio 2009
venerdì 13 febbraio 2009
Comunicato Stampa della Consulta di Bioetica di Pisa
12.02.2009
COMUNICATO STAMPA
A due settimane dalla discussione in Parlamento della legge sul cosiddetto testamento biologico, si apprende che il senatore Ignazio Marino è stato sostituito come capogruppo del PD in commissione sanità del Senato. Al suo posto la senatrice Bianchi che solo lunedì aveva dato voto favorevole al decreto del governo di bloccare la sospensione della nutrizione e idratazione artificiali a Eluana Englaro.
L’avvicendamento all’indomani della morte di Eluana per il rispetto della cui volontà Marino si è strenuamente battuto - così come da anni è impegnato per l’approvazione di una legge sul ‘fine vita’ nel segno dell’autodeterminazione del paziente – è un altro segnale di come la classe politica italiana nel suo complesso sia tiepida in laicità, ostaggio delle pretese del Vaticano e incapace di confrontarsi con i nuovi diritti individuali.
Si dice che sulle questioni bioetiche occorre lasciare che a decidere sia la ‘libertà di coscienza dei parlamentari’. Tuttavia, in una situazione in cui il dl Calabrò svuota dall’interno il significato e l’efficacia del testamento biologico facendo carta straccia della volontà individuale per imporre una soluzione obbligata e incostituzionale (l’impossibilità di rifiutarsi di essere nutriti e idratati), confidare solo nella ‘libertà di coscienza’ dei parlamentari trascura il peso dei diritti costituzionali e il pluralismo degli orientamenti morali.
In primo luogo ci sarebbe da chiarire cosa sia la “coscienza” e se con essa debba intendersi una sorta di ‘valore originario’ dai contenuti predefiniti e uguali per tutti. Non sembra sia così, ogni “coscienza” parla la sua lingua, e non sempre ciò che dice è moralmente valido. In secondo luogo occorre chiedersi se il Legislatore debba rispondere (solo) alla sua personale coscienza o non anche e soprattutto tutelare gli orientamenti di coscienza e gli interessi di tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti.
La Consulta di Bioetica di Pisa non può che denunciare la condizione a dir poco stagnante, a livello politico, in cui versa la conoscenza e la riflessione sulle questioni bioetiche e l’imbarazzante subalternità di tutta la classe politica a istanze morali dogmatiche che tendono a trasformare lo Stato di diritto in ‘Stato etico’.
Consulta di Bioetica – sezione di Pisa
Per il direttivo
Sergio Bartolommei
Seila Bernacchi
Cristina Pardini
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martedì 10 febbraio 2009
Eluana: l’Italia alla prova
Ora che Eluana è finalmente libera, e mentre i suoi carcerieri delusi minacciano di sfogare la loro rabbia impotente su chi resta, è tempo di chiedersi cosa ci ha insegnato la sua vicenda. Vicenda estrema, singolare, che ha messo alla prova il paese, facendone emergere alcuni tratti, pur già in gran parte noti, con evidenza indiscutibile.
In primo luogo, il rifiuto della legalità. Molti hanno già notato l’eccezionalità del percorso decennale di Beppino Englaro, il suo carattere così spiccatamente anti-italiano: la ricerca ostinata della sanzione pubblica e legale di ciò che intendeva compiere. Il suo rivolgersi ostinato ai tribunali, nella luce del sole, quando quasi tutti avrebbero invece fatto ricorso di nascosto a un infermiere compiacente. Da qui la paradossale condanna di chi ne avversava gli scopi, come se l’ossequio alla legge violasse una legge più alta, non scritta: la legge per cui certe cose vanno regolate nel buio delle proprie case, senza causare pubblico imbarazzo, senza pretendere diritti. E il paradosso si fa ancora più stridente quando a esortare a lavare i panni in famiglia è chi allo stesso tempo con voce più stridula definisce «omicidio» la liberazione di Eluana. Così Giuliano Ferrara – lui sì arci-italiano – può un giorno definire «boia asettico e clinico» l’ultimo medico di Eluana (in un articolo che ha conquistato un posto negli annali dell’infamia giornalistica), e il giorno dopo, in una lettera al Corriere, giustificare l’esistenza di una «zona grigia», in cui le regole siano «interpretate con discrezione e amore, caso per caso» (corsivo mio), causando la perplessità persino di Angelo Panebianco.
