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lunedì 4 luglio 2016

La discriminazione immaginaria

Sul neonato blog del Popolo della Famiglia, il partito integralista fondato da Mario Adinolfi, è apparso oggi un post anonimo («La Raggi e le unioni incivili», 4 luglio 2016) che appare inusualmente impreciso anche per gli standard notoriamente assai bassi di Adinolfi e compagni (ho tolto i cognomi dei cittadini citati nel post per rispettare la loro privacy):

Virginia Raggi sarà il primo sindaco di grande città a celebrare una unione civile omosessuale. […] I “fortunati” saranno l’ultraquarantenne Raffaele V. e il non ancora trentenne Luca de S. […] L’opposizione all’unione a seguito delle pubblicazioni è già scaduta il 30 giugno, ma i due non hanno ancora fatto sapere quando la formalizzeranno. E se lo faranno. Va detto che la legge Cirinnà è in vigore già da oltre un mese, ma i comuni non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali vogliose di unirsi civilmente, anzi […] se romperanno gli indugi il giovanissimo Luca potrà anche puntare alla pensione di reversibilità del più maturo Raffaele: i gay ne hanno diritto.
Non avranno diritto alla pensione di reversibilità invece Luca S. e Raffaella C., anche loro utilizzeranno la stessa legge Cirinnà, le pubblicazioni sono on line e scadranno il 6 luglio poi potrà essere dichiarata la loro unione civile. Hanno un figlio piccolo, Luca è del 1977 quindi anche lui va per i quarant’anni, ma per Raffaella niente pensione di reversibilità. Perché? Perché sono etero e la pensione di reversibilità va solo ai gay. A un papà e a una mamma no. Se papà muore, mamma si arrangi. Ora, davvero non abbiamo ragione noi a chiamarla legge sulle unioni incivili? E questa clamorosa discriminazione basata sull’orientamento sessuale dei contraenti l’unione non fa fischiare le orecchie ai giudici della Corte costituzionale?
Di che cosa sta parlando l’anonimo blogger? Le unioni civili, secondo il testo della legge 76/2016 (la cd. legge Cirinnà), non prevedono affatto le pubblicazioni. La legge inoltre non è ancora pienamente in vigore: per iniziare a registrare le unioni civili i Comuni attendono i decreti attuativi – questo spiega perché finora «non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali». Non esiste poi l’unione civile tra persone eterosessuali: la legge ha istituito da un lato l’unione civile per le coppie dello stesso sesso e dall’altro le convivenze per coppie omosessuali ed eterosessuali.
Com’è possibile che chi ha scritto il post sia incappato in ben tre errori così grossolani? Chiaramente ci troviamo di fronte a qualcuno che non ha mai letto neanche per sommi capi la legge sulle unioni civili; ma deve esserci un altro fattore in gioco: non è possibile pensare che gli esempi addotti siano frutto di una sfrontata mistificazione.
Una breve ricerca sul sito del Comune di Roma svela il mistero. Gli esempi sono stati tratti dalla pagina dedicata al Registro delle Unioni Civili, istituito nel gennaio del 2015, che precede dunque la legge Cirinnà e se ne distingue per i requisiti richiesti (il Registro è aperto anche alle coppie di sesso diverso) e per le procedure di iscrizione (il Registro prevede le pubblicazioni). In altre parole, chi si è iscritto al Registro non ha contratto legalmente una unione civile, né la sua iscrizione sarà automaticamente convertita in unione civile quando la legge entrerà completamente in vigore. In fondo alla pagina il Comune avverte che «Per la presentazione delle domande di costituzione di una unione civile ai sensi della Legge 20 maggio 2016, n. 76 è necessario attendere l’emissione del decreto di attuazione della legge».

Che rimane allora dell’accusa paradossale di «discriminazione» mossa dal post alla legge sulle unioni civili? Si tratta di un’accusa ripetuta piuttosto spesso; sempre oggi, e sempre sul blog del Popolo della Famiglia, si poteva leggere per esempio quanto segue («Cos’è una famiglia, cosa non lo è»):
Perché l’architetto Luca che contra [sic] unione civile con il giornalista Marco, se muore gli passa la pensione di reversibilità, mentre se muore Giovanni che sta da trent’anni con Marta anche perché insieme hanno tre figli e per i motivi più diversi non si sono sposati la loro “unione civile” non da [sic] diritto alla reversibilità? A questo punto arriva l’ideologia contro la famiglia, a discriminare platealmente per via dell’orientamento sessuale? E su questa orrenda nuova legge sulle unioni gay la Corte costituzionale non ha nulla da dire, l’articolo 3 della Costituzione non recita che non possono essere compiute discriminazioni plateali di tal fatta, vista l’uguaglianza tra i cittadini?
La risposta a queste accuse è immediata e lapalissiana: due persone di sesso diverso possono accedere agli stessi diritti conferiti dalle unioni civili semplicemente sposandosi; se «per i motivi più diversi non si sono sposati» vuol dire che ai quei diritti hanno rinunciato o volontariamente o per cause impeditive che impedirebbero anche la costituzione di un’unione civile: dov’è la discriminazione? Sarebbe come se qualcuno, dopo aver rinunciato alla carriera di pilota dell’aeronautica militare, si lamentasse di essere discriminato rispetto a un pilota civile perché questi ha il brevetto di volo e lui no. L’autore del post sembra voler insinuare in qualche modo che la convivenza di fatto della coppia eterosessuale sia, al di là dei diritti concessi, sullo stesso piano dell’unione civile contratta dalla coppia dello stesso sesso; ma ovviamente non è così: la seconda coppia ha assunto degli obblighi legali – all’assistenza morale e materiale, alla coabitazione, a contribuire ai bisogni comuni – che la prima ha liberamente rifiutato. La stessa legge Cirinnà distingue nettamente, come accennavo sopra, tra l’unione civile e le convivenze.

Da cosa derivi la miscela di ignoranza, supponenza e storditaggine che alimenta la produzione scritta e orale del Popolo della Famiglia è difficile dire; l’unica cosa certa è che i risultati si vedono.

martedì 7 giugno 2016

Quanti voti ha preso il Popolo della Famiglia?

Com’è andato complessivamente il Popolo della Famiglia – il partito fondato da Mario Adinolfi – alle elezioni amministrative del 5 giugno 2016? In un post scritto a scrutinio ancora in corso Adinolfi sosteneva che il «dato nazionale ponderato del Popolo della Famiglia alle elezioni amministrative è dell’1.04%»; ma non si comprende in base a quale criterio sia stata calcolata questa cifra. Dal testo del post e dalla risposta a un commento sembra di capire che Adinolfi stia contando come voti del PdF tutti i voti andati a candidati sindaco sostenuti dal PdF e da altri partiti:

Ovviamente questo non è un calcolo corretto; sarebbe come se la Federazione dei Verdi rivendicasse di aver ricevuto a Roma il 24,91% dei voti, cioè tutti quelli andati al candidato Roberto Giachetti (sostenuto anche dai Verdi) invece dello 0,48% andato alla sua lista.
Qual è dunque l’entità vera del sostegno complessivo al PdF? Per prima cosa dobbiamo stabilire se contare i voti ai candidati sindaco o i voti alla lista. I due numeri non coincidono: molte persone che hanno messo un segno sul nome del candidato non hanno poi aggiunto il segno anche sul simbolo della lista (e dunque, secondo le regole elettorali, il loro voto non è stato accreditato alla lista), oppure, col voto disgiunto, hanno scelto una lista che sosteneva un altro candidato (i voti espressi indicando solo la lista, invece, come è noto, valgono anche come voti al candidato sostenuto da quella lista). Dato che qui ci interessa il risultato del partito, la scelta è obbligata: dobbiamo considerare i voti alla lista; chi ha votato solo per il candidato potrebbe aver inteso non votare anche la lista, oppure potrebbe aver esercitato il voto disgiunto. Inoltre, come abbiamo visto, in cinque comuni (quelli citati da Adinolfi più Salerno) il PdF sosteneva candidati sindaco sostenuti anche da altre liste, e non possiamo attribuire – checché ne pensi Adinolfi – tutti questi voti al solo PdF. Il denominatore sarà costituito, com’è la prassi in questi casi, dal totale dei voti validi andati alle varie liste (quindi senza contare le schede bianche o nulle), considerando ovviamente solo i comuni in cui il PdF ha presentato una propria lista. La scelta di considerare i voti di lista non penalizza in ogni caso il partito di Adinolfi: in quasi tutti i comuni in cui il PdF si è presentato da solo, la percentuale andata alla lista è stata superiore a quella andata al candidato sindaco (le eccezioni sono Rimini, Cagliari e Assisi).
Dobbiamo purtroppo escludere i risultati di Milano e Novara. In questi due casi il PdF si è presentato all’interno di una lista unitaria assieme ad altri soggetti politici: a Milano con la lista NoiXMilano di Nicolò Mardegan (sostenuta dai fascisti di Casa Pound), che ha ottenuto 5804 voti di lista su 503.721, pari all'1,15%, e a Novara con la lista civica Civitas Novara di Gian Carlo Paracchini, che ha ottenuto 951 voti di lista su 43.922, pari al 2,17%. È importante notare che in nessuno dei due casi il candidato sindaco apparteneva al PdF, né il simbolo del PdF spiccava particolarmente all'interno del contrassegno di lista (nel caso di Milano, a sentire alcuni commenti apparsi sulla pagina Facebook di Adinolfi, alcuni elettori non sarebbero riusciti a individuare la lista del PdF sulla scheda elettorale). In entrambi i casi è dunque oggettivamente impossibile identificare la percentuale di voti propria del PdF. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, per Bolzano, in cui si era votato per il Comune l’8 maggio scorso, e in cui il Popolo della Famiglia era presente all’interno della lista Alleanza per Bolzano con Holzmann, che comprendeva oltre al PdF altri quattro partiti, tra cui il Nuovo PSI e Fratelli d’Italia, e che ha ottenuto 1878 voti di lista su 37.859, pari al 4,96%. Prenderemo invece in considerazione i voti ricevuti a Salerno, malgrado la presenza (non del tutto chiara) di una lista civica a nome del candidato sindaco Raffaele Adinolfi (ex Forza Italia) e l’appoggio del movimento Società e Famiglia.
Ecco dunque i voti andati al Popolo della Famiglia nei 13 comuni in cui si è presentato con una lista sua. Le cifre sono ufficiose. Non c’è comunque ragione di pensare che i dati ufficiali si discosteranno in modo significativo da questi. La prima cifra è il numero dei voti di lista ricevuti dal PdF, la seconda il numero complessivo dei voti di lista:

