Visualizzazione post con etichetta Francesco Agnoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Agnoli. Mostra tutti i post

venerdì 9 settembre 2011

Francesco Agnoli perde la Bussola

È la crema (qualcuno – non io – potrebbe dire: la schiuma) dell’integralismo italiano quella che trova ospitalità nella Bussola Quotidiana, «quotidiano cattolico di opinione online». Così, per esempio, nel numero di oggi Massimo Introvigne ci spiega perché sia stata buona e giusta la censura operata dalla Rai, che ha omesso di mandare in onda l’episodio di una serie televisiva in cui veniva rappresentato un matrimonio tra omosessuali («Suore e gay, un ciclone alla RAI», 9 settembre 2011). Sempre nel numero di oggi, una vecchia conoscenza dei lettori di Bioetica, Francesco Agnoli, illustra in un articolo gli «inganni e danni collaterali» della fecondazione eterologa. Scrive Agnoli (corsivi miei):

La fecondazione eterologa prevede che una donna venda i suoi ovuli che serviranno ad un’altra al fine di concepire. […]
La prima domanda da porsi è questa: cosa accade alla venditrice? Si tratta di una vendita qualsiasi, come quella di un oggetto esterno, che non è parte della persona, o di qualcosa di profondamente diverso?

Sembra inevitabile rispondere nel secondo modo. Infatti la venditrice viene sottoposta ad una iperstimolazione ovarica particolarmente violenta, cioè viene bombardata di ormoni al fine di produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma molti di più (a seconda dell’etica e delle previsioni del medico). Sentiamo a tal proposito cosa può provocare la iperstimolazione ovarica dalle parole di un esperto come il dottor Carlo Flamigni, noto per la sua apertura alle pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Flamigni, nel suo “La procreazione assistita” (il Mulino, 2002), afferma che l’iperstimolazione ovarica sulla donna, preliminare a qualsiasi operazione di PMA, è “una sindrome pericolosa persino per la vita” (p. 29), “una complicanza abbastanza pericolosa” (p. 36). Infatti “l’ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. Successivamente, e soprattutto se l’iperstimolazione è grave, si forma un’ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talché esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati” (p. 63-64).
Anche il lettore completamente all’oscuro delle tecniche di procreazione medicalmente assistita non può fare a meno di notare una stranezza in questo brano: com’è possibile venire sottoposti a una «complicanza» o a una «sindrome»? E com’è possibile definire una «complicanza» qualcosa che sarebbe «preliminare a qualsiasi operazione di PMA»?
Il fatto è che, contrariamente a quanto crede Agnoli (con molta tenacia, visto che scriveva le stesse identiche cose già anni fa: «Il rischio tumore per le donne che accedono alla fiv», Libertà e Persona, 19 luglio 2009), «preliminare a qualsiasi operazione di PMA» non è l’iperstimolazione ovarica, ma semplicemente la stimolazione ovarica; l’iperstimolazione è appunto una complicanza che può far seguito a questa procedura – per fortuna sempre più raramente: nella seconda edizione del libro citato da Agnoli (2011, p. 64), Carlo Flamigni scrive che «oggi questo tipo di complicazione sta diventando sempre più raro (0,45% in italia nel 2008), a testimonianza di un continuo miglioramento complessivo delle tecniche».
Come è stato possibile per Agnoli confondere stimolazione con iperstimolazione, visto che la distinzione è chiarissima nel libro di Flamigni che cita (e nella stragrande maggioranza dei testi di informazione elementare sull’argomento)? La risposta potrebbe stare nel fatto che nella letteratura medica si trova talvolta usata l’espressione «iperstimolazione ovarica» (o «iperstimolazione ovarica controllata») per indicare non la sindrome ma la procedura di stimolazione dell’ovulazione. È un uso disorientante, e perciò abbastanza raro, che può forse spiegare lo svarione di Agnoli – ma che comunque non lo condona: la stimolazione rimane ovviamente cosa del tutto diversa dalla complicanza, anche se qualcuno le chiama con lo stesso nome.

Un po’ più difficile spiegare con un equivoco quello che Agnoli scrive di seguito al passo citato sopra:
A ciò si può aggiungere che l’iperstimolazione in vista della PMA comporta anche un rischio tumore, ai genitali o alle mammelle, magari nel lungo periodo (“Le Scienze”, Settembre 2004).
Andiamo dunque a cercarci l’articolo delle Scienze; si tratta di «Sterili per legge», di Nora Frontali e Flavia Zucco (Le Scienze n. 433, settembre 2004, pp. 58-63). A p. 62 leggiamo (corsivi miei):
Per accertare gli effetti a lungo termine è invece necessario seguire le donne per molti anni dopo il parto. Studi simili sono stati intrapresi, ma non hanno prodotto ancora conclusioni certe: si sospetta infatti che l’intenso trattamento con ormoni a cui sono sottoposte le donne per il prelievo degli ovociti possa provocare un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella. Uno studio su larga scala condotto in Olanda a 5-8 anni dalla gravidanza non ha però rilevato alcun aumento del rischio di cancro della mammella o dell’ovaio in donne che erano state sottoposte a FIVET, a confronto con donne subfertili che non avevano ricevuto il trattamento.
Mi astengo da qualsiasi commento, lasciando le conclusioni al lettore. Aggiungo solo che appena sopra il passo citato, le due autrici delle Scienze notano che
poiché la crioconservazione degli embrioni non è considerata ammissibile dalla nuova Legge [n. 40/2004], la donna sarà costretta [a] ripetere ogni volta il trattamento ormonale, rischiando nuovamente la sindrome da iperstimolazione ovarica e gli altri disturbi.
Si tratta della stessa legge che Agnoli magnifica per aver ridotto le complicanze... (fortunatamente, la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la drastica limitazione che la legge 40 imponeva al numero di embrioni da crioconservare ha riportato le cose a posto).
Quanto al (molto ipotetico) rischio di contrarre il cancro in seguito all’applicazione delle tecniche di PMA, l’articolo più recente in materia è tranquillizzante (anche se non chiude ovviamente la questione): B. Källén e colleghi dell’Università di Lund hanno studiato un ampio campione di donne svedesi che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro («Malignancies among women who gave birth after in vitro fertilization», Human Reproduction 26, 2011, pp. 253-58). Queste donne mostrano sì un rischio più alto di cancro rispetto alle donne del campione di controllo, specialmente per il tumore alle ovaie, ma prima di praticare la FIV; questo si spiega con il fatto che la malattia o la chemioterapia rendono spesso la donna sterile. Dopo la FIV, il rischio appare inferiore rispetto alle donne della popolazione generale che abbiano avuto un figlio, grazie soprattutto alla diminuzione del cancro al seno e alla cervice dell’utero (gli autori, prudentemente, ascrivono questo fenomeno un po’ sorprendente allo screening intensificato in queste donne, che può portare a eradicare all’esordio forme precancerose). Il rischio di cancro alle ovaie è ancora maggiore che nel campione di controllo, ma minore del rischio precedente alla FIV. Chissà se Francesco Agnoli parlerà mai di questo studio – e in quali termini...