Già, la discrezione. Parola soave per un elogio di quell’ipocrisia che molti definiscono «cattolica», e che sicuramente è italiana; in cui l’ossequio formale alla virtù nasconde l’esercizio privato del vizio. Prezioso ausilio per un potere premoderno, che non riconosce diritti – che lo obbligherebbero e lo limiterebbero – ma consente astutamente nascoste valvole di sfogo per la frustrazione dei sudditi.
Parallelo a questo, e per molti versi ancora più preoccupante, è emerso in questi giorni il rifiuto totale della separazione dei poteri dello Stato. In centinaia di commenti e di prese di posizione, non solo del ragazzotto integralista ma anche del giornalista, del politico, dell’uomo delle istituzioni, financo del giurista, era del tutto palese il pensiero che, se una sentenza della magistratura non mi piace; se personalmente la ritengo errata, o contraria a qualche principio che mi è caro; allora ho tutto il diritto, quando ciò sia in mio potere, di riformarla con una legge o persino con un atto amministrativo. Non si tratta solo di ignoranza giuridica, come quella che ha fatto sproloquiare tanti su una magistratura che in questo caso avrebbe usurpato il posto del legislatore; no, si tratta di insensibilità totale a uno dei principi cardine dello Stato liberale. Il segno è funesto, quando vediamo troppi gioire se un governo in pieno delirio di onnipotenza tenta di schiacciare con ispezioni pretestuose e con cavilli legali un singolo inerme e il suo diritto conquistato in una corte di giustizia. Quando del resto c’è chi teorizza apertamente che la legge di Dio è superiore a quella degli uomini, l’esito non può che essere questo.
La vicenda di Eluana Englaro, insomma, non ha fatto che portare ancora più in evidenza ciò che già sapevamo da tempo: che il problema italiano, il problema di un paese che non riesce a diventare compiuto Stato di diritto, consiste – seppure non esclusivamente – nel suo ospitare all’interno un potere altro, radicalmente ostile ai principi liberali. E il problema, che è dunque in primo luogo problema cattolico, è diventato ancora più grave, da quando il cristianesimo, morendo, si è trasformato in questo paese in una strana nuova ideologia: l’ideologia della Vita. Ideologia che offre ai suoi seguaci la comoda giustificazione per sfogare il proprio odio verso altri esseri umani, come vediamo in queste ore. Ideologia antiumana, nonostante tutti i suoi proclami, in cui il mero fatto biologico, la vita intesa in termini di funzioni escretorie, di cuori pulsanti, di cellule proliferanti, ha preso il posto di ciò che una volta era l’unione di Spirito e Corpo, della vera vita in Cristo. Provate a parlare di anima o mente come sede della persona a un integralista: nella maggior parte dei casi non riuscirà nemmeno a capirvi. Ironia suprema: chi tanto invoca la millenaria «tradizione cristiana» è ormai sostanzialmente estraneo ad essa.
Ma grazie ad Eluana è diventata evidente un’altra cosa. Coloro che, nelle istituzioni, in questi giorni si sono eretti a difesa del diritto della famiglia Englaro, sono stati il Presidente della Repubblica e il Presidente della Camera dei Deputati. Uomini di tradizioni politiche opposte, uniti su una questione cara a un’altra tradizione – purtroppo da sempre minoritaria. Uomini i cui schieramenti da tempo, pervicacemente, a volte contro ogni miglior consiglio, si ostinano a cercare l’appoggio di ancora un’altra tradizione politica, forse solo perché nella semplificata mappa dei nostri parlamenti il centro sembra dividere irreparabilmente la destra dalla sinistra. E non si tratta qui soltanto di élite politiche: anche nella nostra piccola blogosfera è capitato che blog di sinistra dicessero cose non molto diverse da blog di destra.
