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venerdì 22 maggio 2015

Adinolfi tocca il fondo – e riprende a scavare

Com’è noto, dopo appena quattro mesi dalla nascita, e come ampiamente pronosticato da molti, l’edizione cartacea della Croce, il quotidiano integralista fondato e diretto da Mario Adinolfi, non è più in edicola. Le pubblicazioni proseguono per ora solo sul web. Il livello del giornale rimane sempre lo stesso, o forse scende ulteriormente, come testimonia il pezzo seguente (Hashtag, «E ora il figlio si sposa il padre», La Croce, 22 maggio 2015, p. 1):

Volevate un nuovo mito di progresso da omaggiare? Accomodatevi. Le legislazioni dell’Occidente opulento devastano l’istituto matrimoniale e ora ogni giorno devono avere a che fare con aberrazioni giuridiche e biotecnologiche di ogni natura. [… I]eri dagli Stati Uniti ci stupiscono con gli effetti speciali. C’è un Bill Novak che è figlio adottivo di un Norman MacArthur in Pennsylvania. Bene, ora Bill vuole rinunciare all’adozione, farla cancellare, perché la Corte Suprema degli Stati Uniti sta per legalizzare il mese prossimo il matrimonio omosessuale e lui è innamorato di Norman e se lo vuole sposare. La novità insomma è il figlio che sposa il padre, con la stampa statunitense tutta in tripudio perché un nuovo mito di progresso è conquistato in nome dell’ideologia trionfante lgbt, in nome di quel pensiero unico che ormai è un unico pensiero che non riesce a ragionare sulle conseguenze giuridiche pesantissime di questo precedente pericoloso creato in un sistema di common law. Comunque auguri a papà e figlio che si sposano, se ogni cosa può essere matrimonio, perché non questa? Love is love è l’ideologia dominante, conta l’amore, chi se ne frega del diritto sfregiato. Ah, ultimo dettaglio: Bill e Norman sono ultrasettantenni.
La prima reazione, alla lettura del pezzo, è che non si vede perché una vicenda di questo genere dovrebbe essere frutto «dell’ideologia trionfante lgbt», visto che a quanto si capisce potrebbe essere avvenuta benissimo anche con una coppia eterosessuale. Alcuni lettori, sulla pagina Facebook di Adinolfi, hanno chiamato in causa la vicenda di Woody Allen e di Soon-Yi Previn – impropriamente, perché la Previn non è mai stata figlia adottiva di Allen; ma nulla vieta che si possa essere verificato in passato un caso analogo tra padre/figlia o madre/figlio. La sensazione è che in questa evenienza La Croce non avrebbe posto la vicenda in prima pagina...
A una lettura un poco più attenta dell’articolo, però, sorge una perplessità più seria. Com’è possibile che i protagonisti di questa storia siano entrambi «ultrasettantenni», come si premura di informarci l’articolo (cercando probabilmente di suscitare una reazione di disgusto all’idea della sessualità tra anziani)? Non dovrebbe esserci una differenza di età maggiore tra un padre e un figlio adottivi? A questo punto si impone una verifica della storia; e nel giro di pochi minuti scopriamo che è una storia molto, molto diversa da quella che La Croce ha cercato di spacciare per autentica.

Novak e MacArthur sono stati compagni di vita per cinquant’anni. Nel 1994 avevano contratto un’unione civile nello Stato di New York, per proteggere i loro diritti patrimoniali. La coppia si era successivamente spostata in Pennsylvania, dove aveva appreso però che la loro unione non aveva lì nessun valore legale. L’unico modo per salvaguardare i loro diritti era di ricorrere a una finzione giuridica, sfruttata da tempo dalle coppie omosessuali: l’adozione di uno dei due da parte dell’altro. E così è avvenuto, nel 2000. Quando una corte ha dichiarato di recente incostituzionale il divieto del matrimonio same-sex in Pennsylvania, la coppia ha deciso di sposarsi, ma a quel punto la relazione padre/figlio costituiva un ostacolo legale; i due si sono rivolti dunque a un tribunale, e hanno ottenuto una dispensa; quindici minuti dopo avevano in mano la loro licenza matrimoniale (le nozze si celebreranno quest’estate).
Come si vede, diversamente da quello che La Croce vuole far credere, non c’è stato mai fra i due coetanei un vero rapporto padre/figlio; insinuare lo spettro dell’incesto è un’operazione di rara disonestà intellettuale.

La disinformazione praticata dalla Croce è però ancora più cinica di quanto fin qui appaia. Un’anticipazione dell’articolo è stata data ieri sera da Adinolfi sulla sua pagina Facebook. Ben presto, i commentatori più critici hanno fatto presente la falsità della storia riportata; tuttavia oggi l’articolo era presente ugualmente sul giornale, malgrado il fatto che – in assenza di un’edizione a stampa – sarebbe stato facile correggerlo o almeno espungerlo. Adinolfi conta evidentemente sul fatto che il grosso del suo pubblico non abbia letto quei commenti.

Sempre sulla sua pagina Facebook, Adinolfi ha tentato un’impacciata difesa del suo operato. Scrive stamattina: «La storia di Norman e Bill è inventata? La storia di Norman e Bill, cioè di un legame adottivo padre-figlio sciolto per celebrare un matrimonio gay, non solo è vera ma è [sic] comporta conseguenze giuridiche gravissime». Trascuriamo la faccia tosta necessaria a insistere sul «legame adottivo padre-figlio»; quali sarebbero le «conseguenze giuridiche gravissime»? Adinolfi non lo dice; si può congetturare che voglia insinuare che da adesso in poi anche i rapporti adottivi autentici potranno essere trasformati automaticamente in matrimoni. L’illazione sarebbe priva tuttavia di fondamento: tutto sembra indicare che la corte della Pennsylvania che ha annullato l’adozione si sia attenuta strettamente al caso concreto, e che la dispensa – se si eccettua la circostanza dell’identità di sesso – non costituisca alcunché di nuovo: dei precedenti fra eterosessuali, come dicevo prima, potrebbero benissimo esserci stati, anche in tempi relativamente remoti. Non possiamo neanche escludere che esista o sia esistita altrove questa identica possibilità – anzi, mi correggo, sappiamo con certezza che una possibilità identica (limitata com’è ovvio agli eterosessuali) è esistita in una nazione europea: l’Italia.

Il Codice Civile, nella prima versione del 1942, elenca all’art. 87, comma 1, coloro che non possono contrarre reciprocamente matrimonio. Al punto 6 compaiono anche «l’adottante, l’adottato e i suoi discendenti». Ma al comma 4 si aggiunge: «Il Re o le autorità a ciò delegate possono accordare dispensa nei casi indicati dai numeri 3, 5, 6, 7, 8 e 9». Esisteva cioè una dispensa possibile nei casi di adozione. All’art. 310 si leggeva pertanto che «Gli effetti dell’adozione cessano: 1) per matrimonio tra le persone legate dal vincolo di adozione […]». La norma è sopravvissuta alla caduta del fascismo e della monarchia (anche se al posto del Re la possibilità di concedere la dispensa spettava ora al tribunale); è passata indenne attraverso un’epoca in cui l’influenza della Chiesa nella società era molto maggiore di oggi; è sopravvissuta persino alla riforma del diritto di famiglia del 1975; infine è stata abrogata nel 1983, nell’intento di avvicinare quanto più possibile l’adozione alla filiazione non adottiva (alcuni giuristi – non particolarmente radicali, a quanto appare – hanno lamentato la scomparsa della dispensa anche nel caso dell’adozione dei maggiori di età; cfr. Emanuela Giacobbe, Le persone e la famiglia, III: il matrimonio, t. I: l’atto e il rapporto, Torino, UTET, 2011, p. 225). Nei lunghi anni in cui questa possibilità giuridica è stata disponibile (ed è del tutto possibile che esistesse anche prima del Codice Civile del 1942), non sembra aver causato sconvolgimenti apocalittici nella società italiana, del tipo di quelli che Mario Adinolfi dice di temere.

La Croce conferma per l’ennesima volta e in grande stile la sua natura: quella di un foglio di propaganda d’odio, che non si arresta davanti a nessuna bassezza, compresa la menzogna consapevole e insistita, pur di continuare nell’opera di indottrinamento di un pubblico che ingoia questi liquami come se fossero acqua di fonte. Ogni collaboratore del giornale, quale che sia il suo ruolo, porta intera la responsabilità morale di questa oscena impresa.

domenica 23 novembre 2014

Mario Adinolfi, i numeri e gli omosessuali /2


2. Quante sono le coppie omosessuali?

Nella prima parte di questo post abbiamo visto come Mario Adinolfi, in un nuovo capitolo del suo pamphlet integralista Voglio la mamma, abbia in parte alterato e in parte ignorato le percentuali di persone omosessuali e bisessuali fornite dall’Istat, e come abbia cercato di far passare come invenzioni della «lobby Lgbt» cifre di altra provenienza, che in realtà devono essere considerate fino a prova contraria legittime (anche perché, tenendo conto della grande incertezza che circonda la questione, non sono drasticamente diverse da quelle dell’Istat).
Proseguiamo adesso con l’analisi del testo di Adinolfi, e cerchiamo di stabilire quante siano le coppie omosessuali nel nostro paese.