Cordenons:
272 ...... 8.198 ...... 3,32%

Varese:
634 ...... 32.744 ...... 1,94%

Villorba:
142 ...... 7.904 ...... 1,80%

Rimini:
970 ...... 61.116 ...... 1,59%

Assisi:
219 ...... 14.656 ...... 1,49%

Salerno:
999 ...... 72.594 ...... 1,38%

Bologna:
2087 ...... 169.409 ...... 1,23%

Cagliari:
821 ...... 71.360 ...... 1,15%

San Benedetto del Tronto:
192 ...... 22.616 ...... 0,85%

Roma:
7480 ...... 1.190.130 ...... 0,63%

Torino:
1996 ...... 358.805 ...... 0,56%

Napoli:
1416 ...... 376.263 ...... 0,38%

Crotone:
74 ...... 33.624 ...... 0,22%

totale:
17.302 ...... 2.419.419 ...... 0,72%

Ecco dunque la percentuale dei voti andati complessivamente al Popolo della Famiglia, in una prova elettorale limitata ma significativa: un magro 0,72%. Anche se per assurdo accreditassimo tutti i voti di Milano e Novara al PdF, la percentuale salirebbe solo allo 0,81%. L’1,04% di cui parla Adinolfi sembra più il frutto della difficoltà ad ammettere l’umiliante percentuale da classico «prefisso telefonico» che di un vero calcolo matematico.
Eppure non si può certo dire che sia mancata ad Adinolfi l’esposizione mediatica: sulla sua pagina Facebook si può ricostruire la sua lunghissima serie di apparizioni radiotelevisive, per non parlare della pubblicità derivata dai due Family Day. Le analogie con il caso della lista anti-aborto di Giuliano Ferrara sembrano indicare che il bacino elettorale dell’integralismo cattolico è fondamentalmente assai limitato.
Certo, si può sostenere che molto abbia giocato in questa occasione il fatto che il PdF si presentasse per lo più da solo, e che molti elettori di destra non abbiano voluto pertanto sprecare un voto per sostenere un partito che non aveva nessuna reale possibilità di arrivare al ballottaggio. Forse non è una coincidenza che in due dei tre casi in cui il PdF si è presentato invece all’interno di una coalizione che aveva delle chance concrete di arrivare al ballottaggio (e che di fatto ci è poi arrivata), a Varese e a Cordenons, il partito di Adinolfi abbia fatto registrare le percentuali migliori dell’elezione: 1,94% e 3,32%. Ma a San Benedetto del Tronto, in condizioni del tutto analoghe, il PdF non è andato oltre lo 0,85% (per quello che vale, il totale relativo a questi tre comuni è di 1098 voti su 63.558, pari all’1,73%; ovviamente si tratta di un campione assai poco rappresentativo). Inoltre, entrare in una coalizione implica un prezzo potenzialmente assai elevato in termini di compromessi per un partito iper-ideologizzato come il PdF, che comunque potrebbe far valere sul tavolo delle trattative coi partner solo l’apporto netto all’alleanza; apporto netto che non è dello 0,72% (poiché bisogna sottrarre dal totale i tre casi appena visti in cui il PdF correva già entro una coalizione), ma bensì dello 0,69%: 16.204 voti su 2.355.861 – ammesso che tutti coloro che hanno votato il PdF da solo lo votassero anche in compagnia di altri. Un po’ poco per condizionare in modo decisivo i partner di coalizione.

Dopo la falsa alba dell’era Ruini, la via della politica appare sempre meno percorribile per l’integralismo cattolico. Piuttosto che assecondare i narcisismi e i sentimenti di rivalsa di qualche aspirante capopopolo, i cattolici farebbero meglio a considerare la ritirata nella fede privata: una versione più quietista dell’Opzione Benedetto di Rod Dreher, per intenderci. Altro non rimane loro da fare, se non collezionare sconfitte sempre più umilianti.


Aggiornamento 8 giugno:
Mario Adinolfi propone ora questa spiegazione del suo calcolo:


La risposta non può che essere questa:


La matematica surreale di Adinolfi potrà indurre molti a una ilarità senza freni. A me, per qualche motivo, mette invece solo una gran tristezza.

Aggiornamento 9 giugno: Sempre per la serie «matematica creativa», Mirko De Carli (candidato sindaco del Popolo della Famiglia a Bologna) rivendica per il PdF «l’1,1% nazionale» dei voti. Interrogato sulla fonte di questo dato, risponde in questo modo:

mercoledì 23 dicembre 2015

Povero Mario!

Epic fail di Mario Adinolfi, che ha postato oggi sul suo profilo Facebook il commento seguente, per poi toglierlo precipitosamente dieci minuti dopo (ovviamente senza una parola di spiegazione), quando qualcuno gli ha fatto notare il clamoroso equivoco in cui era incorso.

venerdì 22 maggio 2015

Adinolfi tocca il fondo – e riprende a scavare

Com’è noto, dopo appena quattro mesi dalla nascita, e come ampiamente pronosticato da molti, l’edizione cartacea della Croce, il quotidiano integralista fondato e diretto da Mario Adinolfi, non è più in edicola. Le pubblicazioni proseguono per ora solo sul web. Il livello del giornale rimane sempre lo stesso, o forse scende ulteriormente, come testimonia il pezzo seguente (Hashtag, «E ora il figlio si sposa il padre», La Croce, 22 maggio 2015, p. 1):

Volevate un nuovo mito di progresso da omaggiare? Accomodatevi. Le legislazioni dell’Occidente opulento devastano l’istituto matrimoniale e ora ogni giorno devono avere a che fare con aberrazioni giuridiche e biotecnologiche di ogni natura. [… I]eri dagli Stati Uniti ci stupiscono con gli effetti speciali. C’è un Bill Novak che è figlio adottivo di un Norman MacArthur in Pennsylvania. Bene, ora Bill vuole rinunciare all’adozione, farla cancellare, perché la Corte Suprema degli Stati Uniti sta per legalizzare il mese prossimo il matrimonio omosessuale e lui è innamorato di Norman e se lo vuole sposare. La novità insomma è il figlio che sposa il padre, con la stampa statunitense tutta in tripudio perché un nuovo mito di progresso è conquistato in nome dell’ideologia trionfante lgbt, in nome di quel pensiero unico che ormai è un unico pensiero che non riesce a ragionare sulle conseguenze giuridiche pesantissime di questo precedente pericoloso creato in un sistema di common law. Comunque auguri a papà e figlio che si sposano, se ogni cosa può essere matrimonio, perché non questa? Love is love è l’ideologia dominante, conta l’amore, chi se ne frega del diritto sfregiato. Ah, ultimo dettaglio: Bill e Norman sono ultrasettantenni.
La prima reazione, alla lettura del pezzo, è che non si vede perché una vicenda di questo genere dovrebbe essere frutto «dell’ideologia trionfante lgbt», visto che a quanto si capisce potrebbe essere avvenuta benissimo anche con una coppia eterosessuale. Alcuni lettori, sulla pagina Facebook di Adinolfi, hanno chiamato in causa la vicenda di Woody Allen e di Soon-Yi Previn – impropriamente, perché la Previn non è mai stata figlia adottiva di Allen; ma nulla vieta che si possa essere verificato in passato un caso analogo tra padre/figlia o madre/figlio. La sensazione è che in questa evenienza La Croce non avrebbe posto la vicenda in prima pagina...
A una lettura un poco più attenta dell’articolo, però, sorge una perplessità più seria. Com’è possibile che i protagonisti di questa storia siano entrambi «ultrasettantenni», come si premura di informarci l’articolo (cercando probabilmente di suscitare una reazione di disgusto all’idea della sessualità tra anziani)? Non dovrebbe esserci una differenza di età maggiore tra un padre e un figlio adottivi? A questo punto si impone una verifica della storia; e nel giro di pochi minuti scopriamo che è una storia molto, molto diversa da quella che La Croce ha cercato di spacciare per autentica.