Forse trarre delle conseguenze da questa situazione così inedita è al di là delle possibilità della nostra politica: troppa la fantasia e il coraggio richiesti, troppe le distanze che ancora rimangono, troppe le resistenze. Ma se per miracolo si trovassero la virtù e la fortuna necessarie, forse non dovremmo mai più assistere a un altro caso Englaro.
lunedì 9 febbraio 2009
Un diritto come gli altri
Per i cultori del Diritto (ma non solo per loro), un post dotto e appassionato di Alexis sugli ultimi sviluppi del caso Englaro («In fondo farsi prendere per i fondelli è un diritto come gli altri», Retorica e Logica, 8 febbraio 2009), che riesce anche – e non era facile, dopo che tutto apparentemente è stato già detto – ad aprire una prospettiva nuova sulle implicazioni giuridiche della questione.
Una morale che uccide la libertà di tutti
Il decreto della Corte d’Appello di Milano avrebbe dovuto essere l’ultimo atto di una tragedia già prolungata troppo a lungo. E poi il silenzio sarebbe stato il balsamo, opportuno e necessario, per ferite impossibili da rimarginare. Invece su Eluana Englaro si stanno accanendo gli avvoltoi, incuranti dell’orrore che la loro ombra provoca.
Scrivere di Eluana, in un clima tanto convulso e infetto, è una azione di estrema difesa contro questi spietati burocrati della morte. Non è solo Eluana ad essere aggredita, ma la stessa possibilità di definire il nostro Stato come liberale e laico.
Sono ormai mesi che parole e frasi senza senso vengono ripetute come nel telefono senza fili, quel gioco che si faceva da bambini incuranti della distruzione del significato e del tradimento della parola da cui il gioco aveva preso le mosse. Se in quel caso il divertimento stava proprio nel pervertimento fonetico e semantico, qui il risultato è un miscuglio di orrori e brutalità. Un insieme deforme di luoghi comuni, inesattezze e idiozie che ha lo scopo di annientare la libertà individuale.
La libertà ha il vantaggio di permettere anche, a chi lo desidera, di rinunciarvi. Se si è liberi si può decidere di essere, almeno in parte, schiavi. Se si è schiavi non c’è nulla da discutere. E non c’è nemmeno connotazione morale nel sottoporsi ad un ordine (c’è, ovviamente, connotazione morale nell’imposizione illegittima e ingiustificata). Appare ridicolo come quanti sono portavoce di una visione unica della morale non colgano questo ossimoro: la visione unica della morale demolisce la morale.
Le implicazioni sono vaste e profonde, disegnano il profilo di una metastasi forse ancora difficilmente rilevabile ma inarrestabile, e che ingoia le libertà fondamentali e i diritti civili.
Tutti quelli che sono a favore della “vita” sono, in realtà, a favore della schiavitù e della sottomissione. Sarebbero almeno onesti se lo dicessero esplicitamente, senza nascondersi dietro a proclami altisonanti e ipocriti: “è condanna a morte”, “si può sempre guarire”, “i medici devono curare”, “se io fossi il padre”. Dimenticando completamente di interrogarsi sulla volontà di Eluana.
Questa nuova forma di paternalismo è viscida e odiosa, perché non ha nemmeno il coraggio di darsi il nome che le spetta.
La Consulta di Bioetica promuove per domani alle 17.30 un sit-in nazionale in varie città (Milano: Piazza San Babila*; Torino: Piazza San Carlo; Pisa: Largo Ciro Menotti; Roma: Campo dei Fiori; Bologna: Piazza Nettuno; Verona: Piazza Bra). Non a caso il sit-in è per Eluana e per lo Stato di diritto. O per ciò che ne rimane.