Vogliamo essere più precisi? Andiamo allora a interrogare i dati dell’ultimo censimento, quello del 2011. I dati sono sempre elaborati dall’Istat, dunque dall’Istituto nazionale di statistica che nessuno può immaginare come ostile agli interessi della lobby Lgbt. Anzi. Secondo i dati del censimento in Italia esistono circa 17 milioni di famiglie. Per la precisione 16.648.000. Tra queste, 2.651.000 sono le famiglie monogenitoriali (un solo genitore, con figli) mentre 13.997.000 sono le coppie che vivono in una condizione di stabilità il proprio rapporto sentimentale. Sono coppie con o senza figli. Sapete quante sono, tra queste, le coppie composte da un uomo e da una donna: 13.990.000. Sì, avete letto bene, non è un refuso, non è un copia incolla avventato. Sono praticamente il totale. Le coppie dello stesso sesso certificate dal censimento 2011 sono 7.591.
Bene. Abbiamo un dato, è assodato. L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok. Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio. Dunque le coppie su cui la lobby Lgbt può far conto per le proprie rivendicazioni matrimonialiste sono 7.591. Intanto però ricordiamo che 13.990.000 coppie sono composte da un uomo e da una donna.
Se si scorrono i commenti alla pagina Facebook in cui è stato pubblicato questo testo, si noterà come un lettore chieda a più riprese un link alla fonte di questi dati. Adinolfi – che pure partecipa alla discussione – ignora completamente questa richiesta. Come mai? La risposta sorprenderà (forse) qualcuno: Adinolfi non può fornire nessun link perché non è in grado di farlo: non è infatti mai andato «a interrogare i dati dell’ultimo censimento» sul sito dell’Istat. La sua fonte è secondaria: si tratta di un articolo di Roberto Volpi, «Tutte quelle coppie gay (con figli) sparite dal censimento, o forse mai esistite», apparso il 23 settembre scorso sul Foglio. Volpi e il suo articolo non vengono citati in nessun modo da Adinolfi, neppure in risposta alle sollecitazioni del suddetto lettore.
Ma come faccio ad affermare con certezza che Adinolfi ha tratto i dati da Volpi e non dal sito dell’Istat? Semplice: perché nell’articolo di Volpi ci sono degli errori (l’autore non è nuovo a questo genere di distrazioni) che Adinolfi ha ripreso ciecamente. Il primo è il numero totale delle coppie formate da persone dello stesso sesso: 7513 per l’Istat, 7591 per Volpi e Adinolfi. Il secondo riguarda il numero dei figli delle coppie dello stesso sesso, che secondo Volpi e Adinolfi sono 529; per l’Istat, invece, 529 è il numero delle coppie con figli, non dei loro figli (quest’ultimo numero non è desumibile dal database, a quanto vedo). Altri due errori più piccoli ma sempre significativi: Volpi arrotonda erroneamente al migliaio inferiore il totale dei nuclei familiari e dei nuclei monogenitore, seguito fedelmente da Adinolfi. Non esiste infine neppure un dato riportato da Adinolfi nei paragrafi in questione che non sia presente già anche nell’articolo di Volpi. Qua e là si sfiora il plagio (corsivi miei): «L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok» (Adinolfi); «Avverte tuttavia l’Istat che “i dati relativi alle coppie dello stesso sesso sono sottostimati e si riferiscono solamente alle coppie dello stesso sesso che si sono dichiarate. Molte persone in questa situazione hanno preferito non dichiararsi nonostante le raccomandazioni”. Ok, d’accordo […]» (Volpi). Sì, siamo davanti a un classico «copia incolla avventato».
Si dirà: per la tesi di Adinolfi cambia poco – le coppie dello stesso sesso sono praticamente le stesse, e se i loro figli non sono 529 è comunque abbastanza improbabile che superino il migliaio. Ma quello che emerge con chiarezza è il metodo dell’autore di Voglio la mamma: le cifre che confortano i suoi pregiudizi sono accettate senza uno straccio di controllo (e con poca gratitudine nei confronti di coloro a cui le sottrae), le altre devono sicuramente essere il frutto di qualche malvagio complotto.

Esaminiamo adesso più in particolare i dati Istat sul numero delle famiglie omosessuali, e vediamo se ad essi si può far dire ciò che Adinolfi vorrebbe. Partiamo dal numero di coppie conviventi. Abbiamo visto la nota dell’Istat, secondo cui i dati sono sottostimati. Forse qualcuno si chiederà come sia possibile che molte coppie abbiano preferito non dichiararsi: non sarebbe questa un’alterazione grossolana del censimento? Se due persone vivono assieme, com’è possibile farne risultare solo una? La risposta sta nel concetto di nucleo familiare, che per l’Istat «è definito come l’insieme delle persone che formano una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio. […] Una famiglia può essere composta da più nuclei, ma può anche essere costituita da un nucleo e da uno o più membri isolati (altre persone residenti), o ancora da soli membri isolati». Esistono in Italia ben 560.422 famiglie composte da due persone, che dichiarano di non essere legate da una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio; queste famiglie sono insomma composte da due «membri isolati». Molte saranno semplici coppie di amici, o coppie nonna-nipote, zio-nipote etc.; un certo numero saranno coppie – eterosessuali od omosessuali – che hanno deciso di non dichiararsi (altre coppie di questo genere possono essere nascoste in altre pieghe del censimento). Volpi tenta di minimizzare la cifra di chi non si è dichiarato, ma il suo non è altro che un argumentum ad incredulitatem:
sembra assai difficile supporre che per ogni coppia omosessuale censita ce ne siano, mettiamo, dieci o magari venti sfuggite al censimento, perché nell’eventualità ci sarebbe di che chiedere il subitaneo smantellamento del censimento stesso.
È importante ricordare a questo proposito come il censimento non si svolga affatto «in forma anonima», come pretende Adinolfi: i nomi dei censiti figurano sulla prima pagina del questionario Istat.
Per sapere qualcosa di più preciso, rivolgiamoci alla recentissima indagine condotta dalla European Union Agency for Fundamental Rights (EU LGBT survey – European Union lesbian, gay, bisexual and transgender survey: Main results, 2014, p. 134), da cui risulta che nel 2012 il 20% degli omosessuali/bisessuali italiani conviveva con un partner, a fronte di una media UE del 30% (più in basso dell’Italia si trovano solo Croazia, Grecia e Cipro). Questa non è tuttavia la percentuale che stiamo cercando: secondo la stessa fonte, il 5% degli omosessuali/bisessuali italiani ha un partner (convivente o non convivente) del sesso opposto. Se assumiamo che il 15% delle persone LGBT conviva con un partner dello stesso sesso, e applichiamo questa percentuale alla cifra di un milione data dall’Istat (vedi la prima parte di questo post), risulta che dovrebbero esistere in Italia circa 75.000 coppie omosessuali: dieci volte il numero di quelle dichiarate al censimento! Questa conclusione è confermata in modo decisivo da M. Barbagli e A. Colombo, autori di una fondamentale indagine sulla condizione omosessuale nel nostro paese (Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, 2ª ed., Bologna, Il Mulino, 2007, p. 204; i dati si riferiscono a un sondaggio condotto nel 1995-96); elaborando i loro dati (cfr. anche pp. 211 e 317) risulta che il 14% delle persone LGBT convive con una persona dello stesso sesso (lo studio è del tutto indipendente da quello UE; entrambi i sondaggi – quello europeo e quello da cui prendono le mosse i due italiani – sono stati condotti in modo da garantire l’anonimato dei rispondenti).
Ma per Adinolfi le coppie non dichiarate non contano: «Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio». Questa è un’affermazione di un cinismo ributtante; certo, una coppia non dichiarata potrebbe avere più difficoltà delle altre a contrarre eventualmente matrimonio, ma la ragione di questa titubanza non può che essere il timore di un ambiente ancora saturo di pregiudizi. Chiunque – perfino chi è contrario al matrimonio per tutti – dovrebbe auspicare che questa condizione di paura sia superata il più presto possibile, e non invece gongolare soddisfatto perché in questo modo si riduce il numero delle coppie potenzialmente interessate al matrimonio.

Va notato poi che l’Istat raccoglie solo il dato delle coppie conviventi, non anche di quelle impegnate in una relazione ma non conviventi. Per Barbagli e Colombo (ibidem), «dal 40 al 49% dei gay e dal 58 al 70% delle lesbiche hanno una relazione fissa». Questi numeri sono confermati in pieno dalla già citata EU LGBT survey (ibidem), secondo cui nel 2012 il 52% degli omosessuali italiani era impegnato in una relazione con un partner dell’altro sesso, nonché dall’indagine Modi di, promossa dall’Arcigay in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Survey nazionale su stato di salute, comportamenti protettivi e percezione del rischio HIV nella popolazione omo-bisessuale, a cura di R. Lelleri, Bologna 2006, p. 25), secondo cui nel 2005 il 40,2% degli omosessuali maschi e il 52% delle lesbiche aveva una relazione con una persona dello stesso sesso.
Anche tra queste persone si troveranno sicuramente molti interessati al matrimonio: in una parte dei casi, la mancata convivenza sarà di nuovo da attribuirsi alla necessità di evitare reazioni negative da parte dell’ambiente circostante, o alle normali difficoltà materiali che tutte le coppie incontrano per vivere insieme. È significativo inoltre per il nostro discorso che, come scrivono ancora Barbagli e Colombo (ibidem), «[l]a grandissima maggioranza degli omosessuali italiani cerca un rapporto di coppia stabile e solo un’esigua minoranza (il 12% degli uomini e l’8% delle donne) preferisce avere relazioni con partner occasionali». Un dato che fa giustizia di pregiudizi ancora largamente diffusi.

Ma ammettiamo, per puro amore di discussione, che esistano davvero solo 7500 coppie omosessuali conviventi e potenzialmente interessate al matrimonio. Sarebbe questo un argomento valido contro la richiesta di estendere anche alle coppie omosessuali il diritto di sposarsi, o almeno di contrarre un’unione civile?
Esistono in Italia, a quanto pare, circa 830 persone che portano il cognome «Adinolfi». Supponiamo per assurdo che per un’antica tradizione religiosa fosse proibito a queste persone di sposarsi, e che dopo un lungo processo di maturazione civile si arrivasse finalmente a mettere in questione questa discriminazione. Ora, cosa penseremmo se qualche retrogrado si opponesse alla riforma adducendo a pretesto che 830 persone sono pochissime? La nostra risposta, ovviamente, sarebbe che negare ingiustamente un diritto non è meno grave se lo si nega solo a poche persone, o persino solo a una; semmai è forse più grave. Se si vuole impedire che il matrimonio sia per tutti, si cerchino altri argomenti; quello dei numeri troppo esigui è un non-argomento.

Nella prossima parte affronterò la questione del numero dei figli delle coppie omosessuali.

(2 - continua)

lunedì 13 ottobre 2014

Cherry picking

Scrive Giuliano Guzzo sul suo blog («Sorpresa: la 194 è sempre meno tabù», 13 ottobre 2014):

Negli stessi giorni in cui vengono presentati sondaggi molto discutibili sulle nozze gay – discutibili per metodologia, tempistiche di rilevazione e modalità di presentazione dei risultati – che rileverebbero come la maggioranza degli Italiani ne sarebbe entusiasticamente a favore, è stata effettuata una ricerca che, anche se non ha avuto visibilità a livello nazionale, merita un’attenta riflessione, non foss’altro per gli esiti sorprendenti che ha avuto. Stiamo parlando di una rilevazione a cura dell’Istituto Demos – lo stesso i cui risultati vengono sovente ripresi anche da Repubblica – la quale, esaminando gli atteggiamenti politici del Nord Est (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento), ha registrato come il 43% degli interpellati sia d’accordo con l’idea che «bisogna rivedere la legge sull’aborto per limitare i casi in cui è lecito».
Un piccolo particolare non del tutto trascurabile che si cercherebbe invano nel post di Guzzo: chi ha curato il sondaggio «molto discutibile» sul matrimonio gay è l’Istituto Demos, lo stessissimo identico istituto che ha curato quello sull’aborto, che invece «merita un’attenta riflessione».