Se la Bussola Quotidiana selezionasse con più cura gli autori, farebbe un favore ai propri lettori, e anche a se stessa. Ma non accadrà.

venerdì 25 giugno 2010

Agnoli, imbavaglia te stesso

Capita ogni tanto che qualche cattolico integralista ceda alla tentazione di credersi il Joseph de Maistre dei nostri giorni, e si metta a fare l’apologia non più semplicemente di ciò che le persone di buon senso ritengono falso – questo ogni integralista lo fa già abitualmente – ma anche di ciò che ritengono infame. Prendete Francesco Agnoli, che tiene sul Foglio una rubrica dal titolo che è tutto un programma, «Controriforme»: come de Maistre aveva prodotto nelle Soirées de Saint-Pétersbourg l’elogio del boia, così Agnoli (sì, ok, si parva licet) faceva ieri dalla sua colonnina periodica l’«Elogio del bavaglio» (Il Foglio, 24 giugno 2010, p. 2), prendendosela con la libertà di stampa e auspicando «una museruola» per tutte le «condanne preventive e frettolose spacciate con ipocrisia per informazioni» e per il «moralismo», che sarebbe «il bieco e continuo rinfacciare ad altri... che guadagnano di più, che hanno avuto più successo, che sono più famosi, che hanno più potere...» (se pensate che dietro questi indeterminati «altri» si celi un ben preciso altro, probabilmente non vi sbagliate; del resto, baciare le pile e sapere cosa è gradito agli uomini di questo mondo non sono mai state abilità mutuamente esclusive, anzi). C’è, per Agnoli, un prototipo e patrono di tutti coloro che coltivano «l’idea tipicamente ideologica della distruzione dell’avversario per l’edificazione di un “mondo nuovo”»: si tratta – non è una sorpresa – di Voltaire:

Un uomo che predica la libertà, la tolleranza, mentre di mestiere fa il calunniatore e il seminatore, brillante, di frasi fatte, di luoghi comuni, di miti demolitori. Scrive, parlando dei suoi avversari: “Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa... Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi... Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli”.
Qui però alla fine la sorpresa c’è lo stesso: Voltaire non è sempre stato all’altezza dei propri alti principi, è vero; ma è strano che li contraddicesse così esplicitamente, in uno scritto di cui aveva tranquillamente rivendicato la patermità in una lettera a un amico. Si tratta infatti dei Dialogues chrétiens, ou Préservatif contre l’Encyclopédie (1760); ecco il brano originale completo:
il faut décrier les auteurs, et alors l’ouvrage perd certainement son crédit; il faut adroitement empoisonner leur conduite; il faut les traduire devant le public comme des gens vicieux, en feignant de pleurer sur leurs vices; il faut présenter leurs actions sous un jour odieux, en feignant de les disculper; si les faits nous manquent, il faut en supposer, en feignant de taire une partie de leurs fautes. C’est par ces moyens-là que nous contribuerons à l’avancement de la religion et de la piété, et que nous préviendrons les maux et les scandales que les philosophes causeraient dans le monde s’ils y trouvaient quelque créance.
Chi conosce il francese si accorgerà subito di un fatto ancora più strano: il finale non corrisponde a quello riportato da Agnoli. Il significato del finale originale è infatti questo:
È con questi mezzi che contribuiremo all’avanzata della religione e della pietà, e preverremo i mali e gli scandali che i filosofi causerebbero al mondo se vi trovassero credito.
Ammettiamo pure, sebbene con qualche difficoltà, che a Voltaire stesse a cuore il progresso della religione e della pietà; ammettiamo anche, ancora più a fatica, che per qualche motivo ce l’avesse, così all’ingrosso, con i filosofi; quello che proprio non si riesce a capire è come l’avanzamento della pietà religiosa potesse dipendere per Voltaire dai mezzi infami che elencava all’inizio del brano. Non sorprende che nel passo riportato da Agnoli sia stata omessa la parte finale! Il mistero si chiarisce in un attimo. Le parole riportate sono effettivamente di Voltaire, che però le mette in bocca a un pastore protestante, che impersonifica qui lo zelo religioso più ributtante (più in là si vanta del supplizio di Michele Serveto, vittima dell’intolleranza dei calvinisti di Ginevra) assieme a un prete con cui si intrattiene abbastanza amabilmente (sarà quest’ultimo a pronunciare le parole attaccate alla fine del brano citato da Agnoli: «tout est permis contre eux; supposons leur des crimes, des blasphèmes; déférons les au gouvernement comme ennemis de la religion et de l’autorité; excitons les magistrats à les punir»). Nel pastore, in effetti, Voltaire mette in ridicolo un suo nemico, un certo Vernet, che aveva commesso l’errore di attaccarlo pubblicamente; Voltaire rispose con questo dialogo, ricco di allusioni al Vernet, e poi di nuovo, dopo che l’altro si era lamentato presso le autorità di Ginevra, con una satira ancora più devastante, Éloge de l’hypocrisie (1766). La citazione di Agnoli è insomma il frutto di una manipolazione testuale acrobatica e senza scrupoli: si attribuisce a Voltaire ciò che questi metteva in bocca ai propri nemici! Ma è lo stesso Agnoli l’autore di questa falsificazione? In realtà, la citazione viaggia in questa forma da qualche anno tra i blog cattolici più retrivi. La fonte originaria è il libro di un certo Pierre Gaxotte, La Révolution française, del 1928, ritradotto in italiano nel 1989; è di Gaxotte l’inciso «(che non la pensano come noi)» all’inizio del brano. Non sorprende che Gaxotte fosse un sostenitore del maresciallo Pétain; un po’ più sorprendente che sia riuscito più tardi ad essere eletto nell’Académie française – ma si sa, dopo la débâcle i francesi hanno perso tutta la loro lucidità intellettuale... Il peccato di Agnoli – e non è un peccato da poco – è stato di non controllare le fonti (eppure bastano due minuti su Google per trovare il brano originale di Voltaire), e di attingere a Gaxotte, o forse solo a qualche blog integralista. Curiosamente, non è la prima volta che questo brano compare sul Foglio: lo riportava in una lettera al direttore del 19 novembre 2004 Mattia Feltri (uno che, a occhio, per avere successo nel giornalismo non ha mai avuto bisogno di sobbarcarsi la fatica della verifica delle fonti...). Si lamenta Agnoli, nel suo pezzo, che sui giornali le accuse, «anche quelle senza fondamento», siano «presentate come verità assolute»; ma questo è precisamente quello che, consapevole o meno, ha fatto lui. Medico, imbavaglia te stesso.

venerdì 10 ottobre 2008

Come Socrate, Gesù e lo scimpanzé

Scrive Francesco Agnoli sul Foglio di ieri («Ciao ciao Darwin», 9 ottobre 2008, p. 2):

Il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto.
Su Darwin di un anno fa («Un piccolo aiuto da un amico», n. 21, settembre-ottobre 2007, p. 62), Frans B.M. de Waal, celebre primatologo, cita Jane Goodall:
«In alcuni zoo, gli scimpanzé sono tenuti sopra isole artificiali, circondate da fossati riempiti d’acqua. Questi animali non sanno nuotare e, se non si corre in loro soccorso, affogano quando cadono in acque profonde. Nonostante questo, alcuni individui a volte hanno compiuti atti eroici per salvare compagni che stavano annegando e in qualche caso ci sono anche riusciti. Un maschio adulto ha perso la sua compagna mentre cercava di salvare un piccolo che era finito in acqua per colpa di una madre poco attenta».
Chiosa de Waal (p. 63):
È assai […] probabile […] che questi tentativi di salvataggio siano guidati dalle emozioni, perché la paura dell’acqua può essere superata solo da una motivazione irresistibile.

venerdì 1 febbraio 2008

E Dio creò Francesco Agnoli

Sul Foglio di ieri Francesco Agnoli («Genetisti e cardinali», 31 gennaio 2008, p. 2) cita con approvazione «una vecchia intervista del celeberrimo Jerome Lejeune, scopritore della prima anomalia genetica, la trisomia 21» (al Foglio genetisti e biochimici credenti sono ricercati più dell’oro di Ofir); intervista nella quale si affermava fra l’altro:

La Bibbia è anche il primo libro evolutivo poiché evidenzia le tappe della creazione. La cosa che più stupisce è che nella Bibbia appaiono dapprima gli animali marini, poi gli animali volanti, poi gli animali terrestri e da ultimo l’uomo. Sarebbe a dire che la Bibbia, in uno scorcio assolutamente folgorante, enumera la comparsa degli esseri viventi secondo l’ordine in cui noi li ritroviamo negli strati geologici.
Impressionante, no? Un libro che ha più di 2500 anni di età ma che riporta la successione evolutiva delle specie – magari un po’ sinteticamente, ma correttamente: creature acquatiche, insetti volanti, animali terrestri dagli anfibi in su.
Ma se si va a cercare il testo originale (nella versione ufficiale della Cei), ecco che le cose assumono un altro, più deludente aspetto:
Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie.
Qui non si parla di generici animali volanti, come affermava Lejeune, ma specificamente di uccelli; e gli uccelli, come sappiamo, sono imparentati con i dinosauri, e sono apparsi sulla terra solo molto tempo dopo che questa era stata colonizzata da anfibi e rettili. Inoltre dal testo biblico sembra che esseri acquatici e uccelli siano stati creati contemporaneamente; anche volendo dare peso alla successione in cui vengono nominati, bisognerebbe poi ammettere che Dio abbia creato prima i mammiferi e poi i rettili, perché al giorno successivo leggiamo:
Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie.
E naturalmente stiamo ignorando l’errore più clamoroso del primo libro della Genesi, che al terzo giorno fa spuntare le piante terrestri, e solo al quarto fa creare il sole...
Insomma, Lejeune (e Agnoli con lui) ha citato solo quello che gli faceva comodo; con questo sistema, inutile dirlo, si può trasformare in oracolo infallibile qualsiasi testo, anche il più strampalato: persino – per usare un esempio estremo – un articolo del Foglio...