Novak e MacArthur sono stati compagni di vita per cinquant’anni. Nel 1994 avevano contratto un’unione civile nello Stato di New York, per proteggere i loro diritti patrimoniali. La coppia si era successivamente spostata in Pennsylvania, dove aveva appreso però che la loro unione non aveva lì nessun valore legale. L’unico modo per salvaguardare i loro diritti era di ricorrere a una finzione giuridica, sfruttata da tempo dalle coppie omosessuali: l’adozione di uno dei due da parte dell’altro. E così è avvenuto, nel 2000. Quando una corte ha dichiarato di recente incostituzionale il divieto del matrimonio same-sex in Pennsylvania, la coppia ha deciso di sposarsi, ma a quel punto la relazione padre/figlio costituiva un ostacolo legale; i due si sono rivolti dunque a un tribunale, e hanno ottenuto una dispensa; quindici minuti dopo avevano in mano la loro licenza matrimoniale (le nozze si celebreranno quest’estate).
Come si vede, diversamente da quello che La Croce vuole far credere, non c’è stato mai fra i due coetanei un vero rapporto padre/figlio; insinuare lo spettro dell’incesto è un’operazione di rara disonestà intellettuale.

La disinformazione praticata dalla Croce è però ancora più cinica di quanto fin qui appaia. Un’anticipazione dell’articolo è stata data ieri sera da Adinolfi sulla sua pagina Facebook. Ben presto, i commentatori più critici hanno fatto presente la falsità della storia riportata; tuttavia oggi l’articolo era presente ugualmente sul giornale, malgrado il fatto che – in assenza di un’edizione a stampa – sarebbe stato facile correggerlo o almeno espungerlo. Adinolfi conta evidentemente sul fatto che il grosso del suo pubblico non abbia letto quei commenti.

Sempre sulla sua pagina Facebook, Adinolfi ha tentato un’impacciata difesa del suo operato. Scrive stamattina: «La storia di Norman e Bill è inventata? La storia di Norman e Bill, cioè di un legame adottivo padre-figlio sciolto per celebrare un matrimonio gay, non solo è vera ma è [sic] comporta conseguenze giuridiche gravissime». Trascuriamo la faccia tosta necessaria a insistere sul «legame adottivo padre-figlio»; quali sarebbero le «conseguenze giuridiche gravissime»? Adinolfi non lo dice; si può congetturare che voglia insinuare che da adesso in poi anche i rapporti adottivi autentici potranno essere trasformati automaticamente in matrimoni. L’illazione sarebbe priva tuttavia di fondamento: tutto sembra indicare che la corte della Pennsylvania che ha annullato l’adozione si sia attenuta strettamente al caso concreto, e che la dispensa – se si eccettua la circostanza dell’identità di sesso – non costituisca alcunché di nuovo: dei precedenti fra eterosessuali, come dicevo prima, potrebbero benissimo esserci stati, anche in tempi relativamente remoti. Non possiamo neanche escludere che esista o sia esistita altrove questa identica possibilità – anzi, mi correggo, sappiamo con certezza che una possibilità identica (limitata com’è ovvio agli eterosessuali) è esistita in una nazione europea: l’Italia.

Il Codice Civile, nella prima versione del 1942, elenca all’art. 87, comma 1, coloro che non possono contrarre reciprocamente matrimonio. Al punto 6 compaiono anche «l’adottante, l’adottato e i suoi discendenti». Ma al comma 4 si aggiunge: «Il Re o le autorità a ciò delegate possono accordare dispensa nei casi indicati dai numeri 3, 5, 6, 7, 8 e 9». Esisteva cioè una dispensa possibile nei casi di adozione. All’art. 310 si leggeva pertanto che «Gli effetti dell’adozione cessano: 1) per matrimonio tra le persone legate dal vincolo di adozione […]». La norma è sopravvissuta alla caduta del fascismo e della monarchia (anche se al posto del Re la possibilità di concedere la dispensa spettava ora al tribunale); è passata indenne attraverso un’epoca in cui l’influenza della Chiesa nella società era molto maggiore di oggi; è sopravvissuta persino alla riforma del diritto di famiglia del 1975; infine è stata abrogata nel 1983, nell’intento di avvicinare quanto più possibile l’adozione alla filiazione non adottiva (alcuni giuristi – non particolarmente radicali, a quanto appare – hanno lamentato la scomparsa della dispensa anche nel caso dell’adozione dei maggiori di età; cfr. Emanuela Giacobbe, Le persone e la famiglia, III: il matrimonio, t. I: l’atto e il rapporto, Torino, UTET, 2011, p. 225). Nei lunghi anni in cui questa possibilità giuridica è stata disponibile (ed è del tutto possibile che esistesse anche prima del Codice Civile del 1942), non sembra aver causato sconvolgimenti apocalittici nella società italiana, del tipo di quelli che Mario Adinolfi dice di temere.

La Croce conferma per l’ennesima volta e in grande stile la sua natura: quella di un foglio di propaganda d’odio, che non si arresta davanti a nessuna bassezza, compresa la menzogna consapevole e insistita, pur di continuare nell’opera di indottrinamento di un pubblico che ingoia questi liquami come se fossero acqua di fonte. Ogni collaboratore del giornale, quale che sia il suo ruolo, porta intera la responsabilità morale di questa oscena impresa.

mercoledì 14 gennaio 2015

Vulgus vult decipi

Ricevo questo commento al mio post precedente, in cui parlavo di un articolo particolarmente male informato apparso sulla Croce di Adinolfi:

Se posso dire la mia invece mentre l’articolo tenta di costruire qualcosa il commento sarcastico è tutto incentrato sul distruggere, facendosene quasi vanto, mettendo mi pare in luce la vera molla che lo anima: cioè l’abortismo come ideologia.
Ergo decipiatur.

venerdì 2 gennaio 2015

La Croce, le lucciole e le lanterne

Come si sa, dal 13 gennaio sarà in edicola La Croce, il quotidiano pro-life e anti-gay fondato e diretto da Mario Adinolfi sull’onda del successo del suo Voglio la mamma. Da qualche tempo la pagina Facebook del giornale ospita articoli di quelle che saranno le sue firme; oggi, per esempio, si può leggere «L’aborto si può combattere, il caso Pennsylvania» di Giuseppe Brienza. L’articolo contiene, seguendo la lezione del direttore, una certa abbondanza di dati:

Stando almeno a quanto riporta su LifeNews.com il giornalista Steven Ertelt, dalle statistiche recentemente pubblicate dal Dipartimento della Salute, in Pennsylvania «gli aborti sono scesi ormai ai minimi storici». Nel 2013, infatti, la percentuale degli aborti sul numero totale delle nascite è crollata dal 32 al 7 per cento. […] Eppoi nonostante le campagne pro-aborto, in Pennsylvania nel 2013 le complicazioni relative all’intervento ipocritamente detto di “interruzione volontaria della gravidanza” sono balzata [sic] a quasi il 22 per cento, stando al Rapporto del Dipartimento della Salute.
Tra crolli e balzi sembrerebbe che autori e lettori della Croce abbiano di che festeggiare; ma c’è qualcosa nell’enormità e nell’indeterminatezza delle cifre – il crollo e il balzo in quanto tempo si sono verificati, un solo anno? – che induce l’osservatore sospettoso a compiere qualche controllo.

Naturalmente Brienza si guarda bene dal mettere un link diretto all’articolo di Steven Ertelt; una breve esplorazione del sito LifeNews ci porta comunque alla pagina desiderata. Qui ci attende una sorpresa – o forse dovrei dire nessuna sorpresa? Scrive Ertelt:
Abortions have dropped to an all-time low in Pennsylvania, according to 2013 abortion statistics released Wednesday by the state Department of Health. […] In 2013, the number of abortions in Pennsylvania dropped by 7 percent to 32,108, according to the report [«Gli aborti hanno toccato un minimo storico in Pennsylvania, secondo le statistiche relative al 2013 rese note mercoledì dal Dipartimento della Sanità di quello stato. […] Nel 2013, il numero degli aborti in Pennsylvania è caduto del 7% arrivando a 32.108, secondo il rapporto»].
Da nessuna parte Ertelt afferma che gli aborti sarebbero arrivati al 7% dei nati; dice invece chiaramente che il loro numero è caduto in un anno del 7%. Siamo costretti a concludere che Brienza abbia equivocato l’espressione the number of abortions in Pennsylvania dropped by 7 percent. E il 32%? Erbert non ne parla; l’unico «32» di tutto l’articolo sta nelle cifre iniziali del numero degli aborti. Sorge il sospetto che Brienza, ingannato dalla virgola dopo il 32 (che in inglese segna le migliaia), abbia scambiato quelle cifre per una percentuale – anche se la preposizione avrebbe dovuto evitare l’equivoco. Insomma, Brienza ha probabilmente letto il testo come se dicesse the abortion ratio in Pennsylvania dropped from 32 percent to 7 percent. Se andiamo a vedere il testo originale del Department of Health, 2013 Abortion Statistics (pdf), ritroviamo le cifre citate da Ertelt, e nessuna di quelle della peculiare interpretazione del giornalista della Croce, che a quanto pare non è andato a leggere la fonte originaria (e forse è meglio così: chissà cosa avrebbe estratto da quel cappello). Consultando qualche altra fonte (qui e qui), troviamo che nel 2012 ci sono stati 23,54 aborti per 100 nati vivi, e 22,23 aborti ogni 100 nati vivi nel 2013 (per compatibilità dei dati ho considerato solo gli aborti e le nascite delle residenti).