Aggiornamento 14 ottobre: da notare come in base ai dati Demos, il numero di intervistati nel sondaggio sull’aborto sia stato minore rispetto a quello sulle nozze gay (1019 contro 1265), e di conseguenza maggiore il margine di errore (3,07% contro 2,8%).

martedì 7 ottobre 2014

Nel frattempo, in America...

Angioletta Sperti, «La Corte Suprema dà (implicitamente) il via libera alla celebrazione dei matrimoni same-sex in sette Stati: uno stringato order che ha il sapore di una decisione storica», Articolo 29, 7 ottobre 2014:

Con una decisione fulminea, assolutamente inattesa con tanto tempismo, la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha ammesso i ricorsi presentati da cinque Stati (Indiana, Oklahoma, Utah, Virginia e Wisconsin) contro la rimozione del divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Così facendo, la Corte non ha assunto una decisione definitiva sulla compatibilità del divieto di matrimonio con la Costituzione federale, che porterebbe all’apertura del matrimonio in tutti gli Stati Uniti d’America, ma ha deciso di non interferire, al momento, con i processi in corso nei singoli Stati. La decisione, comunque, ha effetti davvero dirompenti. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, ben 39 sentenze emesse da varie Corti avevano annullato le leggi statuali che definivano il matrimonio come unione fra uomo e donna […]. Con la decisione della Corte Suprema di non interferire con queste decisioni, passano così da 19 (California, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, Vermont e Washington) a 24 gli Stati americani in cui il matrimonio è già accessibile a tutti e tutte e, soprattutto, si crea un precedente che porterà a sicure decisioni conformi in altri Stati (West Virginia, North Carolina, South Carolina, Kansas, Colorado e Wyoming). A breve, quindi, sarà possibile sposarsi in ben 30 Stati su 50 (oltre che nel distretto della capitale, Washington DC). Ed ulteriori effetti sono attesi anche in altri Stati: uno stringato order che ha il sapore di una decisione storica.
Il resto dell'articolo è qui.
Andrew Sullivan – storico combattente per la marriage equality – riflette sul significato della decisione della Corte («Seeing The Mountaintop», The Dish, 6 ottobre):
[N]ow in thirty states (maybe thirty-five), the reality of this social reform will be seen: the quotidian responsibilities of spouses and parents, the moments of joy and agony that are part of all marriages, the healing of wounds of separation and ostracism. It won’t happen at once, but it will slowly emerge, through a greater collective empathy and inclusion. Every time a father holds back tears as his daughter marries her beloved, every time a child feels secure with her two dads or two moms, every time a young gay kid asks himself if he is really worthy because he is gay and now knows he can one day have a relationship like his mom and dad and feels less tormented and less alone: these are the ways we humans can grow and become what we fully can be. This is an expansion not just of human freedom, but of human love.
It is so easy today to see horror all around, anger surging, hysteria rising, fear spreading. But we see also in this remarkable, unlikely transformation the possibility of something much different: that human beings can put aside fear and embrace empathy, can abandon prejudice in favor of reality, can also see in themselves something they never saw before: an enlargement of the circle of human dignity.
Da leggere tutto.

sabato 17 maggio 2014

Giuliano Guzzo e l’omofobia

Come celebrare degnamente la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, che ricorre oggi, 17 maggio? Giuliano Guzzo – «sociologo, appassionato di bioetica, politica, religione», come si definisce sul suo profilo Twitter – non deve aver avuto dubbi: cercando di svalutare il concetto e di minimizzare il fenomeno dell’omofobia, è ovvio! E si è messo di conseguenza di buona lena all’opera, regalandoci un apposito post («Omofobia, una parola diventata facile accusa», Giuliano Guzzo, 17 maggio 2014).
Dopo il fervorino iniziale sulla tolleranza da dimostrare comunque agli omosessuali, Guzzo entra in argomento:

Detto questo, non si può fare a meno di esprimere riserve sulla scelta politica di isolare le violenze a danno delle persone non eterosessuali, quasi le altre fossero meno gravi, racchiudendole sotto l’ombrello dell’omofobia
Oltre all’assurdità dell’insinuazione che assegnando una giornata particolare alla condanna di un fenomeno si vogliano o possano minimizzare altri fenomeni analoghi (come se questi non avessero a loro volta giornate loro dedicate, come la Giornata contro il razzismo, la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne o il Giorno della Memoria), è un fatto che la violenza mossa dall’odio verso un gruppo discriminato è effettivamente più grave di una violenza analoga ma generica, in quanto colpisce sproporzionatamente i membri di quel gruppo: le percosse date a un omosessuale in quanto omosessuale non fanno più male delle percosse date per una lite sul parcheggio, ma le prime colpiscono solo gli omosessuali, le seconde chiunque, indifferentemente dall’orientamento sessuale (sulla questione persiste un equivoco duro a morire). Curiosamente, Guzzo sembra invece non avere problemi a impiegare il concetto di «cristianofobia»...
Proseguendo:
chiunque osi non già porre in essere effettivi oltraggi a danno di persone non eterosessuali […] bensì solamente criticare le rivendicazioni politiche di alcune associazioni di omosessuali – dal matrimonio gay alle adozioni per le cosiddette “famiglie omogenitoriali” – viene additato ora come istigatore alla violenza ora come nemico del benessere dei cittadini omosessuali. In entrambi casi, però, si tratta di un inganno: è un inganno apostrofare come omofobi coloro che si oppongono al matrimonio omosessuale dal momento che – da Jean-Pierre Delaume-Myard a Philippe Ariño – sono molti anche gli attivisti omosessuali che la pensano così, ed è un inganno dire che il riconoscimento delle unioni gay determinerebbe felicità per tutti come dimostra il più alto numero di suicidi che si continua a registrare nella popolazione omosessuale in Paesi estremamente gay friendly come l’Olanda o la Danimarca, che pure è stato il primo Paese al mondo ad aver riconosciuto alle coppie omosessuali «tutti i diritti ed i doveri in merito ad eredità, donazioni, pensioni, tasse, obbligo di assistenza reciproca».
Per prima cosa, non si vede bene cosa ci sia di sbagliato nell’additare come «nemico del benessere dei cittadini omosessuali» chi si opponga al matrimonio gay: è un fatto ben noto che le persone sposate godono in media di un maggiore benessere fisico e psicologico rispetto a quelle non sposate; un gruppo piccolo ma crescente di studi mostra che simili benefici sono propri anche delle coppie omosessuali sposate (per una rassegna si veda H. Lau e C.Q. Strohm, «The Effects of Legally Recognizing Same-Sex Unions on Health and Well-Being», Law and Inequality: A Journal of Theory and Practice 29, 2011, pp. 107-48; tra gli studi più recenti mi limito a segnalare J.K. Ducharme e M.M. Kollar, «Does the “Marriage Benefit” Extend to Same-Sex Union? Evidence From a Sample of Married Lesbian Couples in Massachusetts», Journal of Homosexuality 59, 2012, pp. 580-91; per la situazione in Danimarca, che sembrava inizialmente indicare un’alta mortalità fra le coppie di omosessuali impegnati in un’unione civile, si veda M. Frisch e J. Simonsen, «Marriage, cohabitation and mortality in Denmark: national cohort study of 6.5 million persons followed for up to three decades (1982–2011)», International Journal of Epidemiology 42, 2013, pp. 559-78, che mostra ora una situazione radicalmente diversa, soprattutto per gli omosessuali maschi).
Guzzo sembra ritenere che ci sia un’incompatibilità fra essere omosessuale ed essere omofobo; evidentemente non ha mai sentito parlare dell’omofobia interiorizzata. Il lettore può valutare da solo quanto questo fenomeno entri in gioco in certe prese di posizione leggendo l’intervista a Philippe Ariño, che per combinazione il settimanale Tempi pubblica proprio oggi (Benedetta Frigerio, «“Io, omosessuale ed ex attivista gay, che vivo secondo quel che insegna la Chiesa. E sono felice”»).
Ancora, Guzzo non ci dice da dove proviene l’affermazione che «il riconoscimento delle unioni gay determinerebbe felicità per tutti»; e neppure potrebbe. Si tratta in realtà di un tipico argomento dell’uomo di paglia. Il riconoscimento delle unioni gay può migliorare la situazione degli omosessuali – e molto probabilmente lo fa, come abbiamo visto più sopra; ma non equivale alla fine di ogni discriminazione, neppure nei paesi più civili. La prova ce la offrono, ironicamente, gli studi che lo stesso Guzzo segnala a supporto di ciò che dice su Olanda e Danimarca. Ron de Graaf e colleghi («Suicidality and Sexual Orientation: Differences Between Men and Women in a General Population-Based Sample From The Netherlands», Archives of Sexual Behavior 35, 2006, pp. 253-62, alle pp. 257-58) hanno trovato che tra gli omosessuali maschi dei Paesi Bassi la discriminazione percepita è associata in modo significativo con tre dei sintomi più gravi precursori del suicidio e con la misura complessiva dell’inclinazione al suicidio (si noti comunque che i dati su cui si basa lo studio sono stati ottenuti nel 1996). Dal canto loro, Robin M. Mathy e colleghi («The association between relationship markers of sexual orientation and suicide: Denmark, 1990–2001», Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology 46, 2011, pp. 111-17, a p. 114) scrivono riguardo alla situazione danese:
Sia lesbiche che gay sperimentano inoltre frequentemente nella loro vita quotidiana il pregiudizio anti-omosessuale e l’avversione che esso comporta, che è il meccanismo presumibile che porta al rischio piuttosto elevato di morbidità psicologica osservato in questa popolazione.
(Both lesbians and gay men also frequently experience anti-gay stigma and consequent adversity in their daily lives, the presumed mechanism that leads to the somewhat elevated risk for psychological morbidity that has been observed in this population.)
(Gli autori segnalano anche correttamente un ulteriore fattore attivo nel periodo considerato, e cioè l’incidenza dell’epidemia di AIDS.)
Più avanti Guzzo, riferendosi di nuovo a questi due studi, afferma che «le nozze gay – lo abbiamo visto – non producono alcun apprezzabile aumento di benessere nella popolazione omosessuale». L’affermazione qui è più misurata di quella precedente – ma ugualmente falsa, visto che le due ricerche fotografano la situazione nei rispettivi periodi di tempo (il 1996 e il 1990-2001) senza proporre un’analisi diacronica, che cioè compari un «prima» e un «poi».
(Mi sia permesso di aggiungere una postilla: Guzzo cita articoli e altri riferimenti nelle note in calce, senza aggiungere link, anche quando i materiali sono disponibili in rete; questo dà al post un’apparenza superficiale di serietà accademica, ma costituisce anche un evidente intralcio a controllarne le affermazioni, soprattutto da chi non ha accesso alla letteratura scientifica citata o non ha tempo a sufficienza. In effetti l’intero post non possiede neppure un link esterno; non c’è modo neanche di saltare dal testo alle note e viceversa.)
Andiamo avanti:
secondo quanto emerso da un lavoro comparativo internazionale a cura del prestigioso Pew Research Center, [l’Italia] è addirittura l’ottavo Paese al mondo quanto ad accettazione sociale dell’omosessualità. Posto che anche un solo caso di discriminazione ai danni di qualcuno non è ammissibile, francamente dispiace che i giornali che contano non abbiano riportato questo dato così positivo. E non finisce qui: se osserviamo, sempre con riferimento a questo accurato studio, l’andamento di siffatta tolleranza per gli ultimi anni scopriamo come, mentre in Germania ed in Spagna – Paesi nei quali, in aggiunta alle legali unioni civili e nozze gay, la lotta all’omofobia risulta presente rispettivamente nella Costituzione e nel Codice penale – fra il 2007 ed il 2013 l’apertura verso l’omosessualità è aumentata dal 6%, da noi il fenomeno sia stato ancora maggiore: più 9%
Se «i giornali che contano» non hanno riportato il dato «così positivo» dell’Italia ottavo paese al mondo per accettazione al mondo dell’omosessualità, è forse perché questo dato non esiste (anche se così si rischia di dare troppo credito ai giornali italiani...). Se si va infatti a vedere il rapporto del Pew Center (The Global Divide on Homosexuality, 4 giugno 2013), ci si rende subito conto che esso è stato condotto solo su 39 nazioni; ottavi su 39 non è la stessa cosa di ottavi su circa 200 (facendo una rozza proporzione l’Italia sarebbe 40ª al mondo, che suona decisamente meno bene). Inoltre, fra i paesi dell’Europa Occidentale esaminati dal Pew (Spagna, Germania, Francia, Gran Bretagna e appunto Italia) siamo sconsolatamente ultimi. Si noti come l’ambito del rapporto sia specificato nella prima pagina, al secondo paragrafo; è impossibile non accorgersene.
L’aumento del 9% dell’apertura all’omosessualità (misurata in base alle risposte affermative alla domanda «L’omosessualità dovrebbe essere accettata dalla società?», passate in Italia dal 65% al 74% del totale, con i «no» passati dal 23% al 18%, p. 21) tra il 2007 e il 2013 è invece un dato presente nel rapporto; disgraziatamente, esso era stato preceduto, nel periodo 2002-2007, da una diminuzione dal 72% al 65% (con i «no» saliti dal 20% al 23%); in 11 anni siamo tornati grosso modo al punto di prima: un progresso trionfale, non c’è che dire...
Per chi volesse un quadro meno rozzo della condizione omosessuale in Italia, consiglio la lettura del rapporto Istat La popolazione omosessuale nella società italiana, relativo al 2011, da cui apprendiamo (p. 7) che
la maggioranza dei rispondenti (59,1%) ritiene accettabile che un uomo abbia una relazione affettiva e sessuale con un altro uomo (“molto” 27%, “abbastanza” 32,1%) o che una donna abbia una relazione affettiva e sessuale con un’altra donna (59,5%, di cui “molto” 27,4%, “abbastanza” 32,1%). Resta tuttavia un cospicuo 40% di intervistati che la pensa diversamente: in particolare, il 23,5% dei rispondenti considera del tutto inaccettabile una relazione affettiva e sessuale tra due uomini e il 22,1% esprime medesimo parere su una eventuale relazione tra due donne.
A p. 4 scopriamo invece che alla domanda «è accettabile che un medico sia omosessuale?» risponde «molto» il 45,7%, «abbastanza» il 26,2%, «poco» il 13,7%, «per niente» il 14,4%. Chissà come risponderebbe Giuliano Guzzo...