DNews, 9 febbraio 2008
* Aggiornamento: il sit-in si svolgerà a Piazza Fontana
Postato da Chiara Lalli alle 10:12 3 commenti
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Menzogna per omissione
Le menzogne per omissione hanno poco da invidiare alle menzogne dirette, e forse sono persino peggiori: perché si ammantano di una verità parziale per fuorviare e confondere.
Alessandra Stoppa raccoglie su Libero le dichiarazioni del professor Giuliano Dolce, neurologo, sulla vicenda di Eluana Englaro («Il tempo della morte. Così si sta spegnendo il corpo di Eluana», 8 febbraio 2009, p. 9). Ecco come si chiude l’articolo:
«I dati a disposizione della comunità scientifica dicono che il 75% di questo tipo di pazienti riprende lo stato di coscienza».Il «tipo di pazienti» è quello di coloro che si trovano come Eluana in stato vegetativo post-traumatico. Non si aggiunge nient’altro; come ho detto, queste sono le ultime parole dell’articolo. Il lettore, di conseguenza, è indotto a credere che in media tre persone su quattro, nelle medesime condizioni di Eluana, finiscono per risvegliarsi.
Non discuterò la cifra del 75%; non ho qui i riferimenti, ma prendiamola pure per buona – in ogni caso, la cifra vera non può essere macroscopicamente diversa. Quello che conta, qui, è ciò che non viene detto: che quei pazienti si risvegliano praticamente tutti entro i primi mesi dall’inizio dello stato vegetativo. Il 75% è la cifra cumulativa; più passa il tempo, più quella percentuale diventa bassa. Dopo tre anni, stando ai risultati scientifici pubblicati, diventa a tutti gli effetti indistinguibile da zero (esiste un unico caso, uno solo su centinaia e centinaia, non pubblicato su una rivista ma riportato da un testimone affidabile, di una persona che si sia risvegliata dopo 5 anni – e in condizioni che molti reputerebbero peggiori della morte e dello stesso stato vegetativo). Mai nessuno, nella storia medica, si è risvegliato dallo stato vegetativo a distanza di 10, 15 o 17 anni. Mai. Nessuno. Lo 0%, non il 75%.
Ora, se avete il privilegio di conoscere il numero di telefono del professor Dolce, chiamatelo e ripetetegli questo ragionamento. Ascoltatelo mentre risponde «Oh, ma io non ho mai detto nulla di veramente diverso!» (se vi risponde invece «Disgraziatamente hanno troncato le mie dichiarazioni» ripetete la procedura con Alessandra Stoppa). Chiedetevi quali fossero le sue reali intenzioni nel dare un’informazione monca. Poi chiedetevi se è una causa giusta quella che richiede che si ricorra a espedienti di questo genere.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 10:02 8 commenti
Etichette: Eluana Englaro, Giuliano Dolce, Stato vegetativo permanente
domenica 8 febbraio 2009
Legge o decreto pari sono
Qualcuno potrebbe chiederselo: ma se il decreto legge contro Eluana era incostituzionale, allora perché non dovrebbe essere incostituzionale anche la leggina – il cui testo è il medesimo del decreto! – che il Parlamento si prepara ad approvare in fretta e furia? Il decreto andava a interferire con una sentenza passata in giudicato; lo stesso farà anche la legge. Ma allora come mai tutti sembrano dare per scontato che con la legge i medici si dovranno fermare?
Certo, un decreto, al contrario di una legge, deve essere giustificato in base all’urgenza della situazione; ma qui l’urgenza riguardava solo Eluana (nessuno si trova, dal punto di vista legale, nella stessa situazione, e le sentenze della magistratura si applicano solo a lei). Il decreto quindi avrebbe avuto un carattere palesemente ad personam: sarebbe stato emanato proprio con l’intenzione specifica di annullare una sentenza della magistratura. La legge, invece, nonostante l’approvazione a tambur battente, può mostrarsi formalmente più generale: a parole riguarda tutti (anche se rimane chiaro quale sia lo scopo per cui viene approvata).