Quanto al preoccupante «22 per cento» di «complicazioni relative all’intervento ipocritamente detto di “interruzione volontaria della gravidanza”», ecco cosa scriveva in realtà Ertelt:
In 2013, abortion complications rose by almost 22 percent, according to the report [«Nel 2013, le complicazioni dovute all’aborto sono aumentate di quasi il 22%»].
Le complicazioni, quindi, non sono «balzate a quasi il 22 per cento» (degli interventi, come crede e/o lascia credere Brienza), ma sono aumentate del 22%. Beh, è sempre tanto, potrebbe rispondere il lettore della Croce. Senonché i numeri vanno messi in prospettiva; quanti sono stati i casi di complicazioni? Ce lo dice il rapporto originale: 178. Cioè meno dello 0,6% sul totale degli aborti (o forse ancora meno, se la cifra a denominatore comprende anche gli aborti clandestini, come sembra implicare il rapporto). L’anno prima erano stati 146, un po’ più dello 0,4% del totale. Non ci sono notizie di complicazioni fatali.

Per avere questo genere di «notizie», servite calde e odorose ogni giorno, molta gente si prepara a spendere un bel po’ di quattrini: La Croce costerà 1,50 Euro a copia, 180 Euro per l’abbonamento annuale. Auguri.

domenica 23 novembre 2014

Mario Adinolfi, i numeri e gli omosessuali /2


2. Quante sono le coppie omosessuali?

Nella prima parte di questo post abbiamo visto come Mario Adinolfi, in un nuovo capitolo del suo pamphlet integralista Voglio la mamma, abbia in parte alterato e in parte ignorato le percentuali di persone omosessuali e bisessuali fornite dall’Istat, e come abbia cercato di far passare come invenzioni della «lobby Lgbt» cifre di altra provenienza, che in realtà devono essere considerate fino a prova contraria legittime (anche perché, tenendo conto della grande incertezza che circonda la questione, non sono drasticamente diverse da quelle dell’Istat).
Proseguiamo adesso con l’analisi del testo di Adinolfi, e cerchiamo di stabilire quante siano le coppie omosessuali nel nostro paese.

Vogliamo essere più precisi? Andiamo allora a interrogare i dati dell’ultimo censimento, quello del 2011. I dati sono sempre elaborati dall’Istat, dunque dall’Istituto nazionale di statistica che nessuno può immaginare come ostile agli interessi della lobby Lgbt. Anzi. Secondo i dati del censimento in Italia esistono circa 17 milioni di famiglie. Per la precisione 16.648.000. Tra queste, 2.651.000 sono le famiglie monogenitoriali (un solo genitore, con figli) mentre 13.997.000 sono le coppie che vivono in una condizione di stabilità il proprio rapporto sentimentale. Sono coppie con o senza figli. Sapete quante sono, tra queste, le coppie composte da un uomo e da una donna: 13.990.000. Sì, avete letto bene, non è un refuso, non è un copia incolla avventato. Sono praticamente il totale. Le coppie dello stesso sesso certificate dal censimento 2011 sono 7.591.
Bene. Abbiamo un dato, è assodato. L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok. Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio. Dunque le coppie su cui la lobby Lgbt può far conto per le proprie rivendicazioni matrimonialiste sono 7.591. Intanto però ricordiamo che 13.990.000 coppie sono composte da un uomo e da una donna.
Se si scorrono i commenti alla pagina Facebook in cui è stato pubblicato questo testo, si noterà come un lettore chieda a più riprese un link alla fonte di questi dati. Adinolfi – che pure partecipa alla discussione – ignora completamente questa richiesta. Come mai? La risposta sorprenderà (forse) qualcuno: Adinolfi non può fornire nessun link perché non è in grado di farlo: non è infatti mai andato «a interrogare i dati dell’ultimo censimento» sul sito dell’Istat. La sua fonte è secondaria: si tratta di un articolo di Roberto Volpi, «Tutte quelle coppie gay (con figli) sparite dal censimento, o forse mai esistite», apparso il 23 settembre scorso sul Foglio. Volpi e il suo articolo non vengono citati in nessun modo da Adinolfi, neppure in risposta alle sollecitazioni del suddetto lettore.
Ma come faccio ad affermare con certezza che Adinolfi ha tratto i dati da Volpi e non dal sito dell’Istat? Semplice: perché nell’articolo di Volpi ci sono degli errori (l’autore non è nuovo a questo genere di distrazioni) che Adinolfi ha ripreso ciecamente. Il primo è il numero totale delle coppie formate da persone dello stesso sesso: 7513 per l’Istat, 7591 per Volpi e Adinolfi. Il secondo riguarda il numero dei figli delle coppie dello stesso sesso, che secondo Volpi e Adinolfi sono 529; per l’Istat, invece, 529 è il numero delle coppie con figli, non dei loro figli (quest’ultimo numero non è desumibile dal database, a quanto vedo). Altri due errori più piccoli ma sempre significativi: Volpi arrotonda erroneamente al migliaio inferiore il totale dei nuclei familiari e dei nuclei monogenitore, seguito fedelmente da Adinolfi. Non esiste infine neppure un dato riportato da Adinolfi nei paragrafi in questione che non sia presente già anche nell’articolo di Volpi. Qua e là si sfiora il plagio (corsivi miei): «L’Istat, che non vuole apparire come ostile agli interessi delle coppie Lgbt, ha dichiarato in una nota che ci sono state coppie dello stesso sesso che “hanno preferito non dichiararsi”. Ok» (Adinolfi); «Avverte tuttavia l’Istat che “i dati relativi alle coppie dello stesso sesso sono sottostimati e si riferiscono solamente alle coppie dello stesso sesso che si sono dichiarate. Molte persone in questa situazione hanno preferito non dichiararsi nonostante le raccomandazioni”. Ok, d’accordo […]» (Volpi). Sì, siamo davanti a un classico «copia incolla avventato».
Si dirà: per la tesi di Adinolfi cambia poco – le coppie dello stesso sesso sono praticamente le stesse, e se i loro figli non sono 529 è comunque abbastanza improbabile che superino il migliaio. Ma quello che emerge con chiarezza è il metodo dell’autore di Voglio la mamma: le cifre che confortano i suoi pregiudizi sono accettate senza uno straccio di controllo (e con poca gratitudine nei confronti di coloro a cui le sottrae), le altre devono sicuramente essere il frutto di qualche malvagio complotto.

Esaminiamo adesso più in particolare i dati Istat sul numero delle famiglie omosessuali, e vediamo se ad essi si può far dire ciò che Adinolfi vorrebbe. Partiamo dal numero di coppie conviventi. Abbiamo visto la nota dell’Istat, secondo cui i dati sono sottostimati. Forse qualcuno si chiederà come sia possibile che molte coppie abbiano preferito non dichiararsi: non sarebbe questa un’alterazione grossolana del censimento? Se due persone vivono assieme, com’è possibile farne risultare solo una? La risposta sta nel concetto di nucleo familiare, che per l’Istat «è definito come l’insieme delle persone che formano una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio. […] Una famiglia può essere composta da più nuclei, ma può anche essere costituita da un nucleo e da uno o più membri isolati (altre persone residenti), o ancora da soli membri isolati». Esistono in Italia ben 560.422 famiglie composte da due persone, che dichiarano di non essere legate da una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio; queste famiglie sono insomma composte da due «membri isolati». Molte saranno semplici coppie di amici, o coppie nonna-nipote, zio-nipote etc.; un certo numero saranno coppie – eterosessuali od omosessuali – che hanno deciso di non dichiararsi (altre coppie di questo genere possono essere nascoste in altre pieghe del censimento). Volpi tenta di minimizzare la cifra di chi non si è dichiarato, ma il suo non è altro che un argumentum ad incredulitatem:
sembra assai difficile supporre che per ogni coppia omosessuale censita ce ne siano, mettiamo, dieci o magari venti sfuggite al censimento, perché nell’eventualità ci sarebbe di che chiedere il subitaneo smantellamento del censimento stesso.
È importante ricordare a questo proposito come il censimento non si svolga affatto «in forma anonima», come pretende Adinolfi: i nomi dei censiti figurano sulla prima pagina del questionario Istat.
Per sapere qualcosa di più preciso, rivolgiamoci alla recentissima indagine condotta dalla European Union Agency for Fundamental Rights (EU LGBT survey – European Union lesbian, gay, bisexual and transgender survey: Main results, 2014, p. 134), da cui risulta che nel 2012 il 20% degli omosessuali/bisessuali italiani conviveva con un partner, a fronte di una media UE del 30% (più in basso dell’Italia si trovano solo Croazia, Grecia e Cipro). Questa non è tuttavia la percentuale che stiamo cercando: secondo la stessa fonte, il 5% degli omosessuali/bisessuali italiani ha un partner (convivente o non convivente) del sesso opposto. Se assumiamo che il 15% delle persone LGBT conviva con un partner dello stesso sesso, e applichiamo questa percentuale alla cifra di un milione data dall’Istat (vedi la prima parte di questo post), risulta che dovrebbero esistere in Italia circa 75.000 coppie omosessuali: dieci volte il numero di quelle dichiarate al censimento! Questa conclusione è confermata in modo decisivo da M. Barbagli e A. Colombo, autori di una fondamentale indagine sulla condizione omosessuale nel nostro paese (Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, 2ª ed., Bologna, Il Mulino, 2007, p. 204; i dati si riferiscono a un sondaggio condotto nel 1995-96); elaborando i loro dati (cfr. anche pp. 211 e 317) risulta che il 14% delle persone LGBT convive con una persona dello stesso sesso (lo studio è del tutto indipendente da quello UE; entrambi i sondaggi – quello europeo e quello da cui prendono le mosse i due italiani – sono stati condotti in modo da garantire l’anonimato dei rispondenti).
Ma per Adinolfi le coppie non dichiarate non contano: «Immagino che queste coppie che non si dichiarano in un censimento in forma anonima non siano interessate a affiggere le pubblicazioni di matrimonio». Questa è un’affermazione di un cinismo ributtante; certo, una coppia non dichiarata potrebbe avere più difficoltà delle altre a contrarre eventualmente matrimonio, ma la ragione di questa titubanza non può che essere il timore di un ambiente ancora saturo di pregiudizi. Chiunque – perfino chi è contrario al matrimonio per tutti – dovrebbe auspicare che questa condizione di paura sia superata il più presto possibile, e non invece gongolare soddisfatto perché in questo modo si riduce il numero delle coppie potenzialmente interessate al matrimonio.