venerdì 31 agosto 2007

Il colto parlamentare

Francesco Agnoli polemizza con un intervento di Carlo Flamigni («Flamigni cura te stesso», Il Foglio, 30 agosto 2007, p. 2):

Il tenore dell’articolo è tutto qui: insulti ad un famoso e valoroso parlamentare, peraltro assai colto
Si chiederanno i miei lettori: chi sarà mai questo «assai colto» parlamentare? Forse il bibliofilo Oliviero Diliberto? Nooo, impossibile che un comunista possa piacere ad Agnoli. Allora il filosofo Rocco Buttiglione, che parla e scrive – pensa un po’! – in tedesco? Fuocherello; ma non è lui. Il modello di cultura in questione è... (rullo di tamburi) è... l’Onorevole Capogruppo... Luca Volontè!
Sbigottimento del pubblico: Luca Volontè?? Come sarebbe, Luca Volontè? Cos’è, uno scherzo? Ma è proprio lui, sì – di cui Carlo Flamigni aveva detto, suscitando appunto la protesta dell’Agnoli:
cognome e numero straordinario di anacoluti che caccia nei suoi discorsi lo fanno identificare come un cittadino francese che sta imparando – forse un po’ lentamente, ma nessuno è perfetto – l’italiano.
Siete più propensi a dare ragione a Flamigni che ad Agnoli? Pensate che il giudizio di quest’ultimo sia leggermente azzardato? Beh, siate clementi: valutate anche chi è che lo ha emesso...

venerdì 24 agosto 2007

Francesco Agnoli e la clonazione

Francesco Agnoli esercita questa settimana i suoi talenti sulla clonazione («Il trono vacante», Il Foglio, 23 agosto 2007, p. 2), con i risultati che si possono facilmente immaginare:

Dal punto di vista teologico la clonazione è un urlo contro Dio, una bestemmia senza precedenti, dal momento che tenta di negare la creazione dell’uomo da parte di Dio, cioè la dipendenza dell’uomo, e la Trinità, e cioè la relazione come aspetto costitutivo dell’essere... tutto in perfetta sintonia col pensiero panteista e deista.
Bisogna riconoscere che ad Agnoli non difetta l’originalità: che la clonazione tenti di negare la Trinità – e per giunta in «sintonia col pensiero panteista e deista», mica banalmente ateo e materialista! – è un’idea che non mi era mai capitato di incontrare prima, e che qualcosa mi dice non incontrerò mai più in futuro. Ma ho una perplessità: anche la creazione di Eva a partire da una costola di Adamo nega «la relazione come aspetto costitutivo dell’essere»? Scommetto che Agnoli risponderebbe di no, ma il dubbio rimane...
Si tratta però, di un tentativo destinato a fallire. Il fallimento è insito nella speranza, infondata teologicamente, di poter creare, di poter infrangere la morte attraverso un [sic] tecnica di duplicazione di se stessi, che però non è in grado di riprodurre altro che l’aspetto fisico, l’involucro esterno dell’uomo. Come due gemelli sono geneticamente identici, ma rimangono due persone diverse, così accadrebbe qualora arrivassimo veramente a realizzare processi di clonazione. C’è un quid, l’anima, su cui la tecnica non ha alcun potere. È così evidente! Ma non a tutti: i riduzionisti credono che tutto stia nel Dna, e si affannano a ritenere di aver esaurito il mistero della vita tramite la sua decifrazione. Interessante a questo proposito il fatto che il primo manifesto a favore della clonazione, pubblicato nel 1977 e firmato da biologi come Crick e Dawkins e umanisti come Isaiah Berlin, affonda le sue radici nell’evoluzionismo darwiniano, e in particolare nella affermazione riduzionista di Darwin secondo cui non esisterebbe differenza di qualità ma solo di quantità tra l’uomo e l’animale. Recita il manifesto: “Per quel che la scienza può stabilire le capacità umane sembrano diverse per grado, non per tipo, da quelle riscontrabili negli animali superiori. Il ricco repertorio umano di pensieri, sentimenti, aspirazioni sembra derivare da processi elettrochimici del cervello e non da un’anima immateriale …”.
Temo che qui Agnoli stia facendo un po’ di confusione – e non solo sulla data del manifesto a favore della clonazione, che è del 1997, non del 1977 («Declaration in Defense of Cloning and the Integrity of Scientific Research», Free Inquiry 17, n. 3). Che la clonazione possa servire a «infrangere la morte» non è mai stata una pretesa di chi difende questa tecnica ma, semmai, uno spauracchio agitato dai suoi detrattori. Né serve invocare l’anima e le sue proprietà per rendersene conto: basta l’ovvia considerazione che le memorie di una persona, che ne costituiscono l’individualità, sono il prodotto dell’esperienza (e del resto si dimostra facilmente che la stragrande maggioranza delle connessioni cerebrali non possono essere determinate dai geni).
Quanto al riduzionismo del Dna, perché Agnoli non si occupa di quello che succede in casa propria, invece di cercare di attaccare pretestuosamente gli altri? Chi è oggi che decanta in continuazione l’umanità del concepito, solo perché possiede un set completo di certi geni? Qual è l’agenzia che ci martella continuamente con l’appello a considerare un embrione privo di coscienza esattamente uguale a una persona capace di pensiero – in altre parole, uguale a una persona dotata di qualcosa che possiamo metaforicamente chiamare benissimo «anima»? Chi propaganda questo repellente riduzionismo, da cui trae i più orrendi e infami corollari, come l’obbligo per una donna di dare vita alla progenie del suo stupratore? Il vero pericolo per la nostra umanità è qui, non in una tecnica – la clonazione – che se anche fosse un giorno abbastanza sicura per essere applicata agli esseri umani rimarrebbe circoscritta a pochi casi particolari, e che comunque consiste in nient’altro che nella creazione di un gemello quasi identico e più giovane di una persona esistente. Si potrebbe persino clonare Francesco Agnoli e, facendo adottare il bambino da una coppia con i giusti requisiti, si avrebbe la certezza quasi matematica di non ottenere come risultato un altro reazionario poco informato...

venerdì 15 giugno 2007

Agnoli, Gould, Pievani

Sul Foglio di ieri («Gould e Pievani», 14 giugno 2007, p. 2) Francesco Agnoli si esercita nel consueto attacco agli evoluzionisti, con i consueti risultati. Per prima cosa ci comunica che Stephen J. Gould è il padre della teoria degli «equilibri puntuali» – una traduzione di punctuated equilibria che può a buon diritto scalzare nella classifica della peggiore l’incredibile «equilibri punteggiati» (molto diffusa) e la goffissima «equilibri puntuati»; in attesa, naturalmente, degli «equilibri puntuti» o di quelli «puntinati» (l’espressione inglese significa in realtà, inutile dirlo, «equilibri intermittenti» o «equilibri discontinui»). Ancor più sconcertante è il fatto che Agnoli, di Stephen J. Gould, parli sempre immancabilmente al presente, per cui alla fine ci si chiede se sia al corrente che lo scienziato è morto già da cinque anni...