E tuttavia il conflitto rimane. Perdonatemi l’autocitazione:
Per la divisione dei poteri dello Stato, infatti, la magistratura non può sostituirsi al legislatore abrogando le norme esistenti (non lo ha fatto nemmeno nel caso Englaro, nonostante quello che incredibilmente ancora si sente ripetere), e il legislatore viceversa non può invadere il campo della magistratura rendendo inoperative le sue sentenze. Se fosse altrimenti, il diritto del cittadino di ottenere un giudizio definitivo e immutabile riceverebbe una ferita insanabile.Vedo adesso che cominciano a spuntare le prime conferme da parte dei costituzionalisti. Scrive Massimo Villone sulla Stampa di ieri («Cinque risposte dalla Costituzione», 7 febbraio 2009, p. 1):
Gli argomenti di incostituzionalità relativi al decreto rimarrebbero in buona parte validi anche per la leggina […] soprattutto rimarrebbero in piedi gli argomenti relativi al principio che il legislatore non può sovrapporre una nuova regola su situazioni ormai sancite da pronunce definitive del giudice.Gli fa eco Massimo Luciani sul Sole 24 Ore («Il potere di emanare non è notarile», 7 febbraio, p. 7):
Se il primo argomento invocato dal Presidente (la mancanza della necessità e dell’urgenza) riguarda i soli decreti legge, il secondo (l’intangibilità dei provvedimenti giudiziari definitivi) potrebbe riguardare una futura legge, visto che la giurisprudenza costituzionale ritiene che il giudicato sia anche legislativamente intangibile.Ci può essere forse qualche margine di dubbio, come sempre in questioni giuridiche; ma nel complesso la cosa sembrerebbe fermamente stabilita.
Purtroppo, questo non vuol dire che la promulgazione della leggina rimarrà necessariamente senza effetti sul caso di Eluana Englaro, nel caso che il Parlamento arrivi prima della conclusione del protocollo medico. I medici si vedranno probabilmente costretti a desistere; si arriverà a un’impugnazione della legge dinanzi alla Corte Costituzionale, ma ci vorranno altri mesi, forse altri anni.
Aggiornamento 9/2/09: le considerazioni di Carlo Federico Grosso aggiungono nuovi elementi a un quadro ormai chiaro («Dalla parte delle regole», La Stampa, 9 febbraio, p. 1):
La Cassazione, come è noto, ha «definitivamente» riconosciuto a Eluana Englaro, o a chi per lei, il diritto di staccare il sondino nasogastrico attraverso il quale si realizza il suo mantenimento artificiale in vita. Ebbene, di fronte a un diritto ormai definitivamente riconosciuto dall’autorità giudiziaria, davvero si può ritenere che una legge successiva sia, di per sé, in grado di cancellare il giudicato?Aggiornamento 11/2: a futura memoria interviene infine Alessandro Pace («Quella legge ancora inutile», La Repubblica, 11 febbraio, p. 1), che mostra come anche il decreto della Corte d’Appello di Milano abbia pieno valore di giudicato.
Si badi che, curiosamente, lo stesso governo, sul punto, deve avere avuto i suoi dubbi. Infatti nella relazione di accompagnamento al decreto ha scritto che è vero che, nel caso di specie, c’è stata una sentenza della Cassazione, ma essa, data la particolare natura del provvedimento assunto (di mera «volontaria giurisdizione»), non avrebbe dato vita ad alcun «accertamento di un diritto». Così facendo, lo stesso governo ha ammesso che se, invece, fosse stato riconosciuto un diritto, esso sarebbe ormai intangibile anche di fronte alla legge. Ebbene, poiché, a differenza di quanto sostenuto dal governo, la Cassazione ha, in realtà, riconosciuto un vero e proprio diritto individuale a non essere più medicalmente assistiti contro la propria volontà comunque manifestata, è lecito dubitare che il legislatore possa davvero, ormai, interferire, con una legge, su tale situazione giuridica costituita.