Va notato poi che l’Istat raccoglie solo il dato delle coppie conviventi, non anche di quelle impegnate in una relazione ma non conviventi. Per Barbagli e Colombo (ibidem), «dal 40 al 49% dei gay e dal 58 al 70% delle lesbiche hanno una relazione fissa». Questi numeri sono confermati in pieno dalla già citata EU LGBT survey (ibidem), secondo cui nel 2012 il 52% degli omosessuali italiani era impegnato in una relazione con un partner dell’altro sesso, nonché dall’indagine Modi di, promossa dall’Arcigay in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Survey nazionale su stato di salute, comportamenti protettivi e percezione del rischio HIV nella popolazione omo-bisessuale, a cura di R. Lelleri, Bologna 2006, p. 25), secondo cui nel 2005 il 40,2% degli omosessuali maschi e il 52% delle lesbiche aveva una relazione con una persona dello stesso sesso.
Anche tra queste persone si troveranno sicuramente molti interessati al matrimonio: in una parte dei casi, la mancata convivenza sarà di nuovo da attribuirsi alla necessità di evitare reazioni negative da parte dell’ambiente circostante, o alle normali difficoltà materiali che tutte le coppie incontrano per vivere insieme. È significativo inoltre per il nostro discorso che, come scrivono ancora Barbagli e Colombo (ibidem), «[l]a grandissima maggioranza degli omosessuali italiani cerca un rapporto di coppia stabile e solo un’esigua minoranza (il 12% degli uomini e l’8% delle donne) preferisce avere relazioni con partner occasionali». Un dato che fa giustizia di pregiudizi ancora largamente diffusi.

Ma ammettiamo, per puro amore di discussione, che esistano davvero solo 7500 coppie omosessuali conviventi e potenzialmente interessate al matrimonio. Sarebbe questo un argomento valido contro la richiesta di estendere anche alle coppie omosessuali il diritto di sposarsi, o almeno di contrarre un’unione civile?
Esistono in Italia, a quanto pare, circa 830 persone che portano il cognome «Adinolfi». Supponiamo per assurdo che per un’antica tradizione religiosa fosse proibito a queste persone di sposarsi, e che dopo un lungo processo di maturazione civile si arrivasse finalmente a mettere in questione questa discriminazione. Ora, cosa penseremmo se qualche retrogrado si opponesse alla riforma adducendo a pretesto che 830 persone sono pochissime? La nostra risposta, ovviamente, sarebbe che negare ingiustamente un diritto non è meno grave se lo si nega solo a poche persone, o persino solo a una; semmai è forse più grave. Se si vuole impedire che il matrimonio sia per tutti, si cerchino altri argomenti; quello dei numeri troppo esigui è un non-argomento.

Nella prossima parte affronterò la questione del numero dei figli delle coppie omosessuali.

(2 - continua)

mercoledì 5 novembre 2014

sabato 11 ottobre 2014

Mario Adinolfi, i numeri e gli omosessuali /1

Auspicavo poco tempo fa che Mario Adinolfi volesse aggiungere quanto prima un seguito alla sua opera più fortunata, Voglio la mamma. Il seguito ancora non l’abbiamo, ma due giorni fa Adinolfi ha annunciato un’edizione aggiornata del suo capolavoro, che comprenderà anche quattro capitoli nuovi di zecca. L’autore generosamente ha già reso disponibile in rete uno dei capitoli («I numeri della condizione omosessuale in Italia», Facebook, 9 ottobre 2014), che qui esamineremo, cercando non solo di apprendere qualcosa del modus operandi di Adinolfi, ma anche – soggetto indubbiamente più interessante – di dare qualche risposta parziale a delle difficili domande: quanti sono gli omosessuali nel nostro paese? Quante sono le coppie omosessuali conviventi? Quanti sono i figli degli omosessuali?


1. Quanti sono gli omosessuali?

Scrive Adinolfi:

Le menzogne fondamentali su cui costoro [cioè «la lobby Lgbt»] basano poi ogni azione rivendicativa è quella dei numeri. Quanti sono gli omosessuali italiani? Secondo costoro sono cinque o sei milioni. Quanti sono i figli di coppia omogenitoriale (cioè nati per autoinseminazione o fecondazione eterologa in vitro nel caso di coppia lesbica, via utero in affitto nel caso di coppia gay)? Secondo Arcigay sono centomila, seconda Arcilesbica sono duecentomila, il guaio è che questi dati sono […] dati falsi.
Per avere i dati veri non è che si debba poi fare troppa fatica. Basta andare alle fonti reali e scientifiche, quelle neutrali, prive di qualsiasi tentazione di propaganda. […] Allora, andiamo a verificare sulle fonti reali e scientifiche i numeri.
Partiamo dalla domanda primaria: quanti sono gli omosessuali in Italia? La risposta chiara e netta ce la offre l’Istat, che ha dedicato alla questione uno dei suoi Rapporti. Gli italiani che si dichiarano “omosessuali o bisessuali” sono un milione. Poco più dell’uno per cento dei sessanta milioni di cittadini italiani, eliminando la quota di “bisessuali” possiamo tranquillamente dichiarare supportati dall’Istat che gli omosessuali in Italia sono attorno all’uno per cento della popolazione complessiva.
Cominciamo con il notare come l’aritmetica di Adinolfi sia piuttosto disinvolta: un milione di omosessuali/bisessuali sul totale di cittadini italiani sarebbe pari a una percentuale dell’1,67% circa, che non è proprio «poco più dell’uno per cento», ma casomai «poco meno del due per cento». Inoltre, l’esclusione dei bisessuali dal computo totale appare del tutto arbitraria, visto che Adinolfi continua per tutto il capitolo a parlare di «lobby Lgbt» – chissà per cosa pensa che stia quella b – e visto che anche i bisessuali sono ovviamente interessati al matrimonio tra persone dello stesso sesso; a meno che Adinolfi non pensi che un bisessuale, in caso di perdurante impedimento a sposare una persona dello stesso sesso di cui sia innamorato, possa sempre facilmente consolarsi con qualcuno del sesso opposto. Cosa ancora più importante, non è per nulla chiaro da dove Adinolfi tragga i dati per il suo arrotondamento all’uno per cento di omosessuali, visto che nel rapporto Istat, come vedremo tra un attimo, è riportato soltanto il numero complessivo degli omosessuali/bisessuali.

Ma qual è questo rapporto dell’Istat, che Adinolfi non nomina? Si tratta de La popolazione omosessuale nella società italiana, pubblicato il 17 maggio 2012 (la situazione a cui fa riferimento è quella del 2011). Il rapporto contiene soprattutto dati sull’accettazione della condizione omosessuale da parte degli Italiani (me ne sono occupato in un’occasione precedente); il paragrafo sul numero di persone Lgbt si trova alle pp. 17-18:
Secondo i risultati della rilevazione, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale (pari al 2,4% della popolazione residente), il 77% dei rispondenti si definisce eterosessuale, lo 0,1% transessuale. Il 15,6% non ha risposto al quesito, mentre il 5% ha scelto la modalità “altro”, senza altra specificazione. I dati raccolti, quindi, non possono essere considerati come indicativi della effettiva consistenza della popolazione omosessuale nel nostro Paese, ma solo di quella che ha deciso di dichiararsi, rispondendo ad un quesito così delicato e sensibile, nonostante l’utilizzo di una tecnica che rispettava appieno la privacy dei rispondenti (busta chiusa e sigillata e impossibilità per l’intervistatore di verificare le risposte).
Si dichiarano più gli uomini (2,6%) che le donne (2,2%), più nel Nord (3,1%) che nel Centro (2,1%) o nel Mezzogiorno (1,6%). Tra i giovani la percentuale arriva al 3,2% ed è del 2,7% per le persone di 35-44 anni e di 55-64 anni. Tra gli anziani la percentuale scende allo 0,7%.
Come si vede, ritroviamo nel rapporto il milione di persone omosessuali/bisessuali citato da Adinolfi; ma la percentuale sul totale della popolazione residente non è né «poco più dell’uno per cento», né il mio 1,67%, bensì un sorprendente 2,4%. Come mai questa grossa discrepanza? La risposta è semplice: il rapporto è basato su un questionario sottoposto a persone comprese tra 18 e 74 anni di età; il denominatore è quindi significativamente inferiore ai 60 milioni circa della popolazione totale. È quindi ovvio, tra l’altro, che gli omosessuali/bisessuali dichiarati sono in Italia sensibilmente di più di un milione, visto che questo orientamento sessuale non è certo assente tra i minori di 18 anni o i maggiori di 74. Attraverso quale processo mentale Adinolfi sia passato dal 2,4% del rapporto al «poco più dell’uno per cento» è un mistero che non voglio nemmeno tentare di affrontare.