Ma il meglio deve ancora venire. E arriva, puntuale, con questo attacco al filosofo della scienza Telmo Pievani:

Nel suo “Creazione senza Dio”, Pievani, dimostrando palesemente l’afflato ideologico che lo anima, esordisce sostenendo che “il giorno in cui sarà possibile accettare davvero le origini completamente materiali del nostro corpo e della nostra mente cadranno i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana”.
Ora, a chi conosce i libri di Pievani, la citazione suona un po’ strana: non è il genere di cose che scrive; in effetti, quella riportata sembrerebbe a prima vista l’affermazione tipica di un creazionista. Inoltre, anche solo stando al seguito dell’articolo di Agnoli, dove l’insegnante trentino se la prende con Pievani perché propone un’«etica senza dio», la cosa appare anche contraddittoria: se l’evoluzione facesse cadere i fondamenti della morale e della convivenza umana, come sarebbe possibile fondare poi un’etica, sia pure solo laica? E tuttavia il brano del libro di Pievani è riportato tra virgolette...
L’arcano si spiega andando a consultare il volume, dove a p. 3 si trova in effetti il passo incriminato; ma con una piccola parte iniziale, che Agnoli ha ritenuto opportuno omettere:
Potremmo ignorarlo [Darwin] perché temiamo che il giorno in cui sarà possibile accettare davvero le origini completamente materiali del nostro corpo e della nostra mente cadranno i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana.
Pievani, come si vede, non sta facendo un’affermazione propria, ma sta attribuendo un timore a quelli che la pensano come Francesco Agnoli: la pagina (e il libro) si apre infatti con la frase «Potremmo ignorare Darwin per i motivi più diversi», e prosegue dando le ragioni solitamente avanzate da chi pretende di poter fare a meno della lezione darwiniana.

Come al solito, il dilemma è: falsificazione volontaria, o totale incapacità di comprendere un semplice testo scritto? Noi di Bioetica non siamo mai maligni, e sono quindi assolutamente sicuro che l’ipotesi vera sia la seconda...

sabato 5 maggio 2007

Francesco Agnoli e il brodino primordiale

Forse non tutti sanno che Francesco Agnoli, oltre agli articoli per Il Foglio, esercita una fitta attività pubblicistica, che comprende tra l’altro diversi volumi. La sua ultima fatica, scritta in collaborazione con Alessandro Pertosa (collaboratore della rivista Controrivoluzione e del Settimanale di Padre Pio), si intitola Contro Darwin e i suoi seguaci (Nietzsche, Zapatero, Singer, Veronesi...), Verona, Fede & Cultura, 2006. Per l’edificazione dei lettori di Bioetica ne riporto alcuni passi, scelti tra i più originali dell’opera, a cui ho aggiunto titoletti esplicativi.

Attenzione, non commestibile!
«Se tutto provenisse da uno schifosissimo brodino primordiale […]» [p. 16].

Grazie per averci dato ragione
«Lo slogan sulla necessità di “non porre limiti alla scienza”, è sciocco: la scienza umana è ontologicamente limitata, senza bisogno che nessuno vi ponga, dal di fuori, limiti ulteriori» [p. 16].

Quel maledetto snob
«Nell’esporre la sua ipotesi di un evoluzionismo trasformista, infatti, Darwin non solo ignora i meccanismi dell’ereditarietà, al punto di non degnarsi neppure di leggere uno scritto inviatogli dal povero monaco Gregor Mendel […]» [pp. 22-23; prima di questa clamorosa scoperta del duo Agnoli-Pertosa, i custodi della biblioteca personale di Darwin non erano riusciti a trovare traccia tra le sue carte di alcuno scritto o comunicazione di Mendel].

Giochi di parole
«Cosa fa Darwin? Attribuisce tutto a tre fattori “vaghi e indefiniti”, e per questo poetici assai, come […] il tempo, che sembra assumere lo stesso ruolo delle fate con bacchetta magica (fa tutto, proprio tutto, basta che gli si lasci... tempo...)» [p. 25].

Citazioni
«Quos Deus perdere vult, demendat» [sic; p. 38].

Il pensatore a vapore
«Non è cioè compatibile con la nostra Fede, né con l’intelligenza, ritenere, come già facevano nell’Ottocento pensatori darwinisti, che il cervello sia solo una macchina a vapore» [pp. 50-51].

Chi tutela chi?
«“Che piaccia o no – si dice in Spagna in questi giorni – gli esseri umani sono grandi scimmie”, e come tali devono essere tutelate in modo particolare (cioè più degli umani)» [p. 55].

No alle mutazioni dominanti
«Aggiunge Daniel Raffard de Brienne: […] Perché ci sia modificazione è necessario l’incrocio tra individui della stessa specie portatori della stessa mutazione» [p. 68, n. 26].

venerdì 27 aprile 2007

Francesco Agnoli e l’albero della vita

Francesco Agnoli ha visitato una mostra sull’evoluzione che «imperversa» (così scrive sul Foglio del 26 aprile, a p. 2, in un articolo dal titolo «La scimmia è nuda, e lo resterà finché non impara a fare il sarto») al Museo di Scienze Naturali di Trento. Di fronte a una didascalia che dimostrava la comune discendenza tra uomini e scimpanzè in base al famoso 98% di DNA che le due specie condividono, al nostro è venuto di fare una riflessione, che così ci riporta:

poco oltre si spiega che condividiamo il 90 per cento del patrimonio genetico con i topi e il 21 con ogni verme: che le scimmie, da cui noi deriviamo, originino a loro volta dai topi e questi dai vermi? Per coerenza si dovrebbe dirlo, ma forse sembra un po’ troppo...
Agnoli, evidentemente, proietta sugli organizzatori della mostra una perplessità che è soltanto sua: se davvero «sembrasse troppo» andare oltre i Primati, cosa dovrebbero fare gli evoluzionisti? Ammettere che le scimmie primitive sono state create da Dio?
Invece, l’antenato comune tra Primati e Roditori risale a circa 75 milioni di anni fa, mentre la nostra parentela con i vermi è più lontana: 590 milioni di anni fa, o forse 630, se consideriamo alcune specie peculiari di vermi piatti. La scienza accetta pacificamente non solo che scimmie, topi e vermi discendano da un antenato comune, ma che lo stesso sia vero per tutti gli animali, le piante, i funghi, i protozoi, i batteri, etc. Chissà cosa direbbe Agnoli, se lo sapesse: lui, imparentato con una muffa!
L’origine comune di tutti i viventi trova nell’albero filogenetico della vita la sua espressione grafica più immediata. Del frutto di quest’albero Francesco Agnoli non sembra volersi nutrire; cosa aspettarsi, del resto, da quest’Adamo innocente, che non ha voluto mai stendere la mano neanche all’albero della conoscenza?

martedì 10 aprile 2007

Ossimori

In occasione della presentazione della seconda edizione riveduta e ampliata del suo libro (tutti i dettagli qui) Francesco Agnoli auspica

che si cominci a evitare contrapposizioni preconcette, come quella tra laici e credenti: «La ragione è il minimo comune denominatore di tutti. Guarda prima i fatti e poi ci discute sopra, non viceversa».
Niente da obiettare sulla opportunità di evitare contrapposizioni preconcette. Sul minimo comune denominatore invece...

domenica 25 febbraio 2007

Homo (in)habilis

Francesco Agnoli ha l’onore di essere oggetto delle nostre attenzioni ancora una volta nel giro di poco tempo scrivendo nell’inserto èFamiglia Ma io Dico: i giovani chiedono ben altro, Avvenire, 23 febbraio 2007 (non varrebbe nemmeno la pena di prenderlo seriamente in considerazione se non fosse rappresenttivo di un pensiero ossessivo e ingombrante). Inizia con una domanda folgorante (poi si lascia prendere dalla foga narrativa):