Guzzo conclude citando il libro di Tommaso Giartosio, Perché non possiamo non dirci: letteratura, omosessualità, mondo (Milano, Feltrinelli, 2004, p. 82): «le “-fobie” sono solo patologie: e se sei malato non è colpa tua. In questo senso “omofobia” è un eufemismo assolutorio». Ma si tratta dell’ennesima citazione parziale; prosegue Giartosio (il libro ha la forma di una intervista a se stesso):
Allora perché lo usi?
Perché non dispongo di un termine migliore; e soprattutto perché in molti casi, purtroppo, è una parola adeguata al mondo in cui viviamo. Riflette una realtà in cui spesso il razzismo antigay non è considerato una scelta lucida (e sbagliata), ma una reazione psichica quasi inevitabile entro un dato contesto socioculturale. La scelta della parola, insomma, è in sé una prova di quanto l’omofobia sia ancora pervasiva.
L’omofobia è ancora pervasiva, sì; chissà ancora per quanto saremo costretti a usare questa parola, a usare un’accusa che è «facile» solo perché gli omofobi sono ancora tanti, troppi, e tanti – troppi – sono ancora quelli che li giustificano e li difendono.

giovedì 27 giugno 2013

Dimmi come reagisci e ti dirò chi sei

Nella giornata storica in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha giudicato incostituzionale il Defense of Marriage Act (DOMA), stabilendo che i matrimoni gay contratti negli stati americani in cui sono permessi devono avere valore per il governo federale anche negli stati in cui non sono previsti dalle leggi (e con una seconda decisione ha reso di nuovo legali i matrimoni omosessuali in California), può essere istruttivo andare a vedere cosa scrive un tipico sito integralista italiano. Andiamo quindi sul sito dell’UCCR, l’Unione Cristiani Cattolici Razionali, un vero e proprio focolaio di pregiudizio e ignoranza. L’UCCR non commenta direttamente l’avvenimento, ma sceglie invece di dedicare un post («Olanda: dopo le nozze gay legalizzata anche al poligamia», 26 giugno 2013) a una notizia vecchia di quasi 8 anni, che in una prima versione del post veniva presentata come risalente al mese scorso (vedi i primi commenti al post, che è stato successivamente corretto).

In Olanda, il primo Paese a legalizzare i matrimoni gay e tra i luoghi più gay-friendly al mondo, non potendo più frenare l’ipocrisia, si è dovuta legalizzare la poligamia come previsto, riconoscendo ufficialmente il primo caso di poligamia “legale” in Europa nel settembre del 2005. Victor de Brujin (46 anni) ha “sposato” sia Bianca (31 ani) che Mirjan (35 anni) in una cerimonia davanti a un notaio che ha registrato la loro unione civile.
Quella che l’UCCR chiama «unione civile» (in olandese Geregistreerd partnerschap), cioè un’unione fra due persone che prevede diritti e doveri simili a quelli del matrimonio, è stata in realtà un Samenlevingscontract, un «contratto di convivenza», che stabilisce obblighi reciproci normalmente non opponibili a terzi, una forma di regolamentazione leggera delle unioni di fatto che nei Paesi Bassi predata di diversi anni l’unione civile (per maggiori dettagli si può consultare il sito del governo olandese). Parlare di «legalizzazione della poligamia» è quindi largamente esagerato, mancando qui sia la legalizzazione (nessun potere dello Stato è intervenuto a modificare o reinterpretare la legge esistente) sia la poligamia – il matrimonio fra più di due persone – in senso stretto. Quello che rimane è ciò che dovrebbe già essere legale in qualsiasi paese autenticamente liberale: una relazione sessuale fra adulti consenzienti e la regolazione privata di rapporti patrimoniali (in Italia, per la verità, un contratto di questo genere potrebbe probabilmente essere considerato contrario al buon costume, cfr. gli artt. 1343 e 1354 del codice civile).
Al di là di queste imprecisioni, che in fondo denotano solo una certa sciatteria (benché alquanto tendenziosa), il post costituisce un classico esempio della notissima fallacia del piano inclinato. Siamo di fronte a un vero e proprio gioco delle tre carte intellettuale: si fa occhieggiare qualcosa di atroce – la poligamia, l’incesto, la pedofilia legalizzati! (o il matrimonio con il Muro di Berlino, come paventa oggi con raro sprezzo del ridicolo La nuova bussola quotidiana) – poi, con un’abile torsione delle mani, si proclama: «Ecco, signore e signori, questa sarebbe la conseguenza inevitabile e automatica della tale innovazione normativa!». Ma c’è qualcosa che non si trova più, che non sta nel posto in cui credevamo dovesse stare: se bestialità, poligamia e oggettofilia sono davvero così spaventose, perché mai questa loro inaccettabilità non dovrebbe essere presa in considerazione e valutata, e in ultima analisi, se confermata, costituire un ostacolo fatale alla legalizzazione di questi rapporti? Prendiamo il caso in questione, la poligamia: in che cosa sarebbe inaccettabile? La risposta più comune mette l’indice sulla disuguaglianza fra i coniugi che così si introdurrebbe – anche se a dire il vero questo sembra riguardare solo la forma islamica dell’istituto. Potremmo aggiungere una presumibile maggiore litigiosità nei rapporti; o forse, all’opposto, un rafforzamento di strutture claniche che non gioverebbero al nostro assetto sociale. Tutto ciò è discutibile, naturalmente; ma non si vede perché non dovrebbe essere debitamente discusso prima di consentire questa innovazione. A meno che non si sostenga che è tutto un complotto laicista-massonico per distruggere la famiglia tradizionale, e che non ci si fermerà di fronte a nessuna conseguenza; ma così si abbandona la discussione razionale per il delirio paranoide – e non è una mossa molto astuta.