Ma c’è di più. Come il rapporto stesso chiaramente precisa, le cifre citate sono solo quelle degli omosessuali/bisessuali che hanno scelto di dichiararsi in occasione del sondaggio, e in nessun caso possono quindi essere considerate indicative dei numeri reali. Lo provano tra l’altro le grosse disparità geografiche e per classi di età della percentuale di omosessuali/bisessuali: non è che nell’Italia del nord ci siano più omosessuali o che l’omosessualità stia dilagando tra i giovani; piuttosto, a nord e tra i giovani esisterà un retroterra socioculturale che rende più facile la consapevolezza e l’espressione del proprio orientamento sessuale.
Come possiamo conoscere allora i numeri reali, che saranno per forza di cose maggiori di quelli citati? L’Istat ci prova; prosegue infatti il rapporto:
Come avviene nelle ricerche scientifiche internazionali l’orientamento sessuale è stato rilevato oltre che tramite l’autodefinizione, anche attraverso altre dimensioni, l’attrazione sessuale, l’innamoramento e l’aver avuto rapporti sessuali. Considerando tutte queste componenti, nel complesso si arriva ad una stima di circa 3 milioni di individui (6,7% della popolazione) per coloro i quali si sono apertamente dichiarati omosessuali/bisessuali o che, nel corso della loro vita, si sono innamorati o hanno avuto rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso, o che sono oggi sessualmente attratti da persone dello stesso sesso.
Qui l’Istat sta applicando un principio di buonsenso che si usa nelle scienze sociali: non bisogna mai fermarsi a come i soggetti definiscono se stessi, ma prendere in esame anche i loro comportamenti concreti. Purtroppo però il rapporto non fornisce né le domande esatte presentate nel questionario né le percentuali delle risposte; è quindi impossibile dire cosa misuri esattamente la cifra di tre milioni di persone determinata dall’Istat, anche se lo stesso Istituto afferma di stare rilevando in questo modo «l’orientamento sessuale». Molto dipende naturalmente dalla definizione di omosessualità che si adotta: quante esperienze omosessuali sono necessarie per definire una persona omosessuale o bisessuale? Per quanto tempo devono protrarsi o ripetersi? Va notato peraltro che anche con questo metodo non si possono rilevare tutti gli omosessuali/bisessuali effettivi (per esempio, se qualcuno ha problemi a dichiararsi non eterosessuale avrà verosimilmente anche problemi ad ammettere di avere o avere avuto rapporti sessuali con persone del suo stesso sesso).
Quello che è certo è che se estendiamo la percentuale del 6,7% alla popolazione residente nel 2011, di età superiore all’età del consenso (51.666.428 persone, secondo i dati Istat), otteniamo una cifra di poco inferiore a tre milioni e mezzo di persone, più vicina alla cifra di «cinque milioni o sei milioni» attribuita da Adinolfi alla lobby Lgbt che al milione da lui preso per buono (anche se le cose si complicano se quei cinque milioni – come vedremo fra un attimo – si riferiscono ai soli omosessuali, e non anche ai bisessuali, come il numero dell’Istat). E forse è proprio per questo che nel testo di Adinolfi di quel 6,7% non c’è la benché minima traccia, neanche per tentare di confutarlo, anche se appartiene a una fonte che egli stesso cita e definisce «reale, scientifica e neutrale».

Ma da dove arrivano precisamente questi «cinque milioni o sei milioni»? Adinolfi non lo dice; una brevissima ricerca ci permette di scoprire che in Italia la cifra dei cinque milioni è stata introdotta (o reintrodotta) nel dibattito pubblico recente in seguito alla pubblicazione del Rapporto Italia 2003 dell’Eurispes, che a pagina 1091 legge:
Si stima che gli omosessuali in Italia siano circa cinque milioni; secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sarebbero tra il 5% ed il 10% della popolazione italiana. Questo dato tende ad essere piuttosto costante a livello geografico e tra le classi sociali e le professioni.
Numericamente, dunque, gli omosessuali possono ancora essere definiti come una importante minoranza.
Purtroppo il rapporto dell’Eurispes non cita fonti di nessun tipo. Sembra comunque che la cifra di cinque milioni di omosessuali fosse già presente in un precedente rapporto dello stesso istituto (che all’epoca si chiamava Ispes), Il sorriso di Afrodite. Rapporto sulla condizione omosessuale in Italia, a cura di Crescenzo Fiore (Firenze, Vallecchi, 1991), che mi è rimasto purtroppo inaccessibile (traggo la notizia da F. Targonski, Fenomenologia della diversità, 2ª ed., Roma, MFE, 1994, p. 111).
Quanto al dato dell’Organizzazione mondiale della sanità, esso pure ricompare più indietro nel tempo, mutando leggermente aspetto man mano che si procede a ritroso. La citazione più antica a cui sono potuto pervenire si trova in un articolo di Gino Olivari, «Quanti sono gli omofili in Italia», apparso nel lontano 1976 sulla rivista Il Ponte, fondata da Piero Calamandrei (vol. 32, n. 2-3, pp. 283-84):
Comprendendo anche le donne, l’Organizzazione mondiale della sanità valuta che in Italia gli omofili veri siano complessivamente 2 milioni e 475 mila: circa il 4,50% dell’intera popolazione maschile e femminile. […] Oltre al milione e centoventimila, di sesso maschile, risulterebbero, sempre in Italia, almeno 5 milioni di maschi bisessuali.
Purtroppo anche qui nessuna indicazione della fonte, della cui esistenza non mi pare lecito dubitare, ma che in ogni caso risulterebbe ormai piuttosto datata. Lascio ricostruire al lettore volenteroso come si sia eventualmente passati da questi numeri al 5-10% attribuito all’OMS dall’Eurispes. (Di Olivari, figura d’altri tempi, generosa e al tempo stesso contraddittoria, si legga la bella intervista concessa a Giovanni Dell’Orto e Francesco Vallini, «Erano anni difficili...», Babilonia, n. 64, febbraio 1989, pp. 51-53.)

Per concludere questa prima parte, come valutazione personale e assolutamente non scientifica, direi che, considerata ogni cosa, la stima più prudente della percentuale di persone omosessuali e bisessuali nel nostro paese – intese come coloro che nel corso dell’ultimo anno hanno sperimentato un’attrazione sessuale e/o sentimentale stabile (ma non necessariamente esclusiva) per le persone dello stesso sesso – potrebbe oscillare tra il 3% e il 4%. Decisamente molto di più dell’1%. Far sparire o definire arbitrariamente false le cifre che non ci piacciono porta sempre a perdere di vista la realtà.
Nella prossima parte vedremo altri numeri e cercheremo soprattutto di rispondere a una domanda importante: quando si parla di diritti, le cifre importano veramente?

(1 - continua)

venerdì 26 settembre 2014

Cugini sotto attacco

Alfredo Mantovano richiama l’attenzione su una tragica conseguenza della nuova legge sul doppio cognome, finora sfuggita all’attenzione dei commentatori («Doppio cognome, un colpo in più all’unità familiare», La Nuova Bussola Quotidiana, 26 settembre 2014):

La diversità di cognomi sarà […] probabile per cugini di ramo paterno, dal momento che il figlio cui è stato attribuito il doppio cognome può trasmetterne al proprio figlio solo uno, a scelta, ovviamente prescindendo dalle opzioni del proprio fratello.
Anche se per la precisione la legge andrà a colpire solo i cugini paterni figli di fratelli maschi (i cugini paterni figli di sorelle hanno già oggi cognomi differenti, come i cugini materni), non si può sottostimare l’entità della catastrofe che sta per colpire in questo modo la famiglia (allargata) italiana: il caos che ne risulterà – tremo solo a pensarci: cugini paterni con cognomi diversi! – porterà sicuramente a un picco di matrimoni tra consanguinei, all’incesto generalizzato (anche i fratelli potranno avere cognomi differenti!), all’approvazione del matrimonio gay e in seguito del matrimonio con i propri animali domestici, e infine al crollo della civiltà giudaico-cristiana e al trionfo dell’ISIS in Italia.