I giovani hanno veramente bisogno dei Dico? Stiamo guardando al loro futuro, stiamo forse pensando a loro? Per rispondere a questa domanda, così essenziale, vorrei partire dalla vita, dall’esperienza concreta. Qualche sera fa ho portato al cinema una mia classe, a vedere “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino. Un film ispirato ad una storia vera. La storia di una famiglia in cui la madre abbandona marito e figlio, perché i disagi economici rendono la vita, per lei, insopportabile. Il padre, invece, vuole tenere duro: ha avuto anche lui una infanzia difficile, ha conosciuto suo padre molto avanti negli anni, e vuole per suo figlio qualcosa di diverso. Il film è tutto giocato su questo rapporto, tra padre e figlio: il padre che domanda di continuo al suo bambino se ha fiducia in lui. E il bimbo che si affida, come tutti i bimbi, a chi lo ama. Poi, alla fine del film, ho riportato a casa una mia alunna: non a casa sua, ma di sua nonna. Il padre, infatti, vive da una parte, la madre da un’altra, e lei con la nonna. Vede sua madre in giorni prestabiliti, ma non per molto, né con grande gioia: «Lei tanto è indaffarata col suo moroso». Io, che ho vissuto in una bella famiglia, unita, felice, non ho potuto non commuovermi, e chiedermi: cosa stiamo dando, ai nostri giovani? Tutti in fondo se lo chiedono: cosa gli stiamo dando, per quanto riguarda la famiglia, o per quanto riguarda il lavoro.
Francesco Agnoli si pone come interprete e portavoce dei “giovani”, e a loro nome spiega che “no, dei Dico i giovani non hanno bisogno” e che “i giovani hanno bisogno della famiglia Vera” (ha chiesto loro di che opinione fossero?). Che cosa poi sia, la famiglia Vera, ce lo spiega lui. Se esista o se sia mai esistita io non so. Ma Francesco è convinto che i principali guai (se non addirittura tutti i guai) derivino dalla dissoluzione di questo passepartout esistenziale. Come se il matrimonio (in chiesa, si intende) possa ergersi a garante di qualcosa. E non perché legalmente è possibile divorziare. Anche prima del divorzio esistevano famiglie (bollate dal matrimonio indissolubile, data di scadenza: MAI) infelici, disastrose, pericolose. Umberto Galimberti, il cui pensiero e il cui modo di “fare filosofia” non mi sono congeniali, una volta rivolse ai lettori della sua rubrica su D di Repubblica una questione scomoda e imbarazzante (a proposito di un caso di una mamma che avevo ucciso il figlio inscenando un rapimento; il figlio era naturale e la mamma regolarmente sposata): se l’ingenuo pensiero dell’amore materno e delle premure parentali non fosse tale (ingenuo), non ci ritroveremmo con tanti bambini, adolescenti e adulti inguaiati. In altre parole (vorrei che Francesco comprendesse senza sbavature): le madri non sono sempre amorevoli e premurose; le famiglie (tradizionali) non sono sempre accudenti e rassicuranti; i legami familiari non sono sempre impostati sulla fiducia e l’amore. Distinguere i buoni dai cattivi in base a una parola (Matrimonio) è una operazione rassicurante ma nella migliore delle ipotesi inefficace. E spesso stupida, di quella stupidità cieca e insofferente alle complicazioni e alle distinzioni.
Mi fa sorridere l’apologia del film di Gabriele Muccino, l’ingenuità del dire con enfasi “è una storia vera” (e pertanto avrebbe un valore aggiuntivo?), la semplificazione del pensare che un modello formale possa garantire il buon esito della “ricerca della felicità”. Mi piacerebbe sapere se davvero il caro Francesco sia convinto che la famiglia (come la intende lui, madre padre e figli) sia una garanzia sufficiente a conferire stabilità e rassicurazione. E mi astengo dal chiedere cosa diavolo ci facesse Francesco al cinema con una sua alunna (sì, sì; al cinema era con tutta la classe, ma poi a casa ne ha riaccompagnata soltanto una. Oppure è munito di un pulmino giallo?).
Ma andiamo avanti con la lettura.
Il grande finanziere George Soros, un ebreo ungherese che vive in America, ha scritto un libro, “Soros su Soros” (editrice Ponte alle Grazie), molto utile per capire dove stiamo andando. In esso ci parla delle sue doti di “filantropo”: si batte, con le sue infinite disponibilità economiche, in collaborazione con Hugh Hefner, proprietario di Playboy, per una «società aperta», cioè una società in cui vi sia droga libera, mobilità lavorativa, mercato libero, emigrazione e immigrazione... in cui «la struttura organica di una società si è disintegrata al punto che i suoi atomi, gli individui, si muovono in varie parti senza radici». In questa società, scrive Soros, «amici, vicini di casa, mariti e mogli diventano, se non intercambiabili, almeno prontamente rimpiazzabili da sostituti impercettibilmente inferiori, o superiori... il rapporto tra genitori e figli rimane presumibilmente fisso, ma i legami che li uniscono potrebbero diventare meno importanti». L’essenziale, prosegue Soros, è che «nelle società aperte ogni individuo deve trovarsi da solo il proprio scopo di vita», sapendo che la libertà è semplicemente la possibilità dell’individuo di «conseguire il proprio interesse personale come egli lo percepisce».
Ma noi siamo veramente fatti per questo? Siamo veramente fatti «per il nostro interesse personale», per muoverci di continuo, per continuare a cambiare lavoro e dimora? Siamo fatti per avere più famiglie, più genitori, amici e vicini intercambiabili, e cioè senza valore? A me non sembra. Mi pare, al contrario, che tanti giovani non credono più all’amore per sempre perché gli abbiamo tolto la terra sotto i piedi: abbiamo reso ardua l’opzione famiglia, con le mille paure e con la sfiducia che caratterizzano la cultura odierna, e poi rimandando di continuo l’età della indipendenza lavorativa, precarizzando il lavoro, omettendo ogni politica sociale a favore della famiglia...
È molto interessante come la pluralità diventi interscambiabilità e poi assenza di valore. Seguendo quella idea che la possibilità di scelta costituisca in realtà una svalutazione. In fondo, se la Verità è una, tutte le altre “opzioni” hanno poco o nessun valore.
Le credenze, poi, non hanno il potere di affermarsi a dispetto delle circostanze. Io posso pure credere in Gesù Bambino, ma non è la debolezza della mia credenza a far trapelare le crepe. Così, posso anche credere nell’amore per sempre, ma se mio marito mi picchia cosa scelgo, la credenza o la fuga?
L’uomo, invece, è l’unico “animale” che ha bisogno di sicurezza, di stabilità, di fedeltà, di unità: l’unico che rimane legato alla famiglia d’origine, per tutta la vita; l’unico che dipende da essa per moltissimi anni; l’unico che tendenzialmente ama per sempre; l’unico che mantiene il legame con i suoi cari, tramite la tomba, persino dopo la morte... L’uomo crea e desidera amicizie stabili, una dimora fissa, un lavoro che non cambi di continuo... Su questa stabilità costruisce la sua identità, il suo essere qualcuno, la sua tranquillità interiore.
Ma che ne sa? È lecito che qualcuno desideri diversamente? E come si mantiene il legame con i propri cari tramite la tomba? È un legame monodirezionale? Oppure anche chi sta sottoterra mantiene un legame? Gli argomenti di Francesco sono stringenti, e non poteva mancare il richiamo ai figli adottati o ai figli della procreazione assistita.
Il figlio ha la necessità di poter contare sui suoi genitori, vive della loro unità e soffre delle loro discordie; il marito e la moglie, hanno bisogno di poter contare sul coniuge, di aver in lui una sicurezza, un aiuto, un conforto.
Lo dimostra molto bene il caso dei figli adottati o, ancor di più, di quelli nati con fecondazione artificiale eterologa. I primi, infatti, ricercano di solito i loro genitori naturali, desiderano conoscerli, anche se si trovano benissimo nella famiglia adottiva. I nati da eterologa, invece, come racconta Chiara Valentini, giornalista de L’espresso, nel suo “La fecondazione proibita” (editrice Feltrinelli), divenuti maggiorenni si mettono spesso sulle tracce del loro padre o della loro madre genetici: eppure non li hanno mai visti, neppure di lontano!
Feltrinelli è una casa editrice femminile?
Ebbene cosa stiamo costruendo noi con i Dico? Stiamo creando una società sempre più aperta, ma nel senso di liquida, di sfuggente, di instabile ed incerta... in cui un figlio, o una moglie, si cambiano come si cambia il lavoro, anzi più in fretta ancora di un co.co.co, o come si cambia un cellulare, affinché l’economia continui a girare... Così facendo però non costruiamo l’uomo, ma lo decostruiamo: torneremo nomadi, come nei tempi preistorici: nomadi spirituali, cioè uomini soli, senza radici, senza storia, senza legami. I giovani non vogliono questo: soprattutto quelli come la mia alunna, che ha sperimentato su di sé l’incertezza dell’amore, vogliono altro. È la mia personale riflessione, ma anche la mia esperienza quotidiana di insegnante. Tutti vorrebbero costruire sulla roccia degli affetti stabili, e non sulla sabbia delle passioni mutevoli, delle paure e degli egoismi. Compito dello Stato è tutelare e difendere questo desiderio originario, e non altro.
Tutelare, non imporre. Tutelare significa proteggere, non eliminare gli avversari. Starebbe bene Agnoli tra gli uomini d’un tempo. Quelli che non si ponevano troppi interrogativi sulla vita e sulla morte, ma dovevano procacciarsi il cibo. E tenere a freno la lingua per concentrare le energie sulla corsa e il pugnalare a morte la povera bestiola da fare alla brace.