Ma proseguiamo nella lettura del post dell’UCCR:
Come ha spiegato il criminologo Alessandro Benedetti, il Consiglio d’Europa attraverso l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità), nell’intento di combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere ha invitato gli Stati membri ad abrogare «qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali» (art. 18). Ecco dunque che anche la pedofilia (o comunque il rapporto sessuale con un minore consenziente) comincia a fare sempre più capolino nelle società gay-friendly, poiché – ha spiegato l’avvocato – «se il criterio per considerare lecito e normale – e pertanto generatore di diritti – qualsiasi tipo di unione sessuale ed affettiva è la libertà ed il libero consenso delle parti, dopo aver sdoganato penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14, si passerà a sdoganare l’incesto (che già oggi è reato solo in caso di pubblico scandalo: art. 564 cod.pen.) e la poligamia ed a richiedere per entrambi il riconoscimento giuridico con relativi diritti».
Per capire bene cosa vuole dire l’avvocato Benedetti andiamo a leggere direttamente il suo articolo («Il “trucco” dell’Europa per legalizzare pedofilia e incesto», Il sussidiario.net, 19 maggio 2013):
Un altro aspetto che lascia sgomenti è il fatto che nella Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa si trova l’invito agli Stati membri ad abrogare “qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali” (art. 18). Ora, secondo il nostro ordinamento (art. 606 quater codice penale), l’età del consenso (fissato in Italia a 14 anni) è la determinazione dell’età minima per disporre validamente della propria libertà sessuale e vi sono alcune condotte per le quali è dirimente il suo raggiungimento al fine di configurare o meno una condotta penalmente rilevante:
  • minore di 13 anni: il consenso non viene considerato valido, indipendentemente dall’età dell’autore dei fatti;
  • tra i 13 e i 14 anni: il consenso non è ancora considerato pienamente valido, ma esiste una causa di non punibilità nel caso in cui gli atti sessuali vengono compiuti consenzientemente con un minore di 18 anni, purché la differenza di età tra i due soggetti non sia superiore a tre anni;
  • tra i 14 e i 16 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che l’autore dei fatti sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore ovvero conviva con il minore, o che il minore gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia;
  • tra i 16 e i 18 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che il fatto venga compiuto con abuso di potere relativo alla propria posizione da una delle figure citate nel punto precedente.
La ratio della legge e di tutta la relativa giurisprudenza è pertanto quella secondo cui al di sotto di una certa soglia d’età minima (14 anni) “la violenza (da parte del maggiorenne) è presunta in quanto la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali”.
Ora la Raccomandazione auspica l’azzeramento di ogni distinzione d’età – in Italia come negli altri Paesi – col grave rischio di considerare domani lecite condotte oggi costituenti reato in un progressivo scivolamento culturale e giuridico verso il basso.
Per l’avvocato Benedetti, dunque (e per l’UCCR, che ne tracanna con voluttà ogni parola), il Consiglio d’Europa ci starebbe chiedendo di abrogare tutte quelle fini distinzioni di età che regolano il consenso dei minori agli atti sessuali. Ma quale sarebbe l’esito finale di questa abrogazione? E con quale criterio dovremmo uniformare, esattamente, la materia? Qui l’avvocato, mi pare, deve aver percepito che qualcosa non tornava, perché sembra di cogliere una certa esitazione nelle sue parole: se davvero l’Europa ci chiedesse di sdoganare in pieno «penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14», ci si aspetterebbe da parte dell’autore una reazione assai più veeemente del semplice «sgomento». Se l’avvocato Benedetti avesse riflettuto un minuto in più sull’evidente assurdità della sua interpretazione, sarebbe stato magari indotto a rileggere con più attenzione il testo della Raccomandazione. Facciamolo noi per lui: l’Europa ci chiede di abrogare ogni «distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali». Benedetti ha letto come se il testo avesse di mira ogni distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e in più ogni distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra eterosessuali. Ma la lettera e il buon senso ci dicono che l’obiettivo è invece ogni norma che differenzi l’età del consenso tra omosessuali dall’età del consenso richiesta per gli eterosessuali; distinzione che rimane ormai solo in poche giurisdizioni, e che è assente in Italia. (L’UCCR sembra credere, in più, che attualmente in Italia sia vietato in ogni caso «il rapporto sessuale con un minore consenziente», o che faccia solo ora «capolino» nelle «società gay-friendly»: è un’idea molto diffusa tra le persone meno informate.)

Mi pare che una tendenza cominci a delinearsi chiaramente. Sfidando la pazienza del lettore, vorrei proporre un ultimo esempio, questa volta da un altro sito, Orarel, anch’esso integralista, anche se distante dalla tenebra ottusa dell’UCCR. Ecco come l’autore in parte commentava la notizia di ieri («Love is Love», 26 giugno):
Se l’amore è amore […] perché dire no all’incesto? Il film Esterno sera ci prova, anche se la prende alla larga, tra cugini. La regista Barbara Rossi Prudente afferma: “Nel film racconto un amore tra cugini in maniera molto casta. Ma è considerato un rapporto incestuoso e in Italia fa ancora paura parlare di queste cose… È una storia sconveniente, ma un amore così può nascere”.
L’autore (e a quanto pare anche la regista) sembra ignorare che in Italia le nozze tra cugini sono perfettamente legittime per il Codice Civile; non lo sono invece per il diritto canonico, che comunque prevede la possibilità di una particolare dispensa. Ma attribuire la cosa a una recentissima tendenza culturale, piuttosto che a un codice vecchio di decenni, è certo più funzionale alla costruzione di un immaginario pericolo incombente.

Gli integralisti, in conclusione, sono come quei disgraziati che si aggirano nelle discariche del Terzo Mondo, e che riempiono le loro sporte con quello che capita: un frutto mezzo marcio, il carillon che suona ormai una sola nota, una bambola spelacchiata; una vecchia fallacia, un fatto di incerta consistenza, l’articolo apparso su una rivista di dubbia reputazione, la conclusione affrettata del primo che passa; tutto viene afferrato con mani avide e rimesso in circolazione in qualche miserabile mercatino. Sono poveri – poveri culturalmente e intellettualmente, dopo che la loro cultura è rimasta asfaltata dalla modernità, dopo che i più brillanti sono da tempo passati all’altra parte; non riescono quasi più ad articolare le complesse distinzioni di una volta, a colpi di cause finali e sostanza e accidente. Da qui le grottesche semplificazioni odierne, con l’embrione persona fin dal concepimento o il matrimonio destinato esclusivamente alla procreazione. Da qui l’attaccarsi a ogni assurdità che sembri lì per lì tornare utile alla causa. Possono farci paura per un minuto, come la teppaglia di petainisti e vandeani che ha imbrattato per un po’ le strade di Parigi; ma mi chiedo se non ci strapperanno, alla fine della giornata, quando avranno perso tutto per sempre, un moto furtivo di compassione.

venerdì 7 giugno 2013

“Questo matrimonio non s’ha da sciogliere. Anche se lui adesso è una lei”

Il signor A e la signora B si sposano. Poi il signor A decide di cambiare sesso e diventa la signora A. Per legge il loro matrimonio deve finire, anche contro la loro volontà. Parliamo in esclusiva con uno dei loro avvocati difensori.

INCOSTITUZIONALE SCIOGLIERE UN MATRIMONIO? – La prima sezione civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 14329/2013, ha sollevato ieri il dubbio di costituzionalità riguardo allo scioglimento automatico e obbligato di un’unione in seguito al cambiamento di sesso. Nell’ordinanza gli atti vengono rinviati alla Corte Costituzionale, con la richiesta di controllare la legittimità di alcuni articoli della legge sulla rettificazione di attribuzione di sesso (164/1982). Non è forse ingiusto imporre un divorzio? Non è forse il consenso il fondamento matrimoniale? La legge sembra essere brutale e pornografica, intromettendosi in questo modo nell’intimità familiare.
I CONIUGI – Il signor A e la signora B si sposano alcuni anni fa. Qualche tempo dopo il signor A fa domanda per la riattribuzione di sesso. Alla conclusione del lungo percorso, il tribunale di Bologna nel 2009 dispone la rettifica e annota a margine dell’atto di matrimonio: “là dove è scritto “maschile” ad indicare il sesso del nato debba leggersi ed intendersi “femminile” e là dove è scritto “Signor A” ad indicare il nome debba leggersi “Signora A”, pertanto il Signor A […] ha assunto il nuovo prenome di Signora A”.
EFFETTO COLLATERALE – La sentenza del tribunale produce però anche, ai sensi dell’articolo 4 della legge 164 del 1982 (“La sentenza di rettificazione […] provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso”), la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Impone, in altre parole, la fine del vincolo matrimoniale anche se i coniugi, come in questo caso, non hanno alcuna intenzione di scioglierlo. Inizia così la loro battaglia per difendere il loro matrimonio che le ha portate fin qui.

domenica 13 gennaio 2013

Come nascono le notizie di Avvenire? Un esercizio di critica delle fonti

La sentenza con cui la Prima sezione civile della Corte di Cassazione ha confermato l’affidamento esclusivo di un bambino alla madre omosessuale sta generando in questi giorni una lunga catena di reazioni. In particolare, ha fatto discutere l’osservazione della Corte che alla base del ricorso del padre del bambino non fossero «poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».
La stampa integralista ha subito sentito il bisogno di richiamare le presunte prove scientifiche che dimostrerebbero, al contrario, che solo nell’ambito di una famiglia eterosessuale tradizionale sia possibile un armonioso sviluppo del bambino. In particolare, è stata ripreso uno studio del sociologo Mark Regnerus, uscito l’anno scorso; ecco come ieri si esprimeva in proposito Avvenire in un articolo non firmato («Ricerca Usa sui figli degli omosex. “Più a rischio suicidio e malattie”», 12 gennaio 2013, p. 5):

Il 12 per cento dei figli delle coppie o­mossessuali pensa al suicidio (contro il 5% delle coppie normali), il 40% è più propenso al tradimento (13% tra gli etero­sessuali), più frequentemente sono disoc­cupati (28% contro l’8%), ricorrono più spesso alla psicoterapia (19% contro l’8%), contraggono con più facilità patologie tra­smissibili sessualmente (40% contro l’8%). Non si tratta di un saggio di natura omofo­bica ma di quella che viene considerata la ricerca scientifica più ampia e più detta­gliata a livello internazionale sui figli delle coppie omosessuali. L’ha realizzata e pub­blicata sulla rivista “Social Science Resera­ch [sic]”, il sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus. […] Negli Usa la ri­cerca è stata ferocemente contestata dalla lobby omosessuale. Sono stati firmati ap­pelli perché l’Università mettesse alla por­ta il docente e sono state sollecitate in­chieste per verificare la scientificità dello studio. Nell’agosto scorso l’Università del Texas, portate a termine le verifiche del ca­so, ha concluso ufficialmente che nessuna accusa di faziosità possa essere attribuita al ricercatore e ha chiuso ufficialmente la que­stione con una nota sul sito dell’ateneo. An­che il New York Times, che non può essere certo accusato di tendenze omofobiche, ha valutato positivamente la ricerca, definen­dola «rigorosa», e ha dato spazio alle valu­tazioni di 18 esperti e docenti universitari che ne hanno riconosciuta l’attendibilità.
La notizia che il New York Times avrebbe così autorevolmente avallato lo studio di Regnerus avrà comunicato un brivido di eccitazione ai lettori abituali di Avvenire; e anche, penso, ai lettori abituali di Bioetica – anche se in questo caso potremmo parlare più correttamente di un brivido di aspettativa, conoscendo certi precedenti...