Si confermano insomma i sospetti di un altro autorevolissimo commentatore:

L’unica speranza ormai è che Mario Adinolfi voglia aggiungere quanto prima un seguito all’opera sua più fortunata, come nuovo argine alla barbarie laicista. Il titolo è già pronto: Voglio i cuginetti.

domenica 4 maggio 2014

mercoledì 26 marzo 2014

Mario vuole la mamma

Le opinioni degli integralisti possono essere talvolta esilaranti. In una conversazione che ho avuto di recente con alcuni di loro mi sono sentito dichiarare, nell’ordine: che il matrimonio tra eterosessuali – no, non è un refuso, confermo: tra eterosessuali – non è un diritto umano; che il volere della maggioranza non deve essere coartato da un giudice costituzionale; che l’impossibilità di derivare le norme dai fatti dimostrata da Hume è «sputtanata» ormai da secoli; che la logica matematica è una scienza empirica (!); che nel corso della discussione io avrei esplicitamente approvato qualsiasi potere legiferante, compreso quello del governo nordcoreano. È chiaro che un dibattito con interlocutori di tal fatta risulterà decisamente surreale e, alla fine, non molto produttivo; ma regalerà anche momenti di sana ilarità.
Chi però, incoraggiato dal titolo promettente, si aspettasse di trovare qualche comica bizzarria nel libro appena uscito di Mario Adinolfi, Voglio la mamma (Tricase, Youcanprint Self-Publishing, 2014, pp. 122, € 13,00) rimarrebbe deluso. Le fallacie logiche, le informazioni false e i non sequitur abbondano, è vero; ma è tutto già sentito, consunto dall’uso ripetuto. Nella discussione sul matrimonio per gli omosessuali, ad esempio, l’autore spara a raffica, in rapidissima successione, la vecchia fallacia etimologica («non c’è matrimonio senza “mater”»), la fallacia del piano inclinato («Se un bambino riceve amore uguale a quello di una madre e di un padre da due papà, perché non […] dal papà che ama tanto il proprio cane e vuole che la sua famiglia sia composta dal papà, dal cane e dal bambino ottenuto da una madre surrogata?»; il matrimonio con i cani non manca mai, in questo genere di argomento), la tradizionale fantasia paranoica di ogni integralista che si rispetti sulla proibizione incombente o già in atto di usare le parole mamma e papà («Vogliono cancellare persino la parola mamma […]. Chi è di sinistra non priverebbe mai un soggetto debole, debolissimo come un bambino del suo diritto a chiamare mamma [sic]»), l’inane conta dei numeri («[In] Olanda, si è passati rapidamente dai 2.500 matrimoni tra gay o lesbiche celebrati nel 2001 ai 1.100 del 2005»: si sa, le minoranze troppo ristrette non dovrebbero avere diritti, che spettano veramente solo a quelle più sostanziose, e meglio ancora alle maggioranze), la gag dei registri comunali delle coppie di fatto («dove sono stati istituiti sono clamorosamente vuoti: nessuno si è iscritto»: forse perché non conferiscono nessun vero diritto?). Vecchie barzellette, che non fanno più ridere.
C’è un tentativo di umorismo originale, ma il risultato è alquanto fiacco:

Se il vincolo matrimoniale non è più quello tra un uomo e una donna, il diritto alla successione riguarderà prima di tutto il coniuge. Ho un amico ricco e anziano, che fin dai banchi del liceo ha come migliore amico un suo compagno sostanzialmente nullafacente che vive di espedienti. Gli ha dato rifugio in casa, una casa enorme e vivono sotto lo stesso tetto. Da più di cinque anni ormai. Mi racconta sempre il mio amico ricco che spera da tanto tempo la [sic] legge sul matrimonio omosessuale perché vuole lasciare l’eredità e soprattutto la sua pingue pensione all’amico, non a quella megera della ex moglie e alla di lei (e di lui) prole, da lui qualificata come avida e ingrata. Anche qui c’è un lato glamour, anche se il mio amico non è per niente gay, anzi. Io vedo però diritti negati e anche un’opportunità: alla dipartita del mio amico anziano, andrò io a convivere nell’enorme casa con il suo amico, che è più anziano di me di vent’anni e morirà presumibilmente prima di me, lasciandomi avendomi omosessualmente sposato il diritto alla pingue pensione reversibile. E così via.
Si può sorridere di fronte alla buffa pretesa di Adinolfi di decidere lui chi sia degno o meno di ricevere la pensione dell’amico, o di fronte alle sue informazioni non proprio esattissime (tutti o quasi sanno che chi si risposa perde il diritto alla pensione di reversibilità); e possiamo immaginare a quali goffi paralogismi ricorrerebbe se qualcuno gli obiettasse che la badante che riesce a farsi sposare dall’anziano rintronato non invalida l’istituzione del matrimonio eterosessuale. Ma appunto, di sorrisi si tratta, tutt’al più, non della sana risata liberatrice che ci coglie leggendo un articolo di Tempi o un post della Nuova bussola quotidiana.
Stessa storia nel resto del volume: dubbie informazioni («la morte che diventa “dolce” se a darla è lo Stato in una squallida clinica di una periferia svizzera»; ma l’associazione svizzera Dignitas è privata, lo Stato si limita a non interferire), bizzarre inferenze sui desideri altrui («Ho già raccontato la vicenda di Elton John e del suo compagno, desiderosi di essere papà e mamma»), equivoci linguistici («[I] cosiddetti “diritti civili”, che già solo nella definizione fa sorridere, come se esistessero diritti che sono incivili»), tentativi diretti di umorismo («Gli uomini sono uomini, le donne sono donne, la via per accertare la propria condizione di genere è nella stragrande maggioranza dei casi estremamente breve e intuitiva»), non riescono a imprimere il colpo d’ala che risolleverebbe il volume; come non ci riescono nemmeno gli ipse dixit, tanto pretenziosi quanto vistosamente non argomentati:
nessuna razionalità può segnare un momento in cui quella storia a [sic!] inizio che non sia l’istante del concepimento quando l’amore trasforma un uomo e una donna in una carne sola che si fa vita [per Adinolfi il concepimento si verifica nel momento del coito?]. Solo in quell’istante può essere rintracciato l’inizio della storia di ciascuno di noi, inventarsi la quattordicesima settimana o il novantesimo giorno per segnare un macabro confine tra morte possibile e vita inevitabile è semplicemente senza senso. O si ha un diritto di abortire sempre o non lo si ha mai. Io credo non lo si abbia mai.
o le ricostruzioni grottescamente tendenziose della realtà:
La cultura dominante ci propone invece versioni scintillanti del percorso della transessualità, […] imponendo un modello per cui l’individuo può tranquillamente scegliere a quale genere sessuale appartenere, prescindendo dalla condizione naturale in cui è nato. Farsi donna se si è nati uomo o viceversa è quasi unanimemente considerato un percorso positivo [nella bibliografia Adinolfi cita un libro sul disturbo dell’identità di genere, evidentemente senza averlo letto].
Tra i pochi momenti comici memorabili metterei soltanto un bellissimo malapropismo («Queste povere persone [i transessuali] sono costrette a comportamenti denigranti», corsivo mio), e alcune plateali contraddizioni: si confronti «nulla di quel che è contenuto qui ha a che fare con una dimensione religiosa» con
Perché devastare un istituto millenario come il matrimonio tra un uomo e una donna, desacralizzarlo negandone la radice di senso, per farlo utilizzare ad un pugno di gay per mere ragioni di bandiera ideologica? [corsivo mio]
o meglio ancora con
A Roma lo scandalo passato alle cronache con il titolo orrendo delle “baby squillo dei Parioli” […] avrebbe dovuto sconvolgere il tessuto sociale di una città che è anche, non lo dimentichiamo, il centro religioso più importante del mondo occidentale.
E si confronti anche
sono state costruite vere e proprie “fabbriche di bambini” con centinaia di donne trasformate in incubatrici viventi e umiliate a suon di dollari, euro e sterline nella loro dimensione più intimamente femminile, quella della maternità […] Le donne vengono cercate nei bassifondi della povertà estrema, pagate con il 10% dell’importo che viene lasciato dagli occidentali alla clinica, costrette [in che modo?] a portare avanti anche otto o nove gravidanze nell’arco di dieci anni.
con
c’è da capire se c’è più libertà e potenziale progresso in una giovane madre che si smezza [sic] dalla mattina alla sera la propria famiglia e la crescita dei propri figli, riuscendo a non perdere la mitezza del suo essere femminile o se dobbiamo preferire quella femmina androgina capace di vendersi i figli per bisogno.
Il problema del volume, in ogni caso, va ben al di là del fatto di fare poco ridere. Consideriamo affermazioni come queste:
Ma una mamma nell’intimo non può non sentire la voce della vita che ha in grembo, che le grida silenziosa: “Voglio te”. Voglio la mamma. Non la donna. Una donna può chiedere di avere il diritto di abortire. Una mamma non può neanche immaginarlo. […] Ma una donna abortisce, una mamma no.
Il politicamente corretto vuole che si usi l’espressione “le famiglie”, per far capire che l’istituzione familiare classica è ormai in disuso e che tutto è famiglia, anche una zitella con gatto.
Già qui, in questo ergersi a giudice degli altri, a dividere in umani e meno umani, in fattrici degne e nubili indegne, da ridere non c’è proprio più nulla. Come non c’è qui:
nelle graduatorie per gli asili nido i figli di genitori single scavalcano i figli di famiglia numerosa
in cui è implicito che ai più deboli, in quanto «irregolari», vadano negati diritti di cui hanno più bisogno degli altri (o Adinolfi crede magari che le famiglie con un solo genitore siano in media più ricche di quelle «normali»?). Ma c’è molto, molto di peggio:
[È] una delle più grandi vergogne della contemporaneità raccontata invece come un decisivo elemento di progresso: l’affitto dell’utero di donne bisognose di denaro per portare a compimento gravidanze che la natura rende impraticabili, strappando poi il bambino pochi minuti dopo il parto e dopo un primo contatto tranquillizzante con il corpo della madre, per consegnarlo di solito ad una coppia di omosessuali benestanti che giocheranno a fare i genitori. Finché ne avranno voglia.
Limitiamoci solo all’ultima frase: da quale abisso di odio – odio feroce, bestiale, spietato – può sgorgare una simile zaffata di pregiudizio, immotivato e indiscriminato? Adinolfi ci assicura, alla fine del libro, che in ciò che precede «Non c’è astio, non c’è faccia feroce»; excusatio non petita se mai ve ne fu una.
Ma il vertice (o il fondo), incredibilmente, non è ancora stato toccato.
In Olanda e tra poco anche in Belgio i bambini malformati che soffrano “livelli insopportabili di dolore” possono essere legalmente soppressi per decisioni assunte in ossequio alla nuova ideologia liberatoria di questo tempo: l’eutanasia infantile. Un avamposto di progresso, secondo molti. Io vedo molte mamme sobbarcarsi sacrifici immensi per proteggere bambini che soffrono molto, per proteggere il loro diritto alla vita, alla lezione immensa che quel dolore lascia in chiunque si avvicini, quando basta poi un accenno di sorriso di quel bambini per rischiarare la giornata più di cento raggi di sole.
Per questo gran figlio di mamma, insomma, il dolore tremendo e immedicabile dei bambini serve: serve a comunicare una lezione edificante, serve – se accompagnato da «un accenno di sorriso» – a rischiarare la giornata a chi gli sta attorno. Serve, e quindi si giustifica. Per Adinolfi, bontà sua, «le terapie del dolore fanno passi da gigante di anno in anno. Investiamo su quelle»; ma nell’attesa (che potrebbe rivelarsi molto lunga), sfruttiamo pure quell’utile dolore. E se qualcuno protesta in nome di quei bambini torturati, accusiamolo pure di essere «disturbato dalla loro esistenza».