giovedì 22 febbraio 2007

Francesco Agnoli e la propaganda che fallisce

Il mestiere del propagandista non è facile. Chi smercia menzogne deve saper occultare la verità, senza che nulla ne trapeli; o almeno, quando la verità è troppo ovvia per essere nascosta, la deve aggirare con sicurezza, come se non fosse lì, senza inciamparci miseramente davanti a tutti. A Francesco Agnoli purtroppo – o fortunatamente – questa abilità manca del tutto.
I lettori di Bioetica lo conoscono già: docente di italiano e storia all’Istituto Tecnico Grafico parificato “Sacro Cuore” di Trento, sparacchia periodicamente da una sua colonnina sul Foglio contro la teoria dell’evoluzione, della quale ignora palesemente e assolutamente tutto. Oggi Agnoli si cimenta con un altro tema: la legge recentemente approvata dalla Regione Lombardia sull’obbligo di seppellire i feti abortiti («Allarmi inutili», Il Foglio, 22 febbraio 2007, p. 2). Gli esiti sono quelli che ci si può aspettare – anzi, riusciranno forse a sorprendere persino i più cinici...

Marina Terragni, su Io donna, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino” […] Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso a ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino a un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, lei non è l’unica a spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa [corsivo mio].
Agnoli sembra non rendersi conto che in questo modo dà precisamente ragione a Marina Terragni: la sepoltura dei feti serve appunto a inculcare l’idea che quelli fossero bambini – un’idea che, se venisse accolta largamente, avvicinerebbe di sicuro il ritorno ai cucchiai d’oro e alle mammane. Alla logica, alla realtà, non si scappa...
Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo. Che falsità!
Anche qui l’incontinente Agnoli si lascia scappare qualcosa che avrebbe fatto meglio a tacere: il paragone improponibile tra il feto «con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori» (una minoranza infima di quelli abortiti, ammesso che ce ne siano, e per motivi gravissimi di salute della donna) e l’ovulo e lo spermatozoo, impone all’attenzione anche quello, altrettanto assurdo, tra lo stesso feto e l’embrione «della specie umana», che Agnoli riesce a dotare miseramente di 46 cromosomi e di nient’altro.

La scelta di avere Francesco Agnoli come commentatore la dice lunga sui livelli intellettuali e culturali di chi l’ha scelto per quel ruolo. Speriamo che non lo caccino: quella gaffe sui «giornali importanti», tra i quali sembra proprio di capire che Agnoli non annoveri il quotidiano su cui scrive, potrebbe ferire qualche animo vanitoso...

sabato 17 febbraio 2007

La smentita di un miracolo annunciato


Francesco Agnoli in I Dico non si fanno per rispetto della libertà, èFamiglia online (Avvenire), 16 febbraio 2007:

In questi giorni, quando si discute dei Dico, ritorna di continuo un vecchio ritornello: «Io, personalmente, non farei nessun Dico. Credo nel matrimonio, nell’amore responsabile, stabile, fedele, fatto di diritti e di doveri. Ma perché impedire i Dico ad altri, che la pensano diversamente, che non hanno la mia stessa visione del matrimonio? Perché imporre ad altri la mia opinione?».
Queste prime righe sono state una promessa di un miracolo (fatta eccezione per l’identificazione tra matrimonio e amore responsabile e così via; ma insomma non si può chiedere ad una zanzara di suonare il pianoforte). Che puntualmente ha mostrato la sua fallacia. Ho pensato: “Francesco Agnoli ha capito uno dei concetti fondamentali della civiltà, uno dei fondamenti dello Stato liberale, conquista politica e culturale rivoluzionaria quasi quanto l’evoluzionismo”. (Chissà che non sia un caso che mi sia venuto in mente tale paragone. Il nostro sembra in difficoltà su entrambi i versanti.)
Dicevo, la smentita di un miracolo annunciato. Alla sesta riga ecco giungere un “In realtà”. Francesco Agnoli ci spiega come stanno davvero le cose, ci racconta cosa si nasconde dietro all’apparente ragionamento (che poi un ragionamento dovrebbe dirsi errato o corretto, coerente o contraddittorio, ma apparente che cosa significa? Che non è un ragionamento, bensì un sofisma – ecco svelato l’arcano. Tuttavia il sofisma non è che un ragionamento capzioso, magari falso, ma è un ragionamento (e quanto i sofisti ragionassero meglio di Agnoli è superfluo dire).
In realtà, dietro questo apparente ragionamento, si nasconde un sofisma: mentre si discute di un argomento, i cosiddetti Dico, mentre si vota per creare o meno un nuovo istituto giuridico, mentre insomma ognuno dice la sua, a favore o contro, per cambiare la società e le sue consuetudini, gli unici che rischiano di tagliarsi fuori sarebbero coloro che si oppongono, coloro che non approvano.
Che cosa ciarla Agnoli? Tagliarsi fuori? Forse non ha capito il ragionamento dal quale è partito. Chi dice: “Non farei x, ma non imporrei agli altri di non fare x” è un buon esempio di essere umano civile e in grado di sottrarsi alla violenza di “Ti obbligo per il tuo bene”. Ma per Agnoli questo è un atto di autocensura.
Bella democrazia, quella in cui qualcuno deve decidere di stare sostanzialmente zitto, omettere di esprimere la propria opinione, auto-censurare il proprio punto di vista! Non è un caso che a ripetere per primi il ritornello, affinché tanti lo imparino a memoria, sono solitamente i radicali. Gli stessi che si scandalizzano quando qualcuno parla di verità, quando qualcuno afferma di credere nella verità, e poi costituiscono un partito per portare avanti, a suon di leggi, referendum e propaganda, le proprie “verità”! Dovrebbe allora anzitutto essere chiara una cosa: chi crede nel matrimonio, come istituto fondamentale su cui si basa la società umana, può e deve sostenere la sua convinzione, allo stesso modo di chi fa il contrario, senza essere accusato, da quest’ultimo, di conculcare la libertà altrui.
È diverso sostenere la propria opinione dall’imporla per legge (o per assenza di legge). Chi crede nel matrimonio si sposa; questo dovrebbe significare che chi crede nel matrimonio deve trascinare fino all’abside tutti i recalcitranti amanti? E poi, caro Agnoli, non hai fatto caso che sei passato da verità (singolare) a verità (plurale)? Slittamento per te casuale, ma involontariamente segnale di quanto sto per ricordarti: chi si batte per la possibilità di scegliere (verità al plurale) non impone a nessuno una visione della vita che è necessariamente personale, soggettiva e non universalizzabile. Chi si batte per la libertà (di divorziare, di abortire, di morire, e così via) riconsegna il destino nelle mani di ciascun individuo, ma non costringe nessuno a una scelta predefinita. Chi vuole divorzia, chi non vuole si ama per tutta la vita o vive da separato in casa. Insomma, ognuno fa come vuole (con i limiti segnati dal principio del danno su cui ora non ho voglia di soffermarmi).
Ma Agnoli non sa di cosa sta parlando. Non sceglie il silenzio dinnanzi a faccende che gli si negano, ma la presunzione di essere portatore di Verità (quella al singolare).
Detto questo, è bene ricordare alcuni concetti innati nell’uomo, anche in quello pagano dell’antica Grecia.
Se sono innati (ovvero legati alla natura umana, alla natura dell’homo sapiens) certo che ce l’hanno pure i greci (pure tanti altri che Agnoli escluderebbe). Ma non è ancora arrivato il meglio.
l’uomo, come scriveva Aristotele, è un animale sociale, politico, che vive in relazione con gli altri, e che non può fare altrimenti. Agli altri si interessa, con gli altri vive, gioisce, soffre, costruisce e distrugge... Il poeta latino Terenzio scriveva: «Sono uomo, e nulla di ciò che è umano considero a me estraneo». Il pensiero liberale individualista, invece, sostiene che ognuno fa quello che vuole, perché ognuno è padrone di se stesso, della sua vita, e può disporne a piacimento; e sostiene che qui starebbe la vera libertà, la vera realizzazione dell’uomo. Afferma che ognuno deve perseguire il proprio interesse, ripiegarsi sul proprio io, escludere gli altri dal proprio orizzonte. Ma questo ragionare, oltre che profondamente egoistico, non è neppure umano. Non siamo monadi, esseri assoluti svincolati da tutto e dal prossimo, «atomi nello spazio e attimi nel tempo», bensì creature con dei legami, con un passato, una storia, un’origine, e in qualche modo già artefici del futuro. Come alberi piantati a terra, con le radici, e con i rami tesi verso il cielo, e verso il futuro. Nasciamo da una relazione, ci sviluppiamo nell’utero materno, in relazione con nostra madre, cresciamo in un tessuto di relazioni, che non ci limitano, nella nostra libertà, ma ci realizzano e ci completano. Poi diveniamo adulti, indipendenti, si fa per dire, magari pure benestanti, e qualcuno si illude di poter fare da solo, decidere da solo, realizzare da solo la propria felicità. Così, divenuti cinici, riduciamo il lavoro a competizione, la vita a una giungla in cui vige la legge del più forte, e la vita affettiva a esperienza solamente individuale e privata, come un oggetto di nostra appartenenza. Così riduciamo spesso il sesso a qualcosa di svincolato dall’altro, non come relazione, ma come auto-realizzazione, in cui il prossimo diviene mezzo, e non più fine (il famoso “amore sicuro”).
Difficile governare i pensieri eh? Inutile rispondere a chi non si è preso nemmeno la briga di conoscere la storia del pensiero umano, e farfuglia parole la cui eco scolastica ammanta di ridicolo. La legge del più forte? Io rinuncio, l’unica risposta che mi viene in mente è quanto diceva Woddy Allen a proposito di masturbazione: è fare del sesso con qualcuno che stimate veramente!