Com’è suo costume, il giornale dei vescovi italiani si guarda bene dall’indicare le fonti; una breve ricerca nell’archivio del New York Times ci fa trovare l’unico articolo che corrisponde alla descrizione di Avvenire. Si tratta di «Debate on a Study Examining Gay Parents», di Benedict Carey, pubblicato online l’11 giugno 2012. Ma la corrispondenza è solo parziale. Scrive infatti Carey:
Gli esperti neutrali, nel complesso, riconoscono che la ricerca è rigorosa, fornendo alcuni dei dati ad oggi migliori sul confronto tra la riuscita dei bambini che hanno avuto un genitore gay e quella dei bambini che hanno avuto genitori eterosessuali. Ma sostengono al tempo stesso che i risultati non sono particolarmente rilevanti al dibattito in corso sul matrimonio omosessuale o sull’omoparentalità [corsivo mio].
Nell’originale:
[O]utside experts, by and large, said the research was rigorous, providing some of the best data yet comparing outcomes for adult children with a gay parent with those with heterosexual parents. But they also said the findings were not particularly relevant to the current debate over gay marriage or gay parenting.
La sintesi di Avvenire è insomma, per usare un eufemismo, decisamente parziale. La cosa più inquietante è che l’articolo del Times non dà affatto spazio, come vorrebbe invece Avvenire, «alle valu­tazioni di 18 esperti e docenti universitari» che avrebbero riconosciuto l’attendibilità dello studio di Regnerus. L’articolo di Carey ospita le opinioni di tre studiosi, che si esprimono così:
Paul Amato, un sociologo della Penn State University […] sostiene che molti studiosi sospettavano che alcuni bambini con un genitore gay potessero avere più problemi del bambino medio, in particolare nei decenni scorsi, quando lo stigma sociale era maggiore. “Sappiamo, per esempio, che molte persone con un genitore gay sono state sostanzialmente allevate in una famiglia adottiva e hanno vissuto il divorzo dei genitori, circostanze associate con svantaggi modesti ma reali”.
Altri sostengono che lo studio abbia un’utilità limitata. “Ciò di cui abbiamo davvero bisogno in questo campo è che ricercatori fortemente scettici studino genitori gay dallo stile di vita stabile e li confrontino direttamente con gruppi analoghi di genitori eterosessuali dallo stile di vita stabile”, afferma Judith Stacey, sociologa della New York University. […]
“Quando guardo i suoi [di Regnerus] dati, quello che ne ricavo è soprattutto che il divorzio e il passaggio da una famiglia all’altra non sono benèfici per i bambini”, sostiene Gary Gates, demografo della University of California, Los Angeles.
Vengono riportate poi anche le parole dello stesso Regnerus; e siamo così a 4 studiosi, non 18, tre quarti dei quali non sembrano particolarmente propensi a «riconoscere l’attendibilità» dello studio. Un ultimo controllo nell’archivio della Grey Lady conferma che da nessuna parte si parla dei fantomatici 18 studiosi.

Da dove arriva questo bizzarro supplemento? E da dove la sintesi stravolgitrice del senso dell’articolo del New York Times? Impossibile pensare a un falso architettato a freddo: il numero «18» è troppo preciso. Deve essere successa qualche altra cosa; l’ipotesi che si presenta immediatamente è che il giornalista di Avvenire abbia visto due notizie accostate, e le abbia fuse in una sola. La cosa può sembrare improbabile, a prima vista; ma una rapida ricerca in Rete ci porta a una conferma inaspettata.

Marco Tosatti è il vaticanista della Stampa. Suoi articoli compaiono fra l’altro anche sul sito Vatican Insider, «un progetto del quotidiano “La Stampa”, dedicato all’informazione globale sul Vaticano, l’attività del Papa e della Santa Sede, la presenza internazionale della Chiesa cattolica e i temi religiosi». Il giorno prima che uscisse l’articolo di Avvenire, Tosatti pubblica su Vatican Insider «“Ecco quali saranno i problemi dei figli di coppie gay”» (11 gennaio 2013), un pezzo dedicato allo studio di Mark Regnerus che corrisponde quasi alla lettera a quello del quotidiano della Cei. Ecco come si chiude:
La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da [sic] New York Times, certo non sospetto di simpatia verso posizioni tradizionali. Il quotidiano ha scritto che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.
La citazione dal New York Times è un po’ più lunga, ma è troncata anche qui al punto giusto. Ma si noti soprattutto il sintagma «da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari»: da cosa dipende? Nel contesto della frase in cui si trova è chiaramente sgrammaticato; solo andando più indietro ci rendiamo conto che in realtà dipende da «La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da»; cioè la ricerca di Regnerus è stata approvata dal New York Times, da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari (che non c’entrano nulla con il quotidiano newyorkese) e da diversi psicologi e psichiatri. Capiamo adesso cosa è successo: il giornalista di Avvenire è stato tratto in inganno dalla frase a-grammaticale di Tosatti, e ha capito che i 18 fossero identici agli «esperti esterni» citati dal Times; allo stesso tempo, fidandosi di Tosatti, ha dato per acquisito che questi ultimi avessero soltanto elogi per Regnerus.

Qui però si pone un altro problema: come diavolo avrà fatto Tosatti a scrivere una frase così atrocemente sbilenca? E perché neppure lui cita l’articolo di Carey per intero? Ci assale un dubbio atroce: vuoi vedere che anche lui dipende da una fonte antecedente? La ricerca stavolta è più rapida: ci aiuta lo stesso Tosatti, che nel suo blog sul sito della StampaCoppie gay e figli: una ricerca USA», San Pietro e dintorni, 11 gennaio 2013) riassume le conclusioni dell’articolo su Vatican Insider, lasciando cadere una frase un po’ sibillina: «I dati della ricerca sono stati pubblicati, oltre che su questo blog, anche dal sito UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali». Ed è proprio su questo sito che troviamo l’articolo che ha dato origine a questa piccola commedia degli equivoci («Chiusa l’indagine su Regnerus: “è valido lo studio sui problemi di chi ha genitori gay”», 6 settembre 2012), e che si conclude così:
lo studio di Regnerus in cui si dimostra il disagio psicofisico per i figli cresciuti da genitori omosessuali, è stato approvato dal “New York Times”, dove si ricorda che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.
Lascio al lettore il compito di confrontare la lettera di questo articolo con quella dell’articolo di Tosatti, e di trarne le necessarie conclusioni.

Abbiamo insomma un giornalista di Avvenire che si rifà a un articolo di un altro giornalista italiano, senza capirne il senso e senza prendersi i cinque minuti necessari a controllare l’originale; abbiamo uno stimato vaticanista che non si prende neppure lui quei cinque minuti, e preferisce rifarsi – oltretutto convertendolo in un italiano impossibile – a un articolo di un gruppo di integralisti con gli occhi fuori dalla testa; che però sono quelli che ci fanno a conti fatti la figura migliore: l’alterazione di partenza del senso dell’articolo del Times è opera loro, ma il link all’originale almeno l’hanno messo (e in un articolo precedente ne davano una sintesi più onesta). No, decisamente la stampa italiana non è il New York Times...

mercoledì 4 luglio 2012

Monogamia: il mito del contratto naturale



Infedeltà, divorzi e relazioni aperte mettono a dura prova la monogamia, eppure per molti resiste la convinzione che sia quello il modello di relazione amorosa. Con la fine dell’indissolubilità del matrimonio è svanita la concezione dell’unica anima gemella e la monogamia è diventata temporanea, cioè finché dura il matrimonio o il legame affettivo. Ma spesso solo sulla carta perché di fatto siamo fedifraghi seriali.
C’è anche un sito, “Incontri extraconiugali”, che si vanta di essere il primo in Italia dedicato alle persone sposate, garantisce discrezione per chi cerca “nuove avventure e incontri occasionali per riaccendere il desiderio”. C’è pure la sezione “Tradimento: consigli utili” per non farsi scoprire, ovviamente. Perché la monogamia - le cui radici sembrano aver avuto un’utilità evolutiva - continua a essere un ideale nonostante la maggior parte delle persone non sia monogama?

Su la Lettura #33, 1 luglio 2012.

giovedì 29 marzo 2012

Don’t ask, don’t tell

Stonewall, New York City

La morte di Lucio Dalla ha smosso un fondale fangoso e ben sedimentato. Non tanto la morte in sé - che ha comunque dato il via a una corsa a manifestare una specie di egocentrica mania di raccontarsi e ha diviso gli italiani tra detrattori e eterni sostenitori: cosa ha significato Dalla per me, qual è la mia canzone preferita, dov’ero quando ho saputo che è morto e cosa facevo. Sul fronte opposto: non faceva nulla di buono da vent’anni o più, non lo ascoltavo mai, vuoi mettere i Rolling Stones?, che brutto quel parrucchino e così via. Come se non bastasse s’è poi scatenata l’onda dei buoni (e cattivi) sentimenti sulla morte di chi non ha mai dichiarato la propria omosessualità, con un misto di commiserazione, adulta “comprensione” e posticipata denuncia. Su questo aspetto della sua vita si sono avventati tardivamente sciacalli e spioni: outing forzati e ipocrite manifestazioni verso Marco Alemanno - compagno, collaboratore, amico intimo o molto intimo, ci mancava solo colf. Non solo: commozione e apprezzamento per l’indubitabile segnale di apertura da parte della Chiesa, visto che il funerale proprio in una Chiesa s’è celebrato - secondo la regola “don’t ask, don’t tell” consigliata ai militari statunitensi. Basta non dire, basta non chiedere. Un suggerimento ipocrita e ignorato dai due innamorati all’aeroporto delle Hawaii alla fine del febbraio scorso: un sergente dei Marines e il suo compagno, che quando si sono rivisti si sono abbracciati e baciati in pubblico. Sullo sfondo la bandiera a stelle e strisce. Ma qui in Italia vale ancora, e se vuoi un funerale in Chiesa è meglio non fare dichiarazioni avventate. È il dominio dei diritti mai affermati o erosi, dove ci si arrangia e si chiede per favore, invece di poter reclamare un diritto (alla uguaglianza e alla non discriminazione). Rimane sicuramente controverso se le persone famose abbiano il dovere di combattere ingiustizie e discriminazioni esistenti tramite la propria testimonianza. E rimane anche il dubbio su quanta fatica sia necessaria per occultare, negare e rimuovere un pezzo tanto rilevante della tua vita. Dalla in ogni modo è un caso singolo, ma è anche una occasione per parlare di un buco di diritti che non accenna a restringersi. Il buco di un Paese in cui l’affetto e il legame tra due uomini e due donne non è protetto dalla legge sebbene non vi siano ostacoli costituzionali ad impedirlo: l’articolo 29 parla di coniugi e non di vagine e peni. Un Paese però confuso, perché se ti sottoponi a un intervento per cambiare sesso, puoi poi sposare qualcuno del tuo stesso sesso (quello genetico, quello originario che poi hai modificato chirurgicamente). E questo è giusto, ma solleva almeno un paio di domande: a fare la differenza è una parte anatomica presente o assente? E se due persone possono sposarsi e adottare in queste condizioni, perché siamo ossessionati dal guardare nelle mutande? Ma è proprio questo uno dei nodi: l’ossessione pornografica presente pure nella oscena circolare firmata da Giuliano Amato che impedisce di trascrivere matrimoni contratti all’estero, cioè in Paesi più giusti del nostro. Quella circolare ha invocato, per giustificarsi, ragioni di ordine pubblico e ha invitato i responsabili dell’applicazione di suddetta trascrizione a controllare bene il sesso dei richiedenti. Non solo il matrimonio in Italia ha confini tanto angusti, ma ogni tentativo di offrire almeno una caricatura di uguaglianza - DiCo, DiDoRe e altre mostruosità - è fallito miseramente. Sembra paradossale e inutile combattere l’omofobia se viviamo in uno Stato che la giustifica e la sostiene, perché è il primo a confermare che le persone non sono tutte uguali. Alla fine di dicembre scorso è stato pubblicato un report sull’American Journal of Public Health che mostrava i vantaggi del matrimonio: gli Stati in cui tutti possono sposarsi spendono meno in assistenza sanitaria. Se non fossimo pronti a giocarci la carta della giustizia, potremmo insomma attaccarci a quella della convenienza. Il moralismo però prevale su tutto. Se questo è un Paese giusto.