Il cerone del pagliaccio è colato via, rivelando un’espressione torva. No, non c’è davvero proprio più nulla da ridere.

domenica 6 gennaio 2008

Va’ dove ti porta il vento

Non ci sarebbe bisogno di scrivere una ennesima risposta alla moratoria sull’aborto e soprattutto alla adesione entusiastica e cieca (letteralmente, lo dice lui) di Mario Adinolfi. Anche perché Galatea ha scritto un post cui sembra un peccato aggiungere soltanto una virgola (e nullo, seguito da altri, nei commenti giustamente ha invocato il silenzio).
Ma io non resisto dal commentare una espressione, diciamo una scelta stilistica, una figuretta retorica, insomma un passaggio formale e non il contenuto del post di Adinolfi (Mario, meglio specificare) che già ieri mi aveva suscitato qualche perplessità (diciamo così).
La parte incriminata è quella finale, l’epilogo, la stoccata finale del grande retore.

E poi perché mi piace mettere le vele controvento, perché sono convinto che la Chiesa non sia fonte di ogni male ma radice tutto sommato sana di un’Italia insana per altre cause, perché è il mio modo di chiederle perdono d’essermi fatto agnostico e manco ateo devoto, che la vita vissuta è così densa che ti aggrappa alla terra e spesso ti strappa al cielo.
Lasciamo stare la sua ballata clericale, per cui vale quanto detto circa la moratoria, l’aborto e tutto il resto. E concentriamoci sulla figura retorica: mi piace mettere le vele controvento.
Ora: per capire il significato di una espressione è opportuno conoscere il significato dei termini. E nella scelta di Adinolfi si rivela più difficile di quanto potrebbe sembrare di primo acchito.
Sul fatto che sia una metafora velica non ci sono molti dubbi: ha usato vele e controvento (avesse detto solo controvento lo si poteva immaginare arrancare sui marciapiedi di Trieste con la bora che soffiava in senso contrario e opponendo una discreta massa al soffiare incessante e brutale). Ci sono anche le vele. Vediamo: Adinolfi andrebbe di bolina? Chissà. Andare controvento (ovvero, per dirla terra terra: il vento tira da A a B e tu devi andare proprio fino ad A; non ci puoi andare, appunto perché hai il vento in faccia, e allora devi andarci di bordo in bordo, a zig e zag, con un angolo fino a circa 45° gradi rispetto alla direzione del vento: ci si diverte un sacco, ma ci si impiega molto più tempo rispetto alle andature portanti) su una barcuccia a vela e con una inclinazione che può essere notevole la vedo ardua (per Adinolfi). Escludiamo le derive, e passiamo ai cabinati. Che farà Adinolfi, il capitano o il prodiere? O forse il tattico?
Ma non mi convince: in barca se provi a proporre la democrazia diretta hai buone (che dico?, ottime) possibilità di affondare.
Come potrà risolversi il mistero del controvento? (Per non parlare di quanto si voleva intendere: cioè che sdraiarsi sulle posizioni di Ruini e compari sia controcorrente: questo sì, davvero divertente!).
Ma forse ci sono: Adinolfi non si riferisce alla bolina, ma ad una andatura di sicurezza: la cappa. Ma certo!, come ho fatto a non pensarci.
Dunque la cappa si ottiene mettendo il fiocco a collo: la barca è in piano, sembra immobile, è un comodo viaggiar. Ma attenzione: scarroccia, ovvero è trascinata e se sottovento hai qualche ostacolo fai la fine del sorcio. Inoltre comincia a oscillare e questo può far venire il mar di mare (oppure ti può far addormentare come se ti cullasse - dipende da te).
E soprattutto devi avere qualche idea di come fare, perché se fai qualche cazzata (mai termine fu più esatto!) con la randa o la barra del timone, sempre la fine del sorcio fai. Ma è verosimile che anche in questo caso Adinolfi faccia solo il tattico (a parole, a parole) e che ci sia un buon timoniere che esegue (senza ascoltarlo) le manovre. La questione diventa allora: la cappa è una manovra d’emergenza, non è che ci puoi stare tutta la vita: una volta che hai recuperato l’uomo in mare, dovrai scegliere la direzione. E sulla direzione dubito che ci siano dubbi. Ah, se fosse diventato il capo del PD!

sabato 15 settembre 2007

Mario Adinolfi, la vita e la morte (e la bioetica)

Eutanasia/il Papa sgombra ogni dubbio: la spina non si stacca, Alice News, 14 settembre 2007:

Sulla eutanasia io la penso come Ratzinger e dico che il mio Pd non approverebbe una legge sull’eutanasia attiva, afferma il blogger Mario Adinolfi, candidato alle primarie del 14 ottobre. Annunciando che punterà la sua campagna sui temi “sensibili”.
Nessuno si risparmia quando si tratta del Papa (ma quanti sono contrari alla eutanasia cosiddetta attiva, eh, quanti? Ma citiamo il Papa, ovviamente, che è più autorevole). Suggerirei a quanti vogliono dire la loro su simili temi (e a maggior ragione a quanti vogliono puntarci una campagna politica): di dismettere questa cacofonia dei temi sensibili, è fastidiosa imprecisa e molesta quasi quanto bipartisan e un attimino. Di leggersi qualche libro al proposito e non soltanto le agenzie di stampa o le dichiarazioni del Papa.
Se si nutrissero dei dubbi sul tenore delle dichiarazioni di Adinolfi, basta leggere dal suo post sulla dichiarazione papale circa lo stato vegetativo permanenente (per rimanere di sasso):
Per quanto ormai pecorella smarrita di quel gregge, sono formato cristianamente e credo che solo la Chiesa cattolica abbia il merito di porre l’attenzione sulle questioni ultime della vita e della morte. È utile cominciare a discuterne anche in rete.
Solo la Chiesa? Siamo davvero messi molto molto male. Per non parlare del commento (n. 6) lasciato dallo stesso Adinolfi al post suddetto:
Io credo che uno stato del ventunesimo secolo debba, in materia di bioetica, legiferare e poi sottoporre tali leggi a referendum confermativi...solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no, non riesco a trovare altri metodi...mi fido del giudizio della comunità in cui vivo.
Solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no? Anche in filosofia politica siamo messi maluccio. Adinolfi è davvero convinto che la democrazia avrebbe il potere (dovrebbe avere il potere) di scalfire la nostra libertà, basta che ci sia la maggioranza? Adinolfi accetterebbe senza protestare se la democrazia dicesse che è giusto picchiare le persone? O torturare i prigionieri? Oppure che la vita è sempre un bene prezioso, sacra e inviolabile, di cui non possiamo disporre e il concepito è uno di noi (con tutte le implicazioni derivanti)? Mi sembra molto ingenuo e assolutamente ridicolo. Forse fa molto amico del popolo dire di fidarsi della comunità in cui si vive, al punto da lasciarsi naufragare in questo mare, ma qualche paletto io lo metterei. Qualche paletto a circondare il mio spazio intoccabile di autonomia, che nemmeno un plebiscito potrebbe calpestare. Non credo sia necessario elencare i casi in cui la maggioranza potrebbe diventare dispotica (mi chiedo se, invece, potrebbe essere utile citare qualche voce bibliografica, tanto per approfondire la questione. Rimango a disposizione).