Anche ad Agnoli sorge un dubbio (non sulla masturbazione, né sulla sua inconsistenza cerebrale):
Tutto questo per dire cosa? Che la relazione matrimoniale è alla base di una società umana: «dal dì che nozze e tribunali ed are/ dieder alle umane belve essere pietose/ di sé stesse e d’altrui...». Così scriveva Ugo Foscolo, non certo un cattolico bigotto: la civiltà è nata intorno all’istituto del matrimonio e al diritto, inteso come sforzo di regolare e raggiungere il bene comune, non quello individuale, particolare, personale... Il matrimonio, che è nato dalla pietas per noi stessi e per gli altri, come scrive Foscolo, che è per l’uomo, è allora il luogo della vita affettiva, quello in cui cresciamo come figli, in cui impariamo a relazionarci col nostro prossimo, il più prossimo possibile, per crescere con un equilibrio interiore, sapendo di essere amati, veramente, e cioè stabilmente.
Ulteriore rimembranza liceale, Foscolo è vissuto un paio di secoli fa. Senza scivolare in una ingenua visione di perfettibilità del genere umano e della società, è lecito tuttavia domandarsi se il giudizio di Foscolo sul matrimonio sia non pertinente. Poetico, per carità, ma non pertinente. (E di citazione che smentirebbero Foscolo ce ne sarebbero molte, ma avrebbe un senso procedere a colpi di “X ha detto” “Y ha detto”?).
E infine la conclusione.
Dire no ai Dico significa allora continuare a credere nel matrimonio, nelle nozze civilizzatrici, nel diritto come tutela del bene comune, nell’uomo come animale sociale... Abbiamo una visione del mondo, un’idea di uomo, perché tutto ciò che è umano ci interessa, ci sta a cuore: e abbiamo il dovere, sacrosanto, di dirlo, di crederci, di batterci per questo... contro la società disgregata, in cui ognuno fa e disfa, senza neppure trattative, assume diritti e rifiuta doveri, in nome del suo io, più o meno gonfio, più o meno smarrito, più o meno disorientato. Se chi propone i Dico dice di farlo per gli altri, è bene dire che gli altri non hanno bisogno di questo, ma di altro: del matrimonio, dell’assunzione di responsabilità, di fronte a chi amano e alla società! Diciamolo ad alta voce, senza paura: diciamo no ai Dico, né carne né pesce, né pasta né minestra, costruzione giuridica artificiosa, incomprensibile, nata attraverso cavilli e mediazioni continue, a metà tra qualcosa e qualcos’altro, tra la convivenza e il matrimonio, inafferrabile e disorientante.
Non sono per l’uomo, ma contro di lui. Se ne accorgerebbero soprattutto le generazioni future: generazioni che partirebbero già col piede sbagliato, se gli spiegassimo, noi, oggi, che l’amore non è una dedizione totale, ma un patto momentaneo, un momento, un attimo, per quanto “ben” regolamentato. Lo scriveva anche Verga: abbiamo bisogno di uno scoglio, di una certezza, quella della famiglia, e coloro che vogliono abbandonare lo scoglio, la realtà umana e naturale che ci è propria e che ci corrisponde, per brama di ignoto, di meglio, o per puro egoismo, sono destinati a naufragare. Mancano forse i naufragi, nella odierna disgregazione delle famiglie, perché qualcuno possa dire che ciò che si è detto non è sperimentabile?
Strano che tra la citazione non siano comparsi I Promessi Sposi, incredibilmente inerenti per argomento e soprattutto sopravvissuti eterni nelle nostre memorie dopo esserceli sorbiti 6 volte nel corso degli anni scolastici.
Ma io ho un dubbio: l’amore è dedizione totale o istupidimento animale? Diciamolo ad alta voce (anche noi), senza paura: diciamo no all’idiozia, all’approssimazione, al vuoto cerebrale. E non mi riferisco ai DiCo.

(In onore di Francesco Agnoli ho creato una nuova etichetta. Spero apprezzi.)

sabato 16 settembre 2006

Francesco Agnoli, ovvero: dell’ignoranza

Due giorni fa sono usciti contemporaneamente sul Foglio e su Avvenire due articoli di uno stesso autore, Francesco Agnoli, dedicati allo stesso argomento, la teoria dell’evoluzione. Cominciamo dal primo («Scimpanzé pelosi/2», Il Foglio, 14 settembre, 2006, p. 2):