Lamette, Il Mucchio n. 693 di aprile.

martedì 17 gennaio 2012

Test: scopri il discriminatore che è in te

È raro che qualcuno ammetta di essere ingiusto. La strategia più comune è quella di considerare immeritevoli quelli verso cui siamo ingiusti. “Discriminatorio io?” “Ma no, sei tu a non avere i requisiti per essere trattato diversamente da come ti tratto. Non sono ingiusto io, se tu che sei inferiore.” Il dominio dei destinatari è vasto: persone di un sesso diverso dal nostro, appartenenti a un’altra cultura, nate in un Paese o in una città più o meno lontani da noi. L’eventuale diversità viene trasformata in una gerarchia in cui noi siamo i più ganzi, e gli altri sono inferiori, in una visione claustrofobica e autistica. Chissà, magari non è solo mala fede o potere seduttivo del sopruso, alcuni ci credono davvero e non notano le analogie di una loro posizione (ingiusta e ingiustificabile) con altre che loro stessi valuterebbero inammissibili, moralmente ripugnanti e irrispettose dell’uguaglianza tra le persone. Non abbiamo ancora bisogno di discutere quest’ultimo punto, vero? È difficile capire se, nel caso di Michele Bachmann, siamo di fronte a malafede, lucida discriminazione o nonsense. Qualunque sia l’ipotesi più verosimile, seguire la sua logica bizzarra è un esercizio utile. Bachmann, repubblicana di ferro, candidata alle presidenziali del 2012, è nota per le sue posizioni ultraconservatrici e illiberali. Nel dicembre scorso uno studente di una scuola superiore dell’Iowa le domanda: perché due persone dello stesso sesso non possono sposarsi? “Certo che possono sposarsi - risponde Bachmann - ma devono sottostare alle leggi proprio come tutti gli altri. Possono sposare un uomo se sono donne. Oppure possono sposare una donna se sono uomini”. Alexandra Petri, columnist e autrice del blog ComPost sul Washington Post, dopo avere precisato che le leggi dell’Iowa permettono alle persone dello stesso sesso di sposarsi, propone alcune analogie che fanno ridere, ma che sono concettualmente potenti e precise, e dimostrano quanto sia ripugnante la posizione di Bachmann (Michele Bachmann gets things straight on gay marriage, 1 dicembre 2011). Sono analogie utili anche a tutti quelli che domandano: “che necessità c’è del matrimonio?”, “non vanno bene anche i DiCo?” - ignari, magari, di quanto queste domande siano intrise di discriminazione. Fate il test “scopri il discriminatore che c’è in te”. Petri immagina cosa risponderebbe Bachmann ad alcune domande. “Perché Rosa Parks non può sedersi nei sedili anteriori dell’autobus?”. “Può sedersi - risponderebbe - può sedersi in fondo all’autobus”. O immaginate, al ristorante, di chiedere il menu vegetariano. “Il menu vegetariano prevede bistecca” replicherebbe Bachmann in versione cameriera.
Il Mucchio di gennaio-febbraio 2012.

sabato 7 maggio 2011

Opus Gay


Mel ROMA, venerdì 13 maggio ore 18, presentazione del libro di Ilaria Donatio OPUS GAY. La Chiesa cattolica e l'omosessualità.

giovedì 6 gennaio 2011

Niente di nuovo sul fronte costituzionale

È stata pubblicato il testo dell’Ordinanza n. 4/2011, con cui la Consulta ha rigettato la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Ferrara, di alcuni articoli del codice civile, nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, per contrasto presunto con gli articoli 2, 3 e 29, primo comma, della Costituzione. La Corte, com’era prevedibile, ha rimandato alla sua precedente sentenza n. 138/2010, in cui rigettava analoga questione, non ritenendo che risultino «allegati profili diversi o ulteriori, idonei a superare gli argomenti addotti nella precedente pronuncia». Nessuna novità, dunque, su questo fronte.

mercoledì 4 agosto 2010

Judge strikes down Prop. 8, allows gay marriage in California

A federal judge in San Francisco decided today that gays and lesbians have a constitutional right to marry, striking down Proposition 8, the voter approved ballot measure that banned same-sex unions.

U.S. District Chief Judge Vaughn R. Walker said Proposition 8, passed by voters in November 2008, violated the federal constitutional rights of gays and lesbians to marry the partners of their choice.. His ruling is expected to be appealed to the U.S. 9th Circuit Court of Appeals and then up to the U.S. Supreme Court.
Los Angeles Times, august 4, 2010.

venerdì 18 giugno 2010

Doppi incarichi

Abituati come siamo che nessuno molla nemmeno la tessera scaduta della palestra, le dimissioni di Mara Carfagna dal consiglio regionale campano sembrano eroiche.
Ma cosa è cambiato in due mesi? Non è che ci volesse molto a capirlo che se fai il ministro non puoi fare anche il consigliere.
A questo si aggiunge la perplessità per i commenti entusiasitici sotto al suo post e una delle frasi nel post stesso.

Se c’è una cosa di cui sono felice, dopo avere scritto e spedito la lettera di dimissioni, è che al mio posto, in Consiglio, siederà da domani una donna.
Ci si sarebbe aspettati di leggere un’altra donna, altrimenti sorgono dei sospetti.
Ormai avventuratami nel suo blog leggo uno dei più recenti: Grazie Polizia per limpegno di prevenzione e lotta contro violenza e discriminazione.
Scrive il ministro per le pari opportunità:
La prima risposta alle violenze commesse contro gli omosessuali, i gravissimi episodi che la cronaca ha registrato nelle scorse settimane, dev’essere ed è quella della sicurezza. Sicurezza che il governo vuole garantire a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione.
Peccato che dimentichi che non è vero che tutti i cittadini abbiano lo stesso trattamento, che tralasci il fatto che sicurezza è il nuovo tormentone e che non significa nulla se non se ne chiarisce il significato. Sarebbe troppo banale concordare che nessuno debba essere assalito e picchiato. Sarebbe però doveroso aggiungere che combattere il razzismo, per esempio, passa necessariamente attraverso leggi che eliminano qualunque differenza di trattamento giuridico (pensiamo al divieto di contrarre matrimoni misti). Ecco, arriviamo al punto: le distinzioni in Italia ci sono eccome, perché se sei omosessuale non ti puoi sposare e non hai gli stessi diritti familiari degli eterosessuali.
Mantenere queste discriminazioni giuridiche significa alimentare quella schifezza che per capirci chiamiamo omofobia. Purtroppo il ministro, insieme a tanti altri, è una perfetta rappresentante della omofobia, magari più educata di altri, più perbene, ma altrettanto discriminatoria, violenta e razzista.
La sua recente dichiarazione sui matrimoni gay, moralistica e condiscendente, la trovate qui sotto.

I pentimenti di Mara Carfagna


Chi si era illuso cosa ha da dire oggi?

giovedì 20 maggio 2010

Matrimonio omosessuale. Diritto, Morale, Politica

Politeia, Centro per la ricerca e la formazione in politica ed etica e l’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Giuridiche “Cesare Beccaria” organizzano il convegno

Matrimonio omosessuale. Diritto, Morale, Politica

Milano, 9 giugno 2010 − ore 15.00-18.30
Sala di Rappresentanza del Rettorato
Università degli Studi di Milano
Via Festa del Perdono, 7 - Milano

Il diritto italiano esclude il matrimonio tra persone dello stesso sesso, oppure questa è un’interpretazione arbitraria del diritto vigente? Il matrimonio omosessuale è una questione che solleva problemi morali? Quali sono le ragioni politiche che fanno sì che, mentre nel resto del mondo occidentale si riconosce valore giuridico al matrimonio omosessuale o alle forme alternative di unione famigliare, in Italia sembra che l’argomento sia stato accantonato? E quale ruolo svolge la Chiesa Cattolica nella rimozione di questo tema dall’agenda politica? Il Convegno intende affrontare tali questioni con il contributo di giuristi, filosofi e sociologi, alla luce della sentenza 138/2010 della Corte Costituzionale.

Ore 14.45
Registrazione Partecipanti
Ore 15.00
Apertura del Lavori

Presiede:
Patrizia Borsellino (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

Ore 15.15
I Sessione:

Vittorio Angiolini (Università degli Studi di Milano)
Libertà di sviluppo della personalità in relazione al sesso
Barbara Pezzini (Università degli Studi di Bergamo)
Coppie same-sex e matrimonio: quale uguaglianza dopo la sent. 138/2010
Marilisa D’Amico (Università degli Studi di Milano)
Principi costituzionali e quadro europeo: una decisione ambigua

Ore 16.15
Discussione

Ore 16.45
II Sessione:

Paola Ronfani (Università degli Studi di Milano)
Famiglie e matrimoni dei nostri tempi
Chiara Lalli (Università degli Studi di Cassino)
I paradossi della sentenza 138/2010
Persio Tincani (Università degli Studi di Bergamo)
Difesa del matrimonio. Matrimonio omosessuale e principio del danno

Ore 17.45
Discussione

La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti

Per informazioni: Politeia.
Tel.: 02 58313988; Fax: 02 58314072; e-mail: politeia@fildir.unimi.it.

mercoledì 5 maggio 2010

Due paradossi per una sentenza /2

Dopo aver esaminato nel primo post di questa serie le contraddizioni relative alle unioni civili della sentenza 138/2010, con cui la Corte Costituzionale ha rifiutato di dichiarare incostituzionali le norme che limitano il matrimonio ai soli eterosessuali, passiamo adesso al secondo paradosso contenuto nella 138.

Pierre Menard, autore della Costituzione
Dopo aver stabilito che le unioni fra persone omosessuali costituiscono una delle formazioni sociali di cui parla l’art. 2 della Costituzione, la Corte è passata a spiegare perché a suo giudizio il Codice Civile non viola l’art. 29 della Costituzione (§. 9):

La questione sollevata con riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost. non è fondata.
Occorre prendere le mosse, per ragioni di ordine logico, da quest’ultima disposizione. Essa stabilisce, nel primo comma, che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», e nel secondo comma aggiunge che «Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare».
La norma, che ha dato luogo ad un vivace confronto dottrinale tuttora aperto, pone il matrimonio a fondamento della famiglia legittima, definita “società naturale” (con tale espressione, come si desume dai lavori preparatori dell’Assemblea costituente, si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che questo doveva riconoscere).
Ciò posto, è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi. Detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata.
Infatti, come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l’art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un’articolata disciplina nell’ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale.
Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa.
Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto.
Non è casuale, del resto, che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale.
In questo quadro, con riferimento all’art. 3 Cost., la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio.
Un aspetto importante di questa parte della sentenza riguarda la sua incidenza su una possibile futura legge che estendesse il matrimonio alle coppie di persone dello stesso sesso. Com’è noto, la Corte si è pronunciata sulla costituzionalità delle norme che limitano l’istituto matrimoniale agli eterosessuali, e non quindi direttamente sulla costituzionalità del matrimonio omosessuale; ma nel momento in cui afferma che i Padri Costituenti hanno inteso limitare il matrimonio alle coppie formate da un uomo e da una donna, è difficile vedere in che modo potrebbe in avvenire ammettere la costituzionalità del matrimonio omosessuale, qualora fosse chiamata a pronunciarsi in proposito.
La pensa così Andrea Pugiotto, che dichiara all’Unità (Delia Vaccarello, «“Così la Consulta conferma l’ipocrisia”», 19 aprile, p. 37):
Dato il suo «nucleo», una legge che introducesse le nozze omosessuali sarebbe incostituzionale. In Italia non si potrebbe fare ciò che è stato possibile, ad esempio, in Spagna e in Portogallo e che né la Convenzione europea dei diritti Umani (Cedu) né la Carta di Nizza vietano.
L’avvocato Luigi D’Angelo ribadisce il concetto – non senza, par di capire, una certa soddisfazione – in un contributo per il Forum di Quaderni CostituzionaliLa Consulta al legislatore: questo matrimonio “nun s’ha da fare», 16 aprile 2010):
sembrerebbe potersi affermare alla luce della decisione de qua, in particolare, che mentre il legislatore non incontrerebbe limiti nel disciplinare detta unione come destinataria di un espresso riconoscimento giuridico (coppia di fatto, stabile convivenza, ecc.), lo stesso rimarrebbe tuttavia impossibilitato nel sancire l’ammissibilità del matrimonio tra omosessuali, pena l’incostituzionalità della relativa disciplina. […]
Se dunque è lo stesso dato costituzionale ad imporre una simile conclusione ovvero quella della diversità di sesso tra i coniugi – non potendo peraltro “il precetto costituzionale … essere superato per via ermeneutica” –, non si vede come un intervento del legislatore possa mutare “orientamento” al proposito.
Alle medesime conclusioni dovrebbe vieppiù pervenirsi se si dovesse ritenere che l’art. 29, comma 2, Cost. costituisce norma attuativa dell’art. 3 Cost. – nella parte in cui vieta discriminazioni basate sul sesso o di genere – come sembra peraltro potersi desumere altresì dalle parole della Consulta che inquadra proprio nell’ambito di un rapporto di genere il principio di parità di trattamento ex art. 29, comma 2.
Nella stessa sede, ma più sinteticamente, Marco Croce nota che «la lettura che è stata data dell’art. 29 C. esclude la possibilità di estensione dell’istituto matrimoniale» («Diritti fondamentali programmatici, limiti all’interpretazione evolutiva e finalità procreativa del matrimonio: dalla Corte un deciso stop al matrimonio omosessuale», 23 aprile 2010).
L’unico ottimista, ancora una volta, è Luca Simonetti («Che cosa ha VERAMENTE detto la sentenza n. 138/2010 della Corte Costituzionale?», Karl Kraus, 22 aprile):
Notate quindi che la Corte NON sta dicendo […] che un eventuale matrimonio omosessuale sarebbe incostituzionale (ammesso e non concesso che un’affermazione ipotetica del genere potesse avere un valore giuridico qualunque)
(All’inciso di Simonetti si può rispondere dicendo che il punto non è il valore giuridico attuale della sentenza, ma il principio affermato, che domani – a giurisprudenza immutata, si intende – potrebbe verosimilmente essere applicato di nuovo.)
Anche ammesso che la sentenza abbia queste conseguenze negative su ogni progetto futuro di estensione del matrimonio agli omosessuali, si potrebbe comunque osservare che al momento parlare di norme tanto avanzate è del tutto utopistico nel nostro paese. Ma, al di là degli effetti giuridici più o meno futuribili, il pronunciamento dei giudici costituzionali ha anche effetti culturali e sociali immediati, e vale dunque la pena esaminare quanto sia fondato.

La Consulta si è basata, come abbiamo visto, non sulla lettera della Costituzione ma sull’intenzione di chi l’ha scritta. Questo modo di procedere ha sollevato gravi perplessità; ecco cosa scrive Luca Simonetti:
Per quanto sia un testo intellettualmente e culturalmente di pregio eccelso, e per i suoi tempi estremamente avanzato, la Costituzione non può e non deve essere interpretata solo con riferimento all’intenzione del costituente, pena la sua irrimediabile cristallizzazione: mentre il pregio di una Costituzione valida (cioè la sua duratura attualità) deve essere accompagnato dalla flessibilità con cui il suo testo letterale può essere ‘adattato’ al mutare delle circostanze e dei costumi. La stessa Consulta questo processo adattativo l’ha adoperato innumerevoli volte senza grandi difficoltà. […] Se un fenomeno, naturale, economico o sociale che sia, pur sconosciuto ai costituenti e emerso solo recentemente, è funzionalmente simile ad istituti già presi esplicitamente in considerazione nel testo costituzionale, allora può benissimo essere meritevole della stessa tutela degli altri istituti costituzionalmente tutelati, anche se il legislatore dell’epoca non ci aveva mai pensato o non si sarebbe mai nemmeno lontanamente immaginato di doverci pensare. D’altronde non è molto coerente, a poche righe di distanza, dire prima che le unioni omosessuali rientrano tra le formazioni sociali dell’art 2 Cost. e poi che la famiglia dell’art. 29 Cost. non si può riferire alle unioni omosessuali: il test “letterale” usato per l’art. 29 Cost. avrebbe portato a risultati identici anche per l’art. 2!
Per Marco Croce, con il criterio adottato dalla Consulta
l’interpretazione evolutiva si risolverebbe nell’original intent e tutti o quasi i diritti di ‘II e III generazione’ riconosciuti dal giudice delle leggi nella sua più che cinquantennale giurisprudenza non avrebbero dunque cittadinanza alcuna nell’ordinamento costituzionale.
Da parte mia, mi limiterò a evidenziare quello che mi appare il secondo paradosso della sentenza. Supponiamo che in futuro il Parlamento, per superare l’obiezione della Corte, sia costretto a modificare l’art. 29 della Costituzione; ebbene, essendo l’intenzione del legislatore mutata, il Parlamento potrebbe riproporre un testo del tutto identico a quello originario, visto che nella lettera dell’art. 29 nulla contrasta col matrimonio fra omosessuali, e anzi il riferimento ai «coniugi» anziché a «l’uomo e la donna» sembra quasi un evidente esempio di linguaggio inclusivo!
Si avrebbe così una situazione simile a quella immaginata da Borges nel racconto «Pierre Menard, autore del Chisciotte», in cui uno scrittore contemporaneo riscrive alla lettera alcuni capitoli del Don Chisciotte, ma con un’intenzione diversa da quella dell’autore originale (Finzioni, trad. di Franco Lucentini):
Il raffronto tra la pagina di Cervantes e quella di Menard è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, scrisse (Don Chisciotte, parte I, capitolo IX):
…la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire.
Scritta nel secolo XVII, scritta dall’ingenio lego Cervantes, quest’enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, per contro, scrive:
…la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire.
La storia, madre della verità; l’idea è meravigliosa. Menard, contemporaneo di William James, non vede nella storia l’indagine della realtà, ma la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che avvenne, ma ciò che noi giudichiamo che avvenne. Le clausole finali – esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire – sono sfacciatamente pragmatiche.
Ma forse il paradosso è solo apparente, e potrebbe essere superato per mezzo di una legge costituzionale che proponga una sorta di interpretazione autentica della Carta.

Per la verità, la Consulta sembra aver proposto, seppur debolmente, anche due argomenti di natura letterale. Nel primo sostiene che «il secondo comma della disposizione […], affermando il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale». Ma ovviamente è facile trovare situazioni in cui il coniuge debole sia invece l’uomo, e quindi il comma non ha implicazioni strette sul sesso dei coniugi. Il secondo argomento è il seguente:
Non è casuale, del resto, che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale.
Quello della finalità procreativa del matrimonio è il frusto luogo comune della più sciocca propaganda integralista, che si può confutare senza possibilità di risposta con il semplice richiamo ai matrimoni – in tutto e per tutto legittimi e legali – in cui la donna sia più che cinquantenne, e quindi anche potenzialmente incapace di generare un figlio. Trovare una simile, risibile insensatezza in una sentenza della Corte Costituzionale è ciò che più genera sgomento nell’occasione odierna.

(2. Fine.)