La lezioncina, apparecchiata dai giornali da un po’ di tempo, è assai facile da imparare: siamo scimpanzé, senza peli (piccola consolazione), col novantotto per cento del Dna in comune con questi simpatici e saltellanti bestioni. Ok. Nel due per cento di Dna dobbiamo dunque metterci l’amore, la libertà, la creatività, il pensiero, la moralità, il linguaggio... Questo due per cento spiegherebbe perché noi, a differenza degli altri, ci siamo evoluti biologicamente, milioni di anni fa, smettendo di arrampicarci sugli alberi e di giocare con le liane, e poi, per non si sa cosa, abbiamo iniziato a evolverci solo culturalmente: non ci sono spuntate le ali, come a certi pesci, ma abbiamo inventato gli aerei; non ci sono cresciute le zanne, ma abbiamo costruito coltelli; non si è allungato il collo, ma abbiamo ideato le scale... Tutto per quel benedetto, mitico, due per cento di Dna! Intanto, però, l’altro novantotto per cento di Dna, come dicevo, non evolve più: nessun uomo che diventi superman, nessuna scimmia che diventi uomo... C’è uno stallo inspiegabile... saranno i tempi cattivi, la chiesa, gli embrioni su cui non si riesce a lavorare in tranquillità...
Se c’è una cosa molesta, è l’ironia degli ignoranti sulle cose che non hanno capito; e Francesco Agnoli della teoria dell’evoluzione non ha capito praticamente nulla. Naturalmente, siamo tutti ignoranti riguardo a qualcosa, ma in genere non ne diamo pubblico spettacolo – oltretutto facendoci pagare per l’esibizione da un giornale con fondi che sono in non piccola parte pubblici.
Sorvoliamo sulle cose che Agnoli vorrebbe «mettere» nel «mitico» due per cento di DNA, che sono quasi tutte già presenti in forma più o meno embrionale negli scimpanzè e in altri primati; questo stesso due per cento non «spiega», come crede Agnoli, l’evoluzione biologica dell’uomo, ma ne è casomai il risultato. Inoltre non è affatto vero che gli scimpanzè – o meglio, i loro antenati – abbiano smesso di evolversi dopo essersi separati dal ramo che avrebbe dato origine agli esseri umani, tant’è vero che successivamente si sono divisi a loro volta in due specie distinte (lo scimpanzè comune e il bonobo). Quando poi Agnoli afferma che a un certo punto «per non si sa cosa, abbiamo iniziato a evolverci solo culturalmente», compie un doppio errore: primo, perché sembra ignorare la spiegazione più ovvia della preponderanza dell’evoluzione culturale su quella biologica negli esseri umani (che posseggono un cervello più grande, rispetto alla massa corporea, di quello degli altri animali – non è chiaro che funzione attribuisca Agnoli all’organo che anche lui si ritrova tra le orecchie); secondo, perché l’evoluzione culturale dura da 2.500.000 anni, da quando cioè è apparso il genere Homo, ma quest’ultimo non ha certo cessato da allora la propria evoluzione biologica, assumendo l’attuale forma anatomica solo 200.000 anni fa, mentre la sua evoluzione genetica – è notizia di pochi mesi fa, data con risalto dalla stampa mondiale – è proseguita fino in epoca storica, e verosimilmente dura tuttora.
Agnoli ha per il resto un’idea ingenua e pre-darwiniana dell’evoluzione, che sembra considerare come una forza misteriosa che dall’interno innalzerebbe gli organismi sui gradini superiori della scala dell’essere: solo così si spiega la sua sorpresa per il fatto che non ci sia «nessun uomo che diventi superman, nessuna scimmia che diventi uomo». Abbiamo già visto come gli scimpanzè in realtà si siano evoluti, ma non ci sono in effetti molti dubbi che siano più simili all’antenato comune nostro e loro di quanto lo siamo noi; questo però non desta particolare meraviglia, visto che quel progenitore viveva nello stesso ambiente, la foresta pluviale, in cui vivono gli scimpanzè. L’uomo, invece, ha dovuto adattarsi all’ambiente per lui nuovo delle savane dell’Africa orientale, ed è stato questo a determinarne in primo luogo la differenziazione.

L’articolo prosegue ancora con una serie di sproloqui sull’origine del linguaggio; ma per non annoiare eccessivamente i lettori di Bioetica, passo al secondo pezzo («Venezia, la “pazza idea” di screditare l’uomo», Avvenire, 14 settembre), che prende spunto dal convegno internazionale sull’evoluzione in programma a Venezia dal 20 al 23 settembre prossimi, organizzato tra gli altri dalla Fondazione Umberto Veronesi. Ed è proprio a proposito di Veronesi che Francesco Agnoli si chiede angosciato: «Perché tanto amore per Darwin, in uno scienziato che non si occupa specificamente di studi biologici?». Ora, uno potrebbe chiedersi a maggior ragione riguardo ad Agnoli: «Perché tanto odio per Darwin, in un professore di italiano e storia all’Istituto Tecnico Grafico parificato “Sacro Cuore” di Trento?», ma lasciamo stare. La risposta che Francesco Agnoli si dà è questa:
Non è difficile da capire. Il darwinismo, infatti, pur non potendo assolutamente negare un Dio Creatore, né empiricamente né filosoficamente, contribuisce in buona parte a “screditarlo”. E scredita, nello stesso tempo, l’uomo: non più a immagine di Dio, ma delle grandi scimmie. In questo senso il darwinismo è a fondamento di tanti errori e orrori della modernità: del concetto di lotta per la vita (che diviene nazionalismo e superomismo), dell’eugenetica, del liberismo selvaggio, dell’animalismo... Tutta la questione dei diritti umani, a ben vedere, decade, di fronte all’equiparazione tra uomini e animali. Infatti, se veramente fossimo solo scimmie evolute, non solo la sperimentazione sugli uomini (embrioni) diverrebbe lecita, allo stesso modo di quella sugli animali, ma, ad essere coerenti, si dovrebbe finire per giustificare anche il cannibalismo (un altro modo, semplicemente, di mangiare carne...).
La risposta, più che gettare una luce sinistra sugli intendimenti di Veronesi, la getta su quelli dello stesso Agnoli, il quale a quanto pare non riesce a trovare ragioni sufficienti negli esseri umani, così come appaiono ai suoi occhi, per esentarli dalla vivisezione e fin’anche dal cannibalismo, ma ha bisogno per questo di rappresentarseli creati ad immagine di Dio. Da notare come lo stesso Agnoli deplorasse poco tempo fa, sempre su AvvenireSiamo uomini o scimmie? In Spagna un’idea c’è», 26 maggio 2006), non che la «questione dei diritti umani» fosse «decaduta», ma che al contrario – secondo lui – fosse stata estesa in blocco dal governo spagnolo alle grandi scimmie.
A conclusione di un breve excursus storico sulla storia dell’idea della discendenza umana dalle scimmie e delle nefandezze che ne sarebbero derivate, Agnoli afferma che lo schiavismo sarebbe stato «avversato, invece, dalla visione biblica, secondo cui gli uomini, creati direttamente da Dio, sono tutti fratelli», ed esclama: «Sono gli orrori che nascono nel momento in cui si nega a Dio il suo ruolo di Creatore, o, quantomeno, all’uomo la sua dignità di creatura spirituale e razionale». Peccato che la schiavitù dei neri fosse in passato quasi uniformemente giustificata sulla base di Genesi 9,20-27, che racconta l’episodio della maledizione lanciata da Noè al figlio Ham (ma applicata un po’ bizzarramente al figlio di questi, Canaan), «Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!»: l’idea della fratellanza universale aveva, come si vede, alcune complicazioni... (cfr. Stephen R. Haynes, Noah’s Curse: The Biblical Justification of American Slavery, New York, Oxford University Press, 2002).
Agnoli conclude l’articolo commentando un’affermazione di Veronesi:
«La vita nasce dal caso e dalla necessità. Mi rendo conto che questo non lascia molto spazio a interpretazioni metafisiche dell’esistenza umana...». Cosa è il caso, e cosa è la necessità? Antiche divinità greche di ritorno? E perché il darwinismo negherebbe, di per sé, la metafisica? Ma soprattutto: come si fa a divinizzare il caso, trasformandolo in forza intelligente, creatrice e ordinatrice, e a scrivere, qualche riga più avanti, che «una forma di intelligenza esiste anche in una singola cellula», al punto che «se la isoliamo e tentiamo di toglierle la vita, la vediamo reagire, difendersi, attivare l’istinto di conservazione del suo Dna, un codice della vita che ha due compiti...». L’“intelligenza”, il “Dna”, e cioè un programma completo e meraviglioso, ordinato e finalizzato, i “compiti” da svolgere, con uno scopo... cosa c’entra tutto questo col caso, cioè col disordine, l’assenza di significato, di intelligenza, di compito?
È l’eterno equivoco in cui indulgono tutti i creazionisti, che di fronte alla coppia caso e necessità vedono solo il primo, e ignorano la seconda, anche se se ne sta lì, come in questo caso, davanti ai loro occhi. I motori principali dell’evoluzione sono due: la mutazione propone, la selezione dispone. La prima è casuale, la seconda è deterministica. Assieme foggiano gli organismi viventi, fino a dare l’impressione che la natura sia ordinata e finalizzata, il prodotto di una mente e di uno scopo, mentre invece non lo è affatto. Ma molti, che vogliono preservare la propria idea di un cosmo gerarchico e immutabile (per fini che il lettore appena avvertito sarà in grado di decifrare senza bisogno di aiuto), costituito non da fenomeni storici ma da essenze fuori della storia, fanno finta di non capirlo. Alcuni di loro, tuttavia, non lo capiscono davvero; e non voglio far torto all’onestà intellettuale di Francesco Agnoli escludendolo da quest’ultima categoria.